:: Il bambino nella neve di Wlodek Golkorn (Feltrinelli, 2016) a cura di Giulietta Iannone

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indexEcco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione.

Narrare l’indicibile è il pesante compito che spetta ai sopravvissuti della Shoa, e ora, che le generazioni sono passate, ai figli dei sopravvissuti, ai nipoti, ai bis nipoti in una catena di memoria che si fa memorie personali e preziose ognuna a suo modo, come tante sono le verità che compongono la verità.
Di questo compito si prende carico, anche dolorosamente, Wlodek Golkorn giornalista e scrittore abituato a narrare le storie degli altri, ora alle prese con la propria storia personale e familiare.
Figlio di ebrei comunisti sopravvissuti, ora testimone non diretto ma riflesso di avvenimenti così tragici, così assurdi, così impossibili da vedere in una luce costruttiva o catartica, o anche solo di senso. La cattiveria umana è un mistero insondabile, forse un mistero non solo umano, per chi ci crede. Quando agli uomini ne viene data facoltà compiono le barbarie più inaudite, non tutti, non sempre, e dopo quasi sempre si autoassolvono, si giustificano, “ho ubbidito agli ordini”, “tutti facevano così”, “se non avessi fatto così mi avrebbero ucciso”. Perché se ci sono i sopravvissuti tra le vittime, ci sono anche i sopravvissuti tra i carnefici, tra le persone per cui la banalità del male è così ovvia, consueta, rassicurante.
Non deve essere stato facile per Wlodek Golkorn tornare con la mente alla sua infanzia in Polonia, alla sua “fuga” in Israele, alla sua vita in Germania, per poi approdare in Italia, a Firenze, dove tuttora vive. Ma deve essersi detto che era suo dovere, un compito a cui non poteva sottrarsi, per cui chiese al suo giornale il permesso di fare questo viaggio, questo pellegrinaggio, in compagnia di una fotografa Neige De Benedetti.
E così è tornato in Polonia, a Cracovia, a Varsavia, per poi raggiungere Auschwitz, Belzec, Sobibor, fino a Treblinka che chiude il cerchio.
Con grande sincerità ci narra cosa ha provato andando in quei luoghi tra rabbia e compassione, tra memorie della sua famiglia e esperienze sue personali, consapevole che il vuoto di senso di tutto questo orrore ancora resta aggrappato a ogni granello di polvere che può contenere ancora tracce di cenere delle vittime passate per i camini dei forni crematori.
Si chiede cosa abbiano provato quelle donne, quegli uomini, quei vecchi, quei bambini in quei momenti. Quando percepivano, dopo le crudeli bugie dei carnefici, che sarebbero andati invece a morire, che non avrebbero avuto più scampo.
Wlodek Golkorn si interroga anche di cosa sia fatta la memoria, la volontà di tramandare quei ricordi ai propri nipoti, perché sappiano la storia della loro famiglia, da dove hanno tratto le radici.
Tra gli orrori del Novecento, e della Seconda Guerra Mondiale in particolare, la Shoa resta una cosa a sé, con peculiarità sue proprie, un’unicità indicibile appunto.
Senza retorica Wlodek Golkorn cerca di capire lui per primo, per poi spiegare a chi ha voglia di ascoltare, il tipo di atteggiamento con cui fare i conti con quelle memorie, con quel passato. Un passato comune, perché di tutto il genere umano non solo del popolo ebraico.
In questo periodo di derive antisemite ne consiglio la lettura, anche per il valore letterario del testo (ci sono punti di estrema bellezza), ma con un’avvertenza: non è una lettura asettica, bisogna giungervi preparati.

Wlodek Goldkorn è stato per molti anni il responsabile culturale de “L’Espresso”. Ha lasciato la Polonia, sua terra nativa, nel 1968. Vive a Firenze. Ha scritto numerosi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale. È co-autore con Rudi Assuntino di Il Guardiano. Marek Edelman racconta (1998) e con Massimo Livi Bacci e Mauro Martini di Civiltà dell’Europa Orientale e del Mediterraneo (2001) e autore di La scelta di Abramo. Identità ebraiche e postmodernità (2006). Per Feltrinelli ha pubblicato Il bambino nella neve (2016).

Source: acquisto personale.

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