Posts Tagged ‘Storia sociale e culturale’

:: La Campagna di Russia 1941-1943 di Maria Teresa Giusti (il Mulino, 2016) a cura di Daniela Distefano

30 aprile 2019

LA CAMPAGNA DI RUSSIA -Maria Teresa GiustiLa guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

La campagna militare italiana in Russia durante la Seconda guerra mondiale è stata oggetto di pubblicazioni sin dal momento in cui i soldati italiani partirono per il fronte.
I primi scritti sull’argomento – quelli di regime – risalgono al 1941, con il giornale “L’Illustrazione Italiana” che dedicò diversi numeri al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Da allora, tra monografie, raccolte di atti, diari e memorie, articoli su giornali e riviste, film, relazioni e tesi di laurea, sono stati realizzati oltre 1.700 documenti divulgativi.
L’autrice di questo testo compatto ha integrato la principale bibliografia esistente con una portentosa ricerca archivistica: Archivio Centrale dello Stato, Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, quello diaristico di Pieve Santo Stefano e quello dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, solo per quanto concerne la parte di ricerca svolta in Italia, per passare poi al National Archives di Londra, ma soprattutto all’Archivio Statale della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Ministero della Difesa russo per quanto riguarda la parte di ricerca svolta fuori i confini nazionali. Le fonti russe sono state fondamentali per far luce su particolari inediti e per comprendere il punto di vista dei sovietici, il loro atteggiamento verso la guerra e i nemici, nonché verso il regime di Stalin. La scrittrice, conoscendo la lingua russa, ha potuto tradurre personalmente la documentazione analizzata, interpretandola con gli occhi di una storica.
Maria Teresa Giusti parte da lontano, dalla descrizione della situazione politica post-Grande Guerra, per immergere il lettore negli avvenimenti dei mesi precedenti al patto Molotov-Ribbentrop che il ministro degli esteri Galeazzo Ciano descrisse come “un colpo da maestri” dei tedeschi. Come si arrivò allora alla strappo fatale? Alla guerra disastrosa per l’Italia al fianco dei nazisti e contro il colosso russo?
Lo studio minuzioso e i commenti dell’autrice si spingono oltre le già note problematiche della mancanza di materiali ed equipaggiamenti idonei per affrontare il clima russo, facendo trasparire le inefficienze e le responsabilità di alcuni uomini di vertice, come quelle del generale Cavallero.

Il 28 gennaio 1943, mentre si consumava la tragedia del corpo degli alpini sul Don, “Il Duce continua a vedere abbastanza ottimisticamente la situazione in Russia. Crede che i tedeschi hanno uomini, mezzi, energia per dominare gli eventi e forse per capovolgerli”. Tale visione errata era frutto di un’illusione e anche la conseguenza delle informazioni che arrivavano al duce da Cavallero.(..). Questi fu sostituito il 30 dello stesso mese da Vittorio Ambrosio come capo di Stato Maggiore generale”.

Le vicende del CSIR prima e dell’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR) poi non furono limitate a ciò che accadde sul Don o attorno alla città di Stalingrado. Come messo in evidenza da Maria Teresa Giusti, la campagna di Russia si svolse anche lontano dai campi di battaglia.
Una figura molto presente in questo volume è quella del generale Giovanni Messe. Assieme a Mussolini, Hitler e Stalin, è il nome più ricorrente e con il suo La guerra sul fronte russo e il fondo Messe presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito, costituisce un valido punto di riferimento per la storia non solo militare della campagna di Russia. “La Campagna di Russia 1941-1943” (il Mulino) è un libro succoso, documentatissimo, che aiuta il lettore nell’analisi di eventi tragici e ancora oggi imperscrutabili e fornisce anche interessanti osservazioni della storiografia russa permettendo di considerare gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Maria Teresa Giusti insegna nell’Università “Gabriele D’Annunzio” a Chieti. Ha conseguito i seguenti titoli:
– Dottorato di Ricerca in “Storia politica comparata dell’Europa. XIX e XX sec.”, XIV ciclo, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna il 10 febbraio 2003, con la tesi dal titolo Italiani e tedeschi nei campi di prigionia militare in Unione Sovietica. 1941-1946.
– Laurea in Materie letterarie (indirizzo storico), conseguita il 9 luglio 1998 presso l’Università degli Studi dell’Aquila con la tesi dal titolo Rapporti tra Italia e Unione Sovietica. I prigionieri italiani nell’URSS durante la seconda guerra mondiale: dalla propaganda antifascista nei campi al rimpatrio.
– Laurea in Lingue e letterature straniere (I lingua russo, II lingua inglese), conseguita l’11/03/1988 presso l’Università degli Studi dell’Aquila, con la tesi dal titolo Garšin e la letteratura del dolore.

Source: Libro inviato dall’Editore. Rngraziamo Cristina e Cinzia dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

:: I filosofi di Hitler di Yvonne Sherrat (Bollati Boringhieri 2014) a cura di Alexander Recchia

2 aprile 2019

I filosofi di HitlerLa nostra storia deriva dal nostro passato. Senza un prima non avremmo un dopo.
Questa è il filo narrativo che ci traccia Yvonne Sherrat.
I filosofi di Hitler cerca di far luce su uno dei periodi più bui e meno compresi della storia dell’Europa del ‘900. Il nazionalsocialismo con il suo culto della razza e l’antisemitismo viene snocciolato nel suo sostrato filosofico. Appare, così terrificantemente davanti ai nostri occhi, come non sia girato tutto attorno alla mente di Adolff Hitler e dei suoi collaboratori, ma come si sia cercato di fondarlo su ferme basi filosofiche.
Molti pensatori di spicco di quell’epoca quali: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Hannah Arendt, Kurt Huber; furono allontanati o costretti alla fuga dalla Germania. Le molte cattedre lasciate vuote da docenti di origini ebraiche o considerati oppositori del regime furono occupate da sostenitori o simpatizzanti del nazionalsocialismo. Il Führer, ci racconta la Sherrat, fin dalla sua prigionia aveva capito l’importanza il pensiero filosofico aveva per il popolo tedesco. Kant, Hegel e Nietzche furono solo alcune delle menti geniali che lo affascinarono durante la sua prigionia e da cui prese spunto per le sue riflessioni.
Asceso al governo continuò il suo intento di divenire un “leader filosofico”. Si circondò di menti brillanti, autorevoli e influenti anche nel mondo accademico. Alfred Rosemberg, Carl Schmitt e sopratutto Martin Heidegger, sono tra le figure che vengono meglio analizzate nei I filosofi di Hitler. I motivi della loro adesione al regime, le idee proposte e le influenze che hanno avuto, ma anche le loro storie personali.
Loro che con il pensiero hanno creato, diffuso e sostenuto idee quali il mito della razza, l’antisemitismo e il totalitarismo. Solo alcuni di loro furono condannati attraverso il processo di Norimberga, altri, invece, furono reintegrati nelle loro mansioni accademiche senza troppo ostracismo. Il passato era stato dimenticato.
I filosofi di Hitler ci porta così a rivalutare il presente, attraverso la storia. L’analisi puntuale e schietta della Sherrat non lascia molto spazio all’immaginazione, ma guida il lettore a porsi delle domande importanti circa la propria esistenza.

Yvonne Sherrat, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Source: acquisto del recensore.

:: Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

15 marzo 2018
Autunno tedesco

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Autunno tedesco di Stig Dagerman è uno dei libri che meglio riescono a raccontare al lettore quelle che furono per i tedeschi le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, l’autore svedese aveva 23 anni e venne contattato dall’Expressen che gli propose di andare in Germania per fare una serie di reportage sulle condizioni del Paese dopo la fine del conflitto bellico. Dagerman aveva appena pubblicato il suo prima romanzo, ma non rifiutò l’incarico e per due mesi circa sì stabili in Germania. Uno degli aspetti che più colpì lo scrittore anarchico e antimilitarista fu la folta presenza di giornalisti nelle diverse città tedesche dove lui si recò. Ad ogni angolo, dentro ad ogni piazza o via c’erano giornalisti come lui intenti a provare a raccontare il dopoguerra. Dopo aver raccolto materiale e testimonianze, quello che Dagerman fece nelle pagine del suo libro edito ora da Iperborea fu semplice, e molto reale, perché lui raccontò la realtà dei fatti per come li vide e per come li percepì. Uno degli aspetti costanti del testo sono le macerie, i resti distrutti dei palazzi e delle costruzioni entro le quali l’autore di aggirava. Da Amburgo a Berlino, fino a Colonia lo scrittore viaggiò su treni stracolmi di persone che non erano gli ebrei deportati nei campi di sterminio, ma i tanti tedeschi rimasti senza tetto. Dagerman ebbe la possibilità di vedere tanto altro, da intere famiglie che abitavano in scantinati mezzi allagati, a individui che cercavano riparto tra le macerie che un tempo erano state della abitazioni. Persone affamate alla costante ricerca di cibo per riempire la pancia costante vuota. Accanto a questi tedeschi che non avevano più nulla, e che in certi momenti della lettura di Autunno tedesco sembrano quasi non essere del tutto consapevoli dello stato di precarietà nel quale si trovavano a vivere, si innestano le Potenze occupanti che vinsero la guerra, tutte impegnate ad allestire i processi di guerra per punire i colpevoli delle malefatte compiute. Accanto a questo processo ci fu quello della denazificazione che prese di mira nomi già noti alla Storia, ma anche gente comune, la quale aveva pensato bene di arricchirsi a spese delle innocenti vittime. Quello che però Dagerman evidenzia è come il voler epurare dal nazismo i tedeschi a lui sembrò una messa in scena, più che qualcosa di concreto, perché le preoccupazioni e gli interessi della gente erano altrove. Autunno tedesco di Stig Dagerman è un ritratto lucido e sferzante che scava nelle viscere della Germania del dopoguerra e della gente comune che la viveva e che però non riusciva a concentrarsi sulle questioni politiche, perché era troppo impegnata a tentare di sopravvivere alla povertà, alla fame e alla distruzione per non soccombere alla tremenda miseria causata dal conflitto. Traduzione di Massimo Ciaravolo. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Stig Dagerman era nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ imperatore della Cina, Joachim Bouvet (Guanda, 2015)

1 dicembre 2015
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Per quanto possa sembrare bizzarro la storia dell’evangelizzazione cinese, una storia antichissima che se vogliamo può essere fatta risalire alla diffusione del nestorianesimo in Asia (il vescovo siriano Nestorio visse tra il 381 e il 451 d. C.) o forse anche prima se consideriamo l’operato estemporaneo di qualche  sconosciuto mercante itinerante,  è più simile a un grandioso libro di avventura che a un polveroso trattato da eruditi. La Cina era una sfida, un impero antichissimo e straordinariamente moderno, con una civiltà evoluta e senza pari nella lontana antichità. Gli euorpei che per primi raggiunsero il Celeste impero si trovarono di fronte un mondo civilizzato ed evoluto, per alcuni versi superiore a quello da cui provenivano, e molti lo dovettero ammettere seppur con riluttanza se volevano conservare una certa onestà intellettuale.  Arrivare in Cina era già di per sé una grande avventura, un viaggio lunghissimo e pieno di pericoli al cui termine c’erano le grandi ricchezze non solo materiali, (ma anche quelle non erano da sottovalutare) di una civiltà orgogliosa e consapevole delle sue qualità e della sua forza.  La Compagnia di Gesù fu l’ordine che, tra tutti quelli che si avvicendarono nella sconsiderata missione di convertire la Cina, subì maggiormente il fascino intellettuale, politico, ed etico di questo popolo, arrivando a scelte a dir poco coraggiose che ne causarono quasi la fine. L’ordine fu soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773, e fu ripristinato solo nel 1814 da papa Pio VII. E fu il Portogallo a iniziare questa marcia veso la soppressione dell’Ordine, memore del suo tentativo, che non gli fu mai perdonato, di rompere il monopolio che la corona portoghese aveva sulle navi in partenza per la Cina sin dalla fine del XV secolo. La questione dei riti non fu una diatriba di minore importanza e certamente venne utilizzata strumentalmente per danneggiare proprio coloro che conoscendole approfonditamente stimavano come pratiche civili la venerazione degli antenati e  non come atti idolatri di un popolo barbaro, incivile e ignorante. Joachim Bouvet autore di L’Imperatore della Cina (Portrait historique de l’empereur del la Chine, 1697), edito da Guanda, fu un missionario gesuita e se vogliamo la sua opera si ricollega ai più ampi tentativi fatti dagli aderenti al suo ordine di difendere un mondo e una civiltà di fronte all’Occidente, nella consapevolezza che per favorire un incontro di civilità così diverse, servisse per prima cosa una certa obiettività e imparzialità. Questa edizione tradotta dalla prima versione dell’originale francese, stampata a Parigi nel 1697, e comprendente tutte le parti che furono successivamente censurate nelle edizioni seguenti, è dedicata e rivolta al Re Sole Luigi XIV investito del ruolo di difensore della fede e della cristianità e vuole essere uno strumento per estirpare i semi del dubbio e delle false idee che si erano diffuse in Occidente anche a causa di alcuni illuminitsi che consideravano dispotico il governo del Regno di Mezzo. Bouvet ad un passo dalla conversione dell’imperatore Kang Xi, (conversione che mai avvenne) voleva presentare a Luigi XIV un suo omologo, di pari dignità e abilità politica, un interlocutore privilegiato con il quale avrebbe potutto istaurare un diaologo proficuo e soprattutto duraturo. Il valore di questo documento storico è indubbio e illuminati dalla introduzione di Michela Catto, che ha anche tradotto il volume, si può collocare storicamente e contestualizzare l’intera opera, di per sé anche di veloce letttura. Comprendo che forse questo documento non avrà il valore che ha avuto per me, avendone sentito parlare durante i miei studi e le mie ricerche ma non avendolo mai potuto avere sottomano, tuttavia sono certa che anche a un lettore diciamo non specialistico, anche come mera testimonianza, può destare curiosità e interesse.

Joachim Bouvet fu un missionario gesuita, nato a Le Mans, in Francia verso il 1656 e morto a Pechino, in Cina, nel 1730. Fu uno dei primi gesuiti scelti da Luigi XIV per la missione in Cina, insieme ad altri quattro confratelli. Essi furono accolti favorevolmente dal famoso imperatore Khang-hi o Kangxi, che volle Padre Bouvet come istruttore di matematica, astronomia e filosofia. Dalla sua posizione privilegiata padre Bouvet collaborò alla realizzazione di mappe delle varie province cinesi. Forte della sua esperienza, la raccontò in alcuni libri, tra cui questo, pubblicato in Francia nel 1697, in cui definì Khang-hi il «Luigi XIV della Cina». Lo scopo principale delle sue opere era alimentare l’interesse di Luigi XIV per la Cina. I suoi libri riscossero l’interesse degli intellettuali francesi dell’epoca, tra cui Leibniz e Voltaire.

Michela Catto, si è perfezionata alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha lavorato a Trento (Fondazione Bruno Kessler), Università di Padova, Torino (Fondazione Luigi Firpo), Firenze (SUM), e Parigi (EHESS- Marie Curie Fellow). Il suo principale oggetto di studio è la Compagnia di Gesù, la sua spiritualità e la sua attività missionaria. Attualmente è impegnata in alcuni progetti riguardanti la Compagnia di Gesù in Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Guanda.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.