Posts Tagged ‘Hala Radwan’

:: Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo (Pendragon, Bologna, 2026) a cura di Hala Radwan

24 settembre 2026

La raccolta Il poeta ultrafilosofo al di là del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un’opera poetica fortemente attraversata dalla memoria, dalla storia, dal mito e dalla riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea. Già la Prefazione di Daniele Macris offre una chiave interpretativa significativa, individuando nella poesia di Catalfamo una tensione costante tra pensiero e realtà, tra la tradizione culturale e la necessità di confrontarsi criticamente con il presente.

Il poeta non si limita infatti a evocare il passato, ma lo interroga per comprenderne la permanenza nel presente e per individuare, attraverso la conoscenza, la possibilità di un cambiamento. In questo senso, il titolo stesso della raccolta, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito, sintetizza una poetica fondata sul superamento dei confini tradizionali tra poesia, filosofia, storia e realtà quotidiana. L’«ultrafilosofia» non appare come una fuga nell’astrazione, ma come un pensiero che nasce dall’esperienza concreta e ritorna ad essa. Nel componimento Ultrafilosofo, il riferimento a Leopardi e alla sua concezione della civiltà si intreccia con la figura dell’«intellettuale corsaro», ereditata dalla memoria paterna. L’intellettuale autentico è così colui che non si limita a ripetere un sapere già codificato, ma attraversa criticamente la realtà, cercando di «capire / per poi agire». La conoscenza assume quindi una funzione etica e civile: comprendere il mondo diventa il presupposto per intervenire su di esso.

Uno dei nuclei più significativi della raccolta è proprio il rapporto tra memoria, storia e identità. In testi come La storia siamo noi, Le due città e Vecchio ciclostile, la memoria individuale si allarga progressivamente fino a diventare memoria collettiva. Il passato non viene presentato come un luogo immobile e nostalgico, ma come una dimensione ancora presente nella coscienza degli individui e delle comunità. Anche gli oggetti, i luoghi e le figure del passato diventano depositari di una storia che rischierebbe altrimenti di essere cancellata. Il poeta recupera dunque ciò che la modernità tende a marginalizzare e lo restituisce a una memoria capace di interrogare il presente.

La stessa funzione assume il mito. Catalfamo non lo utilizza come semplice repertorio di immagini classiche, ma lo sottopone a un processo di rilettura e di demitizzazione. In Il mito di Orfeo, per esempio, la figura mitica viene ricondotta a una dimensione razionale e storica attraverso il confronto tra Apollo, Ermes e Dioniso. Il mito, privato della sua aura intoccabile, diventa così uno strumento per comprendere le contraddizioni dell’esperienza umana. Anche in Miti siculo-greci il patrimonio mitologico appare stratificato attraverso epoche, religioni e culture diverse: il sacro e il profano, il cristiano e il pagano, la vita e la morte convivono in una memoria culturale complessa. Il mito, pertanto, non appartiene esclusivamente al passato: continua a vivere nelle forme attraverso cui una comunità interpreta se stessa.

Particolarmente interessante, in una prospettiva comparatistica, è il modo in cui questa continuità culturale emerge nella rappresentazione della vita quotidiana e soprattutto delle figure femminili. Le donne della raccolta non sono semplicemente personaggi inseriti in un determinato ambiente sociale; attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro giudizi e persino i loro sentimenti diventano luoghi di trasmissione di codici culturali. La cultura, infatti, non sopravvive soltanto nelle grandi opere o nelle istituzioni, ma anche nei comportamenti quotidiani e nelle relazioni interpersonali. Perfino sentimenti socialmente negativi, come l’invidia, possono rivelare la persistenza di modelli culturali e di forme di mentalità trasmesse attraverso le generazioni. Questa dimensione rende la rappresentazione femminile particolarmente significativa: la donna può essere al tempo stesso custode di una tradizione e spazio nel quale tale tradizione viene trasformata.

Demetra contadina costituisce, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti. La figura mitologica viene riportata nella concretezza della dimensione contadina e quotidiana, dove il rapporto con la terra, il cibo, i cicli naturali e i rituali assume un valore culturale profondo. Il mito non è più lontano dalla realtà: si incarna nella vita concreta e nella memoria di una comunità. È proprio attraverso questo processo che Catalfamo riesce a trasformare il patrimonio mitico in una forma di conoscenza del presente.

Un altro aspetto particolarmente significativo della raccolta riguarda la figura del docente e il rapporto conflittuale tra l’intellettuale e l’istituzione educativa. In questo caso la scuola e l’università non vengono rappresentate soltanto come luoghi di trasmissione del sapere, ma anche come spazi nei quali può emergere la tensione tra conoscenza autentica e burocratizzazione del sapere. Il docente, chiamato a educare e a trasmettere cultura, può trovarsi in contrasto con meccanismi istituzionali che rischiano di trasformare l’istruzione in una pratica puramente amministrativa. La figura dell’intellettuale acquista quindi una dimensione di resistenza: non deve limitarsi a riprodurre ciò che l’istituzione stabilisce, ma deve conservare la capacità critica necessaria per interrogare le strutture nelle quali opera.

In questo quadro assume particolare rilievo il verso «è l’istruzione l’arma / della libertà», che sintetizza una delle convinzioni civili più forti presenti nella raccolta. L’istruzione non rappresenta semplicemente l’acquisizione di conoscenze, ma una possibilità di emancipazione. Tuttavia, perché possa svolgere realmente questa funzione, il sapere deve mantenere la propria libertà critica. È la stessa tensione che ritorna in Processo, dove il riferimento a Socrate richiama il conflitto storico tra la ricerca della verità e il potere che pretende di controllarla. La figura socratica diventa così emblematica di un intellettuale che accetta il rischio del pensiero pur di non rinunciare alla propria autonomia.

Anche Tersite, Stalin, Peppe Trelire, Carràci, Quatarone e La Lupa  contribuiscono, attraverso registri e figure differenti, alla costruzione di una poesia che rifiuta la separazione tra grande storia e piccola storia, tra mito e quotidianità, tra cultura alta e cultura popolare. Catalfamo recupera personaggi, luoghi e memorie marginali per inserirli in una più ampia riflessione sulla società e sulla condizione umana. La sua poesia procede quindi per sovrapposizioni: il passato dialoga con il presente, il mito con la storia, la cultura popolare con quella classica, l’esperienza individuale con la memoria collettiva.

In definitiva, Il poeta ultrafilosofo al di là del mito può essere letto come un invito a guardare indietro non per rifugiarsi nel passato, ma per comprendere meglio il presente e preparare il futuro. La memoria diventa coscienza storica, il mito diventa strumento critico e la poesia diventa una forma di conoscenza capace di trasformarsi in azione. È proprio in questa continua oscillazione tra passato e presente, tra eredità culturale e necessità di rinnovamento, che risiede la vitalità della raccolta.

Questa è, in definitiva, la mia personale lettura e percezione dell’opera, maturata dal mio punto di vista di studiosa egiziana e docente di Letteratura italiana comparata. Una prospettiva che mi ha permesso di cogliere nella poesia di Catalfamo non solo il dialogo tra mito, memoria e contemporaneità, ma anche la profonda vitalità del rapporto tra cultura, identità e realtà.

:: Domenico Catalfamo, Le parole e il tempo (Edizioni Pendragon, Bologna, 2025) a cura di Hala Radwan

7 dicembre 2025

L’insieme dei testi proposti da Domenico Catalfamo configura un itinerario poetico di rara intensità, profondamente radicato nella memoria, nella povertà rurale, nella sofferenza collettiva e nella formazione etica dell’individuo. Come lettrice araba e studiosa di letteratura italiana, ho percepito in queste poesie una vibrazione umana universale che trascende i confini culturali: un’eco di sacrifici, dignità silenziosa e dolore condiviso che parla direttamente al cuore.

Un primo nucleo tematico centrale è la memoria familiare, che in Catalfamo diventa fondamento identitario e spazio etico. In Corpo e sangue, la figura del nonno emerge come simbolo di una generazione provata eppure moralmente integra. L’immagine del pane offerto — «il bianco pane che a te stesso forse e alla nonna togliesti di bocca» — mi ha profondamente colpita per la sua capacità di condensare in un solo gesto tutta la nobiltà del sacrificio umano. E la definizione del nonno come «cristo bestemmiatore senza peccato» racchiude quel paradosso struggente in cui la marginalità sociale si converte in purezza morale. Come lettrice araba, ho ritrovato in questo ritratto la stessa etica del sacrificio che attraversa molte narrazioni popolari delle nostre culture mediterranee.

Anche il rapporto tra temporalità e frattura esistenziale costituisce un asse di grande rilievo. In Sospensione, l’affermazione «il tempo è fermo. / Ma la vita è nell’ombra» restituisce una percezione interiormente lacerata del tempo, una sensazione che riconosco profondamente appartenere ai popoli che hanno vissuto instabilità e incertezze. La memoria, in Ricordo, diventa un archivio fragile: ciò che resta è conservato «nel silenzio dei ricordi», mentre tutto il resto svanisce. Questa poetica dell’intermittenza mi ha toccata con particolare forza, perché riecheggia modi di sentire ampiamente condivisi nelle culture arabe, dove il passato spesso sopravvive più nel cuore che nei fatti.

Le poesie di ambientazione rurale, come Pecorelle, descrivono un mondo contadino lontano da ogni idealizzazione. L’immagine delle pecore che procedono «sotto il peso lungo della vita» è una metafora antropologica potente, attraverso cui Catalfamo restituisce la fatica quotidiana degli ultimi. Leggere questi versi, per me, significa riconoscere una sofferenza universale, la stessa che segna la vita dei lavoratori rurali in molte regioni arabe.

La dialettica tra perdita e desiderio trova espressione raffinata in Amore rustico, dove l’amore non vissuto acquista una forza persino maggiore perché «finì prima ancora di cominciare». È una poetica dell’incompiuto che appartiene a tutte le grandi letterature, ma che qui ho sentito particolarmente vicina per la sua delicatezza emotiva.

L’esperienza della migrazione, centrale nella storia mediterranea, emerge con forza in Il padre dell’emigrante: l’«abbraccio… formalità di un addio» mi ha colpita come una delle immagini più dolorose dell’intera raccolta, perché evidenzia la natura burocratica e forzata di un distacco imposto dalle condizioni socio-economiche: un tema che risuona profondamente anche nei nostri mondi arabi.

In Per i caduti della «Gessolungo», la poesia assume invece una dimensione civile, raccontando la morte operaia senza retorica, come risultato di un sistema che consuma «le carni ancora tiepide d’affetto». Qui, come lettrice araba, ho sentito l’universalità della protesta contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza.

Parallelamente, alcune liriche introducono un registro più contemplativo. In Fantasticherie, il sole che «chiude le ferite» indica la possibilità di una guarigione naturale, mentre Asterischi d’autunno rilegge l’autunno come fase transitoria in cui la fine diventa premessa di rinascita: «le cose muoiono per rinascere». Questa dialettica vita-morte costituisce un asse concettuale ricorrente.

La dimensione introspettiva culmina in Solitudine, con la rosa «votata alla morte più che alla vita», simbolo della fragilità umana, mentre in Dolce maestro la perdita di un giovane allievo diventa «tirocinio aspro della morte», un’immagine che mi ha profondamente turbata e che sintetizza tutta la potenza tragica della poesia.

Infine, Testamento chiude la raccolta con una dichiarazione etica limpida: non «casa» né «campi», ma solo «uno smilzo me stesso». Una confessione che, da lettrice straniera, ho avvertito come una lezione universale: l’eredità più autentica non è materiale, ma morale.

 Nel complesso, Le parole e il tempo di Domenico Catalfamo si configura come un corpus poetico coerente, in cui memoria, povertà, dignità umana, sofferenza e speranza si intrecciano in un umanesimo essenziale. Come lettrice araba, ho percepito in queste poesie una risonanza profonda con la sensibilità dei popoli mediterranei: la stessa attenzione alla fragilità della vita, la stessa celebrazione del sacrificio silenzioso, la stessa fede ostinata nella dignità dell’essere umano. È un’opera che non si legge soltanto: si vive, si sente, e lascia nel cuore una traccia lunga.

:: Antonio Catalfamo, Metamorfosi del mito, (Genesi editrice, Torino, 2024) a cura di Hala Radwan

28 settembre 2025

La raccolta Metamorfosi del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un viaggio poetico in cui la memoria personale, il mito classico e l’impegno sociale si intrecciano in modo originale. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come il mito non venga trattato come un reperto museale, bensì come materia viva, capace di incarnarsi nel quotidiano e di illuminare esperienze comuni.

Nella poesia Sirena ho sentito fortemente la nostalgia dell’infanzia: la “sirena dello Stretto» che «rivive i sapori e gli odori / dell’infanzia perduta» mi è parsa una figura che appartiene a ciascuno di noi, perché tutti portiamo dentro una sirena capace di richiamarci al tempo perduto. Allo stesso modo, in Piccolo bar ho ritrovato il senso di una comunità che resiste al tempo: «Ora ragazze magnogreche, / sveve, normanne / […] regalano a tutti / un sorriso, che racchiude / la poesia della vita». Mi è sembrato di sedermi anch’io a quei tavolini e di ricevere la stessa dose di fiducia quotidiana.

Ciò che mi ha colpito, da lettrice, è proprio questa capacità di trasformare luoghi ordinari – un bar, una piazza, il ricordo di un’infanzia – in scenari epici. In Artemide Cinzia, ad esempio, l’apparizione della dea avviene in un bar di paese: il gesto semplice del bere diventa incontro con la divinità, rivelazione che spezza la routine. In questo modo Catalfamo rinnova il mito, rendendolo familiare e vicino, ma senza privarlo della sua forza archetipica.

Il richiamo alla tradizione letteraria è altrettanto evidente. In Schermaglie l’autore recupera con ironia il linguaggio della poesia cortese, inserendo versi in dialetto che ricordano la Scuola siciliana: «Scrivo versi rari / pir meu cori alligrari / e senza pretese / rinnovo la poesia cortese». Da studiosa non posso non notare il dialogo intertestuale con Cavalcanti, Jacopo da Lentini e persino Dante; ma come lettrice, ciò che percepisco è soprattutto la leggerezza e l’ironia con cui il passato letterario si innesta nel presente, diventando un gioco di riconoscimenti e sorprese.

Il testo Bafia mi ha emozionato in maniera particolare. Lì il mito incontra la memoria collettiva e la storia sociale: i satiri che si ribellano ai ciclopi incarnano i contadini che lottano contro i potenti. Analiticamente, si tratta di un’allegoria potente, che trasforma un episodio locale in simbolo universale; ma emotivamente, leggendo, ho sentito la voce di generazioni che non si arrendono e che resistono «cantando e bevendo / al suono delle cornamuse». È un passaggio che trascende la letteratura per diventare canto civile.

L’elemento autobiografico, infine, si intreccia con quello mitico, soprattutto nella dimensione dell’amore. In Sogno il poeta rievoca la figura femminile come ninfa addormentata: «Non ho osato sfiorarti, / interrompere il tuo sonno di ninfa, / adagiata su lenzuola di felci». L’immagine della donna amata si fonde con paesaggi naturali e richiami fiabeschi, in una visione che trasfigura la vita personale in mito universale.

In definitiva, Metamorfosi del mito è un’opera che unisce il rigore della cultura classica e letteraria alla freschezza di una voce personale. Catalfamo dimostra che il mito non è distante né astratto, ma continua a vivere accanto a noi: nelle piazze, nei ricordi d’infanzia, nelle passioni e nelle lotte quotidiane. Da un punto di vista critico, la raccolta si configura come una polifonia di registri e tradizioni; da un punto di vista personale, come una lettura che lascia il segno, perché insegna a vedere il divino nel quotidiano e l’universale nel frammento di vita.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura della prof.ssa Hala Radwan

30 gennaio 2022

Entrando nelle profondità dell’anima poetica della presente raccolta di Antonio Catalfamo capiamo immediatamente che fare poesia per lui è un mezzo attraverso il quale si possono addolcire e attenuare le sofferenze, il dolore fisico e morale del mondo: «Solo la poesia può lenire / i dolori della vita» (p. 83). È un verso che rispecchia l’importanza della poesia per il nostro poeta che vive la sua vita come un incontro continuo con il tentativo di trasformare le sue esperienze quotidiane in versi.

Per mezzo della poesia, dunque, Catalfamo si sfoga esprimendo creativamente il suo mondo interiore e quello esteriore. La figura della madre è un elemento che fa parte di questi due mondi del poeta e a lei il poeta dedica più di un poema. Era proprio la madre che lo aiutava fin da piccolo ad entrare nel mondo della poesia e gli faceva imparare a memoria le lunghe poesie. Dopo la morte della madre la poesia diventa proprio il mezzo attraverso il quale il poeta può instaurare un dialogo con lei: «Dopo la tua morte / ho instaurato con te / un dialogo sereno / nei miei sogni / e nei miei versi» (p. 94). La poesia, come si considera uno strumento con il quale si fa dialogo con gli altri, è anche un elemento importante per costruire una nuova comunità: «una società / di liberi ed eguali / e demmo poesia agli uomini» (p. 58).

Catalfamo riesce sempre con la poesia a parlare quasi di tutto: comunismo, capitalismo, fascismo, rivoluzione, mondo vecchio, mondo odierno, amore, vita e morte ecc. La poesia gli serve, secondo le sue parole, «a raccontare / la vita degli umili» (p. 36), usandola come linguaggio universale capito da tutte le creature. Raccontare attraverso la poesia la vita degli umili o della gente odierna non impedisce a Catalfamo di richiamare e narrare anche la vita del vecchio mondo con i suoi miti, riti e totem, non solo per motivi tematici, ma proprio perché durante quei tempi antichi è nata la poesia: «E così nasce, / nei secoli, / la poesia» (p. 42).

Dunque è un concetto particolare della poesia e dei poeti che sta al centro della raccolta. Ne danno testimonianza i versi stessi di Catalfamo nei quali l’uccisione dei poeti, con armi biologiche, da parte di gente malvagia che attacca il comunismo, si considera un atteggiamento distruttivo che porta infine alla diffusione della immoralità in tutte le sue forme peggiori:

«Distruggono / la nostra casa popolare, / di stile sovietico, / quella di Neruda, / uccidono i poeti / con armi biologiche, / perché vincano / incontrastate / la menzogna, la viltà, / la corruzione, la mediocrazia, / elevate a sistema,/ e soccombano nella melma / i migliori» (p. 64).

A questa dimensione distruttiva delle armi biologiche, che uccidono i poeti e tutte le cose belle, il poeta oppone un’altra dimensione costruttiva attraverso la «poesia biologica»nell’ultimo componimento della raccolta. La ricostruzione del giardino della mamma e della nonna distrutto dal crollo dell’edera che si attacca al muro di cinta Catalfamo la considera come fare poesia, ma questa volta è un tipo particolare, è «poesia biologica» che affonda le sue belle radici nella terra in modo che non rimanga alcun male o disonestà:

«la poesia biologica / che affonda le radici / nel profondo della terra, / fino agli Inferi. /[…] / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (p. 116).

La musa della poesia di Catalfamo è l’idea stessa di fare poesia cioé la poesia è l’obiettivo, la fine, punto di partenza e punto d’arrivo nello stesso tempo. La poesia ha dato l’occasione al nostro poeta di accostarsi al mondo della donna che per lui è un Microcosmo (p. 25) che racchiude in sé «il mistero della vita» (p. 82). La donna-madre in particolare nella poesia di Catalfamo rappresenta «un mondo di valori, / di passioni, di sentimenti, / a lungo sopiti» (p. 61). In un’intervista il nostro poeta dichiara che «nel Sud dell’Italia, ma anche del mondo, le madri crescono i figli col fiato». Infatti per mezzo dei suoi versi Catalfamo ci dà l’impressione che le madri non hanno un ruolo meno importante di quello della poesia nell’addolcire il mondo e ogni donna-madre si fa simbolo della madre del Bambino che è sempre in grado di offrire, secondo le parole del poeta, a tutti conforto e speranza nel «mondo vile e infernale» (p. 83).

Hala Radwan: Docente di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Italiano, Facoltà di lingue, Università di Sohag, Egitto.

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).