Posts Tagged ‘Poesia’

:: Esce per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno un piccolo gioiello editoriale di Nicola Vacca e Mario Pugliese “Dal tratto alle parole”

11 aprile 2018

Dal tratto alle parole

Dal tratto alle parole è il tentativo riuscito di un confronto tra due artisti: il pittore e il poeta si sono incontrati e hanno dato vita non solo a un libro, ma anche a un principio: nella cultura e nella vita nessuno si salva da solo. Questo ci hanno insegnato i grandi della letteratura, che qui sono omaggiati dal tratto di Mario Pugliese e dalle parole di Nicola Vacca.

Dal tratto alle parole, il libro che vi apprestate a leggere, è il frutto della collaborazione tra Nicola Vacca, poeta, e Mario Pugliese, artista. È un omaggio ad alcuni giganti, quasi tutti vissuti nel Novecento, o comunque sofferenti testimoni della modernità, appartenenti a filoni letterari differenti e ad aree geografiche disparate, accomunati dal desiderio mai sopito del fare letteratura a partire da sé, da esperienze difficili, estreme, assurde o labirintiche. Tutti hanno scavato nel cuore malato dell’uomo: Emil Cioran, Federico Garcia Lorca, Fernando Pessoa, Cesare Pavese, Italo Calvino, Albert Camus, Edgar Allan Poe, Charles Bukowski, Virginia Woolf, Alda Merini, Wisława Szymborska, Simone Weil, Marcel Proust, Boris Pasternak, John Fante, Jorge Luis Borges. (…) Un viaggio rapido e incisivo tra i ritratti di scrittori e poeti che si sono opposti all’imperativo massificante del quieto vivere e si sono donati al demone della scrittura, spillando inchiostro dalle proprie vene”.

Dalla prefazione di Alessandro Vergari

Sono orgoglioso di pubblicare questo lavoro – dichiara l’editore Stefano Donno – perché è un dono straordinario all’arte e alla letteratura in una perfetta simbiosi di linguaggi che si contaminano: quelli della poesia di Nicola Vacca e quelli del segno del maestro Mario Pugliese. Emil Cioran, Federico Garcia Lorca, Fernando Pessoa, Cesare Pavese, Italo Calvino, Albert Camus, Edgar Allan Poe, Charles Bukowski, Virginia Woolf, Alda Merini, Wisława Szymborska, Simone Weil, Marcel Proust, Boris Pasternak, John Fante, Jorge Luis Borges. Questi sono i grandi nomi da cui nasce la collaborazione tra Nicola Vacca e Mario Pugliese. Il risultato è un piccolo gioiello editoriale”

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea.

Mario Pugliese, classe 1964, diplomato al liceo artistico di Bari si specializza a Udine in grafica pubblicitaria. Collabora con diversi artisti e musicisti alla divulgazione dell’arte e della musica come strumento di comunicazione. È presidente dell’associazione “Artensione” e direttore artistico di “Spaziounotre” a Gioia del Colle dove risiede e lavora.

:: Angina d’amour di Giulio Maffii (Arcipelago Itaca 2018) a cura di Nicola Vacca

29 marzo 2018
Angina d'amour

Clicca sulla cover per l’acquisto

Giulio Maffii scrive poesie dal disincanto di un universale vuoto d’amore.
Il poeta sta con gli occhi aperti della disillusione nel progetto di un freddo perenne, caro a Cosimo Ortesta, uno dei suoi poeti preferiti.
Angina d’Amour è la sua nuova raccolta in cui il poeta toscano si muove intorno alle ferite e all’eutanasia del concetto di amore.
Versi taglienti e essenziali in cui il sentimento amoroso crepa per l’insufficienza delle relazioni umane.
Nelle parole di Giulio il gelo fa più male dell’assenza e davanti all’abisso che inghiotte tutto la poesia brucia e consuma ogni cosa di questa vita di cui non rimane niente.
Attraverso la poesia Maffii ci dice che in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo contenitori di menzione che già da tempo abbiamo dissipato ogni forma d’amore.
Angina d’Amour è il libro spietato di un poeta che non ha paura di guardare in faccia le negazioni nichilistiche del suo tempo.
La sua poesia nasce proprio dalle negazioni e dal massacro del contemporaneo di cui noi siamo sillabe mancanti.
Nei versi di Maffii si trova la serena disperazione di Umberto Saba, la nudità esistenziale di Eliot che denuncia l’incapacità degli uomini di cantare l’amore.

«Siamo dentro luoghi guasti /nella disaffezione carnale /All’angolo bucce di frutta /e sterco e granito».

Nella poesia di Giulio Maffii l’inverno sostituisce un altro inverno e sarà sempre più difficile colmare questo vuoto d’amore dove siamo precipitati. Siamo solo in grado di esprimere una feroce mimica del legno in cui ci lecchiamo in silenzio le ferite, assistendo impotenti all’amore che muore ogni giorno a causa di infarti infiniti, quelli dei nostri cuori che non sopravvivono al peso mortale di un’assenza:

«La prima notte facemmo l’amore / tre volte ma si tratta di un errore / un semplice sbaglio nel conteggio /del resto parliamo di un filo /con poca matematica tra pelle /e pelle che si strofina /quindi l’amore è statica / oppure calamita /ma non si può contare /od indossare cambiando taglia / È una foglia per coprire /le nudità o l’odore di vecchio /Del resto non hai ricordo /di quella prima notte confusa /nella trigonometria sentimentale /numeri primi /come il tre /accendono lo sguardo algebrico /di me di te e di sé».

Nel progetto di un freddo perenne troviamo il poeta che ci racconta come la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore.

Giulio Maffii dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto. Osserva il mondo dagli zigomi delle finestre, dai balconi, dai finestrini d’auto. Spesso ci scappa un porticato. Adora attraversare corridoi. Vive e scrive. Studia e narra. Si può trovare di frequente sul web. Incentiva la piccola editoria, però quella seria e appassionata: qui pubblica volentieri. Ogni tanto accetta di buon grado premi, passeggiando tra l’odore amaro delle felci o incontrando sul cammino le mucche che non leggono Montale. Prova ad essere saggio preferibilmente a giorni alterni.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: Attualmente non disponibile, ma ordinabile (previsti 15/20 giorni lavorativi).

:: Verranno rondini fanciulle di Marcello Buttazzo (I Quaderni del Bardo edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

28 febbraio 2018
Verranno rondini fanciulle

Clicca sulla cover per l’acquisto

Marcello Buttazzo è un poeta salentino. La sua poesia nasce nel cuore di questa terra che è stata fertile di poeti. Salvatore Toma, Vittorio bodini, Claudia Ruggeri, Antonio Verri, questi alcuni nomi che fanno parte della formazione di Marcello e ci sono tutti in Verranno rondini fanciulle, la nuova raccolta appena pubblicata per i tipi de I Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno (iquadernidelbardoed@libero.it).
Il poeta nella declinazione esistenziale delle stagioni scrive versi per raccontare il tempo di un vissuto che dilania e stupisce.
È il tempo il filo rosso che lega le poesie di Marcello Buttazzo. Del tempo il poeta scava gli inganni, della vita coglie i colori forti e intensi:

«Non parlarmi del tempo, / il tempo è un inganno. / Non dirmi più dell’ebbrezza dell’attimo, /ad ogni inatteso momento di gioia / succede inevitabilmente una stagione di travaglio».

La poesia per Marcello Buttazzo è un rosario taciturno di parole, un modo discreto e intimo di indagare il silenzio, incamminarsi lentamente ogni giorno sulla strada inesorabile del tempo, un’ossessione inevitabile di un gioco assurdo e reale chiamato vita.
Buttazzo è un lirico incandescente e la parola sulla pagina si incendia, come la passione che da poeta porta nel cuore quando scrive dalle viscere della sua terra versi essenziali seguendo un volo di «rondini anarchiche e libertarie».
Marcello Buttazzo è un poeta d’amore e di libertà e Verranno rondini fanciulle è un piccolo libro prezioso che tra le sue pagini custodisce l’autenticità di un uomo che si scava dentro fino a toccare con mano e con l’anima il cuore segreto e nascosto delle parole.

«È un viaggio fantastico nel reale. – scrive Vito Antonio Conte nella prefazione – È un viaggio traverso la purezza di un’anima».

Marcello Buttazzo è un poeta che ha una sensibilità spiccata. I suoi versi sono delicati e fragili, e inciampano sempre in quell’inganno del tempo che spezza le corde della memoria, che recide cose e persone.
Allo stesso tempo la sua poesia sa essere una grammatica interiore da respirare a piene mani.
Una esperienza dell’anima che tra detti e non detti scopre, rivela e lancia una bellezza che sa essere pensiero da rincorrere nel sentire di un amore circolare in cui la poesia, prima di tutto, ha le sembianze della libertà che è un volo di rondini fanciulle.

Marcello Buttazzo, poeta e scrittore. È nato a Lecce. Ha pubblicato diversi libri tra cui: Canto intimo, Di rosso tormento, Origami di parole.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa, si ringrazia Stefano Donno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018
poesie scelte

Clicca sulla cover per l’acquisto

«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le voci infinite della poesia di Claribel Alegría, a cura di Nicola Vacca

26 gennaio 2018

alegria«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».

Così Samuele editore, che ha pubblicato Voci (nella traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto) libro con cui Clarabel si è aggiudicato nel 2016 il Premio Internazionale Camaiore, dà la notizia della morte della poetessa nicaraguense.
Claribel Alegría è tra le maggiori esponenti della letteratura centro e sud americana. Poetessa tradotta in 15 lingue, classe 1924, fu apprezzata dal premio Nobel Juan Ramón Jiménez.
La sua poesia è chiarezza pura che sfida i territori contorti dell’implicito. Nei suoi versi Claribel ascolta il mondo e preferisce la parola nuda per rivolgersi alla condizione umana e raccontarne tutta la bellezza, comprese le sue fragili contraddizioni.
Voci è un prezioso gioiello poetico in cui Claribel con uno sguardo al suo vissuto intenso redige un testamento in versi da lasciare ai suoi pronipoti.
Parole forti e un linguaggio semplice e mai banale con cui la poetessa si interroga, anche con ironia, sull’ esistenza. Al centro della sua creazione poetica troviamo la morte, il tempo, l’amore, la perdita e soprattutto quella necessità di testimoniare un desiderio intenso di vivere.
Vanno ascoltate le voci infinite di Claribel Alegría. Voci che affondano in una poesia pura che non si nasconde e che nulla vuole nascondere.
In tutte le voci di Claribel c’è la voce unica della poesia necessaria che è la cosa più possibile su questa terra dove tutto sta diventando impossibile.

alegria2

«Queste voci – scrive Zingonia Zingone nella prefazione – parlano delle paure, dei dubbi, della certezza anelata e l’incertezza che prende il sopravvento».

Srivere è stato il suo modo di stare sola, ma allo stesso tempo la possibilità di regalare tutte le voci infinite della sua coscienza a noi che la leggiamo e a chi dopo di noi resterà.
Così nasce la grande poesia, e Claribel resterà nella memoria una poetessa umilmente immensa che nella schiettezza della parola nuda conosce la consapevolezza del distacco ma evita di consumarsi nella nostalgia. Ha scritto poesie senza mai tradire le parole e la vita, certa che un segnale sarà avvertito in questo tempo di allarmi.

Testamento

Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
Con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
Intero.
riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.

:: Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori di Maurizio Leo (I Quaderni del Bardo edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 dicembre 2017

nella macchina di nealMaurizio Leo scrive versi prestando ascolto a un’essenzialità feroce in cui si trovano tutti gli accenti di una realtà dismessa.
Dal Salento di Salvatore Toma e Antonio Verri, Leo nella sua poesia cerca un lessico nudo in cui ogni cosa appare per quello che è.
Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori ( i Quaderni del bardo edizioni) il poeta senza concedere nulla agli orpelli della lingua affonda la penna nel cuore trafitto del mondo e ne attraversa i paesaggi desolati, racconta senza filtri e abbellimenti la realtà scarna con le sue infinite pochezze.
Le parole che sceglie per scrivere le sue poesie sono dirette, crude e hanno tutta l’intenzione di squartare e non di consolare.

«Maurizio Leo è inadatto alla vita, – scrive Anastasia Leo nella postfazione – un piccolo poeta maledetto tirato malamente fuori dalla sua storia infinita, un eterno Peter Pan scagliato nella realtà della crescita».

Stanze fredde, piogge incessanti che spalancano baratri, paesaggi come pozzanghere inadatti al nostro status di creature immobili, queste sono le coordinate della poesia di Maurizio Leo, che si muove nelle trame postmoderne di questa nuova terra desolata del Terzo Millennio dove colmi di mancanze si sopravvive senza avere alcuna direzione.

«stai attento / questo posto /non mi piace /è troppo buio /e i gatti non miagolano».

Versi essenziali e feroci che non hanno paura alcuna di ferire il nostro tempo.
Il poeta guarda in faccia la realtà e scrive del nostro mondo e delle sue brutture.

«Sono figure superstiti – scrive Antonio Errico nella prefazione – quelle che guardano se stesse in questa poesia di Maurizio Leo che sfilaccia il Novecento e s’insinua nei sotterranei di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio».

Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori è un piccolo libro di versi scritti da un poeta che conosce la fatica di entrare nella parola.

« cosa vuoi mangiare questa sera? / ma non c’è nulla /solo suoni e voci dal cortile / è rimasto solo un ipocrita / non degno del tuo affetto».

Versi che il poeta stringe in un pugno e non nasconde mai la mano dopo averli scagliati come dardi sulla terra dove si consuma ogni giorno la disfatta degli esseri umani.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

:: Cuore nuovo e altre poesie di Federico Garcia Lorca (Via del Vento edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

12 dicembre 2017

FEDERICO GARCIA LORCA CUORE NUOVOCerco chi cerco,/ 
dimmi: a te che te ne importa?/ 
Cerco quello che cerco,/ 
la mia gioia e la mia persona”.

Le poesie racchiuse nel raffinato opuscolo “Cuore nuovo” (pubblicato da “Via del Vento edizioni”) di Federico Garcia Lorca mi sembrano sotto Natale come tante stelle rosse che popolano l’immaginario più cristallino, quello che come una membrana avvolge l’anima, la sede del nostro emotivo sentire. E’ tutto un fruscio, potrebbero essere foglie morte cadute sul marciapiede, ma il loro spessore è tipico della neve che copiosa scende a imbiancare le pareti dello spirito mai curvo di un poeta grande come la sua paura. Il timore di un genio di rimanere compreso a metà. Perché le liriche di Lorca sono fatte di strati come la torta sette veli. Una bontà per intenditori e non. Chi non ha amato il suo coraggio, la sua lungimiranza, il suo antiappiattimento esistenziale? E’ stato un intellettuale che ha giocato d’azzardo con i propri struggimenti interiori. E ha battuto la propria umana parzialità. Lo dimostrano queste poesie che a un lavoro di profondo scavo nelle tematiche popolari e colte uniscono – persino nel teatro – un’intensa ispirazione del fare poetico. Sin dai suoi primi libri, del resto, si denota un profondo malessere nelle evocazioni nostalgiche dell’infanzia – paradiso perduto – o del dolore del suo cuore che testimoniano una crisi giovanile da rapportare al problema della sua omosessualità.
Basta assaporare pochi versi della “Poesia doppia del Lago Eden”:

(..) “Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,/
voglio la mia libertà, il mio amore umano/
all’angolo più oscuro del vento che nessuno vuole./
Il mio amore umano!”.

E’ il grido, l’urlo di un essere che ha provato le vertigini dell’assoluto vuoto esterno, mentre dentro è un vulcano che erutta desiderio di liberazione, amore, incanto. Il poeta è riuscito a creare una impalcatura individuale attraverso l’uso del monologo drammatico: soggetti fuori dalla norma difendono le loro idee fino alla morte. I protagonisti però nascono e si confondono nella moltitudine. E’ nella massa umana che si prova e si conosce la solitudine. E un genio è sempre solitario in cima all’albero. Il linguaggio si rinnova, c’è un uso abbondante di metafore nonché una visione a volte atroce e terribile: Amore e Morte diventano complementari, come in quasi tutta la produzione lorchiana.
A Mercedes nel suo volo

Una viola di luce rigida e gelata/
sei ormai tra i dirupi dell’altura./
Una voce senza gola, voce oscura/
che suona in tutto senza suonare in nulla./
Il tuo pensiero è neve scivolata/
nella gloria senza fine della bianchezza./
Il tuo profilo è perenne bruciatura,/
il tuo cuore colomba liberata./
Canta ormai nell’aria senza catena/
la mattutina fragrante melodia,/
monte di luce e piaga di giglio./
Noi qua di giorno e di notte/
faremo all’angolo della pena/
una ghirlanda di malinconia”.

Volume curato e tradotto da Alessandro Ghignoli.

Federico Garcia Lorca nasce a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Nel 1918 pubblica il suo primo libro “Impresiones y paisaje” frutto dei suoi viaggi nella vecchia Castiglia. Nel 1929 parte per gli Stati Uniti.
Soggiorna presso la Columbia University.
Frequenta i quartieri dei neri e degli immigrati e rimane affascinato dal jazz. Nel 1930 si reca a Cuba per un ciclo di conferenze e alla fine dell’anno ritorna in Spagna.
Nel luglio del 1936, quando la guerra civile è ormai imminente, Lorca si reca a Granada; denunciato come “rosso”, si rifugia in casa della famiglia Rosales, viene arrestato il 17 agosto ed è fucilato dai franchisti nella notte tra il 18 e il 19 presso Viznar.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Elogio dell’ombra di Jorge Luis Borges (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2017

elogio dell' ombraElogio dell’ombra è il punto più alto della poesia di Jorge Luis Borges. Il libro, in una nuova e importante traduzione di Tommaso Scarano, torna in libreria per i tipi di Adelphi.
Scritto tra il giugno 1967 e l’agosto 1969, questo volume di versi rappresenta per il grande scrittore argentino uno dei momenti più significativi della sua poesia congetturale e labirintica.
L’inconoscibilità del reale, visto e sentito all’ombra del labirinto, è il tema principale di questo nucleo di poesie in cui Borges si smarrisce senza alcuna preoccupazione di ritrovarsi.
Ed è proprio nel cuore del suo labirinto che il poeta scopre un’etica della scrittura in cui il sogno e il tempo presente si coniugano e insieme squadernano una serie infinita di interrogazioni. Questo è il luogo in cui Borges alimenta, attraverso il fuoco incandescente della parola, dissertazioni metafisiche sul senso dell’esistere.
Nell’Elogio dell’ombra il poeta è prima di tutto un uomo scettico che sul filo della memoria non lascia indietro nessun punto di domanda.
Memoria che incontra sempre la nostalgia rende la riflessione borgesiana sulla condizione umana un fatto tutto da attraversare. Perché nella consapevolezza degli attraversamenti l’ombra (che è la cecità, ma anche la morte) pretende il suo elogio e il poeta, scavando nei labirinti delle congetture, potrà finalmente giungere al suo centro, alla sua chiave e alla sua algebra e alla fine del viaggio scrivere: «Presto saprò chi sono».
Elogio dell’ombra è il cuore della poesia congetturale e metaforica del grande poeta argentino, che per tutta la sua esistenza ha esplorato i labirinti mentali dell’essere umano. Cavalcando il sogno esercitandosi sempre col pensiero del dubbio, ha costruito un mondo lirico pieno di invenzioni assolute e fantastiche.
La lettura di queste poesie di Borges ci conduce in un universo ricco di suggestioni dove l’universalità dell’Assoluto, la ricerca della bellezza, la percezione dell’eternità e le atmosfere pensanti del sogno ci danno l’impressione di entrare direttamente nel cuore della grande biblioteca di ogni tempo, dove troviamo uno scrigno di tesori letterari offerti in una forma che conserva l’immediatezza, la naturalezza, l’umorismo raffinato del poeta sapiente e saggio.
Elogio dell’ombra, come del resto tutta la sua opera, è un meraviglioso insieme di intuizioni filosofiche, religiose e morali che hanno dato voce alle inquietudini etiche e metafisiche del mondo intero. E lui è uno straordinario grande maestro della bagliore che ha camminato nell’oscurità perenne per giocare con la poesia una misteriosa partita a scacchi. Come in un lungo sogno il poeta ha accarezzato la bellezza, ha cercato la verità perdendosi nel tempo immortale della biblioteca di tutti i libri del mondo.

Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires, il 24 agosto 1899, è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. È ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Oggi l’aggettivo «borgesiano» definisce una concezione della vita come storia (fiction), come menzogna, come opera contraffatta spacciata per veritiera (come nelle sue famose recensioni di libri immaginari, o le biografie inventate), come fantasia o come reinvenzione della realtà. Morì a Ginevra nel 1986.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La memoria e l’addio nella raccolta di rime “Meggjju l’erba mia” di Filippo Alampi (Eurit Edizioni 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 novembre 2017

imageIl calabrese Filippo Alampi dà alle stampe il suo secondo libro di poesie “Meggjju l’erba mia”, edito da Eurit Edizioni. Una fatica che si fregia, di pagina in pagina, delle illustrazioni di Maria Alampi la quale, a colpi di china e tempere, travolge gli occhi di chi legge nella passione eterna degli eterni luoghi; di un commento sulla poetica dell’autore di Maria Catricalà, Professore ordinario di glottologia e linguistica dell’Università Roma Tre; di una dolce introduzione da parte di un caro amico, Marcello Cento.

Una raccolta di versi che sperimenta diversi tipi di metro e rima, affermando in maniera sfacciatamente libera un pensiero che nasce spontaneo, reso già fluido nella solennità del titolo. Alampi sceglie il dialetto come mezzo espressivo della sua poesia, piegandolo a divenire la più alta e significativa forma espressiva, capace di rendere viva e dannatamente guizzante una memoria che ormai, immersa nella più assurda e sfrenata ultramodernità, è destinata definitivamente a dire addio.

Invece, instancabile, si affanna con terribile fatica a stringere forte le braccia di chi, esule in terra di esuli, rimane giovane a ingrigire in un tempo che scorre lento e pesante. Il tempo del Sud. E questo abbraccio rappresenta la continuità tra un passato che debolmente saluta e un presente che fortemente accoglie, nell’accorata speranza che i più giovani calabresi possano ascoltare l’odore e assaporare il colore e masticare il sapore della loro terra.

L’America dei nonni lontani, il gallo e il gatto e il pappagallo, la Chiesa e il Crocifisso, il banditore e il cantore, l’ubriacone e i ricchi pezzenti, il focolare e il primo amore e un glossario sul finire. C’è il ricordo di una vita intera che affolla la pagina. Lo fa attraverso queste rime sparse tra i fogli, per ereditarne e tramandarne l’essenza di bocca in bocca. Rime che, cariche di una passione a tratti traboccante, a tratti timida e impacciata, abbandonano sulla pagina il sorriso nostalgico di chi, un po’ per amara ironia, un po’ per amara nostalgia, pennella con lo sguardo dalle tinte forti ogni aspetto di questa mamma terra.

La Calabria. Evidentemente amara, arida, violenta e inospitale, ma profondamente eletta a luogo di vita per il solo motivo di essere la propria, <<l’erba mia>>.

Filippo Alampi, nato a Santa Caterina dello Ionio, vive a Soverato. Dopo la prima raccolta di poesie in vernacolo Mugra e ruvettu, pubblica la sua seconda raccolta di poesie dialettali. Con la sua penna, Alampi vuole descrivere la sua terra, la Calabria, in ogni suo più profondo aspetto, sempre guidato dal profondo amore verso questa terra-madre.

:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017

mancanzaLa poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Due edizioni a confronto: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Testo inglese a fronte) a cura di Nicola Vacca

19 ottobre 2017

antologia di spoon river

Spoon River è un luogo vero non segnato su nessuna carta geografica. Ma è anche un luogo immaginario che esiste solo nella fantasia di chi vuole farci credere di esserci stato.
Edgar Lee Masters è il poeta americano che ha inventato Spoon River, un posto unico che esiste attraverso una serie suggestiva di allusioni.
Quel meraviglioso libro che poi ha scritto è diventato nel tempo uno dei punti di riferimento più importanti della poesia mondiale.
Antologia di Spoon River fu pubblicata negli USA per la prima volta nel 1915 e in edizione definitiva esattamente cent’anni fa, nel 1916, dall’editore newyorkese MacMillan (alcune poesie erano già apparse fra il 1914 e il 1915 sulle pagine del «Reedy’s Mirror»).
In Italia la traduzione arriverà solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese che la segnalò a Fernanda Pivano come esempio di differenza tra letteratura inglese e letteratura americana.
Antologia di Spoon River è, infatti, profondamente americana: descrivendo il microcosmo di una cittadina rurale del Midwest, Masters ha voluto indagare il macrocosmo della vita umana in un’ironica e commovente enciclopedia di dolori, rimpianti ed emozioni. Il poeta fa parlare le lapidi di quanti hanno trovato sepoltura nel cimitero sulla collina: questi 244 personaggi riassumono la loro vita, danno voce a recriminazioni, tentano di raddrizzare i torti e, in sintesi, raccontano la loro verità. Prigionieri durante la loro vita di una mentalità provinciale e ristretta, frustrati nei tentativi di evasione, ora da morti sono definitivamente prigionieri, perseguitati da una maledizione, la maledizione di Spoon River.
Ogni generazione di lettori ama questo libro che a distanza di un secolo offre sempreverdi emozioni.
La galleria dei personaggi che Masters mette sulla carta è la metafora della civiltà contemporanea ma è anche lo specchio della condizione umana.
Ci sono tutte le classi sociali sulle lapidi di Spoon River, a testimonianza di tutte le contraddizioni dell’esistenza.
Antonio Porta che ha tradotto il capolavoro di Edgar Lee Masters (nel 1987 in Oscar poesia Mondadori e di recente è uscita una nuova edizione da Il Saggiatore con l’aggiunta di tre frammenti inediti) scrive: «Il viaggio agli inferi, dunque, nella poesia antica, come in quella moderna, viene affrontato da Edgar Lee Masters anche nel nome di Dante e lungo la via tracciata dall’Inferno della Commedia. La poesia che ci parla del regno dei morti, il regno in cui, finalmente, la verità della giustizia non si fa attendere e non è più velata dagli scenari della sopraffazione».
Gli epitaffi raccontati in prima persona dai defunti con la lingua schietta di una poesia che si sporca le mani con tutte le sfumature dell’inferno dei viventi ( a parlare di se stessi nel libro di Masters: suicidi, puttane, imbroglioni, direttori di banca corrotti, atei, blasfemi) hanno consegnato alla storia «un poeta robusto», come giustamente fece osservare Ezra Pound.
A cento anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia un’ altra traduzione. La prima l’ha curata per Mondadori Luigi Ballerini.
Il poeta e critico con la nuova traduzione mette in luce ciò che Masters racconta di sé attraverso i suoi personaggi (sul versante politico ad esempio sappiamo che detestava Abraham Lincoln, e che non manca occasione di esercitare il suo sarcasmo in modo diretto e indiretto; sul versante privato invece è noto che numerose delle ragazze seppellite sulla collina richiamano il suo primo grande amore, Margaret George). Ballerini dà risalto alla struttura narrativa dell’antologia, al suo disegno, agli echi e ai rimandi, ai modelli letterari; e anche alle dinamiche sociali e politiche della provincia americana e alle caratteristiche di tutte quelle figure – quasi stereotipi – che la affollano: il medico, il giudice, il becchino, il direttore del giornale e quello della banca, la maestra.
Il Saggiatore ,invece, ripropone una nuova edizione dell’Antologia nella prestigiosa traduzione di Antonio Porta.In questo volume ci sono tre testi inediti di Edgar Lee Masters presentati in esclusiva per i lettori italiani.
Porta nel suo lavoro ha cercato di rispettare la sostanza dialogica dell’originale, conservando per ciascun personaggio un linguaggio proprio, in modo da trasmettere al linguaggio della poesia italiana il modello del monologo – confessione messo così felicemente a punto da Lee Masters.
Sono le parole intramontabili di Antonio Porta che consegnano alla posterità l’Antologia di Spoon River e ci spiegano perché vale la pena oggi tradurre questo poeta straordinario. Con Edgar Lee Masters «la poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare da lontano catastrofi individuali e sociali».

Edgar Lee Masters, Garnett, Kansas, 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 1950. Avvocato, nel 1916 pubblicò l’edizione definitiva della sua Antologia di Spoon River, che ebbe un clamoroso successo internazionale.

Source: libri arrivati al recensore dai rispettivi uffici stampa Mondadori e Il Saggiatore.

:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017

ceronetti messiaGuido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.