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:: Il vescovo che disse “no” a Hitler. La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand (San Paolo Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2022

Sotto il nazismo dissi pubblicamente, e lo dissi anche riguardo a Hitler nel ’39, quando nessuna potenza intervenne allora per ostacolare le sue mire espansionistiche: la giustizia è il fondamento dello Stato. Se la giustizia non viene ristabilita, allora il nostro popolo morirà per putrefazione interna. Oggi devo dire: se tra i popoli non viene rispettato il diritto, allora non verrà mai la pace e la giustizia tra i popoli.

Conoscevo Clemens August von Galen per l’opposizione al programma nazista anticristiano da tempo, ma non avevo mai letto una sua biografia per cui ho colto l’occasione di leggere Il vescovo che disse “no” a Hitler. La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand con interesse. E ho fatto alcune considerazioni tra le quali che quest’uomo dalla mascella volitiva, lo sguardo severo, serio e forse anche duro aveva davvero una grinta e un coraggio che l’accompagnò prima, durante e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Educato in una rigida famiglia nobile cattolica, Clemens August von Galen (Dinklage, 16 marzo 1878 – Münster, 22 marzo 1946) fu un uomo dalla tempra d’acciaio che non ispirava molta simpatia ma che per il suo rigore morale e il suo non cedere a nessun compromesso va sicuramente rivaluato. Si oppose al nazismo quando non conveniva, quando senza protezioni con le sue omelie rischiava letteralmente la vita. Ma si oppose perchè la vita è sacra, la vita di tutti è sacra anche quella degli improduttivi, dei disabili, degli anziani fragili, e da credente non poteva fare diversamente, i programmi di eugenetica nazista, erano, e sono tutt’ora, un barbaro crimine contro l’umanità e contro Dio. Dovremmo rileggere le sue omelie (alcune nel libro riportate) e subito se ne percepisce la forza, l’autenticità e l’attualità. Non si parla spesso dell’opposizione al nazismo di matrice cattolica, un po’ perchè ha agito spesso nell’ombra anche se c’è stata, diverso il caso di Clemens August von Galen che si è sempre esposto in pubblico dall’alto scranno nella sua chiesa. Andava per le spicce, era duro diretto e inflessibile, e forse si salvò perchè non fu abbandonato dai suoi parrocchiani che gli fecero scudo e uniti si frapposero tra lui e la barbarie nazista. Hitler probabilmente lo sottovalutò, o fu così sicuro di vincere da posticipare a dopo la sua vittoria la resa dei conti con questo sacerdote, prima vescovo, poi cardinale sicuramente atipico e determinato. Papa Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile il 20 dicembre 2003 e il 9 ottobre 2005 fu beatificato da papa Benedetto XVI. Ora questo libro ce l’avvicina e ce lo rende prezioso e inestimabile con la sua testimonianza di fede, di rigore morale, di adesione onesta al Vangelo. Papa Pio XII fu accusato di debolezza contro il nazismo, il leone di Muster al contrario non intraprese la strada diplomatica o conciliante, inchiodò tutti alle loro responabilità a rischio della vita in un contesto storico difficile, confuso e doloroso. Ne consiglio la lettura per conoscere meglio un periodo storico ancora controverso le cui diramazioni arrivano fino ad oggi.

Günter Beaugrand (1927) è un giornalista, storico e biografo tedesco. Ha studiato con particolare interesse il drammatico periodo della terribile dittatura nazista e della difficile ricostruzione nel periodo post-bellico della sua patria. Oltre all’opera sulla figura del cardinale von Galen, è di grande pregio la sua opera dedicata al primo cancelliere della Germania liberata, Konrad Adenauer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa San Paolo.

:: Breve storia del romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia, con una introduzione di Eleonora Carta (Graphe.it 2022) a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2022

Pubblicato per la prima volta nel 1975 su Epoca in forma di duplice articolo, più tardi confluito nella raccolta Cruciverba edita da Adelphi, il breve saggio riproposto in questo volume consente una preziosa visuale su come apparisse il cosiddetto “giallo” all’interpretazione di uno straordinario scrittore come Leonardo Sciascia. Non che quest’ultimo si riconoscesse come appartenente a tale genere letterario, per alcuni aspetti del quale non risparmia anzi le critiche; eppure i lettori appassionati della sua opera si rendono certo conto di come Sciascia abbia sfiorato e talvolta percorso – a suo modo – le strutture del noir e del poliziesco, e troveranno estremamente interessanti le parole che egli spende sul tema.

La presente edizione è arricchita dalla curatela di Eleonora Carta, che firma la corposa prefazione.

Breve saggio, ma denso di riflessioni, sul romanzo poliziesco di un maestro della letteratura del Novecento, che nonstante ritenesse il giallo (noir alla francese dal colore delle copertine dedicate a questo genere letterario) letteratura di consumo, ne ha comunque capito le potenzialità tanto da far risalire addirittura alla Bibbia la prima storia di detection (Daniele che smaschera i falsi testimoni contro Susanna) o da fare annoverare Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij nel genere.

Ne consiglio la lettura soprattutto a chi vuole dare uno sguardo disincantato e serio al genere poliziesco, ormai forse anche sdoganato a livello di critica, e soprattutto a Leonardo Sciascia, che nonostante non si ritenesse un “autore di gialli”, nei suoi romanzi spesso ne ha ricalcato le dinamiche.

Molto breve, si legge in una mezz’ora, ma forte sarà la tentazione di sottolineare alcuni passi e scrivere note a margine. Da segnalare la corposa prefazione (un saggio nel saggio) di Eleonora Carta, che cura la pubblicazione. Buona lettura!

Leonardo Sciascia (1921-1989), maestro di scuola, giornalista e politico, è considerato uno dei migliori scrittori del Novecento.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberto Russo e Anna Ardissone.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Antonio Catalfamo, Pasolini «eretico solitario» e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Angelo Piemontese

4 novembre 2021

Fino ad oggi molti hanno affrontato Pasolini senza riuscire a liberarsi dal desiderio di esprimere giudizi spesso frutto di convinzioni aprioristiche. Antonio Catalfamo, invece, in questo saggio appena uscito (Pasolini “eretico solitario” e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, euro 13), procede analiticamente ad un esame obiettivo delle opere dello Scrittore fuori da ogni schema preconcetto, con l’unico intento di comprenderne il valore e di collocarne le opere all’interno del tempo in cui sono maturate, facendo risaltare, in tal modo, tutti gli aspetti di una personalità complessa, senza tacerne le più intime contraddizioni.

Inizialmente, lo Studioso dà un rilevante spazio al periodo giovanile vissuto da Pasolini in Friuli, ricco di esperienze umane e di prove letterarie, che influenzeranno tutta la sua attività intellettuale, evidenziando una «corrispondenza biunivoca»uomo-territorio, visto l’attivo interesse alla cultura e al dialetto delle classi subalterne friulane. Rifacendosi a questo patrimonio culturale, Pasolini usa il dialetto nelle sue prime raccolte poetiche, arricchendole con la componente razionale e storica. Il dolore «esistenziale»individuale, che vi emerge, si trasforma in protesta sociale con la denuncia dello sfruttamento dei contadini poveri. Non mancano contraddizioni in questa poesia, che però, a livello storico-sociale, trova continuità ne Il sogno di una cosa, il suo primo romanzo, in cui fa risaltare la delusione per un dopoguerra diverso da come l’avevano immaginato i combattenti per la liberazione dal nazi-fascismo. Già ora, nelle opere in poesia e in prosa – nota Catalfamo – il «pedagogismo erotico»caratterizza nell’insieme «l’universo umano e letterario»di Pasolini.

Il trasferimento a Roma nel 1949 lo porta a «mitizzare»il mondo del sottoproletariato delle borgate, chiuso e impenetrabile a quello esterno, un «torbido inferno», con caratteristiche «secolari», astoriche. Il primo frutto di questo incontro è Ragazzi di vita, in cui è presente un linguaggio «artificioso», spesso poco comprensibile, che rappresenta un passo indietro rispetto a Il sogno di una cosa. In Una vita violenta, invece, emergono delle novità: il recupero della «dimensione storica», che mette in rilievo l’evoluzione del sottoproletariato grazie all’azione del P.C.I., il ridimensionamento dell’irrazionale ed un linguaggio meno «bercio».

Analizzando Le ceneri di Gramsci, Catalfamo si sofferma sul rapporto dello Scrittore col Politico sardo, il cui dramma gli permette di riflettere su di sé. Pasolini,«prigioniero della “storia”», dà vita a una «poesia di idee», ma è incapace di proporre alternative che gli permettano «di usciredall’isolamento dell’uomo dall’uomo». La sua «crisi», perciò, non è solo privata, ma di «un’intera generazione». Certo, la lettura di Gramsci è per lui «benefica», ma la convinzione che il mondo contadino sia immune dall’«omologazione»alla cultura borghese pone Pasolini in contrasto con la linea politica del P.C.I. Invece, l’idea del carattere classista della lingua lo mette «sulla scia diGramsci», col cui pensiero, però, ha un «rapporto contraddittorio». Nell’insieme, però, quella del Pensatore sardo è stata una «lezione inascoltata»– come recita il sottotitolo –, in quanto Pasolini non ha considerato il popolo «come soggetto di trasformazione sociale, di cambiamento radicale della società in senso egualitario», ma, pur condannando il presente, non ha creduto in un futuro diverso, da realizzare con «la lotta politica organizzata».

La «vera filosofia poetica»porta Pasolini ad una «soluzione esclusivamente letteraria alla crisi», non a quella politica perseguita da Gramsci, del quale, però, eredita la «visione “nazional-popolare” della realtà italiana», denunciando – suo grande merito – il « “genocidio” delle classi subalterne e della loro autonomia culturale» senza trovare soluzioni politico-ideologiche. I molti nemici incontrati, fra cui la Chiesa cattolica, condannata duramente nella raccolta La religione del mio tempo, ne hanno determinato la morte, che, da «buon decadente», lo Scrittore ha cercato, vivendo «in funzione di essa». Catalfamo, mostra come le successive raccolte poetiche testimoniano una svolta, per la prevalenza di «componentiirrazionalistiche», di estetismo e della «progressiva sostituzione della poesia alla realtà», ma anche l’approfondimento inerente la propria diversità e lo scontro fra il pubblico e il privato, che vi prevale.

Un’approfondita analisi Catalfamo riserva alla produzione cinematografica di Pasolini, che ritiene autonoma rispetto alla narrativa e ai romanzi «romani», ma che aiuta a seguire l’evoluzione della sua ideologia. Dai film iniziali, esploranti la periferia romana, a quelli proiettati nel passato e agli ultimi ambientati nel corrotto mondo borghese, Pasolini si è progressivamente allontanato dalla speranza del cambiamento, assistendo, con un sempre più assoluto senso di impotenza, alla distruzione sociale e umana, a cui corrisponde quella sua personale, «nonché la morte della “poesia” e dell’arte». La sua esistenza ormai diventa impossibile in una società fortemente odiata, che lui non è più in grado di combattere neppure «sul piano artistico e letterario».

Una condanna senza appello della realtà italiana degli Anni SessantaeSettantaemerge dagli scritti pubblicati su giornali e riviste. Pasolini diviene «intellettuale di punta della cultura italiana»: i suoi articoli sono recepiti in larghi strati sociali e danno fastidio al potere, mentre il P.C.I.diviene punto di riferimento per molti cittadini, anche non comunisti. Egli dà vita «a un nuovo giornalismo polemico», progressivo e innovatore, pur coi limiti della sua visione idealistica, senza sbocchi concreti. Nonostante ciò, le classi dominanti temono la diffusione del suo pensiero critico. Con la «tesi del “genocidio” della cultura delle classi subalterne»da parte di quelle dominanti (1974), Pasolini riprende il giovanile ruolo «pedagogico», fornendo esempi – TV, pubblicità – di ciò che condiziona il modo di pensare, di parlare e di agire delle masse, sottomesse alla logica del consumo, con cui il sistema capitalista impedisce il loro progresso culturale. Solo il P.C.I.può essere la guida alla lotta per fare coincidere «sviluppo»e «progresso». Pasolini evidenzia che è in atto un programma «neo-reazionario»multinazionale e non più nazionale come quello fascista. La logica consumistica «edonistica», secondo lui, ha inciso anche nelle battaglie civili, come nel caso delle leggi sul divorzio e sull’aborto, per il quale è contrario. Facendosi prendere dalla sua «visione apocalittica», definisce più pericoloso del «vecchio», passeggero e imposto dalla dittatura, il «nuovo» fascismo del consumismo, perché incide in profondità soprattutto sull’animo dei giovani anche se antifascisti, a causa di un Potere che li omologa al modello americano.

Pur accusato da vari intellettuali di sinistra, fino alla sua morte Pasolini considera il P.C.I.l’unica alternativa al sistema capitalista. Quando, infine, arriva a richiedere un «processo penale» alla D.C,gli «scritti corsari»non solo assumono un carattere «profetico»alla luce di quanto avvenuto in Italia negli Anni Novanta con Tangentopoli, ma, forse, sono anche la causa anche del suo assassinio.

Attraverso l’esame puntiglioso e rigoroso dell’opera poetica, narrativa, cinematografica e giornalistica di Pasolini, Catalfamo, quindi, traccia un itinerario che va dal radicamento nella realtà politica, sociale e culturale del Friuli del secondo dopoguerra al «nichilismo»maturato al cospetto della realtà italiana degli Anni Settanta, che lo Scrittore contesta duramente, senza sapervi opporre, però, un’alternativa operativa.

In un tempo di conclamata crisi della saggistica, il libro di Catalfamo mostra quanto sia necessario oggi in Italia uno studio serio e appassionato, poggiante su una grande chiarezza espositiva, in grado di restituirci obiettivamente l’opera e l’ideologia di chi ha saputo porsi contro il sistema e il qualunquismo, pagando, infine, di persona. Grazie a Catalfamo, si può parlare, perciò, di un Pasolini finalmente restituito nella sua integrità artistico-culturale.

:: Viaggio nel Giappone Sconosciuto di Massimo Soumaré (Edizioni Lindau 2021) a cura di Davide Mana

19 giugno 2021

La passione per l’Oriente è qualcosa che da sempre solletica la cultura Europea, stimolata da resoconti di viaggiatori, storie e leggende trasportate sulla Via della Seta, fantasie e pregiudizi costruiti sull’effetto che il passaparola ha di distorcere parole, idee e concetti, come in un lungo gioco di telefono senza fili, lungo i secoli ed i chilometri. E poi certo, romanzi, film, fumetti, cartoni animati.

Di questa disorganizzata immaginazione dell’Oriente, e di questa curiosità che non accenna a placarsi, si nutre una ricca letteratura di divulgazione, ma è raro imbattersi in un lavoro che riesce a coniugare erudizione e divertimento, e che anziché limitarsi a raccontare le stesse storie da capo, riesce davvero a sorprendere anche i vecchi “addetti ai lavori”.

Viaggio nel Giappone Sconosciuto, di Massimo Soumaré (Lindau, 2021) è un esattamente questo – è accessibile ma non semplicistico, colto ma non serioso, approfondito ma non inutilmente nozionistico, e ci presenta davvero aspetti sconosciuti del Giappone.

È una lettura piacevole che potrebbe sorprendere chi si considera già un esperto sulla cultura del Sol Levante – e potrebbe risvegliare l’interesse di coloro che si sono visti ri-presentare le solite quattro idee (di solito “soffiate” a Lafcadio Hearn) negli ultimi trent’anni, e cominciano a provare una certa stanchezza. È al contempo anche un libro eccellente per chi volesse avvicinarsi alla cultura giapponese essendone completamente a digiuno – e costituisce un ottimo punto di partenza per future esplorazioni. Il volume di Soumaré (che è un apprezzato traduttore e divulgatore con una conoscenza di prima mano del Giappone) tocca la cultura giapponese tradizionale e le tendenze del Giappone contemporaneo, la storia e la letteratura, l’archeologia ed il folklore, fino ad arrivare a quella cosa che i pedanti chiamano “cultura pop”. Lo fa con leggerezza, restando in poco più di 250 pagine, e con un ricco apparato iconografico – e questo significa che non ci offre solo un bel libro, ma anche un libro bello. Una piacevole aggiunta per lo scaffale di orientalistica, e consigliato a chiunque abbia un interesse per la cultura giapponese, e sia stanco delle solite storie.

Massimo Soumaré è traduttore, scrittore, curatore editoriale, saggista e ricercatore indipendente. Ha collaborato con riviste specializzate sulle culture orientali e con riviste di cultura letteraria americane, giapponesi, irlandesi e italiane. Ha inoltre tradotto numerose opere di romanzieri giapponesi. Come autore, suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie e riviste, e tradotti e pubblicati in Cina, Giappone, Scozia, Spagna e USA. Suoi scritti e traduzioni sono stati pubblicati da Asahi Shinbun Shuppan, Atmosphere Libri, Bietti, De Agostini, Kadokawa, Kōbunsha, Kurodahan Press, Mimesis, Mondadori, Tōkyō Sōgensha, Utet. Per le edizioni Lindau ha tradotto Storie del negozio di bambole di Tsuhara Yasumi e due manga.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Lindau.

:: Andare a scuola a Hollywood di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi (Las Vegas Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2021

Mi sono divertita molto, con una piccola vena di malinconia, a leggere il saggio di Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi dedicato alle High School e ai College a stelle e striscie come sono stati rappresentati nell’immaginario televisivo e cinematografico degli anni Ottanta e Novanta, il periodo d’oro di questo tipo di cinematografia, prima che la globalizzazione uniformasse in un certo senso il vissuto degli adolescenti di tutto il mondo, si può dire. Ma chi è stato adolescente in quegli anni aveva come modelli proprio gli adolescenti di oltre oceano e il loro sistema scolastico aveva un che di esotico e magnetico. Già solo prendere la patente a sedici anni, anni prima rispetto a noi rendeva le vite di questi ragazzi più autonomi e responsabilizzati. Poi c’erano il ballo di fine anno, le cheerleader, le confraternite, i tutor, tutto un altro sistema, tutto un altro mondo protremo dire, che abbiamo imparato a conoscere e a idealizzare con le opere più varie uscite in quegli anni. Certo la qualità era molto varia, c’erano le pellicole d’autore o quelle più dozzinali ma spesso questo genere di film è stato anche una palestra per attori che poi sono diventati star di prima grandezza del cinema statunitense. Massimo Benvegnù e Mattia Bertoldi citano davvero molti titoli, impossibile elencarli tutti, ma per chi fosse interessato sono raccolti in appendice come mappa orientativa con nome (immaginario) della scuola, titolo e anno di uscita, con qualche excursus nel passto più lontano come la mitica Dawson High School di Gioventù bruciata del 1955. Siamo un po’ tutti cresciuti guardando Happy Days o Beverly Hills 90210. Ricordo un film che addirittura andai a vedere al cinema Vacanze in America del 1984 diretto da Carlo Vanzina per darvi un’idea di quanto questo mito fosse forte in quegli anni. Tutto quello che proveniva dagli Stati Uniti era più alla moda, più luccicante, più di tutto, e questa sorta di esterofilia non la vivevamo neanche tanto come una colonizzazione culturale, o un imposizione ma quasi come un desiderio di evasione. Questo genere di film ci permetteva di sognare, di evadere appunto dalle nostre realtà più o meno provinciali per idealizzare un altrove che magari non era poi così scintillante e promettente come ci appariva. Ora resta tanta tenerezza e qualche rimpianto e la consapevolezza di aver vissuto un’era irripetibile, che non tornerà mai più ma vive ancora in queste pellicole. Gli autori hanno poi deciso di devolvere i proventi del libro all’Onlus Insieme per vincere – Amici di Cinzia, per supportare i sogni di alcune adolescenti del Benin, perchè sì la globalizzaione ci ha ormai un po’ tutti omologati ma esistono ancora zone del pianeta in cui sognare è molto più difficile che altrove. Se volete leggere il primo capitolo è disponibile sul sito dell’editore: Las Vegas Edizioni .

Massimo Benvegnù è nato nel 1972 a Padova. Critico e programmatore cinematografico, ha scritto per numerose testate giornalistiche in Italia e all’estero e collaborato con diversi festival e istituzioni culturali tra cui la Biennale di Venezia e il Festival di Locarno. Ha debuttato con “Filmare l’anima, il cinema di Peter Weir” (1997). Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.

Mattia Bertoldi nato nel 1986 a Lugano. Ha pubblicato i romanzi “Ti sogno, California” (BookSalad, 2012), “Le cose belle che vorrai ricordare” (TEA/Tre60, 2017) e “Come tanti piccoli ricordi” (TEA/Tre60, 2019). È presidente dell’Associazione svizzera degli scrittori di lingua italiana.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Andare a scuola a Hollywood”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Carlotta dell’Ufficio stampa Las Vegas Edizioni.

:: L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn di Arianna Prevedello (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2021

Come si può non amare e ammirare Audrey Hepburn? E come si può non amare i suoi personaggi interpretati sullo schermo con leggerezza, eleganza e grazia inimitabile, da Sabrina a Holly Golightly di Colazione da Tiffany, capaci di trasmettere ancora alle ragazze di oggi valori e qualità sorprendenti per la loro modernità?
È questo che si deve essere detta Arianna Prevedello autrice del delizioso saggio L’amore spiegato a mia figlia con Audrey Hepburn, edito da Edizioni San Paolo.
Un saggio tutto al femminile originale e frizzante, scritto con un linguaggio fresco e spontaneo, che oltre ad approfondire il legame e la complicità tra madre e figlia, riscopre il cinema del passato come veicolo privilegiato per analizzare tematiche importanti come l’importanza dell’emancipazione femminile, e la sua lunga strada per raggiungerla non priva di lotte e difficoltà, la questione femminile vista sotto la lente privilegiata di un esame attento e partecipato di mentalità antiquate mai del tutto davvero superate, e la attuale questione sull’identità di genere, mai come oggi portata all’attenzione di studi, libri, dibattiti, e mass media.
Ma non solo, il cinema del passato ci permette di approfondire concetti, comportamenti e tematiche sociali che forse solo oggi possono essere comprese appieno nelle loro molte sfaccettature, tanto erano innovative e avveniristiche allora. Solo forse oggi abbiamo gli strumenti adatti per capirne la portata.
Arianna Prevedello ci accompagna per mano tra i grandi capolavori della commedia hollywoodiana dei grandi registi da Blake Edwards, a George Cukor, a Howard Hawks, per citarne alcuni e non solo interpretati da Audrey Hepburn, ma anche da Katherine Hepburn, Norma Shearer, Vivian Leigh, Julie Andrews, figure femminili di forte impatto emotivo e carisma capaci di proporre modelli in cui le ragazze di oggi possono ancora identificarsi perché i sentimenti, le criticità, i desideri sono senza tempo.
Cosa c’è di meglio per rinsaldare legami affettivi tra madre e figlia che sedersi sul divano a guardare e commentare pellicole dell’età d’oro di Hollywood sontuose per sceneggiature, scenografie, abiti e musiche?
Il valore educativo di queste chiacchierate informali viene potenziato e se ne accresce l’impatto immaginifico, vero cibo per l’anima. Perché l’essere umano è complesso, la sessualità non ha un aspetto unicamente biologico di funzionamento di organi, ma ha una dimensione spirituale, etica, morale, che coinvolge tutta la sfera emozionale e sentimentale degli individui.
Bravo è chi sa definire a parole l’amore, o la femminilità, o la sofferenza di un tradimento, l’arte in un certo senso compie proprio questo miracolo dare forma tangibile a concetti differentemente esprimibili in altro modo.
Non vorrei che passasse il concetto che è un testo puramente tecnico, specialistico, difficile, si parla anche di conigli, di una madre sola che cresce la figlia, di quanto sia sbagliato stigmatizzare la sessualità maschile solo perché differente da quella femminile, e di molto altro.
Insomma una lettura molto ricca e anche divertente. Perché si può parlare di cose serie anche con il sorriso sulle labbra.

Arianna Prevedello è scrittrice, esperta di cinema e animatrice culturale in collaborazione con cinema, circoli cinematografici e associazioni. Ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova ed è stata vicepresidente nazionale di Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’ambito pastorale e formazione. 
Per San Paolo ha pubblicato La grazia di rialzarsi (2017) e Il corredo invisibile (2018).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.

:: 30 aprile 1993 Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica di Filippo Facci (Marsilio 2021) a cura di Nicola Vacca

19 Maggio 2021

È una giornata di aprile del 1993. Una folla inferocita, istigata dal tintinnare delle manette scatenata dal circo mediatico – giudiziario di Mani Pulite, aspetta Bettino Craxi davanti all’ Hotel Raphaël, per scagliarli contro insulti e monetine. La Seconda Repubblica inizia con un altro Piazzale Loreto quel momento di barbarie decretò per sempre la fine della politica e l’avvento dell’antipolitica con cui oggi stiamo facendo i conti.
Filippo Facci, scrittore e giornalista, con 30 aprile 1993. Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica ricostruisce nei minimi dettagli quei giorni infelici del nostro Paese in cui i lanciatori rossi e neri di monetine, rappresentanti dell’italico popolo bue, inferociti dalla gogna giustizialista disonorarono la democrazia.
Le inchieste giudiziarie del Pool milanese, iniziate ufficialmente nel 1992, che dovevano riguardare la corruzione nel mondo politico italiano sono infine servite a criminalizzare e a cancellare dalla scena parlamentare alcuni partiti, quelli di ispirazione moderata , e garantire un salvacondotto per la sinistra comunista e postcomunista, che ha ricambiato il favore dando sempre e comunque il suo appoggio ai pubblici ministeri politicizzati, fautori del teorema di Tangentopoli che si sono specializzati nell’amministrazione della giustizia dei due pesi e delle due misure.
La giustizia politica e il giustizialismo hanno sempre caratterizzato, fino ai nostri giorni, attraverso il meccanismo del circo mediatico giudiziario, il pericoloso intreccio tra una parte della magistratura e la politica (quella del Pci-Pds-Ds).
Una vera e propria strategia del ragno che ha visto alcuni “magistrati di partito” costituirsi, nel vuoto politico causato dalla loro azione, in “partito di magistrati” è al centro dell’inchiesta di Mani Pulite. Quella stagione, violando le regole sacrosante dello Stato di Diritto ha imposto per un decennio il protagonismo di alcuni Pm che si erano messi in testa, abusando della carcerazione preventiva con il facile tintinnio delle manette, di “rivoltare l’Italia come un calzino”
Facci fotogramma per fotogramma da eccellente cronista torna sui luoghi terribili di quel misfatto e rilegge attraverso la scena del lancio delle monetine tutte le scene di quella falsa rivoluzione che ha cambiato in peggio l’Italia, assassinando lo Stato di diritto.
L’autore ricostruisce il clima del Paese degli inizi degli anni ’90 che annaspava sotto le grinfie della giustizia politica e il clima infernale di Mani Pulite, dove una cultura del sospetto prevaleva sul buon senso della legge: il circo mediatico- giudiziario che calpestava le regole più elementari di vita civile: le sentenze continuavano ad essere comminate, prima che nelle aule di un tribunale, da giornalisti senza scrupoli armati da alcune procure.
Giustizia sommaria e giustizia spettacolo, questi i capisaldi del cosiddetto rito ambrosiano in un tempo in cui il pregiudizio morale assunse valenza politica e il disprezzo morale diventò elemento costitutivo del giudizio sui politici, come dimostra la folla inferocita che si riunì davanti all’Hotel Raphaël per linciare Bettino Craxi.
Il Pool aveva le idee chiare: abbattere la democrazia dei partiti con lo strumento antidemocratico del giustizialismo. Napoleone Colajanni in un libro dedicato a quella stagione (Mani Pulite? Giustizia e politica in Italia, Mondadori, 1996) affermò che tra le cause dell’attuale stato d’incertezza, non solo politica, in cui versa il nostro Paese si debba annoverare anche il modo in cui ha operato la magistratura. È illuminante quanto scrive a proposito dei giudici di Tangentopoli.

Questi uomini avevano però alcune caratteristiche comuni: l’avversione per il sistema dei partiti, che di fatto diveniva avversione per la democrazia così come esiste in Italia; la consapevolezza di disporre di uno strumento formidabile, qualora lo si fosse potuto usare, per operare il cambiamento; un orientamento, che si potrebbe definire fondamentalista, per cui la giustizia è una sorta di macchina inesorabile al cui centro è l’obbligo dell’azione penale, da portare avanti in ogni circostanza, qualunque essa sia”.

Filippo Facci ricostruendo quella stagione maledetta e la grande illusione rivoluzionaria delle toghe rosse di Mani pulite non ha dubbi: in quei giorni era morto il meglio e avanzava il peggio.
Il linciaggio di Bettino Craxi all’Hotel Raphaël resterà per sempre l’emblema del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Un passaggio crudele e violento che ha aperto la strada al baratro istituzionale e alla morte definitiva del primato della politica.

Filippo Facci (Milano, 1967), giornalista e scrittore, inizia la sua attività professionale da giovanissimo, collaborando con «L’Unità» e «La Repubblica», e poi approdando all’«Avanti!». Editorialista del «Giornale», collabora con «Il Foglio» e tiene per anni una rubrica su «Grazia». Lavora a «Libero» e, dal 1999 al 2009, a Mediaset. È autore di numerosi libri, tra cui Di Pietro. La storia vera (2009) e Uomini che amano troppo (2015).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Marsilio.

AA. VV. A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni (Gammarò edizioni, 2021) a cura di Nicola Vacca

21 aprile 2021

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in Come un’allegoria si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri (Il muro della terra, Congedo del viaggiatore cerimonioso) ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa.
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno e scomparso il 22 febbraio 1990 Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento anche se ancora oggi tutte le iniziative promosse in suo favore sono servite ben poco a favorirne una più larga conoscenza.
Questo sostiene Francesco De Nicola che (insieme a Federico Marenco)in occasione dei trent’anni della scomparsa di Caproni al poeta ha curato un volume interessante scritto a più mani.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni. “Scendo, buon proseguimento” (Gammarò edizioni, pagine 115, € 16,00 è una raccolta di scritti (Angela Siciliano, Maria Teresa Caprile, Francesca Irene Sensini, Valentina Colonna, Federico Marenco, Francesco De Nicola) che esplorano alcuni aspetti sinora pressoché trascurati nella pur vasta bibliografia critica esistente sulla sua poesia.
Maria Teresa Caprile si sofferma sulle intuizioni di Caproni in merito al dubbio e sulla parola che nel Novecento ha subito un’estenuante falsificazione assecondata alla politica, un’imminente volgarizzazione che ha corroso i valori dell’umanesimo.
Partendo da questa premessa Caproni affronterà radicalmente tutti i dilemmi del disfacimento, inventando una lingua nuova che ha nella rottura del significato il suo punto di forza per una poetica che resterà un’esemplare e unica testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
Un viaggio che porterà Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua – scriverà Gian Luigi Beccaria – è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
Francesca Irene Sensini nel suo scritto intitolato Anarchici fuori tema: orti, giardini e fiori di Giorgio Caproni scrive che le tesi di Caproni sottraggono il lettore agli automatismi sensoriali del quotidiano e lo trascinano in un termin vague dove gli elementi concreti che cadono sotto i sensi si trasformano in metafisici e assolvono la funzione di strumenti conoscitivi.
Il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i suoi paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.

«Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».

Caproni è stato il maggiore poeta italiano del secondo Novecento.
Il poeta livornese è riuscito a dare conto in versi dei moti dell’esistere, del vuoto e del nulla inventando un dire che tutto ha messo in discussione fino a tracciare le linee di un’esperienza poetica che ha un grado d’inventività, come giustamente osservava Vittorio Sereni, capace di individuare una situazione lirica nel quotidiano senza alcuna pretesa di definitività.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni è un libro prezioso, quasi un bilancio che invita il mondo della cultura a una serie di riflessioni sulla grandezza ancora non riconosciuta del grande poeta.

«La viva voce di Caproni – scrive Valentina Colonna nell’ultimo scritto che chiude il volume – è forse tra le meno conosciute del secondo Novecento, in quanto limitato fu anche lo spazio mediatico concessogli rispetto a quello di altri poeti suoi contemporanei, di cui si è consolidato, nella memoria del pubblico della televisione di quegli anni, un ricordo più chiaro. Possiamo infatti più facilmente ricordare la teatralità di Ungaretti o la melodiosità di Montale, con stili diversi e tecniche interpretative molto divergenti e contrastanti. Ma qual era la voce di Giorgio Caproni?»

Eppure quella di Caproni, come giustamente sottolinea Giovanni Giudici, era una poesia nuova.
Ancora oggi lui il è poeta nuovo che ha molto da dire e da insegnare alla cultura e alla poesia italiana contemporanea.

:: L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arsavir e Jeni Acterian di Emil Cioran (Mimesis 2021) a cura di Nicola Vacca

10 aprile 2021

È proprio vero, per conoscere a fondo uno scrittore bisogna immergersi nei suoi carteggi.
Antonio Di Gennaro da anni sta scavando nella personalità di Emil Cioran curando la pubblicazione di volumi che raccolgono la corrispondenza che il grande scrittore ha avuto con molti intellettuali del suo tempo.
Da qualche mese è uscito per i tipi di Mimesis L’orgoglio del fallimento, un volume che raccoglie le lettere che Cioran ha scritto ad Arșavir, un brillante giornalista e a Jeni Acteran.
Questo epistolario è molto importante. In queste lettere Cioran parla di Cioran, esprimendo tutto il suo mondo di pensatore privato.
«Ho intrapreso l’avventura del distacco con un certo coraggio: il coraggio del fallimento» così scrive l’autore di Squartamento in una lettera del 23 giugno 1975.
Distacco, disgusto, dubbio, scetticismo. Queste sono le parole chiave che troviamo nelle lettere che Emil scrive carico di quell’ orgoglio del fallimento che lo rende un essere speciale e controverso.
Cioran incontra Arșavir, giornalista culturale di profonda sensibilità e intelligenza, presso la Biblioteca della Fondazione Carol di Bucarest.
Sarà subito amicizia. Tra i due si stabilirà una forte intesa intellettuale.
Questo carteggio è importante per capire fino in fondo il mondo di Emil Cioran.
Qui i due intellettuali che fanno parte della stessa generazione tragica, si confrontano con le loro parole profetiche.
In queste parole troviamo Cioran, che si definisce uomo sterile, che argomenta attraversa il distacco della scrittura il suo disgusto per se stesso e per il mondo senza mai sottrarsi al suo scetticismo, quella straordinaria forza interiore che caratterizzerà tutta la sua opera e che lo porterà sempre a scegliere il dubbio con tutti i suoi vitalismi di intelligente perplessità.
Emil e Arșavir sono due fratelli d’anima che sentono lo stesso sconforto generazionale.
Cioran in una lettera del 11 giugno 1969 scrive:

«La nostra generazione ha conosciuto tutte le forme di sconfitta; come non esserne orgogliosi? Inoltre, detto tra noi, senza l’orgoglio del fallimento, la vita sarebbe a stento tollerabile. »

Senza l’orgoglio del fallimento Cioran non sarebbe stato quel grande pensatore che noi oggi amiamo incondizionatamente.
Cioran scrive al suo amico ammettendo di sprofondare sempre di più nel suo scetticismo speciale.
Senza rinunciare al paradosso e al gusto letterario della contraddizione, Cioran vive di contraddizioni che gli impediscono di appartenere a qualsiasi dottrina.
Uomo libero che ha rotto con la scena letteraria del suo tempo, e la sua libertà ha senso solo per la fedeltà a se stesso.
Così si mostra Emil Cioran nelle lettere al suo compagno fraterno di penna.
Nel coraggio del fallimento in queste pagine troveremo un Cioran autentico che confessa di avere un grande difetto: quello di avvertire in sogno l’essenziale.
«L’ossessione per la felicità ci trascinerà presto nella disgrazia» scrive il profetico Cioran mentre accusa il genere umano che si lascia sedurre nell’incoscienza dalla feccia degli utopisti, rivendicando per tutti quella grande dolcezza che c’è nello svanire delle illusioni.
Il Cioran che troveremo in questo carteggio, è il grande scettico che nell’orgoglio del suo fallimento, di sconfitta in sconfitta («quelle che ci vengono inflitte dalla vita quotidiana e quelle che ci vengono dispensate in abbondanza dalla Storia») troverà attraverso il suo pensiero la verità in assenza di ogni verità.

Emil Cioran (1911-1995) rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del “pensiero tragico” contemporaneo. Tra le sue opere: Al culmine della disperazione (1934), Lacrime e santi (1937), Sommario di decomposizione (1949), Sillogismi dell’amarezza (1952), La tentazione di esistere (1956), Storia e utopia (1960), La caduta nel tempo (1964), Il funesto demiurgo (1969), L’inconveniente di essere nati (1973), Squartamento (1979), Esercizi di ammirazione (1986), Confessioni e anatemi (1987). Fra le sue numerose opere pubblicate da Mimesis, Vacillamenti (2010) e Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) (2013).

Source: libro del recensore.

:: Qohelet e Gesù – Credere in altro modo di Ludwig Monti (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2021

Il piccolo libretto di Qohelet, “scandaloso” gioiello biblico, sembra scardinare tutte le nostre certezze e consegnarci a un pessimismo disperante. Che legame ci può essere tra questo libro della Bibbia e Gesù?

A tale interrogativo vuole rispondere il presente volume. Partendo da un’intuizione fondamentale dei Padri della Chiesa – «il nostro Ecclesiaste è Cristo» –, l’autore ci propone una rinnovata lettura cristiana di Qohelet, intendendola più o meno così: l’uomo Gesù Cristo si è confrontato con le domande e i problemi lasciati aperti da Qohelet. Li ha affrontati, pensati, solo in parte risolti, anzi spesso li ha trasformati in nuove domande, ben sapendo che l’autore di questo libro si rivolgeva «a tutta la creazione e al mondo intero riguardo ad argomenti comuni a tutti».

Un particolare cammino di lettura di Qohelet poco battuto ma, come ben dimostra Ludwig Monti in questo volume, capace di aprire sentieri inediti di riflessione in vista di una lettura cristiana, dunque umana, di Qohelet. E, di conseguenza, dell’esistenza tout court, perché tra i libri biblici Qohelet è tra quelli più moderni, o forse eterni, nel tratteggiare il mestiere di vivere. 

Il Qohelet, o altresì noto come l’Ecclesiaste, (nella tradizione ebraica, uno dei cinque rotoli (meghillot) inclusi del Tanakh), è il più misterioso libro della Bibbia cristiana. Un testo breve se vogliamo, moderno per sensibilità e profondità, capace di scardinare molte certezze e portare alla luce le contraddizioni e le dissonanze che la vita porta con sé.

Ludwig Monti, biblista e monaco di Bose ha voluto nel suo saggio Qohelet e Gesù – Credere in altro modo, raccogliere i commenti su questo testo da Lutero a Girolamo, da Ravasi ad altri teologi e biblisti contemporanei, aggiungendoci anche sue personali intuizioni che spera siano di aiuto per la comprensione a chi si avvicina a questo testo che forse più di altri è stato vittima di fraintendimenti e interpretazioni discordanti.

Innanzitutto una precisazione è d’obbligo: non è un testo interpretabile esclusivamente spiritualmente, tutte le creature terrene sono create da Dio e perciò racchiudono quella bellezza e quella bontà che rende il creato emanazione stessa del divino.

La vita terrena, la gioia conviviale, l’amore per la propria donna, la felicità insita nei piccoli piaceri della vita sono realtà oggettive positive, non in contraddizione con i dettami morali. La vita racchiude in sé quelle ricchezze che la rendono un dono del creatore per le sue creature, e perciò vanno epurati tutti quei preconcetti negativi che hanno inquinato molte interpretazioni distorte di questo testo.

La vita è un soffio, eccetto… In questo eccetto sta racchiuso tutto il mistero e l’essenza di questo libro. Eccetto l’amore, eccetto la bellezza, eccetto la felicità, eccetto Dio. E ci svela che il grande segreto per condurre una vita giusta e seguire i comandamenti e le prescrizioni morali. Semplice, non c’è altro che dobbiamo conoscere, e come dice Gesù tutti i comandamenti sono concentrati in un’unica prescrizione: ama, ama Dio e il tuo prossimo come stesso.

Sia Qohelet che Gesù sono stati a loro modo pietre di scandalo, per i contemporanei e per le generazioni seguenti. Hanno posto domande scomode, hanno dato risposte scomode, fuori da quella comfort zone dove amiamo rifugiarci per stare al sicuro, per crogiolarci nelle nostre false sicurezze.

Il testo di Ludwig Monti è invece prezioso proprio perché fa chiarezza su molti punti oscuri, confronta traduzioni e commentari, ed è sorprendente la preparazione di questo monaco, e la sua conoscenza dei testi e dei giusti significati delle parole antiche.

La lettura di Qohelet e Gesù – Credere in altro modo è  sicuramente complessa da affrontare e bisogna avere una certa disposizione d’animo tesa all’apprendimento alla conoscenza, ma lo sforzo è compensato da un arricchimento personale davvero notevole.

Ludwig Monti, nato a Forlì nel 1974, è monaco di Bose e biblista. Collabora, tra l’altro, alle riviste Parola, Spirito e Vita, Ricerche storico bibliche, Rivista Biblica, Rivista del Clero e Rivista Liturgica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Una comunità alla fine della storia. Messia e messianismo a Qumran, Paideia, Brescia 2006; Le parole dure di Gesù, Qiqajon, Magnano 2012; I Salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Magnano 2018; Gesù, uomo libero, Qiqajon, Magnano 2020; L’ infinito viaggiare. Abramo e Ulisse, EDB, Bologna 2020 (con B. Salvarani). Con Edizioni San Paolo ha pubblicato: Le domande di Gesù (2019), volume più volte ristampato.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa Gruppo San Paolo.

:: Creature di caldo sangue e nervi. La scrittura di Raymond Carver di Antonio Spadaro (Ares Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2021

Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, teologo gesuita e saggista scrisse Carver: un’acuta sensazione di attesa ormai vent’anni fa nel 2001, a 34 anni. Lo scorso ottobre il volume è tornato in libreria, per le edizioni Ares, ampliato e aggiornato con una meditata premessa, con il titolo Creature di caldo sangue e nervi. La scrittura di Raymond Carver e si può dire che l’autore abbia sperimentato con mano quanto Carver abbia operato nella sua vita, l’abbia plasmata, positivamente si potrebbe aggiungere. Il saggio monografico sulla vita e le opere di Carver, nella collana Profili, per quanto breve tocca i punti salienti discussi sia dalla critica americana, sia dalle personalissime riflessioni che Spadaro modella sulla sua propria vita. Temi come se Carver fu principalmente un poeta o un narratore, o quanto Gordon Lish modificò (e per alcuni snaturò) i suoi testi, etc… passano sullo sfondo, sebbene vengano toccati, dando invece spazio a riflessioni più intime, come la totale mancanza di ideologia delle pagine di Carver, l’importanza della vulnerabilità dell’essere umano, il trovare nella vita la sola e unica fonte di ispirazione, l’origine e la sequenza esatta della sua arte: storie, immagini, parole, punteggiatura. Spadaro non decostruisce la lingua carveriana, per trovare i suoi segreti nascosti e la sua grandezza letteraria, ma fa qualcosa di più alto e profondo, ne cerca il senso ultimo, quel senso che fa trovare la santità nella vita ordinaria e quotidiana. Gli eroi di Carver sono persone comuni, fragili, problematiche, ma non per questo meno nobili o degne di stima o di considerazione. E proprio perché sono veri, autentici, questi eroi sono degni di essere osservati con tenerezza e commozione. Perché chiunque affronta la vita, il dolore, la morte di per sé è eroico. Punto centrale di tutto questo studio è la riflessione di quanto per Carver la scrittura sia diventata a tutti gli effetti col tempo un co-strumento di redenzione, dalla sua vita “dannata” dall’alcool e dal disordine. Redenta soprattutto grazie all’amore di una donna, Tess Gallagher, ma anche dalla scrittura e qui amore e scrittura si fondono dando un senso al tutto, perché non è forse vero che quando Carver si interroga sul cosa voleva ottenere dalla vita, l’unica risposta sensata da darsi resta “Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”.         

Antonio Spadaro (Messina, 1966), gesuita, teologo e saggista italiano, è direttore della rivista «La Civiltà Cattolica». Il 10 dicembre 2011 papa Benedetto XVI lo nomina consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e il 29 dicembre consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Nel gennaio 2012 ha ricevuto a Caserta il prestigioso premio Le Buone Notizie – Civitas Casertana, uno dei più importanti premi di giornalismo italiani.
È autore, tra gli altri, di  Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (2009), Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (2011), Il disegno di papa Francesco. Il volto futuro della Chiesa (2013), Da Benedetto a Francesco. Cronaca di una successione al Pontificato (2013), La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro (2013), Oltre il muro. Dialogo tra un mussulmano, un rabbino e un cristiano (2014, con Omar Abboud e Abraham Skorka) e Adesso fate le vostre domande. Conversazioni sulla Chiesa e sul mondo di domani (nel quale intervista papa Francesco, 2017).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Simona Mirata dell’Ufficio Stampa Edizioni Ares.