Posts Tagged ‘poesia italiana’

:: Ferite nella memoria di Giuseppe Battaglia (LArgoLibro, 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2021

La vita è fatta di memoria, se così non fosse non proveremo quel tale senso di vuoto perdendola. La memoria è linfa e nutrimento di cosa di più intimo, prezioso e profondo l’essere umano possiede: la sua coscienza. La poesia serve a tramandare memoria e a vivificare la coscienza perché non si rattrappisca, inaridisca e muoia. Ecco questo è il testamento morale che Giuseppe Battaglia ci ha voluto lasciare con la sua ultima opera dal titolo emblematico Ferite nella memoria. Una raccolta poetica di rara sensibilità, accorata, graffiante, pudica, in un mondo dove il pudore è sempre raro. I versi sono rarefatti, quasi epigrammi orientali che raccolgono quel grumo aspro che è il senso della vita come noi lo percepiamo, iridescente e remoto. Anche chi non ama la poesia troverà in questi versi nutrimento e un po’ di tregua dagli affanni, dal tran tran quotidiano. Sopra/ il respiro/ senza bagliori/ polvere antica/ pensieri vaghi, ecco cosa differenzia la coscienza dall’incoscienza, e dalla mancanza di senso: il respiro e il pensiero. I versi di questo poeta portano a compimento questo senso con apparente leggerezza e senza sforzo. La vita è respiro e memoria, è ciò che diamo agli altri e cosa riceviamo, tutto della stessa importanza, del medesimo valore. Con generosità Giuseppe Battaglia ci ricorda che il bene e accanto al male (di cui vede consapevolmente tutte le ombre dal dolore al tradimento) ma non lo sovrasta. Chiuderei questo commento alla silloge con alcuni suoi versi presagi dell’imminente destino che ci accomuna tutti: Ritagli/ d’infanzia/ rompono/ il sonno/ sotto/ il legno/ della crocifissione. Versi scarni che per intensità mi sono rimasti in mente e mi hanno portato alla mente versi di altri grandi poeti e mistici che hanno riflettuto sull’assenza e sulla morte. Epigrammi che per il loro significato etimologico hanno il precipuo scopo poetico di lasciare il ricordo d’una vita.

Giuseppe Battaglia nasce a Ragusa il 27 settembre del 1953. Laureato in Sociologia presso l’Università di Urbino, ha conseguito specifiche formazioni professionali in Psicoterapia, Psicanalisi individuale e di gruppo e Psicoterapia analitica. Ha pubblicato opere poetiche in dialetto siciliano e con Manni Editore Respiro dello Sciamano. Con l’Edizioni L’ArgoLibro ha pubblicato Rumore del tempo nella memoria e Sotto una montagna di carte titolo d’esordio della collana Agorà diretta da Nicola Vacca.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa L’ArgoLibro.   

:: La quarta parete di Giuseppe Perrone (L’Argolibro editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2021

Una poesia evocativa, densa di significati, anche sofferti, colma i versi liberi della raccolta La quarta parete del medico-poeta tarantino Giuseppe Perrone. Raccolta divisa in cinque parti: La stanza vuota, Davanti al muro è impossibile capire, Passi perduti e altri inciampi, In compagnia della cenere, e l’ultima Accadono scene mute.

Una poesia chiaroscurale fatta di zone d’ombra illuminate da improvvisi lampi di luce. Il pessimismo che ne emerge non è assoluto, sebbene il dolore, la solitudine e la morte rendono difficile la costruzioni di mondi gioiosi e luminosi, ma la poesia che si scrive da sola, come afferma nel componimento che dà il titolo alla raccolta è quel di fronte che può essere confine o spazio aperto dinnanzi alla vita chiusa in quattro pareti. La poesia sgorga dunque spontanea quando il canale di questa percezione è aperto, autentico e sincero come in questo caso.

Versi densi di saggezza misteriosa, anche se come scrive Nietzsche, nella citazione in esergo, la saggezza può porre limiti alla conoscenza, ma il poeta la possiede, avendo visto il dolore e la morte in faccia come medico ed essere umano sensibile che ben conosce l’abisso della sofferenza che la vita dispensa a piene mani. Ma non si arrende.

Ho trovato molto toccante e vera Vigilia (senza giorno di festa) della quinta sezione, specialmente nei versi O furia di cielo e santi/ attenzione all’estasi dei salmi o nei versi O mani che si stringono per dirsi addio/ attenzione a non giurare “per sempre”. Versi essenziali, schietti, puri, capaci di toccare le più misteriose corde dell’anima che ci mettono in guardia dall’insidie dell’oggi nascoste in luoghi inattesi.

La poesia è come l’anima, che forse non si vede ma si fa sentire, se è autentica e in questi versi si ha schietta questa sensazione. È una poesia che ha un ritmo, una cadenza, una voce personale e intima molto particolare.

Ho amato molto questa raccolta, di un poeta giustamente premiato e apprezzato, che ho conosciuto grazie a Nicola Vacca che cura la collana Agorà, dove questa raccolta è inclusa. Se amate i poeti contemporanei, Perrone è nato nel 1959, sono certa certa che questa silloge saprà parlare anche a voi.

Permettetemi due notazioni finali: il componimento grafico in copertina è una fotografia di Rino Scarpa e la prefazione di Cosimo Argentina.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

Un viaggio in versi nell’animo e nella società degli emarginati ai tempi del Covid-19 in “La direzione è storta”di Filippo Kalomenìdis . A cura di Viviana Filippini

14 aprile 2021

Filippo Kalomenìdis racconta con la poesia un anno con il Coronavirus e gli sconvolgimenti che ha portato il suo arrivo. Kalomenìdis raccoglie il tutto in versi racchiusi in “La direzione è storta”, edito da Homo Scrivens narrando come il tempo e la vita sua e di chi gli sta attorno siano cambiati con l’irrompere del Covid-19. Un diario lirico, a tratti inquieto, dove ogni poesia scritta da Filippo è un viaggio profondo, in certi momenti anche tormentato, nelle dimensioni umana, emotiva socioculturale e anche politica dei mondi (Italia, Sardegna, campi profughi in Grecia) attraversati dall’autore. Ne abbiamo parlato con Filippo Kalomenìdis.

Perché hai scelto proprio la poesia per narrare la tua esperienza di convivenza col Covid-19?

I miei mesi di mobilitazione civile tra marzo e maggio del 2020 – in cui assieme a tante compagne e tanti compagni abbiamo offerto ai malati il nostro piccolo aiuto – potevano vivere solo in poche, autentiche parole che fossero appropriate, essenziali, lancinanti e, allo stesso tempo, che contenessero quella che gli antichi greci chiamavano “Pleroma”, ossia la pienezza, la completezza, “la luce al di sopra”. Solo esprimendomi con dei versi potevo disegnare parole che attraversassero lo spazio sino a chi le riceve, portandosi dietro in un istante immagini, suoni e un’irriducibile verità emotiva.La poesia è un cammino senza scorciatoie, senza soste, per me l’unico possibile per raccontare la Nuova Storia, quella cominciata con la Catastrofe della pandemia. I versi chiamano le cose con il loro nome, toccano subito carne e anima, ovvero niente di più eversivo in questa era di a-nomia e di contraffazione della realtà.

Come e da cosa sono nate le tue poesie?

Sono nate dall’esigenza di scrivere un diario intimo e politico, dal bisogno di raccontare il viaggio interiore e fisico che ho compiuto per riappropriarmi della mia identità di uomo in rivolta. E soprattutto dalla mia vocazione a dare voce ai cancellati, agli ultimi, ai senza luogo, ai reclusi nella malattia e nella detenzione. Così ho abbracciato le loro vite e le loro storie. Ho elaborato il silenzio artificiale dei mesi del lockdown, per poi cercare le parole giuste per romperlo, ascoltando e riportando spesso le parole del grande popolo degli abbandonati in una catastrofe causata – non scordiamolo mai – dai poteri predatori e assassini che ci governano.

Nel libro ritorna spesso il tema dell’amore perduto cosa è rimasto di esso?

Ho perso tanto, tantissimo nell’anno appena trascorso, ma la gratitudine per la bellezza che mi è stata donata resta. Ed è infinita.

Quanto il virus ha influito sul tuo modo di pensare, agire e scrivere?

Quando si vive una catastrofe individuale e collettiva, l’estremismo umano e l’estremismo politico sono risorse fondamentali. La generosità, il moto verso gli altri e con gli altri sono le uniche risposte necessarie contro l’isolamento in cui siamo stati sprofondati. Questa pandemia deve essere attraversata come un’opportunità ultima di cambiamento. Se non lotteremo con gioia e vitalità radicale per uscire dalla fine del capitalismo, di cui il virus è solo uno dei tanti disumanizzanti effetti, non avremo scampo.La scrittura autentica è una delle forme di lotta più alte e più consapevoli. Dopo anni vissuti come la maggior parte di noi nella menzogna, ho scelto la nudità, la sincerità cruenta e luminosa. Ho cercato quindi di superare le cinque difficoltà indicate da Brecht per chi vuole scrivere la verità: il coraggio di scrivere la verità, l’accortezza di riconoscerla, l’arte di renderla maneggevole come un’arma, il giudizio di scegliere coloro nelle cui mani diventa efficace, e l’abilità di propagarla tra molti. I versi de “La direzione è storta”vogliono comporre una sorta di lungo monologo, quasi teatrale, quasi musicale, perché hanno sempre all’interno un’interlocutrice, un interlocutore, individuo o massa che sia.

Quanto è stato importante avere con te tuo figlio durante la pandemia?

Mio figlio è, come scrivo in una delle pagine, il mio «Muro Maestro». La biunivocità nella trasmissione del sapere emotivo ed esperienziale tra genitori e figli è una delle possibilità di salvezza in questo tempo catastrofico. Al contrario di ciò che recenti teorie psicanalitiche mainstream affermano, la mancanza della legge del padre è una fortuna. I genitori devono saper essere guide dei figli e saper farsi guidare dai figli, come ci insegna l’episodio nella pancia della balena di Pinocchio. Il legaritarismo opprime i nostri bambini appena si affacciano nella società. Dobbiamo quindi educarli alla libertà e farci insegnare da loro l’immediatezza nell’esercitarla. Dobbiamo ritrovare assieme ai giovani gli spazi di amore, di espressione, e di sovversione del reale. 

Il tuo libro si sviluppa in alcuni luoghi cardine: Bologna, Sassari e quelli che definisci campi di concentramento (dove ci sono i rifugiati). Cosa hanno in rappresentano per te questi tre posti?

Nel 2020, Bologna è stato il territorio della gratitudine per l’amore ricevuto e vissuto, è lì che è cambiata per sempre la mia vita; la Sardegna è la terra dove sono nato e dove ho deciso di ritornare “figlio” per potermi ritrovare come uomo e come padre; le isole della Grecia ai confini dell’Asia rappresentano invece il recupero definitivo delle mie origini di senza luogo, di nipote e figlio di profughi. In quelle isole che un tempo erano ponti dove i popoli s’incontravano e si mescolavano, ora sono stati edificati dall’Unione Europea i nuovi Lager in cui vengono rinchiusi e annientati le donne, gli uomini, i bambini del Sud del mondo in fuga dalle guerre e dalle carestie causate dall’Occidente.  Per questo sono stato là, insieme ai prigionieri e a chi lotta per la loro libertà. Perché le loro storie, i loro gesti, il loro amore, la loro rabbia potessero risuonare oltre l’orrore che vuole cancellarli in quanto parte di scarto del bottino di guerra.

Cosa hai ricevuto emotivamente dagli incontri con le persone in difficoltà a Bologna e in quelle che hai incontrato in Grecia?

Per me sono vincoli indissolubili e prima inimmaginabili. Ogni parola in più rischierebbe di essere retorica. E chi soffre ed è oppresso non ha bisogno della pena aggiuntiva della retorica.

Quanto sei cambiato dal momento in cui hai cominciato a scrivere le tue poesie a quando hai concluso la tua raccolta?

Per risponderti cito un passaggio da “Perché io, perché non tu” di Barbara Balzerani – punto di riferimento raro e infinitamente prezioso nel contemporaneo contesto letterario europeo – “capitano occasioni in cui si riconosce qualcosa di essenziale dell’impasto di cui si è fatti”. Ecco, ciascuna delle esperienze che sono diventate le pagine de “La direzione è storta” hanno per me questo preciso significato.

:: Mi manca il Novecento: Rocco Fasano, il poeta che viene da lontano a cura di Nicola Vacca

24 novembre 2020

Mi piace curiosare nell’archivio del Novecento alla ricerca di primizie letterarie e di scrittori di cui non si trova molto da leggere e si parla poco ma che vale la pena leggere e scoprire.
Conosco personalmente Rocco Fasano, grande uomo di cultura che viene dal quel Sud ricco di fermenti. Un intellettuale illustre che viene da Gioia del Colle, paese in cui sono nato.
Rocco ha dedicato la sua vita alla scuola e alla cultura, ha scritto libri, si è impegnato in politica, ci ha fatto conoscere scrittori e artisti notevoli.
Rocco Fasano è anche poeta. Stoppie è il suo libro più importante. La sua pubblicazione risale al 1956 nella collana “Poeti d’oggi” dell’editore Gastaldi di Milano.
Libro praticamente introvabile. L’autore qualche anno fa ha curato una riedizione in copie limitate.
Il poeta, come scrive nella breve nota che accompagna la seconda edizione, si muove tra situazioni, emozioni, immagini, spesso accennate, frantumate o sospese, richiamando le forme adeguate di scrittura: abbozzi, appunti, mottetti e scorci, con cui meglio si concentra la portata lirica del sentimento di tempo interrotto, di tramonto rapido dell’età dei sogni, speranze, illusioni che lui steso chiama «Stoppie di campo mietuto».
Partire da questa dichiarazione di poetica è indispensabile per avventurarsi nel mondo lirico di Rocco Fasano dove la poesia è una trama di voci e il poeta le ascolta tutte affidando la sua intuizione al tempo che scorre e da cui lui si lascia attraversare.
Quella di Rocco Fasano è una poesia che contiene suggerimenti infiniti e la parola è sempre pronta a accogliere significati profondi.
Il poeta si avventura negli abissi del giorno, sa che il suo verso è incerto come la vita che si vive in un quotidiano in cui le cose e le persone tremano.
Ma è alla poesia che Fasano affida tutto il suo mondo interiore, si impiglia con le parole nella rete di spazi senza tempo, non rinuncia a un colloquio con i fantasmi del giorno, scava tra le macerie del paese sepolto, fa i conti con la zavorra della carne e la maledizione dell’anima.
Rocco Fasano è un viandante nella cognizione del dolore, nella sua poesia è documentata con una consapevole malinconia crepuscolare la stanchezza dell’esistere:

«Ormai non segno tappe. /Ad assonata plaga torco i passi. / Cielo senza punto, / stanchezza, lungo male / che il corpo e l’anima rode.»

Le Stoppie di Rocco Fasano sono come i Trucioli di Camillo Sbarbaro.
Materiale residuo dallo spessore sottilissimo, quasi inesistente su cui si posa il vuoto malinconico del tempo con le sue evocative suggestioni.
Nei suoi trucioli impressionisti Sbarbaro cerca un’intesa impossibile con le cose, la parola della sua poesia ha le stimmate di una genesi dolorosa e necessaria: con ogni verso il poeta raccoglie sulla carta il totale di mancanze infinite.
Rocco Fasano colleziona Stoppie e ascolta la loro voce mentre si sbriciola il tempo nelle sue distanze. Il poeta raccoglie quello che resta e dai residui scava a mani nude nel caproniano muro della terra.

:: Poesie giovanili di Paolo Volponi (Einaudi, 2020) a cura di Nicola Vacca

14 ottobre 2020

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Paolo Volponi è stato anche poeta, e che poeta. Indimenticabili i suoi tre libri di poesia: Il ramarro (1948), L’antica moneta (1955) e Le porte dell’Appennino (1960, premio Viareggio).
Volponi ha esordito in letteratura come poeta e nella sua esistenza, anche quando è diventato uno scrittore affermato, non ha mai smesso di lavorare ai suoi versi.
Il giovane poeta Volponi, allegorico e controcorrente, si muove inizialmente nella tradizione lirica, usa il verso breve e sembra influenzato da Ungaretti.
Poi c’è la seconda fase in cui lo scrittore si distanzia dalla vocazione degli esordi.
Qualche anno fa, in un cassetto della casa urbinate dello scrittore, sono stati trovati alcuni fascicoli: fogli manoscritti e dattiloscritti, autografi, appunti e frammenti.
Tra questo materiale prezioso c’erano anche poesie inedite che risalgono alla seconda metà degli anni Quaranta, alle soglie del Ramarro, e arrivano fino ai primi anni Cinquanta, quando Volponi sta scrivendo L’antica moneta.
Adesso quel materiale è stato raccolto e pubblicato per la prima volta nella collana bianca di Einaudi con il titolo Poesie giovanili (a cura di Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli).
Nel Volponi giovane poeta si incontra un’immediatezza matura, un verso scarno e pungente che sa essere di carne e immanente.
Paolo Volponi fa sanguinare le parole, scrive versi per cogliere la parola nel suo stato di crisi. Il poeta è vicino in questo periodo alla lezione Ungarettiano de L’Allegria.
Le parole sono schegge, i versi arrivano alla coscienza dei lettori come siluri che cercano la deflagrazione.
La parola di Paolo Volponi nella prima fase della sua poesia è forte, la sua scrittura non cerca mai mediazioni, colpisce e affonda con una carnalità che si avvicina al vero delle cose.

«Volevi ingannarmi. / Stringevi / le cosce, / e smaniavi / per la tua verginità. / T’ho tirata giù / dal letto / per i capelli, /nuda sul pavimento. / Mi sono rivestito /Senza più guardarti».

Il giovane Paolo Volponi è un poeta autentico, un lirico diretto che ha tra le mani una parola sempre pronta a esplodere.
Ha ragione Salvatore Ritrovato, alla fine della sua nota introduttiva quando scrive che i versi raccolti in questo volume ci mostrano un Volponi che cerca fisicamente il suo lettore per metterlo di fronte a una poesia che ha più certezze.
Questa percorsa dal giovane Volponi, oggi che si leggono troppi poeti che mostrano una sicurezza granitica e hanno la presunzione di avere la verità in tasca, è la strada maestra per riportare la poesia nella sua casa.

Paolo Volponi è nato a Urbino il 6 febbraio 1924. A ventiquattro anni, laureato in legge, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Il ramarro. Nel 1950 inizia il suo rapporto di lavoro con la Olivetti, via via più impegnativo fino ai massimi livelli dirigenziali, che si chiuderà soltanto agli albori degli anni Settanta. Nella primavera del ’54 prende avvio l’amicizia con Pier Paolo Pasolini, da cui riceverà uno stimolo decisivo in direzione del romanzo. Nel ’72 viene chiamato a Torino da Umberto Agnelli per uno studio sui rapporti fra città e fabbrica, e prende il via la sua collaborazione con la Fiat. Nell’83 viene eletto al Senato nel collegio della sua città: il suo impegno parlamentare si interromperà solo nel 1993, per ragioni di salute. Volponi muore il 23 agosto dell’anno successivo.
Einaudi ha pubblicato Corporale, La macchina mondiale (Premio Strega 1965), Poesie e poemetti 1946-66, Il lanciatore di giavellotto, Il sipario ducale, Con testo a fronte. Poesie e poemetti (Premio Mondello 1986) e inoltre, negli «Einaudi Tascabili»: Memoriale, Il pianeta irritabile, Le mosche del capitale, La strada per Roma (Premio Strega 1991) e Poesie. 1946 – 1994 (2001). Nella «Nue» sono stati pubblicati Romanzi e prose I (2002), Romanzi e prose II (2002) e Romanzi e prose III (2003); nelle «Letture», I racconti (2017) e, nella «Collezione di poesia», Poesie govanili (2020).

Source: inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

:: Arrivano parole dal jazz di Nicola Vacca (Oltre Edizioni 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020

Esce domani, 6 ottobre, Arrivano parole dal jazz raccolta poetica che l’autore Nicola Vacca dedica agli artisti che hanno fatto grande questa musica nata nei primi del Novecento come diramazione del Blues. Ma più che un mero omaggio in versi alle stelle più fulgenti di questa nobile arte è un viaggio come lo stesso jazz è, un viaggio nelle parole, nelle emozioni che il jazz suscita nell’autore, nel mondo che queste note sanno ricreare, un mondo malinconico, sporcato di pioggia e di screpolato spleen. Proprio la quarta parte della silloge “Perchè amo il jazz” ci porta nel cuore vero di questo volume e ci aiuta a dare una chiave di lettura per comprendere la profondità di questo amore per questa musica maudit, che trae le radici più profonde dai canti degli schiavi afroamericani d’America. Un dolore universale sembra sgorgare da questa musica senza tempo, che come tutte le arti eterne è stata amata e elaborata non solo da artisti afroamericani lasciando inciso nell’anima il senso vero di questa musica che travalica appunto le barriere etniche e sociali. Nicola Vacca trova le parole per esprimere tutto ciò e lo fa con semplicità e immediatezza, carismi della sua voce poetica autentica e sincera. Leggo tra le righe tanta sofferenza sublimata in bellezza, da vite molto spesso tormentate, precipitate negli inferni artificiali, o lasciate troppo presto alla deriva e condannate all’autodistruzione. E nonostante questi lati oscuri il jazz tocca le corde tese dell’anima, quasi non sporcandosi con le contingenze del mondo ma infondendo quel senso di meraviglioso che abbaglia e stordisce. Lasciarsi trasportare in questo mondo è appunto un viaggio nell’altrove, nel mitico e nel meraviglioso, nell’eternità rarefatta di un assolo, di un virtuosismo o di una voce sincopata e unica. Riuscire a trasmettere in parole cosa il jazz è, cosa rappresenta per tantissime persone nel mondo è la preziosa qualità di questo testo forse più destinato ad essere recitato in parole e musica che semplicemente letto. Ma anche nell’intimo di una lettura in solitudine trasmette quelle vibrazioni che scaldano il cuore e uniscono in una sorta di fratellanza universale le persone più diverse e complesse. Da segnalare la playlist finale a cura di Tommaso Tucci e le essenziali illustrazioni di Alfonso Avagliano che impreziosiscono il volume oggetto d’arte di per sè. Prefazione di Vittorino Curci.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog “Zona di disagio”. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa e l’autore.

:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Attorno a un giardino di Anna Maria D’Ambrosio (Italic 2020) a cura di Lucrezia Romussi

29 aprile 2020

Attorno a un giardinoAnna Maria D’Ambrosio, scrittrice di raccolte poetiche come ‘’Di fiori e di foglie’’ Interlinea e di romanzi dall’indiscusso successo, in primis ‘’Devi solo cadere con me’’ Interlinea, e della raccolta di racconti “Le parole del pettirosso” Giovane Holden, vincitrice di diversi premi nonché riconoscimenti letterari tra i quali il Premio Rhegium Julii 2011 per l’inedito di poesia, Premio F. Kafka 2015 e Premio Giuria della Città di Pontremoli 2017, è tornata a emozionare con ‘’Attorno a un giardino’’.

L’opera poetica pubblicata da Italic di Ancona vanta la prefazione della scrittrice pluripremiata Maria Paola Colombo, che afferma:

‘’Per molto tempo ho dimenticato il piacere di leggere poesie. Non so dire perché: ci sono cose che smettiamo di fare senza un motivo preciso…Poi ho incontrato la raccolta di Anna D’Ambrosio e ho sentito quanto mi sia mancato, in questi anni, l’istante in cui finisci di leggere una bella poesie, l’istante in cui stacchi gli occhi dalle pagine ma ancora l’anima resta là, in quell’Altrove fragile e disvelato. E quando ritorni, tutto intero, mente e cuore, al mondo degli oggetti quotidiani, dei gesti, dei volti, ti sorprendi a osservarli come cose misteriose, messaggi dell’Invisibile. È questa la magia della grande poesia, è questa la magia delle poesie di Anna D’Ambrosio: chiamare la vita per un istante con il suo nome segreto, chiamarla attraverso l’atroce vuoto che infuria, farla brillare nella sua intensità incantevole e dolorosa.’’

Con queste parole Maria Paola Colombo, magistralmente, suggerisce la dimensione dell’opera di Anna Maria D’Ambrosio, che con grande padronanza riesce a far trasparire da ogni poesia la bellezza del quotidiano, una bellezza autentica, vera, spontanea, che regala a tutti momenti di estasi.

Anna Maria D’Ambrosio, ricordando grandi poeti del passato come il Pascoli, ricerca la semplicità con audacia e interesse e riesce a stabilire un rapporto autentico tra la realtà interiore ed esteriore all’insegna della più naturale ed estasiante meraviglia.

Prendono così forma, diversi capitoli, quali ‘’Dolore e bellezza in lotta’’, una raccolta di sentimenti personali ma proprio per questo universali, ‘’Marginali’’, una collezione di storie quotidiane straordinarie come quella di Antonia che sposa a sedici anni un uomo, obbligata e gravida di disamore, ‘’Ombrello capovolto ‘’ l’avventura di chi non si arrende all’esilio dell’anima e del cuore, e, infine, ‘’Attorno a un giardino ’’, un ritorno da parte dell’autrice a sé medesima per riscoprirsi, trasformando così, il proprio io attraverso le parole. Una poesia, tra le tante, che meglio rappresenta la grandezza e il senso di questa opera poetica è: ‘’Donne filosofe’’:

Generazioni
di donne asservite
a cui era lecito
coltivare la furbizia,
disfatte dai parti,
in lutto perenne,
vecchie a trent’anni.
E di grande saggezza.
Filosofe analfabete
alla finestra
mentre passava la vita.
Prefiche e devote mammane.
Esperte a ninnare, accudire,
allattare, essere
strumenti di vita.

Questo componimento in versi, non solo, è un inno alle donne, intese come creature dotate di straordinarie capacità emozionali e intellettive ma pare anche un’esaltazione del quotidiano, nel quale si cela una filosofia a tratti mistica che esula da nozioni scolastiche ma si concentra sulle sensazioni primarie individuali, vere e uniche caratteristiche per le quali gli esseri umani possono definirsi davvero tali.
Quindi, grazie ad Anna Maria D’Ambrosio, perché è proprio attraverso poeti e poetesse come lei che la poesia diventa

‘’Il salvagente a cui mi aggrappo quando tutto sembra svanire. Quando il mio cuore gronda per lo strazio delle parole che feriscono, dei silenzi che trascinano verso il precipizio. Quando sono diventato così impenetrabile che neanche l’aria riesce a passare.’’

Khalil Gibran

Anna Maria D’Ambrosio, nata a Novara, dove vive, si è laureata in Pedagogia presso l’università di Torino ed è abilitata in Filosofia. Nel 2011 ha vinto il premio Rhegium Julii per l’inedito di poesia con la raccolta Costretti a calpestare l’erba, finalista al premio A. Manzoni 2013. Con Interlinea ha pubblicato il suo libro d’esordio, la raccolta poetica Di fiori e di foglie (2013): premio Giovane Holden Edizioni 2015 e premio F. Kafka 2015. Con Giovane Holden Edizioni pubblica nel 2016 la raccolta di racconti Le parole del pettirosso.

Source: libro del recensore.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Editore 2019) a cura di Salvatore Marrazzo

11 dicembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.

Nicola vacca non trasgredisce il linguaggio. Il suo è un linguaggio dalla banalità a volte esasperante, emotivo e, pur tuttavia, un linguaggio eversivo che fa dello spergiuro e dell’impostura il suo essenziale obiettivo, il nemico dichiarato. Un linguaggio che si accosta e si confronta con l’umiltà del pericolo e della solitudine. Io stesso ci sono arrivato dopo essermi perso. Il linguaggio come topos. Meglio non luogo.

Del luogo dove solo essa, la poesia, può esistere nella sua essenza di difformità e oltraggio. La poesia. Un linguaggio inzuppato. Le scarpe pesanti come il suo cammino. Qui, il poeta supera se stesso in una sorta di evoluto Sisifo. La terra vuole il suo giardiniere. La sua realtà. Ma questa sprofonda e le altalene felici dei bambini diventano oggetti smarriti. Valigie vuote. Sale d’attese. Gabbie dorate d’illusioni. Come se il gioco fosse finito male. Come se il deambulare ossessivo fosse il centro dell’amarezza e della lontananza. Dell’abbandono della vita vera.

Sempre affannosamente cercata dal poeta. Ancora un gioco. La vita. La vita insieme alla poesia. Imprescindibile dalla poesia. Su queste sedie si accomoda l’assenza. Il poeta sparisce. Forse è lui stesso a non esistere. Poesia come spazio dell’esserci e del non esistere. E forse per questo un luogo. Luogo è ciò e dove sembra esserci una possibilità. Dove l’ultimo passante apre l’ombrello o dove i treni non passeranno. Solo le puttane come angeli caduti svendono il loro corpo.

Alla fine, però, si esce. Si ha bisogno di un’impalcatura. È in questo improvviso non rendersi conto che appare la parola. La pioggia che ci impicca ai vetri. E infine il diluvio. Di nuovo una chiusa. E poi di nuovo un avvio. Un guardare cruento in faccia alla realtà prima che essa divori tutto ciò che di umano è restato all’uomo. Prima che i cani divorino i nostri resti. Un linguaggio asciutto. Patibolare. Un linguaggio che perde il suo bianco affinché emerga la ferita. Perché l’inferno sorge dalla calligrafia.

Non dare la corda ai giocattoli è un modo del linguaggio di essere esortativo. Un linguaggio che non nasconde la sua natura utopica. Essenziale? Rifare il mondo è compito di ogni poeta. Ogni poeta si disseta di oscurità fino all’ultimo sorso. Ogni poeta è una voce unica. Un pensiero che ne apre altri. Il poeta è l’ultima possibilità. Nessun elogio per niente. Sul luogo del deserto l’unico cenno di vita è la distruzione. Qui il richiamo a Jabès è d’obbligo.

Il deserto è ancora un luogo di accenno. Un vuoto alveolo del niente. La nostra stessa aridità di non conoscere l’altro. La nascita è offesa al silenzio; la morte, solenne sottomissione, diceva Jabès. La poesia allora è quest’uscita dal silenzio. Questo vegliare sui vivi nati morti. Le crepe non sono gli abissi. Oltre la parola, c’è la sosta. Il riposo. Dio sembra aver perso l’equilibrio. La parola resta l’unico corrimano. Ciò che abitiamo sopra troppe macerie.

Non abbiate paura dei poeti, saranno i primi a scomparire quando essi tradiranno la parola,

ci dice Vacca. Monito e auspicio. Lui stesso sa. Ogni libro è opera di parole. Scialuppe capovolte. E giocattoli rotti.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro del recensore.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)Oltre che fine critico Nicola Vacca è un apprezzato poeta, erede delle storiche e nobili avanguardie poetiche pugliesi del Novecento tese a un rinnovamento profondo della lingua, a una rottura con il passato e la tradizione fossilizzata e pigra, vivificate da una ideologia politica vissuta come vera espressione di più alti ideali sociali e comunitari.
Non scrive in dialetto, Vacca, ma in italiano e questa scelta infonde una più netta universalità ai suoi versi che possono essere letti e compresi dalla Val D’Aosta alla Sicilia.
Non credo la nostra amicizia personale inficia l’alta stima che ho per il suo lavoro e la sua coerenza, in tempi difficili dove l’opportunismo e il cambio di casacca sembrano prevalere alle convinzioni profonde e al costo da pagare per poterle mantenere ed esprimere.
Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya Edizioni) è una raccolta poetica che nasce come atto di rivolta, e si collega alle sue raccolte precedenti anch’esse definibili come “canti di rivolta”.
Nicola Vacca è un poeta rivoluzionario, in lotta contro la mediocrità, la passività, l’apatia, l’incapacità di affrontare il reale con coraggio e determinazione, perché il mistero del male ci circonda, ma esistono ancora armi per difendersi e Vacca le usa tutte, con rabbia e ostinazione.
La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale come scrive Vacca in esergo citando Carmelo Bene, e la poesia è la più alta e nobile forma del linguaggio per cui se ne deduce che la poesia è un atto morale, una scelta civile, e più è sincera e vissuta e più la poesia è autentica.
La poesia disvela la verità, tramite l’intuizione, l’assonanza di pensieri e ideali, la compartecipazione e la fraternità.
E c’è fraternità in questi versi, sono morali nel senso che avvisano, risvegliano le coscienze contro le utopie, il materialismo più stolido, l’incapacità di vedere la realtà nuda, e per ciò bellissima e unica.
Se una certa crudezza acuisce e aggrava il verso, non è mai per ostentare o deridere, ma appunto per trasmettere quello spirito di rivolta che ci dovrebbe contagiare tutti, facendoci ribellare e opporre al male di vivere e di pensare.
La crisi economica e soprattutto etica e culturale, la fine delle ideologie storiche che hanno infiammato i dibattiti del Novecento, pur con tutte le derive che ben conosciamo, sembrano aver dato spazio al nulla, a un vuoto esistenziale e morale agghiacciante, e di questo Nicola Vacca non si dà pace, il giocattolaio che ci deride tutti vendendoci le sue utopie a buon prezzo non smette di tormentarlo, nell’indifferenza generale, nel silenzio più generalizzato delle coscienze.
Versi come:

Attendere anzitempo nelle stazioni vuote
quando non c’è l’ombra di un treno.

Danno un senso e una misura a questo vuoto pneumatico. Come i seguenti bellissimi versi:

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie
sono le nuove città di una città che si è arresa.
Non luoghi infiniti
gabbie dorate di illusioni
dove estranei si sfiorano
senza toccarsi l’anima.
È morto per sempre il tempo del contatto
su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando
l’utopia del dio denaro.

Che ci riportano alla drammaticità di aver fatto diventare i centri commerciali, di per sè utili e necessari, le nuove cattedrali di questa società post industriale e di transizione verso un futuro ancora non concepibile, tra pericoli e incognite difficilmente governabili.
Nicola Vacca trasforma la poesia in un canale di percezione e avvisa i suoi compagni di viaggio, i suoi fratelli dei pericoli e delle incognite, un po’ come i profeti maggiori dell’Antico Testamento, accolti perlopiù dai contemporanei con cardi e verdura marcia, perché a molti la verità non piace ascoltarla, preferiscono essere blanditi, ingannati e anestetizzati dall’ovvio e dal banale. Ma Vacca profeta laico di rivolta non si arrende, e se questa è la sua ultima raccolta di versi, come è stato detto, è un vero peccato. In copertina l’opera di Roberto Fatiguso.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro invitato dall’autore che ringraziamo.

:: Carne di Betzabea di Fabrizio Raccis (Catartica edizioni, 2019) a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2019

coperrtina frLa donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.
Carne di Betzabea (Catartica edizioni, pagine 87, euro 12,50) è un inno carnale e spirituale alla donna.
Il poeta è interessato alla corporeità della parola e scrive versi non trascurando mai quella necessaria fisicitàche la scrittura deve avere per significare, ignorando l’inconsistenza dei dettati preconfezionati.
Fabrizio è un poeta autentico perché conosce il sanguinare delle parole.
Il suo scrivere evita gli orpelli. Sulla pagina arriva una poesia schietta in cui l’amore per una donna si fa toccare con mano nella sua autenticità carnale:

«Potrei vivere di refusi / tra le tue frasi confuse e ottuse, / potrei passare decenni a vedere / il tuo corpo vibrare, mentre discendi le scale».

Con grande passione il poeta canta e esalta la donna fuori dalla retorica dell’idillio, ma attraversando le stanze della vita quotidiana dove i corpi, fatti di carne, si toccano, si accoppiano in amplessi in cui il sudore scatena vertigini di inenarrabili passioni
Questa di Fabrizio Raccis è una poesia d’amore che si insinua nelle ferite aperte dell’esistenza. Una poesia che non cerca suture ma deflagrazioni cariche di amore e di perdita inebriante di sensi.

«Ti vedo, sotto la pelle / sotto quel fascio di nervi e muscoli / sotto quel sangue, / fino al midollo e alle ossa».

Finalmente una poesia d’amore che non si vergogna nel mostrarsi nuda e cruda.
Carne di Betzabea è un canzoniere antiretorico: in queste poesie il romanticismo diviene selvaggio e il poeta ha molto coraggio nel proporre versi «sibilanti e pungenti». Poesie come pugnali che squartano la carne nuda degli amanti colti nel dono di un reciproco e incondizionato consumarsi nel trasporto di una stagione totale (quella dell’amore appunto) che non conosce inibizioni o pregiudizi.
Qui i sensi si scatenano e il poeta prima di tutto è un uomo che da dichiarato amante della carne non rinuncia alla bellezza burbera e inarrivabile dell’amore e alla sua donna che mostra tuta la sua volontà di potenza attraverso la verità di un corpo nudo.

:: L’ora del buio (spalle al muro) di Giuseppe Perrone (I quaderni del Bardo, 2019) cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2019

L'ora del buioVorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
Mi consigliano timore.

Densa di presagi apocalittici e pessimismo cosmico, la poesia di Giuseppe Perrone contenuta in L’ora del buio (spalle al muro) ci porta a un passo dall’abisso e lo fa utilizzando l’unica arma del poeta: le parole.
La parola, il Logos, corrispondente al latino verbum e all’ebraico דבר davar, l’increata essenza ultima della vita e dell’umanità stessa, alla deriva di un mondo sempre più estraneo, sempre più prigione, sempre più deserto pietrificato ostaggio di carcasse di ferri arrugginiti.
Cenere, vuoto, silenzio, il grido nero dell’umanità allo sbando, ferita, senza punti di riferimento, senza memoria.
Poesia di denuncia, poesia civile, poesia sensibile ai temi ambientali (Fumi di fango e crepe di terra / fuochi di veleni i rifiuti di mare), mentre l’umanità muta e sorda viaggia ad alta velocità verso un’Apocalisse neanche troppo annunciata, il poeta mette in guardia, sensibilizza le coscienze, cerca parole degne di questa missione e cerca di capire quale sia il salvabile, se qualcosa si salverà davvero da questa deriva, prima che tutto sia silenzio e inessenza.
Siamo davvero alle porte dell’abisso? ci interroghiamo leggendo i suoi versi, e deduciamo dalle tracce di senso, di significato, cosa siamo, e cosa saremo.
Si salverà la memoria? O anche lei scomparirà in un gorgo? come tutto ciò che muore. Siamo davvero una civiltà morente, o c’è uno spiraglio per la speranza, per la luce che sconfigge le tenebre e si incunea negli anfratti della creazione, illusione, specchio, materia inerte sul nulla.

Fumi di nebbia e oracoli
Al rintocco di prossima tempesta
Sembra quiete con veleno
D’un mondo addormentato,
ignaro d’imminente sventura e lutto.

Densi di concetti filosofici e intuizioni profetiche i versi di Perrone portano il lettore a scontrarsi e incontrare la voce che continua a parlare nel più nascosto intimo che tutti noi possediamo. Scalfisce l’indifferenza e si fa coscienza e testimonianza. E se anche arriverà la notte, avremo Occhi spalancati sul credere nell’infinito. Ci attende un risveglio? Sì, forse la morte è solo quello. Postfazione a cura di Nicola Vacca.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.