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:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Albergo Italia di Carlo Lucarelli (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 luglio 2014
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A sei anni da L’ottava vibrazione, romanzo sperimentale metà storico e metà noir sulla disfatta di Adua, Carlo Lucarelli torna in libreria, sempre per Einaudi, con un nuovo romanzo del cosiddetto ciclo coloniale dal titolo Albergo Italia. Un agile volumetto, su per giù 120 pagine, più un racconto lungo che un vero romanzo, pubblicato in collaborazione con L’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicenetenario dei Carabinieri. Un’opera su commissione, forse, sta di fatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità narrativa di questo autore che più che altro conoscevo per apparizioni televisive, articoli giornalistici e sceneggiati tratti dai suoi libri (De Luca e Coliandro).
Sull’originalità della trama avrei qualche riserva, troppi punti in comune con l’opera di un altro scrittore italiano specializzato in noir coloniali, ma non ho prove per affermare che Lucarelli sia stato influenzato da questo autore, solo un senso di dejavu. Poi L’Ottava vibrazione, in cui appare per la prima volta il personaggio di Colaprico, apparve in tempi non sospetti, nel 2008, quando anche l’altro autore iniziava i primi passi. Coincidenze? Forse più che altro frutto del junghiano immaginario collettivo.
Dunque siamo ad Asmara, nuova capitale della colonia d’Eritrea, Africa Orientale, nell’ultimo anno dell’Ottocento. La disfatta di Adua è ancora nell’aria come memento di una fallimentare impresa coloniale, che sembra così inadatta all’ indolente popolo italico. Ma anche l’ostinazione non manca e cosa c’è di meglio che erigere un nuovo albergo, il più grande, il più moderno, il più elegante – e ancora l’unico – della nuova Asmara, per testimoniare la grandezza, e i sogni di gloria di un popolo che bada al sodo, agli affari, agli investimenti che la madrepatria avrebbe fatto in colonia. E dove c’è ricchezza, c’è corruzione, e molto spesso delitti.
E proprio il giorno dell’inaugurazione dell’Albergo Italia, battezzato da una violenta grandinata, viene rinvenuto il corpo nudo e appeso per il collo alla ventola del soffitto, di Farandola Antonio, di anni 46, residente a Torino, professione tipografo. Un apparente suicidio a funestare l’allegria della festa, con ospite di eccezione pure sua eccellenza il governatore in giro per le colonie prima del suo ritorno in Italia, non ci bastava la grandine. Ma un suicidio non è. Ci mette poco lo zaptiè Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico, incaricato delle indagini, a capirlo. Manco la punta dei piedi del morto ci arriva allo sgabello, particolare che non sfugge pure al militare italiano, forse solo un attimo dopo.
E’ così che inizia Albergo Italia, anzi sarebbe necessario fare un passo indietro. Nel prologo un fatto, un furto di una cassaforte, dal contenuto misterioso, sembra essere l’inizio di tutto, ma a pensarci bene bisognerebbe andare ancora più indietro, a un grande scandalo, forse il maggiore dell’Italia postunitaria, che vide coinvolti Giolitti e il suo predecessore Crispi. In un gioco di scatole cinesi Lucarelli trova modo di parlare dell’Italia di ieri e di oggi, l’Italia del malaffare, degli scandali sepolti, dei crimini per cui nessuno paga.
Un ritratto insomma non tanto edificante di un’ Italia, (trova modo pure di fare accenni alla maffia, e all’uccisione sul treno che porta a Palermo del marchese Notabartalo, presidente del Banco di Sicilia), di arraffoni, traffichini, faccendieri, servizi segreti (quanto deviati non si sa), e avventurieri, anche donne a caccia di un ricco marito come il personaggio di Margherita di cui Colaprico si scoprirà innamorato. (Sì, per colpa della solitudine, impantanato in quella colonia dal clima insopportabile, così lontano da casa sua).
Particolarmente riuscito il personaggio del buluk-basci Ogbà, ”lo Sherlok Holmes abissino”, con la sua testa calva e la sua rassegnata accettazione della presenza italiana come un male necessario. Lui contadino, costretto ad abbandonare la sua terra arida e avara e per dare da mangiare alla famiglia costretto ad arruolarsi. Lui più acuto e scaltro dei suoi superiori, anche se legato da un legame di fraterna amicizia con il capitano Colaprico. Lui che non sa scrivere o leggere ma imparerà sui libri di Sir Arthur Conan Doyle. Troppo breve forse per non accennare solo e costruire tracce per nuovi romanzi con questi personaggi. La lettura è stata piacevole quindi, da lettrice, me lo auguro.

Carlo Lucarelli (Parma 1960) ha pubblicato per Einaudi Stile Libero Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo Caduto (2001), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000), Lupo mannaro (2001), Falange armata (2002), Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008), Il lato sinistro del cuore (2003), Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), con allegati i Dvd del ciclo televisivo Blu notte, G8. Cronaca di una battaglia, con un Dvd sui fatti di Genova, La faccia nascosta della luna. Storie di delitti e misteri tra musica, cinema e dintorni (2009), il romanzo epico L’ottava vibrazione e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste (2008), I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia (2010). Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002). Suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005), Crimini italiani (2008) e Sei fuori posto (2010). Nel 2009 è uscito il graphic novel Protocollo (con Marco Bolognesi). Nel 2011 ha pubblicato, insieme a Andrea Camilleri e Giancarlo De Cataldo, Giudici. Nel 2013 ha pubblicato, sempre per Einaudi Stile Libero, Il sogno di volare e il volume L’ispettore Grazia Negro (che riunisce i tre romanzi Lupo mannaro, Almost Blue e Un giorno dopo l’altro); nel 2014 Giochi criminali (con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Giancarlo De Cataldo) e Albergo Italia. L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie L’ispettore Coliandro e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Conduce da alcuni anni in Tv Blu notte. Il suo primo film, L’isola dell’Angelo Caduto, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Rebecca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.