Posts Tagged ‘Feltrinelli’

:: Il pozzo di Doris Lessing (Zoom Feltrinelli 2013) a cura di Daniela Distefano

14 febbraio 2018
IL POZZO di Doris Lessing

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Un ultimo ramoscello di ciliegio tra i lillà candidi e le giunchiglie gialle, in una panciuta brocca bianca…ce lo infilò coscienziosamente, a completare un disegno che aveva bisogno giusto di quell’attenzione. Gridando “Primavera!”, la brocca appoggiava su un tavolino al centro della stanza.

E’ San Valentino, per molti ma non per tutti. La festa degli innamorati è spesso un giorno triste per coloro che sono vittime di passioni incontrollate, di tradimenti, di sotterfugi sentimentali, di distorsioni affettive, di annichilimento del cuore, di spolpamento dell’anima, insomma, di dolore perché l’Amore anche quando è vero ed autentico si nutre di questa erbaccia amara. In questo racconto brevissimo si parla di un triangolo amoroso e di una scelta obbligata. Sarah, cinquantacinque anni portati con fierezza, riceve la visita di James, l’uomo di 53 anni con cui era stata sposata per dieci anni. Non sapeva perché venisse a trovarla, era trascorso del tempo dal loro ultimo incontro ravvicinato, i figli Nancy e Martin erano oramai grandi e indipendenti. James disse che voleva andare a trovarla “solo per parlare”. Già, ma di cosa? Se lo chiede con ansia e premonizione. Lui l’aveva tradita, abbandonata per un’altra donna, la magnetica Rose, però adesso non sentiva più quella fitta che accompagna sempre certe sconfitte dello spirito. In fondo, ci si abitua a tutto prima o poi. Forse voleva rimproverarla per qualcosa?
In realtà non ricordava che James avesse mai criticato le sue scelte, ma andarsene con una donna i cui gusti erano in tutto e per tutto opposti ai suoi non doveva essere considerata una critica?
James arriva col fiatone delle colpe e bussa alla sua porta del perdono:Ora sentiva che lui le era stato restituito. Può ritornare Sarah sui propri passi, può cancellare anni di silenzio interiore, accettare la proposta bizzarra del suo ex marito e partire insieme a lui verso una meta lontana come un sogno? Quando è stata ferita, solo il tempo ha rimosso le cicatrici; per lei, segretaria di direzione in una compagnia petrolifera, si era aperto un mondo ignoto e pieno di opportunità esistenziali. Si era messa a viaggiare, Parigi, New York, varie città dell’Inghilterra, un tripudio di giornate colorate dopo il monocromo fallimento matrimoniale. E adesso che si era liberata di lui, James veniva a scombinare le carte nuovamente. Forse si potrebbe dargli un’ultima chance, Sarah lo ama ancora, dopo tutto, dopo l’inferno della separazione? Ma questa storia include una ulteriore parte in gioco affatto marginale:Rose, amante e seconda moglie di James. Con lei tutto diventa pericoloso. Rose ha messo al mondo i figli di James, Rose la bugiarda, Rose la donna instabile che cerca protezione, Rose l’indomita, la sanguisuga, Rose è una minaccia per la serenità ritrovata di Sarah. Che fare? Lo scoprirete leggendo l’ultima pagina di questo “Pozzo” che può essere benefico solo se porta acqua e non ci si cade dentro. Sarah è una donna saggia come una pianta, riesce a vedere oltre la cortina di un fumo nocivo per lei e per il suo futuro. Un racconto scritto da una Doris Lessing in gran forma. Non un semplice intrattenimento o un esercizio di stile, ma un osservatorio sulle più astruse combinazioni di amore, coppia, e trappole.

Doris Lessing (Doris May Taylor) è nata in Persia (Iran), figlia di genitori inglesi, nel 1919, e ha vissuto l’infanzia a Kermanshah dove il padre lavorava in una banca. Nel 1925 la famiglia si è trasferita nella colonia britannica della Rhodesia (oggi Zimbabwe) a gestire una fattoria.
Doris Lessing ha studiato in un convento e poi in una scuola femminile di Salisbury, che ha abbandonato a quattordici anni. Ha completato la sua formazione da autodidatta, leggendo i grandi classici della letteratura. Ha lasciato la casa paterna a quindici anni.
Nel 1937 si è trasferita a Salisbury ed è iniziato il suo impegno politico, nella sinistra non razzista. A diciannove anni si sposa con Frank Charles Wisdom e ha da lui due figli, John e Jean.
Divorzia dal marito e lascia la famiglia nel 1943.
Si iscrive al Partito comunista, che abbandonerà nel 1954.
Sposa in seconde nozze l’attivista politico ebreo-tedesco Gottfried Lessing. Ma anche dal secondo marito si separa, nel 1949, dopo aver avuto da lui un figlio. Dopodiché si trasferisce in Inghilterra col figlio minore, Peter, e lì pubblica il suo primo romanzo, L’erba canta, nel 1950. Da questo momento consacra la sua vita alla scrittura.
Tra gli altri premi ha vinto il Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001.
Nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli. Il ciclo di fantascienza invece è edito da Fanucci.
La Lessing è morta il 17 novembre a Londra.

Source: libro acquistato dal recensore.

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:: Oltre l’inverno di Isabel Allende (Feltrinelli 2017) a cura di Marcello Caccialanza

26 gennaio 2018
oltre l' inverno

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Oltre l’inverno, ultimo splendido romanzo di Isabel Allende, rappresenta senza ombra di dubbio una sorta di specchio, che imprigiona con estrema delicatezza le vite parallele di tre personaggi alla perenne ricerca del tanto sospirato equilibrio interiore.
Il testo prende dunque il via da un tema di stretta attualità, ovvero l’onerosa questione dell’immigrazione; ponendo però l’accento sull’essenza ultima di una possibile rinascita, che si concretizza nell’inaspettata meraviglia di una seconda opprtunità.
Lucia, una dei tre protagonisti, a causa del nefasto regime di Pinochet, prende la drammatica decisione di lasciare la propria patria, per ripiegare sul suolo canadese. La sua vita è costellata da grandi e soffocanti dolori: dalla misteriosa sparizione dell’amato fratello ad un matrimonio ormai allo sbando, per arrivare dulcis in fundo ad una devastante lotta contro il cancro. Ma nonostante ciò, grazie anche all’affetto di una figlia adorata, che le ha regalato numerose gratificazioni, ha la concreta possibilità di ribaltare a proprio favore un’esistenza fino a quel momento davvero assai malevola. Arriva a Brooklyn in seguito all’accettazione di un nuovo incarico professionale e qui, come per magia, il suo animo riceve nuove emozioni.
Richard, unico protagonista maschile di questa storia, è un docente universitario alquanto riservato e depresso, che conduce una vita “sotto anestesia” per cercare ad ogni costo di metabolizzare un passato disgraziato, che non gli ha risparmiato proprio nulla, dalla prematura morte dei figli al tormentato suicidio della moglie.
Evelyn, ultima pedina di questa scacchiera, causa forza maggiore è dovuta scappare dal Guatemala, con al seguito bande criminali pronte a tutto. Negli Stati Uniti trova lavoro presso una famiglia dai loschi contorni: un figlio disabile malvisto dal padre malavitoso ed una madre malinconica ed alcolizzata.
Durante un inverno assai rigido, dove una tempesta di neve la fa da padrona, i destini di questi tre personaggi, così diversi tra loro per costume ed esperienze, si incroceranno in un crescendo di situazioni spettacolari e coinvolgenti: un incidente d’auto ed un cadavere nascosto nel cofano della medesima vettura li farà inevitabilmente precipitare in un thriller mozzafiato. Ma oltre l’inverno, come suggerisce la stessa autrice, c’è sempre una primavera pronta a sbocciare, c’è sempre una rinascita interiore pronta ad abbracciare quell’innato senso di spiritualità che dona all’uomo la consapevolezza della sua natura più vera.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro del recensore.

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:: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (Newton Compton 1992)

18 novembre 2017

mrs-dallowayChe sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile.
Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano.
E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità].
È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi.
Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino.
Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana.
Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.
Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro.
La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili.
Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante.
Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile.
La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando.
Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente.
Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi.
E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi.

Nota: edizione considerata Mrs Dalloway, Newton Compton 1992, Introduzione di Armanda Guiducci, Postafazione di Pietro Meneghelli, Traduzione di Pier Francesco Paolini.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva.

:: Guest post – Niente di Janne Teller (Feltrinelli 2012) di Emanuela Brumana

25 ottobre 2017

nientePensare di scrivere un romanzo sul senso della vita deve far paura. Paura perché il tema trattato rischia di essere così immenso da non portare da nessuna parte. Paura perché c’è la seria possibilità di diventare pesanti e autoreferenziali. Paura, soprattutto, di andare in cerca di una risposta fenomenale, che apra a tutti gli occhi, ma di non riuscire a trovarla e doversi così arrendere all’idea che niente, nella vita, ha senso. Scusate il gioco di parole, ma questo non è il caso di Niente.
Leggere Niente è un’esperienza davvero forte: si tratta di un centinaio di pagine, ma diventano via via più dense man a mano che la lettura prosegue.
La storia in sé è semplice è lineare: un giorno un ragazzo di nome Pierre Anthon si alza dal suo banco di scuola e afferma che nulla ha senso, quindi piuttosto che far qualcosa, meglio adattarsi da subito e non far più niente. Questa affermazione scuote i compagni, tutti così presi dal proprio cammino volto a diventare qualcuno, a fare qualcosa. La questione potrebbe chiudersi così, ma Pierre Anthon sale su un albero lungo la via che i suoi compagni fanno per andare a scuola e da lassù demolisce ogni loro progetto. Stanchi di farsi prendere di mira dalle invettive dell’ex compagno, i ragazzi decidono di dimostrargli che nella vita, un senso c’è. Per scovarlo, elaborano un meccanismo all’apparenza funzionale ma che si trasformerà via via in un gioco al massacro: ognuno dovrà consegnare al gruppo un oggetto che per lui ha un significato. Si comincia con oggetti materiali, come una palla o un paio di sandali, ma il climax cresce sempre più e chi è stato derubato indica a un altro che cosa deve sacrificare, alzando di volta in volta la posta in gioco. Prende vita un gioco chirurgico, dove si vuole infliggere la stessa sofferenza che si è sperimentata su di sé, ma aumentata di un pizzico di crudeltà.
Sorge così una catasta del significato, dove si possono vedere oggetti, ma anche animali morti, una bara di bambino e tanti altri frammenti che rappresentano non solo il significato, ma anche la cattiveria e l’orrore di cui branco è capace.
L’effetto dilaniante è ottenuto dal contrasto tra il tono di voce della protagonista, una delle ragazzine che partecipano alla costruzione della catasta del significato, che si colloca sul labile confine tra l’infanzia e l’età adulta, e le terribili azioni che narra. Se all’inizio si legge il libro con fame di sapere che risposta darà all’importante quesito posto, man a mano che la ricerca dei ragazzi prosegue si ha paura di voltare pagina e scoprire in quale inquietante luogo andranno a cercare il significato della vita.
Niente è un libro che ti mastica e ti fa a pezzetti, inquieta e dà spunti di riflessione, perché è inevitabile che alla fine il lettore si chieda a sua volta qual è il senso della vita, che cosa abbia davvero significato per lui e soprattutto se è pronto a rinunciarvi.

L’autrice, Janne Teller è nata nel 1964 e dopo diversi anni passati lavorando per le Nazioni Unite, dal 1994 si dedica alla scrittura, scegliendo di declinare in diverse forme narrative (saggi, romanzi per ragazzi, racconti) i grandi interrogativi dell’esistenza.

Guest blogger:

Sono Emanuela Brumana.
Sono una redattrice e copywriter.
E sono anche molto di più…

Da piccola passavo le giornate inventando storie e leggendo quelle create da altri.
Oggi, dopo una maturità artistica, due lauree in Filosofia con indirizzo Estetica e diversi anni di esperienza lavorativa nel mondo che ho sempre amato, quello editoriale, lavoro come freelance.

Per scoprire che cosa faccio e le ultime novità, seguitemi sul sito: emanuelabrumana.wordpress.com

:: Il giardino segreto, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2016)

15 giugno 2016
fra

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Il mondo (o i mondi) di Banana Yoshimoto sono universi rarefatti e segreti, impalpabili e porosi come la carta di riso, fragili per certi versi, o per lo meno è fragile il microcosmo di sensazioni, percezioni, suggestioni che evocano, nel quale si entra in punta di piedi, con la sensazione che le pareti possano disintegrasi all’improvviso, come bolle di sapone. C’è una purezza, un amore per la natura, tipicamente giapponese, un lindore, un ordine, dove fosse anche un granello di polvere messo nel posto sbagliato potrebbe disturbare l’armonia del tutto. Se amate questo tipo di letteratura, in cui la perfezione e semplicità formale si fonde con una certa profondità spirituale, Banana Yoshimoto è sicuramente l’autrice che fa per voi, ma se non amate questo gioco di equilibri, forse è meglio che vi asteniate dalla lettura.
Esteriormente le sue storie non hanno trame complesse o strutturate, gli avvenimenti realmente importanti, sono importanti per l’economia dei personaggi (quasi unicamente per loro), un abbandono, una delusione sentimentale, una scoperta, una presa di coscienza, un portafortuna ricevuto in dono, insomma difficilmente assimilabili a punti di svolta reali, o mutamenti radicali.Tutto è accennato, velato, niente fratture drammatiche, anche il dolore, la sofferenza del vivere hanno un che di estetizzante, anche la sofferenza insomma si trasforma in bellezza e Banana Yoshimoto narra questo avvicendarsi di stati d’animo, di riflessioni sul vivere, di progressi duramente conquistati con la stessa lievità e delicatezza di un piccolo corso d’acqua tranquillo che placido confluisce in un fiume.
Una scrittura molto femminile, cadenzata da periodi brevi e parole preziose, e se i moti dell’anima sono caratterizzati da una certa lentezza, un senso di arricchimento accompagna comunque la lettura, come se davvero la crescita dei personaggi si accompagnasse a una crescita anche del lettore. Insomma una lettura spiritualmente positiva, di arricchimento interiore, ma che necessita di pazienza.
Il giardino segreto è il terzo volume della quadrilogia Il Regno, sono già usciti Andromeda Heights e Il dolore, le ombre, la magia e si aspetta il volume conclusivo. Forse un errore leggere questo romanzo slegato dagli altri, si perde parte dei riferimenti, ma tuttavia accostarsi alla Yoshimoto mi pareva doveroso, e ho commesso questo azzardo. E’ il suo primo libro che leggo (perlomeno interamente, di Kitchen avevo letto solo alcune sue parti), e sebbene non rientra nel mio genere abituale di letture, ho trovato l’esperienza positiva.
La letteratura giapponese (anche moderna) mi ha da sempre affascinato, rientrando in un ambito di sensibilità e cultura così diversa dalla nostra, così lontana. Il personaggio di Shizukuishi, voce narrante del romanzo, si ricollega se vogliamo a un vasto gruppo di eroine romantiche di tanta letteratura sia occidentale che orientale, che filtrano la vita attraverso i sentimenti e il suo amore per Shin’chirō, se vogliamo, acquisita quella valenza solenne di percorso di crescita e lotta contro una più generica solitudine forse più metafisica che reale.
E se il punto di svolta, o per lo meno il twist principale, lo raggiungiamo alla visita del giardino di Takahashi, già avevamo capito che qualcosa non andava, che la precarietà del vivere e dell’amore (per lo meno di quell’amore) stavano avendo il sopravvento. La tristezza e la malinconia di questa scoperta, (che forse tanto scoperta non è, per lo meno non è inattesa) si intrecciano con la forza del personaggio, che non perde fiducia nei sentimenti, stemperati nell’ amicizia o nell’affetto per la nonna, maga delle erbe. Non ci resta dunque che aspettare l’ultimo e conclusivo capitolo, e se possibile recuperare i due precedenti. Traduzione dal giapponese di Gala Maria Follaco. Buona lettura.

Banana Yoshimoto (Tokyo, 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato da Feltrinelli nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Dei suoi altri libri, tutti pubblicati da Feltrinelli, ricordiamo: N.P. (1992), Sonno profondo (1994), Tsugumi (1994), Lucertola (1995), Amrita (1997), Sly (1998), L’ultima amante di Hachiko (1999), Honeymoon (2000), H/H (2001), La piccola ombra (2002), Presagio triste (2003), Arcobaleno (2003), Il corpo sa tutto (2004), L’abito di piume (2005), Ricordi di un vicolo cieco (2006), Il coperchio del mare (2007), Chie-Chan e io (2008), Delfini (2010), Un viaggio chiamato vita (2010), High & Dry: Primo amore (2011), Moshi moshi (2012), A proposito di lei (2013),  Andromeda Heights. Il Regno 1 (2014), Il dolore, le ombre, la magia. Il Regno 2 (2014), Il lago (2015), Il giardino segreto. Il Regno 3 (2016) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom (Moonlight Shadow, 2012, Ricordi di un vicolo cieco, 2012, La luce che c’è dentro le persone, 2011). Banana Yoshimoto ha vinto il premio Scanno nel 1993, il premio Maschera d’Argento nel 1999 e il premio Capri nel 2011.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Il quinto figlio, Doris Lessing (Feltrinelli, 2008) a cura di Giulia Gabrielli

31 maggio 2016
quinto

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Il quinto figlio è una storia che inizia come una favola idilliaca, con una giovane coppia che sembra essere destinata a stare insieme fin dal primo sguardo, due giovani testardamente convinti che avranno la felicità che vogliono per la sola forza del loro volerlo, ma il cui sviluppo rasenta la letteratura horror dal momento in cui il sogno verrà a scontrarsi con una forza violenta ed estranea, incarnata in un figlio che sembra essere la punizione alla loro arroganza.

«Harriet e David si conobbero a una festa aziendale a cui nessuno dei due aveva avuto molta voglia di andare, e subito capirono di non aver atteso altro. Antiquati, vecchio stampo, retrogradi, timidi, troppo esigenti, così la gente li definiva, ma non terminava qui la lista degli aggettivi poco teneri che si attiravano. Entrambi difendevano un’idea si sé a cui erano testardamente attaccati; quella di essere, a buon diritto, gente comune.»

Alla festa i due giovani restano in disparte, con un’espressione guardinga, specchio di quella dell’alto, fino a che nello stesso istante si staccano dal loro angolo per andarsi incontro. Un sorriso nervoso, una lunga conversazione e subito decidono di dividere tutta una vita assieme. Harriet e David sono una coppia di ragazzi “all’antica”, legati ad un sistema di valori diverso rispetto a quello dei libertari anni ’60 in cui è ambientata la storia, decisi a creare una famiglia numerosa: una decina di figli e una famiglia allargata, in un’enorme villa a tre piani nella campagna inglese, dove ad ogni festa possano riunirsi tutti i parenti. E nonostante il biasimo dei parenti vanno avanti: riescono ad acquistare la casa, poco importa se dovrà intervenire finanziariamente il ricco padre di David, e in sei anni mettono al mondo quattro figli, anche se Harriet è ormai stremata e solo grazie all’aiuto di sua madre, che si trasferisce a vivere da loro, riesce a badare ai bambini.
Il sogno della giovane coppia riesce a contagiare tutti e il tempo della vita familiare scorre scandito dalle festività (Natale, Pasqua e i mesi estivi), dalle riunioni con genitori, fratelli, cugini e amici nella grande casa e dalla nascita dei figli, in un’atmosfera di felicità assurda, fortissima, quasi un’euforia folle, che presagisce già la sua fine. Harriet infatti è sempre più provata dalle gravidanze, che non sono mai facili e che la lasciano sfinita e nervosa, ma pur volendo assecondare le pressioni della madre e delle sorelle affinché si prenda una pausa prima del prossimo figlio, resta di nuovo immediatamente incinta.
La nuova gravidanza si prospetta subito minacciosa per l’equilibrio della famiglia: il nuovo feto è forte, violento e si contorce scalciando dentro Harriet lasciandola a pezzi, dolorante e impossibilitata a seguire gli altri quattro bambini e la casa; solo con i tranquillanti riesce a tenere a bada il bambino abbastanza a lungo da sembrare almeno normale di fronte ai figli la sera.
Alla nascita le cose peggiorano: Ben, il quinto nato, è un bambino giallastro, grosso, muscoloso, forte, intransigente e duro, un bambino spaventoso, capace di mettere a disagio chiunque lo guardi, se non a scatenare vero e proprio terrore. Ben è violento, incomprensibile, sembra provare felicità solo nel distruggere e nel fare del male, non impara nulla dal contatto coi fratelli e non è in grado di provare affetto nei confronti della madre; è una creatura preistorica, un abitante di un mondo antico e violento che per uno scherzo della genetica è rinato in una famiglia inglese che non è preparata a confrontarsi con lui.
Parenti e amici smettono di visitare la casa mentre la famiglia va in pezzi a causa delle tensioni, della paura e delle decisioni spietate prese per gestire il bambino. Soprattutto quando Harriet si rifiuterà di lasciare il piccolo Ben nell’orrendo istituto dove vengono rinchiusi i figli anormali delle famiglie ricche e che il padre di David aveva deciso di pagare per loro.
Con la sua scelta la madre condanna la famiglia: nega il suo tempo agli altri figli e crea una frattura insanabile col marito, che non riesce ad accettare Ben come “suo” figlio. Harriet sceglie insomma il bene del singolo contro quello della comunità e per questo non sarà perdonata da sua madre, che lascia la famiglia per andare a vivere con un’altra figlia, da suo marito che svanirà inghiottito dal lavoro e dai suoi stessi figli, che fuggiranno a studiare lontano o in altre famiglie. Ma allo stesso tempo non riesce a salvare nemmeno il suo quintogenito che a malapena riesce a inserirsi nella società, se non come parte di un branco di piccoli criminali, che vivono di furti, stupri, risse e violenza.

Doris Lessing è nata a Kermanshah, nel 1919, figlia di un reduce di guerra britannico che voleva vivere il sogno vittoriano delle “terre sevagge” e ha vissuto fino a trent’anni nella Rhodesia meridionale, nel 1949 si è trasferita definitivamente in Inghilterra, dove è morta nel 2013 all’età di 94 anni. Ha vissuto il colonialismo britannico, il nazismo, il fascismo e il comunismo dell’Unione Sovietica, attraversando le grandi tappe della storia mondiale contemporanea. Viene da molti considerata una delle più grandi scrittrici femministe, ma curiosamente non si è mai riconosciuta in questa definizione, preferendo invece porre l’attenzione sulla sua produzione fantascientifica, ovvero il ciclo di Canopus in Argos dove ha condensato i temi fondamentali della sua produzione, molto legata ai temi del sufismo. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001 e il premio Nobel per la letteratura nel 2007.

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:: Il buio oltre la siepe, Harper Lee (Feltrinelli, 2015)

23 aprile 2016
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Nell’estate del 1960 una giovane scrittrice dell’Alabama, nata a Monroeville, pubblicò un libro destinato non solo a mettere scompiglio nelle afose serate di quel lontano luglio, ma a trasformare definitivamente la letteratura in un reale strumento per sensibilizzare le coscienze sulla questione razziale in America (e lasciatemi dire anche nel resto del mondo).
Il libro di cui parlo è naturalmente Il buio oltre alla siepe (To Kill a Mockingbird, 1960), e l’autrice, l’allora trentaquattrenne Harper Lee. Bianca, figlia di un avvocato segregazionista, amica di infanzia e assistente di Truman Capote, la Lee resta assieme a Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom, una scrittrice mito, emblema di quanto la sensibilità femminile, e il coraggio, abbiano sempre precorso i tempi nella dura guerra contro il razzismo, la segregazione, la disparità e l’ingiustizia non solo sancita dalle leggi, ma dal senso comune della più bieca opinione pubblica.
Per primo vidi l’omonimo film, uscito nel 1962 e diretto da Robert Mulligan, con un fantastico Gregory Peck nella parte dell’avvocato Atticus Finch, solo più tardi lessi la versione italiana, edita da Feltrinelli nella storica traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer giunta alla quarantaquattresima edizione, nel settembre del 2015. La mia vecchia edizione la prestai, e non la vidi più tornare in dietro (comprensibile), e in occasione della morte dell’autrice, in sua memoria, ho preso quella che ora tengo in mano.
Quale occasione per rileggere un libro di per sé bellissimo, anche spogliato delle sue valenze morali e etiche. Infondo è, e resta, un bellissimo libro per ragazzi, ragazzi moderni, evoluti che conoscono il significato di termini come “violenza sessuale” “razzismo”, “ingiustizia”. Che sanno che la vita è una costante lotta tra il bene e il male, e che a un certo punto bisogna decidersi da che parte stare.
Prima di parlare del libro, vorrei ancora parlare del contesto in cui fu scritto, del fatto che nel 1960 erano ancora in vigore le leggi Jim Crow che di fatto tenevano insieme tutto quel sistema razzistico, intollerante e fanatico che ha inquinato la società americana di buona parte del secolo scorso. Ma si sa abrogata la legge (la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti può essere fatta coincidere con l’abrogazione delle Jim Crow, con la firma da parte di Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964 e l’ anno successivo del Voting Rights Act) non è immediato il cambiamento delle coscienze, se pensiamo solo che questo libro è ancora oggi bandito da numerose scuole e biblioteche americane.
Naturalmente i motivi addotti saranno che è un libro troppo violento per i ragazzi, non certo per difendere segregazione e razzismo, ciò non toglie che bandire un libro come Il buio oltre la siepe ha un che di scandaloso. A far paura è forse proprio la capacità dell’autrice a entrare nelle coscienze e metterle di fronte alle proprie debolezze.
Dicevo che Il buio oltre la siepe è un bellissimo libro per ragazzi, parla di amicizia, coraggio, altruismo, senso della famiglia, di giustizia, di lealtà, e tratta con rispetto i suoi lettori, non gli nasconde la povertà e il disagio sociale in cui possono fermentare le abiezioni più feroci, che i diversi sono sempre emarginati (anche oggi, qui, ora), e molte volte possono compiere gesti di grandissima umanità, proprio da loro da cui non si aspetta niente, che a volte bisogna fare ciò che è giusto, e ci detta la nostra coscienza, anche se va contro al senso comune o si mettono a repentaglio interessi personali o finanche la vita dei propri cari.
Insomma è un libro etico, e didattico nella sua più nobile accezione. Un libro che è piacevole leggere, che giunge a noi attraverso la voce chiara e argentina di Scout ormai cresciuta che ricorda episodi della sua infanzia. E Harper Lee fu proprio incoraggiata da Truman Capote a fare lo stesso, nel libro se vogliamo identificabile con il ragazzo di città loro amico.
Il buio oltre la siepe (e il titolo italiano è secondo me altrettanto bello che il titolo originale) e insomma un libro di cui non ci stancheremo mai di parlare, né di studiarlo. Un libro stilisticamente ricco, elegante, per cui non è affatto inappropriato spendere parole come luminoso, splendido, o commovente. Quando Tom Robinson viene abbattuto durante il suo tentativo di fuga da una giustizia bianca iniqua, non posso smettere di piangere, sebbene sono perfettamente al corrente che così accadrà. Ma la Lee ha deciso che non sarebbe stato questo il finale, no la storia continua e in un certo senso si apre a un nuovo lieto fine.
Ecco concludo questo mio articolo dicendo che Il buio oltre la siepe è davvero un testo imprescindibile, bisogna averlo letto almeno una volta nella vita. Uscite, come se fuggiste da una casa in fiamme, andate nella prima biblioteca e procuratevelo. Poi la tentazione di rubarlo sarà grande, vi avverto.

Nelle Harper Lee  (Monroeville, 1926-2016). Originaria dell’Alabama, studiò legge e poi si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Amica di Truman Capote da quando aveva tre anni, fu consigliata da lui a mettere per iscritto i racconti che lei gli andava facendo della propria infanzia. Un giorno, abbandonò l’impiego per scrivere il suo libro: nacque così Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 (tradotto in Italia da Feltrinelli nello stesso anno e attualmente disponibile anche in audiolibro), che le valse un immediato e strepitoso successo di pubblico e il premio Pulitzer 1960. Nel 2007 le è stata conferita dal presidente Bush la prestigiosa Medaglia della Libertà per i suoi meriti letterari. Feltrinelli ha anche pubblicato Va’, metti una sentinella (2015), il romanzo ritrovato di Harper Lee, ambientato vent’anni dopo il suo capolavoro.

Source: acquisto personale.

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:: Non scrivere di me, Livia Manera Sambuy (Feltrinelli, 2015)

7 dicembre 2015
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Conobbi Mavis Gallant, letterariamente parlando, alcuni anni fa. Quasi per caso. Non era un nome molto conosciuto in Italia, o almeno io non sapevo quasi niente di quest’autrice canadese trasferitasi in Francia come Edith Wharton, un’altra autrice da me molto amata.
Leggendaria in patria, maestra del racconto breve con più di 100 racconti pubblicati sul New Yorker, quando anche pubblicarne uno fa di te un autore di tutto rispetto, Mavis Gallant era un nome che mi attirò per motivi bizzarri. Mi piaceva visivamente e mi piaceva il suono che si otteneva accostando Mavis a Gallant.
Ero in una libreria di Torino, poco distante da Piazza Castello e così presi un suo libro, di racconti naturalmente. E fu amore a prima vista. Passai un intero pomeriggio su al piazzale del Monte dei Cappuccini a leggere Varietà di esilio, e a pensare a come avrei fatto a intervistarla. Sarei andata fino a Parigi se fosse stato necessario.
Non ricordo se feci anche qualche reale tentativo di contatto, ma mi scoraggiò il fatto che fosse anziana e ormai malata. Non volevo distrurbarla. Tutto questo per dire che quando lessi che Livia Manera Sambuy aveva scritto un libro dove raccontava del suo incontro con Mavis Gallant, ho capito che quel libro non avrei dovuto perderlo.
Non scrivere di me non parla solo di Mavis Gallant, naturalmente, ci sono anche altri scrittori, ognuno a suo modo speciale, ma io lo scelsi per lei. E per un senso di rimpianto. Forse avrei dovuto davvero partire per Parigi, magari avrebbe trovato buffo che una blogger italiana facesse tanta strada per incontrarla, stregata dai suoi racconti.
Chissà, ora questo non potrà succedere più. Il 18 febbraio del 2014 l’ha reso irrimediabilmente impossibile. E non mi resta che vivere l’esperienza per interposta persona. Livia Manera Sambuy ha sicuramente fatto un buon lavoro, sicuramente migliore di quanto avrei potuto fare io,  non si è fatta sopraffare dalle varie personalità con cui è entrata in contatto e con eleganza e leggerezza le ha spinte oltre i paletti che probabilmente si erano poste, con una giornalista, con il mondo intero.
E così Philip Roth, Richard Ford, David Foster Wallace, James Purdy, Mavis oltre a Paula Fox, Judith Thurman, Joseph Mitchell ci passano accanto. Alcuni nomi hanno catturato la fama in modo forse eccessivo, il mito di David Foster Wallace ormai è grantico come il marmo di una cattedrale, altri sono nomi che magari non ci dicono assolutamente niente, e leggendo le parole di Livia Manera Sambuy sembra un vero peccato.
Non scrivere di me ha un pregio che forse sovrasta gli altri, che sto riscontrando anche leggendo I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter, ti fa sentire parte di una comunità, ristretta forse, ma coesa. Una comunità dove tutti si conoscono, come una piccola città di provincia, quando si è invece sparsi per i quattro angoli del mondo, come se la letteratura avesse anche questo potere, avvicinare persone tanto diverse, che infondo non devono neanche amarsi alla follia.
L’incontro più riuscito sicuramente quello con Philip Roth, il più triste con James Purdy, il più divertente con Richard Ford. Con David Foster Wallace si incontrarono in un Mcdonald’s sperduto in un autostrada tra Chicago e il nulla, lui non ne aveva nessuna voglia di essere lì e si chiedeva quanto importante fosse la Sambuy da far abbuonare al suo agente due favori che gli doveva pur di accettare quell’intervista, mentre lei gli spiega pazientemente che ad essere importante è il giornale per cui lavora.
Richard Ford racconta di quando sparò al libro di una scrittrice che aveva recensito in modo non tanto lusinghiero un suo libro e le mandò il libro con tanto di proiettile incastrato o della volta che sputò in faccia a un altro scrittore che sempre aveva recensito malevolmente un suo libro.
Philip Roth è più per l’autrice di uno scrittore incontrato per un’ intervista.
Paula Fox, la nonna naturale di Courtney Love, racconta di quando presentò un suo racconto a una rivista letteraria, il racconto non fu accettato, ma lei sposò chi aveva fatto la selezione.
E poi incidentalmente scorrono altri nomi, Carver, Karen Blixen, e dato che il mondo è piccolo John Banville (ancora mi deve un’ intervista) e molti altri. E in filigrana il lavoro di una giornalista culturale che intervista scrittori (DFW dice che al suo posto non lo farebbe mai), che li raggiunge in posti sperduti o al sicuro delle loro case e li invita a raccontare le loro vite, a parlare di libri, a svelarsi.  Non un elenco classico di interviste con domande e risposte. Qualcosa di più. Un bel libro per chi ama libri e scrittori.

Livia Manera Sambuy è una giornalista letteraria che scrive sul “Corriere della Sera”. Ha realizzato due film documentari su Philip Roth. Ha vissuto tra Milano e New York, ora vive tra Parigi e la Toscana. Philip Roth. Una storia americana è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana di dvd “Real Cinema” nel 2013. Ancora per Feltrinelli, Non scrivere di me (2015).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Parigi è sempre una buona idea, Nicolas Barreau (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

2 settembre 2015
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Non è passato neanche un mese dalla mia partenza per Parigi e, neanche a farlo apposta, in questi giorni ho avuto modo di leggere in anteprima un romanzo, prossima uscita per Feltrinelli il 3 settembre, ambientato proprio nella Ville Lumière.

Già il titolo è eloquente e vero: Parigi è sempre una buona idea. Definitela come volete “città dell’amore”, “città d’artisti”, “città delle luci”, ma a Parigi una volta nella vita bisogna andarci. Che siate innamorati o no, inguaribili romantici o non lo siate per niente, cultori dell’arte o neanche troppo.

Insomma, permettetemelo, ma potremmo ampiamente sostituire il famosissimo detto attribuito a Enrico IV, “Parigi val bene una messa” col titolo del nuovo romanzo di Barreau, già grande successo editoriale in Germania.

La storia è ambientata in uno dei quartieri più caratteristici di Parigi: St. Germain.

Ci sono stata e mi sento di dirvi che già questa scelta vale la lettura di tutto il romanzo. Il quartiere, comincia sulla Senna e lungo il suo corso finisce, fa parte del progetto di riqualificazione viaria voluto personalmente dal Barone Haussmann.
Boulevard Saint Germain è la strada principale del Quartiere latino che attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome. Non solo: attraversa anche il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti, descritto da Proust nella sua Recherche. All’angolo di rue Bonaparte il boulevard incontra l’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois.

Piccola chicca: proprio di fronte all’abbazia c’è il caffè Les Deux Magots, uno dei tre angoli del cosiddetto “Triangolo d’oro”, formato, oltre che da Les Deux Magots, dalla brasserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove s’incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi.

Sarò sicuramente passata anche in rue du Dragon, anche se non ho testimonianze fotografiche da mostrarvi: qui ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno, un campanello d’argento démodé sulla porta e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent.

La giovane Rosalie ha aperto questa cartoleria contro il volere di sua madre che, non ritenendola di bell’aspetto, aveva paura che non avesse trovato mai marito e, quindi, avrebbe voluto che continuasse quanto meno gli studi.
Invece no.

Rosalie voleva dipingere. A tutti i costi.

In poco tempo diviene famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Accanita sostenitrice dei rituali, ne ha diversi a scandire la sua giornata: il café crème la mattina, una fetta di tarte au citron nelle giornate storte, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura della papeterie.

Non è finita qui: ogni anno, nel giorno del suo compleanno, Rosalie sale i settecentoquattro gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e da lì su, lancia in aria un biglietto su cui ha precedentemente scritto un desiderio. I suoi desideri non erano mai stati esauditi, fino al giorno in cui si presentò nella sua cartoleria Max Marchais, anziano ed affermato scrittore per bambino, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta e La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti fino ad aggiudicarsi il posto d’onore in vetrina.

Per Rosalie, le sorprese continuano. Infatti, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, entra in negozio. Rosalie ne è subito attratta, eppure dovrà lottare un po’, in quanto lo sconosciuto è convinto che la storia sia sua e non di Max Marchais.

Una storia sopra le righe in una Parigi immersa tra scrittura, disegni e sentimenti. Sicuramente da leggere.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, poi ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche. Ha scritto sei romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, ma che hanno ottenuto un ottimo successo, cresciuto sempre più soprattutto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011) è un vero e proprio caso editoriale: è stato un bestseller internazionale tradotto in 34 paesi, è rimasto per oltre quattro mesi in vetta alle classifiche italiane ed è diventato un film per ZDF. Con te fino alla fine del mondo (Feltrinelli, 2012), Una sera a Parigi (Feltrinelli, 2013), La ricetta del vero amore (Feltrinelli, 2014), prequel di Gli ingredienti segreti dell’amore, e Parigi è sempre una buona idea (Feltrinelli, 2015) hanno confermato il talento di Nicolas, rendendolo uno dei giovani scrittori più amati dalle lettrici di tutto il mondo. In Germania, Parigi è sempre una buona idea, ha venduto 35.000 copie in sole tre settimane e ha raggiunto la posizione più alta di sempre per un romanzo di Barreau sulla classifica dei bestseller di “Der Spiegel”.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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Vai a Parigi con il nuovo romanzo di Nicolas Barreau!

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:: Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, (Feltrinelli, 2014)

24 luglio 2014
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Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.

Glasgow, primi anni Ottanta. Un venerdì sera. Al Royal Infirmary, in Cathedral Street, è una serata tranquilla, se non fosse per un barbone alcolizzato ricoverato in fin di vita che vuole a tutti i costi parlare con Jack Laidlaw.
Fortuna, si fa per dire, vuole che un informatore di Eddie Devlin del “Glasgow Herald” colga i suoi rantoli e avvisi il giornalista, che per senso del dovere telefona a casa Laidlaw. Ora se vi trovaste alla fine di un matrimonio alla deriva, seduti in soggiorno a chiacchierare con gli amici di vostra moglie fingendo di trovarli interessanti, non cogliereste qualsiasi occasione a braccia aperte per fuggire via? Così fa Laidlaw quando riceve la telefonata e si precipita al Royal Infirmary.
Qui trova Eck Adamson ormai morente, ma disperatamente intenzionato a fare capire di essere stato vittima di un avvelenamento, perché il vino che aveva bevuto non era vino. Quest’ultima frase almeno è l’unica che Laidlaw capisce chiaramente. E quando tra gli effetti di Adamson trova un biglietto con un indirizzo di Pollockshields, i nomi Lynsey Farren e Paddy Collins, le parole “The Crib” e il numero 9464946 in penna a sfera nera, è l’inizio per lui di un’ ossessione.
Eck Adamson come previsto muore avvelenato dal paraquat, un diserbante che qualcuno gli aveva aggiunto nel vino, e a chi vuoi che importi, a chi vuoi che importi scoprire l’assassino, quando per giunta solo Laidlaw crede che sia un delitto? Per lui ogni vita è degna di rispetto, e ogni morte merita un’ indagine.
Poi per giunta anche Paddy Collins, una figura di spicco della malavita di Glasgow, sta morendo in un altro ospedale, il Victoria, accoltellato da qualche sconosciuto, probabilmente per un regolamento di conti tra bande rivali. Ma che ci faceva il suo nome nel pezzo di carta appartenuto a Eck Adamson? Questo proprio non se lo sa spiegare, e così inizia a indagare, accompagnato da un Brian Harkness sempre più scettico, che vede il collega già in crisi coniugale, pure intenzionato a dare un calcio a quel che resta della sua carriera.
Le indagini lo portano sulle tracce di uno studente universitario, tale Tony Veitch, improvvisamente scomparso. Ma non è il solo a cercarlo, anche alcuni delinquenti, tra cui Mickey Ballater giunto appositamente da Birmingham per mettere su un affare che vedeva coinvolto pure Paddy Collins e una prostituta. Il cerchio si chiude, tutto torna. E Laidlaw come al solito, lottando contro tutti, avrà la sua verità. Perché dopo tutto c’è sempre una verità, basta a aver voglia di cercarla.
Il caso Tony Veitch (The Papers of Tony Veitch, 1983) di William McIlvanney, edito da Feltrinelli e tradotto da Alfredo Colitto, giunge in libreria dopo Come cerchi nell’acqua a continuare la trilogia di Laidlaw, che si concluderà con Strange Loyalties. Un noir bellissimo, in cui le luci sono puntate sulla Glasgow di trent’anni fa, su i suoi pub, controllati dalla malavita, le sue strade, i suoi parchi, i suoi palazzi.
Personaggi perfettamente caratterizzati con i loro odi, le loro fobie, pure i minori, quelli che appaiono per poche scene per poi scomparire tornare a rivivere solo nelle parole di altri personaggi.
Come lo stesso Tony Veitch che mai consoceremo, ma che colma di sé tutto il romanzo, diventando a tratti simpatico, poi commovente, poi dolorosamente colpevole solo per ingenuità e troppo idealismo.
Come Eck Adamson, della cui morte sembra dolersi solo Laidlaw, per poi scoprire che aveva anche una sorella.
Come Paddy Collins, l’accoltellato in stato “comico”.
Poi ci sono gli altri: la prostituta italiana che parla male inglese e si trova coinvolta in un “affare” in cui non vorrebbe partecipare, la lady innamorata dei bassifondi, che cerca nel pericolo quello che le manca nella sua vita da privilegiata, e i vari delinquenti di piccolo e grande cabotaggio come lo scassinatore Macey, informatore della polizia e sempre terrorizzato dalla paura di venire scoperto, Dave McMaster, Hook Hawkins, John Rhodes, Cam Colvin e naturalmente il malinconico e violento Mickey Ballater, a cui McIlvanney regalerà una degna uscita di scena.
Oh, sia chiaro recensire William McIlvanney è un po’ come scalare una vetrata insaponata a mani nude, ma pur sempre un privilegio. Adoro come scrive, perché McIlvanney scrive in modo meraviglioso, pur se ci metto un po’ a capire le sue trame. Perché lui arriva alle cose non per le vie più facili. Ti presenta personaggi quasi a tradimento, e ci metti un po’ a capire chi sono, cosa fanno, qual è il loro ruolo nell’economia del romanzo. Non ti permette di distrarti, ti colpisce subito sotto la cintura dandoti la sensazione di non essere tanto sveglio. E ben pochi scrittori possono permettersi questo pur continuando a farti pensare che quello che stai leggendo sia davvero bella roba. Ma McIlvanney è unico, oltre che il primo scozzese ad aver inventato il Tartan noir. Prima di lui nessuno, quindi può permettersi ciò che vuole, pure scrivere un noir sporcato di poesia.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: Come cerchi nell’acqua (2013; Ue, 2014) e Il caso Tony Veitch (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013)

12 febbraio 2014
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Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé. McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui. E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori. Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere. Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa. Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti. Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa farse, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre. Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia. In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente. Non questa volta. Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto. McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni. Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge. Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama. Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti. Come andrà  finire? Non è difficile supporlo. McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo. Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70). Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn. Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010)

30 maggio 2013

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.