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:: La mala erba di Antonio Manzini (Sellerio 2022) a cura di Valerio Calzolaio

6 ottobre 2022

Colle San Martino, trecento abitanti in provincia di Rieti. Marzo e aprile 2009. La graziosa 17enne Samantha De Santis, occhi neri e chioma riccia altrettanto corvina, bel sano corpo, padre Enzo brav’uomo disoccupato e madre Marinella che non sopporta, bravina in matematica e discreta lettrice ma distratta negli studi (sogna di fare veterinaria a Perugia uscendo così per la prima volta dalla regione), è molto irrequieta. Sale anche quel sabato sulla corriera per andare da una frazione al liceo nel capoluogo, ma scende subito prima della provinciale per poi proseguire in motorino (come quasi sempre) con l’amica del cuore Nadia Benetti, l’unica a sapere che ha la mente invasa dai (cattivi) pensieri. Le mestruazioni sono in ritardo di almeno dieci giorni, ha scopato con un fidanzatino compagno di classe che nemmeno le piace e che in genere sta attento Sarebbe una iattura, il paesino è ai margini di tutto, ogni novità passa di bocca in bocca, nessuno si può nascondere, ci si chiude in casa alle sette di sera, lei vorrebbe scappare prima possibile, farsi lontano una vita autonoma e metropolitana, ma la famiglia è povera e indebitata con il vero padrone del borgo, che domina dal grande antico Palazzo in piazza. Si tratta del cinico e baro 63enne Cicci Bellè, estranea moglie Carmela sottomessa e malata (cerca di nasconderlo), immaginario erotico dominato dalla ex (piccola) star televisiva Glenda Solinas (mai incontrata), caro figlio Mariuccio 32enne ritardato (inoltre si masturba compulsivamente, soprattutto quando vede Samantha dalla finestra), proprietario di una Mercedes SL 350 e praticamente di tutti gli immobili del paese (del resto, lì a stipendio fisso sono solo in tre). Ha lo schedario di affitti e prestiti: con la sola terza media tiene tutti in pugno da strozzino, anche l’allampanato furbo padre Graziano, che pure ha i suoi segreti. Le nubi si addensano, ci si inerpica in Appennino sul Monte Cambio, è freddo, si cacciano i cinghiali e potrebbero arrivare lupi, i drammi terreni incombono.

Un altro splendido romanzo. Dal 2013 l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) è divenuto uno degli scrittori italiani più seguiti e apprezzati, famoso per gli undici godibilissimi volumi (oltre a vari racconti) dell’eccelsa sospesa serie Schiavone e per le relative serie televisive. Ha realizzato belle storie anche prima e dopo, iniziando come regista e sceneggiatore, poi con una pièce per il teatro, “Sangue Marcio” (2005), cui era seguito “La giostra dei criceti” (2007) e altri romanzi duri e di vario genere come i recenti “Gli ultimi giorni di quiete” (2020) e questo “La mala erba” (fine settembre 2022), impostati e parzialmente scritti prima di Schiavone, completati e pubblicati ora. Il titolo fa riferimento allo strozzino, “a forza di ammazzare tutto quello che ha intorno, poi muore”, e si estende a ciò che ognuno vorrebbe tagliare delle altrui cattiverie o malignità che lo riguardano, all’insieme delle relazioni perfide di cui non di rado ci dotiamo, quasi tutti ipocriti e menzogneri, relegati a dover essere o diventare lupi e lupe, con solitarie disperazioni senza fondo, soprattutto nelle dinamiche arcaiche, povere sia familiari che civili, di quel paesino inventato (nelle campagne e colline laziali dove l’autore vive). Il noir dolente di Manzini è qui portato all’ennesima potenza; in parte caratterizza anche la serie del vicequestore, una spirale mortale che non prevede redenzione o solidarietà. Prevale sempre e solo l’istinto di sopravvivenza: un provvisorio lieto fine per qualcuno comporta comunque la consapevole devastazione fisica e morale di altri, qui non necessariamente per il tramite di reati penali e di indagini criminali. Il romanzo è ricco di episodi avvincenti e colpi di scena, comunque compiacere i lettori non è la priorità. Manzini spiega che aveva iniziato a scriverlo nell’aprile del 2009, poi la ristesura recente è stata quasi totale. Tutto avviene in terza persona al passato, varia su tanti protagonisti (sono citati decine dei residenti, talora con ruoli importanti, avviluppati negli accadimenti, dagli equilibrati Primo, Ida e Fulvio alla misteriosa bionda Ljuba col figlio, ai vari professori e studenti della scuola, fra cui i coinvolti ragazzi Roberto e Stefano): una narrazione corale, nella quale tocca alla volitiva Samantha rimescolare le carte, per forza di cose; connettere famiglie e generazioni; piegarsi alla legge del più forte e provare a ribaltare i ruoli reciproci di vittime e carnefici, nel bene (poco) e nel male. Quando ci si sposa il barista Pinuccio offre a tutti un bicchiere di prosecco. I ragazzi hanno aggiornati gusti musicali, se la radio manda casualmente in onda Amore disperato, Mariuccio annuisce (o dondola) accanto al padre.

Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato Sangue marcioLa giostra dei criceti (del 2007, riedito da Sellerio nel 2017), Gli ultimi giorni di quiete (2020) e La mala erba (2022). La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus (2019), Ah l’amore l’amore (2020), Vecchie conoscenze (2021) e Le ossa parlano (2022). In altra collana di questa casa editrice ha pubblicato Sull’orlo del precipizio (2015) e Ogni riferimento è puramente casuale (2019). 

Source: libro del recensore.

:: Il mistero della torre del parco e altre storie di Luca Crovi (SEM Milano 2022) a cura di Valerio Calzolaio

18 settembre 2022

Milano e non solo. 1926-1933. A Parco Sempione nella tarda mattinata del 9 agosto 1933, alla presenza del ministro dei Lavori Pubblici onorevole Crollalanza, sta per essere pomposamente inaugurata l’agile snella ardita Torre Littoria (pure con un pranzo nella magnifica terrazza), centootto metri e sessanta centimetri, il secondo luogo più alto della città (circa un metro meno della Madonnina del Duomo), il quinto d’Europa (Eiffel a Parigi, a Berlino, a Grenoble), architettata da Gio Ponti, costruita in 68 giorni. Già qualche settimana prima, dopo una serie di furti, su cortese richiesta personale dell’architetto, era dovuto intervenire il buon mite commissario Carlo De Vincenzi, convincendo El Pinza, il capo dei malnatt della ligéra a restituire tutti i materiali rubati in cambio dell’assunzione di un paio di operai del Bottonuto, il quartiere più nero della città. Quella stessa mattina presto, il custode del cantiere trova nella cabina dell’ascensore della torre il cadavere di un uomo con in testa una maschera antigas, si tratta del sottufficiale Sigismondo Remigi della Compagnia Speciale X, decorato sul campo per le azioni svolte durante la Grande Guerra. Ci fu un sospetto su una di quelle azioni, forse mandarono a morire un manipolo di Arditi con maschere difettose. Ora che l’edificio è stato tranquillamente completato, si tratta di un delitto eclatante, De Vincenzi indaga e, come immaginava, seguono poi altri omicidi, probabilmente ancora connessi a quell’antico episodio. Il commissario dovrà andare a Luino nella magnifica Villa Salvi per ricostruire ingiustizie e giustizie. Il bel racconto è costruito con le tecniche dei feuilleton più classici, fu pubblicato a marzo 2020 durante la pandemia dal quotidiano “Il Giornale”, dieci puntate di circa 1.800 battute (qui con alcune aggiunte), ed è il più lungo e complesso di una deliziosa raccolta di oltre una decina di storie con protagonista il personaggio di Augusto De Angelis, cui il racconto (inserito verso la fine) dà il titolo complessivo.

Ennesima ottima prova letteraria per il critico creativo, conduttore radiofonico, storico del genere giallo ed esuberante fumettologo (alla Sergio Bonelli Editore) Luca Crovi(Milano, 1968). Il racconto “Un pescecane all’Arena”, ambientato nel luglio 1926, costituisce la prima avventura di De Vincenzi scritta dall’autore contemporaneo e risale al 2018, precedente dunque il romanzo d’esordio della serie (“L’ombra del campione”, Rizzoli 2018), continuata con due romanzi nel 2020 e 2022 e ora con questa intera raccolta ben congegnata come un unicum, un romanzo a episodi sul commissario. A impersonare il filo narrativo e a farci da Virgilio sul protagonista è, infatti, la sciura Matilde Maria Ballerini, la vedova portinaia tuttofare della piccola casa di via Massena dove lui abita, ispirata alla bisnonna di Crovi. Maria adora De Vincenzi (il “poeta del crimine”) e legge molto. Quando, in modo apparentemente casuale, trova una sua cartellina azzurra, scopre che contiene una lettera del commissario al dottor Augusto De Angelis (1888-1944, lo scrittore dell’epoca che ha dato lo spunto a Crovi), dove si parla della loro collaborazione per il giallo in via di pubblicazione, “Il banchiere assassinato”, e De Vincenzi annuncia di voler allegare foto, materiali e, soprattutto, dattiloscritti “abbozzi di storie”, da cui forse ricavare altri romanzi, già con molti dialoghi in milanese o malavitoso (il rapporto del commissario con i criminali è una delle chicche già nel grande De Angelis). Siamo nelle mani (sempre in terza persona) dell’acuta sensibile portinaia che si gode ogni foglio, commenta le trame, aggiunge citazioni e poesie (debitrice verso molti libri del padrone di casa, da Platone a Sant’Agostino e a vari poeti italiani e stranieri), descrive le immagini (una ventina in tutto, splendidamente in bianco e nero, provenienti dal Fondo Riccardo Bauer, come spiega nell’appendice Crovi, che conclude il volume costruendo un racconto in cui Bauer incontra De Vincenzi). Nei successivi racconti il commissario incrocia con garbo Alfred Hitchcock, Antonio Gramsci, Nguyễn Sinh Cung (Hồ Chí Minh), Nicolò Carosio e molte altre personalità poi divenute famosissime, davvero storicamente capitate in quegli anni a Milano (in questura, in carcere, nella Trattoria della Pesa, in stazione e in altri luoghi topici descritti con maestria, pure fuori la città). Lo spunto è in un fatto di cronaca (se criminale, più furti che omicidi) o in una contingenza sociale e istituzionale. Lo stesso De Angelis si doterà della cartelletta. Nella gita in Piemonte un oste truffaldino rifila agli avventori Bracchetto annacquato. Stramilano cantata da Cravel.

Luca Crovi è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Collabora con diversi quotidiani e periodici, ed è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) trasformata nell’omonima trasmissione radiofonica di Radiodue. Per Rizzoli ha pubblicato L’ombra del campione (2018) e L’ultima canzone del Naviglio (2020).

Source: libro del recensore.

:: Torino Nouvelle Vague di Franco Ricciardiello (Todaro, Lugano 2022) a cura di Valerio Calzolaio

13 settembre 2022

Torino. Ottobre 2008. All’Hotel a cinque stelle Duc d’Aoste et de Chambéry soggiornano molte delle personalità ospiti del festival cinematografico della Nouvelle Vague, soprattutto registi, attori e relativi accompagnatori. Il sabato sera al Museo del Cinema si svolge proprio la splendente sfarzosa Nuit Blanche, premi e discorsi importanti. Quando tutti insieme tornano in albergo viene assassinata Alma Sofi Jensen Falk, famosa attrice francese 68enne, nata in Svezia e con cittadinanza italiana, da tutti conosciuta come Sophie Alma, il suo primo marito era stato l’immenso anziano Jean-Simon Leclercq, occhiali dalla montatura di celluloide nera e pochi capelli grigi pettinati in tutte le direzioni, anche lui presente con la nuova compagna. Arrivano i poliziotti, il cadavere si trova nell’ampia stanza all’ultimo piano, medico legale e scientifica compiono le iniziali verifiche, prima dell’alba prende in mano la situazione il commissario Mauro Ferrando, i giornalisti non sono ancora arrivati ma non tarderanno. Cercando nel giardino sotto le finestre del ristorante, Mauro trova la probabile arma del delitto, la statuetta consegnata poche ore prima dal festival all’attrice, e domenica mattina presto va a Palazzo di Giustizia per parlare con il Procuratore, che assegna il caso al più caro amico e coetaneo di Mauro, il 36enne pm Erasmo ‘Rasmo Mancini, da luglio tornato a vivere e lavorare a Torino (dopo otto anni a Roma con la moglie), ormai consensualmente separato e capace il mese prima (in ferie) di risolvere comunque due rapimenti di minori e un omicidio (oltre che di scrivere un libro), appassionato di cinema e indefesso lavoratore. Anche Mancini era andato alla Notte Bianca, per accompagnare la giovane traduttrice (dal e verso cinese e giapponese) Marina Cattani, aveva pure fuggevolmente incontrato l’uccisa sul belvedere che sorregge la guglia della Mole Antonelliana. È tutto un programma… tanto più che molti sono convinti che il colpevole sia Leclerq.

L’ottimo poliedrico scrittore Franco Ricciardiello (Vercelli, 1961) voleva realizzare un omaggio a Jean-Luc Godard (1930) e non poteva certo sapere che sarebbe morto oggi, il 13 settembre, a pochi mesi dalla pubblicazione del suo bel romanzo, narrato in terza persona su Erasmo (alcune scene su Mauro, in parallelo, la soluzione spetterà a entrambi). Leggere quest’avventura è un buon modo no fiction per ricordare il grande réalisateur de cinéma. I titoli dei quindici capitoli riprendono i titoli dei film da lui diretti, da À bout de souffle a Un film comme les autres; poi l’indagine impone di vedere o fa tornare alla memoria innumerevoli sue scene, raccontate con cura e precisione. I dialoghi spesso surreali fra i protagonisti e il regista sono in linea con i personaggi creati nella relativa cinematografia (Mancini era vissuto a Parigi e parla bene francese, meno l’inglese). Ovviamente Leclerq è Godard, praticamente ogni straordinaria risposta agli interrogatori più o meno formali è tratta da sue interviste e dichiarazioni. Del resto, quasi a metà romanzo, il regista sceglie di confessare l’omicidio, pur se il pm capisce subito che non è vero, lui invece è l’affascinante protagonista della fiction. Se può va elegante e comodo in bicicletta, evita i giornalisti e le telecamere, non beve alcolici, scrive di musica, non ha un televisore, l’aspetto spicca oltremodo. Ogni donna gli sorride e lo brama, molte e belle lo insidiano. Il suo metodo investigativo è accumulare quante più informazioni possibili, tentare collegamenti incrociati e aumentare le probabilità di incappare nell’indizio casuale che può aiutare. Così studia eventuali casi analoghi di femminicidi o violenze da parte di gente famosa (e li rileggiamo con lui) e non gli sfugge che c’è stato anche l’annegamento nel Po di un uomo con fisionomia scandinava o svedese. Erasmo è attratto da Marina e vivono da settimane una storia segreta (vegetariana), hanno fatto il patto di non nascondersi mai nulla, ma anche lei piace e deve pure testimoniare in un processo nel quale lui sostiene l’accusa da pubblico ministero, non si potrebbe. Inoltre, Mancini è davvero assorbito dal lavoro, come Ferrando soffrono di terrore del vuoto e di alta febbre del fare. Una giornalista intraprendente si ubriaca col Beaujolais, Erasmo ricomincia a gustare il bicerin col cioccolato fondente. Musiche tante e ben scelte, anche se la soluzione sta negli Abba.

Franco Ricciardiello, nato a Vercelli nel 1961, scrive e pubblica fantascienza dal 1981. Ha pubblicato due romanzi su Urania, Ai margini del caos, vincitore del premio Urania nel 1998 uscito anche in Francia da Flammarion, e Radio aliena Hasselblad, nel 2002. Suoi racconti sono stati inclusi nelle antologie bestseller Millelire di Stampa Alternativa. Negli anni ottanta ha collaborato e diretto la fanzine The Dark Side. Più recentemente ha scritto anche gialli, vincendo nel 2002 il premio di narrativa poliziesca Orme Gialle e nel 2005 il premio Gran Giallo Città di Cattolica. Nel 2007 col romanzo Autunno Antimonio ha vinto il premio Delitto d’Autore.

Source: libro del recensore.

:: In breve: Le trecce d’oro dei defunti di Alan Bradley (Sellerio 2022) a cura di Valerio Calzolaio

10 settembre 2022

Toronto. 1952. Flavia, 13enne dagli occhi azzurri, udito sopraffino e talento chimico, è alla festa di matrimonio della sorella 19enne Feely, insieme all’altra sorella (di mezzo) Daffy. Dalla crema della torta vien fuori un dito mozzato, scopre che apparteneva al cadavere sepolto della chitarrista spagnola Adriana Castelnuovo. Sa di essere “una ragazza di intelligenza superiore alla media” e che la polizia di Sua Maestà ha spesso richiesto con successo la sua consulenza. Decide di fondare un’agenzia investigativa insieme al fido Dogger, già valletto e giardiniere del suo defunto padre. Il loro primo caso riguarda una loro vicina, devono ritrovare la corrispondenza del padre di lei, omeopata appartatosi in casa di cura, ma la signora viene uccisa e forse c’entra qualcosa anche quel dito. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dal canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’undicesimo, “Le trecce d’oro dei defunti”, come sempre in prima persona.

Alan Bradley (Toronto, 1938) è stato professore, giornalista, autore radiofonico fino a quando si è dedicato interamente all’attività di scrittore. Nel 2007 il suo primo romanzo con protagonista Flavia de Luce vince il Dagger Award, il premio della Crime Writers’ Association inglese, come miglior esordio. La serie Flavia de Luce mysteries, arrivata al sesto volume, è ora un sorprendente successo mondiale, premiata con vari riconoscimenti e tradotta in 31 lingue. Questa casa editrice ha pubblicato Aringhe rosse senza mostarda (2013), Il Natale di Flavia de Luce (2013), A spasso tra le tombe (2014), Un segreto per Flavia de Luce (2015), Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli (2016) La morte non è cosa per ragazzine (2017), Flavia de Luce e il cadavere nel camino (2017), Il gatto striato miagola tre volte. Un romanzo di Flavia de Luce (2019), Un posto intimo e bello (2020).

Source: libro del recensore.

:: L’incubo della farfalla di Francesco Ferracin (Linea, Padova 2022) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2022

Mentre osservavo la zuppa sobbollire, il mio telefono cellulare cominciò a squillare. Un numero italiano che cominciava con 095. Non conoscendo nessuno con quel prefisso, esitai un attimo prima di rispondere. E quando lo feci, all’altro capo una voce disse: «Sono Battiato, ti ricordi?»
(…)

Non lo avevo capito, allora, ma il suo era stato un congedo, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, in questa esistenza. Il ricordo di quello che mi disse non mi abbandonerà  mai, come mai dimenticherò la sua generosità e il privilegio di essergli stato amico. Ci sono voluti altri cinque anni prima che mi decidessi a pubblicare il risultato di quel nostro incontro artistico, nella sua interezza, e così facendo mettere il punto a una storia che mi ha accompagnato per metà della mia vita.

Dalla postfazione: Battiato nel Regno del ritorno.

Venezia, Berlino e altrove. 1998-2021. Il racconto potrebbe iniziare dalla postfazione dello scrittore e sceneggiatore seminomade Francesco Ferracin (Venezia, 1973), intitolata: “L’INCUBO DELLA FARFALLA sive Franco Battiato e il Regno del Ritorno”, ovvero Francesco e Franco. L’autore incrociò meglio le canzoni del musicista solo nell’estate 1992, un amico stufo dei suoi insopportabili gusti aveva infilato una cassetta nell’autoradio andando in spiaggia al Lido di Jesolo. Questa volta ci fu una folgorazione, le parole evocavano immagini, odori, echi antichi e moderni, un’esperienza sinestetica. La musica di Battiato accompagna Ferracin nei tre decenni successivi, lontano da Venezia durante i primi due, in giro per il mondo a seguire la passione e la vocazione per il cinema. Quando scrive Eight, un progetto di film ispirato a/da Ching sulle leggi della sincronicità, si convince che solo Battiato (in quei giorni di settembre 2005 in concorso a Venezia con il secondo lungometraggio) avrebbe saputo come girarlo. Gli invia una mail, s’incontrano a Padova, parlano di taoismo esoterico, retroguardie artistico-musicali, poesia e cinema trascendentali. Iniziano allora uno scambio di idee e una frequentazione culturale. A fine 2007 Battiato va a Berlino dove Ferracin ora prevalentemente vive, con moglie e infante di due mesi. Lo chiama e si vedono più volte, parlano subito del nuovo film del grande artista, Handel, e negli anni successivi s’avvia la collaborazione su un impegnativo progetto che per varie ragioni non vede la luce, Viaggio nel regno del ritorno. Si confrontano per anni, Ferracin ne stende la sceneggiatura, nel 2013 confida a Battiato di aver scritto nel 1998 un poema epico e fantastico sullo stesso tema narrativo, il monologo di un elfo, spunti da Tolkien (appartenente alla frangia più tradizionalista del cattolicesimo). Battiato è entusiasta del testo, lo rivede e ne realizzano insieme il poema sinfonico L’incubo della farfalla, un successo, appunto!

Pensieri scritti (in genere pensati e scritti su un taccuino a un tavolo di caffè), poesie, musiche, narrazioni sparse di storie tra fiction e realtà, incroci di frasi, versi, toni, stazioni e note musicali (dal mi bemolle al re minore): un’opera musicale in prosa o un’autografia (confessione immediata di un’anima trascendente) o un prosimetro o un poema o il racconto autobiografico di un corpo che prende coscienza di sé attraverso illusioni e contraddizioni contemporanee o la trattazione poetica del venire al mondo e di interrogarsene tramite la fantasia, vedete voi. Irrecensibile, sincronica, elegiaca, curiosa, godibile. Lo stesso autore si serve pure della dotta introduzione “Autografia di un’anima” firmata René A. d’Albion, allo scopo di spiegare il complicato ricorso alla lingua scritta per rivelare quello che solo la musica e la pittura sono in grado di fare, soprattutto quei testi (come questi) vergati attraverso un processo di intuizione arazionale. L’opera è breve, divisa in quattro parti interconnesse, sempre intervallando frasi e versi, citazioni e giochi di parole: Impermanenza (titoletti in varie lingue, narrazione in prima), Metamorphosis (24 brevi paragrafi in prima), L’incubo della farfalla (4 movimenti, in terza e prima), El Juego (vari momenti diacronici nel tempo fra il 1890 e il 1995, in prima). L’esistenziale romantico tema narrativo è il ritorno, un percorso verticale a spirale, non orizzontale, né tantomeno positivo. La terza parte, che dà il titolo all’intero volume, prende spunto da un aneddoto sul filosofo taoista Chang-Tzu (369-286 a.C.): addormentato sotto a un albero sogna di essere una farfalla che si posa su un fiore e si addormenta; quando si sveglia non sa se è lui ad aver sognato di essere una farfalla o se è la farfalla che sta sognando di essere un filosofo addormentato; più un incubo che un sogno, suggerì Battiato. Il testo della loro collaborazione è stato rielaborato anni dopo, affinché potesse essere messo in scena nella sua interezza, ora per la prima volta stampato.

Francesco Ferracin nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l’Europa e l’Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Ha collaborato con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L’incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel.

Source: libro del recensore.