
Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.
Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.
Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.
Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.
Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.
De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.
È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.
In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.
Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.
Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.



Le sorti della guerra civile spagnola stanno volgendo a favore del dittatore Francisco Franco, e molti spagnoli sono costretti a fine anni Trenta a scappare dal loro Paese, in particolare dalla Catalogna e Barcellona, due delle zone più ribelli, per riparare in Francia dove finiscono in campi di concentramento in attesa di un futuro incerto.
“Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente.”
L’amante di Lady Chatterly è la storia di un amore vero, autentico, fatto di spontaneità; opposto al sentimento contraffatto, fatto di auto imposizioni, che cela i veri desideri e passioni dell’uomo. L’Amore e soprattutto il sesso sono stati da sempre vittime di stigmatizzazioni e dogmi. Ciò ha fatto in modo che diventassero il surrogato mentale di quello che veramente sono e rappresentano per l’essere umano, come afferma D.H. Lawrence nella postfazione al suo romanzo. In tutte le epoche si è cercato di celare il vero eros nascondendolo attraverso convinzioni autoimposte, arrivando in alcuni casi a demonizzarlo. Queste hanno portato in maniera inevitabile ad una frattura tra quello che si deve, e, quello che si vuole essere. Scissione interna in cui si perde l’essenza del sentimento umano a scapito di una mera e inconsistente costruzione razionale.
Afrodita, un viaggio tra i sensi, tra le fantasie più perverse e goderecce della tavola e della vita, un mémoire di ricordi e racconti personali condito da ricette succulente e gustose. L’amore e la cucina si uniscono in un mélange perfetto nel quale erotismo e cibo sono per la Allende un binomio prelibato ed irrinunciabile, il cui confine è talmente labile da confondersi. Afrodita vuole essere un viaggio guidato dal piacere del palato e dalle tre guide che hanno accompagnato la stesura dello stesso: Isabel, straordinaria e divertente nella sua inclinazione ciceronica, Panchita, fantasiosa ed intuitiva cuoca nonché madre dell’autrice, e Robert, amico e abile disegnatore di ninfe e satiri baccanti protagonisti del libro. Non è un ricettario ma un qualcosa di unico, di atipico, un testo nel quale la lussuria e l’erotismo accompagnano questa interessante lettura, sapientemente indirizzata dalla sensualità e dall’autoironia di una scrittrice che, per la prima volta, si mostra per come è. Non solo una delle autrici latinoamericane di maggior successo ma la regina della cucina che, rifuggendo dall’archetipo domestico, spazia nelle perversioni e nei piaceri risvegliando nella nostra mente desideri voluttuosi sapientemente accostati a succulenti piatti. Ciliegie civettuole, pere ubriache, sospiro di carciofi, mele stregate, salse ed entrées sono dei veri e propri inviti al peccato che noi tutti aneliamo volendone cibarci. Ma il vero piatto forte è l’amore, vissuto senza paracadute, senza freni, regole, con una buona dose di romanticismo e, perché no, di simpatia. Isabel Allende è estremamente esilarante, cinicamente divertente, capace di risvegliare primitivi istinti, ridestando ad uno ad uno i nostri sensi conducendoci verso il peccato originale che, a ben pensarci, altro non è che la disobbedienza di cui possiamo servirci in piccole dosi, in amore ed in cucina.
Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione.



























