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Lungo petalo di mare di Isabel Allende (Feltrinelli, 2019) a cura di Elena Romanello

9 marzo 2020

41o-+qZpA4L._SX317_BO1,204,203,200_Le sorti della guerra civile spagnola stanno volgendo a favore del dittatore Francisco Franco, e molti spagnoli sono costretti a fine anni Trenta a scappare dal loro Paese, in particolare dalla Catalogna e Barcellona, due delle zone più ribelli, per riparare in Francia dove finiscono in campi di concentramento in attesa di un futuro incerto.
Tra di loro ci sono Victor Dalmau, giovane e entusiasta studente di medicina, che ha messo a frutto le sue competenze per aiutare l’esercito repubblicano, e Roser, ex pastorella diventata musicista e attivista della ribellione, nonché fidanzata del suo defunto fratello Guillaime, caduto al fronte, e con in grembo il loro bambino.
Dall’altra parte del mare, in Cile, il console Pablo Neruda, anche poeta, decide di allestire una nave, la Winnipeg, per recuperare una parte di quegli spagnoli fuggiaschi e portarli in salvo oltre mare, perché in Francia non hanno un futuro, sono mal visti e inoltre sull’Europa si sta addensando la minaccia della Seconda guerra mondiale. Per salire sulla nave Victor e Roser si sposano e con il bambino varcano l’oceano e arrivano in quello che è chiamato un lungo petalo di mare.
Ma le loro vicende non sono ancora finite, il loro matrimonio di facciata, impossibilitato a finire in Cile con un divorzio per le leggi locali, evolverà in qualcos’altro, mentre Victor vivrà una passione breve ma intensa per Ofelia, figlia viziata di una ricca famiglia, il cui ricordo tornerà da lui anni dopo.
In mezzo ci saranno il golpe di Pinochet, la prigionia per lui, la fuga per entrambi in Venezuela, un ritorno senza ricordi in Spagna, il ritorno in Cile, lutti, gioie, ritrovamenti e riscoperte, in quello che è l’ennesimo inno alla vita dell’autrice e ai mille casi che capitano in essa, in un mondo dove mille sconvolgimenti possono cambiare ogni cosa.
Isabel Allende torna a parlare del Cile e della sua Storia nel Novecento, rievocando il colpo di stato di Pinochet che fece anche di lei un’esule, mescolandolo con un’altra tragedia di decenni prima, la Guerra civile spagnola, che fece fuggire milioni di persone di fronte all’avanzare del più duraturo regime fascista, portando in Cile profughi che all’inizio ebbero difficoltà ma che poi costituirono uno dei nuclei più vivi e colti del Paese. Victor in Cile diventa un affermato chirurgo, mentre Roser una musicista di fama, finché l’avvento di un altro dittatore distrugge le loro vite, soprattutto quella di lui, che dovrà ricominciare ancora, varie volte, fino ad un finale dove tutto non è finito.
Victor, protagonista della vicenda, è basato su una figura reale della storia, amico personale dell’autrice, ed è capace di far affezionare lettrici e lettori dalla prima pagina, quando compie un quasi miracolo, salvando un ragazzino ferito sul fronte spagnolo massaggiandogli il cuore, un qualcosa che lo ispirerà tutta la vita. Interessanti anche le figure femminili, la ribelle Roser, compagna di una vita di Victor, suo malgrado prima e poi non, e la viziata Ofelia, che solo quando si sarà liberata del peso delle tradizioni potrà vivere una sua vita, dopo aver pagato a caro prezzo l’attaccamento alla famiglia e alla sua ricchezza.
Lo stile di Isabel Allende è appassionato, ironico, commovente, trascinante, racconta tragedie immani e gioie con lievità mai banale e partecipazione, facendo riflettere su come purtroppo gli eventi tendano a ripetersi e la fuga degli spagnoli dall’avanzata di Franco ricorda altre fughe che abbiamo visto in tempi più recenti, non ultima la tragedia che sta capitando in Siria e in Medio Oriente. Un libro su passati anche recenti (le dittature sudamericane sono ancora una ferita aperta, sul franchismo si sta cominciando a riflettere solo ora) per riflettere sul presente e su drammi che continuano a ripetersi, in altre forme ma uguali nella sostanza.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017), Lungo petalo di mare (2019). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di PaulaLa vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Provenienza: libro del recensore.

:: Lontano dagli occhi di Paolo Di Paolo (Feltrinelli, 2019) a cura di Eva Dei

14 gennaio 2020

Lontano dagli occhiUn uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente.”

Con questa riflessione si apre la storia che ci racconta Paolo Di Paolo nel suo ultimo romanzo Lontano dagli occhi. In effetti non avrebbe senso cedere il posto a sedere sull’autobus a un futuro padre; inoltre lui può fumare, bere, mangiare qualunque cosa senza rischi e sensi di colpa. Può perfino flirtare con una bella ragazza e dimenticarsi, per un momento, di quella dolce attesa che non grava sul suo corpo. Ma qualcosa, se non certamente nel suo fisico, scatta nella sua mente: un cambiamento epocale che dal ruolo di figlio lo eleva a quello non più semplice di genitore.
L’autore prova a indagare questa trasformazione, a ricercare le emozioni e i turbamenti di questo passaggio attraverso le vite di sei personaggi.
A Roma nell’aprile del 1983 tre uomini, l’Irlandese, Ermes e Gaetano, si sentono dire la stessa frase: “sono incinta”. A pronunciarla tre donne: Luciana, Valentina, Cecilia. Coppie completamente diverse per età, lavoro, interessi e problematiche. Le conosciamo in maniera frammentata e alternata. Forse anche parlare di coppie non è esatto: individui che incrociano per un periodo più o meno breve la loro vita; provano qualcosa l’uno per l’altro, questo sì, ma alla voce narrante non interessa indagare il tipo di sentimento o la sua intensità, perché due sono le cose che li accomunano davvero. La prima, quella più ovvia, è che da quell’incontro si genera qualcosa, o meglio qualcuno, una sorta di piccolo alieno che non può essere ignorato, che reclama la loro totale attenzione.

Di indubitabile c’è che, a questo punto, l’Irlandese, Ermes e Gaetano, dispersi nella folla, potrebbero sottrarsi alla parte che a loro spetta nella venuta al mondo di un altro essere umano. Ciò che l’ha determinata è un evento già superato, in una sequenza di eventi che d’ora in avanti li esclude. Perché poi, da qualche parte – visibili, stupefatte, e sole, in quella devastante metamorfosi – ci solo le madri.

Nessuna delle tre donne pensa di mettere fine a quella gravidanza, ma nessuno tra loro sei sembra realmente consapevole di come affrontarla. Inevitabilmente però, e questo è il secondo denominatore comune, nel momento in cui stanno per diventare madre o padre, tutti i protagonisti ripensano al loro essere figli, al rapporto con i loro genitori.
L’autore ci trascina dentro le storie di questi personaggi quel tanto che basta per farci affezionare a loro, per incuriosirci, portandoci a chiedere cosa succederà una volta che gireremo pagina. Ma proprio in quel momento l’artificio letterario si svela in tutta la sua potenza: una pagina grigia ed entra in scena la “Vita”, che dà il titolo all’ultimo capitolo del libro.

“L’alieno ero io. Sono un personaggio di questa storia, un dettaglio nell’angolo in basso della tela. Sono il neonato avvolto nel fagotto di stoffa.”

Queste persone così “possibili”, con le loro storie così verosimili, sono soltanto sei carte in un mazzo infinito di possibilità. Siamo finiti in un gioco “di se e di ma” che potremmo giocare all’infinito, ottenendo realtà sempre diverse ma ugualmente possibili. L’io narrante entra in gioco e immagina di dialogare con i personaggi che ha creato, perché qualcosa delle loro storie potrebbe aver dato origine alla sua.
Con questo romanzo l’autore si interroga sulla genitorialità, fatta non solo di amore e affetto, ma anche di dubbi, incapacità e inadeguatezza. Imprescindibile sembra essere la relazione di un futuro genitore con la sua infanzia: la volontà e insieme la paura di non ripetere gli stessi errori, il vuoto provocato da una perdita, quello causato dalla mancanza di affetto. Scrivendo però Paolo Di Paolo cerca anche di colmare qualcosa, di trovare le risposte a un vuoto, non dato soltanto da un’assenza fisica, ma dalla totale incertezza sulle proprie radici, con le quali tutti arriviamo prima o poi a confrontarci.

Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Ha pubblicato i romanzi Raccontami la notte in cui sono nato (2008), Dove eravate tutti (2011; Premio Mondello e Super Premio Vittorini), Mandami tanta vita (2013; finalista Premio Strega), Una storia quasi solo d’amore (2016), Lontano dagli occhi (2019), tutti nel catalogo Feltrinelli e tradotti in diverse lingue europee. Molti suoi libri sono nati da dialoghi: con Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, di cui ha curato Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010), e Nanni Moretti. È autore di testi per bambini, fra cui La mucca volante (2014; finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi), e per il teatro. Scrive per “la Repubblica” e per “L’Espresso”.

Source: libro del recensore.

:: L’amante di Lady Chatterly di D.H. Lawrence (Universale Economica I Classici Feltrinelli 2013) a cura di Alexander Recchia

4 aprile 2019

LadyChatterleyL’amante di Lady Chatterly è la storia di un amore vero, autentico, fatto di spontaneità; opposto al sentimento contraffatto, fatto di auto imposizioni, che cela i veri desideri e passioni dell’uomo. L’Amore e soprattutto il sesso sono stati da sempre vittime di stigmatizzazioni e dogmi. Ciò ha fatto in modo che diventassero il surrogato mentale di quello che veramente sono e rappresentano per l’essere umano, come afferma D.H. Lawrence nella postfazione al suo romanzo. In tutte le epoche si è cercato di celare il vero eros nascondendolo attraverso convinzioni autoimposte, arrivando in alcuni casi a demonizzarlo. Queste hanno portato in maniera inevitabile ad una frattura tra quello che si deve, e, quello che si vuole essere. Scissione interna in cui si perde l’essenza del sentimento umano a scapito di una mera e inconsistente costruzione razionale.
Il romanzo ha come protagonista una giovane donna, Constance (detta Connie). Appartenente alla borghesia scozzese, Connie ha una mente brillante, idee progressiste ed un’infinita gioia di vivere. In Germania, dove studia, conosce per la prima volta i propri sentimenti. Successivamente torna in Inghilterra dove sposa Sir Clifford, divenendo così Lady Chatterly. La storia tra i due inizia già travagliata. Clifford tornato “mutilato” dalla guerra si rivela essere un egoista, cinico, interessato solo al proprio successo letterario. Il senso del dovere matrimoniale e delle norme sociali impone, inizialmente, a Connie di badare al marito ed alle sue necessità. Tutto ciò però non può portare alla vera realizzazione di sé. Il tormento e la catarsi giungono per la protagonista quando conosce Oliver Mellors, guardiacaccia del marito. Così diverso da lai per estrazione e cultura, ma così simile per passione. Insieme, i due, scoprono la loro vera essenza. I sentimenti quelli reali vengono così a galla nonostante le possibili opposizioni delle convenzioni sociali del tempo.
Lawrence, con L’amante di Lady Chatterly porta a ripensare se stessi e i propri surrogati esistenziali. Rivalutando il rapporto tra pensiero e sentimento conduce il lettore, di ogni tempo, a rivalutare la propria essenza di essere umano. Il messaggio dell’autore non va certo frainteso come un invito al libertinismo estremo, ma vuole piuttosto sottolineare come la vera sessualità sia legata profondamente e in maniera inscindibile all’amore. Solo dove questo ultimo ha trovato radici profonde garantirà una fedeltà delle carni e una reale fusione tra sentimento e ragione. Prima edizione italiana 1945. Traduzione di Silvia Rota Sperti.

David Herbert Lawrence (Eastwood, 11 settembre 1885 – Vence, 2 marzo 1930) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e pittore inglese, considerato tra le figure più emblematiche del XX secolo. Insieme a diversi scrittori dell’epoca, fu tra i più grandi innovatori della letteratura anglosassone, soprattutto per le tematiche affrontate.

Provenienza: acquisto del recensore.

:: Afrodita di Isabel Allende (Universale Economica Feltrinelli, 1998) a cura di Elisa Napoli

25 marzo 2019

afrodita imageAfrodita, un viaggio tra i sensi, tra le fantasie più perverse e goderecce della tavola e della vita, un mémoire di ricordi e racconti personali condito da ricette succulente e gustose. L’amore e la cucina si uniscono in un mélange perfetto nel quale erotismo e cibo sono per la Allende un binomio prelibato ed irrinunciabile, il cui confine è talmente labile da confondersi. Afrodita vuole essere un viaggio guidato dal piacere del palato e dalle tre guide che hanno accompagnato la stesura dello stesso: Isabel, straordinaria e divertente nella sua inclinazione ciceronica, Panchita, fantasiosa ed intuitiva cuoca nonché madre dell’autrice, e Robert, amico e abile disegnatore di ninfe e satiri baccanti protagonisti del libro. Non è un ricettario ma un qualcosa di unico, di atipico, un testo nel quale la lussuria e l’erotismo accompagnano questa interessante lettura, sapientemente indirizzata dalla sensualità e dall’autoironia di una scrittrice che, per la prima volta, si mostra per come è. Non solo una delle autrici latinoamericane di maggior successo ma la regina della cucina che, rifuggendo dall’archetipo domestico, spazia nelle perversioni e nei piaceri risvegliando nella nostra mente desideri voluttuosi sapientemente accostati a succulenti piatti. Ciliegie civettuole, pere ubriache, sospiro di carciofi, mele stregate, salse ed entrées sono dei veri e propri inviti al peccato che noi tutti aneliamo volendone cibarci. Ma il vero piatto forte è l’amore, vissuto senza paracadute, senza freni, regole, con una buona dose di romanticismo e, perché no, di simpatia. Isabel Allende è estremamente esilarante, cinicamente divertente, capace di risvegliare primitivi istinti, ridestando ad uno ad uno i nostri sensi conducendoci verso il peccato originale che, a ben pensarci, altro non è che la disobbedienza di cui possiamo servirci in piccole dosi, in amore ed in cucina.

Isabel Allende è nata a Lima nel 1942, vivendo poi in Cile fino al 1973. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. È una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola.

Source Acquisto personale.

:: Il bambino nella neve di Wlodek Golkorn (Feltrinelli, 2016) a cura di Giulietta Iannone

6 marzo 2019

indexEcco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione.

Narrare l’indicibile è il pesante compito che spetta ai sopravvissuti della Shoa, e ora, che le generazioni sono passate, ai figli dei sopravvissuti, ai nipoti, ai bis nipoti in una catena di memoria che si fa memorie personali e preziose ognuna a suo modo, come tante sono le verità che compongono la verità.
Di questo compito si prende carico, anche dolorosamente, Wlodek Golkorn giornalista e scrittore abituato a narrare le storie degli altri, ora alle prese con la propria storia personale e familiare.
Figlio di ebrei comunisti sopravvissuti, ora testimone non diretto ma riflesso di avvenimenti così tragici, così assurdi, così impossibili da vedere in una luce costruttiva o catartica, o anche solo di senso. La cattiveria umana è un mistero insondabile, forse un mistero non solo umano, per chi ci crede. Quando agli uomini ne viene data facoltà compiono le barbarie più inaudite, non tutti, non sempre, e dopo quasi sempre si autoassolvono, si giustificano, “ho ubbidito agli ordini”, “tutti facevano così”, “se non avessi fatto così mi avrebbero ucciso”. Perché se ci sono i sopravvissuti tra le vittime, ci sono anche i sopravvissuti tra i carnefici, tra le persone per cui la banalità del male è così ovvia, consueta, rassicurante.
Non deve essere stato facile per Wlodek Golkorn tornare con la mente alla sua infanzia in Polonia, alla sua “fuga” in Israele, alla sua vita in Germania, per poi approdare in Italia, a Firenze, dove tuttora vive. Ma deve essersi detto che era suo dovere, un compito a cui non poteva sottrarsi, per cui chiese al suo giornale il permesso di fare questo viaggio, questo pellegrinaggio, in compagnia di una fotografa Neige De Benedetti.
E così è tornato in Polonia, a Cracovia, a Varsavia, per poi raggiungere Auschwitz, Belzec, Sobibor, fino a Treblinka che chiude il cerchio.
Con grande sincerità ci narra cosa ha provato andando in quei luoghi tra rabbia e compassione, tra memorie della sua famiglia e esperienze sue personali, consapevole che il vuoto di senso di tutto questo orrore ancora resta aggrappato a ogni granello di polvere che può contenere ancora tracce di cenere delle vittime passate per i camini dei forni crematori.
Si chiede cosa abbiano provato quelle donne, quegli uomini, quei vecchi, quei bambini in quei momenti. Quando percepivano, dopo le crudeli bugie dei carnefici, che sarebbero andati invece a morire, che non avrebbero avuto più scampo.
Wlodek Golkorn si interroga anche di cosa sia fatta la memoria, la volontà di tramandare quei ricordi ai propri nipoti, perché sappiano la storia della loro famiglia, da dove hanno tratto le radici.
Tra gli orrori del Novecento, e della Seconda Guerra Mondiale in particolare, la Shoa resta una cosa a sé, con peculiarità sue proprie, un’unicità indicibile appunto.
Senza retorica Wlodek Golkorn cerca di capire lui per primo, per poi spiegare a chi ha voglia di ascoltare, il tipo di atteggiamento con cui fare i conti con quelle memorie, con quel passato. Un passato comune, perché di tutto il genere umano non solo del popolo ebraico.
In questo periodo di derive antisemite ne consiglio la lettura, anche per il valore letterario del testo (ci sono punti di estrema bellezza), ma con un’avvertenza: non è una lettura asettica, bisogna giungervi preparati.

Wlodek Goldkorn è stato per molti anni il responsabile culturale de “L’Espresso”. Ha lasciato la Polonia, sua terra nativa, nel 1968. Vive a Firenze. Ha scritto numerosi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale. È co-autore con Rudi Assuntino di Il Guardiano. Marek Edelman racconta (1998) e con Massimo Livi Bacci e Mauro Martini di Civiltà dell’Europa Orientale e del Mediterraneo (2001) e autore di La scelta di Abramo. Identità ebraiche e postmodernità (2006). Per Feltrinelli ha pubblicato Il bambino nella neve (2016).

Source: acquisto personale.

:: Un atomo di verità – Aldo Moro e la fine della politica in Italia di Marco Damilano (Feltrinelli 2018) a cura di Nicola Vacca

12 aprile 2018
Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia

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Ha ragione Marco Damilano. Il 16 marzo 1978 in via Fani è avvenuta la fine della politica.
Questa è la tesi che il direttore de l’Espresso sostiene nel suo libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia.
Non un saggio storico, neppure un romanzo, ma un viaggio nella memoria.
Sì, proprio così Damilano ama definire il suo libro.
Un viaggio che inizia con un ricordo personale nitido che lo riguarda.
L’autore racconta che quella mattina, venti minuti prima della strage brigatista in Via Fani, lui bambino passò con il pulmino che lo portava a scuola da quel luogo che avrebbe completamente cambiato la storia politica d’Italia.
«Quel giorno sono diventato grande», scrive Marco Damilano all’inizio del suo viaggio nella memoria di un romanzo della Nazione che proprio il 16 marzo 1978 ha visto i suoi ideali soccombere nel sangue.
Via Fani è stato il luogo del nostro destino e il sequestro di Aldo Moro ha segnato la fine della Repubblica dei partiti.
Marco Damilano con una prosa ricca di suggestioni scrive un memoir, prestando attenzione alle carte personali di Aldo Moro finora rimaste inedite, non trascurando nulla di quel periodo drammatico.
Interessante nel libro l’approfondimento che Damilano dedica ai protagonisti della vita culturale che in quegli anni intervennero su Moro, primi fra tutti Pasolini e Sciascia.
Giorni tragici quelli del sequestro e del delitto di Aldo Moro. Uno dei periodi più bui della storia repubblicana che è stato fatale alla nostra Repubblica. Soprattutto ne ha decretato la morte attraverso la fine della politica e dei partiti.
Dopo la morte di Moro questo è molto altro è accaduto. Damilano lo scrive nel suo libro senza giri di parole:

« La fine della Repubblica dei partiti, rappresentativi della società in ogni sua piega, e l’emergere di leader, partiti e movimenti, forze che si proponevano di rappresentarsi da soli, seguendo “ il moto indipendente delle cose” che portava all’annullamento della politica».

La Repubblica ha cominciato la sua agonia il 16 marzo 1978 e poi il 9 maggio con l’assassinio da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro. E terminò il giorno del lancio delle monetine contro Bettino Craxi.
Ma l’agonia continua oggi che il narcisismo ha preso il sopravvento e quella che chiamano politica non coltiva più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia.
Marco Damilano è lucido nella sua analisi e fa bene a usare parole così dure.
È interessante leggere le motivazioni che hanno spinto il giornalista a scrivere questo libro, a intraprendere questo viaggio nella memoria individuale e collettiva.
Damilano, perso nelle lettere di Moro, nei ritagli stampa e nelle foto dell’epoca, vuole strappare Aldo Moro al caso Moro, restituirlo ai suoi pensieri di professore universitario, di uomo politico e soprattutto di persona, farlo uscire libero dalla prigione delle Brigate Rosse, dove lo hanno confinato i suoi nemici, ma anche chi nel suo nome ha giocato una partita di potere e chi lo ha dimenticato.
Il viaggio della memoria di Aldo Moro per capire anche dove la politica italiana si è bloccata definitivamente.
Ancora oggi Via Fani è uno scenario vuoto, ma è anche il luogo collettivo del nostro destino. A distanza di quaranta anni quello che manca è un atomo di verità.

«Muore ignominiosamente la Repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti»

scrisse il grande poeta Mario Luzi nei versi tragici di Al fuoco della controversia nel 1978.
Il 16 marzo di quaranta anni fa è stato il giorno più lungo della Repubblica.
Marco Damilano nel suo (e nostro) viaggio nella memoria, oggi che la politica non è più orizzonte di senso ma narcisismo e nichilismo, invita noi tutti a non smettere di credere che la nostra Repubblica possa tornare a essere una democrazia adulta, ad avere fame di giustizia, sete di un atomo di verità, che come diceva Aldo Moro, è più resistente di milioni di voti.

Marco Damilano (Roma, 1968), giornalista, è il direttore del settimanale “l’Espresso”. Tra le sue ultime pubblicazioni: Eutanasia di un potere. Storia politica d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica (Laterza, 2012); Chi ha sbagliato più forte. Le vittorie, le cadute, i duelli dall’Ulivo al Pd (Laterza, 2013); La Repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi (Rizzoli, 2015); Processo al nuovo (Laterza, 2017). Ha curato Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia di Romano Prodi (Laterza, 2015) e partecipa alla trasmissione “Propaganda Live” su La7. Per Feltrinelli ha pubblicato Un atomo di verità. Il caso Moro e la fine della politica in Italia (2018).

Source: libro del recensore.

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:: Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

29 marzo 2018
Le assaggiatrici di Rosella Postorino

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Le assaggiatrici, eccentrico ed alquanto curioso romanzo, edito dalla Casa Editrice Feltrinelli e scritto per mano dall’autrice Rosella Postorino, è senza ombra di dubbio un interessante viaggio nella Germania Nazista, vissuto e narrato in un’ottica nuova ed accattivante, capace, a mio avviso, di spiazzare lo stesso lettore che ne rimane ipnotizzato ed affascinato.
Non è dunque la solita narrazione stereotipata e racchiusa nei soliti clichè che a lungo andare ti lasciano indifferente e sterile d’innanzi ad eventi che dovrebbero essere sempre in grado di scuoterti e farti riflettere. Cosa che la scrittrice nella novità della sua narrazione ha fatto in modo esemplare!
Rosa Sauer è una giovane donna che risiede d’abitudine in una fredda caserma nazista. Suo compito ingrato è quello di assaggiare, alla moda dei grandi imperatori romani e dello stesso Bonaparte, i piatti destinati al palato di Hitler per accertarne la non alterazione.
Ma come in un buon romanzo che si rispetti, l’autrice inserisce anche un’appassionante liaison amorosa come pregevole cameo. Infatti tra Rosa e il crudele comandante della caserma nascerà un vero e proprio legame affettivo, tanto speciale quanto conturbante!

Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).

Source: libro del recensore.

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:: Cronaca di lei di Alessandro Mari (Feltrinelli 2017) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2018
Cronaca di lei di Alessandro Mari

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Cronaca di lei” di Alessandro Mari è un libro che ti trascina nella sua trama dalla prima all’ultima pagina. I protagonisti sono una giovane donna che fa la modella e tanti altri lavoretti per guadagnare un po’ di soldi e Milo One way Montero, un pugile che è stato campione del mondo. Tra i due c’è un legame che dura da tempo, ed è fatto da un continuo tira e molla. Ad un certo punto però la coppia sembra ritrovarsi per dare forma a qualcosa di più stabile, solo che Milo è in crisi. Il romanzo di Mari ha un ritmo cinematografico dove gli eventi si inseguono uno dopo l’altro come se fossero i fotogrammi in rapida successione di un film. In questo scorrere di nomi, fatti cose ed eventi il personaggio più forte che emerge è, dal mio punto di vista, quello di Lei. La ragazza amata da Milo. La giovane ha un fisico esile, mingherlino, con segni incancellabili che fanno capire, senza troppo disvelare, le prove estenuati e stressanti alle quali la giovane donna è stata sottoposta nella vita. Lui – Milo- non solo ha perso lo smalto di campione mondiale, ma è pure stato sottoposto ad un intervento all’occhio e questi eventi non fanno niente altro che renderlo più fragile e simile alla lei che lo ama e lo accudisce. Tra la ragazza e Milo non ci sono molte parole, loro comunicano attraverso i loro copri, con l’olfatto, con il tatto e con gesti che servono al lettore a caprie quanta empatia ci sia tra questi due corpi e anime ferite dalla vita. La loro storia fatta di strappi esistenziali si potrebbe ricucire solo se riuscissero a vivere la loro relazione in santa pace e invece si innesta Irene, la sorella di Milo. La donna è ossessionata dai soldi e dal doverne fare sempre di più. Non a caso è lei che gestisce il patrimonio del fratello, ed è lei che farà tutto il possibile per far venire alla luce la biografia di Milo e farne soldi. Il compito di scrivere è affidato a Leo Ruffo, il giornalista scrittore che vive in una sorta di limbo perché lui, che è stato incaricato di scrivere la biografia di Montero, entra in contatto con tutta la famiglia del pugile e questa vicinanza farà sì scattare in lui il bisogno di raccontare, ma come farlo? Ruffo è in bilico tra l’essere obiettivo, distaccato e raccontare le cose come stanno davvero, e raccontarle come vorrebbero i suoi committenti. Un bel dilemma che metterà a dura prova il giornalista diventato per i Montero, ma soprattutto per Milo, una sorta di confidente e un testimone che conoscete tutto quello che accade al pugile, su e giù dal ring. Leggendo “Cronaca di lei” di Mari ci si trova davanti ad un’umanità messa a dura prova dalla vita, travolta dagli eventi contro i quali i protagonisti vorrebbero combattere come se fossero sul ring per vincere, ma non sempre le cose vanno come loro vorrebbero. Milo, Ruffo e Lei si trovano così segnati da marchi indelebili, da ammaccature esistenziali che mai andranno via e al lettore, che è lì con il libro in mano, viene come la voglia di saltare dentro alle pagine per stare a vicino a questi umani letterari. Le creature che animano “Cronaca di lei” di Alessandro Mari appassionano chi legge, perché dimostrano che in loro vive una fragilità che li rende umani e simili a noi lettori.

Alessandro Mari (1980) è narratore e traduttore. Con Troppo umana speranza (Feltrinelli, 2011), suo esordio narrativo, si è imposto all’attenzione di pubblico e critica vincendo il Premio Viareggio-Rèpaci. Ha poi pubblicato Gli alberi hanno il tuo nome (Feltrinelli, 2013), “L’anonima fine di Radice Quadrata” (Bompiani, 2015), “Cronaca di lei” (Feltrinelli, 2017) e la graphic novel “Randagi” (Rizzoli-Lizard, 2016). I suoi lavori sono tradotti in Europa e in Sudamerica. Ha inoltre firmato e condotto programmi di cultura per la televisione.

Source: acquisto del recensore.

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:: Il pozzo di Doris Lessing (Zoom Feltrinelli 2013) a cura di Daniela Distefano

14 febbraio 2018
IL POZZO di Doris Lessing

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Un ultimo ramoscello di ciliegio tra i lillà candidi e le giunchiglie gialle, in una panciuta brocca bianca…ce lo infilò coscienziosamente, a completare un disegno che aveva bisogno giusto di quell’attenzione. Gridando “Primavera!”, la brocca appoggiava su un tavolino al centro della stanza.

E’ San Valentino, per molti ma non per tutti. La festa degli innamorati è spesso un giorno triste per coloro che sono vittime di passioni incontrollate, di tradimenti, di sotterfugi sentimentali, di distorsioni affettive, di annichilimento del cuore, di spolpamento dell’anima, insomma, di dolore perché l’Amore anche quando è vero ed autentico si nutre di questa erbaccia amara. In questo racconto brevissimo si parla di un triangolo amoroso e di una scelta obbligata. Sarah, cinquantacinque anni portati con fierezza, riceve la visita di James, l’uomo di 53 anni con cui era stata sposata per dieci anni. Non sapeva perché venisse a trovarla, era trascorso del tempo dal loro ultimo incontro ravvicinato, i figli Nancy e Martin erano oramai grandi e indipendenti. James disse che voleva andare a trovarla “solo per parlare”. Già, ma di cosa? Se lo chiede con ansia e premonizione. Lui l’aveva tradita, abbandonata per un’altra donna, la magnetica Rose, però adesso non sentiva più quella fitta che accompagna sempre certe sconfitte dello spirito. In fondo, ci si abitua a tutto prima o poi. Forse voleva rimproverarla per qualcosa?
In realtà non ricordava che James avesse mai criticato le sue scelte, ma andarsene con una donna i cui gusti erano in tutto e per tutto opposti ai suoi non doveva essere considerata una critica?
James arriva col fiatone delle colpe e bussa alla sua porta del perdono:Ora sentiva che lui le era stato restituito. Può ritornare Sarah sui propri passi, può cancellare anni di silenzio interiore, accettare la proposta bizzarra del suo ex marito e partire insieme a lui verso una meta lontana come un sogno? Quando è stata ferita, solo il tempo ha rimosso le cicatrici; per lei, segretaria di direzione in una compagnia petrolifera, si era aperto un mondo ignoto e pieno di opportunità esistenziali. Si era messa a viaggiare, Parigi, New York, varie città dell’Inghilterra, un tripudio di giornate colorate dopo il monocromo fallimento matrimoniale. E adesso che si era liberata di lui, James veniva a scombinare le carte nuovamente. Forse si potrebbe dargli un’ultima chance, Sarah lo ama ancora, dopo tutto, dopo l’inferno della separazione? Ma questa storia include una ulteriore parte in gioco affatto marginale:Rose, amante e seconda moglie di James. Con lei tutto diventa pericoloso. Rose ha messo al mondo i figli di James, Rose la bugiarda, Rose la donna instabile che cerca protezione, Rose l’indomita, la sanguisuga, Rose è una minaccia per la serenità ritrovata di Sarah. Che fare? Lo scoprirete leggendo l’ultima pagina di questo “Pozzo” che può essere benefico solo se porta acqua e non ci si cade dentro. Sarah è una donna saggia come una pianta, riesce a vedere oltre la cortina di un fumo nocivo per lei e per il suo futuro. Un racconto scritto da una Doris Lessing in gran forma. Non un semplice intrattenimento o un esercizio di stile, ma un osservatorio sulle più astruse combinazioni di amore, coppia, e trappole.

Doris Lessing (Doris May Taylor) è nata in Persia (Iran), figlia di genitori inglesi, nel 1919, e ha vissuto l’infanzia a Kermanshah dove il padre lavorava in una banca. Nel 1925 la famiglia si è trasferita nella colonia britannica della Rhodesia (oggi Zimbabwe) a gestire una fattoria.
Doris Lessing ha studiato in un convento e poi in una scuola femminile di Salisbury, che ha abbandonato a quattordici anni. Ha completato la sua formazione da autodidatta, leggendo i grandi classici della letteratura. Ha lasciato la casa paterna a quindici anni.
Nel 1937 si è trasferita a Salisbury ed è iniziato il suo impegno politico, nella sinistra non razzista. A diciannove anni si sposa con Frank Charles Wisdom e ha da lui due figli, John e Jean.
Divorzia dal marito e lascia la famiglia nel 1943.
Si iscrive al Partito comunista, che abbandonerà nel 1954.
Sposa in seconde nozze l’attivista politico ebreo-tedesco Gottfried Lessing. Ma anche dal secondo marito si separa, nel 1949, dopo aver avuto da lui un figlio. Dopodiché si trasferisce in Inghilterra col figlio minore, Peter, e lì pubblica il suo primo romanzo, L’erba canta, nel 1950. Da questo momento consacra la sua vita alla scrittura.
Tra gli altri premi ha vinto il Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001.
Nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli. Il ciclo di fantascienza invece è edito da Fanucci.
La Lessing è morta il 17 novembre a Londra.

Source: libro acquistato dal recensore.

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:: Oltre l’inverno di Isabel Allende (Feltrinelli 2017) a cura di Marcello Caccialanza

26 gennaio 2018
oltre l' inverno

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Oltre l’inverno, ultimo splendido romanzo di Isabel Allende, rappresenta senza ombra di dubbio una sorta di specchio, che imprigiona con estrema delicatezza le vite parallele di tre personaggi alla perenne ricerca del tanto sospirato equilibrio interiore.
Il testo prende dunque il via da un tema di stretta attualità, ovvero l’onerosa questione dell’immigrazione; ponendo però l’accento sull’essenza ultima di una possibile rinascita, che si concretizza nell’inaspettata meraviglia di una seconda opprtunità.
Lucia, una dei tre protagonisti, a causa del nefasto regime di Pinochet, prende la drammatica decisione di lasciare la propria patria, per ripiegare sul suolo canadese. La sua vita è costellata da grandi e soffocanti dolori: dalla misteriosa sparizione dell’amato fratello ad un matrimonio ormai allo sbando, per arrivare dulcis in fundo ad una devastante lotta contro il cancro. Ma nonostante ciò, grazie anche all’affetto di una figlia adorata, che le ha regalato numerose gratificazioni, ha la concreta possibilità di ribaltare a proprio favore un’esistenza fino a quel momento davvero assai malevola. Arriva a Brooklyn in seguito all’accettazione di un nuovo incarico professionale e qui, come per magia, il suo animo riceve nuove emozioni.
Richard, unico protagonista maschile di questa storia, è un docente universitario alquanto riservato e depresso, che conduce una vita “sotto anestesia” per cercare ad ogni costo di metabolizzare un passato disgraziato, che non gli ha risparmiato proprio nulla, dalla prematura morte dei figli al tormentato suicidio della moglie.
Evelyn, ultima pedina di questa scacchiera, causa forza maggiore è dovuta scappare dal Guatemala, con al seguito bande criminali pronte a tutto. Negli Stati Uniti trova lavoro presso una famiglia dai loschi contorni: un figlio disabile malvisto dal padre malavitoso ed una madre malinconica ed alcolizzata.
Durante un inverno assai rigido, dove una tempesta di neve la fa da padrona, i destini di questi tre personaggi, così diversi tra loro per costume ed esperienze, si incroceranno in un crescendo di situazioni spettacolari e coinvolgenti: un incidente d’auto ed un cadavere nascosto nel cofano della medesima vettura li farà inevitabilmente precipitare in un thriller mozzafiato. Ma oltre l’inverno, come suggerisce la stessa autrice, c’è sempre una primavera pronta a sbocciare, c’è sempre una rinascita interiore pronta ad abbracciare quell’innato senso di spiritualità che dona all’uomo la consapevolezza della sua natura più vera.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro del recensore.

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:: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (Newton Compton 1992)

18 novembre 2017

mrs-dallowayChe sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile.
Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano.
E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità].
È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi.
Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino.
Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana.
Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.
Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro.
La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili.
Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante.
Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile.
La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando.
Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente.
Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi.
E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi.

Nota: edizione considerata Mrs Dalloway, Newton Compton 1992, Introduzione di Armanda Guiducci, Postafazione di Pietro Meneghelli, Traduzione di Pier Francesco Paolini.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva.

:: Guest post – Niente di Janne Teller (Feltrinelli 2012) di Emanuela Brumana

25 ottobre 2017

nientePensare di scrivere un romanzo sul senso della vita deve far paura. Paura perché il tema trattato rischia di essere così immenso da non portare da nessuna parte. Paura perché c’è la seria possibilità di diventare pesanti e autoreferenziali. Paura, soprattutto, di andare in cerca di una risposta fenomenale, che apra a tutti gli occhi, ma di non riuscire a trovarla e doversi così arrendere all’idea che niente, nella vita, ha senso. Scusate il gioco di parole, ma questo non è il caso di Niente.
Leggere Niente è un’esperienza davvero forte: si tratta di un centinaio di pagine, ma diventano via via più dense man a mano che la lettura prosegue.
La storia in sé è semplice è lineare: un giorno un ragazzo di nome Pierre Anthon si alza dal suo banco di scuola e afferma che nulla ha senso, quindi piuttosto che far qualcosa, meglio adattarsi da subito e non far più niente. Questa affermazione scuote i compagni, tutti così presi dal proprio cammino volto a diventare qualcuno, a fare qualcosa. La questione potrebbe chiudersi così, ma Pierre Anthon sale su un albero lungo la via che i suoi compagni fanno per andare a scuola e da lassù demolisce ogni loro progetto. Stanchi di farsi prendere di mira dalle invettive dell’ex compagno, i ragazzi decidono di dimostrargli che nella vita, un senso c’è. Per scovarlo, elaborano un meccanismo all’apparenza funzionale ma che si trasformerà via via in un gioco al massacro: ognuno dovrà consegnare al gruppo un oggetto che per lui ha un significato. Si comincia con oggetti materiali, come una palla o un paio di sandali, ma il climax cresce sempre più e chi è stato derubato indica a un altro che cosa deve sacrificare, alzando di volta in volta la posta in gioco. Prende vita un gioco chirurgico, dove si vuole infliggere la stessa sofferenza che si è sperimentata su di sé, ma aumentata di un pizzico di crudeltà.
Sorge così una catasta del significato, dove si possono vedere oggetti, ma anche animali morti, una bara di bambino e tanti altri frammenti che rappresentano non solo il significato, ma anche la cattiveria e l’orrore di cui branco è capace.
L’effetto dilaniante è ottenuto dal contrasto tra il tono di voce della protagonista, una delle ragazzine che partecipano alla costruzione della catasta del significato, che si colloca sul labile confine tra l’infanzia e l’età adulta, e le terribili azioni che narra. Se all’inizio si legge il libro con fame di sapere che risposta darà all’importante quesito posto, man a mano che la ricerca dei ragazzi prosegue si ha paura di voltare pagina e scoprire in quale inquietante luogo andranno a cercare il significato della vita.
Niente è un libro che ti mastica e ti fa a pezzetti, inquieta e dà spunti di riflessione, perché è inevitabile che alla fine il lettore si chieda a sua volta qual è il senso della vita, che cosa abbia davvero significato per lui e soprattutto se è pronto a rinunciarvi.

L’autrice, Janne Teller è nata nel 1964 e dopo diversi anni passati lavorando per le Nazioni Unite, dal 1994 si dedica alla scrittura, scegliendo di declinare in diverse forme narrative (saggi, romanzi per ragazzi, racconti) i grandi interrogativi dell’esistenza.

Guest blogger:

Sono Emanuela Brumana.
Sono una redattrice e copywriter.
E sono anche molto di più…

Da piccola passavo le giornate inventando storie e leggendo quelle create da altri.
Oggi, dopo una maturità artistica, due lauree in Filosofia con indirizzo Estetica e diversi anni di esperienza lavorativa nel mondo che ho sempre amato, quello editoriale, lavoro come freelance.

Per scoprire che cosa faccio e le ultime novità, seguitemi sul sito: emanuelabrumana.wordpress.com