Posts Tagged ‘Storia sociale e culturale’

:: Le virtù del nazionalismo di Yoram Hazony (Guerini e Associati 2019)

8 dicembre 2019

Le virtù del nazionalismo«Un libro destinato a diventare un classico
National Review
«Dovremo fare una scelta: o un mondo di stati indipendenti, o un rinnovamento dell’ideale dell’impero universale – il che significa, inevitabilmente, l’impero americano. Le virtù del nazionalismo mette a confronto le opzioni che abbiamo di fronte e suggerisce che, se vogliamo la libertà, dovremmo lottare per preservare un mondo di nazioni indipendenti.»

E se il nazionalismo non fosse la piaga che in molti oggi credono, ma piuttosto la migliore speranza per l’umanità? Un libro eterodosso che, sin dal titolo, sa di ispirare sospetto e finanche avversione. Le virtù del nazionalismo, tra i libri più discussi dell’anno negli Stati Uniti, è una riflessione scomoda, meditata e attualissima sulle radici storiche e religiose del nazionalismo. La tesi di Yoram Hazony, insieme audace e controcorrente, è che lo stato-nazione sia la migliore forma di governo che l’uomo abbia sinora mai inventato. E, forse, l’unica opzione davvero percorribile se vogliamo difendere la nostra libertà.
Con un ragionamento pacato ma stringente, l’autore israeliano rovescia la prospettiva e smonta i maggiori tòpoi legati al concetto di nazionalismo così come oggi viene inteso. E così il nazionalismo, lungi dall’essere una deformazione dell’idea di nazione, finisce col coincidere con il concetto stesso di autodeterminazione dei popoli. Perché la nazione è una comunità politica che si riconosce in una certa cultura e in una certa lingua, in un sistema di valori condiviso; i suoi confini costituiscono lo spazio in cui si esercita la libertà di un popolo e in cui anche le minoranze possono e devono essere tutelate.

Nazionalismo contro imperialismo

La lotta tra nazionalismo e imperialismo è il vero punto fondante della tesi di Hazony, che rilegge la storia dei conflitti mondiali alla luce di questo antichissimo dualismo. L’imperialismo è qualsivoglia forma di governo che voglia unire l’umanità sotto l’egida di un unico regime politico, mettendo a repentaglio la libertà dei singoli stati. Imperialista, per Hazony, è stata la Germania nazista. Imperialista fu la politica degli Stati Uniti d’America, dal 1989 in poi, che sino a tempi recenti hanno cercato di imporre una pax americana, ricalcando il modello imperiale della pax romana. E imperialista sarebbe anche l’Unione Europea, rispetto alle singole nazioni membro.
Dalla Bibbia a Locke e alla dottrina liberale, dal pensiero ebraico al protestantesimo, dal Sacro Romano Impero alla nostra travagliata attualità: il libro di Hazony è una rilettura puntuale e controversa dello stallo contemporaneo a cui è giunto il sistema economico-politico occidentale che, comunque la si pensi, non può essere elusa.

YORAM HAZONY è uno dei più vivaci pensatori israeliani contemporanei: filosofo, teorico politico e biblista. Presidente del The Herzl Institute di Gerusalemme, una delle più interessanti nuove istituzioni accademiche israeliane, fondò alcuni anni fa, nel 1994, il prestigioso Shalem Center, un avanzato centro di ricerca e di promozione degli studi umanistici, cercando di integrare tradizione e modernità. Ebreo osservante e sionista, formatosi presso le più insigni università israeliane e statunitensi, è noto in Israele, negli Stati Uniti e nel Commonwealth per i suoi originali contributi agli studi biblici e politici.

Donne di altre dimensioni, Radu Sergiu Ruba (Marietti 1820, 2019) A cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2019

LA_Ruba_Donne_DEF.inddLe figure femminili sono il cuore della narrazione di “Donne di altre dimensioni”, l’ultimo lavoro letterario dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Il libro, tradotto da Giuseppe Munarini e stampato da Marietti 1820, ha come protagonisti l’autore narratore, il mondo delle figure femminili che hanno caratterizzato la sua infanzia e le tante altre persone che lui ha incontrato nella sua vita. Lo scrittore di origini rumene narra di sé e del suo essere diventato cieco da bambino. Un perdere la vista progressivo che però non gli ha impedito di coltivare la sua passione per lo studio e per la scrittura. Ruba non vede con gli occhi, ma la sua mente e i suoi sensi sono in continuo movimento e questo ha permesso alla sua creatività di trasformarsi in racconti appassionanti che hanno per protagonista la sua vita e la quotidianità nella quale è cresciuto. Molto importanti sono per Ruba i ricordi, e quelli che lui ci propone vanno dagli anni Cinquanta per arrivare fino ai giorni recenti. Luogo di sviluppo della storia è la Transilvania, in quel piccolo villaggio dove l’autore è nato e dove si parlano tre lingue: rumeno, ungherese e tedesco. Accanto a episodi dell’infanzia, delle marachelle compiute, del rapporto con i compagni di scuola, Ruba mette anche degli spezzoni narrativi che hanno al centro leggende popolari, lupi mannari, figure che assomigliano a delle maghe. Questo crea un’atmosfera un po’ fiabesca, evocativa, controbilanciata dalla presenza di racconti di vita di sua madre e di quei parenti che sono andati negli Stati Uniti d’America nella speranza di un futuro migliore. Qui, nella terra della bandiera a stelle e strisce, emergeranno le difficoltà di questi rumeni parenti dello scrittore di riuscire a farsi capire, perché il loro modo di esprimersi (a volte ironico e comico) a parole è, e resterà, sempre influenzato dalla lingua rumena. Poi arrivano le storie delle tante persone che l’autore ha conosciuto nella sua vita, compresa la vicenda di una sopravvissuta ad Auschwitz con nel corpo e cuore ha ferite incancellabili, pronta ad allontanarsi dal padre unitosi ad una tedesca. Non mancano momenti che ricordano la fine di Ceauşescu e di come certi regimi politici possano limitare la libertà espressiva e di vita delle persone. Pagina dopo pagina, Ruba accompagna noi lettori in un vero e proprio viaggio dentro alla Storia rumena e nella storia delle persone/personaggi che ha incontrato e che animano la sue narrazioni. Uomini e donne caratterizzati da un dire e fare dal quale emergono qualità e anche i gesti inaspettati, messi in atto per poter sopravvivere. Marietti 1820 è un editore indipendente e con la pubblicazione del libro di Ruba, porta nelle librerie e nelle case dei lettori un importante esponente della letteratura rumena contemporanea, un intellettuale e fine traduttore. Il romanzo di Radu Sergiu Ruba è un specchio della realtà rumena, dei sui fatti storici e tradizioni culturali, dove si innestano storie umane, con personaggi dal carattere unico che hanno lasciato un segno incancellabile nella vita dell’autore, che li ha resi i protagonisti di “Donne di altre dimensioni”.

Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

Source: richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

“Il sentiero delle ossa” di Ettore Mazza (Edizioni BD, 2019) a cura di Maria Anna Cingolo

25 settembre 2019

sentiero-ossa-mazza-0-670x1020Noi siamo la nostra storia.

Ettore Mazza lo sa bene mentre scrive e disegna “Il sentiero delle ossa”, graphic novel da oggi in libreria e in fumetteria per le Edizioni BD. Appassionato di storia, soprattutto di quella più antica, Mazza sceglie un’ambientazione suggestiva e originale per la sua opera a fumetti: il Neolitico del 6000 a.C.

Acca e Gi appartengono a uno degli ultimi gruppi di raccoglitori-cacciatori di cultura paleolitica. Il graphic novel si apre con i nostri due amici costretti a pulire il bosco dagli sterpi successivi a un rogo doloso, prigionieri e schiavi di altri uomini il cui fine principale è utilizzare per coltivazioni e pascoli il terreno appena bruciato. Si tratta di un nuovo clan che si presenta culturalmente diverso nelle pratiche sociali, un gruppo che si rende protagonista di quella che è passata alla storia come Prima Rivoluzione: l’affermarsi dell’agricoltura e dell’allevamento, in sintesi della società sedentaria. Acca e Gi riescono a fuggire dalla prigionia delle prime pagine, ma continuano a scontrarsi con l’inevitabile e violento cambiamento che li insegue rovinosamente ovunque cerchino riparo, anche quando si sentono più al sicuro. La loro strada sembra portare a un bivio: accettare di vivere con gli altri ma in modo diverso o restare soli, resistere e scappare per non morire.

La narrazione è affidata quasi prevalentemente ai disegni che scandiscono un ritmo sempre incalzante, in allerta, in fuga. Solamente le bellissime tavole che raffigurano la natura e i suoi paesaggi offrono un po’ di respiro e di pace, come se cielo, fiumi, boschi, mare, pianure e spiagge, incantevoli spettatori, rimanessero imperturbati mentre i destini dell’umanità cambiano drasticamente. Tale è la sua passione per la preistoria che per disegnare con cura armi, utensili, abitazioni, barche, Mazza si è rivolto a professori e ha approfondito la materia sui libri. Il suo graphic novel diventa quasi strumento di una missione divulgativa al fine di rendere il lettore consapevole di quanto il passato, anche quello più lontano, abbia ancora peso sulla nostra vita di tutti i giorni. Acca e Gi, insieme agli altri personaggi si fanno aedi, smaniosi, pieni di sentimento, con la rabbia e il terrore negli occhi.

La storia di Acca e Gi è anche la nostra storia, è la nascita della nostra cultura, il passaggio al nostro modo di vivere insieme. Ettore Mazza racconta la violenza di questo cambiamento, lo scontro mediante il quale il gruppo che oggi noi definiremmo più civile prevale sull’altro e lo domina, secondo una prassi, sempre civile, propria dell’uomo di ogni tempo: millenni fa, oggi, probabilmente anche domani. 

Ettore Mazza nasce nel 1994 e cresce sulle rive del Lago di Garda. Ama la natura, la storia e la preistoria. Frequenta l’Accademia delle Belle Arti a Bologna ed è tra i fondatori del collettivo Brace, per il quale realizza storie brevi e cura antologie. 

Source: copia inviata al recensore. Ringraziamo Simone Tribuzio dell’Ufficio stampa di Edizioni BD.

:: La Campagna di Russia 1941-1943 di Maria Teresa Giusti (il Mulino, 2016) a cura di Daniela Distefano

30 aprile 2019

LA CAMPAGNA DI RUSSIA -Maria Teresa GiustiLa guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

La campagna militare italiana in Russia durante la Seconda guerra mondiale è stata oggetto di pubblicazioni sin dal momento in cui i soldati italiani partirono per il fronte.
I primi scritti sull’argomento – quelli di regime – risalgono al 1941, con il giornale “L’Illustrazione Italiana” che dedicò diversi numeri al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Da allora, tra monografie, raccolte di atti, diari e memorie, articoli su giornali e riviste, film, relazioni e tesi di laurea, sono stati realizzati oltre 1.700 documenti divulgativi.
L’autrice di questo testo compatto ha integrato la principale bibliografia esistente con una portentosa ricerca archivistica: Archivio Centrale dello Stato, Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, quello diaristico di Pieve Santo Stefano e quello dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, solo per quanto concerne la parte di ricerca svolta in Italia, per passare poi al National Archives di Londra, ma soprattutto all’Archivio Statale della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Ministero della Difesa russo per quanto riguarda la parte di ricerca svolta fuori i confini nazionali. Le fonti russe sono state fondamentali per far luce su particolari inediti e per comprendere il punto di vista dei sovietici, il loro atteggiamento verso la guerra e i nemici, nonché verso il regime di Stalin. La scrittrice, conoscendo la lingua russa, ha potuto tradurre personalmente la documentazione analizzata, interpretandola con gli occhi di una storica.
Maria Teresa Giusti parte da lontano, dalla descrizione della situazione politica post-Grande Guerra, per immergere il lettore negli avvenimenti dei mesi precedenti al patto Molotov-Ribbentrop che il ministro degli esteri Galeazzo Ciano descrisse come “un colpo da maestri” dei tedeschi. Come si arrivò allora alla strappo fatale? Alla guerra disastrosa per l’Italia al fianco dei nazisti e contro il colosso russo?
Lo studio minuzioso e i commenti dell’autrice si spingono oltre le già note problematiche della mancanza di materiali ed equipaggiamenti idonei per affrontare il clima russo, facendo trasparire le inefficienze e le responsabilità di alcuni uomini di vertice, come quelle del generale Cavallero.

Il 28 gennaio 1943, mentre si consumava la tragedia del corpo degli alpini sul Don, “Il Duce continua a vedere abbastanza ottimisticamente la situazione in Russia. Crede che i tedeschi hanno uomini, mezzi, energia per dominare gli eventi e forse per capovolgerli”. Tale visione errata era frutto di un’illusione e anche la conseguenza delle informazioni che arrivavano al duce da Cavallero.(..). Questi fu sostituito il 30 dello stesso mese da Vittorio Ambrosio come capo di Stato Maggiore generale”.

Le vicende del CSIR prima e dell’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR) poi non furono limitate a ciò che accadde sul Don o attorno alla città di Stalingrado. Come messo in evidenza da Maria Teresa Giusti, la campagna di Russia si svolse anche lontano dai campi di battaglia.
Una figura molto presente in questo volume è quella del generale Giovanni Messe. Assieme a Mussolini, Hitler e Stalin, è il nome più ricorrente e con il suo La guerra sul fronte russo e il fondo Messe presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito, costituisce un valido punto di riferimento per la storia non solo militare della campagna di Russia. “La Campagna di Russia 1941-1943” (il Mulino) è un libro succoso, documentatissimo, che aiuta il lettore nell’analisi di eventi tragici e ancora oggi imperscrutabili e fornisce anche interessanti osservazioni della storiografia russa permettendo di considerare gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Maria Teresa Giusti insegna nell’Università “Gabriele D’Annunzio” a Chieti. Ha conseguito i seguenti titoli:
– Dottorato di Ricerca in “Storia politica comparata dell’Europa. XIX e XX sec.”, XIV ciclo, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna il 10 febbraio 2003, con la tesi dal titolo Italiani e tedeschi nei campi di prigionia militare in Unione Sovietica. 1941-1946.
– Laurea in Materie letterarie (indirizzo storico), conseguita il 9 luglio 1998 presso l’Università degli Studi dell’Aquila con la tesi dal titolo Rapporti tra Italia e Unione Sovietica. I prigionieri italiani nell’URSS durante la seconda guerra mondiale: dalla propaganda antifascista nei campi al rimpatrio.
– Laurea in Lingue e letterature straniere (I lingua russo, II lingua inglese), conseguita l’11/03/1988 presso l’Università degli Studi dell’Aquila, con la tesi dal titolo Garšin e la letteratura del dolore.

Source: Libro inviato dall’Editore. Rngraziamo Cristina e Cinzia dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

:: I filosofi di Hitler di Yvonne Sherrat (Bollati Boringhieri 2014) a cura di Alexander Recchia

2 aprile 2019

I filosofi di HitlerLa nostra storia deriva dal nostro passato. Senza un prima non avremmo un dopo.
Questa è il filo narrativo che ci traccia Yvonne Sherrat.
I filosofi di Hitler cerca di far luce su uno dei periodi più bui e meno compresi della storia dell’Europa del ‘900. Il nazionalsocialismo con il suo culto della razza e l’antisemitismo viene snocciolato nel suo sostrato filosofico. Appare, così terrificantemente davanti ai nostri occhi, come non sia girato tutto attorno alla mente di Adolff Hitler e dei suoi collaboratori, ma come si sia cercato di fondarlo su ferme basi filosofiche.
Molti pensatori di spicco di quell’epoca quali: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Hannah Arendt, Kurt Huber; furono allontanati o costretti alla fuga dalla Germania. Le molte cattedre lasciate vuote da docenti di origini ebraiche o considerati oppositori del regime furono occupate da sostenitori o simpatizzanti del nazionalsocialismo. Il Führer, ci racconta la Sherrat, fin dalla sua prigionia aveva capito l’importanza il pensiero filosofico aveva per il popolo tedesco. Kant, Hegel e Nietzche furono solo alcune delle menti geniali che lo affascinarono durante la sua prigionia e da cui prese spunto per le sue riflessioni.
Asceso al governo continuò il suo intento di divenire un “leader filosofico”. Si circondò di menti brillanti, autorevoli e influenti anche nel mondo accademico. Alfred Rosemberg, Carl Schmitt e sopratutto Martin Heidegger, sono tra le figure che vengono meglio analizzate nei I filosofi di Hitler. I motivi della loro adesione al regime, le idee proposte e le influenze che hanno avuto, ma anche le loro storie personali.
Loro che con il pensiero hanno creato, diffuso e sostenuto idee quali il mito della razza, l’antisemitismo e il totalitarismo. Solo alcuni di loro furono condannati attraverso il processo di Norimberga, altri, invece, furono reintegrati nelle loro mansioni accademiche senza troppo ostracismo. Il passato era stato dimenticato.
I filosofi di Hitler ci porta così a rivalutare il presente, attraverso la storia. L’analisi puntuale e schietta della Sherrat non lascia molto spazio all’immaginazione, ma guida il lettore a porsi delle domande importanti circa la propria esistenza.

Yvonne Sherrat, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Source: acquisto del recensore.

:: Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

15 marzo 2018
Autunno tedesco

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Autunno tedesco di Stig Dagerman è uno dei libri che meglio riescono a raccontare al lettore quelle che furono per i tedeschi le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, l’autore svedese aveva 23 anni e venne contattato dall’Expressen che gli propose di andare in Germania per fare una serie di reportage sulle condizioni del Paese dopo la fine del conflitto bellico. Dagerman aveva appena pubblicato il suo prima romanzo, ma non rifiutò l’incarico e per due mesi circa sì stabili in Germania. Uno degli aspetti che più colpì lo scrittore anarchico e antimilitarista fu la folta presenza di giornalisti nelle diverse città tedesche dove lui si recò. Ad ogni angolo, dentro ad ogni piazza o via c’erano giornalisti come lui intenti a provare a raccontare il dopoguerra. Dopo aver raccolto materiale e testimonianze, quello che Dagerman fece nelle pagine del suo libro edito ora da Iperborea fu semplice, e molto reale, perché lui raccontò la realtà dei fatti per come li vide e per come li percepì. Uno degli aspetti costanti del testo sono le macerie, i resti distrutti dei palazzi e delle costruzioni entro le quali l’autore di aggirava. Da Amburgo a Berlino, fino a Colonia lo scrittore viaggiò su treni stracolmi di persone che non erano gli ebrei deportati nei campi di sterminio, ma i tanti tedeschi rimasti senza tetto. Dagerman ebbe la possibilità di vedere tanto altro, da intere famiglie che abitavano in scantinati mezzi allagati, a individui che cercavano riparto tra le macerie che un tempo erano state della abitazioni. Persone affamate alla costante ricerca di cibo per riempire la pancia costante vuota. Accanto a questi tedeschi che non avevano più nulla, e che in certi momenti della lettura di Autunno tedesco sembrano quasi non essere del tutto consapevoli dello stato di precarietà nel quale si trovavano a vivere, si innestano le Potenze occupanti che vinsero la guerra, tutte impegnate ad allestire i processi di guerra per punire i colpevoli delle malefatte compiute. Accanto a questo processo ci fu quello della denazificazione che prese di mira nomi già noti alla Storia, ma anche gente comune, la quale aveva pensato bene di arricchirsi a spese delle innocenti vittime. Quello che però Dagerman evidenzia è come il voler epurare dal nazismo i tedeschi a lui sembrò una messa in scena, più che qualcosa di concreto, perché le preoccupazioni e gli interessi della gente erano altrove. Autunno tedesco di Stig Dagerman è un ritratto lucido e sferzante che scava nelle viscere della Germania del dopoguerra e della gente comune che la viveva e che però non riusciva a concentrarsi sulle questioni politiche, perché era troppo impegnata a tentare di sopravvivere alla povertà, alla fame e alla distruzione per non soccombere alla tremenda miseria causata dal conflitto. Traduzione di Massimo Ciaravolo. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Stig Dagerman era nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ imperatore della Cina, Joachim Bouvet (Guanda, 2015)

1 dicembre 2015
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Per quanto possa sembrare bizzarro la storia dell’evangelizzazione cinese, una storia antichissima che se vogliamo può essere fatta risalire alla diffusione del nestorianesimo in Asia (il vescovo siriano Nestorio visse tra il 381 e il 451 d. C.) o forse anche prima se consideriamo l’operato estemporaneo di qualche  sconosciuto mercante itinerante,  è più simile a un grandioso libro di avventura che a un polveroso trattato da eruditi. La Cina era una sfida, un impero antichissimo e straordinariamente moderno, con una civiltà evoluta e senza pari nella lontana antichità. Gli euorpei che per primi raggiunsero il Celeste impero si trovarono di fronte un mondo civilizzato ed evoluto, per alcuni versi superiore a quello da cui provenivano, e molti lo dovettero ammettere seppur con riluttanza se volevano conservare una certa onestà intellettuale.  Arrivare in Cina era già di per sé una grande avventura, un viaggio lunghissimo e pieno di pericoli al cui termine c’erano le grandi ricchezze non solo materiali, (ma anche quelle non erano da sottovalutare) di una civiltà orgogliosa e consapevole delle sue qualità e della sua forza.  La Compagnia di Gesù fu l’ordine che, tra tutti quelli che si avvicendarono nella sconsiderata missione di convertire la Cina, subì maggiormente il fascino intellettuale, politico, ed etico di questo popolo, arrivando a scelte a dir poco coraggiose che ne causarono quasi la fine. L’ordine fu soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773, e fu ripristinato solo nel 1814 da papa Pio VII. E fu il Portogallo a iniziare questa marcia veso la soppressione dell’Ordine, memore del suo tentativo, che non gli fu mai perdonato, di rompere il monopolio che la corona portoghese aveva sulle navi in partenza per la Cina sin dalla fine del XV secolo. La questione dei riti non fu una diatriba di minore importanza e certamente venne utilizzata strumentalmente per danneggiare proprio coloro che conoscendole approfonditamente stimavano come pratiche civili la venerazione degli antenati e  non come atti idolatri di un popolo barbaro, incivile e ignorante. Joachim Bouvet autore di L’Imperatore della Cina (Portrait historique de l’empereur del la Chine, 1697), edito da Guanda, fu un missionario gesuita e se vogliamo la sua opera si ricollega ai più ampi tentativi fatti dagli aderenti al suo ordine di difendere un mondo e una civiltà di fronte all’Occidente, nella consapevolezza che per favorire un incontro di civilità così diverse, servisse per prima cosa una certa obiettività e imparzialità. Questa edizione tradotta dalla prima versione dell’originale francese, stampata a Parigi nel 1697, e comprendente tutte le parti che furono successivamente censurate nelle edizioni seguenti, è dedicata e rivolta al Re Sole Luigi XIV investito del ruolo di difensore della fede e della cristianità e vuole essere uno strumento per estirpare i semi del dubbio e delle false idee che si erano diffuse in Occidente anche a causa di alcuni filosofi illuministi che consideravano dispotico il governo del Regno di Mezzo. Bouvet ad un passo dalla conversione dell’imperatore Kang Xi, (conversione che mai avvenne) voleva presentare a Luigi XIV un suo omologo, di pari dignità e abilità politica, un interlocutore privilegiato con il quale avrebbe potutto istaurare un diaologo proficuo e soprattutto duraturo. Il valore di questo documento storico è indubbio e illuminati dalla introduzione di Michela Catto, che ha anche tradotto il volume, si può collocare storicamente e contestualizzare l’intera opera, di per sé anche di veloce letttura. Comprendo che forse questo documento non avrà il valore che ha avuto per me, avendone sentito parlare durante i miei studi e le mie ricerche ma non avendolo mai potuto avere sottomano, tuttavia sono certa che anche a un lettore diciamo non specialistico, anche come mera testimonianza, può destare curiosità e interesse.

Joachim Bouvet fu un missionario gesuita, nato a Le Mans, in Francia verso il 1656 e morto a Pechino, in Cina, nel 1730. Fu uno dei primi gesuiti scelti da Luigi XIV per la missione in Cina, insieme ad altri quattro confratelli. Essi furono accolti favorevolmente dal famoso imperatore Khang-hi o Kangxi, che volle Padre Bouvet come istruttore di matematica, astronomia e filosofia. Dalla sua posizione privilegiata padre Bouvet collaborò alla realizzazione di mappe delle varie province cinesi. Forte della sua esperienza, la raccontò in alcuni libri, tra cui questo, pubblicato in Francia nel 1697, in cui definì Khang-hi il «Luigi XIV della Cina». Lo scopo principale delle sue opere era alimentare l’interesse di Luigi XIV per la Cina. I suoi libri riscossero l’interesse degli intellettuali francesi dell’epoca, tra cui Leibniz e Voltaire.

Michela Catto, si è perfezionata alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha lavorato a Trento (Fondazione Bruno Kessler), Università di Padova, Torino (Fondazione Luigi Firpo), Firenze (SUM), e Parigi (EHESS- Marie Curie Fellow). Il suo principale oggetto di studio è la Compagnia di Gesù, la sua spiritualità e la sua attività missionaria. Attualmente è impegnata in alcuni progetti riguardanti la Compagnia di Gesù in Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Guanda.

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:: Recensione di C’era una volta la DDR di Anna Funder (Feltrinelli, 2010) di Serena Bertogliatti

23 dicembre 2013
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Della DDR si sa poco.
Anche quando si traduce l’acronimo (Deutsche Demokratische Republik) in italiano, e ne viene la “Repubblica Democratica Tedesca”, l’idea che affiora è vaga – sarà la Germania, ma quale Germania?
“Germania dell’Est” ci dice qualcosa di più, ma solo qualcosa: una vaga, generale idea, che prevede “qualcosa di comunista”, immagini di supermercati monomarca, quell’atmosfera grigia e desolante che si accompagna all’omologazione umana e, più in astratto, un regime di controllo capillare.
Stasiland di Anna Funder, in italiano C’era una volta la DDR, parla di tutto questo, ma lo fa dall’interno. Dà concretezza a questa parola, “DDR”, con un romanzo-saggio che ricostruisce la storia di quella Germania che esisteva fino all’altroieri, ma sembra lontana eoni dalla Berlino che oggi attira tanti entusiasti migranti.
Il muro è caduto nel 1989 (ed è così paradossale che il muro che divideva la città in due sia più conosciuto di metà della città stessa), e ne è seguito quel che sempre segue ai grandi eventi storici: la ricostruzione. La ricostruzione della nuova Berlino riunificata, avvenuta così freneticamente da lasciare poco spazio alla ricostruzione degli eventi precedenti al 1989.
Rimuginare su questa data, 1989, significa realizzare che chi è nato e cresciuto nella DDR è ancora vivo, e cammina e respira e interagisce con quell’odierna Berlino tutta luci cangianti e multiculturalità entusiasta che le guide turistiche mostrano. I loro corpi sono qui, tangibili, e ci si immagina che, se la DDR è stata quel regime disumanizzante che si narra, tutti questi corpi avrebbero dovuto, portando le proprie storie, ammantare di grigiore la prima inaccessibile Berlino Ovest. Eppure, mentre i loro corpi sono qui, le loro storie sono ancora sullo sfondo – quello sfondo che ci si è voluti lasciare alle spalle mentre la Berlino post-1989 si reinventava.
Australiana di nascita, germanista come accademica, Anna Funder narra di una se stessa che affitta un desolante appartamento nella Berlino Est del post-1989, città in cui si trasferisce per fare ricerca sulla DDR. Avrebbe potuto scrivere un saggio per la comunità accademica, ma ha scelto una strada più ardua: cercare di rendere tridimensionale, e interessante, e viva, quella DDR che i tedeschi stessi cercano di mettere in secondo piano. Ci è riuscita? I pareri finali sono soggettivi, ma sicuramente Funder ha dalla sua le giuste premesse.
Anna Funder sa scrivere. Non sa semplicemente mettere in sequenza parole formando frasi di senso compiuto, ma anche scegliere quegli abbinamenti di vocaboli che sanno spezzare la vecchia retorica per creare nuove palpabili espressioni. Si è scelta il compito di dare voce a un popolo la cui l’espressione è stata puntigliosamente monitorata per decenni anni, per poi vedersi catapultato in una Germania Ovest troppo impegnata a riprodurre se stessa nell’Est per ascoltare quelle schiere di gole disabituate a esprimere dissidenze.
Come avrebbe parlato un cittadino della DDR, se avesse potuto farlo con libertà d’espressione e di critica? Saperlo sarebbe facile: basterebbe fermare uno di quei corpi e chiedere loro cosa hanno testimoniato, ed è quello che Funder mette in scena, con una serie di storie di vita vissuta nella DDR.
A volte le parole non ci sono – perché quando gli eventi sono accaduti quelle parole non si sarebbero potute usare, e, ora che si può, quegli eventi sono già troppo lontani, già parte di quella memoria che sia la Germania Est che la Germania Ovest cercano di relegare a un passato risolto.
Ci sono allora i silenzi – il silenzio eloquente dell’affittuaria della protagonista, che per la prima volta si narra, per scoprire che narrare è rivivere, e che alcuni eventi non possono essere catalogati come inerti ricordi, fusi come sono con le speranze e i terrori di chi li ha vissuti.
Tra i tanti episodi, uno apre gli occhi sulla prigione della Stasi (l’onnipresente e temuta polizia segreta) di Hohenschönhausen (sito in inglese: qui ). Lo narra una donna che ne è stata prigioniera senza sapere di esserlo. Sapeva, ovviamente, di essere prigioniera, ma non sapeva di essere stata reclusa proprio lì, nel centro di Berlino, a due passi dalla libertà – esattamente come i cittadini liberi, lì fuori, non avevano idea dell’esistenza di tale prigione.
Leggendo di tali complessi sistemi di occultamento, e delle torture psicologiche a cui venivano sottoposti i prigionieri, per non parlare delle torture fisiche di un’atrocità medievale, mi sono detta – per abitudine al cinismo – che questa sembrava la classica storia di una versione paranoica che viene venduta come verità storica al vasto pubblico.
Poi ho realizzato.
Ho realizzato che, qualche anno fa, sono stata lì. Che la prigione di Hohenschönhausen dei miei ricordi e quella descritta da Funder erano la stessa versione della stessa cosa, e che la mia non era una semplice versione: io ero stata , scortata da una guida che era un ex-detenuto di quella stessa prigione, e che narrava e rinarrava gli stessi eventi ogni volta per esorcizzare la propria esperienza, come da suggerimento dell’analista. Il corpo era lì, tangibile, e dava voce a una storia che si era dipanata tra corridoi reali, mura nude di un sotterraneo desolato, sbirciando in angoli mal illuminati.
Ho visto le minuscole celle in cui i prigionieri venivano rinchiusi, uno strato d’acqua sul fondo, a congelare.
Ho visto la stanza tonda dalle pareti nere imbottite, in cui bastava mettere un prigioniero, perché sarebbero stati la stanza stessa e il tempo a fare il resto. Una tortura più elegante e agghiacciante al contempo. Mettete una persona in una stanza simile e dopo qualche giorno impazzirà. Semplice, lineare, inevitabile.
Ho visto la strana nicchia nel muro, larga poco più di un uomo, spessa poco più di un uomo, bassa poco meno di un uomo, di modo che chi vi era rinchiuso fosse costretto a rimanere in piedi con le ginocchia leggermente piegate per ore, e ore, e chissà se qualcuno vi è rimasto giorni. Chissà. Dopotutto, in questa prigione i detenuti erano particelle individuali e alienate, che dal momento in cui entravano a quello in cui uscivano non incontravano che due persone: i due uomini della Stasi che le interrogavano. Per il resto, per quanto ne sapevano, potevano essere le uniche lì dentro – d’altro canto, per quanto ne sapevano, potevano essere ovunque, un ovunque con una cella, qualche corridoio, e una stanza per gli interrogatori. Non si tratta solo di un’agghiacciante macchina per l’alienazione, ma di un sistema che cancella le proprie tracce. Come ritrovare un luogo in cui non si sa di essere stati?
Quando il muro è crollato, le persone hanno cominciato a parlare, e così hanno scoperto. Si deve essere trattata prima di una coincidenza, poi di due, poi di troppe – scoprire che entrambi si era stati trasportati in una vettura fatta di minuscole stanze, bastanti appena a stare seduti; poi scoprire che a entrambi, durante gli anni di prigionia, venivano consegnate riviste di viaggi nella propria cella; e scoprire poi, coincidenza dalla spietata precisione, che gli interrogatori venivano sempre fatti da due persone, poliziotto buono e quello cattivo, e quello buono assomigliava sempre a una persona cara per il detenuto – un padre, una sorella, un amico. Sempre, sempre, sempre.
La prigione di Hohenschönhausen è un ottimo esempio della necessità di narrare non per ricordare, ma per scoprire. Mettere insieme i tasselli e ricreare quel quadro d’insieme che dovrebbe rispondere alla domanda: “Ma tutto questo che senso aveva?”
Funder ha le proprie risposte da liberale cresciuta in una democrazia di stampo occidentale, che non capisce i testimoni nostalgici della DDR. Li incontra sotto casa, ci parla, li sente e riporta, ma ascolta il proprio giudizio interiore – ed è questa critica con pregiudizio, a mio parere, l’unico difetto del libro.
Il grande pregio, invece, è il potenziale che rivela. Non è né un poco accessibile saggio per accademici, né un’opera di fiction da prendere con le pinze. Potete leggerlo e poi andare lì, nell’ex Berlino Est, per toccare con mano e guardare negli occhi.

Anna Funder (Melbourne, 1966), giornalista, specializzata in lingua tedesca, ha frequentato la Freie Universität di Berlino. Ha prodotto documentari per la Abc australiana ed è stata ricercatrice e traduttrice per la televisione di Berlino Deutsche Welle. Con Feltrinelli ha pubblicato C’era una volta la Ddr (2005), vincitore nel 2004 del Samuel Johnson Prize della Bbc per la non-fiction, e Tutto ciò che sono (2012).

Source: libro del recensore.

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