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:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

23 febbraio 2022
Il bacino del Donec interessa i territori orientali dell’Ucraina (aree dorate). Al centro della mappa, in azzurro, l’imponente corso del Dnepr.

Grazie professore di questa nuova intervista che riprende quella che ci ha concesso nell’aprile del 2015 sulla crisi russo-ucraina. Lei non è un esperto di Europa Orientale, ma è un esperto delle dinamiche che portano a combattere le guerre, evitarle, perderle o vincerle. Suo del 1994 è un libro molto prezioso dal titolo Guerra e pace: due secoli di storia del pensiero politico (FrancoAngeli), che se vogliamo consiglierei ai nostri lettori e anticipa molte delle dinamiche che vediamo oggi. Una domanda breve e molto personale: come siamo arrivati secondo lei a questo punto in Ucraina? Ricordo che la cosiddetta guerra civile scoppiata nel 2014, è continuata fino a oggi senza una reale pacificazione o accordi definitivi, verte sul riconoscimento formale della sovranità delle regioni ucraine separatiste e filo russe di Donetsk e Luhansk che nel 2014 si sono autoproclamate Repubbliche indipendenti da Kiev.

E’ necessaria una premessa: il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, vivono da tempo in una sorta di nirvana, che li culla in una sorta di incosciente indifferenza. Nulla di male nel non volersi interessare degli affari del mondo, ma soltanto se si è già rinunciato a sentirsi grandi potenze, a occuparsi di paesi lontani, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, e via discorrendo. In altri termini, la gestione di una politica estera – di qualsiasi stato – richiede un impegno costante e continuativo. Bisogna occuparsene tutti i giorni, per così dire, e non svegliarsi dal torpore quando da qualche parte uno starnuto ci fa sobbalzare.

Questo non è un invito alla politica di potenza o alla continua ingerenza negli affari altrui. Significa piuttosto che la realtà è complessa, evolve in continuazione, può cambiare o modificare il proprio indirizzo. Capirlo servirebbe non tanto a evitare le guerre, ma a essere presenti a se stessi, ad avere la consapevolezza di quel che sta succedendo nel mondo. Certo, questo non era stato l’atteggiamento del presidente Trump, e il primo anno del governo di Biden si è rivelato non tanto diverso. Un esempio per tutti: l’abbandono dell’Afghanistan alle sue miserie è una delle pagine più indecenti della storia della politica estera americana.

Veniamo ora al punto di oggi – o meglio, di ieri perché la situazione dl Donbass era nota al mondo da un decennio – ma evolve in continuazione. Ma chi se ne era più preoccupato?

C’è una linea da nord a sud, che va dalla Lituania a Sebastopoli (tanto per ricordare il nome a cui Tolstoj intitolò i suoi straordinari Racconti di Sebastopol), sulle rive del mar nero, che segna quasi esattamente il senso della politica estera-occidentale della Russia, che è il sogno imperiale di Putin e e costeggia la Polonia, quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Quello era il confine tra i due mondi occidental-capitalistico e Russia comunista (con alcune appendici). Quello stesso confine strategico-politico oggi passa semplicemente attraverso due nuovi stati, uno che viene chiamato Bielorussia (e una volta era semplicemente una delle “repubbliche socialiste sovietiche”, e un altro come – guarda caso – l’Ukraina.

Il punto geografico- strategico (e non geopolitico, giacché quest’ultimo non esprime analisi e spiegazioni, ma “leggi” naturali che non esistono) riguarda i motivi che hanno portato l’URSS, in prima battuta, e la Federazione russa subito dopo,, ad arretrare di un paio di migliaia di km, verso est, quindi, formando un cuscinetto verso l’Europa dell’ovest molto più ampio di quanto non fosse quello che intercorreva ai tempi della guerra fredda.

Già… i tempi della guerra! È da quando finì, cioé nell’Ottantanove, che la storia ha subito una svolta (stavo per dire: uno scossone, un terremoto…): la seconda più grande potenza militare, oltre che ideologica e politica, del mondo che scompare dalle carte geografiche senza aver sparato un solo colpo di fucile! Lo stesso risultato che si ottiene con una grande guerra senza avere combattuto, ucciso, distrutto. Tra le conseguenze poco discusse e meno ancora analizzate, due avevano il primato: una per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’altra per la Russia.

Gli Usa vinsero quella che si poteva considerare la guerra ideologica, ma persero il riconoscimento della loro supremazia da parte degli alleati. La Russia perse anche sul piano territoriale, perché diverse sue ex-repubbliche ottennero l’indipendenza. Gli Usa non seppero valutare la portata dell’evento – straordinario e unico nella storia delle relazioni internazionali – e continuarono la politica estera ingenua e inconsapevole (le guerre contro Afghanistan e Iraq, e poi l’intromissione nella guerra civile siriana sono state le vere “sconfitte” americane, con la perdita di immagine, oltre che potenza e di capacità militare, che mostrarono) senza accorgersi che gli stessi alleati avevano incominciato a perdere fiducia nel “fratello maggiore” decaduto…

Sintetizzo eventi che si sono sviluppati lentamente, ma i cui risultati appaiono oggi ben chiari. Capì tutto e quasi subito il nuovo “zar” di Russia, Vladimir Putin, che si accorse di trovarsi a capo di uno stato poverissimo (se non di risorse naturali), privo di una struttura industriale capace di dare lavoro a milioni di povere persone. Ma in cambio scoprì una miniera: il nazionalismo e l’espansionismo (non tanto lontano dai disegni hitleriani, a ben vedere) che avrebbero dovuto consentirgli di riconquistare le terre perdute. Di fronte a un Occidente che pensò, in modo tradizionalistico e meccanico, di spostare il cordone di sicurezza verso la Russia, come ai vecchi tempi (ma non c n’era più bisogno), Putin poté iniziare la sua “grande marcia”, che iniziava da una regione “dimenticata” come quella del mare di Azov, guarda caso vicino a Donetsk e Lugansk. La porta a sud veniva dunque chiusa fomentando il nazionalismo pro-russo, mentre la porta, ancora più importante e molto più grande, a ovest, era tenuta aperta dall’Ukraina, solleticata dall’idea di passare nella parte più ricca del pianeta.

Il controverso referendum indipendentista nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale di Donetsk e Lugansk è stato un vero plebiscito (anche se dall’Occidente considerato finanziato dal Cremlino). Per quanto riguarda l’integrità territoriale dell’Ucraina il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, come è stato richiesto dalla Duma a Putin (1), sarebbe un atto che rientra negli interessi di Mosca? Secondo lei perché Putin attende, cerca di frenare magari l’ala più interventista pronta a fare precipitare la situazione? Ricordiamo che quelle aree sono aree di guerra e la gente muore sul serio.

Penso che Putin stia semplicemente giocando con il topo. Sulla base di un progetto che proietta Putin alla presidenza fino al 2036 (secondo la sua più recente modifica costituzionale) con l’intenzione di ricostituire la consistenza territoriale dell’impero zarista, o meglio, di quello sovietico, Putin ha iniziato da alcuni anni a sbocconcellare i margini che contornano i vecchi confini: dapprima la Crimea, poi l’Ukraina. Non ci si sbaglierà proprio a prevedere che la prossima mossa riguarderà la Bielorussia (del resto ancora, o già, o russificata)… La Russia è lo stato più esteso al mondo; alla fine dell’operazione-riconquista, un po’ come fu la progressiva conquista da parte degli Stati Uniti di territori sempre più vasti (Texas, California, eccetera) e lo sarà ancora di più, ma verosimilmente non diventerà per questo più ricca o più democratica. Al contrario, le difficoltà per Putin aumenteranno perché, per loro fortuna, le nuove generazioni sono libere dall’indottrinamento del passato. La popolazione è piuttosto scarsa; l’industria e le industrie sono arretrate; la spesa militare è al di là di ogni ragionevole criterio strategico; il prodotto nazionale lordo è basso e quel che lo nutre sono comunque solo materie prime, petrolio e gas, che sono stati forniti dalla natura e non dall’ingegno locale.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche nel caso avesse informazioni certe su questo attacco imminente perché darne notizia pubblicamente così alla popolazione aumentando il panico e la confusione. Questa strategia ha una funzione di deterrenza?

Risponderei semplicemente che Biden è indeciso, incerto, e impreparato. Continua a seguire e inseguire le mosse di Putin, ma è chi fa il gioco che vince il braccio di ferro della dissuasione reciproca (posso informare che il primo libro, nel 1971 – 53 anni fa! – si intitolava proprio La politica della dissuasione). Ora il principio basilare, necessario ma non sufficiente, di una strategia di dissuasione è la credibilità: non bastano grandi minacce, bisogna che l’avversario le creda realistiche, cosicché attraverso un altro marchingegno, l’escalation, il gioco continui con rilanci sempre pericolosi, fino al momento in cui entrambe le parti si accorgono che di quel passo si rischia davvero l’Armageddon.

A chi conviene in realtà questa guerra, personalmente direi suicida? Se si arrivasse a uno scontro aperto tra USA e NATO e Russia, la Cina non starebbe a guardare e il rischio di un Armageddon atomico sarebbe reale.

La Cina di adesso starebbe certamente a guardare: non ha nulla da perdere se gli Usa vengono scornati o se la Russia deve arretrar anche di un solo passo. La Cina non è disinteressata o neutra, ma si sta consolidando – aggiungerei anche peggiorando. La sua leadership è sempre più autoritaria, illiberale e vorace, ma calma, lucida e riflessiva.

E poi infine le chiedo che prospettive ci sono per la risoluzione pacifica della crisi russo-ucraina? Può essere ancora risolta solo da accordi diplomatici che mettano tutti d’accordo su prezzo del gas e materie prime?

Sì, può essere risolta così, ma l’Occidente – essendo stato battuto sul tempo (ecco il perché della mia premessa iniziale) – dovrà pagare dei prezzi, in parte inevitabili, altri scontati, per quanto riguarda il ritocco dei confini territoriali russi. Alla peggio, le zone russificate dovranno essere abbandonate a se stesse. Gli Usa e l’Unione europea non andrebbero mai a combattere per Donetsk.

Torino, 23 febbraio 2022

Nota (1): Due giorni fa Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti che riconoscono la sovranità delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

:: Alle origini della crisi ucraina. Il revanscismo russo e le mancate promesse della NATO di Eugenio Di Rienzo

22 febbraio 2022

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della North Atlantic Treaty Organization assicurandogli, come contropartita, che la coalizione, nata il 4 aprile 1949, non avrebbe esteso la sua presenza oltre la linea dell’Oder.

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa sotto protettorato di Mosca cominciò a emanciparsi dal suo controllo, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio militare dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal Segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un centimetrò verso oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa centro-orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009, sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia, Ucraina nella Alleanza atlantica.

Nel corso dell’attuale crisi ucraina, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin ha ripetuto più volte, a giusto titolo, «che Mosca era stata imbrogliata e palesemente ingannata» dagli Stati occidentali, i quali avevano assicurato che l’Alleanza del Nord Atlantico non si sarebbe allargata «neppure di un centimetro a est». A queste affermazioni, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha replicato seccamente, affermando che «nessuno, mai, in nessuna data e in nessun luogo, aveva fatto tali promesse all’Unione Sovietica».

In questi giorni, però, l’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato documento, rinvenuto nei British National Archives dal politologo americano Joshua Shifrinson, professore alla Boston University che rafforza la versione delle autorità russe secondo cui quando la Germania fu unificata, all’Unione Sovietica venne fornita esattamente questa garanzia. Si tratta del verbale della riunione dei Direttori politici dei Ministeri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, tenutasi a Bonn, il 6 marzo 1991. Il tema del colloquio era la sicurezza nell’Europa centrale e orientale e i rapporti con la Russia vinta, avvilita ma ancora capace, secondo i convenuti, di una forte reazione se si fosse attentato alla sua sicurezza, senza tentare di stipulare con essa un duraturo patto di amicizia e collaborazione economica e politica.

L’organizzazione del Patto di Varsavia in quei mesi stava già disgregandosi, e alcuni Paesi del blocco sovietico avevano espresso alle maggiori Potenze occidentali la loro volontà di entrare a far parte della NATO. Tuttavia dal documento risulta con lampante evidenza che Inglesi, Americani, Tedeschi e Francesi furono concordi nel ritenere che tali richieste, lesive del futuro equilibrio di potenza europeo, erano «inaccettabili». A nome di Berlino, Jurgen Hrobog, affermò, infatti: «Abbiamo chiarito durante il “negoziato 2 più 4” sulla riunificazione della Germania, con la partecipazione della Repubblica Federale di Germania, della Repubblica Democratica Tedesca, di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia, che non intendiamo far avanzare l’Alleanza atlantica oltre l’Oder. E pertanto, non possiamo concedere alla Polonia o ad altre Nazioni dell’Europa centrale e orientale la possibilità di aderirvi». Secondo Hrobog, questa posizione era stata concordata con il Cancelliere federale Helmut Kohl e il Ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher. Da parte sua, in quella stessa occasione, il rappresentante degli Stati Uniti, Raymond Seitz, dichiarò: «Abbiamo ufficialmente promesso all’Unione Sovietica – nei “colloqui 2 più 4”, così come in altri contatti bilaterali intercorsi tra Washington e Mosca – che non intendiamo sfruttare, sul piano strategico, il ritiro delle truppe sovietiche dall’ Europa centro-orientale e che l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente».

Che queste mancate promesse avrebbero portato ad un ritorno al tempo di ferro della Guerra Fredda, provocando forse ancora più gravi crisi nel Vecchio Continente, lo intuì con chiaroveggenza Gorbaciov, nell’intervista concessa, il 7 maggio 2008, al The Daily Telegraph, quando dichiarò che «gli Americani ci promisero che la NATO non sarebbe mai andata oltre i confini della Germania dopo la sua riunificazione, ma adesso che metà dell’Europa centrale e orientale ne sono membri, mi domando cos’è stato delle garanzie che ci erano state accordate? La loro slealtà è un fattore molto pericoloso per un futuro di pace perché ha dimostrato al popolo russo che di loro non ci si può fidare».

(Fonte: Nuova rivista storica qui il Prof Di Rienzo autorizza la pubblicazione su questo blog).

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

19 febbraio 2022

Benvenuta Diana Johnstone e grazie per averci concesso questa nuova intervista che verterà essenzialmente sulla crisi ucraina alle porte dell’Europa. Grazie ai tuoi studi, ricordo che hai un diploma in Studi Russi, sei forse la persona più adatta per rispondere ad alcune domande.

1. L’adesione dell’Ucraina alla NATO sembra essere la vera causa del contendere, mentre la sua neutralità o meglio la finnlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

DJ Non dimentichiamo che l’Ucraina non è una nazione storica, con un’identità ben definita. Il termine Ucraina, che significa terra di confine, originariamente era applicato ai territori tra Russia e Polonia. L’Ucraina è uno stato totalmente indipendente solo dal 1991. I suoi confini sono stati generosamente stabiliti dall’Unione Sovietica, estendendosi dalle aree orientali che facevano parte della Russia alle aree occidentali che facevano parte della Polonia, della Lituania, dell’Impero asburgico e di quelle popolazioni identificate come Occidente cattolico. Questa divisione si è manifestata alle elezioni presidenziali, quando gli elettori dell’Est e dell’Ovest hanno scelto partiti opposti. La vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha ampliato l’Ucraina verso ovest, rafforzando l’estremità filo-occidentale e anti-russa del paese. Da questa espansione, una vasta diaspora antirussa e anticomunista emigrò negli Stati Uniti e in Canada, formando una lobby nazionalista ucraina politicamente iperattiva, la cui influenza fu accolta e incoraggiata da Washington. Certamente, un’Ucraina neutrale e federale, che accetti le differenze linguistiche e culturali tra Oriente e Occidente, potrebbe consentire all’Ucraina di evolversi in un ponte tra Oriente e Occidente. Tuttavia, i responsabili politici statunitensi e britannici preferiscono chiaramente utilizzare l’Ucraina come barriera piuttosto che come ponte, impedendo il pacifico riavvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Questa è la classica politica britannica del divide et impera. Come affermato apertamente dal funzionario neoconservatore del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, che ha attivamente promosso il rovesciamento nel 2014 del presidente eletto, Viktor Yukonovych, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per rafforzare la “democrazia ucraina”, ovvero la vittoria dell’Occidente del paese sul suo Oriente. L’incertezza storica dell’identità ucraina contribuisce all’ostilità fanatica verso la Russia dei nazionalisti occidentalizzati. Entrare nella NATO sarebbe un’affermazione della loro identità occidentale e non vogliono rinunciarvi. Tuttavia, molti attuali membri della NATO non sono affatto favorevoli ad ammettere l’Ucraina per i problemi che comporterebbe.

Welcome Diana Johnstone and thank you for granting us this new interview which will essentially focus on the Ukraine crisis on the doorstep of Europe. Thanks to your background, I remember that you have a diploma in Russian Studies, you are perhaps the best person to answer some questions.

1. Ukraine becoming part of NATO seems to be the real cause of the dispute, while its neutrality or rather Finnlandization would be the most desired solution. Why doesn’t Ukraine openly embrace this solution?

D.J. Never forget that Ukraine is not an historic nation, with a well-defined identity. The term Ukraine, meaning borderland, originally applied to territories between Russia and Poland. Ukraine has been a totally independent state only since 1991. Its boundaries were generously set by the Soviet Union, stretching from Eastern areas which had been part of Russia to Western areas which had been part of Poland, Lithuania, the Habsburg Empire, and whose people identified with the Catholic West. This split showed up in Presidential elections, when voters in East and West chose opposing parties. The Soviet Union’s victory in World War II expanded Ukraine Westward, strengthening the pro-Western, anti-Russian end of the country. From this expansion, a very large, anti-Russian and anti-communist diaspora emigrated to the United States and Canada, forming a politically hyperactive Ukrainian nationalist lobby, whose influence was welcomed and encouraged in Washington. Certainly, a neutral, federal Ukraine, accepting linguistic and cultural differences between East and West, could allow Ukraine to evolve into a bridge between East and West. However, U.S. and British policy-makers clearly prefer to use Ukraine as a barrier rather than a bridge, preventing the peaceful rapprochement between Russia and Western Europe, Germany in particular. This is classic British divide and rule policy. As openly stated by neoconservative State Department official Victoria Nuland, who actively promoted the 2014 overthrow of the elected President, Viktor Yukonovych, the United States has invested billions of dollars to strengthen “Ukrainian democracy” – meaning the victory of the West of the country over its East.

The historic uncertainty of Ukrainian identity contributes to the fanatic hostility toward Russia of the Westernizing nationalists. Joining NATO would be an assertion of their Western identity and they don’t want to give it up. However, many current NATO members are not at all favorable to admitting Ukraine and the troubles it would bring.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e anche l’Italia: nei giorni scorsi si sono incontrati il ​​ministro degli Esteri italiano Di Maio e Lavrov e presto ci sarà l’incontro Draghi-Putin. Insomma, è ancora tempo per la diplomazia?

DJ L’Europa meridionale non ha assolutamente alcun interesse a essere trascinata nel conflitto in Ucraina. Ma purtroppo Parigi e Roma diplomaticamente non collaborano. La Francia ha trattato molto male l’Italia riguardo alla Libia, e preferisce coordinarsi con la potente Germania, secondo il mito della “coppia franco-tedesca” nel cuore dell’Unione Europea. La Germania rimane saldamente attaccata alla sua potenza occupante, gli Stati Uniti. L’insistenza obbligatoria sull’“unità europea” nasconde semplicemente il fatto che le decisioni vengono prese da Washington.

2.Macron’s France has sought mediation, and Italy too: in recent days Italian Foreign Minister Di Maio and Lavrov have met and soon there will be a Draghi-Putin meeting. In short, is it still time for diplomacy?

D.J. Southern Europe has absolutely no interest in being dragged into conflict in Ukraine. But unfortunately, Paris and Rome do not work together diplomatically. France treated Italy very badly concerning Libya, and prefers to coordinate with powerful Germany, according to the myth of the “Franco-German couple” at the heart of the European Union. Germany remains firmly attached to its occupying power, the United States. Obligatory insistence on “European unity” simply covers the fact that decisions are made in Washington.

Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe portato all’ONU le prove del genocidio della “popolazione russofona del Donbass”: in breve, dal 2014 nel Donbass sono state commesse atrocità, comprese fosse comuni e massacri di civili, tutto sotto gli occhi dell’Europa, che in realtà non ha prestato molta attenzione a questi eventi. Come lo spieghi?

DJ Gli occhi dell’Europa sono puntati sulle atrocità che i mass media portano alla loro attenzione. Tali atrocità possono anche essere immaginarie, ad esempio in Cina sin da quando questa nazione è stata scelta come “nemica dell’Occidente”. Ma le atrocità commesse dai nostri amici non attirano l’attenzione dei media mainstream e rimangono sconosciute al grande pubblico.

3.According to the Wall Street Journal, Moscow allegedly brought to the UN the evidence of the genocide of the “Russian-speaking population of the Donbass”: In short, since 2014 atrocities in the Donbass have been committed, including mass graves and massacres of civilians, all under the eyes of Europe, which in reality has not paid much attention to these events. How do you explain it?

D.J. The eyes of Europe are on the atrocities which mass media bring to their attention. Such atrocities may even be imaginary, for instance in China since that nation has been selected as “enemy of the West”. But atrocities committed by our friends do not attract the attention of mainstream media and remain unknown to the general public.

La Duma ha chiesto a Putin di riconoscere Donetsk e Luhansk, per ora Putin non l’ha ancora fatto. Perché pensi che Putin stia aspettando? Sta cercando di frenare l’ala più interventista pronta a far precipitare la situazione? Ricordiamoci che quelle aree sono zone di guerra e le persone stanno morendo veramente.

DJ Pur essendo ritratto dai media occidentali come un mostro con le zanne che complotta per divorare i suoi vicini, Putin è sempre stato un leader prudente e pacifico che spera in buone relazioni con l’Occidente. Quindi evita ogni inutile provocazione. Sponsorizzare il ritorno democratico della Crimea in Russia è stato un caso eccezionale: una necessità vitale per salvaguardare la base navale russa a Sebastopoli dall’eventuale acquisizione del controllo degli Stati Uniti a seguito del colpo di stato sponsorizzato da Washington nel 2014. Ma fondamentalmente, Putin sostiene gli Accordi di Minsk, mantenendo il Donbass all’interno dell’Ucraina come elemento di equilibrio. La rimozione del Donbass rischierebbe di unificare l’Ucraina come un pericoloso vicino ostile per molto tempo a venire.

4.The Duma asks Putin to recognize Donetsk and Luhansk, for now Putin has not yet done so. Why do you think Putin is waiting? Is he trying to curb the more interventionist wing ready to precipitate the situation? Let’s remember that those areas are war zones and people are seriously dying.

D.J. While being portrayed by Western media as a monster with fangs plotting to gobble up his neighbors, Putin has always been a prudent and peaceful leader hoping for good relations with the West. So he avoids any unnecessary provocation. Sponsoring Crimea’s democratic return to Russia was exceptiontal: an existential necessity to safeguard the Russia’s naval base in Sebastopol from eventual U.S. takeover following the 2014 Washington-sponsored coup. But basically, Putin supports the Minsk Accords, keeping Donbass within Ukraine as a balancing element. Removing Donbass would risk unifying Ukraine as a dangerous hostile neighbor for a long time to come.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche se avesse avuto qualche informazione certa su questo imminente attacco, perché divulgare tali notizie alla popolazione, generando panico e confusione? Questa strategia ha una funzione deterrente?

DJ Quegli annunci sono accuse, senza prove. Qualunque cosa accada, servono a creare l’impressione che la Russia sia almeno un potenziale aggressore. Se non succede nulla, Biden può affermare di aver scoraggiato l’aggressione. Se le ostilità sono iniziate dalla parte nazionalista di Kiev, gli Stati Uniti faranno riferimento a “false flags” e proclameranno che avevano ragione, la Russia ha invaso. Non c’è motivo di credere che l’amministrazione Biden voglia scoraggiare una guerra in Ucraina. Al contrario, una simile guerra riuscirebbe (loro lo sperano) a isolare la Russia dall’Europa occidentale e a perpetuare il dominio degli Stati Uniti.

6.American president Joe Biden goes on to say that Putin is about to attack and invade Ukraine. But even if he had some information about this imminent attack, why divulge such news to the population, generating panic and confusion? Does this strategy have a deterrent function?

D.J. Those announcements are accusations, without evidence. Whatever happens, they serve to create the impression that Russia is at least a potential aggressor. If nothing happens, Biden can claim to have deterred the aggression. If hostilities are begun by the Kiev nationalist side, the U.S. will refer to “false flags” and proclaim that they were right, Russia has invaded. There is no reason to believe that the Biden administration wants to deter a war in Ukraine. On the contrary, such a war would succeed (they hope) in isolating Russia from Western Europe and perpetuating U.S. domination.

Papa Francesco si è espresso ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali dicendo: “Il mondo è campione nel fare la guerra e questo è una vergogna per tutti”. Il suo appello sarà tenuto in conto?

DJ Parlare di “vergogna per tutti” suona un po’ come il peccato originale, che non indica la responsabilità individuale. Suppongo che sia nel ruolo del Papa. Ma “vergogna per tutti” permette a ciascuna parte di incolpare l’altra, cosa che sta già accadendo.

7.Pope Francis expressed himself when receiving in audience the participants in the plenary session of the Congregation for the Oriental Churches saying: “The world is a champion in making war and this is a shame for everyone”. Will his appeal be taken into account?

D.J. Speaking of “shame for everyone” sounds a bit like original sin, which does not point out individual responsibility. I suppose that is in the role of the Pope. But “shame for everyone” allows each side to blame the other, which is what is already happening.

Come ultima domanda, ti chiedo che ruolo gioca la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da ignorare?

DJ Non riesco a immaginare che la Cina intervenga in Ucraina. Ma la Cina fornisce supporto politico ed economico. Gli Stati Uniti vogliono “isolare” la Russia, ma con la Cina al proprio fianco non è sola. Naturalmente, se si pensa a questa ostilità occidentale in nome dei “nostri valori” contro tutti coloro che abbiamo scelto di chiamare “autoritari”, il pericolo di un’eventuale guerra nucleare dovrebbe essere preso sul serio. Ma non basta dire, vergogna per tutti. Noi in Occidente dobbiamo agire per fermare coloro che ci stanno portando in un conflitto perpetuo con il pretesto della nostra presunta superiorità morale come “democrazie”.

8.As a last question, I ask you what role is China playing in this crisis? Are they looking to intervene, perhaps, on the side of Russia? Isn’t that too great a danger to overlook?

D.J. I cannot imagine China intervening in Ukraine. But Chine does provide political and economic support. The U.S. wants to “isolate” Russia, but with China at one’s side, one is not all alone. Of course, if you are thinking of this Western hostility in the name of “our values” against all those we chose to call “authoritarian”, the danger of an eventual nuclear war should be taken seriously. But it’s not enough to say, shame for everybody. We in the West must act to stop those who are leading us into perpetual conflict on the pretext of our alleged moral superiority as “democracies”.

Diana Johnstone, 19 February 2022

Diana Johnstone è stata addetta stampa del Gruppo Verde al Parlamento Europeo dal 1989 al 1996. Nel suo ultimo libro, Circle in the Darkness: Memoirs of a World Watcher (Clarity Press, 2020), racconta episodi chiave della trasformazione del Partito dei Verdi in Germania da partito di pace a partito di guerra. I suoi altri libri includono Fools’ Crusade: Jugoslavia, NATO and Western Delusions (Pluto/Monthly Review) e, scritto a quattro mani con suo padre, Paul H. Johnstone, From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning (Clarity Press).

:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

13 febbraio 2022

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere è anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, è uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poiché la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso è invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. È doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo è il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, è perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte già realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato “not one inch” e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia «cortina di ferro».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso Oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralità o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrà che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, è ormai divenuta una «Nazione marionetta», alla quale non è concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata “guerra delle ombre”, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra “calda” che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia così ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di «apprendista stregone». In realtà, il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralità dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si è trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterà, per così dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrà direttamente in Ucraina. Si avrà solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita è ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrà certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle già elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, già auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE è diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perché la Federazione Russa è un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltà interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia, Armando Torno, (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2020

Il giornalista Armando Torno è in libreria con “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia”, edito da Marietti 1820. Nel volume sono raccolti una serie di articoli che hanno come tema principale la Russia vista a 360°. O meglio, il giornalista accompagna noi lettori nel mondo della cultura russa alla scoperta di dettagli e particolari inimmaginabili. Tanto per cominciare, Torno è stato una delle poche persone sul pianeta ad essere riuscite ad entrare nella biblioteca personale di Stalin. Un’escursione che ha permesso al giornalista di osservare da vicino i libri letti dal dittatore (25mila volumi), scorgendo anche gli appunti che il politico prendeva durante la lettura. Non solo, perché ad un certo punto della narrazione ci si imbatte anche nel lato romantico di Stalin stesso, che ogni sera quando andava al teatro del Bolscioi, percorreva in grande segreto un corridoio sotterraneo per portare in dono delle rose alla ballerina Ol’ga Lepesinkaija (prima ballerina del teatro per 30 anni, dal 1933 al 1963) con la quale cenava e, a quanto sembra, ballava pure. Armando Torno ci porta quindi le testimonianze delle diverse personalità che ha incontrato nei suoi viaggi in Russia.  Tra gli episodi da ricordare, la chiacchierata con Evgenij Borisovic Pasternak, il primo figlio di Boris, grazie al quale si scoprono dettagli maggiori sul travagliato percorso di pubblicazione che ebbe il romanzo del padre (“Il dottor Zivago”), finito vittima di tentativi di censura e di boicottaggio da parte dei piani alti. Altra tappa fondamentale per Armando Torno è stata la tenuta di Jasnaja Poljana dove visse e lavorò Tolstoij e  dove il giornalista è riuscito a incontrare uno dei discendenti dello scrittore autore di “Anna Karenina” e di “Guerra e pace”.  E non è tutto, perché ad un certo punto nelle pagine di scopre il baule che tanto amava Dostoevskij (scoprirete leggendo il perchè), dettagli curiosi su Gorky e qualche delucidazione che cambia un po’ la visione della storia, sulla famosa scarpa di Kruscev”. Sì, proprio quella che il segretario del partito comunista russo si tolse e batté con forza sul tavolo nel corso di un’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1960. “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia” di Armando Torno è un libro dal ritmo incalzante, piacevole nella lettura e nel quale si raccolgono tanti incontri umani, tante storie ed eventi che permettono a chi legge di avere un ritratto un po’ insolito della Russia e di quelle personalità che, nel corso del tempo, hanno contribuito a rendere la Russia grande e potente dal punto di vista politico e culturale. 

Armando Torno, scrittore e giornalista culturale tra i migliori della sua generazione, per anni responsabile della pagine culturali del Corriere della Sera,  ha frequentato  la Russia per oltre un decennio. Nei suoi viaggi ha scritto una serie di articoli interessanti che adesso ha raccolto in un libro. Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia è un libro davvero interessante, una lettura ricca di aneddoti e curiosità inedite.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie allo studio 1A Comunicazione.

:: Un’ intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2020

PandemiaBenvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Data la gravità del momento, e la difficoltà di tracciare scenari possibili una volta finita la pandemia, inizierei col chiederti una valutazione prettamente personale della situazione. In che misura secondo te cambieranno gli equilibri geopolitici e strategici una volta che l’allarme sanitario sarò rientrato? C’è un rischio reale per la tenuta democratica degli stati?

Sicuramente andremo incontro ad un peggioramento delle nostre, già precarie, condizioni economiche. Con il risultato di far aumentare il malcontento nei confronti di una classe politica che si è dimostrata inadeguata (una situazione che ricorda l’8 settembre). L’Unione ha mostrato il suo vero volto, ovvero quello di un gruppo di inutili burocrati incapaci di fronteggiare la crisi. Gli altri Stati hanno fatto affidamento ai propri leader costituzionalmente riconosciuti, mentre da noi assistiamo alle apparizioni facebook della coppia social Casalino-Conte, con un Parlamento, de facto, sospeso.

Il ridimensionamento dell’esercitazione Defender Europe che ripercussioni avrà secondo te? Un’unificazione delle forze armate europee sotto un’unica autorità è ancora sul piatto delle consultazioni e trattative o la pandemia in corso ha incidentalmente provocato un ritorno più spiccato ai vari nazionalismi? 

La Defender Europe è una esercitazione finalizzata a mostrare ai russi chi comanda in Europa (ne ho descritto il senso geopolitico in un articolo per Difesa online), cioè gli americani. Il dispiegamento di 25.000 uomini, o meno, è solo un atto dimostrativo.
Unificazione di forze europee? Fantasia! La NATO non verrà mai soppiantata, almeno per i prossimi vent’anni.
I nazionalismi sono sempre esistiti, solo noi italiani facciamo finta di non vederli. Prendiamo il surplus di Bilancio con l’Estero della Germania, da anni Bruxelles sostiene che è troppo alto e che Berlino deve diminuirlo. Ma la Germania lo reinveste nel suo welfare (il migliore in Europa) perché altrimenti non esisterebbe una Germania unita.

Stiamo assistendo a un utilizzo delle forze armate non più per meri scopi bellici, ma forse per la sua accezione più nobile di difesa della popolazione e mantenimento dell’ordine. È un’evoluzione prevista o si è fatta come si suol dire di necessità virtù? 

Le Forze Armate di una nazione esistono per difendere la stessa da nemici esterni, quindi già difendono la popolazione. Quando i militari vengono utilizzati per l’ordine pubblico vuol dire che la situazione interna è critica.

Per quanto riguarda la tenuta dell’Unione europea, esiste un piano comune, una qualche forma di coordinamento in caso di minacce pandemiche? Prevede che comunque venga messo in atto nei prossimi mesi?

Piani comuni per simili eventi non ne esistono, perché ogni paese dell’Unione agisce secondo i propri scopi e, come ci hanno dimostrato, ignorando le difficoltà degli altri.

In che misura la disinformazione e le fake news stanno influenzando l’opinione pubblica?

Io avrei più paura delle fake dei governi. Per quanto riguarda la disinformazione il nostro esecutivo non è stato secondo a nessuno.

Nel caso di un’ipotetica guerra batteriologica diciamo tradizionale, esiste una strategia e un piano comune europeo per fronteggiare la questione?

Esiste solo in ambito NATO. Ovvero secondo quanto stabiliscono gli USA.

E in che modo si potrebbe fronteggiare un eventuale attacco terroristico che utilizzasse armi batteriologiche?

Non si potrebbe.

La NATO non ha attivato alcun protocollo in caso di pandemia? Come si collocano in questo quadro di instabilità l’invio di medici militari e non, derrate e aiuti all’Italia da parte di paesi esterni alla NATO come la Russia, la Cina e Cuba? Non dovrebbe essere per prima Bruxelles, e poi Washington a coordinare gli aiuti nei paesi europei più colpiti? 

Dovrebbe essere così. Ma questa pandemia sta evidenziando la finzione di certe alleanze.

Finita l’emergenza come si ovvierà all’inevitabile disturbo post traumatico sofferto dalla popolazione? Servono dunque non solo virologi, e immunologi ma anche medici militari esperti di queste problematiche?

Serviranno sostanziosi investimenti pubblici, unico rimedio efficace.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza con informazioni chiare e attendibili e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

17 giugno 2019

dianajohnstone

Bentornata Mrs Johnstone su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica, nata negli Stati Uniti ma residente da più di trent’anni a Parigi. C’eravamo lasciate con Mr Trump insediato alla presidenza. Sono passati alcuni anni, che bilancio ha tratto del suo mandato?

Devo precisare che quando scrissi il mio libro criticando la politica estera di Hillary Clinton, partivo dal presupposto che avrebbe vinto le elezioni del 2016, e quindi intendevo ciò che ho scritto come un avvertimento su cosa aspettarci. Quindi il mio libro era più sulla politica estera degli Stati Uniti che su Hillary. Invece, Trump ha vinto, e quali sono le differenze? Sono poco visibili a questo punto. Come ho scritto nella conclusione del mio libro su Hillary Clinton, ciò che era necessario cambiare riguardo alla politica degli Stati Uniti era l’istituzione di un gruppo di esperti con le conoscenze e le intenzioni necessarie per attuare una nuova politica. Qualunque fossero le sue intenzioni pacifiche iniziali, Donald Trump non aveva una squadra del genere e apparentemente non sapeva nemmeno chi avrebbe potuto comporre una simile squadra. Inoltre, il Congresso era lì per bloccare qualsiasi nomina sgradita in posti di rilievo. Sotto una tale pressione, e anche a causa della sua stessa ignoranza, Trump è finito con una squadra di politica estera che è la peggiore che si possa immaginare. Ha permesso a Bolton di distruggere la sua iniziativa di pace con la Corea del Nord e la costante ostilità dei media ha reso le relazioni con la Russia anche peggiori di prima.

Welcome back Mrs. Johnstone on Liberi di Scrivere and thank you for accepting this new interview. Journalist, political analyst and geopolitical scholar, born in the United States but resident for over thirty years in Paris.
We had left with Mr Trump installed as president. Some years have passed, what does your balance sheet look like?

I should mention that when I wrote my book criticizing Hillary Clinton’s foreign policy, it was on the assumption that she would win the 2016 election, and so I meant this as a warning of what to expect. Thus my book was more about U.S. foreign policy than about Hillary. Instead, Trump won, and what are the differences? Scarcely noticeable at this point. As I wrote in the conclusion to my book on Hillary Clinton, what was necessary to change U.S. policy was the instatement of a team of experts with the necessary knowledge and intentions to carry out a new policy. Whatever his initial peaceful intentions may have been, Donald Trump had no such team and apparently did not even know who would compose such a team. Besides, Congress was there to block any unwelcome nomination to a top post. Under such pressure, and due to his own ignorance, Trump has ended up with a foreign policy team that is the very worst one could imagine. He allowed Bolton to wreck his peace initiative with North Korea, and constant media hostility has made relations with Russia even worse than before.

Il mondo sta cambiando velocemente certo, ma praticamente sta cancellando uno per uno tutti i trattati stipulati dalla precedente amministrazione Obama, dall’accordo sul nucleare con l’Iran, al trattato INF e NEW START, un errore o trova sensate queste scelte?

Queste sono scelte terribili. Si può supporre che abbiano origine dagli esperti del Partito della Guerra che circondano Trump e, non ultimo, dall’influenza del suo principale sostenitore finanziario, il miliardario dei casinò Sheldon Adelson, totalmente devoto all’Israele di Netanyahu.

The world is certainly changing, but all the treaties and agreements signed by the Obama administration are being canceled, the nuclear agreement with Iran, the INF and NEW START treaties. Is it a mistake or do you find these choices sensible?

These are dreadful choices. One can suppose that they originate with the War Party experts surrounding Trump and not least from the influence of his main financial supporter, the casino billionaire Sheldon Adelson, totally devoted to the Israel of Netanyahu.

Nel 2020 ci saranno in America nuove elezioni, pensa che gli americani gli daranno ancora fiducia o c’è spazio a un ritorno di una amministrazione democratica, senza naturalmente più la Clinton a concorrere per alcuna carica?

In questi giorni non credo che nessuno si fidi di nessuno negli Stati Uniti. Il complesso industriale militare, i think tank e i media favorevoli alla guerra, e la lobby israeliana hanno il controllo della politica estera di entrambe le parti. Le persone votano contro il candidato che odiano di più piuttosto che per l’alternativa. Non posso prevedere come andrà a finire – ho sbagliato nel 2016, potrei sbagliarmi di nuovo.

In 2020 there will be new elections in America, do you think Americans will trust again Trump or will they trust in a Democratic management, without of course Clinton competing for a role in the administration?

I don’t think anybody trusts anybody in the United States these days. The military industrial complex, the pro-war think tanks and media, and the Israel lobby are in control of the foreign policy of both parties. People vote against the candidate they hate the most rather than for the alternative. I cannot predict how this will go – I was wrong about 2016, I can be wrong again.

Uno studio australiano mette in guardia che la crisi climatica che stiamo attraversano è in questo momento la principale minaccia a breve termine per l’esistenza della nostra civiltà. Se non si passerà a una produzione industriale a impatto 0 arriveremo giusto fino al 2050, poi sarà la fine della civiltà come la conosciamo ora, e l’inizio di una velocissima probabile estinzione. Allarmismi inutili? Ma soprattutto è realistico poter procedere a una modifica su scala planetaria degli impianti industriali? Che idea si è fatta della questione ambientale?

Non sono d’accordo, perché penso che la nostra civiltà così com’è ora sia la minaccia principale all’esistenza della nostra civiltà. Siamo su un corso suicida. L’allarme costante sul clima distrae da tutte le altre minacce più direttamente provocate dall’uomo: le imposizioni del capitale finanziario, l’infinito sviluppo di armi sempre più letali e forse prima di tutto un’ideologia dominante che esalta l’avidità e la competizione e distrugge tutto il sistema di valori tradizionale, in particolare l’onestà, la libertà di espressione e la normale considerazione umana per gli altri. Tutti questi fattori si combinano per rendere impossibile qualsiasi serio programma per affrontare i cambiamenti climatici.

An Australian study warns that the climate crisis we are currently experiencing is the main threat to the existence of our civilization. If we do not switch to 0-impact industrial production we will arrive right up to 2050, then it will be the end of civilization as we know it now, and the beginning of a very fast probable extinction. Useless alarmism? But is it possible to proceed with a planetary scale modification of industrial plants? What is your view of ​​the environmental issue?

I don’t agree, because I think our civilization as it is now is the main threat to the existence of our civilization. We are on a suicidal course. Constant alarm about the climate distracts from all the other more directly human-caused threats: the dictates of finance capital, the endless development of more and more deadly weapons and perhaps first and foremost, a dominating ideology that glorifies greed and competition which destroys all traditional values, notably honesty, freedom of expression and normal human consideration for others. All these factors combine to render impossible any serious program to deal with climate change.

I cambiamenti climatici, le guerre stanno accelerando il drammatico fenomeno delle migrazioni, ogni giorno arrivano dalla Libia, specialmente in Italia, ma anche la Francia è toccata dal fenomeno, barconi carichi di profughi provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi del Medio Oriente. Generazioni di giovani che lasciano il loro paese, le loro famiglie per un difficile inserimento in paesi ed economie già debilitate e gravate da crisi sociali, disoccupazione, incertezza. Al netto dell’accoglienza, su questo umanamente non c’è nessun tentennamento, ma non valuta questa accelerazione destabilizzante non solo per l’Europa ma anche per i paesi d’origine di queste persone? E soprattutto se si sceglie di accoglierli, perché non si regolamenta il flusso, e si aprono gli aeroporti, ponendo fine all’indegno calvario a cui sono sottoposti in viaggi disumani, pericolosi e traumatici per gli stessi profughi?

L’immigrazione incontrollata è destabilizzante sia per i paesi europei che peri i paesi africani coinvolti. Potrei andare avanti all’infinito. È del tutto inaudito difendere le “frontiere aperte”, e non è un caso che questa politica socialmente distruttiva emerga come dogma “umanitario” in un momento in cui il capitale finanziario persegue la distruzione degli Stati nazionali. Le frontiere aperte sono un modo sicuro per farlo. Perché altrimenti ci sono gruppi favorevoli alle “frontiere aperte” supportati dal miliardario George Soros? Sono completamente d’accordo con Sahra Wagenknecht. È prematuro attribuire ai cambiamenti climatici le migrazione dall’Africa – piuttosto, l’afflusso deve molto alla convinzione diffusa che in Europa i migranti possano trovare lavoro e condizioni di vita migliori. I migranti sono quasi tutti giovani uomini vigorosi che sarebbero necessari a casa. È totalmente irresponsabile invitare persone che non si desidera né di cui si ha bisogno. A poche centinaia di metri da dove vivo a Parigi, nei pressi delle autostrade che convergono a la Porte de la Chapelle, centinaia di migliaia di uomini africani hanno piantato piccole tende e dipendono da mense caritatevoli. Condividono il territorio con i tossicodipendenti. Probabilmente sono venuti nella speranza di sostenere le loro famiglie a casa, ma non guadagnano nulla e non fanno nulla. La risposta necessaria è la cancellazione del debito africano, il pagamento corretto delle risorse naturali, il trasferimento di tecnologia, un serio aiuto ai progetti di educazione e infrastrutture, tutto ciò che è necessario per far sì che le persone trovino speranza nei loro paesi. La Cina sta effettivamente prendendo alcune di queste misure costruttive, ma ciò suscita ostilità in Europa.

Climate change and wars are accelerating the dramatic phenomenon of migration. Every day come from Libya boats loaded with refugees from Africa, Asia, countries of the Middle East. They arrive in Italy, but also France is affected by the phenomenon. Generations of young people leaving their country, their families for a difficult insertion in countries and economies already weakened and burdened by social crises, unemployment, uncertainty. Apart from the humanitarian side, do you consider this acceleration destabilizing not only for Europe but also for the countries of origin? And should we accept to greet these people, why not regulate the flow, and keep the airports open, limiting the calvary to which the refugees themselves are subjected in inhuman, dangerous and traumatic journeys?

Uncontrolled immigration is destabilizing for both the European and African countries involved. I could go on and on about this. It is totally unheard of to advocate “open borders”, and it is no coincidence that this socially destructive policy emerges as “humanitarian” dogma at a moment when finance capital pursued the destruction of nation states. Open borders is a sure way to do so. Why else are “open border” groups supported by billionaire George Soros? I agree entirely with Sahra Wagenknecht. It is premature to attribute migration from Africa to climate change – rather, the influx owes most to widespread belief that in Europe migrants can find jobs and better living conditions. The migrants are almost all vigorous young men who would be needed at home. It is totally irresponsible to invite people whom you neither want nor need. A few hundred meters from where I live in Paris, in the interstices of the converging autoroutes at the Porte de la Chapelle, hundreds perhaps thousands of African men have pitched small tents and depend on charitable soup kitchens. They share the territory with drug addicts. They probably came in hope of supporting their families back home, but they are earning nothing and doing nothing. The obvious answer is cancellation of African debt, correct payment for natural resources, technology transfer, serious aid to education and infrastructure projects, whatever is needed to make people find hope in their own countries. China is actually taking some such constructive measures, but this arouses hostility in Europe.

Ha conseguito un baccalaureato in Russian Studies, sicuramente è la persona più indicata per fare chiarezza su alcuni punti: non ha la sensazione che la nazione-continente Russia sia sottovalutato da alcuni analisti, non solo dal punto di vista economico, ma sociale, storico, politico, strategico, pur con tutti i problemi e le criticità che deve affrontare? Per la sicurezza ma anche per il progresso economico, scientifico, commerciale comune non sarebbe meglio riprendere i volenterosi sforzi post caduta del Muro di Berlino, invece che gettare le basi per una nuova Guerra Fredda, anacronistica e inutile? Cosa si sta facendo secondo lei a livello internazionale su questo tema? Non dovrebbero essere altri i problemi al centro di sforzi congiunti?

Le attuali politiche russofobiche dell’Unione europea sono catastrofiche. Per molte ragioni. Qual è il loro scopo? Essenzialmente il loro scopo è dividere l’Europa occidentale dalla Russia per rafforzare l’egemonia degli Stati Uniti. Inoltre indeboliscono le economie occidentali privando gli europei dei loro partner commerciali naturali in Russia. L’accettazione delle politiche anti-russe da parte dei governi europei è la prova della loro profonda sottomissione, sono disposti a sacrificare i propri interessi per obbedire a Washington. Ancora peggio degli effetti economici è il crescente pericolo di una guerra con la Russia, sempre a nome di Washington e del suo folle progetto di usare la sua superiorità militare per dominare il mondo. È tragico assistere all’auto-mutilazione intellettuale dell’Europa nel rifiutare la sua parentela con il ricco patrimonio culturale della Russia. A differenza della Russia, gli Stati Uniti continuano la loro occupazione militare e il dominio politico delle nazioni occidentali che hanno “liberato” oltre settanta anni fa.

You obtained a BA in Russian Studies, certainly you are the best person to clarify some points: don’t you feel the nation-continent of Russia is underestimated by some analysts, not only from an economic point of view, but also from a social and historical, political, strategic, point of view, despite all the problems it faces? For security but also for common economic and trade progress, would it not be better to take up the willing efforts that followed the fall of the Berlin Wall, instead of laying the foundations for a new, anachronistic and useless Cold War? What is being done on an international level on this issue? Shouldn’t there be also other problems on which common efforts should be focused?

The current Russophobic policies of the European Union are catastrophic. For many reasons. What is their purpose? Essentially their purpose is to divide Western Europe from Russia in order to strengthen U.S. hegemony. They also weaken Western economies by depriving Europeans of their natural trading partners in Russia. Acceptance of anti-Russian policies by European governments is proof of their profound subservience, willing to sacrifice their own interests to obey Washington. Even worse than the economic effects is the growing danger of war with Russia – again on behalf of Washington and its insane project to use its military superiority to dominate the world. It is tragic to watch Europe’s intellectual self-mutilation in rejecting its kinship with Russia’s rich cultural heritage. Unlike Russia, the United States continues its military occupation and political domination of the Western nations it “liberated” over seventy years ago.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Le politiche degli Stati Uniti hanno reso questo asse inevitabile.

While the European heads of state and the president of the United States participate in the celebrations for the 75th anniversary of the Normandy landings, in Russia Putin and Xi Jinping, at the St. Petersburg forum, signed agreements and confirmed their good and friendly relationships. It seems that this rapprochement has worried some chancelleries. What do you think, are there good conditions for a real Moscow-Beijing axis?

United States policies have made this axis inevitable. 

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa?

Mi dispiace, non ho letto questo libro.

Did you read Destined for war – United States and Cina escape the Thucydides trap? by Graham Allison. What do you think about it?

Sorry, I have not read this book.

Putin rimarrà al Cremlino fino al 2024, per il suo ultimo mandato, la Costituzione impedisce di ricoprire la carica di capo di Stato più di due volte in modo consecutivo. Ha pensato a un dopo Putin, che scenari si prospettano?

A meno che non ci sia un’inversione della politica occidentale, lo scenario più probabile sarà la vittoria di leader veramente nazionalisti, a causa del completo fallimento della politica sostanzialmente filo-occidentale per ottenere un riavvicinamento da parte di Putin.

Putin will remain in the Kremlin until 2024, for his last mandate, the Constitution not allowing him to hold the office more than twice consecutively. Have you thought of an after Putin, what scenarios are ahead?

Unless there is a reversal of Western policy, the likeliest scenario would be the victory of truly nationalist leaders, due to the complete failure of basically pro-Western Putin to achieve rapprochement.

E per quanto riguarda la Cina, il progresso economico sarà accompagnato da maggiori istanze democratiche? La sua millenaria civiltà, ancora così poco conosciuta in Occidente, sarà finalmente vista come fonte di civilizzazione comune e non come un nemico da temere e da cui difendersi? Certo non ha la palla di vetro, ma quale è la sua sensazione?

Personalmente, e non sono la sola, ho sempre visto la Cina come una grande fonte di civiltà comune. Nella cultura cinese ci sono valori fondamentali di uguaglianza che possono funzionare come fonti di democrazia “con caratteristiche cinesi”, come dicono loro. Gli Stati Uniti stanno cadendo a pezzi e la Cina, pur con tutte le sue divisioni, è una nazione coesa. Spero che l’aggressività degli Stati Uniti non inciti la Cina a rispondere diventando più aggressiva. Sfortunatamente i vizi possono essere contagiosi.

And as for China, will the economic future be accompanied by greater democratic demands? Will its millennial civilization, still so little known in the West, be finally seen as a source of common civilization and not as an enemy to be feared and defended against? You clearly do not have a crystal ball, but what are your feelings?

Personally, I have always seen China as a great source of common civilization, and I am far from alone in that. There are basic values of equality in Chinese culture that can function as sources of democracy “with Chinese characteristics”, as they put it. The United States is falling apart, and China, for all its divisions, is a coherent nation. I hope that the United States’ aggressiveness does not incite China to respond by becoming more aggressive. Unfortunately vices can be contagious.

Ci sono politici attualmente, per lucidità di pensiero, chiarezza e visione di insieme che le danno fiducia, a livello europeo, ma anche statunitense o asiatico?

Credo che l’Occidente soffra di una classe politica estremamente mediocre. Ammiravo Jeremy Corbyn finché non ha ceduto troppo facilmente a una brutale campagna di terrorismo intellettuale, che ha accusato i laburisti di “antisemitismo”. Ammiro Sahra Wagenknecht in Germania. Ammiro particolarmente Tulsi Gabbard negli Stati Uniti, che ha il coraggio di difendere una politica coerente contro la guerra che va contro entrambe le parti principali. Sfortunatamente, queste due donne sono marginali. Per quanto riguarda Tulsi Gabbard, la ammiro molto per il fatto che sta consapevolmente tentando di contrapporsi a un rapporto di forze che le è totalmente sfavorevole. Spero possa essere di ispirazione.

Are there any politicians, in terms of clarity of thought and overall vision that give you confidence, in Europe, but also in America or Asia?

I believe the West is suffering from an extremely mediocre political class. I admired Jeremy Corbyn until he gave in too readily to a viciously dishonest campaign of intellectual terrorism, accusing Labour of “anti-Semitism”. I admire Sahra Wagenknecht in Germany. I especially admire Tulsi Gabbard in the United States, who has the courage to advocate a coherent anti-war policy that goes against both major parties. Unfortunately, these two women are marginal. As for Tulsi Gabbard, I admire her all the more in that she is consciously daring to defy a totally unfavourable relationship of forces. I hope she can be an inspiration. 

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Thanks for your availability, we hope to have made our readers aware of these issues and have given them a clearer vision.

Diana Johnstone, Paris, June 14, 2019

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2019

Luigi Bonanate2Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questa intervista. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, e sui nuovi sviluppi delle Relazioni Internazionali.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF sulle armi nucleari a raggio intermedio, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Secondo lei cè spazio per nuove trattative con magari un allargamento del trattato a nuovi paesi? O è un trattato ormai superato alla luce dei nuovi sviluppi?

Il trattato INF ha avuto un’immensa importanza simbolica e una importanza politico-militare minima. Sia nell’87 sia precedentemente come pure successivamente, l’unico stato al mondo capace di condurre operazioni militari con armi nucleari era ed è gli Stati Uniti: per motivi scientifici tecnologici industriali finanziari. La superiorità americana è sempre stata immensa, e l’allora Unione Sovietica non era mai riuscita a bilanciare la super-potenza (l’unica al mondo) del competitore. La grandezza tragica di Gorbaciov che gli costò la testa (politica, e anche il prestigio) fu averlo ammesso. Il trattato INF firmato a Washington l’8 dicembre 1987 non faceva altro che dichiarare la sconfitta sovietica nella “corsa agli armamenti”: l’URSS lo sapeva e non era più in grado neppure di continuare a fingere di saper ancora “correre”. La caduta del Muro di Berlino ne fu poi lo straordinario e fortunato premio che il mondo ottenne. Poi, le cose andarono come andarono.

E per quanto riguarda il New Start, trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga l’8 aprile 2010 tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che anch’esso sta giungendo in scadenza, Putin ha dichiarato che è pronto a non prorogarlo. Ci sono prospettive che lei sappia di successive negoziazioni? Cosa ne pensa in tale proposito?

Le considerazioni appena svolte valgono anche per il XXI secolo, nel quale sfortunatamente la meteora Obama è purtroppo passata senza lasciare segni. Diciamocelo in termini apparentemente brutali, ma sostanzialmente “logici”: quando mai un trattato ha impedito una guerra che avesse delle vere ragioni per scoppiare? Quante volte i trattati sono stati violati? Voglio dire, i trattati vanno benissimo fin tanto che ce ne sono le condizioni; possono aiutare a rasserenare una situazione… ma non sono l’antidoto alle guerre. Vogliamo ricordare che il regno d’Italia alleato di Austria e Germania scese in guerra contro di loro nel 1915? E che l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale alleata di uno stato contro il quale (per nostra fortuna) la terminò?
Oggi come oggi, poi, la Russia, di Medvedev come di Putin, è un paese non meno povero che ai tempi di Breznev e ancora più infelice. Una volta, un piatto di minestra e un letto in ospedale (se necessario) c’era per tutti: oggi, minestra ce n’è meno ancora, e per essere curati bisogno essere molto, molto, ricchi. Da dove venga quella (falsa) immagine della Russia grande potenza è per me un assoluto mistero. Certo, Putin “ci sa fare”, specie in politica estera, ma si allea con i peggiori dei suoi interlocutori internazionali, il che gli può consentire di apparire sempre d’accordo con tutti: con gli occidentali, quando le cose sono tranquille; con gentaglia (vorrei accentuare il peso di questa parola) come Erdogan può fare passi avanti o indietro senza alcuna dignità né capacità di valutazione ideologica. Putin è il peggiore dei peggiori “realisti” visti nella storia.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Consequenzialmente parlando (e lasciando da parte l’anniversario dello sbarco in Normandia — una pagina troppo nobile per lasciarla leggere agli statisti di oggi), anche gli accordi tra Russia e Cina non hanno gran che da dirci, se non che il il governo cinese è molto più saggio di quello russo, è attento e pronto a cogliere le opportunità. Gira per il mondo comperando questo e quello, tanto ha una quantità immensa di dollari Usa da spendere e di cui liberarsi. Non potrà però esserci un asse Mosca-Pechino perché è troppo impari: la Cina potrebbe farsi un boccone della Russia.
Non è per questo che la Cina non abbia dei problemi: è un paese spaccato in due o forse tre tronconi: l’iper-capitalismo sfacciato delle grandi metropoli dove tutti conoscono Vuitton e Cartier ma nessuno sa più chi sia stato Karl Marx; una borghesia d’apparato che regge la macchina organizzativa senza i privilegi del caso; una società ex-agricola ma non ancora urbanizzata (o non del tutto tale) che dalla crescita politico-economica del suo paese non trae (ancora?) alcun vantaggio.

E gli Stati Uniti, secondo lei, in tutto questo che ruolo giocano? Chi sta guidando la loro diplomazia?

È difficilissimo rispondere a questa domanda, non per la sua complessità ma per l’inesistenza dell’oggetto della discussione. Quel grande paese che sono gli Stati Uniti appare oggi come un pugile groggy, che barcolla sul ring, mentre il suo avversartio è ormai al tappeto. Ma la sua vittoria non è altro che la sconfitta dell’altro. Trump è il perfetto esempio dell’inconsistenza attuale della politica estera Usa e della sua immagine delle relazioni internazionali: se la prende — un po’ come succede in Italia — con chi è già sconfitto dalla storia, con i deboli e con gli incapaci, ma non sa affrontare sul serio alcun problema: ieri la May era l’alleata ideale di un nuovo asse anglo-americano, ma ora, sconfitta, una cretina qualunque, oggi per offendere e umiliare chi ha sconfitto la lady di latta inneggia alla sua memoria e offende il sindaco di Londra ma sorride a quel Johnson che dovrebbe rilevare il potere della May. E con l’Europa? Non si dimentichi che gli Usa hanno sempre avuto bisogno del piedestallo che l’Europa offriva loro; essi hanno sempre cercato di controllare gli alleati, con le carezze o con le minacce — senza mai amarli, anzi, ritenendo di doverli assoggettare. Posso permettermi di rinviare a un mio libretto, uscito da poche settimane, Il destino americano (pubblicato da Aragno) nel quale cerco proprio di evidenziare la costanza dell’immagine egemonica che gli Usa hanno sempre avuto mascherandola con alternanze isolazionistiche che in realtà non sono mai state determinanti?

E tra queste grandi potenze, regionali o meno, l’Europa che ruolo gioca?

Nessuno! Purtroppo, per la sua attuale terribile inconsistenza. È tristissimo vederne l’ignavia e l’inutilità (politica) — e dire che il progamma unionistico è l’idea politica pratica più nobile che il XX secolo abbia conosciuto. Sembra che desideriamo, noi europei, farci del male…

Anche l’Italia è impegnata sul fronte della sicurezza internazionale, anche se non se ne dà molto risalto sui mass media. Il 29 maggio 2019 la senatrice Loredana De Petris unitamente ai senatori Errani, Laforgia, De Falco, Segre, Martelli, Buccarella e De Bonis, ha depositato una mozione, per impegnare il Governo italiano a disporre gli atti necessari per l’adesione al Trattato della Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, sottoscritto a New York il 7 luglio 2017. Cosa ne pensa? Ha possibilità di successo?

Mi si lasci dire, un po’ polemicamente, che non ne penso nulla, cosicché non so se abbia possibilità di successo. In teoria, certo sì; si tratta semplicemente di volerlo. E poi ci vuole una “cultura politica” professionale che pare latitante.
Ma questo non mi pare un difetto italico: è la crisi della cultura politica mondiale, l’inconsistenza delle classi dirigenti, che strutturano la società politica internazionale. I leader del mondo oggi non discendono da grandi genealogie di professionisti: Trump faceva il palazzinaro, Putin faceva la spia, Macron è stato il garzone dei grandi banchieri francesi; vogliamo fare qualche altro esempio, italiano?

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa? È ottimista?
Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

L’avevo letto quando uscì, nel ’17, e confesso che non ne ricordo più nulla. Io sono invecchiato, naturalmente, ma non è certo un bel segno per il libro, se non mi ha fatto nessun effetto.
Se infine qualcuno vuol saper quale sia il mio stato d’animo in questo periodo, non posso nascondergli che non sono per nulla ottimista, non tanto perché tema crisi, conflitti, o guerre, ma perché vedo segni di declino nei piani di progresso e sviluppo che la storia morale del mondo aveva nobilissimamente tracciato, dall’illuminismo fino ai grandi progetti di organizzazione internazionale, e dei quali oggi è difficilissimo ritrovare tracce negli eventi di tutti i giorni.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo una difficile strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Il confine dell’oblio, Sergej Lebedev, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2018

“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio. Oblio KellerAl centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.

Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.

Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.

 

I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia, Jacek Hugo Bader, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

18 giugno 2018

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Tornano i reportage mozzafiato di Jacek Hugo Bader con “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia”, edito in Italia da Keller. Nel libro lo scrittore giornalista si addentra nella terra della Kolyma dove, durante il periodo del Comunismo, centinaia di migliaia di persone furono internate nei Gulag. Bader va alla ricerca di coloro, uomini e donne, giovani o vecchi, che furono rinchiusi  nei campi di lavoro con l’accusa di aver violato l’articolo 58 del codice penale russo (bastava raccontare barzellette che sbeffeggiavano il regime) o perché sospettati di aver idee contrarie al regime al potere o di essere delle spie. Secondo le fonti recuperate da Bader, una volta chiusi i campi, la maggior parte dei sopravvissuti si sarebbe raccolta lungo i 2000 chilometri dell’autostrada che attraversa la Kolyma. Dal porto di Magadan fino alla Jacuzia, Bader si addentra in un territorio che, pagina dopo pagina, si rivelare essere uno dei cimiteri più estesi presenti al mondo. In questo reportage di viaggio, oltre alla cronaca nella quale Bader narra il suo spostamento fisico sull’autostrada, evidenziando le difficoltà e lo stato di precarietà in cui è costretto a vivere (freddo, mancanza di adeguata connessione internet per inviare i suoi articoli, condizioni igienico sanitarie scarse, povertà estrema delle persone incontrate), lo scrittore ci racconta le persone. Molti degli ex internati non ci sono più, ma a narrare degli “zek” (ossia i reclusi o prigionieri) ci sono i discendenti (figli o nipoti) o conoscenti. Anche loro, uomini e donne ricordano e, allo stesso tempo, si arrabattano a sopravvivere facendo i lavori più disparati e disperati: truffatori, pescatori di salmone, cercatori di oro, commercianti corrotti. Non solo, il giornalista polacco si imbatte anche in studiosi che vivono ogni giorno cercando funghi e bacche, in scultori che vanno alla ricerca delle teste estirpate di Lenin e minatori intenti a scavare nelle fosse comuni in cerca di oro, dove invece trovano spesso resti umani degli ex internati. Bader ha svolto il viaggio per raccogliere queste storie nel 2010 e durante il suo cammino ha incontrato tanti individui che hanno fatto rivivere un passato di dolore e morte non a tutti conosciuto. Un ritratto chiaro e lucido di un mondo dove molti innocenti finirono vittime di Lenin e Stalin senza avere colpe precise e concrete. A fare da sfondo a questo viaggio il paesaggio della Kolyma, il suo freddo pungente con il permafrost (un terreno perennemente ghiacciato) pronto a diventare paludoso nei pochi mesi in cui le temperature si alzano. Il tutto è caratterizzato da una desolazione costante di un paesaggio popolato da anime dolenti e solitarie. Ogni incontro vissuto da Bader è la scoperta di un pezzo di vita, tradizioni, usi e costumi altrui e, allo stesso tempo, è anche un confronto emotivo sulle dolorose esperienze vissute dagli “zek”. “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia” di Jacek Hugo-Bader mostrano una Russia composta da gente povera, sfruttata, maltrattata e costretta, in passato, ma anche oggi, a subire indicibili violenze che hanno lasciato ferite indelebili nei corpi e negli animi. Traduzione Marco Vanchetti.

Jacek Hugo-Bader è nato a Sochaczew nel 1957, ha una moglie, due figli e due cani. È stato insegnante in una scuola per ragazzi in difficolta, ha lavorato in un negozio di alimentari, caricato e scaricato treni, è stato pesatore in un punto vendita di maiali, consulente matrimoniale e ha gestito una società di distribuzione. Dal 1991 è reporter per la «Gazeta Wyborcza», il piu importante quotidiano polacco. Ha scritto numerosi reportage sull’ex Unione Sovietica, sull’Asia centrale, Cina, Tibet e Mongolia e vinto prestigiosi premi come il Grand Press nel 1999 e nel 2003, il Bursztynowego Motyla nel 2010 oltre all’English Pen Award proprio con I diari della Kolyma. Sempre per Keller è uscito in Italia Febbre bianca. Un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia (trad. M. Borejczuk).

 

Source: inviato dall’editore.

:: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Paolo Borgognone, (Zambon Editore, 2015)

17 marzo 2015

BoVorrei iniziare questa recensione partendo da una premessa: non è necessario condividere o abbracciare acriticamente le tesi di un autore per leggere un suo testo. Sembra sciocco dirlo, ma non è un’ovvietà come può a prima vista sembrare, e se mi seguirete capirete il perchè. “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” di Paolo Borgognone, Zambon Editore, è un testo fortemente schierato, filorusso, e dichiaratamente critico dell’appoccio statunitense quando si tratta di relazioni internazionali. Se agli americani non dà dei nazisti poco ci manca, (Giulietto Chiesa nella sua prefazione lo fa piuttosto apertamente citando Brecht).
Comunque le idee non attaccano la lebbra, non corrompono, non inquinano le menti, (a fare il lavaggio del cervello già ci pensa egregiamente la tv, e il testo è piuttosto critico con la società dello spettacolo occidentale di debordiana memoria) bisogna unicamente avere gli strumenti adatti per interpretarle, classificarle, ordinarle. Insomma, non diventerete tutti filorussi e dichiaratamente putiniani leggendo questo libro, ma avrete l’accesso a una quantità di informazioni, ampiamente documentate tra l’altro, che vi aiuteranno a farvi un’idea del mondo e della storia, e soprattutto vi aiuteranno ad avere un approccio critico della realtà, qualsiasi ideologia seguite (anche l’agnosticismo di Carrére può essere una scelta).
I fatti, e solo i fatti sono il collante dell’opera, le conclusioni e le tesi argomentate che seguono possono essere accolte favorevolmente, contestate o rigettate in toto, ma tuttavia creano un dibattito critico che a mio avviso è necessario se non indispensabile nel mondo contemporaneo.
Di cosa parla questo libro? Be’ il titolo è chiarificatore, Capire la Russia ha l’ambizione di capire un paese-continente, metà Europa metà Asia, o meglio di capire le sue dinamiche politiche e sociali, partendo dalla sua storia recente, e per farlo non si limita a proporre teorie, ma presenta fatti, fa nomi, indica date, crea collegamenti che ai più potrebbero sfuggire.
Direte voi: è per un pubblico di lettori specialistico. In parte, ma non del tutto. Non è solo per addetti ai lavori. I concetti guida sono semplici e immediati, lo stile discorsivo, è sì un testo politologico, ma si presta a diversi piani di lettura. Non è indispensabile conoscere l’opera omnia di Fukuyama o Samuel P. Huntington (tra l’altro ex direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard) per dire, due autori statunitensi citati spesso, per avvicinarcisi, dopo aver superato l’ostacolo principale, ovvero non essere spaventati davanti della mole del testo.
I pro e i contro. Di Capire la Russia ho apprezzato grandemente il metodo di studio (scientifico), la passione dello studioso che fortemente crede in ciò che argomenta e soprattutto la vastità del materiale disponibile, raccolto in anni e anni di studio. La vastità delle informazioni (e la preparazione dell’autore) è davvero enorme, considerate 670 pagine fitte di rimandi bibliografici, citazioni di interviste, link ad articoli del web. Insomma leggere questo testo è piuttosto impegnativo, ma premia con discreta generosità. L’autore certo presenta ciò in cui crede senza cedimenti, c’è poco margine per il dubbio (linea guida che ha invece da sempre guidato i miei studi) ma è piuttosto incoraggiante per far luce in una materia magmatica e in continuo movimento. Cosa penso io della situazione Russia non è oggetto di questa recensione (grazie a Dio direte voi), mi limito a indicarvi alcune vie interpretative, per non perdersi nella grande quantità di informazioni (che se è apprezzabile, almeno per me) capisco che possa essere dispersivo per altri.
In conclusione, la politologia, dopo tutto, è una scienza a dir poco interessante, e se anche avrò con questa mia recensione avvicinato o per lo meno incuriosito, qualche lettore che guarda la tv e si chiede come è possibile che sia successo in Ucraina quello che è successo, avrò fatto un buon lavoro.

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (www.civg.it). Per la casa editrice Zambon ha pubblicato “Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latinoamericano, eurasiatico-mediorientale e italiano. Capire la Russsia è in corso di traduzione in tedesco.