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:: Luna – Cronaca e retroscena delle missioni che hanno cambiato per sempre i sogni dell’uomo di Bruno Vespa (RaiLibri 2019) a cura di Paolo S. Cavazza

4 luglio 2019
Luna

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Il nome di Bruno Vespa sulla copertina di uno dei numerosi libri pubblicati per il cinquantenario dell’Apollo 11 potrebbe suscitare qualche legittima perplessità. Tuttavia questo libro non va esaminato con un atteggiamento pregiudizialmente sfavorevole: in primo luogo perché non è privo di meriti e riserva qualche sorpresa anche a un lettore esperto della materia; e poi perché bisogna tenere conto del pubblico al quale è indirizzato. Un pubblico che non comprerebbe, per esempio, le recenti uscite di Piero Bianucci, Giovanni Caprara o Patrizia Caraveo: perché non conosce gli autori, o forse perché li ritiene “troppo difficili”.
In questo caso Bruno Vespa è una garanzia: una narrazione che non si sofferma su astrusi dettagli tecnici o su sofisticate analisi storico-politiche, ma si focalizza sui protagonisti dell’impresa – personaggi di per sé abbastanza eccezionali – e sulle reazioni dei testimoni dell’epoca, alcuni dei quali ben noti a tutti.
L’autore inizia rievocando l’allunaggio dell’Apollo 11 tramite i ricordi di Tito Stagno, che cita il suo memorabile battibecco in diretta con Ruggero Orlando, che era a Houston, sul momento dell’effettivo contatto con il suolo del modulo lunare Eagle.
(In realtà, riascoltando quel passaggio seguendo la trascrizione dei dialoghi, si nota che l’equivoco fu dovuto al fatto che Stagno interpretò le parole di Aldrin “Contact light” come segnale dell’avvenuto atterraggio, mentre in realtà si trattava del primo contatto di una delle sonde che si protendevano sotto i pattini del LEM. L’emozione e la concitazione di quello storico momento fecero il resto.)
Nei capitoli successivi Vespa delinea una breve storia della gara spaziale fra americani e sovietici, con gli inziali successi dei russi e l’improvvisa battuta d’arresto dovuta alla morte prematura di Sergei Korolev, il progettista del missile vettore R-7 (tuttora usato in una versione aggiornata per lanciare le Soyuz) il quale, come direttore dell’ufficio tecnico OKB-1, era in buoni rapporti con Nikita Krusciov ed era riuscito a coordinare le molte anime e le troppe personalità del programma spaziale sovietico. Vespa nota giustamente che la soffocante burocrazia sovietica e la rivalità fra i vari uffici tecnici finirono per ostacolare il programma comune, ma non mette in evidenza il fatto che, dopo la tragedia dell’Apollo 1 nel gennaio 1967, la NASA dovette stringere il controllo sui suoi fornitori applicando metodi quasi dittatoriali, poco diversi da quelli usati da Korolev.
Anche in questa parte il libro si concentra più sui personaggi, inclusi precursori come Tsiolkovskij e Goddard, che sulla storia e sugli aspetti tecnici, mantenendo un tono di inchiesta giornalistica che, se può risultare insoddisfacente per un esperto della materia, mi sembra più che adeguato al pubblico verso il quale il libro è indirizzato.
Vespa rende omaggio a Oriana Fallaci, attenta cronista dell’epoca, e include nel testo lunghe citazioni dai suoi libri e dalle sue interviste: si tratta di brani che talvolta, riletti con gli occhi di oggi, fanno una strana impressione. È evidente che Oriana, pur essendo una acuta osservatrice della realtà americana dell’epoca, quando parlava degli astronauti esprimeva quasi esclusivamente le sue idiosincrasie personali. Esemplare la disistima – reciproca, va detto – fra lei e Neil Armstrong, due personalità antitetiche che non potevano trovare un punto d’incontro. Chi volesse approfondire la conoscenza di un personaggio unico e straordinario come Armstrong dovrebbe leggere la biografia di James Hansen, First Man – Il Primo Uomo (Rizzoli), citata anche da Vespa. Ma questo libro lungo e complesso si colloca probabilmente oltre l’orizzonte del pubblico a cui l’autore tradizionalmente si rivolge.
Non mancano inesattezze e lacune, alcune delle quali scusabili vista l’oggettiva complessità della materia; voglio segnalare soltanto la svista più grave, che riguarda il programma lunare sovietico. Vespa ricorda, giustamente, il disastro della sonda Luna 15, che nei giorni dell’Apollo 11 fallì l’allunaggio. Per i russi fu una pubblica umiliazione, dato che la loro missione non era affatto segreta: avevano dovuto discutere con gli americani il piano di volo, per rassicurarli che non c’erano rischi di interferenze con l’Apollo. Vespa però scrive che dopo Luna 15 i russi abbandonarono completamente i loro programmi lunari; ma questo non è affatto vero, perché alcuni mesi dopo i sovietici colsero il successo mancato grazie alla sonda Luna 16, e Luna 17, nel 1970, ottenne un primato assoluto: il primo veicolo teleguidato sul suolo di un altro mondo – il Lunokhod 1 – che fu anche il primo veicolo di superficie sulla Luna, precedendo di quasi un anno la Lunar Rover dell’Apollo 15. I sovietici chiusero definitivamente il loro programma di esplorazione lunare solo nel 1976, con la sonda Luna 24.
L’ultimo capitolo del libro è un excursus sulla Luna nel mito, nell’arte e nella letteratura, da Luciano di Samosata a Jackson Pollock, passando per Ariosto, Leopardi, Beethoven, Verne, Pirandello, Calvino… Non è del tutto fuori posto rispetto alla narrazione precedente, ma a tratti sembra quasi un ripensamento, o un contentino per un lettore di formazione classica.
Nel complesso però questo libro di oltre 250 pagine regge piuttosto bene anche il giudizio di un lettore già esperto della materia. Se la notorietà dell’autore può attirare qualche nuovo appassionato e distoglierlo dalle sgangherate sirene dei complottisti e dei negazionisti che infestano i social network, lo sforzo dell’autore e di chi lo ha assistito in questa impresa non sarà stato vano.

Bruno Vespa (L’Aquila, 1944) ha cominciato il suo lavoro di giornalista a 16 anni. Laureatosi in Legge con una tesi sul diritto di cronaca, ha vinto il concorso per entrare in Rai classificandosi al primo posto. Dal 1990 al 1993 ha diretto il Tg1. Dal 1996, la sua trasmissione “Porta a porta” è il programma di politica, attualità e costume più seguito. Tra i premi più prestigiosi ha vinto il Bancarella (2004), per due volte il Saint-Vincent per la televisione (1979 e 2000) e nel 2011 quello alla carriera, anno in cui ha vinto il premio Estense per il giornalismo. Tra i suoi ultimi volumi pubblicati, ricordiamo: Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Vincitori e vinti, L’Italia spezzata, L’amore e il potere, Viaggio in un’Italia diversa, Donne di cuori, Il cuore e la spada, Questo amore, Il Palazzo e la piazza, Sale, zucchero e caffè, Italiani voltagabbana, Donne d’Italia, C’eravamo tanto amati, Soli al comando e Rivoluzione.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa RaiLibri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Variazioni sulle sorelle – Marina Giovannelli (Iacobelli editore, 2017) a cura di Elena Romanello

2 ottobre 2017

sorelleIl rapporto tra sorelle è al centro di molta produzione letteraria di oltre un secolo e alle sorelle è dedicato il viaggio breve, agile ma non superficiale del saggio Variazioni sulle sorelle, che mescola realtà e fantasia, passato e presente, vicende raccontate e storie vere, tra sorelle di sangue, d’elezione, di carta e di lotta, in due secoli di storia attraverso i romanzi e non solo.

Nelle pagine del libro trovano spazio autrici come Simone de Beauvoir, la madre del femminismo occidentale, Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, Antonia Byatt, che hanno avuto un rapporto d’elezione con le loro sorelle, rimaste sempre nell’ombra ma fondamentali nella costruzione della personalità di queste donne d’eccezione, oltre che nel consolidamento del loro mito. Basti pensare che oggi leggiamo Jane Austen grazie all’opera della sorella, che preservò i manoscritti dopo la morte prematura dell’autrice, distruggendo anche tutta una serie di documenti compromettenti e costruendo la leggenda intorno al personaggio Austen, leggenda che è durata e si è consolidata fino ad oggi.

Variazioni sulle sorelle parla anche delle sorelle letterarie, partendo dalla classicità, dove erano sorelle creature temibili come le Arpie, le Moire, le Gorgoni, ma anche le Grazie, senza dimenticare congiunte celebri come Elena e Clitennestra, la prima la causa scatenante della guerra di Troia, la seconda al centro di una faida familiare, o Antigone e Ismene, le paladine di una nuova morale e di una nuova pietas più moderna, basata su un’interpretazione non rigida di leggi e precetti.

Sono sorelle anche le figlie di Re Lear, che si sbranano all’ombra del trono del padre, con l’unica eccezione dell’eroina dolente Cordelia, prima ripudiata dal re e poi l’unica che gli starà accanto.

Le sorelle letterarie più famose restano forse le Piccole donne di Louisa May Alcott, basate sulla vera storia dell’autrice, tra lacrime e gioie, con forse le prime ragazze che mettono al centro della loro vita la realizzazione come persone, attraverso arte, lavoro e creatività, e non solo come mogli e madri, in un’epoca in cui questo era decisamente rivoluzionario. La saga delle sorelle March ha avuto varie imitazioni, non particolarmente felici come ricorda l’autrice Marina Giovannelli: allora meglio buttarsi sulle care sorelle di Angela Carter, autrice femminista che ha riletto fiaba e mito, dando nuovo spunto al genere fantastico prima purtroppo di morire prematuramente nel 1992.

Un saggio ricco di suggestioni, per ripassare tanti classici e scoprire nuovi aspetti di donne famose, che fa venire voglia di scoprire e riscoprire mondi che spesso restano legati al proprio passato di lettori.

Marina Giovannelli, udinese, è poeta e scrittrice e fa parte del DARS (Donna Ricerca Arte Sperimentazione) e della Sil (Società italiana delle letterate). L’autrice ha scritto numerosi testi di poesia, narrativa, saggistica, insegna scrittura creativa e ha fondato nel 2007 il Gruppo di scrittura Anna Achmatova.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia, di Alan Hart, (Zambon, 2015)

1 novembre 2015
sion

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Sia io personalmente che il mio libro «Sionismo: il vero nemico degli ebrei»  siamo considerati una spina nel fianco del regime sionista e anche dei regimi arabi corrotti e repressivi. E c’è una ragione valida: il mio libro mette il dito su una piaga tanto profonda quanto marcia. Il fatto è che non si può raccontare la verità sul sionismo senza raccontare la verità sui regimi arabi.

Come spiegherò tra breve, la verità è che, nonostante la falsa retorica del contrario, i regimi arabi non hanno mai avuto alcuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina. E ciò aiuta a spiegare perché i regimi arabi sono da sempre complici dei sionisti nel volere sopprimere una verità storica molto scomoda. Stiamo parlando dei GOVERNI arabi, non dei popoli, che invece sono tutti dalla parte dei palestinesi.
[…]
Per la maggioranza degli ebrei oggi nel mondo, il titolo del mio libro — Zionism: the real enemy of the Jews (Sionismo: il vero nemico degli ebrei) — è molto scomodo, troppo scomodo, e alcuni si sentono profondamente offesi e oltraggiati da queste parole; eppure sono convinto che se fossero ancora vivi, oggi, i tanti oppositori ebrei al sionismo di quel periodo pre-olocausto, approverebbero la mia affermazione formulata nel titolo.
[…]
La verità storica è essenziale per dare ai cittadini il potere contrattuale necessario a mettere in moto la macchina democratica in favore della giustizia per i palestinesi e della pace per tutti noi.
Senza questo potere contrattuale basato sulla padronanza della verità storica, non esiste a mio avviso alcuna possibilità di ottenere la giustizia per i palestinesi – né la pace per tutti noi. E il cancro di questo conflitto alla fine ci consumerà, tutti.
art. tradotto: qui
art. originale: http://www.alanhart.net/essence-of-the-suppressed-truth/
Poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Isaia 2, 3-4 Bibbia di Gerusalemme

Quando ero bambina, negli anni ’70 del secolo scorso, Israele era per me la terra da cui arrivavano i pompelmi. E io amavo moltissimo i pompelmi. Immaginavo che fossero coltivati in modernissimi kibbutz, sorta di comunità hippie dove tutti erano uguali e dove tutto era in comune, da ragazzi un po’ più grandi di me in salopette di jeans e camicie a fiori. E pur non essendo ebrea sognavo di trascorrervi l’estate. Sapete come sono i bambini, o almeno come erano i bambini negli anni ’70. Sono stata educata pensando che al popolo ebraico era stato dato un deserto, e ne avevano fatto un giardino. Non ricordo né a casa né a scuola di aver mai sentito anche solo espressioni antisemite. Gli ebrei erano un popolo di gente intelligente, di scrittori, di poeti, di musicisti, di architetti, di contadini. Solo crescendo scoprii che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano subito la Shoah. Qualcuno aveva pensato che fosse giusto e utile ideare un piano per cancellarli dalla faccia della terra. E l’aveva attuato. Famiglie sterminate, persone nella loro singolarità e umanità, singole persone, donne, uomini, vecchi, bambini. Morti, uccisi in fabbriche chiamate campi di concentramento. Con l’obbiettivo che non se ne salvasse uno. Se Hitler avesse vinto, avrebbe portato avanti il suo progetto in tutto il resto del mondo. La soluzione finale. Interrogandomi sul perché, perché c’è sempre un perché, la ragione più sensata, nell’insesatezza del crimine, era per ragioni economiche. Ciò che interessava degli ebrei erano le loro ricchezze, togliergliele. Israele, lo stato di Israele era quindi una sorta di risarcimento, anzi qualcosa di più colpevole, era come se il consesso degli stati civili dicesse non abbiamo fatto niente per impedire la Shoah, o almeno non ci siamo riusciti, e ora con questo senso collettivo di colpa vi diamo uno stato, con denominazione giuridica, diritti legali sanciti da una costituzione, un esercito che vi consenta di difendervi e di combattere chi vi nega il diritto all’esistenza. Anche la religione cattolica ha uno stato, lo stato Vaticano, con sue leggi, suoi ordinamenti, sue ambasciate, sue banche, un suo patrimonio. Per chi conosce anche vagamente i rudimenti di diritto internazionale, sa che avere una identità giuridica è diverso che non averla, non dico che sia meglio o peggio, semplicemente è diverso, e lo sanno bene i palestinesi. (Pochi sanno che uno stato palestinese esiste, o per lo meno hanno solo una vaga idea di dove risieda). Il sionismo, un movimento politico laico piuttosto recente, se consideriamo l’antichissima storia ebraica, nasce con l’obbiettivo di dare al popolo ebraico uno stato. Ora è bene considerare che non tutti gli ebrei sono religiosi, e non tutti gli ebrei sono sionisti, e soprattutto il nazionalismo di guerre ne ha causate non poche tanto che alcuni rabbini ultraortodossi (e non) considerano lo stato di Israele contrario alle leggi di Dio. Ma ognuno ha diritto di formulare una sua idea in proposito, e rifuggo dal concetto che si debba avere paura a esprimerla, in qualsiasi sua forma. La paura è una cattiva consigliera e a mio avviso (ma questa è una considerazione puramente personale) il più grande nemico nel processo di pace attualmente in atto in Medio Oriente. E io fermamente credo che la pace in Medio Oriente è possibile. Che non finirà tutto in un gigantesco fungo nucleare. Se la pensate, anche parzialmente come me, troverete utile e fruttuosa la lettura di Il sionismo – il vero nemico degli ebrei, del giornalista indipendente britannico Alan Hart, di cui ho letto il primo vulume Il falso messia, tradotto e prefato da Diego Siragusa. Ce ne saranno altri due, di volumi, e forse testi successivi di approfondimento. (C’è tanta confusione in merito, che ben vengano le occasioni per fare chiarezza). Che siate sionisti o meno, che siate ebrei o meno, è utile conoscere il pensiero, anche quando fosse diverso dal vostro (in alcuni punti per esempio dissento dalle sue conclusioni), di gente così intellettualmente lucida e capace di formulare ipotesi, e con una storia personale così eccezionale come quella di Alan Hart. Se sfoglierete il volume avvertirete che lo scopo principale dell’autore è lo stesso di qualsiasi uomo di buona volontà, ovvero giungere a un processo di pace per la sicurezza delle nuove generazioni. Leggevo proprio ieri che Papa Francesco afferma che negare la legittimità dello stato di Israele è una forma di antisemitismo, Hart nega questo punto e condivide anche con molti intellettuali ebrei che proprio lo stato di Israele è la causa dell’esacerbarsi dell’antisemtismo mondiale con esiti e sviluppi imprevedibili che si augura non portino a una nuova Shoah. Solitamente le conclusioni si mettono alla fine, per coronare un discorso e renderlo più incisivo, almeno queste sono le regole della retorica, ma io ho preferito isolare il cuore del testo per darvi la possibiltà di percepire che se anche commette errori (nessuno è infallibile) l’onestà intellettuale a monte è serenamente evidente. Questa non è una recensione tecnica se vogliamo, ci sono altre sedi dove poter esaminare in modo più scientifico il testo, qui mi limito a farvi partecipi dei pensieri che mi sono sorti durante la lettura. Ci ho messo circa un mese a leggerlo, leggendone poche pagine ogni sera e vedendomi scorrere sotto gli occhi i nomi dei grandi della terra, molti dei quali Hart li ha conosciuti personalmente, istaurando anche legami di amicizia (il legame con Golda Meir, Madre Israele, ebrea laica e non credente, sionista, è molto commovente). Che dire ancora di più è un testo impegnativo, non da leggere a cuor leggero, anche doloroso, venato da una sorta di pessimismo fatalista. Tutto andrà male, sembra dire, ma io ho fatto di tutto perché così non fosse. Ecco su questo non siamo d’accordo. Ma io non ho vissuto in quei territori, non ho visto bambini palestinesi massacrati nelle rovine di ospedali distrutti. Il mio idealismo ha ben poco a che fare con la sua esperienza, tuttavia non ostante gli errori, le vere e proprie colpe, gli egoismi nazionali, le vendette, ritengo che ci sia ancora spazio per il dialogo ed è difficile che due uomini che si guardano negli occhi, e si scoprono più uguali di quanto sembrino, abbiano ancora voglia di uccidersi. Ma si sa la storia la fanno i potenti, e spesso si è educati a odiarsi senza manco conoscersi. Sì, forse un po’ di pessimismo me l’ha trasmesso. Ma è stato un confronto positivo. Molto positivo. Leggo in rete che esiste una sorta di aura nera intorno a questo libro (in lingua inglese sono già usciti tutti e tre i volumi), che i mezzi di comunicazione ufficiali radio, giornali, tv lo boicottano, o anche censurano. Solo la rete sembra dargli spazio. Ecco credo che questo sia un fatto grave, antidemocratico e inutile. Sarebbe meglio leggerlo, confrontarsi, anche confutare alcune tesi se non si è d’accordo. Io personalmente non mi sento una sacra depositaria della verità, commetto errori come tutti, ma ritengo che è più pericoloso sopprimere un’idea che in un dibattito pubblico dimostrare che questa è falsa. Ecco chiudo questa recensione con un augurio, e una speranza di potere intervistare Alan Hart e anche un erede politico e spirituale di Yitzhak Rabin. Sì, sarebbe davvero interessante, dopo tutto l’ignoranza è il più potente strumento di oppressione che esista. Non lo dimentichiamo.

Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica. Autore di una biografi a di Arafat e della trilogia “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”. Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: Non prendetevela con me. Io ci ho provato.” http://www.alanhart.net

Info: domenica 8 novembre 2015, ore 10-11, presentazione del libro al Pisa Book Festival, Palazzo de Congressi di Pisa, Ingresso Lungarno Buozzi. Interviene Diego Siragusa, traduttore e curatore dell’opera. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Zambon.

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