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Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento, Gabriella Airaldi,(Marietti1820, 2020) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2020

L’editore Marietti ha avuto la bella idea di realizzare una serie di proposte da leggere solo in formato e-book. Tra le diverse uscite in catalogo spicca questo “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di Gabriella Airaldi. Non sappiamo chi fosse il viaggiatore, certo è che nel 1517 l’anonimo mercante milanese partì per un viaggio lungo, che si rivelò molto più complicato del previsto nel suo farsi. Punto di partenza fu la città di Milano dalla quale il mercante si mosse per andare in Francia, in Borgogna, nelle Fiandre, in Spagna, per arrivare in Inghilterra e fare ritorno a Milano. Il tutto in un arco temporale di due anni, durante i quali non mancarono una serie di intoppi per l’uomo in viaggio, che dovette attraversare l’Europa occidentale con diversi mezzi, come carri, barche e a piedi.  Questo piccolo testo è un’importante testimonianza per noi del presente, perché ci permette di capire i mezzi che una volta i mercanti utilizzavano per compiere i loro viaggi, i luoghi attraversati per raggiungere la meta desiderata, le persone incontrate lungo il tragitto e le relazioni che si creavano in questi lunghi viaggi. Poi c’è la lingua scritta, quella lingua così antica da catapultare il lettore nel passato permettendogli di scoprire un mondo fatto di politica, di istituzioni, di aspetti culturali, di relazioni umane, usi e costumi diversi che variavano a seconda dello Stato nel quale il mercante passava. Un vero e proprio viaggio attraverso eventi, fatti, dettagli che ci restituiscono quello che il mercante vide con i propri occhi. Altro aspetto interessante è che il lettore non solo percepisce le diverse caratteristiche dei luoghi che il mercante visitò. Durante la lettura si nota come lo stesso mercante cambiò il suo modo di vedere e fare le cose, in base alle relazioni umane, alle trasformazioni economiche, politiche, socio-culturali dei luoghi dove transitava. Un dettaglio non trascurabile che evidenzia il mutare del mondo, ma anche coloro che lo vivevano e attraversavano. “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di un anonimo mercante milanese è una importante testimonianza del passato oggi conservata al British Museum e un notevole documento storico che narra a noi nel presente frammenti di vita di un tempo ora lontano.

Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali, ha insegnato Storia medievale all’Università di Genova. Con Marietti 1820 ha pubblicato di recente” Il ponte di Istanbul. Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci” e “Gli orizzonti aperti del medioevo. Jacopo da Varagine tra santi e mercanti”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

Rosa. Storia culturale di un fiore di Claudia Gualdana, (Marietti 1820, 2019) a cura di Viviana Filippini

10 gennaio 2020

rosaLa rosa, un fiore di una bellezza disarmante. La rosa però non è solo uno dei componenti del mondo vegetale, essa è un elemento che accompagna l’uomo fin dal passato. A raccontarci il valore culturale della rosa ci pensa il libro “Rosa. Storia culturale di un fiore”, di Claudia Gualdana, edito da Marietti 1820. Il saggio ripercorre il valore che il fiore ha avuto  nel corso dei secoli negli ambiti letterario, figurativo, storico e favolistico. Un libro interessante che permette di comprendere la molteplicità di significati e valori che il delicato fiore ha assunto anche nelle differenti culture dove esso è passato. La lettura del libro della Gualdana è avvincente, perché si parte dagli albori della civiltà umana e già nell’ “Iliade” di Omero si trova l’accenno alla rosa e al suo olio, usato da Venere per ungere il corpo senza vita di Ettore. Dagli scritti dell’antica Grecia, dove la rosa veniva usata anche per decorare gli altari delle divinità (Venere), si passa all’epoca dei Romani, quando il fiore era il simbolo della passione, della vita e del trionfo militare. Nel primo Cristianesimo la rosa assunse il significato del dolore e del martirio, non a caso più che i petali, prevalsero le sue spine e sarà solo col passare del tempo che ci si rese conto di come il Cristianesimo non era solo dolore, ma anche amore per la vita e speranza. Pensiamo alla rappresentazione della Madonna, madre di Gesù, spesso è accompagnata da fiori e tra di essi spiccano le rose, un’eredità di epoca pagana, che nel cristianesimo assume valore di carità, purezza e santità. Nel libro della Gualdana si fa riferimento anche al valore simbolico del fiore in rapporto ai numeri e si pone l’attenzione su quello che accadde in epoca medievale, quando la rosa visse un momento di oblio, nel senso che il suo valore erotico e sensuale la portò ad essere messa un po’ in disparte. Successivamente il fiore ebbe il suo riscatto quando venne elevato fiore l’emblema della figura di Cristo. La rosa come Cristo, da amare e rispettare. Non a caso il colore rosso dei petali veniva spesso equiparato a quello del sangue versato da Gesù nel momento della Passione in croce. Come emerge dal libro, la rosa visse un vero e proprio cammino culturale, che la portò a popolare il mondo delle cultura e, ad un certo punto, anche i giardini di case e monasteri, poichè la si riteneva un fiore in grado di curare i malumori e le infezioni. Religione, arte e anche letteratura. Nelle opere letterarie la rosa è protagonista di poesie. È simbolo di amore, di passione, di bellezza e spesso la donna amata e desiderata dal poeta è paragonata ad una rosa. Non solo, perché nel corso della storia della letteratura, il delicato fiore è stato protagonista di più e più scritti e caricato di tanti significati da indagare e scoprire. In questo la Gualdana ci aiuta dandoci interessanti informazioni e creando spunti per nuove ricerche. Alla fine del libro ci sono una serie di poesie che fanno compiere un vero e proprio cammino nella letteratura alla scoperta dei valori simbolici e metaforici che la rosa assunse per i poeti che la fecero protagonista dei propri testi. “Rosa. Storia culturale di un fiore” di Claudia Gualdana è un interessante saggio che permette al lettore di comprendere la molteplicità di significati, interpretazioni, valori simbolici e metaforici di ieri e di oggi, che si celano nei profumati petali di una rosa.

Claudia Gualdana, insegnante e saggista, ha curato Il catechismo buddhista di Subhadra Bhikshu (Bompiani, 2004), pubblicato Eva e la rosa. Storie di donne e regine di fiori (Vallecchi, 2011) e scritto il saggio «La strumentalizzazione mediatica in Italia dei Quaderni neri», uscito nel libro di F.W. von Herrmann e F. Alfieri Martin Heidegger. La verità sui quaderni neri (Morcelliana, 2016).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

:: Sul racconto di Roland Barthes – Una conversazione inedita con Paolo Fabbri. Postfazione di Gianfranco Marrone (Marietti 1820 2019) a cura di Nicola Vacca

4 dicembre 2019

MA_Barthes_Sul racconto_mini4.inddRoland Barthes è stato uno dei più influenti intellettuali francesi della seconda metà del Novecento. Saggista, critico letterario, ma soprattutto linguista. Esempio di studioso onnicomprensivo, Barthes viene ancora oggi considerato fra i maggiori esponenti dello strutturalismo.
L’autore dei Miti d’oggi da intellettuale contro – tempo ha attraversato la vita politico – culturale europea degli anni ‘70 – 80 facendo della ricerca linguistica uno strumento di abiura del potere, di quell’Onnipotere ideologico – religioso – economico e, in ultima analisi, linguistico, che impedisce il reale godimento della vita.
La sua influenza sul discorso culturale oggi è ancora necessaria ed è davvero sorprendente che ci sia in giro materiale inedito che lo riguarda.
Marietti 1820 in questi giorni ha pubblicato Sul racconto, un piccolo e prezioso volume che contiene una conversazione inedita con Paolo Fabbri, registrata a Firenze nel dicembre 1965 in cui Roland Barthes affronta il tema dell’analisi strutturale dei racconti a partire dalle intuizioni di Vladimir Propp, passando per l’Odissea, Sherlock Holmes, Don Chisciotte e Madame Bovary.

«Se desiderate potrei dire qualche parola su questa ricerca che concerne l’analisi strutturale dei racconti: è una ricerca che si sviluppa attualmente in Francia, in modo ancora assai modesto, ma siamo già i due o tre ricercatori lavorare su questa pista».

Partendo da Propp e Lévi Strauss, Barthes comincia a lavorare sulla questione dell’analisi strutturale dei racconti.
Per il semiologo il racconto costituisce una materia umana, una classe di produzione dell’umanità o, propriamente parlando, a prima vista assolutamente incontrollabile.
Barthes sostiene che ci sono milioni e milioni di racconti che sono stati elaborati dagli uomini e per un tempo indefinito di cui non conosciamo l’origine, in tutte le società umane possibili e immaginabili ci sono sempre stati, e ci saranno sempre, dei racconti.
A tutti i livelli della cultura esistono ancora dei racconti e essi prima di tutto rappresentano una questione umana che riguarda tutti e la Storia.

«Il racconto – continua Barthes nella sua conversazione – è come una struttura che si può dilatare, è un fenomeno questo d’osservazione corrente, cioè sappiamo bene che il racconto può essere stipato di notazioni quasi infinite e ciononostante restare intelligibile».

Sul racconto è l’ennesima prova della straordinaria intelligenza di Roland Barthes che anche in queste pagine si mostra con geniale decrittatorie dei nostri tempi.
Da una conversazione avvenuta nel 1965 arrivano leparole del grande intellettuale francese e fanno ancora rumore le sue osservazioni radicali sull’analisi del racconto che accompagnano le note e dirompenti tesi sulla letteratura e la critica letteraria che ancora oggi fanno discutere.

Roland Barthes (1915-1980), saggista e semiologo, tra i maggiori esponenti dello strutturalismo francese del ‘900, ha insegnato all’École Pratique des Hautes Études e al Collège de France. Tra le sue opere: Il grado zero della scrittura, Frammenti di un discorso amoroso e La camera chiara, pubblicati in Italia da Einaudi.

Paolo Fabbri, semiologo, ha collaborato per molti anni con Algirdas J. Greimas a Parigi e con Umberto Eco a Bologna. Ha insegnato nelle Università di Firenze, Urbino, Palermo, Bologna e in molti atenei europei e americani. È stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.

Gianfranco Marrone, professore di Semiotica all’Università di Palermo, ha tradotto in italiano numerose opere di Barthes.

Source: Libro arrivato al recensore dall’ Ufficio stampa.

“L’intendente Sanshō”, Mori Ōgai, ed Marietti 1820 (2019) A cura di Viviana Filippini

22 agosto 2019

SanshoL’intendente Sanshō” di Mori Ōgai è la versione più nota di una leggenda antica del Giappone, con protagonisti sorella e fratello vissuti nel periodo Heian. La storia, pubblicata dall’editore Marietti 1820, ha al centro della narrazione Tanaki, Zushio e Anju, moglie e figli di un governatore spodestato dal suo ruolo perché ritenuto troppo buono e umano dai suoi superiori. Ad un certo punto le vite della madre e dei figli si separano. La donna viene venduta al mercato di Sado, mentre i due fratelli, che sono dei bambini, finiscono nelle terre dell’intendente Sanshō. Qui, i due, uniti dal profondo legame fraterno, metteranno a assieme le loro forze per sopravvivere e per sopportare le angherie dell’intendente. Il loro intento è quello di fuggire e di andare a trovare la madre, un desiderio che i due giovani nutrono sempre più nel loro cuore, e che diventa ancora più intenso quando sento una canto di una voce femminile arrivare da lontano. Una dolce voce che intona la stessa canzone che cantava sempre loro Tanaki. Grazie a quella melodia eseguita da un’anziana, i due fratelli organizzano una fuga per loro e per la donna che canta, però tutto viene mandato in fumo dagli uomini di Sanshō. Zushio non demorde e, anche su spinta della sorella, decide di partire per andare ad ottenere giustizia e promette ad Anju di tornare a prenderla, ma la ragazza, impensierita dalle pressioni che potrebbe subire nell’attesa del ritorno del fratello, compirà un gesto che lascerà il lettore senza parole. Zushio, trova aiuto in Taro, figlio di Sanshō, del tutto all’oscuro dei loschi traffici del padre. Solo dopoa ver esposto le sue ragioni al Primo Ministro di Tokyo, Zushio partirà per Sado alla ricerca della madre. Il romanzo breve, o racconto lungo, di Ōgai ci porta dentro al Giappone del passato, dentro all’intreccio della storia antica e permeata di un’atmosfera in perenne bilico tra Storia e leggenda. Quello che emerge è la coralità della vicenda, nel senso che i protagonisti incarnano sentimenti comuni vissuti da chi si era vittima di soprusi da parte dei potenti. Tra le pagine de “L’intendente Sanshō” di Mori Ōgai emergono altri temi, ancora attuali oggi, come l’importanza dei legami familiari; il valore degli insegnamenti morali per un vita degna e rispettosa e anche un’acuta e attenta riflessione sulle violenze, le vessazioni e le angherie dei potenti corrotti, verso coloro che cercavano di vivere onestamente. Testo curato da Matilde Mastrangelo con introduzione di Maria Teresa Orsi. Traduzione di Matilde Mastrangelo.

Mori Ōgai (1862-1822) è stato tra i principali esponenti della letteratura giapponese moderna, visse i grandi rinnovamenti dell’era Meiji (1868-1912) da letterato e da uomo di Stato, in qualità di ufficiale medico dell’esercito giapponese. Traduttore di Andersen e Goethe, scrisse i romanzi Vita sexualis, L‘età giovane e L’oca selvatica, opere teatrali e racconti storici.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone, addetta ufficio stampa.

:: Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2019

Camminare, Henry David Thoreau, Marietti 1820Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.

Henry David Thoreau (1817-1862), scrittore statunitense, è stato tra i grandi protagonisti del “rinascimento americano”. Il suo capolavoro, “Walden ovvero La vita nei boschi”, è una riflessione sul rapporto che gli individui devono ripristinare con l’armonia del mondo naturale per resistere alla spersonalizzazione della società moderna.

Marina Corradi, giornalista e scrittrice, è editorialista e inviata del quotidiano Avvenire.

Source: richiesto dall’autore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.