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:: 30 aprile 1993 Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica di Filippo Facci (Marsilio 2021) a cura di Nicola Vacca

19 maggio 2021

È una giornata di aprile del 1993. Una folla inferocita, istigata dal tintinnare delle manette scatenata dal circo mediatico – giudiziario di Mani Pulite, aspetta Bettino Craxi davanti all’ Hotel Raphaël, per scagliarli contro insulti e monetine. La Seconda Repubblica inizia con un altro Piazzale Loreto quel momento di barbarie decretò per sempre la fine della politica e l’avvento dell’antipolitica con cui oggi stiamo facendo i conti.
Filippo Facci, scrittore e giornalista, con 30 aprile 1993. Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica ricostruisce nei minimi dettagli quei giorni infelici del nostro Paese in cui i lanciatori rossi e neri di monetine, rappresentanti dell’italico popolo bue, inferociti dalla gogna giustizialista disonorarono la democrazia.
Le inchieste giudiziarie del Pool milanese, iniziate ufficialmente nel 1992, che dovevano riguardare la corruzione nel mondo politico italiano sono infine servite a criminalizzare e a cancellare dalla scena parlamentare alcuni partiti, quelli di ispirazione moderata , e garantire un salvacondotto per la sinistra comunista e postcomunista, che ha ricambiato il favore dando sempre e comunque il suo appoggio ai pubblici ministeri politicizzati, fautori del teorema di Tangentopoli che si sono specializzati nell’amministrazione della giustizia dei due pesi e delle due misure.
La giustizia politica e il giustizialismo hanno sempre caratterizzato, fino ai nostri giorni, attraverso il meccanismo del circo mediatico giudiziario, il pericoloso intreccio tra una parte della magistratura e la politica (quella del Pci-Pds-Ds).
Una vera e propria strategia del ragno che ha visto alcuni “magistrati di partito” costituirsi, nel vuoto politico causato dalla loro azione, in “partito di magistrati” è al centro dell’inchiesta di Mani Pulite. Quella stagione, violando le regole sacrosante dello Stato di Diritto ha imposto per un decennio il protagonismo di alcuni Pm che si erano messi in testa, abusando della carcerazione preventiva con il facile tintinnio delle manette, di “rivoltare l’Italia come un calzino”
Facci fotogramma per fotogramma da eccellente cronista torna sui luoghi terribili di quel misfatto e rilegge attraverso la scena del lancio delle monetine tutte le scene di quella falsa rivoluzione che ha cambiato in peggio l’Italia, assassinando lo Stato di diritto.
L’autore ricostruisce il clima del Paese degli inizi degli anni ’90 che annaspava sotto le grinfie della giustizia politica e il clima infernale di Mani Pulite, dove una cultura del sospetto prevaleva sul buon senso della legge: il circo mediatico- giudiziario che calpestava le regole più elementari di vita civile: le sentenze continuavano ad essere comminate, prima che nelle aule di un tribunale, da giornalisti senza scrupoli armati da alcune procure.
Giustizia sommaria e giustizia spettacolo, questi i capisaldi del cosiddetto rito ambrosiano in un tempo in cui il pregiudizio morale assunse valenza politica e il disprezzo morale diventò elemento costitutivo del giudizio sui politici, come dimostra la folla inferocita che si riunì davanti all’Hotel Raphaël per linciare Bettino Craxi.
Il Pool aveva le idee chiare: abbattere la democrazia dei partiti con lo strumento antidemocratico del giustizialismo. Napoleone Colajanni in un libro dedicato a quella stagione (Mani Pulite? Giustizia e politica in Italia, Mondadori, 1996) affermò che tra le cause dell’attuale stato d’incertezza, non solo politica, in cui versa il nostro Paese si debba annoverare anche il modo in cui ha operato la magistratura. È illuminante quanto scrive a proposito dei giudici di Tangentopoli.

Questi uomini avevano però alcune caratteristiche comuni: l’avversione per il sistema dei partiti, che di fatto diveniva avversione per la democrazia così come esiste in Italia; la consapevolezza di disporre di uno strumento formidabile, qualora lo si fosse potuto usare, per operare il cambiamento; un orientamento, che si potrebbe definire fondamentalista, per cui la giustizia è una sorta di macchina inesorabile al cui centro è l’obbligo dell’azione penale, da portare avanti in ogni circostanza, qualunque essa sia”.

Filippo Facci ricostruendo quella stagione maledetta e la grande illusione rivoluzionaria delle toghe rosse di Mani pulite non ha dubbi: in quei giorni era morto il meglio e avanzava il peggio.
Il linciaggio di Bettino Craxi all’Hotel Raphaël resterà per sempre l’emblema del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Un passaggio crudele e violento che ha aperto la strada al baratro istituzionale e alla morte definitiva del primato della politica.

Filippo Facci (Milano, 1967), giornalista e scrittore, inizia la sua attività professionale da giovanissimo, collaborando con «L’Unità» e «La Repubblica», e poi approdando all’«Avanti!». Editorialista del «Giornale», collabora con «Il Foglio» e tiene per anni una rubrica su «Grazia». Lavora a «Libero» e, dal 1999 al 2009, a Mediaset. È autore di numerosi libri, tra cui Di Pietro. La storia vera (2009) e Uomini che amano troppo (2015).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Marsilio.

First Lady, Dario Salvatori, (Oltre edizioni 2021) A cura di Viviana Filippini

18 maggio 2021

Sono 46 i Presidenti che si sono alternati alla giuda degli Stati Uniti d’America dal 1789 ad oggi.  46 uomini che hanno portato avanti il Paese a stelle e strisce nel corso del tempo, attraversando guerre interne (come non ricordare quella di Secessione dal 1861 al 1865) e mondiali. Questi uomini, in realtà non erano soli e a narrare le esistenze delle loro compagne di vita ci ha pensato Dario Salvatori con “First Lady”, edito da Oltre edizioni. Il volume è un interessante saggio biografico che racconta il vissuto delle mogli di tutti i capi di stato americani, da Martha Washington fino a Jill Biden, moglie dell’ultimo presidente eletto.  Sì, ma nel mezzo ci sono anche Eleanor Roosevelt, Bess Truman, Jackie Kennedy, Nancy Reagan, Michelle Obama e Hillary Rodham Clinton, in quello che, leggendo, è un vero e proprio viaggio nelle vite di donne che forse hanno incarnato e incarnano il lato meno noto del potere americano, ma che sono state e sono ancora le co-protagoniste dello sviluppo della vita degli U.S.A. Per esempio c’è la storia di Florence Harding, first lady dal 1921 al 1923, che venne definita “Nuova donna dell’era progressista” e fu la prima a introdurre la musica Jazz nella Casa Bianca e alla radio, riaprendo poi le porte della “Casa della gente” chiuse con lo scoppio della Prima guerra mondiale. Bird Johnson, first lady dal 1963 al 1969, fu molto attenta all’ambito ambientalistico e alimentare e nonostante le infedeltà del marito, acquistò una stazione radiofonica e divenne una geniale imprenditrice e “la prima donna miliardaria ad aver fatto tutto da sola” e tante altre figure femminili nei panni di first lady che con il loro agire portarono qualcosa di più o meno rivoluzionario per il popolo americano. Un esempio Betty Ford (first lady dal 1974 al 1977) raccontò pubblicamente la sua malattia (cancro al senso) e la tossicodipendenza, portando tutti gli americani a rivalutare le modalità in cui queste due tematiche venivano affrontate. Il libro di Dario Salvatori non si limita a racconta le vite di queste donne che hanno vissuto accanto ai mariti presidenti, ma riesce a far conoscere dettagli, particolarità, interessi e qualità intellettive che evidenziano come queste figure femminili, in passato magari più in disparte rispetto ai mariti, ebbero un ruolo importante nella vita politica americana. Certo è che in “First Lady”, Salvatori dimostra come ognuna di queste donne, in modo maggiore o minore, furono davvero presenti e lasciarono un segno nella vita politica americana nazionale e mondiale.

Dario Salvatori, giornalista, scrittore, conduttore radio-tv. Nel cast di molti programmi di Renzo Arbore (“L’Altra Domenica”, 1976; “Quelli della notte”, 1985; “Meno siamo, meglio stiamo”, 2005). Fra i suoi programmi: “Famosi per 15 minuti”, “Swing!” (con Maurizio Costanzo), “Diario TV”. Ha pubblicato oltre quaranta libri. È al suo terzo libro a carattere americanistico.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Controvento di Fabio Martini (Rubettino, 2020) a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2020

cop libro Martini

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Bettino Craxi rivive a vent’anni dalla sua scomparsa. Quest’anno sono usciti diversi libri sull’ultimo statista della Prima Repubblica.
Negli ultimi decenni la sua figura controversa è stata analizzata e presa di mira da letture e interpretazioni manichee che non hanno reso giustizia alla verità storica sul personaggio politico Craxi.
Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, scritto da Fabio Martini, inviato di politica del quotidiano La Stampa, è il libro più importante, il saggio più argomentato e imparziale su uno dei protagonisti della vita politica italiana.
Martini ripercorre la biografia di Craxi dall’ascesa nella Milano del dopoguerra fino al tragico epilogo da cui è scaturita la fine miserabile di questo Paese.
Dai primi passi di consigliere comunale, assessore, fino a arrivare in Parlamento e poi a Palazzo Chigi.
L’autore passa in rassegna tutte le stagioni politiche e esistenziali di Bettino Craxi, gettando nuova luce su pagine oscurate o inedite della sua vicenda politica e umana.
Mette in risalto il suo carattere duro, il decisionismo, punto di forza e di debolezza che gli ha fatto fare anche scelte impopolari per il bene del Paese, che lo ha reso “antipatico”, uomo politico che non cadde mai nel populismo e non fui mai capace di dire bugie.
Il socialista di minoranza che fin da giovane si ribella ai comunisti che non ha mai tradito la scommessa del primato della politica.
«La politica prima di tutto». Sarà il suo grande amore per la politica che gli farà vincere tutte le battaglie più importanti della sua vita, sarà un eccesso di politica che lo farà capitolare nelle battagli finali.
Il Bettino Craxi che Fabio Martini ci presenta è un uomo dal forte carisma che non ha fatto nulla per mostrarsi simpatico, è stato un vero antipatico che politicamente sapeva il fatto suo.

«A venti anni dalla sua scomparsa – ha affermato Fabio Martini in una recente intervista – e dopo decenni di contrapposizioni frontali tra detrattori e adulatori, è più facile rispondere a questa domanda. Craxi è destinato a passare alla storia come il leader socialista, che dando il suo decisivo assenso all’installazione degli euromissili assieme al cancelliere tedesco Schmidt, favorì indirettamente la dissoluzione dell’impero sovietico; fu il primo capo di governo italiano che osò platealmente ribellarsi ad un gesto illegale dell’alleato americano; fu l’unico leader socialista europeo che, senza accettare la realpolitik verso i regimi comunisti, diede un appoggio materiale e ideale a tanti dissidenti che invece il Pci guardava con distacco e sospetto. Fu il primo socialista che sdoganò la categoria dell’anticomunismo democratico. Il primo che, dopo una lunga trattativa, assunse una decisione dirimente come il decreto sulla scala mobile, contro il parere della Cgil. E d’altra parte dopo di lui non è più esistita una forza socialista organizzata e il fatto che siano scomparsi anche Dc e Pci, non diminuisce il significato di questa défaillance».

Nelle pagine di Fabio Martini non c’è nessuna apologia. La storia di Bettino Craxi la racconta basandosi sui fatti, non omettendo anche i suoi errori (l’intuizione del rinnovamento istituzionale e l’incapacità di realizzare la Grande Riforma).
Martini racconta la vera storia di Bettino Craxi, un decisionista che non fu mai populista, che ebbe il coraggio di tagliare i baffi a Marx.
Dal Midas fino alla conclusione tragica della sua carriera politica, avvenuta per mano di un manipolo di toghe agli ordini di Botteghe Oscure, Craxi ha lavorato alla costruzione di una sinistra democratica e riformista.
Essere da sinistra anticomunista in quegli anni non era una cosa facile. Il “duro e puro” Enrico Berlinguer arrivò a definire Bettino Craxi un “pericolo per la democrazia”.
Ma Craxi non prendeva ordini dai comunisti. Non si lasciava intimorire dagli emissari in Occidente dell’Unione Sovietica.
Amava il suo Paese e lo voleva moderno e competitivo. Era fermamente convinto che soltanto una sinistra democratica, liberale e riformista fosse la via giusta per dare una speranza alla nostra democrazia.
I comunisti vedevano in Craxi, e nella sua certa idea della sinistra, un pericolo e un nemico da abbattere.
Così è stato. Il “pericoloso anticomunista” Bettino Craxi è stato epurato dai magistrati del Pool milanese, con la regia occulta e la complicità morale dei comunisti, di alcuni giornali, e forse anche degli Stati Uniti.
Tutti i partiti della sinistra defunta si ispirano al riformismo. Nel corso degli anni riformisti e socialisti sono diventati anche Veltroni, D’Alema, Fassino e Violante. Sulla loro disfatta politica pesa come un macigno la figura di Bettino Craxi. In certo modo lo hanno ambiguamente riabilitato, dopo aver contribuito pesantemente alla sua eliminazione.

«Sono certo che la storia condannerà i miei assassini, solo una cosa mi ripugnerebbe essere riabilitato da coloro che mi uccidono».

È accaduto proprio questo. Fassino nella sua autobiografia – pubblicata qualche anno fa da Rizzoli – scrive che Craxi aveva ragione e Berlinguer torto, Veltroni d’incanto scopre che il suo comunismo è incompatibile con la libertà. Loro hanno avuto paura di fare seriamente i conti con il postcomunismo e il fantasma politico di Bettino Craxi, la cui eliminazione per via giudiziaria ha lasciato irrisolti tutti i problemi di quella guerra civile a Sinistra che il leader socialista aveva già vinto. Renzo De Felice nel 1995 ha scritto

«I socialisti nel bene e nel male hanno avuto una funzione culturale solo con Craxi. Prima non esistevano.
La verità oggi è una sola. Le idee riformiste di Bettino Craxi – nel bene e nel male – sono sopravvissute al suo massacro giudiziario».

Nel suo racconto tutto politico Fabio Martini parla a trecentosessanta gradi dell’ultimo leader della Prima Repubblica, con i suoi limiti e con i suoi errori che gli costarono cari, e con le sue luci che contribuirono all’ultima stagione di crescita dell’Italia.
Un libro onesto che si conclude con l’invito a andare oltre i pregiudizi e capire quale sia stato “tra luci e inevitabili ombre” il contributo di Craxi nel consolidamento della democrazia in Italia e nella conquista della libertà in tanti Paesi oppressi dalla dittatura.
È arrivato il tempo per capire meglio. Questo libro ci aiuterà molto.

Fabio Martini è inviato di politica del quotidiano “La Stampa”. Ha collaborato a “Mondoperaio” ed è autore de L’opposizione al governo Berlusconi, Laterza, Il piccolo principe, con Marco Damilano, Sperling; La fabbrica delle verità, Marsilio. Insegna Giornalismo politico all’Università Tor Vergata.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2020

PandemiaBenvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Data la gravità del momento, e la difficoltà di tracciare scenari possibili una volta finita la pandemia, inizierei col chiederti una valutazione prettamente personale della situazione. In che misura secondo te cambieranno gli equilibri geopolitici e strategici una volta che l’allarme sanitario sarò rientrato? C’è un rischio reale per la tenuta democratica degli stati?

Sicuramente andremo incontro ad un peggioramento delle nostre, già precarie, condizioni economiche. Con il risultato di far aumentare il malcontento nei confronti di una classe politica che si è dimostrata inadeguata (una situazione che ricorda l’8 settembre). L’Unione ha mostrato il suo vero volto, ovvero quello di un gruppo di inutili burocrati incapaci di fronteggiare la crisi. Gli altri Stati hanno fatto affidamento ai propri leader costituzionalmente riconosciuti, mentre da noi assistiamo alle apparizioni facebook della coppia social Casalino-Conte, con un Parlamento, de facto, sospeso.

Il ridimensionamento dell’esercitazione Defender Europe che ripercussioni avrà secondo te? Un’unificazione delle forze armate europee sotto un’unica autorità è ancora sul piatto delle consultazioni e trattative o la pandemia in corso ha incidentalmente provocato un ritorno più spiccato ai vari nazionalismi? 

La Defender Europe è una esercitazione finalizzata a mostrare ai russi chi comanda in Europa (ne ho descritto il senso geopolitico in un articolo per Difesa online), cioè gli americani. Il dispiegamento di 25.000 uomini, o meno, è solo un atto dimostrativo.
Unificazione di forze europee? Fantasia! La NATO non verrà mai soppiantata, almeno per i prossimi vent’anni.
I nazionalismi sono sempre esistiti, solo noi italiani facciamo finta di non vederli. Prendiamo il surplus di Bilancio con l’Estero della Germania, da anni Bruxelles sostiene che è troppo alto e che Berlino deve diminuirlo. Ma la Germania lo reinveste nel suo welfare (il migliore in Europa) perché altrimenti non esisterebbe una Germania unita.

Stiamo assistendo a un utilizzo delle forze armate non più per meri scopi bellici, ma forse per la sua accezione più nobile di difesa della popolazione e mantenimento dell’ordine. È un’evoluzione prevista o si è fatta come si suol dire di necessità virtù? 

Le Forze Armate di una nazione esistono per difendere la stessa da nemici esterni, quindi già difendono la popolazione. Quando i militari vengono utilizzati per l’ordine pubblico vuol dire che la situazione interna è critica.

Per quanto riguarda la tenuta dell’Unione europea, esiste un piano comune, una qualche forma di coordinamento in caso di minacce pandemiche? Prevede che comunque venga messo in atto nei prossimi mesi?

Piani comuni per simili eventi non ne esistono, perché ogni paese dell’Unione agisce secondo i propri scopi e, come ci hanno dimostrato, ignorando le difficoltà degli altri.

In che misura la disinformazione e le fake news stanno influenzando l’opinione pubblica?

Io avrei più paura delle fake dei governi. Per quanto riguarda la disinformazione il nostro esecutivo non è stato secondo a nessuno.

Nel caso di un’ipotetica guerra batteriologica diciamo tradizionale, esiste una strategia e un piano comune europeo per fronteggiare la questione?

Esiste solo in ambito NATO. Ovvero secondo quanto stabiliscono gli USA.

E in che modo si potrebbe fronteggiare un eventuale attacco terroristico che utilizzasse armi batteriologiche?

Non si potrebbe.

La NATO non ha attivato alcun protocollo in caso di pandemia? Come si collocano in questo quadro di instabilità l’invio di medici militari e non, derrate e aiuti all’Italia da parte di paesi esterni alla NATO come la Russia, la Cina e Cuba? Non dovrebbe essere per prima Bruxelles, e poi Washington a coordinare gli aiuti nei paesi europei più colpiti? 

Dovrebbe essere così. Ma questa pandemia sta evidenziando la finzione di certe alleanze.

Finita l’emergenza come si ovvierà all’inevitabile disturbo post traumatico sofferto dalla popolazione? Servono dunque non solo virologi, e immunologi ma anche medici militari esperti di queste problematiche?

Serviranno sostanziosi investimenti pubblici, unico rimedio efficace.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza con informazioni chiare e attendibili e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Il destino americano di Luigi Bonanate (Nino Aragno Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateIl ruolo statunitense nel mondo è al centro dell’ultimo saggio di Luigi Bonanate dal titolo quanto mai evocativo Il destino americano (Nino Aragno Editore). Un testo singolare nella sfera delle Relazioni Internazionali che focalizza la sua attenzione nell’ambito circoscritto dell’analisi della politica estera in quanto tale di un unico soggetto, per quanto eccezionale come possono essere gli Stati Uniti d’America.
Innanzitutto c’è da chiarire un concetto necessario per la comprensione del testo e delle motivazioni che hanno spinto l’autore a scriverlo: non è un libro sulla storia della politica estera nord americana. Si parte infatti dall’assunto che chi lo legge già la conosca, anche solo a grandi linee ricavando le proprie nozioni dalla lettura dei giornali, dei saggi di approfondimento, dei manuali storiografici. Insomma questo è un testo specialistico in cui non troverete un mero elenco di avvenimenti, date significative, punti di svolta, ma più analiticamente una storia di idee, di concetti tratta da lettere, discorsi, pagine di diario, delle persone che come si suol dire hanno fatto la storia americana.
È un saggio a tesi, infatti tutto concorre a dimostrare che il mito dell’alternanza tra impegno internazionale e isolazionismo americano non ha ragione di esistere.
Da sempre gli Stati Uniti d’America hanno avuto una visione, se non proprio una cosciente missione autoimposta, di governance mondiale. Questo espansionismo prima territoriale, ricordiamo tutti lo spirito di frontiera tanto decantato dal cinema hollywoodiano, poi quando ogni granello del territorio nord americano era stato raggiunto, planetario, non è mai venuto meno in nessuna fase di questi oltre due secoli di storia.
Questa posizione predominante non è certo solo dovuta da una cosiddetta superiorità intellettuale o culturale, ma è suffragata da contingenti realtà più materiali: l’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia.
Finita poi la minaccia comunista, eccezionale strumento di controllo politico, con il crollo nell’ 89 del muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico, e la conseguente fine del sistema politico internazionale bipolare, gli Stati Uniti si sono trovati esattamente dove volevano essere: al centro del sistema liberal democratico internazionale.
Certo con la fine dell’Unione sovietica gli USA hanno celebrato il loro trionfo, ma altre sfide, altre minacce si sono profilate subito dopo all’orizzonte. Punto di svolta sicuramente è stato l’11 settembre del 2001, in cui diciamo i festeggiamenti post 89 ebbero definitivamente fine e le sfide del terrorismo internazionale cambiarono equilibri, alleanze e strategie.
Che poi il successivo declino USA, quasi che la spinta propulsiva verso un eterno progresso si fosse interrotta, ha portato il paese verso la perdita dello status di massima potenza mondiale, altri stati si stanno attivamente dando da fare per subentrare, è un’altra questione non approfondita nel testo, ma che sicuramente resta sullo sfondo e apre nuove ipotesi di studio e di analisi.
Dunque questo libro ripercorre i quasi 250 anni della storia “esterna” degli Stati Uniti fino alle apparenti manovre pubbliche di disimpegno dell’attuale presidente americano, che tuttavia neanche lui limita i suoi interventi all’estero, la questione iraniana è sicuramente un esempio recente e molto significativo.
Infine l’autore termina il libro analizzando le prospettive future e augurandosi che questo suo lavoro sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarandosi poco propenso all’ottimismo, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso comuni, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire: ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione.

Luigi Bonanate è professore emerito nell’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Ha insegnato Relazioni internazionali per più di 40 anni, e tiene corsi alla Scuola di studi superiori Ferdinando Rossi dell’Università di Torino, alla Facoltà di Scienze strategiche e a quella teologica dell’Italia settentrionale. Il suo primo libro era stato La politica della dissuasione (1972); i più recenti Anarchia o democrazia (2015) e Dipinger guerre (2016). Per i tipi di Aragno ha curato l’edizione di scritti di H. de Balzac, R. Rolland, R. Serra, D. Galimberti e L. Rèpaci, N. Revelli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Nino Aragno.

:: Un’ intervista con Luigi Bonanate – Il destino americano, a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateBenvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo invito. Nella nostra precedente intervista ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo libro Il destino americano (Nino Aragno Editore) e avendo avuto occasione di leggerlo colgo l’occasione di poterne parlare con l’autore.

Una premessa va fatta per giustificare la mia “divagazione” di politica estera, aspetto della vita internazionale che non avevo mai affrontato direttamente. Ma il 2019 era il settantennale del Patto Atlantico e del connesso strumento strategico chiamato NATO: il loro insieme disegnava il quadro della protezione che gli Usa erano disposti a prestare agli alleati europei. Ma 70 anni dopo tutto ciò era ormai in crisi o desueto; allora valeva la pena ripensare la storia internazionale che il paese più importante del mondo si era costruito e vissuto.

Già il titolo è rivelatore, e contiene l’intuizione principale che l’ha guidata nella stesura del testo. 13 piccole colonie si ribellarono alla madre patria, si unirono e iniziarono a costruire le fondamenta di quella grande nazione che sono gli Stati Uniti d’America. Come si è costruito l’eccezionalismo che ha contraddistinto la storia americana?

Per rispondere a questa domanda – spiacente, ma bisogna leggersi il libro! Ma il mio punto di partenza riguarda “l’eccezionalità di una continuità”: un piccolo gruppo di immigrati (così li chiameremmo ora) che per un secolo, all’incirca, cercarono di comprarsi un posto nella società mondiale “buona”, e per il secolo successivo di arrivare fino a dominarla. La mia idea è che tale progetto fosse intrinseco (anche se non sempre vissuto con eguale consapevolezza tanto dai politici quanto dalle pubbliche opinioni) alla vicenda americana e che i segni si possano riscoprire proprio attraverso il loro collegamento. Ho scelto di evidenziare tutto ciò attraverso alcuni grandi discorsi dei principali “padri fondatori” che ne sono stati gli interpreti preclari. (Ho seguito questo modello anche in altri passaggi storiografici, invitando ad esempio – con qualche tremito – alla lettura di una lettera di Hitler a Roosevelt)

Nel suo libro ha voluto analizzare la storia della politica estera statunitense definendola storia “esterna” degli Stati Uniti d’America, collegata e intrecciata alla storia “interna” molto più di quanto si creda. In che misura, con che grado di consapevolezza questa interconnessione è sentita negli Stati Uniti stessi, e nel resto del mondo?

Osservazione corretta, la cui portata va estesa ovviamente a tutto il mondo: non possono esistere due politiche separate, distinte o eterogenee; chi lo pensa sbaglia completamente bersaglio. È facile accettare l’idea della separatezza perché ci consente di nasconderci sempre nel territorio dell’altro, quando qualche cosa ci va male. Ma è evidente che tra le due dimensioni non può non correre un filo strettissimo: come potrebbe del resto, uno stato entrare in una guerra se non sulla base della sicurezza (corretta o fallace) di avere la sua società pronta a seguirlo? E una politica di alleanze come può svilupparsi se i rapporti politici, commerciali, culturali, tra due paesi non sono buoni? Non ci si allea mai con un nemico (solo il Regno d’Italia vi riuscì – e con quali risultati – nella Grande guerra…).
Ma è proprio la mancata percezione, più popolare che politica (ma dai politici insufflata nelle pubbliche opinioni per poterne manipolare le emozioni), della totale compattezza delle due dimensioni (interno/esterno: è una copia discussissima nella teoria delle reazioni internazionali), che ha reso e sovente rende fallimentari i progetti di politica estera. Ciò valse, a tempo debito, anche per gli Stati Uniti che nell’Ottocento sono prevalentemente impegnati nello sviluppo interno, mentre dopo la Grande guerra comprenderanno di avere a portata di mano una potenza superiore a ogni altra.

Lettere, discorsi, pagine di diario, la sua ricostruzione è più una storia di idee e di persone, che hanno cambiato il mondo, che una mera cronaca fattuale di avvenimenti. Perché questo approccio?

Per me è un approccio assolutamente scontato: non ho mai guardato la realtà come un qualche cosa che è destinato a schiacciarmi sotto la sua mole: dico, i fatti, gli eventi, le notizie, segreti, gli errori, gli inganni, e tutto ciò li circonda. Il mio, paradossalmente, non è un desiderio di conoscenza, bensì di spiegazione, interpretazione, razionalizzazione. La comprensione non si fonda sui fatti ma sulla loro interpretazione, prodotta dalla formulazione di una ipotesi (una o più) alla quale poi toccherà di ricollegare tra di loro i fatti corredandoli del loro significato intrinseco e sistematico: nulla avviene nel vuoto.
Aggiungo che le stesse vicende personali possono dirci molto meno che quel che sembra quando nominiamo i grandi personaggi: Lenin ha guidato la rivoluzione sovietica; certo, è vero: ma non soltanto non fu l’unico a farla ma egli ne fu – forse – più il frutto che non l’elemento fondamentale. Né possiamo credere che la morte di 50 milioni di persone vada accollata al solo Adolf Hitler – accanto a sé ebbe una società, una cultura, una finanza concordi.

Lo “spirito di frontiera” sembra fondamentale, una spinta propulsiva che da quando è sorta ha dato un indirizzo preciso all’evoluzione coerente e coesa di questa nazione, vista come un tutt’uno dotato di senso. Spirito di frontiera, Provvidenza (termine caro a John Jay), “Destino Manifesto”, “America First” quanto c’è di mitico e iconico in queste corrispondenze?

Lo spirito di frontiera è il vero e proprio connotato originario dello spirito americano, ma al contrario del modo europeo di considerare il territorio e i suoi confini. In America quasi non c’erano confini e furono gli statunitensi a porli e poi, continuamente, a spostarli in avanti. In Europa, i grandi imperi o le grandi potenze pensavano a difendere i confini o a consolidarli; ovviamente però, poi, svolgendosi le guerre europee tra stati ormai consolidati, queste finivano per essere più grandi e violente.

Descrive nel suo libro la seconda guerra mondiale come atipica. Può esplicitarci questo concetto?

L’atipicità della seconda guerra mondiale sta, oltre ovviamente che nelle sue dimensioni e nel livello della sua mortalità, nell’essere stata combattuta ben più per dei principi che per delle terre. Fu la guerra tra due ideologie (o forse tre) e due concezioni del mondo, vinta per fortuna dall’Occidente (capitalistico), che rappresentava il modello, sostanzialmente, più accettabile. Quanto più grande è una guerra quanto più imponenti sono le sue ragioni ideali e ideologiche. Le guerre per il petrolio possono o potranno essere anche più violente, ma alla fine il vincitore si troverà soltanto qualche barile in più o in meno di petrolio e non necessariamente migliori condizioni di vita e di benessere.

L’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia. L’unica con la capacità concreta di porre fina davvero alla storia (non solo nell’accezione di Fukuyama). Secondo lei ha saputo usare proficuamente tutto questo (forse eccessivo) potere, o l’ha come dire sprecato, per certi versi? Mi riferisco a quella sorta di declino Usa (impensabile dopo il 1989 quando giunse la fine del sistema politico internazionale bipolare) e alla perdita dello status di massima potenza mondiale che sembra inesorabilmente in atto. Quali scelte e decisioni (anche errate) hanno portato a questo?

Il discorso sulla Bomba è molto ampio e complesso: per un verso, è vero che rappresenta l’unico modo efficace per porre fine alla vita sulla terra, a causa dell’”inverno nucleare” (una glaciazione progressiva resa inevitabile dal fall out); ma d’altra parte è un’arma e un sistema d’arma di grande complessità organizzativa il cui uso lascerebbe aperto qualsiasi tipo di possibilità, fino appunto allo scontro finale.
Le narrazioni cui siamo ritmicamente sottoposti sugli esperimenti missilistici sono un grande strumento propagandistico ma una innovazione piccolissima dal punto di vista strategico. Soltanto gli Usa oggi come oggi (e come da 70 anni in qua) sono in grado di immaginare, organizzare, pianificare un uso professionale e “definitivo” dell’apparato nucleare. Nessuno, fuor che gli Stati Uniti, può neppure immaginare di sopravvivere all’attacco nucleare che avesse lanciato: gli Usa non possono essere sconfitti con uno “splendido primo colpo” (come si diceva una volta) e avrebbero sempre la capacità di “secondo colpo”, la vendetta. Neppure la Cina è capace, almeno per ora, di tanto.

L’idea di dominazione planetaria, all’origine stessa della sua posizione egemonica di esportatrice oltre che di merci dello stesso American way of life, in che misura incide realmente e concretamente, secondo lei, nelle scelte presenti, e soprattutto future, di questa singolare nazione? Insomma gli Stati Uniti saranno davvero soddisfatti solo quando tutto il mondo somiglierà a loro?

L’idea della dominazione planetaria è intrinseca alla cultura politica statunitense, ma non nel senso europeo fondato sulla conquista imperialistica. No: gli americani pensano che la conquista del mondo sia una “missione” assegnata loro da Dio, perché tutto il mondo ha diritto di godere dell’american way of life. Agli americani non importa il governo mondiale in sé ma soltanto in quando condizione di realizzazione del “paradiso in terra”, secondo la fortunata formula di Christopher Lasch. Il fine non è di far diventare tutto il mondo come l’America ma di diventare tutti uguali e “americani” perché laggiù si vive meglio che altrove, ed è Dio stesso che lo vuole! Aggiungo: c’è molta (benevola) ingenuità nell’immagine del mondo corrente in America.

L’isolazionismo e la manifesta o ostentata neutralità dunque sono solo un mito? Quanto volontariamente coltivato dagli Stati Uniti stessi?

Certo che è un mito. Nelle loro politiche estere di breve raggio, gli Usa si comportano come tutti: è logico che dopo la Grande guerra fossero stufi di occuparsi di Europa, piena di debiti nei loro confronti… La seconda guerra mondiale non la volevano ma la seppero vincere guidando una grande coalizione. La guerra fredda aveva addirittura il fine di fermare l’avanzata sovietica in Europa: ma dove? L’Urss restò in piedi soltanto perché nessuno le diede una spallata. Anche allora gli Usa erano la guida e i protettori di un mondo che “si difendeva”!
Anche oggi, il presidente Trump comanda azioni che per ogni altro paese al mondo sarebbero precisamente azioni di guerra e lui le proclama difensive.
Ma insisto, nell’immaginario collettivo americano non domina lo spirito di conquista, come invece fu per l’Inghilterra, la Spagna o la Francia nei secoli passati: gli americani non vorrebbero mai occuparsi di politica internazionale (e in effetti l’opinione pubblica ne è particolarmente ignorante) perché il mondo dovrebbe semplicemente unificarsi in una solo società: non quella del federalismo, ma dell’americanizzazione felice della terra.

Nel suo libro evidenzia un interessante problema per la ricerca, riguardo al fatto se gli eventi sono stati guidati o oppure solo accolti. Lei personalmente che idea si è fatta?

Ho già toccato, indietro, questo tema; in generale, comunque nessuno può dare risposte definitive. Per questo soltanto le ipotesi hanno un senso: si formulano, si discutono, si applicano… Prima di arrivare a leggi generali, ci vuole ben altro. Per secoli si è sostenuto che l’equilibrio fosse il principio fondamentale delle relazioni internazionali – poi si è visto che non ne è mai esistito, e che al massimo può servire come modello di analisi ma non di spiegazione. Io ipotizzo che esista un “destino americano”: si tratta poi di dimostrarlo o confutarlo.

Scriverà mai un libro analogo a questo ripercorrendo le direttrici della storia “esterna” cinese?

Penso proprio di no, in primo luogo perché la storia “soggettiva” non mi ha mai troppo affascinato; in secondo luogo, perché la Cina non è ancora “vicina”; ha e avrà tantissimi problemi di transizione, cosicché è difficile valutarne la performance; in terzo luogo, perché l’età mi sconsiglia di imboccare strade che potrei non riuscire a percorrere fino in fondo.

Infine concludo, termina il suo libro augurandosi che sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarando che non può essere ottimista, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire, ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione. Ricordo l’entusiasmo con cui anche i giovani aderirono agli alti ideali che mossero la nascita dell’Unione europea, lei crede, o meglio si augura, che questo spirito universale rinasca e si fortifichi? Grazie.

Ottimismo o pessimismo: una storia infinita e che non si disvelerà mai. Il mio ottimismo prevale in termini metodologici, aprioristici e mai (purtroppo) in termini propositivi. Come ho raccontato mille volte, molti interessanti e serissimi studi immaginano che il nostro (occidentale) futuro non sarà roseo, sia perché è statisticamente prevedibile che ogni tanto scoppi una grande guerra che riporta tutti al punto di partenza, sia infine perché i lombi occidentali sembrano davvero stanchi e dopo un millennio di superiorità debbano cedere lo scettro al primo che lo pretenderà!

:: Il naufragio della ragione – Reazione politica e nostalgia moderna di Mark Lilla (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2019

Il naufragio della ragioneMark Lilla, saggista americano, docente universitario, collaboratore di riviste americane e inglesi, intellettuale eclettico e stimato, è l’autore di Il naufragio della ragione un libro quanto mai necessario nei nostri tempi confusi per capire quali forze, idee, strutture di pensiero sono alla base della sfiducia, del pessimismo, se non del vero e proprio catastrofismo che intride la nostra epoca.
Il naufragio della ragione è composto da una prefazione dell’autore, tre sezioni (pensatori, correnti ed eventi), e una postafazione.
Il libro racchiude tre saggi su pensatori del primo Novecento: Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, inoltre l’autore analizza due movimenti intellettuali contemporanei: i teo-con, un importante filone della destra americana, e un piccolo ma interessante movimento dell’estrema sinistra accademica, devoto a un “nuovo ordine” capace di sfidare l’apparente deriva della storia che vede profonde affinità tra san Paolo, Lenin e Mao. E infine troviamo un saggio relativo a un singolo evento (i terribili attentati jihadisti francesi a Parigi nel gennaio 2015) che contiene due articoli che Lilla scrisse per il “New York Review of Books” relativi a due libri Il suicidio francese di Eric Zemmour e Sottomissione di Michel Houellebecq in cui i francesi, e il mondo intero con loro, cercarono una chiave di lettura illuminata per dare senso ai drammatici fatti appena trascorsi.
Il naufragio della ragione in sintesi analizza con acume e perspicacia una forza tellurica che sembra scuotere in modo sempre più incisivo il dibattito sociale e politico di questi anni difficili che stiamo vivendo: la nostalgia. Per un passato, per un Eden perduto di cui non ci restano che le macerie. La nostalgia, questo sentimento tardo romantico sembra il carburante propulsore dello “spirito reazionario”, spirito che ha attraversato tutta la storia contemporanea, ma proprio a causa della sua immaterialità e indefinitezza non è mai stato sconfitto dalla storia, a differenza dello spirito rivoluzionario che ha portato nel Novecento a tragedie e derive totalitaristiche, di cui è il contraltare.
Ma quando le cose iniziarono ad andare male, quando la storia prese l’accidentata strada che la sta portando verso l’abisso? Su questo i cosiddetti teorici della reazione sono divisi: per alcuni l’après moi le déluge va ricercato a partire dall’illuminismo, altri dalla Controriforma, per altri ancora prima, a partire dal Medioevo.
Per capire tutto ciò Lilla sceglie tre pensatori del Novecento, i su citati Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, e ne studia il pensiero, le origini familiari, e li mette a confronto. Poi analizza le correnti intrise di nostalgia, animate e vivificate dallo spirito reazionario così volubile e volatile, attaccato per molto tempo come retrivo e oscurantista, relegato ai margini del discorso pubblico, e invece oggi quanto mai vitale e quasi riabilitato.
Interessante lo sguardo che dà ai fatti di gennaio 2015 occasione per un’amara riflessione su dove stia andando la società Occidentale e su quali siano stati i germi intellettuali, le idee che hanno portato a questa deriva, questa indubbia crisi che stiamo vivendo. Nella postfazione poi termina con un affascinante parallelismo letterario che ci porta a confrontare Don Chisciotte e Madame Bovary.
Tanti dunque sono i concetti analizzati con spirito lucido e partecipe, tanti i fraintendimenti in cui spesso cadiamo che Lilla stigamatizza e disvela. Innanzitutto pone come punto fermo la sostanziale differenza che esiste tra conservatori e reazionari, spesso confusi. Chiarito questo concetto tutto acquista nuova luce e maggiore chiarezza.
Certamente va ammirata la vasta cultura di Mark Lilla che passa elegantemente e senza apparente sforzo intellettuale da riflessioni teologiche, storiche, letterarie, filosofiche, politologiche rendendo però il testo di fatto complesso, un tantino ostico per il lettore non avvezzo a queste tematiche. Usa un linguaggio abbastanza settoriale il cui intento non è certo quello di farsi capire da tutti ma solo da persone culturalmente preparate per non perdersi tra accenni, ironiche sfrecciatine, riflessioni e sottintesi.
Un po’ del sapore iniziatico dello gnosticismo è calato anche su di lui, anche se forse non del tutto consapevolmente. Tuttavia io ho trovato il testo una lettura stimolante e ricca di rimandi e approfondimenti su concetti che forse non avevo mai messo in relazione a tematiche politiche o politologiche.
Propedeutiche alla lettura di questo testo sono molte letture dalle Lettere di San Paolo, al Corano, alla Città di Dio di sant’Agostino, al Libretto Rosso di Mao, davvero troppe per una sterile elencazione ma Lilla parla a lettori che questi testi li conoscono e possono seguire le sue divagazioni sempre intelligenti e mai avulse da una anche divertente verve polemica.
Destra e sinistra, Europa e America, mondo accademico e opinione pubblica, Islam e cristianesimo, sembra che il mondo contemporaneo viva di blocchi contrapposti, antinomie pervase da una nostalgica tensione verso una mitica e immaginaria età dell’Oro, un mondo ideale intriso di valori tradizionali dall’onestà alla purezza di intenti, alla rettitudine che virtuosamente governavano l’agire umano.
Non si può non rivolgerci all’origine delle religioni o per meglio dire dei miti ancestrali che lasciano nell’uomo contemporaneo alcune delle poche certezze che ancora gode, preoccupato dalle incognite del futuro.
Sottovalutare questo significa precludersi una delle chiavi interpretative più che mai necessarie per comprendere il mondo contemporaneo, dalla Russia di Putin all’America di Trump, e le loro politiche di restaurazione e ordine, che sembrano attrarre tanti consensi, ma possono nello stesso tempo contenere i germi di derive dagli sviluppi ancora non del tutto prevedibili. Traduzione dall’inglese di Stefano Travagli e Anita Taroni.

Mark Lilla (1956) insegna al Dipartimento di Storia della Columbia University. Collabora con la «New York Review of Books» e altre riviste americane e inglesi. Autore di diversi volumi, in Italia sono usciti Il Dio nato morto. Religione, politica e Occidente moderno e Il genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin, Kojève, Foucault, Deridda e i tiranni moderni (2010). Con Marsilio ha pubblicato L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Marsilio.

:: Liberalismo politico – Liberalismo economico di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises a cura di Dario Antiseri e Enzo Grillo (Rubbettino, 2017) a cura di Daniela Distefano

19 giugno 2019

HAYEK E MISES - Liberalismo politico. Liberalismo economicoOramai è assodato: siamo nel vivo del dibattito sul Liberalismo e soprattutto sul suo inarrestabile declino. Si sprecano fiumi di inchiostro negli ultimi tempi, complice una crisi sottocutanea che ci si augura non sfoci in un virus di maleficio trasversale e incontrovertibile. Già, ma cos’è davvero questa icona concettuale che ci trasciniamo sulle spalle come mantello che non riesce più a proteggere? Innanzitutto, esiste davvero una distinzione tra liberalismo e liberismo? Il liberismo è una dottrina e una politica economica che considera come condizione ottimale di funzionamento del sistema economico quella risultante dalla libera iniziativa dei singoli individui, che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno imposto dall’interferenza dello Stato. Quest’ultimo infatti deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente. In particolare, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi. Esso difende cioè l’economia di mercato che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione e perciò garanzia di rispetto e di tutela delle libertà politiche e dei diritti individuali.
In questo compatto lavoro – Liberalismo politico. Liberalismo economico (Rubbettino) – ritroviamo masticate concezioni cardini del pensiero di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises riguardo il dilagare di aberrazioni socialiste, collettiviste e altri feroci spauracchi. In particolare, si approfondisce l’idea e la concretezza del pensiero liberale. Tre principi, strettamente connessi, caratterizzano, ad avviso di Hayek, la tradizione liberale Whig: la libertà di opinione, l’imperio della legge e la proprietà privata a cui è connessa l’economia di concorrenza. Il più importante di tali principi? Quello della libertà di opinione. Convincimento di fondo è che i problemi economici nascono sempre e solo in conseguenza di cambiamenti. La migliore soluzione dei problemi sociali non deriva perciò dal sapere di un individuo, quanto piuttosto “da un processo interpersonale di scambio delle opinioni, da cui emergerà un sapere migliore”. Afferma Hayek:

Così come per la sfera intellettuale anche in quella materiale la concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani. Solo là dove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci tra queste, un miglioramento costante”.

Mises va più a fondo, è più radicale; per lui l’eliminazione della libertà economica trascina con sé la morte di ogni libertà politica:

Solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo agisce”.

E’ questo il principio cardine della dottrina liberale. Cosa sono allora le entità collettive come lo Stato, la nazione, il popolo, la classe o il partito? Che cosa corrisponde a questi concetti?
Afferma Mises:

“Non v’è esistenza e realtà al di fuori delle azioni dei membri individuali; la realtà di un tutto sociale consiste nelle azioni degli individui che lo compongono. Lo Stato non è né freddo né caldo, esso è un concetto astratto nel cui nome agiscono uomini viventi…

Mises definisce l’economia di mercato come:

“Quel sistema di cooperazione sociale e di divisione del lavoro che è basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione”.

E aggiunge:

La libera impresa costituisce la caratteristica tipica del capitalismo. Lo scopo di ogni imprenditore – sia industriale che agricoltore – di realizzare profitti”.

Ed è chiaro che in un’economia di mercato sovrani non sono gli imprenditori, sovrani sono i consumatori. Senza calcolo economico non è possible poi alcuna attività economica razionale. Ebbene il socialismo – vale a dire le società che hanno abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione – è la negazione del libero mercato. Negando il mercato, si arriverà ben presto alla negazione della libertà, anche di pensiero. Tutto questo è stato dimostrato, ma anche distorto nei nostri decenni di sbornia finanziaria. La coda del Secolo breve era dorata, oggi rischiamo di affogare se seguitiamo a non trovare soluzioni appropriate ai mali del nostro Tempo alieno, e profondamente opposto ad ogni blanda previsione. Forse il Liberalismo non morirà, ma adesso è così mutato che difficilmente riusciremo a coglierne i frutti del suo cambiamento. Lacerandoci il petto in ricordo del vecchio buon socialismo, ci feriamo col rasoio della storia. L’obiettivo del liberalismo per entrambi gli studiosi? Far rivivere l’ideale dello Stato di diritto. Oggi forti raffiche contrarie a questa tesi avanzano nella melma delle ideologie passate in giudicato.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle univ. di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. H. ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, H. giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Ludwig von Mises – Economista austriaco naturalizzato statunitense (Leopoli 1881 – New York 1973), fratello di Richard; professore nell’università di Vienna (dal 1913), nell’Istituto superiore di studî internazionali di Ginevra (1934-40) e nell’università di New York (1945-65); fondatore (1926) dell’Österreichisches Institut für Konjunkturforschung. Seguace di E. Böhm Bawerk e di F. Wieser, ha rinnovato, insieme con H. Mayer, la scuola di Vienna, aprendole nuovi orizzonti d’indagine dinamica. È uno dei più noti rappresentanti del neoliberalismo e si è opposto a qualsiasi forma di interventismo. Op. princ.: Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel (1912, ed. riv. 1924), dove è data una spiegazione monetaria del ciclo economico; Die Wirtschaftsrechnung in sozialistischen Gemeinwesen (in Archiv für Sozialwissenschaften, 1920; trad. ingl. in Collectivist economic planning a cura di F. A. von Hayek, 1935, a sua volta trad. in it., 1946) in cui è negata la possibilità di impostare razionalmente la pianificazione economica; Die Gemeinwirtschaft. Untersuchungen über den Sozialismus (1922); Liberalismus (1927); Geldwertstabilisierung und Konjunktur politik (1928; trad. it. 1935); Die Ursachen der Wirtschaftskrise (1931); Grundprobleme der Nationalökonomie (1933); Nationalökonomie (1940, in ingl. Human action. A treatise on economics, 1949); Bureaucracy (1944; trad. it. 1991); The anticapitalistic mentality (1956); Theory and history (1957); The ultimate foundation of economic science/”>science (1962).

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo la strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani di Matteo Renzi (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

21 maggio 2019

RenziLa politica è fatta di donne e di uomini. E proprio lo scollamento tra politica e società civile è una delle prime ragioni della crisi sia delle sinistre (partiti progressisti riformisti) che delle destre (partititi conservatori), non solo in Italia, ma guardando anche fuori dai nostri confini.
Un buon modo per ricomporre questa frattura è conoscere cosa pensano, come pensano, come ragionano i vari leader politici.
A prescindere da un discorso puramente politico, tenterò di non prendere posizione perché non è mio compito, non voglio influenzare coscienze o prendermi la responsabilità di farvi fare poi scelte sbagliate, ma l’errore di Salvini, che poteva scegliere tutti gli editori italiani che voleva (o quasi) è stato di affidare il suo pensiero a un piccolo editore con legami con partiti diciamo estremistici.
Non così ha fatto Renzi che ha scelto Marsilio, per pubblicare il suo libro “Un’altra strada”, di cui vi parlerò oggi. Ritengo in tutta coscienza che vadano letti entrambi, perché è importante per ottenere un’opinione informata (presto ci saranno le elezioni, quindi il tempo stringe) leggere cosa questi leader (o ex leader ma ancora impegnati nell’agone politico) pensano, come dicevo prima.
Questi testi sarebbero da leggere molto più approfonditamente, che con una lettura veloce come ora ho fatto, (per ora il libro di Salvini non l’ho ancora letto) ma non è stato tempo sprecato.
Leggendo Un’altra strada ho avuto la netta sensazione di individuare con molta chiarezza sia quali sono i punti deboli che i punti di forza di questo politico che tutto sommato mi è parso nel complesso molto sincero. Naturalmente uno deve farsi una sua opinione, non voglio indirizzarvi in un senso o nell’altro, il mio unico consiglio è di leggerlo.
Lo stile è scorrevole, piacevole, il libro è aggiornato alla storia recente, gli manca giusto quello che è successo in Austria, con lo scandalo che ha portato alle dimissioni i principali esponenti di destra, (informatevi sull’accaduto per capire che la crisi non è solo delle sinistre), e in un certo senso Renzi l’aveva previsto. Vedremo poi se tutte le sue previsioni si avvereranno, ma un consiglio è di non fermarvi all’apparenza o alla superficialità di un approccio di attrattiva personale, ovvero se vi è simpatico o no, quello che è importante è la sua struttura mentale, e quanto (lui come tutti i politici in genere) è capace di fare e di costruire per il suo paese e per il mondo intero. Insomma Renzi non vi deve essere simpatico a tutti i costi, ma è utile confrontarsi con il suo pensiero, e poi potete esser d’accordo o no, questo naturalmente è un vostro diritto.
Il libro contiene un premessa, e poi sei parti: Politica non populismo; Futuro, non paura; Cultura, non ignoranza; Lavoro, non sussidi; Verità, non fake news, Europa, non nazionalismo. Infine una breve conclusione intitolata Domani.
Data la giovane età di Renzi, rispetto ai tempi della politica, pensiamo alla prima Repubblica quando avevano tutti dai 60 anni in su, fa pensare che abbia ancora molto da fare, (sempre se si circonderà di collaboratori leali e preparati) ma soprattutto è l’esponente di una nuova generazione politica, insomma diamo fiducia a questi giovani, lasciamoli lavorare, hanno entusiasmo, vogliono davvero fare qualcosa, che poi ne abbiano le capacità o meno è poi tutto da vedere, ma è importante capire che loro vedranno il futuro, e generazioni di ragazzi sempre più giovani si stanno affacciando alla politica e vogliono fare.
Questa rinascita di coscienza civile e impegno politico è un segnale positivo, certo la saggezza viene col tempo, ma la forza, l’entusiasmo, la visione priva di pregiudizi è ancora loro. Quindi tacciare di incompetenza chi ancora non ha esperienza è un giudizio quantomeno superficiale. Tuttavia rimane la sensazione di aver letto il libro di qualcuno che ci crede veramente in cosa dice, e soprattutto aperto al dialogo e al confronto, realmente democratico insomma, e su queste basi sicuramente è possibile costruire il futuro. Che in fondo è quello che interessa a tutti. Buona lettura.

Matteo Renzi (1975), senatore eletto nel collegio di Firenze, città di cui è stato sindaco. È stato presidente del Consiglio dei ministri.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa Marsilio, che ringraziamo.

:: Letture Nittiane – Sette riflessioni in pubblico sulle principali opere di Francesco Saverio Nitti a cura di Stefano Rolando e Giovanni Vetritto (Rubbettino, 2018) a cura di Daniela Distefano

11 marzo 2019

NITTIFrancesco Saverio Nitti è al centro di questo ciclo di letture; spunti per osservare il passato con la lente del presente. Egli è stato uomo di Stato, Pensatore della libertà e della democrazia. Un uomo che, con l’esilio a Parigi e con la prigionia nell’ultima parte della guerra a opera dei tedeschi, ci ha detto che la libertà non si difende solo con la penna ma anche e soprattutto con l’esempio, con la testimonianza e quando è necessario anche con il sacrificio. Sue queste suggestive parole che denunciano il fascismo come un ritorno alla barbarie, al Medioevo:

Il fascismo per mantenersi qualche tempo al potere non ha solo annullato tutte le libertà, ha anche abolito tutte le regole di buona finanza. Non esiste più parlamento in Italia: non esiste più un governo locale, perché tutte le amministrazioni delle istituzioni locali sono nominate dal governo, che è l’espressione pura e semplice di una minoranza che si mantiene al potere con la violenza. Tutti i giornali liberi sono stati soppressi e tutta la vita intellettuale è abolita. Un regime autoritario di violenza crea ogni giorno martiri e schiavi. (..) Senza libertà e senza democrazia non esiste vero progresso, nessuna scienza, nessuna via di crescita, nemmeno nessuna ricchezza. (..) Ci serviranno le dittature per rinfrescare la nostra memoria? Ripetiamo le parole di Kant: come l’uccello, durante il volo, è tentato di maledire la resistenza dell’aria, e non comprende che senza quella resistenza lui non volerebbe affatto; così le democrazie moderne esagerano i torti e le debolezze dei parlamenti, i danni prodotti dalla libertà di stampa e gli svantaggi connessi al controllo dell’opinione pubblica. E non si rendono conto che i progressi immensi realizzati dai Paesi civilizzati nel corso degli ultimi 150 anni sono il risultato di queste resistenze. Un dittatore che può tutto realizzare, può tutto distruggere”.

Cos’era lo Stato per Nitti?

Lo Stato, lungi dall’essere l’antitesi degli individui, va considerato come la sintesi di essi, per dir meglio, come la forma più alta di cooperazione sociale”.

E cosa pensava del Comunismo?

Il comunismo non è compatibile con lo sviluppo della produzione e con la esistenza stessa della civiltà. In regime comunista cessano tutti i moventi dell’attività individuale e la produzione si arresta e decade. Noi non riusciamo a concepire forma di produzione comunista senza la rovina dei popoli moderni”.

Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente economico, finanziario, Nitti è stato un pioniere su tutti i fronti. Con la sua visione liberale e antidogmatica, egli pose la questione dell’equilibrio tra individuo e colletività, tra spazi di autonoma iniziativa personale e spazi di cooperazione tra gli individui, attraverso forme di intervento statale burocratico, purché giustificate dalla dimostrazione favorevole del vantaggio procurato; tutto all’interno di una ortodossia finanziaria che vuole i bilanci in pareggio. Infine Nitti e i giovani:

voi potete essere l’energia, il motore di un’Italia che si deve trasformare”.

Un’Italia che il grande economista e servo di Stato, Francesco Saverio Nitti, voleva svincolata dal divario Nord-Sud, perché la vittoria sulle disuguaglianze fosse perrennemente giusta, senza infingimenti o distorsioni non solo intellettuali.

Stefano Rolando è Professore di ruolo all’Università IULM di Milano. E’ presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”. E’ Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana dal 1993.

Giovanni Vetritto è direttore generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato più volte docente a contratto presso la Scuola Nazionale d’Amministrazione, la LUMSA di Roma e l’Università Roma Tre.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Geopolitica dell’incertezza di Giancarlo Elia Valori (Rubbettino, 2017), a cura di Daniela Distefano

19 luglio 2018

GEOPOLITICA dell'incertezzaQuesto libro raccoglie contributi e ragionamenti di un esperto di relazioni internazionali, Giancarlo Elia Valori, il quale a proposito della Brexit – che nel libro è una opzione non ancora convalidata dal voto – scrive:

La Gran Bretagna ha il potenziale, le idee e le armi per divenire, da sola, il power broken in tutte le aree che la interessano direttamente: il Mare del Nord, l’Oceano Indiano, il grande Medio Oriente. Londra, fuori dall’Unione, potrà rinegoziare un nuovo sistema tariffario globale senza essere obbligata a subire le normative di Bruxelles”.

Per quanto riguarda l’Italia, cosa fare?

Uscire dalla moneta unica non servirebbe. Ma, invece, operare liberamente sui grandi mercati globali, dove possiamo ancora fare concorrenza ai nostri “alleati” europei. Questo lo si deve fare subito, ma con tecniche dure e decise. Inoltre, accettare operazioni estero su estero, non in Euro, come avviene con la Cina e la Federazione russa. Ecco a cosa servirebbe una buona intelligence e una classe politica non composta da soli parvenu, come lo è oggi”.

Giancarlo Elia Valori è anche uno studioso certosino delle vicende che riguardano Medio Oriente e Israele. Secondo l’esperto, Israele fa una strategia globale, che è la ripetizione del vecchio “divide et impera” nello spazio arabo, tipico della Guerra Fredda, nonché della sua naturale ambizione a divenire potenza regionale, ora che l’Islam si scopre in guerra contro tutte le molteplici anime e poteri. Il riequilibrio strategico e nucleare si svilupperebbe poi in tre punti, tutti collegati fra loro. Il primo elemento riguarda un’Europa marginalizzata, dopo la fine della Guerra Fredda, che tale rimarrà negli anni a venire (sarà la Cina il prossimo competitor globale degli Usa). Il secondo tratto di rinnovamento geopolitico riguarda l’Asia, dove cresce la regionalizzazione delle tensioni e delle dottrine mondiali. Il terzo elemento di trasformazione riguarda il Medio Oriente. Integrare il caos mediorientale dentro un’area senza guida globale, salvo il ricatto petrolifero, e con un armamentario ormai obsoleto, come lo è oggi l’Ue, è un invito alla guerra, non alla pace. Infine, l’attezione va focalizzata proprio sullo scenario finale della crisi europea che si dibatte tra un umanitarismo da salotto e una reazione populista irrazionale e impossibile da gestire, esattamente come gli sbarchi dei migranti.

Tenere l’Europa sempre più irrilevante e spesso ridicola in politica estera, per contenere la Russia e poi la Cina, questo è il progetto degli Stati Uniti, che passerà da Barack Obama al suo successore, chiunque egli sia”.

Da il denaro.it, del 16 febbraio 2016.

Parole che suggellano le nostre inquietudini a due anni dal loro pronunciamento. Un libro che coinvolge, che perlustra, che sviscera fatti e dietrologie. Forse pecca di eccessivo tatticismo, di troppo meticoloso vivisezionamento delle prospettive geopolitiche, però questo è la garanzia che lo scrittore ha profuso riflessioni marcate da un punto di vista non sempre condivisibile ma di certo puntuali e ben argomentate.
Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario, è stato consulente di qualificati organismi. E’ presidente de “La Centrale Finanziaria Generale”, della “Fondazione Laboratorio per la Pubblica Amministrazione” e “Membro dell’Advisory Board School of Business Administration College of Management di Israele”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.