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Morgana, Storie di ragazze che tua madre non approverebbe di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri (Mondadori, 2019) a cura di Elena Romanello

24 gennaio 2020

978880471711HIG-343x480In questi ultimi anni sono usciti diversi libri sulle vite di donne straordinarie, rivolti a pubblici di varie età, ma dove si è cercato di mettere in luce anche l’aspetto edificante di questi personaggi, sia pure in una prospettiva femminista che chiaramente digerisce la ribellione, a certe regole e entro certi limiti.
Morgana, con un sottotitolo Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, scritto a quattro mani da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, vuole andare oltre e presentare donne ribelli e controcorrente, ma spesso scomode e non accomodanti, tutte da scoprire e capire, eredi di quella Morgana, strega ribelle del ciclo arturiano, molto amata da Michela Murgia grazie al romanzo Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley e che lei ha omaggiato nel breve saggio L’inferno ha una buona memoria.
Nelle pagine del libro si trovano dieci donne, molto diverse tra di loro, basti pensare che si parte con Moana Pozzi, trasgressiva porno diva tra anni Ottanta e Novanta che scelse la sua vita con arguzia e voglia di sperimentare, e poi si passa a santa Caterina da Siena, all’apparenza la sua antitesi, mistica religiosa in realtà ribelle radicale e contro le tradizioni dell’epoca che la volevano moglie e madre e contro il maschilismo della Chiesa.
A questi due ritratti seguono altre donne, come la modella e cantante Grace Jones, capace di rivoluzionare i canoni di genere e di costruire un nuovo modello di personaggio pubblico, le sorelle Bronte, che stravolsero la società vittoriana con i loro romanzi non certo dolci e romantici, Moira Orfei, circense e costruttrice di un’estetica kitsch che ha fatto scuola, Tonya Harding, rivoluzione non certo pacifica nel mondo etereo del pattinaggio, Marina Abramovic, artista e performer oltre ogni limite, Shirley Temple, ex bambina prodigio e vera ribelle, Vivienne Westwood, rivoluzionaria della moda, e Zaha Hadid, forse l’unica archistar donna.
Donne senz’altro fuori dai canoni tradizionali, ma anche non riconducibili al femminismo, anche se le sorelle Bronte con le loro storie cupe hanno saputo indicare per la prima volta alle lettrici nuovi modelli, e Shirley Temple ha incarnato ruoli di emancipazione ante litteram, staccandosi dal ruolo di diva bambina che le era stato imposto.
Donne non politicamente corrette, streghe nel significato traslato del termine, emblema di una dimensione oscura, aggressiva, vendicativa, caotica e egoista che appartiene non certo solo agli uomini: la verità sull’aggressione alla rivale di Tonya Harding non la si saprà mai e comunque Tonya era tutto tranne che una principessina sui pattini, mentre Moana Pozzi seppe abbattere dei tabù forti in maniera comunque forte e scioccante, con denunce per atti osceni e attacchi pubblici, Marina Abramovic ha creato scompiglio con un’idea dell’arte basata sulla sofferenza, Vivien Westwood ha stravolto i dettami della moda e Zaha Hadid ha creato scalpore con i suoi progetti in un mondo dominato dagli uomini.
Morgana contribuisce a smontare un pregiudizio che ancora oggi continua a condizionare la vita di tante donne, quelle che le vorrebbe tutte dotate di una natura gentile e sacrificale, parlando di donne che hanno avuto vite educative ma non certo edificanti, nemmeno Caterina da Siena, vista con gli occhi di oggi un soggetto da manuale di psichiatria.
Donne che sono state innanzitutto loro stesse, percorrendo percorsi individuali ma cambiando comunque le vite delle altre donne, spostando i margini di cosa si poteva fare o meno. Non sono tutte storie a lieto fine, sono storie anzi spesso amare se non tragiche, ma sono storie che fanno riflettere su cosa si può provare ad essere.

Michela Murgia (Cabras 1972) è una scrittrice italiana. Ha esordito nel 2006 con Il mondo deve sapere da cui è stato tratto un film di Virzì. Tra i suoi libri ricordiamo Accabadora (Premio Campiello 2010), Ave Mary, Chirù, Istruzioni per diventare fascisti e Noi siamo tempesta. Le sue opere sono state tradotte in più di 30 Paesi.

Chiara Tagliaferri attualmente è coordinatrice editoriale per Storielibere.fm, la piattaforma più innovativa di narrazioni audio online ed è autrice con Michela Murgia del podcast “Morgana, la casa delle donne fuori dagli schemi”, che è diventato un libro edito da Mondadori e con Melissa P. del podcast “Love stories”. Ha lavorato come autrice di trasmissioni radiofoniche di successo per Rai Radio2. Ha collaborato alla prima edizione del Festival “L’Eredità delle donne” diretto da Serena Dandini.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM della provincia di Torino.

:: Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka e Marion Ruggieri (Ponte alla Grazie 2020) a cura di Giulietta Iannone

13 gennaio 2020

Ritorno a Birkenau di Ginette KolinkaGinette Kolinka, nata Cherkasky, è una degli ultimi sopravvissuti tra i pochi deportati che sopravvissero ai campi di concentramento nazisti. Oggi ha 95 anni, e la lucidità e il brio di una donna che ha lavorato tutta la vita, aveva un banco di maglieria al mercato con il marito, e solo dopo essere rimasta vedova ha iniziato a parlare del suo passato. Un passato difficile: a soli 19 anni lasciò Parigi con il padre, un fratellino e un nipote diretta, pensava lei, verso un campo di lavoro tedesco in Polonia. Arrivò invece a Birkenau. L’idea che i campi di concentramento e sterminio fossero campi di lavoro era un’ idea diffusa, orchestrata attivamente dalla propaganda nazista che aveva creato anche campi fantoccio, con belle sale areate, biancheria pulita nei dormitori, e tutti i confort per portare in visita i delegati della Croce Rossa nei loro giri di ispezione. Ma Birkenau era un’altra cosa. E la giovane Ginette lo scoprì amaramente a sue spese e sulla sua pelle. Più grande di Auschwitz, (secondo una stima con una superficie pari a quella di 325 campi da calcio), era un immenso campo di sterminio dotato di efficienti camere a gas e forni crematori che trasformavano in cenere i corpi delle vittime. Se non l’avesse visto con i suoi occhi forse anche lei non ci avrebbe creduto. Era tutto troppo orribile per crederlo vero. Credere che l’odio e la malvagità umana fossero così reali e portassero l’uomo contro l’uomo, fino a queste derive di indicibile crudeltà. Ginette, con l’aiuto della giornalista francese Marion Ruggieri, ne ha voluto lasciare testimonianza scritta di questa esperienza nel libro Ritorno a Birkenau, caso letterario l’anno scorso in Francia, e ora dal 9 gennaio disponibile anche in Italia per Ponte alle Grazie, tradotto da Francesco Bruno. Un testo breve, meno di un centinaio di pagine, essenziale, brutale se vogliamo nella sua semplicità e autenticità. La sporcizia, le botte, i maltrattamenti, le violenze gratuite subite, la mancanza di umanità dei carcerieri tutto è descritto “senza fronzoli” come ama dire Ginette. È un testo doloroso, un breve excursus all’inferno, esorcizzato dal potere delle parole, dal potere catartico della memoria condivisa e tramandata alle nuove generazioni perché prendano coscienza di cosa è avvenuto, perché non si ripeta. Presto di testimoni diretti non ce ne saranno più, ma resteranno queste memorie scritte, e il ricordo dei giovani che hanno conosciuto Ginette e l’hanno ascoltata. Toccherà a loro farsi carico di questo compito per tramandarlo a figli e nipoti. L’ascolto diretto di queste memorie è caratterizzato da un’assoluta mancanza di retorica, il dolore provato è stato troppo grande per poterselo permettere, e questa autenticità giunge incredibilmente forte e potente anche a chi legge questo libro. In un’epoca di revisionismi e negazionismi vari è essenziale accogliere opere come questa, capaci di infrangere le barriere della diffidenza e della indifferenza. Nel rispetto delle vittime, nel rispetto della verità storica, nel rispetto dei giovani che cercano sinceramente di capire, di conoscere, per costruirsi un modello etico su cui basare le loro vite. Ritorno a Birkenau è un testo evocativo e nella sua semplicità sconvolgente. Ha il potere di portare anche noi per qualche ora in qui luoghi di dolore, in compagnia di Ginette, Marceline Loridan-Ivens, Simone Veil, e tutte le sue compagne. La frase che forse mi ha scosso di più, è incredibilmente una frase semplice, dopo bisogna viverci con questi ricordi. Tanto vera per le vittime che per i carnefici. Perché se c’è una giustizia, esiste senz’altro nella memoria, e per questo è così preziosa. Termino questo mio commento al libro invitandovi a leggere anche l’intervista che Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera ha fatto a Ginette, a questo link: qui.

Ginette Kolinka (Parigi, 1925), dopo la guerra, ha per molti anni tenuto un banco di articoli di maglieria al mercato di Aubervilliers insieme al marito. Dai primi anni Duemila si dedica a tramandare la memoria della Shoah.

Marion Ruggieri (1975) è giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio stampa Ponte alle Grazie.

 

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

:: Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

6 novembre 2019

BiancoBret Easton Ellis da tempo non scrive più romanzi. Il grande scrittore americano, autore del fortunato Meno di zero, ha deciso così. Da poco è uscito Bianco (traduzione di Giuseppe Culicchia).
Il suo ultimo libro non è un romanzo, anche se Ellis si racconta a cuore aperto come se avesse voluto scrivere un romanzo di formazione.
Il protagonista di Bianco è lui e in queste pagine si mette a nudo raccontandosi.
Tra autobiografia e saggio, lo scrittore critica la società, è censore spietato dell’ipocrisia del suo e nostro tempo, se la prende con l’omologazione culturale che ha annullato il pensiero critico e l’intelligenza di chi ama pensare con la propria testa.
Ricorda gli anni Ottanta, dove le persone si ascoltavano, mostra una nostalgia fondata per un’età dell’innocenza che passava attraverso un’epoca in cui c’era ancora ancora qualche motivo per discutere.
Poi arrivano i tempi dei social e la menzogna corre sul web, l’ipocrisia è il nuovo dizionario delle buone maniere, tutti piacciono a tutti e soprattutto tutti pensano come tutti. Nessuno ha il coraggio di scrivere e dire come la pensa, esprimere la propria opinione all’epoca di Facebook e Twitter significa essere considerato un appestato da emarginare.

«Tutto quello che abbiamo ottenuto in effetti è ritrovarci incasellati – per essere venduti, brandizzati, usati come target pubblicitari o fonti di dati».

La drammatica democratizzazione della cultura con il suo terribile culto dell’inclusione, una moda demenziale per cervelli asfittici che non hanno nessuna intenzione di pensare.
Ciò che le persone sembrano dimenticare, sostiene Easton Ellis, tra questi miasmi di narcisismo fasullo e, nella nostra nuova cultura dell’ostentazione, è che l’autoaffermazione non deriva dal mettere «mi piace» a questo o a quello, ma dell’essere fedele al tuo incasinato e contraddittorio io – il che talvolta, in realtà, significa essere un hater.
Con Bianco lo scrittore americano firma una tagliente reprimenda del tempo presente. Come sempre se ne infischia del politically correct e invita a riscoprire una forma di autenticità, anche se oggi sembra impossibile. Gli elementi del disastro ci dicono che non è consentito tornare indietro, la nostra innocenza l’abbiamo già perduta.
È raro incontrare persone che ascoltano persone, individui fieramente convinti delle proprie opinioni e pronti a difendere le sue idee diverse dalla maggioranza.
Bret Easton Ellis non le manda a dire e coraggiosamente ci invita a ridere di tutto, o finiremo per non ridere di niente. Poi fa sue le parole di un giovane James Joyce:

«Sono arrivato alla conclusione che non riesco a scrivere senza offendere qualcuno».

Lo scrittore, come ai tempi di Meno di zero, formula la sua denuncia. Questa volta se la prende con il nuovo mondo, colpevole di stroncare la passione e ridurre al silenzio l’individuo.

Bret Easton Ellis è nato a Los Angeles nel 1964. A ventuno anni pubblica il suo primo romanzo, Meno di zero, da cui verrà tratto un film con Robert Downey Jr. e che impone il suo autore come uno dei piú importanti della sua generazione. Seguiranno Le regole dell’attrazione, American Psycho, la raccolta di racconti Acqua dal sole, Glamorama, Lunar Park e Imperial Bedrooms. In Italia tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

:: L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore di Pierre Loti (Bordeaux Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2019

LotiConosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!

Pierre Loti (pseudonimo di Louis ­Marie­J ulien Viaud, 1850­1923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

:: Putin e la ricostruzione della Grande Russia di Sergio Romano (Longanesi e Co., 2016) a cura di Daniela Distefano

6 settembre 2019

PUTIN e... di Sergio RomanoLa Guerra fredda aveva un senso. Fu una guerra ideologica in cui il vincitore, verosimilmente, avrebbe imposto al nemico sconfitto, per usare parole ormai screditate dal troppo uso, la propria filosofia e i propri valori. Può sembrare retorico, ma vi era in quello scontro fra giganti una certa nobiltà. Due grandi idee – la dittatura del proletariato e il capitalismo democratico – offrivano al mondo due strade diverse verso un futuro migliore. Le due diverse prospettive hanno creato speranze, attese, impegno e sacrifici che non sarebbe giusto ignorare. Oggi ogni traccia di nobiltà è scomparsa. Il comunismo è fallito e, come accade sempre in queste circostanze, la memoria collettiva ricorda soltanto le sue pagine peggiori: i massacri della fase rivoluzionaria, la fame ucraina, la persecuzione del clero, le purghe, i gulag, il lavoro coatto, i popoli trasferiti con la forza da una regione all’altra. La democrazia capitalista non è in migliori condizioni. Il trasferimento del potere economico dai produttori di beni ai produttori di denaro ha enormemente allargato il divario fra gli immensamente ricchi e i drammaticamente poveri. Il denaro governa le campagne elettorali. (..) Possiamo deplorare molti aspetti del suo carattere (di Putin, ndr)e della sua politica. Ma vedo sempre meno persone in Occidente che abbiano il diritto di impartirgli lezioni di democrazia”.

Chi è veramente Vladimir Vladimirovič Putin, il padrone della Russia odierna, l’uomo non proprio “qualunque” che si nasconde dietro una maschera impassibile e ieratica? Sergio Romano, in questo libretto agile e ben ritmato, ce lo presenta sotto una luce più penetrante raccontandoci la Russia dalla caduta del muro di Berlino fino agli ultimi scontri con gli Usa per la crisi dell’Ucraina e la questione della Siria. Il testo è stato pubblicato prima delle elezioni americane che hanno visto la vittoria di Trump (nel 2016) e le polemiche successive sull’ingerenza dei russi nella campagna elettorale. L’autore scandaglia la disgregazione dell’Unione Sovietica e il potere assoluto di Boris Eltsin che ha traghettato la Russia dall’era comunista ad un capitalismo senza regole. Gli oligarchi che hanno preso velocemente il potere economico e hanno in parte influenzato le decisioni dei governi di Eltsin sono lo specchio di una Russia che ha riconvertito le sue risorse pubbliche in un business privato. Dunque prima di analizzare il “regno” di Putin, occorre fare un passo indietro. Eltsin, nell’ultima parte della sua vita e della sua carriera politica, è stato debole e permissivo. Di fatto, le sue scelte hanno permesso ad alcuni uomini di impadronirsi delle risorse minerarie e petrolifere del paese, di controllare giornali e tv e di accaparrarsi il controllo dei principali istituti bancari. L’avvento di Putin ha pirandellianamente cambiato tutto perché nulla venisse cambiato. Uno sconosciuto ufficiale del KGB in cerca di lavoro è diventato, in poco tempo, un uomo molto influente, a capo persino di un dipartimento del governo. La sua biografia è sconosciuta a tutti e anche lo storico Romano fatica a trovare informazioni sul suo passato. Quello che è certo è che Putin ha prestato servizio nel KGB durante la Guerra Fredda operando nella Germania dell’Est. E’ stato l’assistente del sindaco di San Pietroburgo. Poi il vuoto fino alla sua nomina ad alto servitore dello Stato e infine a capo del governo. Putin ha fatto una carriera folgorante. Ha solidificato in poco tempo il suo potere ed è riuscito ad imporre una visione vincente della Russia, senza rinnegare il periodo comunista, cercando di utilizzare tutti i valori a cui i russi sono legati, perfino una devozione alle icone religiose, per cercare di rilanciare l’orgoglio del suo paese. La sua strategia ha avuto effetti miracolosi, tanto che venne eletto come presidente della Repubblica (carica che, a parte fasi alterne come Primo ministro, continua a mantenere tutt’oggi). Eppure qua e là emergono crepe a questo ritratto che lo stesso Putin incoraggia a tramandare. Ci sono vicende non solo interne alla Russia che minano l’immagine inappuntabile dello Statista provvidenziale. Il libro lascia porte aperte alle varie interpretazioni disseminate nelle pagine, sarà il lettore che trarrà le conclusioni più avvedute circa un uomo dalla faccia immacolata e e dalle mani nascoste dietro un rovo segreto e ancora ardente.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi libri pubblicati da Longanesi: La quarta sponda (2005, nuova edizione 2015), Con gli occhi del l’Islam(2007), Storia di Francia, dalla Comune a Sarkozy (2009), L’Italia disunita, con Marc Lazar e Michele Canonica (2011), La Chiesa contro, con Beda Romano (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014) e In lode della Guerra fredda (2015).

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Longanesi e Co”.

:: Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta di Alexandre Siniakov (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2019
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Premio miglior libro di spiritualità 2018 in Francia, Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta (Comme l’eclair parte de l’Orient, 2017) di Alexandre Siniakov, tradotto dal francese da Carlo Travaglino, narra di un viaggio, metaforico e reale, tra Oriente e Occidente, compiuto da un giovane nato a Stavropol, odierna città della Russia sud-occidentale, ai margini settentrionali del Caucaso, nel 1981 quando era ancora territorio sovietico. Il suo amore per l’Occidente, e la Francia principalmente, nacque sui libri, dove incontrò anche per la prima volta Cristo. Le limitazioni di un regime che non privilegiava la libertà di movimento personale lo spinsero ad amare le lingue, prima l’inglese e il tedesco, appresi nella scuola sovietica che frequentò, poi il francese, in modo più autodidattico, viste come dono dello Spirito Santo e strumento di libertà, di comunione e di conoscenza.
Sin da piccolo voleva partire, lasciare il soffocante microcosmo del sovkhoz, azienda agricola imposta dalle autorità sovietiche a partire dal 1929, in seguito alla collettivizzazione delle terre e dei mezzi di produzione, e andare a Parigi, in Europa dove erano ambientati molti dei libri che amava. Poi la fede cristiana irruppe nella sua vita e si rafforzò in lui la vocazione di dedicarsi interamente a Cristo diventando suo consacrato. Sembra comunque che la Provvidenza non si sia dimenticata delle sue preghiere di bambino, e infatti proprio in Francia ha proseguito il suo percorso religioso diventando attualmente direttore di un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.
Non è tenero con il regime sovietico, non è vittima dello spirito nostalgico di molti russi che rimpiangono il passato, oggettivamente delusi dal presente problematico.
Cosa mi ha colpito di più di questo sacerdote ortodosso, è la grande indipendenza e autonomia intellettuale, retta da un carattere forte e determinato, insofferente di vincoli e costrizioni, ereditato dal suo sangue cosacco. Inoltre la sua visione unitaria del cristianesimo, di cui sopporta con malcelato disagio divisioni, e scontri teologici, ecclesiologici e dottrinali, dichiarandosi un ortodosso “cattolico”, nel senso originario del termine. Forte del fatto che il cosmopolitismo cristiano non è rifiuto delle differenze, delle peculiarità culturali e linguistiche dei popoli.
È affascinante insomma la sua visione del mondo, nella prospettiva del Vangelo, pur con tutte le differenze che ancora caratterizzano cattolicesimo e ortodossia. Da cattolici è perciò necessaria una fede matura per affrontare questo testo e non essere turbati da eventuali discrepanze intellettuali. Insomma le differenze sono ancora reali, sebbene attenuate da un certo spirito di tolleranza: dalla Dormizione di Maria, al matrimonio per i sacerdoti, al non riconoscere i sacramenti oltre a quelli all’interno della Chiese Ortodosse (tanto da necessitare un secondo Battesimo per Siniakov, precedentemente battezzato alla nascita secondo il rito dei Vecchi Credenti, cosa che per lungo tempo ha alimentato suoi dubbi e perplessità, considerato che il Battesimo è proclamato come unico).
Senza peli sulla lingua Alexandre Siniakov ci accompagna nel suo personale percorso di crescita spirituale e lo fa senza evitare ingenuità da lui commesse nel passato come bruciare Il Maestro e Margherita, colto da un raptus da Santa Inquisizione, giudicandolo blasfemo. Ora se ne pente, comprendendo che quel gesto fu unicamente dettato da ignoranza, entusiasmo neofita ed eccessivo zelo riconoscendo al libro di Bulgakov il suo reale spirito di denuncia del regime sovietico, più che un attentato all’integrità della fede cristiana.
Insomma è un testo spirituale ricco e autentico, non privo di asperità, ma capace anche di voli poetici come quando ci descrive il cielo stellato della steppa, dove senza inquinamento luminoso sono visibili miriadi di stelle come ai tempi di Abramo, o di osservazioni molto personali quando ci esprime il suo metodo educativo, il suo amore per la natura e gli animali, o quando indica la necessità di abbandonare il nazionalismo religioso (fa accenno a Israele) in favore di una fratellanza universale che pone sullo stesso piano ogni uomo a qualsiasi paese, lingua, tradizione appartiene, tanto da citare gli Atti 11, 17,

Se Dio ha fatto a queste persone lo stesso dono di grazia che ha dato a noi che abbiamo creduto al Signore Gesù Cristo, chi ero io da poter impedire a Dio di agire?”.

Per raggiungere vette di saggezza quando per esempio puntualizza che più che criticare gli altri, la vera battaglia si compie all’interno di noi, lottando contro i nostri peccati e le nostre debolezze, e che il male non va cercato fuori, ma in ciò che ci impedisce di amare prima Dio, e poi il nostro prossimo.
Riportandoci al primo comandamento che già di per sé rende compiuta la Legge. Se ci limitassimo ad amare avremmo già di per sé ottenuto la pace, la completezza, la perfezione e la santità. Compreso questo ogni cammino di fede non può che portare alla salvezza per sé e per chi ci circonda, vedendo finalmente la verità luminosa in tutto il suo splendore.
Al netto delle sue connotazioni puramente spirituali, teologiche e correlate al sacro, Come la folgore sorge da Oriente ha la capacità di analizzare più nel profondo le relazioni tra Occidente e Oriente, entità più simili di quanto le apparenti divisioni sembrano comprovare, evidenziando infine quanto la spiritualità possa fungere da ponte tra due percorsi che non possono che tendere all’unità, nel rispetto delle differenze e delle perfezioni individuali.

Alexandre Siniakov nato a Stavropol (Russia) nel 1981, Alexandre Siniakov ha studiato alla Facoltà di teologia domenicana a Tolosa, prima di proseguire gli studi a Parigi, Cambridge (Gran Bretagna) e Lovanio (Belgio). È stato ordinato diacono nel 2003 e sacerdote nel 2004 a Vienna. Membro della rappresentanza della Chiesa ortodossa russa a Bruxelles, incaricato delle relazioni ecumeniche russe in Francia, dirige un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa Edizioni San Paolo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani di Matteo Renzi (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

21 maggio 2019

RenziLa politica è fatta di donne e di uomini. E proprio lo scollamento tra politica e società civile è una delle prime ragioni della crisi sia delle sinistre (partiti progressisti riformisti) che delle destre (partititi conservatori), non solo in Italia, ma guardando anche fuori dai nostri confini.
Un buon modo per ricomporre questa frattura è conoscere cosa pensano, come pensano, come ragionano i vari leader politici.
A prescindere da un discorso puramente politico, tenterò di non prendere posizione perché non è mio compito, non voglio influenzare coscienze o prendermi la responsabilità di farvi fare poi scelte sbagliate, ma l’errore di Salvini, che poteva scegliere tutti gli editori italiani che voleva (o quasi) è stato di affidare il suo pensiero a un piccolo editore con legami con partiti diciamo estremistici.
Non così ha fatto Renzi che ha scelto Marsilio, per pubblicare il suo libro “Un’altra strada”, di cui vi parlerò oggi. Ritengo in tutta coscienza che vadano letti entrambi, perché è importante per ottenere un’opinione informata (presto ci saranno le elezioni, quindi il tempo stringe) leggere cosa questi leader (o ex leader ma ancora impegnati nell’agone politico) pensano, come dicevo prima.
Questi testi sarebbero da leggere molto più approfonditamente, che con una lettura veloce come ora ho fatto, (per ora il libro di Salvini non l’ho ancora letto) ma non è stato tempo sprecato.
Leggendo Un’altra strada ho avuto la netta sensazione di individuare con molta chiarezza sia quali sono i punti deboli che i punti di forza di questo politico che tutto sommato mi è parso nel complesso molto sincero. Naturalmente uno deve farsi una sua opinione, non voglio indirizzarvi in un senso o nell’altro, il mio unico consiglio è di leggerlo.
Lo stile è scorrevole, piacevole, il libro è aggiornato alla storia recente, gli manca giusto quello che è successo in Austria, con lo scandalo che ha portato alle dimissioni i principali esponenti di destra, (informatevi sull’accaduto per capire che la crisi non è solo delle sinistre), e in un certo senso Renzi l’aveva previsto. Vedremo poi se tutte le sue previsioni si avvereranno, ma un consiglio è di non fermarvi all’apparenza o alla superficialità di un approccio di attrattiva personale, ovvero se vi è simpatico o no, quello che è importante è la sua struttura mentale, e quanto (lui come tutti i politici in genere) è capace di fare e di costruire per il suo paese e per il mondo intero. Insomma Renzi non vi deve essere simpatico a tutti i costi, ma è utile confrontarsi con il suo pensiero, e poi potete esser d’accordo o no, questo naturalmente è un vostro diritto.
Il libro contiene un premessa, e poi sei parti: Politica non populismo; Futuro, non paura; Cultura, non ignoranza; Lavoro, non sussidi; Verità, non fake news, Europa, non nazionalismo. Infine una breve conclusione intitolata Domani.
Data la giovane età di Renzi, rispetto ai tempi della politica, pensiamo alla prima Repubblica quando avevano tutti dai 60 anni in su, fa pensare che abbia ancora molto da fare, (sempre se si circonderà di collaboratori leali e preparati) ma soprattutto è l’esponente di una nuova generazione politica, insomma diamo fiducia a questi giovani, lasciamoli lavorare, hanno entusiasmo, vogliono davvero fare qualcosa, che poi ne abbiano le capacità o meno è poi tutto da vedere, ma è importante capire che loro vedranno il futuro, e generazioni di ragazzi sempre più giovani si stanno affacciando alla politica e vogliono fare.
Questa rinascita di coscienza civile e impegno politico è un segnale positivo, certo la saggezza viene col tempo, ma la forza, l’entusiasmo, la visione priva di pregiudizi è ancora loro. Quindi tacciare di incompetenza chi ancora non ha esperienza è un giudizio quantomeno superficiale. Tuttavia rimane la sensazione di aver letto il libro di qualcuno che ci crede veramente in cosa dice, e soprattutto aperto al dialogo e al confronto, realmente democratico insomma, e su queste basi sicuramente è possibile costruire il futuro. Che infondo è quello che interessa a tutti. Buona lettura.

Matteo Renzi (1975), senatore eletto nel collegio di Firenze, città di cui è stato sindaco. È stato presidente del Consiglio dei ministri.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa Marsilio, che ringraziamo.

:: Bakhita – Il fascino di una donna libera di Roberto Italo Zanini (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2019

bak2Oggi 8 marzo “Giornata internazionale della donna” vi parlo di un libro edito con le Edizioni San Paolo: Bakhita – Il fascino di una donna libera, del giornalista di “Avvenire” Roberto Italo Zanini. Chi era Bakhita, la “Fortunata” soprannome che le diedero in Africa i suoi rapitori? Bakhita nacque in Sudan, nella regione del Darfur, intorno al 1869. A 7 anni fu rapita da mercanti di schiavi e iniziò per lei un calvario fatto di vessazioni, umiliazioni e vere e proprie torture. Passa di padrone in padrone finché viene comprata dal console italiano in Sudan Callisto Legnani, che comprava schiavi per liberarli, e si può dire che da questo momento in poi assistiamo alla sua rinascita. Arriva in Italia, sbarcando nel porto di Genova, punto di partenza di tanti italiani in viaggio per le Americhe in quegli anni e viene “donata” alla moglie di Augusto Michieli che ne fa la bambinaia di sua figlia. Poi grazie a Illuminato Checchini che la accoglie nella sua famiglia come una figlia incontra Cristo, sarà suo infatti il primo crocifisso che riceve. Da questo momento in poi la strada per la santità la porta a diventare una consacrata della Congregazione delle Figlie della Carità. Muore a Schio l’8 febbraio del 1947. Papa Giovanni Paolo II la proclamerà santa il 1 ottobre del 2000, modello per tutti i credenti che vedono in lei un esempio da seguire nel cammino della vita. Come da un chicco di grano nasce un campo, così da una ragazzina africana analfabeta è nata una delle sante più venerate dalla cristianità. Una migrante se vogliamo, perché infondo lo fu, lasciò l’Africa per l’Italia in cerca di un futuro migliore e sul suo cammino non incontrò solo persone malvagie ma anche persone che l’aiutarono a essere ciò che divenne. La sua vita avventurosa, e per certi versi tragica, rispecchia il vissuto di tanti giovani africani che possiamo incontrare oggi nelle nostre strade, lei seguendo l’esempio di Cristo ha fatto del perdono la sua via verso la liberazione, perché in tutto e per tutto Giuseppina Bakhita divenne una donna libera. Roberto Italo Zanini utilizza come titolo di un capitolo questa frase: La libertà è sentirsi amata, e credo racchiuda il segreto della vita straordinaria di questa santa. Tra capitoli dedicati alla vita di Giuseppina Bakhita l’autore alterna altri dedicati a coloro che grazie a lei hanno spezzato le catene spirituali e morali, altrettanto odiose di quelle fisiche, che li tenevano legati alle loro vecchie vite per conquistare anch’essi la propria libertà. È un libro molto bello, apprezzabile da credenti e non credenti perché ci descrive una figura di donna che è stata più forte delle tremende prove che ha affrontato, e che ha raggiunto una vera e completa liberazione al di là di stereotipi o luoghi comuni. Facile non deve essere stato davvero per una giovane africana di pelle scura ambientarsi nel Veneto di fine Ottocento, in paesi dove non avevano mai visto un africano, ma la sua costanza e il suo carattere dolce ma determinato le hanno consentito di diventare la santa di cui oggi conosciamo la vita grazie alle memorie che dettò alle sue consorelle. E grazie all’autore che ha tracciato la sua figura in questo libro facendone una lettura agevole e interessante. Buona lettura e buona Festa a tutti i lettori di Liberi!

Roberto Italo Zanini, è giornalista e lavora presso la redazione romana di Avvenire. Si occupa di politica dei mass media. Ha collaborato con la rivista Popoli e Missione, settimanali diocesani e quotidiani locali. Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato: Bakhita. Inchiesta su una santa per il 2000 (2001; 20053); «Io sono nessuno». Vita e morte di Annalena Tonelli (2004; 20124); Il cuore ci martellava nel petto. Il diario di una schiava divenuta santa (2004); Annalena Tonelli. Un amore più forte di ogni odio (2006); Padre Semeira. destinazione carità  (2008); Gina Tincani. Sulla strada delle alte cime (2008); Più forti del male. Il demonio, riconoscerlo, vincerlo, evitarlo (con G. Amorth, 20114).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: Il bambino nella neve di Wlodek Golkorn (Feltrinelli, 2016) a cura di Giulietta Iannone

6 marzo 2019

indexEcco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione.

Narrare l’indicibile è il pesante compito che spetta ai sopravvissuti della Shoa, e ora, che le generazioni sono passate, ai figli dei sopravvissuti, ai nipoti, ai bis nipoti in una catena di memoria che si fa memorie personali e preziose ognuna a suo modo, come tante sono le verità che compongono la verità.
Di questo compito si prende carico, anche dolorosamente, Wlodek Golkorn giornalista e scrittore abituato a narrare le storie degli altri, ora alle prese con la propria storia personale e familiare.
Figlio di ebrei comunisti sopravvissuti, ora testimone non diretto ma riflesso di avvenimenti così tragici, così assurdi, così impossibili da vedere in una luce costruttiva o catartica, o anche solo di senso. La cattiveria umana è un mistero insondabile, forse un mistero non solo umano, per chi ci crede. Quando agli uomini ne viene data facoltà compiono le barbarie più inaudite, non tutti, non sempre, e dopo quasi sempre si autoassolvono, si giustificano, “ho ubbidito agli ordini”, “tutti facevano così”, “se non avessi fatto così mi avrebbero ucciso”. Perché se ci sono i sopravvissuti tra le vittime, ci sono anche i sopravvissuti tra i carnefici, tra le persone per cui la banalità del male è così ovvia, consueta, rassicurante.
Non deve essere stato facile per Wlodek Golkorn tornare con la mente alla sua infanzia in Polonia, alla sua “fuga” in Israele, alla sua vita in Germania, per poi approdare in Italia, a Firenze, dove tuttora vive. Ma deve essersi detto che era suo dovere, un compito a cui non poteva sottrarsi, per cui chiese al suo giornale il permesso di fare questo viaggio, questo pellegrinaggio, in compagnia di una fotografa Neige De Benedetti.
E così è tornato in Polonia, a Cracovia, a Varsavia, per poi raggiungere Auschwitz, Belzec, Sobibor, fino a Treblinka che chiude il cerchio.
Con grande sincerità ci narra cosa ha provato andando in quei luoghi tra rabbia e compassione, tra memorie della sua famiglia e esperienze sue personali, consapevole che il vuoto di senso di tutto questo orrore ancora resta aggrappato a ogni granello di polvere che può contenere ancora tracce di cenere delle vittime passate per i camini dei forni crematori.
Si chiede cosa abbiano provato quelle donne, quegli uomini, quei vecchi, quei bambini in quei momenti. Quando percepivano, dopo le crudeli bugie dei carnefici, che sarebbero andati invece a morire, che non avrebbero avuto più scampo.
Wlodek Golkorn si interroga anche di cosa sia fatta la memoria, la volontà di tramandare quei ricordi ai propri nipoti, perché sappiano la storia della loro famiglia, da dove hanno tratto le radici.
Tra gli orrori del Novecento, e della Seconda Guerra Mondiale in particolare, la Shoa resta una cosa a sé, con peculiarità sue proprie, un’unicità indicibile appunto.
Senza retorica Wlodek Golkorn cerca di capire lui per primo, per poi spiegare a chi ha voglia di ascoltare, il tipo di atteggiamento con cui fare i conti con quelle memorie, con quel passato. Un passato comune, perché di tutto il genere umano non solo del popolo ebraico.
In questo periodo di derive antisemite ne consiglio la lettura, anche per il valore letterario del testo (ci sono punti di estrema bellezza), ma con un’avvertenza: non è una lettura asettica, bisogna giungervi preparati.

Wlodek Goldkorn è stato per molti anni il responsabile culturale de “L’Espresso”. Ha lasciato la Polonia, sua terra nativa, nel 1968. Vive a Firenze. Ha scritto numerosi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale. È co-autore con Rudi Assuntino di Il Guardiano. Marek Edelman racconta (1998) e con Massimo Livi Bacci e Mauro Martini di Civiltà dell’Europa Orientale e del Mediterraneo (2001) e autore di La scelta di Abramo. Identità ebraiche e postmodernità (2006). Per Feltrinelli ha pubblicato Il bambino nella neve (2016).

Source: acquisto personale.

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.