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:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Editore 2019) a cura di Salvatore Marrazzo

11 dicembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.

Nicola vacca non trasgredisce il linguaggio. Il suo è un linguaggio dalla banalità a volte esasperante, emotivo e, pur tuttavia, un linguaggio eversivo che fa dello spergiuro e dell’impostura il suo essenziale obiettivo, il nemico dichiarato. Un linguaggio che si accosta e si confronta con l’umiltà del pericolo e della solitudine. Io stesso ci sono arrivato dopo essermi perso. Il linguaggio come topos. Meglio non luogo.

Del luogo dove solo essa, la poesia, può esistere nella sua essenza di difformità e oltraggio. La poesia. Un linguaggio inzuppato. Le scarpe pesanti come il suo cammino. Qui, il poeta supera se stesso in una sorta di evoluto Sisifo. La terra vuole il suo giardiniere. La sua realtà. Ma questa sprofonda e le altalene felici dei bambini diventano oggetti smarriti. Valigie vuote. Sale d’attese. Gabbie dorate d’illusioni. Come se il gioco fosse finito male. Come se il deambulare ossessivo fosse il centro dell’amarezza e della lontananza. Dell’abbandono della vita vera.

Sempre affannosamente cercata dal poeta. Ancora un gioco. La vita. La vita insieme alla poesia. Imprescindibile dalla poesia. Su queste sedie si accomoda l’assenza. Il poeta sparisce. Forse è lui stesso a non esistere. Poesia come spazio dell’esserci e del non esistere. E forse per questo un luogo. Luogo è ciò e dove sembra esserci una possibilità. Dove l’ultimo passante apre l’ombrello o dove i treni non passeranno. Solo le puttane come angeli caduti svendono il loro corpo.

Alla fine, però, si esce. Si ha bisogno di un’impalcatura. È in questo improvviso non rendersi conto che appare la parola. La pioggia che ci impicca ai vetri. E infine il diluvio. Di nuovo una chiusa. E poi di nuovo un avvio. Un guardare cruento in faccia alla realtà prima che essa divori tutto ciò che di umano è restato all’uomo. Prima che i cani divorino i nostri resti. Un linguaggio asciutto. Patibolare. Un linguaggio che perde il suo bianco affinché emerga la ferita. Perché l’inferno sorge dalla calligrafia.

Non dare la corda ai giocattoli è un modo del linguaggio di essere esortativo. Un linguaggio che non nasconde la sua natura utopica. Essenziale? Rifare il mondo è compito di ogni poeta. Ogni poeta si disseta di oscurità fino all’ultimo sorso. Ogni poeta è una voce unica. Un pensiero che ne apre altri. Il poeta è l’ultima possibilità. Nessun elogio per niente. Sul luogo del deserto l’unico cenno di vita è la distruzione. Qui il richiamo a Jabès è d’obbligo.

Il deserto è ancora un luogo di accenno. Un vuoto alveolo del niente. La nostra stessa aridità di non conoscere l’altro. La nascita è offesa al silenzio; la morte, solenne sottomissione, diceva Jabès. La poesia allora è quest’uscita dal silenzio. Questo vegliare sui vivi nati morti. Le crepe non sono gli abissi. Oltre la parola, c’è la sosta. Il riposo. Dio sembra aver perso l’equilibrio. La parola resta l’unico corrimano. Ciò che abitiamo sopra troppe macerie.

Non abbiate paura dei poeti, saranno i primi a scomparire quando essi tradiranno la parola,

ci dice Vacca. Monito e auspicio. Lui stesso sa. Ogni libro è opera di parole. Scialuppe capovolte. E giocattoli rotti.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro del recensore.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)Oltre che fine critico Nicola Vacca è un apprezzato poeta, erede delle storiche e nobili avanguardie poetiche pugliesi del Novecento tese a un rinnovamento profondo della lingua, a una rottura con il passato e la tradizione fossilizzata e pigra, vivificate da una ideologia politica vissuta come vera espressione di più alti ideali sociali e comunitari.
Non scrive in dialetto, Vacca, ma in italiano e questa scelta infonde una più netta universalità ai suoi versi che possono essere letti e compresi dalla Val D’Aosta alla Sicilia.
Non credo la nostra amicizia personale inficia l’alta stima che ho per il suo lavoro e la sua coerenza, in tempi difficili dove l’opportunismo e il cambio di casacca sembrano prevalere alle convinzioni profonde e al costo da pagare per poterle mantenere ed esprimere.
Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya Edizioni) è una raccolta poetica che nasce come atto di rivolta, e si collega alle sue raccolte precedenti anch’esse definibili come “canti di rivolta”.
Nicola Vacca è un poeta rivoluzionario, in lotta contro la mediocrità, la passività, l’apatia, l’incapacità di affrontare il reale con coraggio e determinazione, perché il mistero del male ci circonda, ma esistono ancora armi per difendersi e Vacca le usa tutte, con rabbia e ostinazione.
La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale come scrive Vacca in esergo citando Carmelo Bene, e la poesia è la più alta e nobile forma del linguaggio per cui se ne deduce che la poesia è un atto morale, una scelta civile, e più è sincera e vissuta e più la poesia è autentica.
La poesia disvela la verità, tramite l’intuizione, l’assonanza di pensieri e ideali, la compartecipazione e la fraternità.
E c’è fraternità in questi versi, sono morali nel senso che avvisano, risvegliano le coscienze contro le utopie, il materialismo più stolido, l’incapacità di vedere la realtà nuda, e per ciò bellissima e unica.
Se una certa crudezza acuisce e aggrava il verso, non è mai per ostentare o deridere, ma appunto per trasmettere quello spirito di rivolta che ci dovrebbe contagiare tutti, facendoci ribellare e opporre al male di vivere e di pensare.
La crisi economica e soprattutto etica e culturale, la fine delle ideologie storiche che hanno infiammato i dibattiti del Novecento, pur con tutte le derive che ben conosciamo, sembrano aver dato spazio al nulla, a un vuoto esistenziale e morale agghiacciante, e di questo Nicola Vacca non si dà pace, il giocattolaio che ci deride tutti vendendoci le sue utopie a buon prezzo non smette di tormentarlo, nell’indifferenza generale, nel silenzio più generalizzato delle coscienze.
Versi come:

Attendere anzitempo nelle stazioni vuote
quando non c’è l’ombra di un treno.

Danno un senso e una misura a questo vuoto pneumatico. Come i seguenti bellissimi versi:

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie
sono le nuove città di una città che si è arresa.
Non luoghi infiniti
gabbie dorate di illusioni
dove estranei si sfiorano
senza toccarsi l’anima.
È morto per sempre il tempo del contatto
su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando
l’utopia del dio denaro.

Che ci riportano alla drammaticità di aver fatto diventare i centri commerciali, di per sè utili e necessari, le nuove cattedrali di questa società post industriale e di transizione verso un futuro ancora non concepibile, tra pericoli e incognite difficilmente governabili.
Nicola Vacca trasforma la poesia in un canale di percezione e avvisa i suoi compagni di viaggio, i suoi fratelli dei pericoli e delle incognite, un po’ come i profeti maggiori dell’Antico Testamento, accolti perlopiù dai contemporanei con cardi e verdura marcia, perché a molti la verità non piace ascoltarla, preferiscono essere blanditi, ingannati e anestetizzati dall’ovvio e dal banale. Ma Vacca profeta laico di rivolta non si arrende, e se questa è la sua ultima raccolta di versi, come è stato detto, è un vero peccato. In copertina l’opera di Roberto Fatiguso.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro invitato dall’autore che ringraziamo.

:: Carne di Betzabea di Fabrizio Raccis (Catartica edizioni, 2019) a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2019

coperrtina frLa donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.
Carne di Betzabea (Catartica edizioni, pagine 87, euro 12,50) è un inno carnale e spirituale alla donna.
Il poeta è interessato alla corporeità della parola e scrive versi non trascurando mai quella necessaria fisicitàche la scrittura deve avere per significare, ignorando l’inconsistenza dei dettati preconfezionati.
Fabrizio è un poeta autentico perché conosce il sanguinare delle parole.
Il suo scrivere evita gli orpelli. Sulla pagina arriva una poesia schietta in cui l’amore per una donna si fa toccare con mano nella sua autenticità carnale:

«Potrei vivere di refusi / tra le tue frasi confuse e ottuse, / potrei passare decenni a vedere / il tuo corpo vibrare, mentre discendi le scale».

Con grande passione il poeta canta e esalta la donna fuori dalla retorica dell’idillio, ma attraversando le stanze della vita quotidiana dove i corpi, fatti di carne, si toccano, si accoppiano in amplessi in cui il sudore scatena vertigini di inenarrabili passioni
Questa di Fabrizio Raccis è una poesia d’amore che si insinua nelle ferite aperte dell’esistenza. Una poesia che non cerca suture ma deflagrazioni cariche di amore e di perdita inebriante di sensi.

«Ti vedo, sotto la pelle / sotto quel fascio di nervi e muscoli / sotto quel sangue, / fino al midollo e alle ossa».

Finalmente una poesia d’amore che non si vergogna nel mostrarsi nuda e cruda.
Carne di Betzabea è un canzoniere antiretorico: in queste poesie il romanticismo diviene selvaggio e il poeta ha molto coraggio nel proporre versi «sibilanti e pungenti». Poesie come pugnali che squartano la carne nuda degli amanti colti nel dono di un reciproco e incondizionato consumarsi nel trasporto di una stagione totale (quella dell’amore appunto) che non conosce inibizioni o pregiudizi.
Qui i sensi si scatenano e il poeta prima di tutto è un uomo che da dichiarato amante della carne non rinuncia alla bellezza burbera e inarrivabile dell’amore e alla sua donna che mostra tuta la sua volontà di potenza attraverso la verità di un corpo nudo.

:: Questa parola fidata di Emily Dickinson, curato e tradotto da Silvia Bre (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

14 giugno 2019

cedSilvia Bre continua il suo eccellente lavoro di traduzione della poesia di Emily Dickinson. Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio, esce Questa parola fidata. Sempre per Einaudi.
Il terzo volume in cui la scrittrice e poetessa lombarda si cimenta con le parole della grande poetessa americana.
La traduttrice mostra empatia con Emily e nel suo impegno di portarla nella nostra lingua è fedele al testo originale e ai temi.
La scelta di questa terza centuria di poesie infatti è stata fatta come sempre dalla traduttrice, nel segno del suo personale scavo delle vastità dickinsoniane.
Il bisogno d’assoluto, l’amore per la natura, la sete di Bellezza, sono i valori delle sue più profonde riflessioni. In un mondo dissacrato dalla stupidità, dilaniato da un globale materialismo effimero, il fascino magnetico della sua grande poesia è la risposta che contiene un’eterna luce di verità.
Il rigore assoluto di Emily c’è tutto in queste nuove traduzioni. Nelle versioni della Bre troviamo il doveroso rispetto per il forte sentire della parola asciutta che sulla pagina entra nel cuore del mondo. Traducendo Emily Dickinson, lei ha tentato (e ci è riuscita) di aderire al massimo al suo poetare.
Alla fine Silvia Bre è l’umile annunciatrice dei fecondi frutti poetici di Emily.
Questa parola fidata è un lavoro importante. La traduttrice ce la mette tutta per dirci che oggi vale ancora la pena leggere la poesia di Emily Dickinson.
Le sue sillabe di seta continuano a giungere fino a noi. La bellissima traduzione curata da Silvia Bre conferma l’immensa levatura della grande e immensa poetessa che considerava la propria vita un

«fucile carico / Nell’angolo-fino al giorno in cui /Passò il proprietario-mi riconobbe/E mi portò via».

La Dickinson oggi (più di ieri) è in mezzo a noi con la sua opera e parla alle nostre coscienze. Ci suggerisce di guardarci dentro. Cosi scopriremo di essere stanchi di vivere sofferenti, ingessati in un gelatinoso abito di nulla. La sua poesia viaggia nel senso dell’irrealtà del tempo e dello spazio con le speranze che si alternano alle malinconie. Vuole liberare un sogno di immortalità. E alla fine sprigionare il soffio di eternità impresso nel cuore di tutti.
Ha saputo volare fino agli estremi confini della parola poetica, superandoli. Ha, inoltre, raggiunto la certezza di una spiritualità assoluta.
La Dickinson ci ha insegnato che il poeta ha le chiavi per aprire l’altro mondo. Reclusa nella geometria dell’Estasi ha abbracciato la parola naturale con la contiguità al verso. Tutto ciò che c’è nell’amore nella sua poesia si fa poesia. Soltanto tutto ciò che è poesia giunge al cuore degli elementi, come l’amore è un dardo che raggiunge l’attrito delle passioni. Questa è Emily Dickinson.

Emily Dickinson (1830-1886) ottenne una fama postuma con le sue 1775 brevi liriche. L’edizione completa è pubblicata nei «Meridiani» Mondadori a cura di Marisa Bulgheroni. Per Einaudi sono state pubblicate le Lettere a cura di Barbara Lanati (2006), e le raccolte Centoquattro poesie (2011), Uno zero più ampio (2013) e Questa parola fidata (2019), tutte a cura di Silvia Bre.

Silvia Bre è nata a Bergamo ma è romana di adozione. Tra le sue raccolte di versi: Le barricate misteriose, Marmo e La fine di quest’arte, tutte e tre pubblicate da Einaudi.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

:: L’ora del buio (spalle al muro) di Giuseppe Perrone (I quaderni del Bardo, 2019) cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2019

L'ora del buioVorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
Mi consigliano timore.

Densa di presagi apocalittici e pessimismo cosmico, la poesia di Giuseppe Perrone contenuta in L’ora del buio (spalle al muro) ci porta a un passo dall’abisso e lo fa utilizzando l’unica arma del poeta: le parole.
La parola, il Logos, corrispondente al latino verbum e all’ebraico דבר davar, l’increata essenza ultima della vita e dell’umanità stessa, alla deriva di un mondo sempre più estraneo, sempre più prigione, sempre più deserto pietrificato ostaggio di carcasse di ferri arrugginiti.
Cenere, vuoto, silenzio, il grido nero dell’umanità allo sbando, ferita, senza punti di riferimento, senza memoria.
Poesia di denuncia, poesia civile, poesia sensibile ai temi ambientali (Fumi di fango e crepe di terra / fuochi di veleni i rifiuti di mare), mentre l’umanità muta e sorda viaggia ad alta velocità verso un’Apocalisse neanche troppo annunciata, il poeta mette in guardia, sensibilizza le coscienze, cerca parole degne di questa missione e cerca di capire quale sia il salvabile, se qualcosa si salverà davvero da questa deriva, prima che tutto sia silenzio e inessenza.
Siamo davvero alle porte dell’abisso? ci interroghiamo leggendo i suoi versi, e deduciamo dalle tracce di senso, di significato, cosa siamo, e cosa saremo.
Si salverà la memoria? O anche lei scomparirà in un gorgo? come tutto ciò che muore. Siamo davvero una civiltà morente, o c’è uno spiraglio per la speranza, per la luce che sconfigge le tenebre e si incunea negli anfratti della creazione, illusione, specchio, materia inerte sul nulla.

Fumi di nebbia e oracoli
Al rintocco di prossima tempesta
Sembra quiete con veleno
D’un mondo addormentato,
ignaro d’imminente sventura e lutto.

Densi di concetti filosofici e intuizioni profetiche i versi di Perrone portano il lettore a scontrarsi e incontrare la voce che continua a parlare nel più nascosto intimo che tutti noi possediamo. Scalfisce l’indifferenza e si fa coscienza e testimonianza. E se anche arriverà la notte, avremo Occhi spalancati sul credere nell’infinito. Ci attende un risveglio? Sì, forse la morte è solo quello. Postfazione a cura di Nicola Vacca.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Pomeriggi perduti di Michele Nigro (Kolibris Edizioni 2019) a cura di Daniela Distefano

10 giugno 2019

MICHELE NIGRO 2

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Nonostante questo non credo negli sfoghi fatalistici ma in un lavoro di “artigianato poetico” . Non seguo scuole, movimenti, stili comprovati. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente. Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a esprimersi in uno stile aulico. La poesia dovrebbe distillare con naturalezza l’essenza dell’esistere, senza ampollosità; rasentando un’apparente semplicità che non deve mai scadere nella banalità”.

Questa dichiarazione poetica appartiene a Michele Nigro autore di una rabdomantica raccolta – “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris) – che ci trasporta nella costruzione del contemporaneo lirismo e lo fa con eleganza, con sintesi ideativa e rispetto nei confronti dei mostri sacri che lo hanno preceduto. Nella Prefazione di Stefano Serri si legge:

Senza mai accontentarsi di biografismi né di schegge memorialistiche, in ogni luogo l’autore testimonia che il tempo ha fatto esperienza di lui. Il momento perfetto è una piccola poesia manifesto sull’intenzione di vivere del poeta, dove il verso si fa singolarmente irregolare, per aiutarci a raggiungere, oltre nomi, cognomi, numeri civici e di telefono, una sorta di limbo che sa di paradiso: larve, sì, ma con il futuro dentro”.

Tutto il resto è canto dell’anima che si libera di ogni costrizione mentale e raggiunge il podio dell’atarassia compositiva. Anche quando la passione bussa al portone dei sensi, il poeta si intrattiene a dialogare con le proprie idiosincrasie, per esorcizzarle e renderle mute di effetti nefasti mentre la memoria gorgheggia silenti espressionismi.

Mi occupi

Ignara del tuo futuro esserci
e del dolore
nel guardare altrove,
mi occupi,
posare gli occhi
sul volto simile
di chi non sei tu,
per salvarmi dall’oblio,
gesti ripetuti
sulla pelle di domani
crudele riverbero del noi,
mi occupi,
all’orizzonte, forse
nuove terre per la semina,
eppure, mi occupi sovrana
con truppe di ricordi
e presidi
di sguardi mai spenti.

Altrove si palesa un cambiamento, il poeta accantona provviste di immagini concilianti, perché :

(..) Prima di partire
in avide dispense
metto da parte
le cose belle di sempre,
per gli inverni
che non tarderanno. ( Da Le cose belle di sempre
(La dispensa)

Nel suo armadio volutamente non pindarico, c’è spazio per un omaggio magmatico al Poeta Pablo Neruda, una cima sonora per monti di ogni catena.

Spade cilene

a Pablo Neruda

Cadono le parole
ingiallite come foglie
su carte d’erba,
sotto i colpi di autunni
dittatori, scrivono pagine
a un canto generale.
Non fu vano
il loro stare al cielo
a raccogliere luce
per l’eterno dire.
Non restarono mute
le foglie cadute
di Neruda assassinato,
come le spade taglienti
di un poeta fuggitivo
brillavano pericolose
nella vigliacca notte
della libertà.

Anche il credo nell’Onnipotenza divina è riverito con tocchi sfuggenti di cosciente auto-caducità:

(..) Se lesiono
marmi barocchi
riscopro la fede
nell’invisibile. (Da Informosfera)

E poi l’Amore, che sfuma in vertigini di parole scritte, di tomi, di volumi, di libri che ne menzionano l’eterno influsso stregato.

Ad libritum
La decisione è presa!
ci separeremo quando
avrò letto tutti i libri
che mi hai regalato, goccia a goccia
per nutrire la nostra parola,
e assaporato le illustrazioni
delle pagine mute
di pomeriggi a guardarci.
Portane altri, dunque
donami nuovi tomi di pelle
volumi di te
a riempire gli scaffali
del tempo crudele,
per gabbare gli
ultimatum dell’orgoglio.
Dopo anni, tra la polvere
ho rivisto la tua luce scritta
nell’apparente
dimenticanza di un
addio
a me dedicato.

Chiudo questa passerella di versi di Michele Nigro con “Cave Canem”, un modo per dire che il balsamo per lenire il supplizio dell’uomo esiste, e solo Dio, le bestiole, e una trascorsa pelle possono svelarlo.

Il cane che dorme e sogna
proprio al centro della
strada deserta non teme
la morte da traffico,
si alzerà giusto
in tempo
come sempre all’arrivo
di un raro dovere.
Tutti gli amori
hanno lo stesso
sapore di voluttuosa
saliva, unguento
inventato da
madre natura
per ingannare il dolore
cosciente della fine.
E ogni volta
fingeremo
di non ricordare
le speranze appassite,
l’effimera gioia
di una trascorsa pelle.

Pomeriggi perduti” è un testo che qua e là si volge al retaggio poetico di giganti insuperabili, ma senza appesantire una schietta vocazione. Come dire che se Montale o Neruda sono attuali fari imprescindibili, l’apporto del poeta Nigro non languisce tra queste colonne ma si fa strada, una strada gli auguriamo sempre illuminata.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata Nessuno nasce pulito (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato Esperimenti, raccolta di racconti; il mini-saggio La bistecca di Matrix; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo Call Center, nel 2018 la seconda edizione Call Center – reloaded e la raccolta Poesie minori Pensieri minimi.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Chiara De Luca per la gentile collaborazione.

:: Lupa a Gennaio di Massimo Scrignòli (Book Editore nella collana Serendip 2019) a cura di Nicola Vacca

31 maggio 2019

cmsDi tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato.

È indegno del poeta mistificare l’agnello,
investirne la lana.

(René Char)

Massimo Scrignòli è un poeta unico, riconoscibile e appartato che ama la sofisticata eleganza del dire. Ma soprattutto scrive e pubblica quando ha qualcosa da dire.
Giovanni Raboni, che firmò la prefazione all’opera prima di Massimo Scrignòli (Notiziario tendenzioso, 1979), scrive che la sua poesia è coraggiosamente priva di simboli e forse di immagini, una trascrizione pura, quasi àfona per bisogno e desiderio di esattezza, completezza e onestà di cose pensate.
Le parole di Raboni fanno centro, meglio di molte altre inquadrano l’essenza della poesia di Scrignòli che nella sua fisiologica evoluzione non ha perso mai questa caratteristica individuata dal poeta e critico milanese.
A dieci anni da Vista sull’ Angelo, il poeta ferrarese pubblica Lupa a Gennaio. Ancora una volta Massimo torna alla poesia scavando nell’infinito delle parole e con un essenziale gioco a sottrare elabora un distillato per frammenti, che è il frutto tormentato di una ricerca poetica che copre dieci anni.
Questa volta il poeta si cimenta con la prosa poetica. Il volume ne contiene con ventotto.
Scrignòli è un poeta che nella sua scrittura non ha smesso di dialogare mai con i maestri e gli autori da lui amati.
In questo libro ci sono tutti (Kafka, Eliot, Pound, Apollinaire). Sono due i nomi che in questi frammenti occupano un posto di rilievo: René Char e Paul Celan.
Scrignòli alla maniera di Char scrive queste brevi e intense prose cariche di una straordinaria vocazione oracolare attraverso cui il poeta si tuffa nel vizio infinito delle parole per ascoltare e nominare in attesa di avere fiducia in una lingua che ci parla.
Il poeta cerca nelle parole una ipotetica fioritura, trattiene sul taccuino la notte per

«essere nelle povere piccole cose, dove si arriva sempre poco prima di riprendere fiato».

Lupa a Gennaio è l’esperimento unico di un poeta vero. Un breve e intenso viaggio nel mondo della poesia.
Ventotto brevi frammenti da leggere senza respiro e da meditare come l’opera matura di un poeta che come pochi ha saputo spingersi oltre i confini di una narrazione metafisica intuendo l’oltre di un oltre da cui scaturisce un alfabeto in cui fare i conti ogni giorno con la semina dei freddi, con la conquista del gelo.

«Eppure dorme, questo secolo: è un sonno senza sogni, adagiato sul fondale di un tempo tuttora indifeso dalle antiche profezie di Vulcano.
E noi non abbiamo ancora messo in salvo la cenere».

Solo i grandi poeti sanno scrivere parole di rara bellezza. Massimo Scrignòli lo è.
Con Lupa a Gennaio si conferma una voce fertile di intuizioni. Un poeta che ha il coraggio di ritrovare una parola estrema, che prepara la pioggia, ma anche il nostro riparo.
Una parola che ci avvicina (nella poesia come nella vita) al valore indiviso della verità.

:: Poesie dal campo di concentramento di Josef Čapek (Miraggi Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

7 maggio 2019

Poesie-dal-campo-di-concentramentoJosef Čapek appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka. È morto da poeta e da combattente antifascista e antinazista in un lager. Durante la sua detenzione nel campo di concentramento scrisse poesie.
Questi versi rappresentano una testimonianza e un paradosso. Il poeta – intellettuale – prigioniero scrive dal terribile baratro dell’universo concentrazionario con l’intenzione di scavare nell’impossibilità della parola e allo stesso tempo è vigile e presente davanti al terrore dei suoi aguzzini.
L’editore Miraggi pubblica una scelta delle poesie dello scrittore boemo. Poesie dal campo di concentramento (traduzione di Lara Fortunato) è un viaggio nel calvario di un uomo privato della sua libertà. La poesia di Čapeck affonda i suoi artigli nella rappresentazione più feroce che il male ha raggiunto nel secolo breve.
Dall’inferno del campo di concentramento il poeta scrive del baratro senza fine, perde il sonno per scrivere poesie come tracce di bene davanti all’orrore del sangue.
La poesia per Čapek è l’unica istanza di verità. Nella poesia la parola rimane viva e sveglia. È proprio grazie alla sua lucidità che il poeta è in grado nei suoi versi di catturare nell’essenzialità l’inferno mortale del campo di concentramento.

«A tratti i componimenti – scrive Laura Fortunato nella prefazione – si fanno cronache condensate dello sterminio in atto, riuscendo a ignorare del tutto la miseria degli aguzzini, per porre invece al centro la condizione dei prigionieri».

Josef Čapek prese apertamente posizione contro l’avanzata del nazismo, nel 1939 fu arrestato e deportato in un campo di concentramento.
Qui scelse la poesia per cantare la disgrazia, il lutto e il dolore dei giorni infernali trascorsi nell’orrore terribile del campo di concentramento dove «le cose umane si sgretolano» e l’angelo della morte arriva in volo per oscurare con le ali il palpito della vita.
Nel campo di concentramento, dove il nulla fiorisce e gli uccelli non cantano e primavera e inverno sono una catena di giorni di pena continua e tristezza, Josef Čapek scrive poesie chiedendo alla parola di donargli tutto il suo impeto per descrivere dal vivo e nel vero tutto il turbamento dell’orrore.
Il 25 febbraio del 1945 Čapek venne trasportato nel campo di concentramento di Bergen –Belsen, dove morì qualche mese dopo.
Consapevole di andare incontro alla morte scrisse la sua ultima struggente poesia.
Si congedò dal mondo con Prima del grande viaggio:

«Difficili momenti, giorni difficili / non vi è scelta, decisione, / ultimi giorni scuri, / siete giorni di vita o di morte? / Indietro alla vita o nelle fauci della morte / – cosa vi sarà alla fine del viaggio? / A migliaia vanno, non sei solo… / Avrai, non avrai fortuna? / Sorto è il giorno del grande viaggio / – da tempo vi sei preparato: / messe di vita o di morte / – tanto vai verso casa – tu torni a casa!».

Poesie dal campo di concentramento è un libro da leggere. Solo un poeta poteva lasciarci in eredità la testimonianza straziante e viva dell’orrore di cui sono capaci gli esseri umani.

Josef Capek (Hronov, 23 marzo 1887 – Bergen Belsen, aprile 1945) è stato un pittore e scrittore ceco, e appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka.
Fratello di Karel Capek, fu autore di varie opere in collaborazione col fratello (tra cui Della vita degli insetti, 1925), ma ne scrisse anche altre autonomamente. Tra queste Lelio (1917) e La terra dei molti nomi (1923). Fu l’inventore della parola “Robot”.
Morì nell’aprile del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, dove venne deportato a causa del suo atteggiamento ostile nei confronti della politica di Hitler e del Führer stesso. Durante la prigionia scrisse Básne z koncentracního tabora, una raccolta di poesie, pubblicata postuma nel 1946.

Source: libro del recensore.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)

:: Nyx e altre poesie di Catherine Pozzi, curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento Edizioni 2013) recensione a cura di Daniela Distefano

30 luglio 2018
Nyx -Pozzi 1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ave
Altissimo amore, se accadrà che muoia/
senza aver saputo dove vi possedevo,/
in quale sole era la vostra dimora,/
in quale passato il vostro tempo, in che ora/ vi amavo,/
altissimo amore, che la memoria superate,/
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,/
in che fato solcavate la mia storia,/
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,/
o mia costante…
Quand’io per me stessa sarò perduta/
e sull’infinito abisso spartita,/
infinitamente, quando spezzata sarò,/
e il presente che m’avvolge/
avrà tradito,/
dall’universo in mille corpi infranta/
di mille istanti non ancora raccolti,/
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,/
per una strana stagione testimoniate/
un solo tesoro/
il mio nome testimoniate e la mia effigie/
di mille corpi trascinati dalla luce,/
viva unità senza nome e senza volto,/
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,/
altissimo amore.

1 luglio 1928- gennaio 1929

Se le parole trapuntano l’anima di chi le concepisce è anche vero che non è grazie ad esse che conosciamo la parabola di un essere umano: questa poetessa è stata tanto fortunata nella fecondità poetica, quanto vittima di un destino impietoso. Catherine Pozzi è nata a Parigi il 13 luglio 1882, figlia di Samuel Pozzi, celebre chirurgo. Il raffinato ‘salotto’ dei genitori in place Vendome ospita alcuni dei maggiori intellettuali che occupano il panorama francese. Un nome per tutti? Proust. Questa atmosfera favorirà la sua iniziazione letteraria, assorbendo gli influssi del Simbolismo, gli effluvi di un’epoca che ruggisce nei suoi vagiti sperimentali. Dal matrimonio con Edouard Bourdet, nasce un figlio maschio. Poi Catherine si innamora di André Fernet, giovane scrittore che morirà in un duello aereo nel’16. Il 17 giugno 1920 incontra Paul Valéry, e per lei è amore a prima vista. I due iniziano una burrascosa relazione, durata tra alti e bassi fino al ’28. Alle soglie degli anni’30 il consumo di oppiacei per lei è pressoché quotidiano. Catherine è una donna segnata dalla ricerca di una corrispondenza del proprio sé nel mondo e negli altri. Muore il tre dicembre del ’34. La sua è una costante ricerca del pieno, per colmare il vuoto di uno spirito indomito e sofferente. Non si arrende e continua a scavare, a perforarsi, ma traballa, si concede al crollo fisico e poi vince la morte con questi versi, gli ultimi del suo percorso terreno:

Nyx-Pozzi 2

…Non so perché muoio e annego/
prima di entrare nell’eterna sosta./
Non so di chi sono la preda,/
non so di chi sono l’amore.

Da Nyx
5 novembre 1934

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni”.

:: Sono pesi queste mie poesie e altre liriche di Nika Turbina, cura e traduzione di Federico Federici (Via del Vento Edizioni, 2008) a cura di Daniela Distefano

6 luglio 2018

NIKA TURBINASono pesi queste mie poesie,/
pietre spinte lungo una salita./
Le porterò stremata/
allo strapiombo./
Poi cadrò, viso nell’erba,/
non avrò lacrime abbastanza./
Smembrerò la strofa/
scoppierà in singhiozzi il verso/
e si pianterà nel palmo/
con dolore anche l’ortica./
L’amarezza di quel giorno/
tutta trasmuterà in parola”.

(“Sono pesi queste mie poesie”, 1981).

Questi versi sono stati scritti da Nika Turbina, poetessa di fama internazionale sin dai sette anni di età. Da una pagina del suo diario si legge:

Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”.

Un manifesto della sua onestà intellettuale, la cifra di donna che ha cominciato a porsi cruciali quesiti sin da piccola. Ma cos’era la poesia per Nika Turbina? Per lei la scrittura era gioco:

Ho iniziato componendo ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”.

In questo meccanismo, la scrittura diviene immagine-luogo della vita. E la vita è sempre accompagnata da sofferenza, ostacoli, traguardi mai eterni. Per la giovane poetessa, la coscienza del dolore aggiunge conoscenza:

Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte”.

Anche la solitudine ha il suo perché, nel suo incastro nelle nostre vicissitudini personali. L’amicizia e l’abbandono sono collegati da un filo remoto sospeso nel cielo dell’ imponderabile.

Cerco gli amici,/
e li ho lasciati andare./
E cerco le parole,/
con loro son partite./
Come sfuggono rapidi dietro/
quelli che già mi abbandonano/
i giorni che cerco!”

(“Cerco gli amici”, 1982).

Una raccolta di poesie unica, magica, sconvolgente se si pensa che a comporla è stata una bambina prodigiosa, poi donna sfortunata e alla fine genio assoluto della nostra epoca.

NIKA TURBINA 2Nika Turbina nasce a Yalta, il 17 dicembre 1974, in una famiglia di artisti. La madre è scultrice, la nonna interprete, il nonno scrittore e poeta. Nika raggiunge l’apice della notorietà all’inizio della sua vita, quando a soli sette anni i suoi versi appaiono su un quotidiano nazionale. Nel giro di un anno la sua prima raccolta, “Quaderno di appunti”, viene publicata a Mosca. In occasione del festival internazionale di poesia “Poeti e pianeta Terra” tenutosi in Italia, nel 1985 le viene conferito il Leone d’oro di Venezia. Prima di lei, solo un altro poeta russo è stato insignito dello stesso riconoscimento: Anna Achmàtova. Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in dodici paesi. Nika trascorre l’ultima parte della sua vita lontano dall’attenzione generale. Muore tragicamente a Mosca, a soli ventisette anni, l’11 maggio 2002.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni.

:: Poesismi Cosmoteandrici di Donato Di Poce (I Quaderni del Bardo edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

24 aprile 2018

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L’aforisma per Donato Di Poce è il cuore della sua poesia. La poesia, allo stesso tempo, è l’anima del suo scrivere per aforismi.
Da tutto questo nascono i suoi poesismi:una contaminazione intuitiva e geniale in cui lo scrittore e poeta eclettico coglie nelle sfumature più intime le vie nascoste e le rivelazioni delle parole.
È appena uscito per i tipi dei I Quaderni del Bardo edizioni Poesismi Cosmoteandrici, la nuova raccolta di aforismi in versi e di versi in aforismi dove Donato Di Poce si conferma un maestro innovativo della scrittura breve.
Scrive Gino Ruozzi nella prefazione:

«Nelle poesie di Di Poce le sentenze aforistiche hanno un posto di primo piano e gli stessi suoi aforismi potrebbero essere definiti poetici, sulla scia di altri rilevanti esempi novecenteschi di integrazione e fusione di linguaggio poetico e tensione aforistica. “I poeti sono coloro che svelano / la bellezza della propria felicità mentale” afferma Di Poce, sottolineando l’intrinseca associazione di poesia, bellezza e felicità. In un altro passaggio emblematico, dedicato a un artista e aforista sodale Aberto Casiraghi, egli sostiene che “non è importante essere foglia o fiore / l’importante è essere rugiada”. Compito del poeta è quindi irrorare, ristorare, procurare freschezza e conforto, favorire l’incontro con il sole della vita; scopo che egli assolve con il silenzioso mistero delle parole, rischiando come “un equilibrista sempre in bilico / tra i labirinti del cervello e gli abissi del cuore”».

In questa ricerca testuale Di Poce si avvale spesso del paradosso. Basta leggere qualcuno dei suoi poesismi per rendersi conto che il suo autore intinge la penna nell’inchiostro delle parole per scavare nel significato e nel significante del dettato poetico per cogliere, anche abbracciando l’assurdo, lampi di verità e di bellezza proprio dove la luce smette di ballare e di brillare.
I poesismi di Donato Di Poce sono esercizi interiori di stile che cercano un’intesa tra il filo della poesia e quello dell’umanità.

«Le poesie sono comete che nascono nel cuore dei poeti /E illuminano di vita /
Notti e i giorni innamorati di verità»; «La poesia è un silenzio che danza /Nel cuore dei poeti»; «Infinito è lo sguardo del poeta sul futuro /Che apre le porte sullo squallore del presente».

Poesismi Cosmoteandrici è il libro di un autentico cercatore di bellezza che non si arrende all’evidenza della disfatta e crede nella forza delle parole:

« Scrivere vorrei /Solo silenzi che danzano /Oltre l’inchiostro delle parole».

Frugando e scavando nella scrittura breve di Donato Di Poce troveremo aforismi intensi, taglienti e ironici, ma anche poesie che sanno andare oltre le parole per osare l’azzardo nella tentazione di esistere.
Donato Di Poce è un equilibrista sempre in bilico tra i labirinti del cervello e l’abisso del cuore. Proprio qui nascono i suoi folgoranti poesismi, che noi leggiamo come illuminazioni.