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:: Putin e la ricostruzione della Grande Russia di Sergio Romano (Longanesi e Co., 2016) a cura di Daniela Distefano

6 settembre 2019

PUTIN e... di Sergio RomanoLa Guerra fredda aveva un senso. Fu una guerra ideologica in cui il vincitore, verosimilmente, avrebbe imposto al nemico sconfitto, per usare parole ormai screditate dal troppo uso, la propria filosofia e i propri valori. Può sembrare retorico, ma vi era in quello scontro fra giganti una certa nobiltà. Due grandi idee – la dittatura del proletariato e il capitalismo democratico – offrivano al mondo due strade diverse verso un futuro migliore. Le due diverse prospettive hanno creato speranze, attese, impegno e sacrifici che non sarebbe giusto ignorare. Oggi ogni traccia di nobiltà è scomparsa. Il comunismo è fallito e, come accade sempre in queste circostanze, la memoria collettiva ricorda soltanto le sue pagine peggiori: i massacri della fase rivoluzionaria, la fame ucraina, la persecuzione del clero, le purghe, i gulag, il lavoro coatto, i popoli trasferiti con la forza da una regione all’altra. La democrazia capitalista non è in migliori condizioni. Il trasferimento del potere economico dai produttori di beni ai produttori di denaro ha enormemente allargato il divario fra gli immensamente ricchi e i drammaticamente poveri. Il denaro governa le campagne elettorali. (..) Possiamo deplorare molti aspetti del suo carattere (di Putin, ndr)e della sua politica. Ma vedo sempre meno persone in Occidente che abbiano il diritto di impartirgli lezioni di democrazia”.

Chi è veramente Vladimir Vladimirovič Putin, il padrone della Russia odierna, l’uomo non proprio “qualunque” che si nasconde dietro una maschera impassibile e ieratica? Sergio Romano, in questo libretto agile e ben ritmato, ce lo presenta sotto una luce più penetrante raccontandoci la Russia dalla caduta del muro di Berlino fino agli ultimi scontri con gli Usa per la crisi dell’Ucraina e la questione della Siria. Il testo è stato pubblicato prima delle elezioni americane che hanno visto la vittoria di Trump (nel 2016) e le polemiche successive sull’ingerenza dei russi nella campagna elettorale. L’autore scandaglia la disgregazione dell’Unione Sovietica e il potere assoluto di Boris Eltsin che ha traghettato la Russia dall’era comunista ad un capitalismo senza regole. Gli oligarchi che hanno preso velocemente il potere economico e hanno in parte influenzato le decisioni dei governi di Eltsin sono lo specchio di una Russia che ha riconvertito le sue risorse pubbliche in un business privato. Dunque prima di analizzare il “regno” di Putin, occorre fare un passo indietro. Eltsin, nell’ultima parte della sua vita e della sua carriera politica, è stato debole e permissivo. Di fatto, le sue scelte hanno permesso ad alcuni uomini di impadronirsi delle risorse minerarie e petrolifere del paese, di controllare giornali e tv e di accaparrarsi il controllo dei principali istituti bancari. L’avvento di Putin ha pirandellianamente cambiato tutto perché nulla venisse cambiato. Uno sconosciuto ufficiale del KGB in cerca di lavoro è diventato, in poco tempo, un uomo molto influente, a capo persino di un dipartimento del governo. La sua biografia è sconosciuta a tutti e anche lo storico Romano fatica a trovare informazioni sul suo passato. Quello che è certo è che Putin ha prestato servizio nel KGB durante la Guerra Fredda operando nella Germania dell’Est. E’ stato l’assistente del sindaco di San Pietroburgo. Poi il vuoto fino alla sua nomina ad alto servitore dello Stato e infine a capo del governo. Putin ha fatto una carriera folgorante. Ha solidificato in poco tempo il suo potere ed è riuscito ad imporre una visione vincente della Russia, senza rinnegare il periodo comunista, cercando di utilizzare tutti i valori a cui i russi sono legati, perfino una devozione alle icone religiose, per cercare di rilanciare l’orgoglio del suo paese. La sua strategia ha avuto effetti miracolosi, tanto che venne eletto come presidente della Repubblica (carica che, a parte fasi alterne come Primo ministro, continua a mantenere tutt’oggi). Eppure qua e là emergono crepe a questo ritratto che lo stesso Putin incoraggia a tramandare. Ci sono vicende non solo interne alla Russia che minano l’immagine inappuntabile dello Statista provvidenziale. Il libro lascia porte aperte alle varie interpretazioni disseminate nelle pagine, sarà il lettore che trarrà le conclusioni più avvedute circa un uomo dalla faccia immacolata e e dalle mani nascoste dietro un rovo segreto e ancora ardente.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi libri pubblicati da Longanesi: La quarta sponda (2005, nuova edizione 2015), Con gli occhi del l’Islam(2007), Storia di Francia, dalla Comune a Sarkozy (2009), L’Italia disunita, con Marc Lazar e Michele Canonica (2011), La Chiesa contro, con Beda Romano (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014) e In lode della Guerra fredda (2015).

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Longanesi e Co”.

:: 101 alimenti che fanno bene al mio bambino di Maria Paola Dall’Erta (RedEdizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2019

REF-016ADavvero tanti sono i libri usciti di cucina, ricette, diete assortite, ne leggo davvero tanti, anche se non sono propriamente una blogger che si occupa di cucina e prodotti enograstronomici. Per cui quando mi hanno proposto 101 alimenti che fanno bene al mio bambino di Maria Paola Dall’Erta, biologa, chef e mamma (RedEdizioni 2019) mi sono subito incuriosita. Avevo anche un altro libro di cucina in lettura, di cui vi parlerò nei prossimi tempi, legato alla cucina casereccia toscana. Questo libro 101 alimenti che fanno bene al mio bambino, senz’altro valido, parte dal presupposto che non è detto che ciò che è saporito non faccia anche bene, e si sa per far mangiare i bambini e i ragazzi ce ne vuole di fantasia. Maria Paola Dall’Erta è sicuramente preparata, ha una vasta esperienza nella dietologia dimagrante e ha un modo simpatico e piacevole di presentare gli argomenti, con l’aggiunta di tante ricette sfiziose e facili da preparare per ogni alimento di cui tratta. Dopo l’introduzione, si passa a un capitolo che sottolinea l’importanza dell’alimentazione varia e bilanciata (non solo tesa a dimagrire, ma proprio per il benessere generale della persona, unità sempre a calibrata attività fisica). Poi il libro si divide in sezioni: Cereali, Alimenti Proteici, Frutta, Verdura, Aromi, condimenti o altro, per finire con l’indice degli alimenti e l’indice delle ricette. Passo passo con estrema semplicità ci spiega la composizione degli alimenti, come vanno abbinati, con schemi molto dettagliati per la stagionalità degli alimenti, che oltre a garantire maggiori principi nutrivi, ci aiuta anche a risparmiare in cucina, comprando cibi di stagione si hanno infatti numerosi benefici, presentandoci una guida reale da seguire fedelmente per la nostra spesa. Interessante la guida consapevole all’acquisto con esempi pratici su come leggere le etichette. Utilissima la piramide alimentare ispirata alla società Italiana Pediatrica. Maria Paola Dall’Erta spiega dettagliatamente tutto, e sempre restando che dà suggerimenti e indicazioni per gente sana, senza particolari patologie che necessitano diete appropriate, seguire i suoi consigli diventa facile e divertente. Lo sapevate che lo zenzero è una spezia che è utilizzabile come scudo giornaliero? Che la salvia significa in latino sano? E proprio per questo è da utilizzare spesso. Conoscete le proprietà nutrizionali del miele? Sapevate che il burro, demonizzato da molti, è invece un grasso indispensabile per l’alimentazione infantile? Questo è solo un esempio ma mille altre sono le curiosità e le indicazioni che il libro contiene. Il volume 101 alimenti che fanno bene al mio bambino è davvero ricco, e soprattutto utile per essere più consapevoli e informati, soprattutto quando prepariamo i pasti per i più piccoli, ma anche per noi, perché i principi alimentari su cui si basa sono estensibili a tutte le fasce di età. Buona lettura, dunque!

:: Luna – Cronaca e retroscena delle missioni che hanno cambiato per sempre i sogni dell’uomo di Bruno Vespa (RaiLibri 2019) a cura di Paolo S. Cavazza

4 luglio 2019
Luna

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Il nome di Bruno Vespa sulla copertina di uno dei numerosi libri pubblicati per il cinquantenario dell’Apollo 11 potrebbe suscitare qualche legittima perplessità. Tuttavia questo libro non va esaminato con un atteggiamento pregiudizialmente sfavorevole: in primo luogo perché non è privo di meriti e riserva qualche sorpresa anche a un lettore esperto della materia; e poi perché bisogna tenere conto del pubblico al quale è indirizzato. Un pubblico che non comprerebbe, per esempio, le recenti uscite di Piero Bianucci, Giovanni Caprara o Patrizia Caraveo: perché non conosce gli autori, o forse perché li ritiene “troppo difficili”.
In questo caso Bruno Vespa è una garanzia: una narrazione che non si sofferma su astrusi dettagli tecnici o su sofisticate analisi storico-politiche, ma si focalizza sui protagonisti dell’impresa – personaggi di per sé abbastanza eccezionali – e sulle reazioni dei testimoni dell’epoca, alcuni dei quali ben noti a tutti.
L’autore inizia rievocando l’allunaggio dell’Apollo 11 tramite i ricordi di Tito Stagno, che cita il suo memorabile battibecco in diretta con Ruggero Orlando, che era a Houston, sul momento dell’effettivo contatto con il suolo del modulo lunare Eagle.
(In realtà, riascoltando quel passaggio seguendo la trascrizione dei dialoghi, si nota che l’equivoco fu dovuto al fatto che Stagno interpretò le parole di Aldrin “Contact light” come segnale dell’avvenuto atterraggio, mentre in realtà si trattava del primo contatto di una delle sonde che si protendevano sotto i pattini del LEM. L’emozione e la concitazione di quello storico momento fecero il resto.)
Nei capitoli successivi Vespa delinea una breve storia della gara spaziale fra americani e sovietici, con gli inziali successi dei russi e l’improvvisa battuta d’arresto dovuta alla morte prematura di Sergei Korolev, il progettista del missile vettore R-7 (tuttora usato in una versione aggiornata per lanciare le Soyuz) il quale, come direttore dell’ufficio tecnico OKB-1, era in buoni rapporti con Nikita Krusciov ed era riuscito a coordinare le molte anime e le troppe personalità del programma spaziale sovietico. Vespa nota giustamente che la soffocante burocrazia sovietica e la rivalità fra i vari uffici tecnici finirono per ostacolare il programma comune, ma non mette in evidenza il fatto che, dopo la tragedia dell’Apollo 1 nel gennaio 1967, la NASA dovette stringere il controllo sui suoi fornitori applicando metodi quasi dittatoriali, poco diversi da quelli usati da Korolev.
Anche in questa parte il libro si concentra più sui personaggi, inclusi precursori come Tsiolkovskij e Goddard, che sulla storia e sugli aspetti tecnici, mantenendo un tono di inchiesta giornalistica che, se può risultare insoddisfacente per un esperto della materia, mi sembra più che adeguato al pubblico verso il quale il libro è indirizzato.
Vespa rende omaggio a Oriana Fallaci, attenta cronista dell’epoca, e include nel testo lunghe citazioni dai suoi libri e dalle sue interviste: si tratta di brani che talvolta, riletti con gli occhi di oggi, fanno una strana impressione. È evidente che Oriana, pur essendo una acuta osservatrice della realtà americana dell’epoca, quando parlava degli astronauti esprimeva quasi esclusivamente le sue idiosincrasie personali. Esemplare la disistima – reciproca, va detto – fra lei e Neil Armstrong, due personalità antitetiche che non potevano trovare un punto d’incontro. Chi volesse approfondire la conoscenza di un personaggio unico e straordinario come Armstrong dovrebbe leggere la biografia di James Hansen, First Man – Il Primo Uomo (Rizzoli), citata anche da Vespa. Ma questo libro lungo e complesso si colloca probabilmente oltre l’orizzonte del pubblico a cui l’autore tradizionalmente si rivolge.
Non mancano inesattezze e lacune, alcune delle quali scusabili vista l’oggettiva complessità della materia; voglio segnalare soltanto la svista più grave, che riguarda il programma lunare sovietico. Vespa ricorda, giustamente, il disastro della sonda Luna 15, che nei giorni dell’Apollo 11 fallì l’allunaggio. Per i russi fu una pubblica umiliazione, dato che la loro missione non era affatto segreta: avevano dovuto discutere con gli americani il piano di volo, per rassicurarli che non c’erano rischi di interferenze con l’Apollo. Vespa però scrive che dopo Luna 15 i russi abbandonarono completamente i loro programmi lunari; ma questo non è affatto vero, perché alcuni mesi dopo i sovietici colsero il successo mancato grazie alla sonda Luna 16, e Luna 17, nel 1970, ottenne un primato assoluto: il primo veicolo teleguidato sul suolo di un altro mondo – il Lunokhod 1 – che fu anche il primo veicolo di superficie sulla Luna, precedendo di quasi un anno la Lunar Rover dell’Apollo 15. I sovietici chiusero definitivamente il loro programma di esplorazione lunare solo nel 1976, con la sonda Luna 24.
L’ultimo capitolo del libro è un excursus sulla Luna nel mito, nell’arte e nella letteratura, da Luciano di Samosata a Jackson Pollock, passando per Ariosto, Leopardi, Beethoven, Verne, Pirandello, Calvino… Non è del tutto fuori posto rispetto alla narrazione precedente, ma a tratti sembra quasi un ripensamento, o un contentino per un lettore di formazione classica.
Nel complesso però questo libro di oltre 250 pagine regge piuttosto bene anche il giudizio di un lettore già esperto della materia. Se la notorietà dell’autore può attirare qualche nuovo appassionato e distoglierlo dalle sgangherate sirene dei complottisti e dei negazionisti che infestano i social network, lo sforzo dell’autore e di chi lo ha assistito in questa impresa non sarà stato vano.

Bruno Vespa (L’Aquila, 1944) ha cominciato il suo lavoro di giornalista a 16 anni. Laureatosi in Legge con una tesi sul diritto di cronaca, ha vinto il concorso per entrare in Rai classificandosi al primo posto. Dal 1990 al 1993 ha diretto il Tg1. Dal 1996, la sua trasmissione “Porta a porta” è il programma di politica, attualità e costume più seguito. Tra i premi più prestigiosi ha vinto il Bancarella (2004), per due volte il Saint-Vincent per la televisione (1979 e 2000) e nel 2011 quello alla carriera, anno in cui ha vinto il premio Estense per il giornalismo. Tra i suoi ultimi volumi pubblicati, ricordiamo: Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Vincitori e vinti, L’Italia spezzata, L’amore e il potere, Viaggio in un’Italia diversa, Donne di cuori, Il cuore e la spada, Questo amore, Il Palazzo e la piazza, Sale, zucchero e caffè, Italiani voltagabbana, Donne d’Italia, C’eravamo tanto amati, Soli al comando e Rivoluzione.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa RaiLibri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco di Paolo Vanini (Mimesis 2018) a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2019

cop vPaolo Vanini è uno studioso appassionato del pensiero di Emil Cioran. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, si occupa principalmente del pensiero utopico e della scetticismo nella tradizione moderna e contemporanea.
È da poco uscito il suo saggio Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco. Un volume corposo e approfondito in cui Vanini affronta in maniera esaustiva l’incontro –scontro tra Cioran e il concetto di utopia.

«Questo saggio – scrive l’autore nell’introduzione- nasce dalla tentazione di considerare teoreticamente la provocatoria definizione di Cioran secondo cui l’utopia rappresenterebbe il grottesco in rosa».

Cioran definisce l’utopia come «il grottesco in rosa», ossia come una caricatura della storia umana il cui aspetto grottesco, e dunque ridicolmente mostruoso, è determinato non da un’ eccessiva presenza del male, ma da una claustrofobica onnipresenza del bene.
Partendo da questa provocazione di Cioran, Paolo Vanini indaga il ruolo giocato dalle utopie nella riflessione del pensatore romeno.
La critica all’utopia di Cioran è radicale e trova il punto più alto nell’illusione e nella menzogna della città ideale.
La critica all’utopia, scrive Vanini, a questo grottesco in rosa per cui l’avvenire sarebbe la soluzione ai nostri problemi, rientra in questa attitudine a essere forzatamente ottimisti; il che, di riflesso, significa non essere obbligatoriamente tragici.
L’autore entra nella mente e nei pensieri di Cioran scettico s e attraverso un confronto con i fondatori della tradizione utopica occidentale (Platone e More) e con i critici più scettici di tale tradizione (Montaigne, Swift, De Maistre e Fondaine) mette in evidenza, approfondendo i contenuti, l’originale posizione cioraniana sul fallimento del pensiero utopistico e di tutte le illusione rivoluzionarie da esso generate.
Cioran, lo scettico, il disilluso, il disincantato, come giustamente scrive nel paragrafo conclusivo di Histoire et utopie, solo lui poteva scrivere di non nutrire speranze nel tempo storico e nemmeno nel tempo paradisiaco.
A Cioran non appartiene nessuna età dell’oro, non è figlio di nessuna utopia e di nessun paradiso.
L’utopia con un vizio devastante del pensiero che ha ingannato per lungo tempo l’uomo inebriandolo di ideologie malsane che hanno promesso paradisi in terra, elisir di vita nuova e fantomatiche città ideali. Invece, l’utopia con i suoi meccanismi perfetti di distruzione di ogni forma autentica di libertà ha lasciato il mondo annegare nel mare del terrore.
Utopia significa da nessuna parte. Da nessuna parte siamo andati e Cioran aveva avvertito e intuito il senso della sollecitudine diabolica che le utopie manifestano verso gli uomini.
Paolo Vanini con Cioran e l’utopia ci mostra tutti gli aspetti profetici dell’immenso autore di Squartamento, che da scettico prima di tutto ha compreso anzitempo che l’utopia è un inferno che ha generato terrore facendo cadere l’uomo nel fallimento di un’illusione orrenda.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: I filosofi di Hitler di Yvonne Sherrat (Bollati Boringhieri 2014) a cura di Alexander Recchia

2 aprile 2019

I filosofi di HitlerLa nostra storia deriva dal nostro passato. Senza un prima non avremmo un dopo.
Questa è il filo narrativo che ci traccia Yvonne Sherrat.
I filosofi di Hitler cerca di far luce su uno dei periodi più bui e meno compresi della storia dell’Europa del ‘900. Il nazionalsocialismo con il suo culto della razza e l’antisemitismo viene snocciolato nel suo sostrato filosofico. Appare, così terrificantemente davanti ai nostri occhi, come non sia girato tutto attorno alla mente di Adolff Hitler e dei suoi collaboratori, ma come si sia cercato di fondarlo su ferme basi filosofiche.
Molti pensatori di spicco di quell’epoca quali: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Hannah Arendt, Kurt Huber; furono allontanati o costretti alla fuga dalla Germania. Le molte cattedre lasciate vuote da docenti di origini ebraiche o considerati oppositori del regime furono occupate da sostenitori o simpatizzanti del nazionalsocialismo. Il Führer, ci racconta la Sherrat, fin dalla sua prigionia aveva capito l’importanza il pensiero filosofico aveva per il popolo tedesco. Kant, Hegel e Nietzche furono solo alcune delle menti geniali che lo affascinarono durante la sua prigionia e da cui prese spunto per le sue riflessioni.
Asceso al governo continuò il suo intento di divenire un “leader filosofico”. Si circondò di menti brillanti, autorevoli e influenti anche nel mondo accademico. Alfred Rosemberg, Carl Schmitt e sopratutto Martin Heidegger, sono tra le figure che vengono meglio analizzate nei I filosofi di Hitler. I motivi della loro adesione al regime, le idee proposte e le influenze che hanno avuto, ma anche le loro storie personali.
Loro che con il pensiero hanno creato, diffuso e sostenuto idee quali il mito della razza, l’antisemitismo e il totalitarismo. Solo alcuni di loro furono condannati attraverso il processo di Norimberga, altri, invece, furono reintegrati nelle loro mansioni accademiche senza troppo ostracismo. Il passato era stato dimenticato.
I filosofi di Hitler ci porta così a rivalutare il presente, attraverso la storia. L’analisi puntuale e schietta della Sherrat non lascia molto spazio all’immaginazione, ma guida il lettore a porsi delle domande importanti circa la propria esistenza.

Yvonne Sherrat, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Source: acquisto del recensore.

:: Fata e strega. Conversazioni su televisione e società di Carlo Freccero e Filippo Losito (Edizioni Gruppo Abele 2019) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2019

9261734_3802586È uscito per Edizioni Gruppo Abele Fata e strega. Conversazioni su televisione e società, un agile volumetto che contiene un’interessante intervista a Carlo Freccero, dal novembre 2018 nuovo Direttore di Rai2, fatta da Filippo Losito, autore e regista torinese.
Un lungo botta e risposta che ripercorre, anche cronologicamente, la storia della televisione italiana, dall’eroico maestro Manzi e una visione pedagogica e verticistica del medium, per passare alla televisione commerciale degli anni Ottanta, dominata dall’audience che trasformò tutti i telespettatori in consumatori (dando anche un positivo input ai consumi e alla ricchezza procapite), fino a oggi con l’allegra anarchia portata da internet con l’avvento dei social network in cui tutti sembrano essere diventati di colpo influencer ossessionati dai follower.
Come è cambiata la TV? Come è cambiata la società? Come siamo cambiati noi? Tutti questi temi sono al centro di questo libro-intervista piuttosto originale, insomma le risposte di Freccero non sono affatto scontate, e sebbene non sia un testo di approfondimento, ci sono numerosi spunti di riflessioni che fanno capire come il medium televisivo non sia morto, ma sia ancora ricco di nuove potenzialità.
Carlo Freccero, sebbene con la sua aria da geniale scienziato pazzo, ha una vasta cultura e dimostra anche nei fatti e nei risultati raggiunti nella sua lunga carriera in Italia e all’estero, che la sua fama di massimo esperto internazionale di televisione non è infondata.
Io non amo molto la tv, ma di tanto in tanto guardo film, sceneggiati e documentari oltre ad alcuni programmi di informazione, per cui in un certo senso la questione tocca anche me e soprattutto l’uso che se ne fa di questo strumento è il vero problema etico e culturale che va approfondito penso un po’ da tutti.
Freccero da ragazzo degli anni ‘60 rivendica questo suo passato sessantottino in cui per la prima volta la cultura divenne davvero democratica e anche i ragazzi delle scuole tecniche e i figli di operai poterono entrare all’università, favorendo una positiva mobilità sociale e il successivo boom economico degli anni ’80.
È abbastanza critico con il modello americano di cultura e società, troppo classista e poco fluido, anche se la televisione commerciale degli anni ’80 arriva direttamente da oltre oceano e ha decretato il successo poi delle televisioni commerciali che tuttavia hanno anche qualche merito rendendo meno provinciale diciamo la società italiana. Pensiamo solo a un serial come “Dallas”, e io lo ricordo bene, era un’ appuntamento quasi sacro, le donne si truccavano e vestivano come Pamela, sognavano di andare in Texas, dove petrolio e dollari crescevano sugli alberi, insomma una specie shock culturale, quasi quanto per noi ragazzi i cartoni animati che arrivavano dal Giappone.
Un altro tema interessante è il ruolo della televisione nel cambiamento proprio biochimico del cervello dei telespettatori (per chi ama le neuroscienze sicuramente di interesse), bombardati da suoni e immagini quasi a ciclo continuo. E anche il potere di persuasione e di convincimento di questo medium, che forse più di altri, sicuramente più dei giornali, ha influenzato milioni e milioni di persone, sicuramente potere a cui sono molto sensibili i vari partiti politici una volta al governo.
Pure nell’epoca delle fake news e della guerra occulta tramite la disinformazione sistematica che sembra manipolare le coscienze, il classico l’ha detto la tv, è ancora una specie di testo sacro per molti. Freccero molte cose non le manda a dire e osserva in modo anche distaccato il cambiamento dei tempi e dei costumi, di cui con le sue scelte di palinsesto ha inciso in maniera non marginale. Ricordo sempre Maurizio Costanzo, un altro esperto di televisione, che diceva che i messaggi veicolati dalla tv sono amplificati e non ricordo le precise parole ma un attacco mediatico è un po’ come sparare a una formica con un bazooka, o qualcosa del genere.
Insomma vi consiglio di leggerlo, è breve, forse quando l’intervistato si dichiara populista storcerete un po’ il naso, ma credo anche io, come tutti i visionari che immaginano il futuro, che la democrazia diretta e partecipata sia la logica evoluzione della democrazia del domani (sempre se non finiremo in un’epoca di barbarie e dittatura), sebbene il non felice esordio, sotto gli occhi di tutti, di alcuni partiti politici oggi in Italia che proprio tentano questa strada ancora pionieristica, commettendo anche molti errori per inesperienza, e creando avversione in molti. Tutto un campo di studi politologico e sociologico da approfondire, non voglio certo impegolarmi in una discussione politica. Né Freccero lo fa.
Bene, buona lettura, e traete voi le vostre conclusioni.

Carlo Freccero è direttore di Rai 2. Nei suoi quarant’anni di attività ha attraversato tutte le fasi della televisione, dalla Tv commerciale, con Canale 5, Rete 4, La Cinq e Italia 1, al servizio pubblico, con France 2, France 3 e Rai 2, alla Tv satellitare, con RaiSat, per approdare alla Tv digitale con Rai 4. Insegna Comunicazione presso l’Università degli studi di Genova e collabora con diverse riviste specializzate.

Filippo Losito è autore e regista torinese. Ha scritto per la narrativa, il teatro e la televisione. Alla Scuola Holden di Torino è coordinatore del college Serialità & Tv e docente in Corporate Storytelling. Tra i suoi ultimi lavori: La stand-up comedy, Dino Audino, Roma, 2019.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Christian dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni (Newton Compton 2018) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2019

storia-dei-servizi-segreti-Libro interessantissimo e ricco di aneddoti curiosi, spesso sconosciuti o perlomeno poco noti al grande pubblico, Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni ha l’ambizione di racchiudere in 800 pagine l’intera storia dei servizi segreti dalle origini, in epoca remota, al giorno d’oggi. Un volume enciclopedico dunque, di facile consultazione, e agevole lettura, utile sia a studiosi della materia che a semplici lettori curiosi di saperne di più di un mondo per certi versi ancora misterioso e ambiguo. Luci e ombre delle operazioni di spionaggio più riuscite e di coloro che operarono spesso mettendo a frutto doti insolite, immaginazione ed eclettismo. Spie, agenti segreti, forze speciali, informatori, sabotatori, sono i protagonisti assoluti di questo saggio in cui la realtà supera di molto anche la più bizzarra fantasia. Non tutto andò liscio, spesso l’assurdo e la leggenda giocarono un ruolo fondamentale come nella storia sicuramente inventata del cosmonauta suicida del KGB che fa sorridere, ma fino a un certo punto. Testo divulgativo certo ma con un’ampia bibliografia e un ampio apparato di note a piè di pagina puntuali e precise che ne attestano il valore scientifico. Grande spazio viene dato alla Guerra Fredda tra America e Russia, che sembrava sopita alla caduta del Muro di Berlino, per riemergere invece con nuove facce sempre più tecnologiche nei nostri giorni. Cambiano gli strumenti, le armi, gli equipaggiamenti ma quello che continua a fare la differenza è il fattore umano, (consiglio il bellissimo libro di Graham Greene con questo titolo) perché l’intuito, la prontezza, la fantasia restano ancora quel quid che fa la differenza. Un mondo oscuro, spesso crudele, al di là delle leggi normali che regolano il vivere civile, in cui tra informazione e disinformazione si giocano partite fondamentali per gli equilibri geostrategici mondiali. In cui l’imprevedibile è spesso l’ago oscuro della bilancia. Dall’età del Bronzo a Gina Haspel, la prima donna al vertice del maggior servizio segreto occidentale, fino al caso Litvienenko, la strada è stata lunga, tortuosa, ricca di insidie, doppiogiochisti e colpi di scena, senza dimenticare che alcune spie ci hanno creduto sul serio in quello che facevano, fino a sacrificare la vita, sempre dietro le quinte della storia, spesso restati numeri di cui mai conosceremo l’identità, né i meriti. Altre invece diventate leggendarie, perchè anche la propaganda e il folcrore fanno parte del gioco. Un mondo in cui i sentimenti non hanno giocato un ruolo marginale, in cui lealtà, coraggio, abnegazione hanno fatto sempre parte del pacchetto, sebbene il numero delle vittime di questo gioco non sarà mai possibile calcolarlo. Che alcuni si siano mossi solo per denaro, ricatti o puro gusto per l’avventura è certo, pur tuttavia come chiosa l’autore nel commiato finale:

In poche parole, in tutti loro, conscio o no, albergava un sogno di pace, fosse anche sia pure la pace alle loro condizioni, un sogno disatteso dagli eventi. Ecco la pace. Questa chimera che ci rivela perennemente irraggiungibile per l’umanità, se non per brevi periodi e a macchia di leopardo sul globo terraqueo, dovrebbe sempre essere il primo movente anche nel mondo dell’intelligence. I servizi segreti possono dare molto , e in effetti lo danno, per la pace, favorendo i canali di dialogo e trattativa, nonché sfruttando la dimestichezza con le informazioni proprio per capire, o almeno tentare di capire, anche le ragioni e il pensiero dell’avversario. 

Mirko Molteni nato in Brianza nel 1974, è laureato in Scienze Politiche. Giornalista per «Libero» e per riviste di storia e argomenti militari e aeronautici, collaboratore del notiziario online «Analisi Difesa», ha al suo attivo sei libri: L’aviazione italiana 1940- 1945: azioni belliche e scelte operative; Un secolo di battaglie aeree: l’aviazione militare nel Novecento; Storia dei grandi esploratori: dagli Egizi a Magellano, Le ali di Icaro: storia delle origini del volo; Furia celtica: due secoli di lotte fra Galli Cisalpini e Romani, Dossier Caporetto: il centro di gravità dell’annata 1917. Storia dei servizi segreti è il suo primo libro pubblicato dalla Newton Compton.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella e Federica dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

:: La via della schiavitù di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino, 2011) a cura di Daniela Distefano

15 gennaio 2019

hayek - la via della schiavitùLa lezione di questo libro è che non vi può essere alcun compromesso tra la libertà e i diritti “sociali” degli individui. La libertà è un a priori etico e antropologico, un valore non negoziabile. E’ il fondamento stesso della “Grande Società”, che equivale alla “società aperta” di Popper, in quanto sostenuta dal mercato e dalla competizione. L’alternativa alla “pianificazione” è la “sovranità della legge” (rule of law). Come perviene a questa conclusione Friedrich A. von Hayek? Lo studioso – che è stato per definizione l’antagonista più illustre di Keynes – non era devoto del laissez faire; egli credeva in uno schema o impalcatura per un sistema di libera impresa. Schema che è compatibile con standard di salario minimo, standard di assistenza sanitaria, un minimo di assicurazione sociale. Ed anche compatibile con certi tipi di investimenti statali. Ma il punto è che l’individuo deve conoscere in anticipo esattamente come le regole funzioneranno. Egli non può pianificare i suoi affari, il suo futuro, persino le sue vicende familiari, se il “dinamismo” di una autorità pianificatrice centrale sta sospeso sopra la sua testa.

“Socialismo” – in definitiva – per Hayek significa schiavitù: “la democrazia cerca l’eguaglianza nella libertà, il socialismo cerca l’eguaglianza nella restrizione e nella servitù”.

Le virtù che i popoli anglosassoni possedevano erano l’indipendenza e la fiducia in se stessi, l’iniziativa individuale e la responsabilità locale, l’affidamento del successo all’azione volontaria, la non interferenza verso il prossimo e la tolleranza verso ciò che è diverso e stravagante, il rispetto per gli usi e la tradizione, e una sana diffidenza verso il potere e l’autorità. Tutto questo è divenuto nel tempo oggetto di distruzione ad opera dell’avanzata del collettivismo. Quale sistema politico era per lui auspicabile allora?

Uno dei maggiori vantaggi della federazione sta nel fatto che essa può essere organizzata in modo da rendere difficili la maggior parte delle pianificazioni dannose, pur lasciando via libera a ogni forma di pianificazione desiderabile. Essa impedisce, o può servire ad evitare, la maggior parte delle forme di restrizione”.

E rimanendo in tema di sovranità, per lo studioso austriaco:

La sovranità della legge internazionale deve diventare una salvaguardia tanto contro la tirannia dello Stato sull’individuo, quanto contro la tirannia di un nuovo super-Stato sulle comunità nazionali”.

Un volume intenso, masticato e rimasticato con cura, un manuale per affrontare le maree collettivistiche. Forse non tutto può essere risolto col concetto di “competizione”, suo pilastro fondamentale di pensiero, però Hayek è convincente nel proporci la libera concorrenza e la limitazione di ogni intervento pubblico come fattori decisivi per lo sviluppo di una società più equa e più libera. E non è poco.

Friedrich von Hayek è un economista e filosofo austriaco. Nasce a Vienna nel 1899. Svolge gli studi all’Università di Vienna in giurisprudenza e scienze politiche, dove apprende il pensiero economico neoclassico della Scuola austriaca. I suoi docenti sono Ludwig von Mises e Friedrich von Wieser. Nel corso degli anni ’20 organizza diversi seminari universitari e collabora con il governo austriaco. Nel 1931 ottiene una cattedra alla London School of Economics, su invito di Lionel Robbins, dove insegna fino al 1950. Negli anni ’50 si trasferisce negli Stati Uniti dedicandosi allo studio della politica e della società. Dal 1962 al 1968 insegna alle università di Friburgo e di Salisburgo. Abbandonato l’insegnamento, si dedica alle pubblicazioni. Negli ultimi anni della sua vita riceve diverse onorificenze, tra cui il premio Nobel per l’economia nel 1974. Muore in Germania nel 1992.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: “La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018) a cura di Irma Loredana Galgano

2 gennaio 2019

La città polifonicaDopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.
Un testo a cui l’autore sembra essere particolarmente legato, sarà per il fatto che narra dell’indagine grazie alla quale ha «appreso a stare sul campo». Un campo davvero complesso, la metropoli di São Paolo, che ha stimolato al massimo il suo “stupore metodologico”. Un viaggio profondo nella megalopoli che ne ha scaturito un altro, più intimo e personale, alla ricerca di se stesso e delle proprie emozioni, sensazioni. Lo stupore di questi sentimenti provati ha consentito a Canevacci di trovare la giusta apertura verso la ricerca, la comprensione, l’indagine e l’analisi. Aprirsi verso l’ignoto ha rappresentato la svolta e la buona riuscita dell’indagine sul campo.
Uno spaesamento che provano tutti gli etnografi, maggiormente se alla prima esperienza sul campo, uno smarrimento che tale non è, piuttosto un passaggio per arrivare all’altro attraverso se stessi.
Polifonia, comunicazione e ubiquità sono le parole chiave per seguire e interpretare l’indagine sul campo dell’autore, condotta in una metropoli che oggi è certamente diversa, sul piano sociale e architettonico, rispetto al tempo della ricerca ma non al punto da inficiarne gli esiti. E proprio la permanente validità sembra avere spinto Canevacci alla ripubblicazione del testo, con qualche accorgimento e una nuova premessa introduttiva.
Nella prima parte del testo l’autore richiama i grandi antropologi, ne rammenta i lavori, le indagini e le riflessioni. E sembra farlo, più che per edurre il lettore alla comprensione, per ritrovare in questi i prodromi delle conclusioni cui egli stesso giunge.
E così l’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le notevoli opere di Claude Lévi-Strauss come anche la critica letteraria di Michail Bachtin si fondono alle riflessioni dello stesso Canevacci generando una sorta di voce corale, anch’essa polifonica come la città indagata dall’autore.
L’esotico e il comune, l’architettura e i suoni si mescolano nel resoconto di Canevacci esattamente come tutto ciò i suoi occhi hanno osservato e le sue orecchie ascoltato nel periodo trascorso a São Paolo.
Nella seconda parte ci si addentra sempre più nei meandri di questa enorme megalopoli come anche nelle riflessioni dell’autore. Un percorso dove l’occhio sembra farla da padrone. L’osservazione è fondamentale e prioritaria al punto che, per rendere meglio l’idea di quanto narrato, Canevacci inserisce nel testo numerose foto di angoli, installazioni, architetture, soggetti, persone, simboli e quant’altro può servire a definire i contorni di questa immensa capitale del consumismo, sociale prima ancora che economico e commerciale.
Un saggio antropologico, La città polifonica di Massimo Canevacci, senz’altro interessante, anche per chi non studia o non conosce le linee guida di un resoconto etnografico. Un saggio sull’antropologia della comunicazione urbana che dimostra il forte legame che unisce una metropoli, che può essere São Paolo come una qualsiasi altra capitale mondiale, a un remoto villaggio Bororo. Comunicazione che nell’era digitale diventa subito connessione. Trasformazione. Evoluzione. E tutto a una velocità che non smette di sorprendere, esattamente come lo studio antropologico ma non antropocentrico condotto anche da Canevacci in Terra Brasilis.

:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: L’avvenire dei diritti di libertà di Piero Calamandrei (Galaad Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

1 ottobre 2018

copertina lavveniredeidirittidilibertàPiero Calamandrei sosteneva che le libertà si pongono come elementi essenziali del sistema costituzionale, necessarie al funzionamento del sistema democratico.
Nel 1945, quando la guerra è finita e le macerie del fascismo sono ancora fumanti, il giurista e lo scrittore fiorentino con la chiarezza che sempre lo contraddistinguerà, si interroga sul significato della parola libertà.
Lo fa con un scritto che appare come prefazione alla seconda edizione di Diritti di libertà di Francesco Ruffini.
Il saggio di Piero Calamandrei divenne immediatamente celebre.
Dopo molti anni quello scritto torna in libreria. L’avvenire dei diritti di libertà. Lo ripubblica Galaad edizioni.
Calamandrei parte da un atto di fede nella libertà e nel saggio passa in rassegna, tenendo conto del particolare momento storico delicato, l’elenco aperto dei diritti di libertà, sottolineando che il cammino dei diritti di libertà si identifica con il cammino della civiltà.
Pagine dense di riflessioni queste di Calamandrei, che si stringe attorno al concetto di libertà per caldeggiarlo e per difenderlo attraverso la garanzia e il sostegno ai diritti che lo rappresentano, per evitare di regredire nuovamente verso la tirannia.
Calamendrei da riformista autentico (non dimentichiamo che siamo alla vigilia dell’Assemblea Costituente) nella sua appassionata difesa dei diritti di libertà scrive e sostiene che non bisogna mai dimenticare che la libertà è un’esigenza morale.
Tenendo conto del sistema costituzionale che si stava fondando, Calamendrei è convinto che libertà individuale e sovranità popolare si affermano insieme come espressioni di una stessa concezione politica: la democrazia.
I diritti di libertà, sostiene ancora Calamandrei, debbono soprattutto concepirsi, in un ordinamento democratico, come la partecipazione del singolo alla vita della comunità.
Calamadrei scrive queste pagine dopo che l’Italia è uscita dalla tragica esperienza del fascismo, ventennio che ha visto la soppressione di tutti i diritti di libertà.
Adesso la ricostruzione politica è iniziata e il giurista, nello scrivere della necessità di lavorare per garantire nuovamente espansione e garanzia a tutti i diritti di libertà, mostra le sue preoccupazioni e tiene alta la guardia perché dietro l’angolo si nascondono i fautori della loro soppressione.

«Difesa dei diritti di libertà significa sopra tutto difesa contro il potere legislativo; ma perché questa difesa sia effettiva, occorrerà che le norme concernente i diritti di libertà, al pari di tutte le altre norme costituzionali, siano sottratte alla disposizione degli organi legislativi ordinari…».

Sono profetiche le preoccupazioni di Piero Calamandrei.Egli si rende conto delle difficoltà che si incontrano nel sostenere in maniera incondizionata il concetto di libertà e i suoi diritti assoluti.
Scrive ancora:

«Anche la libertà è come l’equilibrio atomico: basta che sia infranta in una persona, cioè in un atomo della società, perché da questa frattura infinitesima si sprigioni un a forza distruttiva capace di sovvertire il mondo»

Ringraziamo Galaad edizioni. È coraggioso e doveroso pubblicare Calmandrei proprio in questo delicato momento in cui ci sono troppi barbari che attaccano e violano la Costituzione, dimostrando di non avere a cuore i diritti di libertà, che sono i fondamenti a cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Perché senza avremo solo la tirannia e l’oscurantismo.

Giurista, scrittore, politico, Piero Calamandrei nasce a Firenze il 21 aprile 1889. Docente di diritto processuale civile nelle università di Messina, Modena, Siena e Firenze, antifascista, nel 1941 aderisce al movimento Giustizia e Libertà, nel 1942 è tra i fondatori del Partito d’Azione, nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1945 fonda la rivista «Il Ponte», che dirige per dodici anni. Tra le sue opere principali La Cassazione civile, Studi sul processo civile, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Inventario della casa di campagna, Uomini e città della Resistenza. Muore nella sua città natale il 27 settembre 1956.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Geopolitica dell’incertezza di Giancarlo Elia Valori (Rubbettino, 2017), a cura di Daniela Distefano

19 luglio 2018

GEOPOLITICA dell'incertezzaQuesto libro raccoglie contributi e ragionamenti di un esperto di relazioni internazionali, Giancarlo Elia Valori, il quale a proposito della Brexit – che nel libro è una opzione non ancora convalidata dal voto – scrive:

La Gran Bretagna ha il potenziale, le idee e le armi per divenire, da sola, il power broken in tutte le aree che la interessano direttamente: il Mare del Nord, l’Oceano Indiano, il grande Medio Oriente. Londra, fuori dall’Unione, potrà rinegoziare un nuovo sistema tariffario globale senza essere obbligata a subire le normative di Bruxelles”.

Per quanto riguarda l’Italia, cosa fare?

Uscire dalla moneta unica non servirebbe. Ma, invece, operare liberamente sui grandi mercati globali, dove possiamo ancora fare concorrenza ai nostri “alleati” europei. Questo lo si deve fare subito, ma con tecniche dure e decise. Inoltre, accettare operazioni estero su estero, non in Euro, come avviene con la Cina e la Federazione russa. Ecco a cosa servirebbe una buona intelligence e una classe politica non composta da soli parvenu, come lo è oggi”.

Giancarlo Elia Valori è anche uno studioso certosino delle vicende che riguardano Medio Oriente e Israele. Secondo l’esperto, Israele fa una strategia globale, che è la ripetizione del vecchio “divide et impera” nello spazio arabo, tipico della Guerra Fredda, nonché della sua naturale ambizione a divenire potenza regionale, ora che l’Islam si scopre in guerra contro tutte le molteplici anime e poteri. Il riequilibrio strategico e nucleare si svilupperebbe poi in tre punti, tutti collegati fra loro. Il primo elemento riguarda un’Europa marginalizzata, dopo la fine della Guerra Fredda, che tale rimarrà negli anni a venire (sarà la Cina il prossimo competitor globale degli Usa). Il secondo tratto di rinnovamento geopolitico riguarda l’Asia, dove cresce la regionalizzazione delle tensioni e delle dottrine mondiali. Il terzo elemento di trasformazione riguarda il Medio Oriente. Integrare il caos mediorientale dentro un’area senza guida globale, salvo il ricatto petrolifero, e con un armamentario ormai obsoleto, come lo è oggi l’Ue, è un invito alla guerra, non alla pace. Infine, l’attezione va focalizzata proprio sullo scenario finale della crisi europea che si dibatte tra un umanitarismo da salotto e una reazione populista irrazionale e impossibile da gestire, esattamente come gli sbarchi dei migranti.

Tenere l’Europa sempre più irrilevante e spesso ridicola in politica estera, per contenere la Russia e poi la Cina, questo è il progetto degli Stati Uniti, che passerà da Barack Obama al suo successore, chiunque egli sia”.

Da il denaro.it, del 16 febbraio 2016.

Parole che suggellano le nostre inquietudini a due anni dal loro pronunciamento. Un libro che coinvolge, che perlustra, che sviscera fatti e dietrologie. Forse pecca di eccessivo tatticismo, di troppo meticoloso vivisezionamento delle prospettive geopolitiche, però questo è la garanzia che lo scrittore ha profuso riflessioni marcate da un punto di vista non sempre condivisibile ma di certo puntuali e ben argomentate.
Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario, è stato consulente di qualificati organismi. E’ presidente de “La Centrale Finanziaria Generale”, della “Fondazione Laboratorio per la Pubblica Amministrazione” e “Membro dell’Advisory Board School of Business Administration College of Management di Israele”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.