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La maledizione di Melmoth di Sarah Perry (Neri Pozza, 2019) a cura di Elena Romanello

20 giugno 2019

melmothDopo il successo de Il serpente dell’Essex, Sarah Perry torna nel catalogo Neri Pozza con La maledizione di Melmoth, sua ultima fatica, ispirato al classico del romanzo gotico ottocentesco Melmoth l’uomo errante di Charles Robert Maturin, tra le altre cose prozio di Oscar Wilde.
L’autrice sceglie di attualizzare la vicenda di un uomo che doveva vagare in eterno per una maledizione in epoca biblica, portando i suoi lettori nella Praga di oggi, in pieno inverno, dove abita Helen Franklin, traduttrice, residente nella città mitteleuropea da vent’anni, in fuga da un passato lontano dove le è capitata una cosa incredibile per chi la conosce oggi, riservata e dedita solo al lavoro.
In una giornata gelida incontra per caso Karel Pražan, una delle due persone che frequenta in città, in maniche di camicia malgrado il gelo, con in mano una cartellina chiusa, che le chiede di seguirlo. In un caffè della città le mostra cosa ha in mano, un manoscritto in tedesco che gli ha dato un uomo anziano che ha incontrato in biblioteca e che ora è morto. Sembra qualcosa di molto antico, ma in realtà è datato 2016 e parla di Melmoth la Testimone, l’Errante, colei che porta con sé il male del mondo, colei che appare dove regnano desolazione e morte.
Helen pensa che la storia di Melmoth sia solo una stupida leggenda e che quel manoscritto sia uno stupido scherzo di qualche burlone, ma quando Karel sparisce nel nulla, capisce di essere in pericolo e che Melmoth sta cercando proprio lei, per qualcosa che è capitato anni prima, in un altro luogo del mondo, lontano da Praga.
Sarah Perry si conferma una voce capace di ridare linfa al genere gotico, uno dei più antichi della narrativa di oggi, scegliendo stavolta a differenza de Il serpente dell’Essex un’ambientazione contemporanea, in una delle città più suggestive del mondo, con al centro di tutto una donna in fuga da un passato scomodo che tornerà a tormentarla e non solo.
L’autrice sognava da tempo di omaggiare un mostro della narrativa gotica del passato, ma voleva che fosse una donna: Melmoth, donna che non riconobbe Gesù risorto ed è condannata a vagare e a portare sventura sa conquistare, presentando la maledizione dell’immortalità ma anche il ritorno eterno di drammi e intolleranza.
Un romanzo agile, capace di stupire fino all’ultima pagina, un omaggio al fantastico e ad una sua figura iconica e un monito su come sia impossibile sfuggire dal passato che torna sempre.

Sarah Perry è nata nel 1979 a Chelmsford, nell’Essex. Studiosa, giornalista e scrittrice, con Il serpente dell’Essex (Neri Pozza, 2017) ha ottenuto un grande successo di pubblico e critica.

Provenienza: omaggio al recensore dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Lievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai di Silvino Gonzato (Neri Pozza 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 maggio 2019

Lievito madreLa crisi, i dissidi societari, la concorrenza, varie coincidenze sfavorevoli possono portare verso la chiusura un’azienda centenaria un tempo prospera e rinomata nel mondo? È quello che è successo alla Melegatti, azienda dolciaria di Verona produttrice del famoso Pandoro Melegatti.
Ma la storia che Silvino Gonzato, giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona ci racconta nelle pagine di Lievito Madre, che ammettiamolo poteva essere solo un triste fatto di cronaca con dipendenti licenziati, famiglie sul lastrico, competenze disperse, o imprenditori che arrivano anche ai gesti più estremi, ha il sapore delle favole antiche, di quelle storie che sfiorano la leggenda per l’eccezionalità dei fatti narrati.
E invece è tutto vero, la caparbietà, il senso di responsabilità, l’altruismo di un gruppo di operai ha davvero contribuito a salvare un’azienda e Silvino Gonzato ci spiega nel suo libro dettagliatamente come, senza tralasciare l’eroismo e la fantasia di questi uomini e donne (e c’è pure un gatto che anche solo con la sua presenza ha contribuito a migliorare l’umore e la coesione del gruppo).
Ma andiamo con ordine nel 2017 la Melegatti era stata costretta a chiudere i suoi stabilimenti per alcuni investimenti sbagliati e mancati pagamenti dei fornitori. Se la chiusura di qualsiasi altra azienda, pur con le sue ripercussioni negative, è pur un fatto senza conseguenze dirette, non così per la Melegatti perché c’era a rischio il centenario lievito madre, l’impasto con cui Domenico Melegatti nel 1894 aveva creato il primo pandoro della storia. Una creatura viva, un prodigioso reperto di archeologia alimentare, che grazie all’aggiunta quotidiana di farina e acqua è giunto fino a noi. E se la storia ufficiale parla di passaggi di proprietà, capitali e finanza, questo libro è il reportage del presidio dei lavoratori che nel loro gazebo davanti alla fabbrica hanno tenuto viva la speranza e materialmente Matteo, Michele e Davide il lievito madre stesso. Senza stipendio, senza che nessuno glielo dicesse, nel caos che è seguito alla chiusura non hanno perso la testa e hanno salvato il cuore di una delle aziende italiane più conosciute al mondo, tanto che anche il New York Times si è interessato alla vicenda.
Proprio la eccezionalità della storia e la bravura di Silvino Gonzato, che con sensibilità e partecipazione parla dei fatti, hanno permesso al libro Lievito Madre di aggiudicarsi il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, che sarà consegnato il 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella. Tra tanto pessimismo, crisi, lettere da Bruxelles, un premio che dà risalto a storie che hanno al centro modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza. E ditemi se non ce ne è bisogno?

Silvino Gonzato è giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona. Ha pubblicato tre romanzi tra i quali, con Neri Pozza, Il chiostro e l’harem (1997); raccolte di reportage e libri di satira del costume. Massimo biografo di Emilio Salgari, è autore di numerosi saggi sul romanziere, tradotti all’estero. I suoi ultimi lavori per Neri Pozza sono stati: La tempestosa vita di Capitan Salgari (2011), Esploratori italiani (2012), Briganti romantici (2014), Venezia libertina (2015) e Lievito madre (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

:: Un matrimonio americano di Tayari Jones (Neri Pozza, 2018) a cura di Eva Dei

16 gennaio 2019

2Atlanta: Celestial e Roy sono una giovane coppia, sposati da più di un anno, manager in carriera lui, artista in ascesa lei, alle spalle due percorsi personali e familiari diversi. Sono innamorati, convinti dei propri sentimenti e della solidità della loro relazione, tanto da provare ad avere un figlio; se una discussione sembra poter destabilizzare il perfetto equilibrio della coppia, basta che uno dei due pronunci “17 novembre” (la data del loro primo appuntamento) per lanciare una sorta di break time. Alcune volte però gli eventi sono talmente forti da trascinare in un vortice da cui è difficile uscire. È quello che accade mentre i due alloggiano in un hotel di Eloe, cittadina della Louisiana da cui proviene Roy. Entambi afroamericani, Celestial e Roy fino a quella notte non hanno provato sulla loro pelle, a differenza dei loro genitori, cosa voglia dire essere discriminati in quanto neri. Ma quando la polizia sfonda la porta della loro camera e accusa Roy di aver stuprato una donna è subito chiaro che lui è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Da quel momento niente sarà più come prima.

“Avevamo pensato che saremmo riusciti a parlarne, a venirne fuori ragionando. Ma qualcuno avrebbe pagato per quel che era successo a Roy, proprio come Roy aveva pagato per quel che era successo a quella donna. C’è sempre qualcuno che paga.”

Tayari Jones confeziona un romanzo dal ritmo incalzante da cui è difficile staccarsi. Complice la narrazione che alterna registri diversi: si passa dalle voci dei tre protagonisti principali, Roy, Celestial e Andre (l’amico comune che li ha fatti conoscere) ai carteggi che Roy intrattiene principalmente quando è in carcere. L’autrice dipinge il sogno americano attraverso i personaggi di questo romanzo, ma decide di farlo crollare proprio a partire da uno dei legami su cui si fonda storicamente la nostra società: il matrimonio.

“Sapeva molto bene quel che volevo facesse. Non era poi così complicato. Volevo che fosse una moglie come si deve e provvedesse a farmi posto in casa mia. Volevo che mi aspettasse come fanno le donne sin da prima di Gesú.”

Sicuramente uno dei temi è la discriminazione razziale, evidente in tutto il caso giudiziario di cui è protagonista e vittima Roy, ma anche in altri episodi.
L’intera vicenda serve però anche a scoperchiare una sorta di vaso di Pandora. Infatti, se nelle prime pagine Roy e Celestial sembrano convinti di avere un rapporto solido, indissolubile, andando avanti nella narrazione diventa evidente che tra loro esistono numerosi segreti e non detti. La distanza fisica si dilata, alimentata dall’incomprensione e dall’impressione di non conoscere più la persona dall’altra parte. La penna della Jones sembra voler scavare a fondo nelle dinamiche relazionali nel momento stesso in cui queste vengono maggiormente destabilizzate e messe alla prova. Non si parla soltanto di amore o matrimonio, ma anche del senso di famiglia e amicizia, forse più in generale di appartenenza e lealtà.

“Ad Atlanta ho imparato le regole e le ho imparate in fretta. Nessuno mi ha mai dato dello stupido. Ma casa tua non è il posto dove atterri; è quello da cui decolli. Non è possibile scegliersi una casa, come non lo è scegliersi una famiglia. Nel poker ti toccano cinque carte. Tre le puoi scambiare, ma due te le devi tenere: la famiglia e la terra in cui sei nato.”

Complessi e sfaccettati i personaggi, risulta difficile per il lettore scegliere per chi parteggiare. Forse perché chiunque come Roy avrebbe voluto che il mondo si fermasse davanti a un’ingiustizia subita, o magari ciascuno di noi si è sentito libero e padrone della propria vita come Celestial, per poi restare immobile e lasciar scegliere ad altri…

Tayari Jones è laureata presso lo Spelman College, l’Arizona State University e l’Università dell’Iowa. Docente di scrittura creativa presso l’Emory University, collaboratrice del Believer e del New York Times, vincitrice di numerosi premi letterari, è autrice dei romanzi Silver Sparrow, The Untelling e Leaving Atlanta.

Source: libro del recensore.

La nemica di Brunella Schisa (Neri Pozza, 2018) a cura di Elena Romanello

7 gennaio 2019

arton148304Marcel de La Tache è un giovane giornalista di belle speranze nella Parigi del 1786 e un giorno, mentre si sta recando al lavoro, assiste nella piazza della Cour du Mai ad un atroce supplizio: una donna, giovane e bella, viene fustigata e marchiata con la V di voleuse, ladra. Marcel scopre che la condannata altri non è che Jeanne de La Motte Valois, nobildonna di oscure origini implicata nello scandalo della collana, che ha coinvolto anche la regina Maria Antonietta e il cardinale di Rohan con l’acquisto a rate di una costosissima collana, non fatto dalla sovrana ma portato avanti con l’inganno dalla contessa raggirando anche Rohan.
Il giovane inizia, usando le tecniche di quello che verrà chiamato giornalismo investigativo, a indagare sul caso, incontrando anche la donna, rinchiusa alla Salpetriere, per la quale arriverà a provare un’attrazione senza controllo, mentre è prossimo al matrimonio. Quando Jeanne riesce a fuggire in Inghilterra dove comincia a pubblicare le sue memorie, in cui racconta cose imbarazzanti sulla Regina e la corte, Marcel si troverà diviso tra la moglie, gli eventi che stanno trascinando la Francia nel baratro della Rivoluzione, i ricatti di spie della corte che conoscono i suoi legami con Jeanne e Jeanne stessa, che continuerà a visitare in esilio e ad essere affascinato da lei.
Non è la prima volta che l’immaginario si occupa dello scandalo della collana, fattaccio che esplose in una Francia indebitata e piena di malcontento nel 1785 e che secondo Goethe fu l’antefatto della Rivoluzione, trascinando la monarchia francese, e Maria Antonietta in particolare, nella vergogna, anche se poi anni dopo fu dimostrata l’innocenza e la buona fede della sovrana. Alessandro Dumas padre dedicò un romanzo al fatto, La collana della regina, non uno dei suoi migliori ma abbastanza avvincente e da tenere attaccati alle pagine, ci sono stati un paio di film non eccelsi ma decorativi e del caso della collana ha parlato anche il manga e anime di culto Versailles no Bara, noto in Italia come Lady Oscar, oltre che un ottimo saggio di Benedetta Craveri che è servito di ispirazione all’autrice.
Una storia quindi sempre affascinante, un inganno da romanzo poliziesco portato avanti da una donna troppo bella, una Milady truffatrice ma abbastanza ingenua, poi travolta dagli eventi che la portarono pare a suicidarsi: Brunella Schisa accoglie questa ipotesi, negli anni si parlò anche di omicidio, ma anche che Jeanne fosse ancora viva e vegeta e continuasse anni dopo a scrivere libelli contro Maria Antonietta.
Brunella Schisa sceglie di raccontare la storia dal punto di vista di un personaggio inventato ma ricalcato su molti giornalisti dell’epoca, a cominciare dal rivoluzionario Camille Desmoulins: Marcel si rende conto di vivere in tempi che stanno cambiando, vuole fare bene un lavoro che sarà sempre più fondamentale e finisce travolto da una storia intrigante ma molto più grande di lui e da una donna, un’anti eroina di sicuro fascino, dolente ma anche pericolosa.
La nemica è un libro per tutti gli amanti della storia della Rivoluzione francese e dei suoi protagonisti, ma anche una riflessione sull’importanza della verità, sul saper raccontare i fatti, sul non sapersi far imbrogliare da quello che è falso, sul potere della seduzione e della disperazione.

Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero (Garzanti) che riceve numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Rapallo. Giornalista di Repubblica, ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, con cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009) e La scelta di Giulia (Mondadori, 2013).

Provenienza: libro del recensore.

:: Paura della libertà di Carlo Levi (Neri Pozza 2018) a cura di Nicola Vacca

5 luglio 2018

received_2019421141435367(1)A più di settanta anni dall’ uscita di Cristo si è fermato a Eboli e a quarantatré dalla sua scomparsa, Carlo Levi resta uno dei più grandi scrittori del Novecento.
Italo Calvino scrisse che

«la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo».

Paura della libertà, definito il manifesto poetico e politico di Carlo Levi, torna finalmente in libreria. Un grazie particolare all’ editore Neri Pozza che ha avuto il coraggio di riproporlo.
Giorgio Agamben in una bellissima e argomentata prefazione parla dell’attualità di Levi è definisce Paura della libertà, a suo modo, una testimonianza.
Lo stesso scrittore nell’avvertenza scrive che Paura della libertà è rivolto non verso un momento tragico del passato, ma è un’opera presente nella presente realtà.
La realtà, infatti, secondo Carlo Levi non è mai nel particolare in sé considerato, cioè in quello che appare. La realtà che interessa è quella viva – scrive in Paura della libertà – cioè il punto di incontro tra il determinato e l’indeterminato, fra il finito e l’infinito, fra il collettivo e l’individuale.
Calvino scrive che da questo libro raro nella nostra letteratura deve cominciare ogni discorso su Levi.
Tra le pagine di Paura della libertà si trovano riflessioni filosofiche, politiche e letterarie. Lo scrittore riflette sui rapporti tra la realtà e il sacro, sulla necessità di liberarsi da un Dio per rivolgersi a lui come a un pari.
Da spirito libero si distingue con il suo elevato pensiero critico e elabora riflessioni articolate e condivisibili sui percoli che arrivano al concetto della libertà dalle masse:

«Massa è ripetizione infinita, infinita uniformità, infinità impossibilità di rapporti, assoluta impossibilità di stato – ed insieme spavento sacro di questa immensa impotenza e bisogno irresistibile di determinazione e della irraggiungibile libertà. Dove si istituiscono rapporti umani, la massa finisce, e nasce l’uomo e lo Stato. Ma dove la massa permane col suo peso vago e il suo mortale spavento, una religione protettrice e salvatrice sostituisce all’ impossibile Stato un suo simbolo divino – e fa della stessa massa, insistente e angosciosa, un idolo che la nasconde e la rappresenta».

Parole d’allarme attuali per questo oggi in cui la deriva omologatrice è il pericolo che tutto sta demolendo. Non è un caso che Levi dedica questo libro ai giovani a cui augura un futuro senza paura.
Davanti alle paure odierne che minacciano la nostra libertà, paradossalmente si arriva anche ad avere pericolosamente paura della libertà stessa, le parole di Carlo Levi ora giungono provvidenziali con una chiara e schierata testimonianza d’impegno civile contro ogni forma di individualismo e di egoismo.

«La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà».

Oggi sta accadendo di nuovo e Carlo Levi con tutta la sua opera e soprattutto con Paura della libertà si conferma maestro profetico di vita e di pensiero di questa nostra sciagurata realtà.

Carlo Levi è stato un pittore e scrittore italiano (Torino 1902 – Roma 1975). Laureato in medicina, fin dal 1923 si dedicò alla pittura frequentando lo studio di Felice Casorati. Nel 1945 pubblicò Cristo si è fermato a Eboli, opera seguita poi da L’orologio (1950), Le parole sono pietre (1955), Il futuro ha un cuore antico (1956), La doppia notte dei tigli (1959), Tutto il miele è finito (1964).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ ufficio stampa Neri Pozza.

:: La cura dell’acqua salata di Antonella Ossorio (Neri Pozza 2018) a cura di Federica Belleri

26 febbraio 2018
La cura dell'acqua salata

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La seconda tragica guerra è finita e a Napoli ci sono gli americani. La famiglia Romeo è composta da argentieri da generazioni, ma dalla ricchezza è passata alla povertà. Vivono nella stessa casa ultracentenaria, con lo stesso portone che li ha sempre protetti da ladri e intrusi. Portone che oggi non ha quasi più nulla da tenere da conto. Lo sanno bene Caterina e Franco, i loro figli Spina e Enzo, lo zio Eugenio e il nonno Ferdinando. Sanno che in tavola c’è poco, e quel poco dev’essere spartito. Spina sta sbocciando nella prima giovinezza, Enzo ha solo otto anni ma ne osserva incuriosito la trasformazione. Franco trascina la sua gamba poliomielitica e Caterina si è irruvidita dagli eventi e dagli affetti mancati. Lo zio Eugenio scrive le sue memorie di guerra e il nonno vive nel suo mondo perduto.
La vera storia di questa famiglia inizia nel 1766, a causa di un prezioso oggetto, un ciondolo meraviglioso e unico, un sapo gallego. Un elemento decorativo bellissimo che spesso le donne in Galizia usavano indossare. Ma la storia dei Romeo è legata anche alla marusìa, all’inquietudine del mare, alla solitudine, all’ansia e all’angoscia. Da cosa è provocata?
Un sapo, splendido e luminoso, in grado di stravolgere la vita di chi lo possiede, tramandato per generazioni, da custodire con attenzione e gelosia. In grado di provocare allucinazioni e visioni, di far percepire profumi e odori mai sentiti, di far ritrovare nei volti di perfetti sconosciuti qualcosa di familiare.
Un sapo gallego, che provoca tristezza e strane sensazioni. Che conduce il sonno ristoratore verso incubi terribili. Un gioiello che pulsa, sembra avere vita. Che costringe ad abbandonare le certezze e a cedere alle superstizioni.
Porta forse sventura?
È solenne la sua presenza, non si può evitare di ammirarlo almeno una volta al giorno, o di portarlo sulla pelle, a costo di sentirsi bruciare le viscere. È malvagio e insolente, decide la sorte, esige rispetto.
La cura dell’acqua salata, in grado di alleviare la sofferenza e il dolore. Le lacrime, che sfogano lasciando sollievo a chi si è bagnato il viso. Il desiderio di fuggire, attraversando il mare. La marusìa che ritorna e porta tristezza. Le colpe da espiare e la curiosità di un bambino, depositario di una grossa responsabilità.
La cura dell’acqua salata, un cerchio che si chiude, un destino che si compie attraverso l’affetto, l’amore e la passione. Una famiglia, quella dei Romeo, dal sapore antico. Una Napoli speciale, raccontata attraverso i quartieri, la gente, le tradizioni e le credenze popolari e la paura di perdersi o commettere peccato.
E il mare, il vento, la potenza delle onde a fare da sfondo a questo romanzo. Tutto è reale e immaginario. Tutto è vero e verosimile.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Antonella Ossorio è autrice di libri di narrativa per bambini e ragazzi pubblicati da Einaudi, Rizzoli, Giunti, Electa e altre Case Editrici. Nel 2014 è uscito per i Coralli Einaudi il suo romanzo La mammana (Premio Società Lucchese dei Lettori 2015).

Source libro: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Gli aquiloni di Romain Gary (Neri Pozza 2017) a cura di Marcello Caccialanza

8 febbraio 2018
Gli aquiloni

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Gli aquiloni è senza ombra di dubbio un’opera molto toccante e di rara delicatezza di scrittura per ambientazione e soprattutto per trama.
Il suo autore, Romain Gary, offre ai suoi più affezionati lettori il ritatto di Ludo, giovane e alquanto sensibile contadino della Normandia, vissuto negli anni Trenta.
Ludo è il fortunato nipote di un appassionato costruttore di splendidi aquiloni d’ogni forma e d’ogni sorta, vere e proprie creature che, per bellezza ed ingegno, richiamano molti curiosi provenienti da tutta la Francia.
La vita del “pupillo” di Romain Gary subisce inaspettatamente una specie di clamoroso ribaltamento, nel momento in cui lo stesso giovane apre la porta del suo cuore a Lila, bellissima ragazzina bionda di origine polacca, la quale gli fa provare per la prima volta l’ebrezza del primo vero grande amore.
Ma la scoperta delle prime pulsioni d’amore non avrà vita facile, in quanto a rovinare quest’idilio a due ci penserà l’arrivo in Europa di Hitler e del Nazismo.
Un testo ben scritto, coinvolgente ed avvincente, da leggere perché oltre alla freschezza di una passione giovanile, il lettore ha la possibilità di riflettere con un raffinato e ben costruito ritratto di una delle epoche più buie della nostra storia.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza, 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Le radici del cielo (Neri Pozza, 2009). Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza, 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Émile Ajar, La vita davanti a sé (Neri Pozza, 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 2 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: libro del recensore.

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:: I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand (Neri Pozza 2017)

13 dicembre 2017
i bastardi dovranno morire

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Pauline lasciò la drogheria e risalì rue Jules-Guesde, che era meno illuminata ma rappresentava la via più breve per rincasare. Tutte quelle viuzze le conosceva a memoria, avrebbe potuto percorrerle a occhi chiusi. E tutto questo, presto, sarebbe stato solo un ricordo. Se un giorno avesse avuto dei figli, gli avrebbe parlato delle strade di Wollaing? Dei canaletti di scolo, delle buche sull’asfalto, dell’ intonaco scrostato sui muri, dell’ erba che spuntava sui marciapiedi? Gli avrebbe parlato di quell’ ultima volta in cui aveva preso rue Jules-Guesde al calar della sera, in un buio d’ inchiostro perché non c’erano lampioni?

Dopo Terminus Belz, polar con cui esordì nel 2014, insignito nel 2016 del premio SNCF du polar, il più importante premio dei lettori francesi, Emmanuel Grand arriva finalmente anche in Italia con il suo secondo romanzo, I bastardi dovranno morire (Les salauds devront payer, 2016), grazie a Neri Pozza e alla traduzione di Alberto Folin. E conferma un talento davvero notevole.
Insomma se non l’avete ancora letto Les salauds devront payer dovreste leggerlo al più presto, a tutt’ oggi, e il 2017 è ormai agli sgoccioli, è il più bel libro che ho letto quest’anno. Un noir se vogliamo, un polar per meglio dire, originale e ruvido che colpisce nel profondo, presentandoci un affresco sociale indubbiamente realistico e inquietante.
A volte un romanzo è migliore di un saggio sociologico, più incisivo e schietto, nel sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, e I bastardi dovranno morire riesce nell’ intento. Si sente che Emmanuel Grand parla di una realtà che conosce bene, che alimenta le sue preoccupazioni e le sue inquietudini, che immancabilmente si trasmettono al lettore.
Insomma il libro è molto più che un’ indagine poliziesca, una caccia al colpevole, la struttura poliziesca è un pretesto quasi per parlarci d’altro, di una parte dell’ Europa, il nord della Francia, devastata dalla crisi, messa in ginocchio dalla disoccupazione, e da tutti i mali ad essa collegati dall’alcolismo, alla droga, al ricorrere a strozzini e usurai via internet quando la situazione si fa disperata, o al rifugiarsi nei partiti di estrema destra, come il Front National, quando si cerca un capro espiatorio per tutto questo e lo si trova nello straniero, nel diverso.
Pur non essendo un romanzo militante nel vero senso della parola, I bastardi dovranno morire ha quel quid, quella rabbia che non scade mai in ferocia, ma ci porta a riflettere su questioni serie, su ideali più o meno traditi, sul capitalismo stesso, da sempre interessato ad un accumulo di denaro quasi fine a se stesso, più che al benessere e alla pace sociale.
Le vicende della Berga, la grande fabbrica chiusa da 30 anni dopo strenue lotte sindacali, e conflitti sociali devastanti, è un po’ il convitato di pietra del romanzo. Piuttosto impressionante la parte in cui la poliziotta Saliha Bouzem, e il giovane fotografo Jeremy fanno una specie di pellegrinaggio in questa grande cattedrale arrugginita, vestigia di un tempo lontano, che sembra impossibile da fare risorgere. Sembra come Jeremy, di sentirli davvero i fantasmi degli operai animare quel luogo.
La chiusura della fabbrica ha segnato la fine della regione, trasformandola in quella terra desolata che è oggi. La concorrenza dei paesi asiatici ne ha segnato l’immancabile uscita dal mercato prima, e la mancanza di politiche statali di sostegno, la drammatica estinzione definitiva dopo.
In questo quadro, che più noir di così non si può, si muovono i personaggi principali: il comandante Erik Buchmeyer, e il tenente Saliha Bouazem, incaricati di indagare sull‘ omicidio di una ragazza di Wollaing, Pauline Leroy. Una tossicodipendente, commessa di una drogheria che sembra invischiata in una storia di prestiti con quelle finanziarie che spuntano come funghi su internet, che danno soldi senza garanzie e senza tante domande, per poi lanciarti dietro veri picchiatori alla prima rata non pagata.
I candidati ideali al ruolo di bastardi sembrano essere Frederic Wallet e il suo scagnozzo Gerard Waterlos, conosciuti da tutti come il braccio armato per riscuotere i debiti di queste finanziarie. Sarebbe facile chiudere il caso così, incolpando quei due balordi, un caso in realtà senza nessuna reale importanza, ma il comandante Erik Buchmeyer che da sempre ha fatto prevalere l’intuito ai fatti, (esatto opposto della sua collega Saliha), sente puzza di bruciato, sente che bisogna indagare sulle dinamiche sommerse di quella cittadina del profondo Nord. Chi poi avrebbe pensato che quella morte “insignificante” avrebbe fatto scatenare una vendetta ben più cruenta covata così lungamente negli anni? Quando la situazione sembra esplodergli in mano, Erik Buchmeyer non potrà far altro che sperare in un colpo di fortuna, l’ultima ratio di ogni poliziotto.

Emmanuel Grand (Versailles, 1966) è un informatico cresciuto a Vandea, a venti chilometri dalla costa atlantica. Il suo romanzo, I bastardi dovranno morire, ha riscosso, al suo apparire in Francia, un grandissimo successo di pubblico e critica. Oggi vive a Colombes, vicino Parigi.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Martina dell’ ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Lemongrass Tè Nero Bio e I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand

6 novembre 2017

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Il tè di cui vi parlerò oggi, che ho avuto modo di degustare grazie a PETER’S TeaHouse, è un tè che ho particolarmente apprezzato per due motivi: per il sapore forte e deciso e per il fatto che è un tè Bio.

Pesticidi, antiparassitari, veleni di ogni tipo che inquinano la terra delle coltivazioni o l’acqua per le irrigazioni, sono nemici insidiosi che danneggiano la nostra salute, per cui dobbiamo fare molta attenzione alla qualità del tè che consumiamo. Tè di scarsa qualità, di poco prezzo, difficilmente rispettano gli standard necessari perché per i coltivatori prendere i dovuti accorgimenti ha un costo, che se non riversano sul consumatore difficilmente mettono di tasca propria. Piuttosto che consumare tè di scarsa qualità di cui non consociamo l’origine è meglio non berlo.

Il tè Bio dà delle garanzie in più, è una garanzia in più per la nostra salute. E’ insomma preferibile tra gli altri tè. Magari almeno alternandolo.

Lemongrass Tè Nero Bio dà queste garanzie, certificate dal marchio da Coltivazione Biologica IT BIO 013. E’ un tè nero, con lemongrass (detta anche Citronella), aroma naturale e scorza di limone essiccata. E’ un tè intensamente profumato, di gusto agrumato, piuttosto amarognolo, ma gradevole, se non gradite i te amari è consigliabile zuccherarlo con zucchero di canna o miele.

E’ un tè che ho molto apprezzato perché amo i gusti decisi, e intesi, piuttosto semplici. Non è un tè speziato e si abbina sia con dessert dolci che con tartine salate. Adatto per la prima colazione, è un tè maschile molto gradito da chi non ama i sapori poco decisi. Il colore è intenso e brillante rosso scuro, il profumo agrumato sia fresco che in tazza.

Costa € 6,90 all’etto. Potete acquistarlo qui.

Preparazione:

Portate l’acqua a una temperatura di 95°C.

Tempi di infusione: 3-5 minuti.

Dosi: un cucchiaino per persona

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando al post precedente: qui

Consiglio goloso

Non essendo aromatizzato, è consigliabile sia con gusti salati che dolci. Io lo trovo ottimo con i biscottini alla violetta. Sono così deliziosi che una volta assaggiati difficilmente ne farete a meno.

Biscottini alla violetta

  • 250 gr di farina 00
  • 150 gr di burro
  • 150 gr di zucchero bianco
  • 1 tuorlo + 1 uovo intero
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di bicarbonato
  • scorza grattugiata di 1 limone bio
  • Essenza alla violetta uso alimentare 1-2 cucchiaini per 1 kg. di impasto

Fare la classica pasta frolla per i biscotti.

Versare la farina sulla spianata, al centro mettere burro fuso, uova, un pizzico si sale e bicarbonato zucchero e scorra grattugiata di limone + essenza di violetta sciolta in poca acqua.

Lavorare la pasta finché non diventa un panetto elastico.

Stendere la pasta col matterello, con le formine piccole fare diverse sagome di forma diversa (cuore, stelle, rotondo, etc…)

Cuocere in forno caldo a 180 °C per 10-12 minuti, lasciate raffreddare.

  • Preparate la glassa di zucchero aromatizzato alla violetta
  • Decorate con perline di zucchero color Lilla

A freddo

  • 200 gr di zucchero a velo
  • albume di un uovo
  • 1 limone
  • Essenza di violetta

Montate a neve l’albume dell’uovo, incorporate il succo del limone, lo zucchero a velo setacciato e una goccia di essenza di violetta. Mescolate fino a ottenere una crema densa con cui guarnire i biscotti. Decorare con le perline di zucchero e aspettare che la glassa si addensi.

Oltre a essere biscottini buonissimi sono anche coreografici, gradevoli da vedere e profumatissimi.

Curiosità letteraria:

Si beve tè anche nei libri, molti scrittori sono insospettabili cultori di questo piccolo rito, oggi vi parlo di una scrittrice che amo molto era neozelandese e si chiamava Katherine Mansfield (1888- 1923).

Nella raccolta Il nido delle colombe che contiene sei racconti, scritti al termine della sua vita tra la fine del 1921 e l’estate del 1922 e pubblicati postumi nel 1923, c’è un racconto delizioso che si intitola Una tazza di tè, dal retrogusto amaro proprio come Lemongrass Tè Nero Bio.

Una ricca e viziata signora in giro per shopping incontra una povera ragazza di strada mezza morta di fame e invece si darle qualche monetina in uno slancio di generosità la invita a casa per un tè. Come prosegue lo scoprirete leggendolo anche se un po’ triste e paradossale, è davvero efficace e inatteso. Certi slanci di generosità cozzano con il conformismo e il proprio personale quieto vivere e egoismo. Vi resterà impresso per molto.

Rosmary sentì una strana fitta. Si strinse al petto il manicotto; avrebbe voluto avere anche la scatolina a cui aggrapparsi. Certo, lì c’era l’auto. Non aveva che da trattenersi su marciapiede. Ma indugiò. Nella vita ci sono momenti, momenti orribili, in cui si emerge da un riparo e si guarda fuori, ed è tremendo. Bisognerebbe resistere. Bisognerebbe andare a casa e farsi un bel tè speciale.

Tè del mondo: tè alla menta dal Marocco

Un tè molto rinfrescante e dissetante, adatto al periodo estivo, arriva dal Marocco ed è tipico di tutto il nord Africa, con alcune varianti regionali. È il tè verde cinese in cui vengono messe in infusione foglioline di menta in arabo chiamato shāy bil n’anā.

Si serve molto zuccherato e rientra nelle buone pratiche di ospitalità e accoglienza diffuse nel Maghreb. E’ un tè molto nutriente e profumato, servito in tradizionali teiere d’argento cesellato dal beccuccio allungato e bicchierini di vetro decorati.

Viene versato da una certa altezza che permette il raffreddamento e l’ossigenazione. Si consuma per tutta la giornata specialmente durante i pasti o viene servito assieme a dolci al miele molto speziati, ripieni di frutta e noci seguendo un preciso cerimoniale che si è evoluto nel tempo e ha precise caratteristiche sociali e conviviali. Il capofamiglia lo offre ai suoi ospiti (maschili) in segno di amicizia e comunanza.

Come si è diffuso il tè dalla Cina al nord Africa è interessante, pressappoco questa diffusione risale alla metà dell’ Ottocento durante la guerra di Crimea quando la chiusura dei porti baltici fece sì che i mercanti britannici cercassero nuovi mercati per il tè cinese che commerciavano, raggiungendo i porti di Tangeri ed Essaouira.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Consiglio di sorseggiare Lemongrass Tè Nero Bio leggendo I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand edito da Neri Pozza e tradotto dal francese da Alberto Folin.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Martina dell’ Ufficio Stampa Neri Pozza.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Il carattere antropologico della scrittura di Wanda Marasco in La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 settembre 2017

La-compagnia-delle-anime-finte-01Nel romanzo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza, candidato al LXXI Premio Strega, Wanda Marasco racconta Napoli.
Quella di metà secolo scorso. Tra la fine della guerra e l’inizio della miseria. Tra la sporcizia e le malattie. Tra l’amore e la prostituzione. Tra i debiti e gli strozzini. Tra la morale e l’omosessualità. Tra la follia e il pianto. Tra la rabbia e gli schiaffi. Tra il dialetto e i gesti. Tra le parole e gli sguardi. Tra la realtà e il sogno.
Una Napoli che nasce e muore nel ventre di una madre. Una madre che, all’inizio del romanzo, respira gli ultimi minuti di esistenza su questa terra. Una madre che torna, nelle parole della figlia, a ripercorrere tutta una vita. E in questa vita ci sono tutte quelle anime, anime finte, attrici nel palcoscenico della realtà, che la scrittrice incontra dall’infanzia fino all’età adulta.
Ogni personaggio che abita la pagina viene caratterizzato attraverso un particolare fisico, che ne diventa l’elemento fondante della personalità. E ogni personaggio altro non è che una parte di Napoli, unica grande protagonista del narrare. La bellezza della madre Vincenzina, la malattia del padre Rafele, l’omosessualità dell’amico Mariomaria, lo stupro dell’amica Emilia, le bocche spaventosamente grandi delle pettegole vicine di casa, i denti gialli dell’usuraio, la risata pazza della zia Iolanda, lo sguardo freddo della nonna Lisa Campanini, altro non sono che uno spaccato della città partenopea.
Il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno di uno di quei film di Tornatore che indaga, dietro la macchina da presa, quei segreti silenziosi che abitano le vie delle città del Sud. Segreti ben nascosti agli occhi stranieri che guardano. Quei misteri che solo chi ci nasce dentro conosce, ma anche non riesce a spiegarsene la motivazione. Come Rosa, la scrittrice/narratrice che ha origine nel ventre della madre ma non riesce a comprendere i misteri della donna, neanche sul finire dei suoi giorni. Ecco che il finale del romanzo è un sogno. Una narrazione sfumata e leggera nella quale Rosa si ritrova a percorrere le vie della sua infanzia e, occhiata dopo occhiata, incontra nuovamente tutte le anime finte.
Un profondo sentimento di attaccamento viscerale alla terra materna è tradotto in una scrittura focosa e tragica. Confusa a tratti. Che quasi si perde nel racconto del ricordo. Una scrittura dalla forte valenza antropologica che mira a raccontare il vivere quotidiano, ponendo sotto una lente di ingrandimento tutti quei gesti ripetuti che caratterizzano l’Italia del dopoguerra.

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Diplomata in Regia e Recitazione all’Accademia d’arte drammatica «Silvio D’Amico» di Roma, è autrice di romanzi e di raccolte poetiche. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003), prefato da Giovanni Raboni, e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). Ha lavorato in teatro come regista e autrice; in questo doppio ruolo ha messo in scena l’Asino d’oro di Apuleio e, con Quei fantasmi del presepe, una rivisitazione del teatro di Eduardo, oltre al poemetto Tre donne di Sylvia Plath e a Tutti quelli che cadono e Giorni felici di Samuel Beckett. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza.

Source: acquisto del recensore.

:: La cattura dell’effimero – Beatrice Colin (Neri Pozza 2017) a cura di Federica Spinelli

5 settembre 2017

la_cattura_dell_effimero_01La cattura dell’effimero è ambientato nella Parigi alla vigilia dell’Esposizione Universale del 1889, quella in cui sorgerà una delle meraviglie del mondo moderno: la Tour Eiffel. Siamo nella Parigi delle stagioni dell’alta nobiltà, dei corsetti e delle redingote, dei balli e degli inviti a colazione, ma anche nella Parigi dell’impressionismo e della pittura di Jeorge Seurat. Un Ottocento ancora ruggente nelle sue consuetudini e nelle sue regole ferree.
La storia si apre con un viaggio in mongolfiera in cui Alice Arrol e suo fratello Jamie, due giovani scozzesi nel bel mezzo del loro Grand Tour, accompagnati da Caitriona Wallace, si godono in una fredda mattina invernale la vista di Parigi. Sulla stessa mongolfiera si trova anche Emile Nougier, ingegnere co-responsabile insieme a Gustave Eiffel della costruzione della Tour Eiffel. Cait fa per caso la conoscenza di Emile e tra i due scatta subito il colpo di fulmine, ma Jamie si intromette architettando di far sposare la sorella al giovane ingegnere ed entrare così anche lui nella costruzione della famosa Torre. Sarà proprio intorno alla costruzione della Torre si intrecceranno così i destini di tutti i personaggi, restando inevitabilmente compromessi.
Il romanzo tocca il tema del ruolo della donna nella società di metà Ottocento, incastrata in un dedalo di regole dell’etichetta e la cui unica speranza di sopravvivenza è commisurata alla possibilità di fare un buon matrimonio. Cait, dopo essere rimasta vedova, secondo la società ha come sola speranza di sopravvivenza quella di risposarsi se non vuole incorrere in un destino di povertà. La stessa Alice, seppure provvista di mezzi materiali, ha come unica aspirazione quella di sposarsi con un buon partito. La prima riesce a riscattarsi solo fuggendo lontano dalle convenzioni in un luogo dove resterà libera di prendere le proprie decisioni, mentre la seconda pagherà ben presto il prezzo della sua superficialità. Nel corso del romanzo, come metafora della rete di cui sono vittime le donne per via dell’etichetta, si fa riferimento alla quantità di vestiti e indumenti che le signore sono costrette a indossare, con numerosi commenti circa la scomodità e la difficoltà ad annodare, tirare, allacciare, abbottonare, costringere e schiacciare il corpo in questa armatura di ferro e stoffa. In riferimento agli abiti come esempio della costrizione delle regole della società, nel finale la libertà raggiunta dalla protagonista si esprime anche nell’indossare vestiti leggeri e comodi.
La Parigi descritta nel libro è esattamente come ci si immagina la città all’epoca dell’impressionismo, con i caffè e i locali notturni dove dare sfogo a vizi proibiti, Montmatre e la vita di strada, gli artisti e personalità notabili che camminano lungo i nuovi viali voluti dal barone Haussman. Il sapore di quest’epoca è restituito alla perfezione dall’autrice che ne evoca non lo solo lo spirito ma persino colori e profumi. Il romanzo scorre sotto gli occhi del lettore come un film dove la trama lascia poco all’immaginazione ma è ben scritta e funzionante. La cattura dell’effimero a cui il titolo fa riferimento si rivolge sia alla Tour Eiffel che svetta verso il cielo – una volta eretta era l’edificio più alto dell’epoca – , a tutte le storie legate alla sua costruzione e allo sgomento che questo strano edificio suscitava, ma anche alle illusioni verso cui ciascun personaggio tende nel corso del romanzo e che sarà costretto ad abbandonare.

Beatrice Colin, nata a Londra e cresciuta in Scozia, ha vissuto per anni a New York lavorando come giornalista freelance per il Guardian e numerose altre testate. Autrice di testi teatrali e radiofonici per la BBC, ha pubblicato il romanzo La vita luminosa di Lilly Afrodite, tradotto in molti paesi e pubblicato in Italia da Neri Pozza. Vive a Glasgow. http://www.beatricecolin.co.uk/

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: Amy Snow, Tracy Rees (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

16 dicembre 2016
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Hertfordshire, profonda provincia inglese, anno di grazia 1848: l’inverno è giunto con tutta la sua carica di freddo e gelo, mentre Amy Snow, diciassette anni appena, si allontana dalla casa signorile di Hatville Court, non più desiderata nel luogo dove ha vissuto tutta la sua vita, in cerca di una nuova strada per la sua giovane vita.
Dopo la perdita dell’unica persona che lei abbia mai amato non sembra esserci del resto altra scelta: Aurelia Vennaway, la figlia unica di Lord Charles e Lady Celestina Vennaway, donna in anticipo sui suoi tempi, colta e arguta, se ne è andata a soli venticinque anni per una fatale malattia cardiaca che l’ha minata sin dall’adolescenza. Era stata Aurelia, allora bambina intraprendente e ribelle, a trovare Amy durante un’altra giornata gelida, neonata e nuda sulla neve, e a insistere perché la piccola venisse a vivere nella sua famiglia, come sguattera prima ma poi come sua cameriera e confidente. Una cosa che ai suoi genitori, provati dalla mancanza di un erede maschio, non era mai piaciuta, così come avevano digerito male le ribellioni di Aurelia ad una vita convenzionale, comunque impedita dalla sua malattia, come l’anno che aveva passato lontana da casa qualche tempo prima di andare incontro ad una rapida fine.
Amy ha ricevuto da Aurelia un piccolo lascito, ma soprattutto la prima di una serie di lettere che la accompagneranno in giro per l’Inghilterra, tra Londra e York, alla ricerca dei molti segreti dell’amica e forse di una traccia sul suo passato. Un viaggio che la aiuterà a capire meglio se stessa ma anche Aurelia, e forse a dare una nuova svolta alla sua vita.
L’Inghilterra vittoriana continua a suscitare un grande fascino in lettori e autori: Amy Snow, romanzo d’esordio di Tracy Rees, si rifà ai classici di Charles Dickens, Charlotte Bronte e Elizabeth Gaskell costruendo un intreccio di ricerca e di agnizione senza snaturare epoca e personaggi, ma nello stesso tempo creando due personaggi femminili interessanti, Amy da una parte e Aurelia dall’altra, assente e presente nei ricordi di chi l’ha conosciuta, amiche per la pelle in un mondo in cui le differenze di classe erano alla base dell’ordine sociale.
Un libro interessante per chi ama il mondo inglese dell’Ottocento, una ricerca di se stesse e del proprio posto nel mondo, condotta omaggiando la narrativa dell’epoca ma nello stesso tempo attuale e intrigante.

Tracy Rees è originaria del Galles. Si è laureata a Cambridge ed è autrice di diversi saggi. Amy Snow è il suo romanzo d’esordio, con cui ha partecipato al premio indetto dal Richard & Judy Bookclub e che è diventato un caso editoriale, segnalato anche dalla prestigiosa Historical Novel Society.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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