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:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Attorno a un giardino di Anna Maria D’Ambrosio (Italic 2020) a cura di Lucrezia Romussi

29 aprile 2020

Attorno a un giardinoAnna Maria D’Ambrosio, scrittrice di raccolte poetiche come ‘’Di fiori e di foglie’’ Interlinea e di romanzi dall’indiscusso successo, in primis ‘’Devi solo cadere con me’’ Interlinea, e della raccolta di racconti “Le parole del pettirosso” Giovane Holden, vincitrice di diversi premi nonché riconoscimenti letterari tra i quali il Premio Rhegium Julii 2011 per l’inedito di poesia, Premio F. Kafka 2015 e Premio Giuria della Città di Pontremoli 2017, è tornata a emozionare con ‘’Attorno a un giardino’’.

L’opera poetica pubblicata da Italic di Ancona vanta la prefazione della scrittrice pluripremiata Maria Paola Colombo, che afferma:

‘’Per molto tempo ho dimenticato il piacere di leggere poesie. Non so dire perché: ci sono cose che smettiamo di fare senza un motivo preciso…Poi ho incontrato la raccolta di Anna D’Ambrosio e ho sentito quanto mi sia mancato, in questi anni, l’istante in cui finisci di leggere una bella poesie, l’istante in cui stacchi gli occhi dalle pagine ma ancora l’anima resta là, in quell’Altrove fragile e disvelato. E quando ritorni, tutto intero, mente e cuore, al mondo degli oggetti quotidiani, dei gesti, dei volti, ti sorprendi a osservarli come cose misteriose, messaggi dell’Invisibile. È questa la magia della grande poesia, è questa la magia delle poesie di Anna D’Ambrosio: chiamare la vita per un istante con il suo nome segreto, chiamarla attraverso l’atroce vuoto che infuria, farla brillare nella sua intensità incantevole e dolorosa.’’

Con queste parole Maria Paola Colombo, magistralmente, suggerisce la dimensione dell’opera di Anna Maria D’Ambrosio, che con grande padronanza riesce a far trasparire da ogni poesia la bellezza del quotidiano, una bellezza autentica, vera, spontanea, che regala a tutti momenti di estasi.

Anna Maria D’Ambrosio, ricordando grandi poeti del passato come il Pascoli, ricerca la semplicità con audacia e interesse e riesce a stabilire un rapporto autentico tra la realtà interiore ed esteriore all’insegna della più naturale ed estasiante meraviglia.

Prendono così forma, diversi capitoli, quali ‘’Dolore e bellezza in lotta’’, una raccolta di sentimenti personali ma proprio per questo universali, ‘’Marginali’’, una collezione di storie quotidiane straordinarie come quella di Antonia che sposa a sedici anni un uomo, obbligata e gravida di disamore, ‘’Ombrello capovolto ‘’ l’avventura di chi non si arrende all’esilio dell’anima e del cuore, e, infine, ‘’Attorno a un giardino ’’, un ritorno da parte dell’autrice a sé medesima per riscoprirsi, trasformando così, il proprio io attraverso le parole. Una poesia, tra le tante, che meglio rappresenta la grandezza e il senso di questa opera poetica è: ‘’Donne filosofe’’:

Generazioni
di donne asservite
a cui era lecito
coltivare la furbizia,
disfatte dai parti,
in lutto perenne,
vecchie a trent’anni.
E di grande saggezza.
Filosofe analfabete
alla finestra
mentre passava la vita.
Prefiche e devote mammane.
Esperte a ninnare, accudire,
allattare, essere
strumenti di vita.

Questo componimento in versi, non solo, è un inno alle donne, intese come creature dotate di straordinarie capacità emozionali e intellettive ma pare anche un’esaltazione del quotidiano, nel quale si cela una filosofia a tratti mistica che esula da nozioni scolastiche ma si concentra sulle sensazioni primarie individuali, vere e uniche caratteristiche per le quali gli esseri umani possono definirsi davvero tali.
Quindi, grazie ad Anna Maria D’Ambrosio, perché è proprio attraverso poeti e poetesse come lei che la poesia diventa

‘’Il salvagente a cui mi aggrappo quando tutto sembra svanire. Quando il mio cuore gronda per lo strazio delle parole che feriscono, dei silenzi che trascinano verso il precipizio. Quando sono diventato così impenetrabile che neanche l’aria riesce a passare.’’

Khalil Gibran

Anna Maria D’Ambrosio, nata a Novara, dove vive, si è laureata in Pedagogia presso l’università di Torino ed è abilitata in Filosofia. Nel 2011 ha vinto il premio Rhegium Julii per l’inedito di poesia con la raccolta Costretti a calpestare l’erba, finalista al premio A. Manzoni 2013. Con Interlinea ha pubblicato il suo libro d’esordio, la raccolta poetica Di fiori e di foglie (2013): premio Giovane Holden Edizioni 2015 e premio F. Kafka 2015. Con Giovane Holden Edizioni pubblica nel 2016 la raccolta di racconti Le parole del pettirosso.

Source: libro del recensore.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Editore 2019) a cura di Salvatore Marrazzo

11 dicembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.

Nicola vacca non trasgredisce il linguaggio. Il suo è un linguaggio dalla banalità a volte esasperante, emotivo e, pur tuttavia, un linguaggio eversivo che fa dello spergiuro e dell’impostura il suo essenziale obiettivo, il nemico dichiarato. Un linguaggio che si accosta e si confronta con l’umiltà del pericolo e della solitudine. Io stesso ci sono arrivato dopo essermi perso. Il linguaggio come topos. Meglio non luogo.

Del luogo dove solo essa, la poesia, può esistere nella sua essenza di difformità e oltraggio. La poesia. Un linguaggio inzuppato. Le scarpe pesanti come il suo cammino. Qui, il poeta supera se stesso in una sorta di evoluto Sisifo. La terra vuole il suo giardiniere. La sua realtà. Ma questa sprofonda e le altalene felici dei bambini diventano oggetti smarriti. Valigie vuote. Sale d’attese. Gabbie dorate d’illusioni. Come se il gioco fosse finito male. Come se il deambulare ossessivo fosse il centro dell’amarezza e della lontananza. Dell’abbandono della vita vera.

Sempre affannosamente cercata dal poeta. Ancora un gioco. La vita. La vita insieme alla poesia. Imprescindibile dalla poesia. Su queste sedie si accomoda l’assenza. Il poeta sparisce. Forse è lui stesso a non esistere. Poesia come spazio dell’esserci e del non esistere. E forse per questo un luogo. Luogo è ciò e dove sembra esserci una possibilità. Dove l’ultimo passante apre l’ombrello o dove i treni non passeranno. Solo le puttane come angeli caduti svendono il loro corpo.

Alla fine, però, si esce. Si ha bisogno di un’impalcatura. È in questo improvviso non rendersi conto che appare la parola. La pioggia che ci impicca ai vetri. E infine il diluvio. Di nuovo una chiusa. E poi di nuovo un avvio. Un guardare cruento in faccia alla realtà prima che essa divori tutto ciò che di umano è restato all’uomo. Prima che i cani divorino i nostri resti. Un linguaggio asciutto. Patibolare. Un linguaggio che perde il suo bianco affinché emerga la ferita. Perché l’inferno sorge dalla calligrafia.

Non dare la corda ai giocattoli è un modo del linguaggio di essere esortativo. Un linguaggio che non nasconde la sua natura utopica. Essenziale? Rifare il mondo è compito di ogni poeta. Ogni poeta si disseta di oscurità fino all’ultimo sorso. Ogni poeta è una voce unica. Un pensiero che ne apre altri. Il poeta è l’ultima possibilità. Nessun elogio per niente. Sul luogo del deserto l’unico cenno di vita è la distruzione. Qui il richiamo a Jabès è d’obbligo.

Il deserto è ancora un luogo di accenno. Un vuoto alveolo del niente. La nostra stessa aridità di non conoscere l’altro. La nascita è offesa al silenzio; la morte, solenne sottomissione, diceva Jabès. La poesia allora è quest’uscita dal silenzio. Questo vegliare sui vivi nati morti. Le crepe non sono gli abissi. Oltre la parola, c’è la sosta. Il riposo. Dio sembra aver perso l’equilibrio. La parola resta l’unico corrimano. Ciò che abitiamo sopra troppe macerie.

Non abbiate paura dei poeti, saranno i primi a scomparire quando essi tradiranno la parola,

ci dice Vacca. Monito e auspicio. Lui stesso sa. Ogni libro è opera di parole. Scialuppe capovolte. E giocattoli rotti.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro del recensore.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)Oltre che fine critico Nicola Vacca è un apprezzato poeta, erede delle storiche e nobili avanguardie poetiche pugliesi del Novecento tese a un rinnovamento profondo della lingua, a una rottura con il passato e la tradizione fossilizzata e pigra, vivificate da una ideologia politica vissuta come vera espressione di più alti ideali sociali e comunitari.
Non scrive in dialetto, Vacca, ma in italiano e questa scelta infonde una più netta universalità ai suoi versi che possono essere letti e compresi dalla Val D’Aosta alla Sicilia.
Non credo la nostra amicizia personale inficia l’alta stima che ho per il suo lavoro e la sua coerenza, in tempi difficili dove l’opportunismo e il cambio di casacca sembrano prevalere alle convinzioni profonde e al costo da pagare per poterle mantenere ed esprimere.
Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya Edizioni) è una raccolta poetica che nasce come atto di rivolta, e si collega alle sue raccolte precedenti anch’esse definibili come “canti di rivolta”.
Nicola Vacca è un poeta rivoluzionario, in lotta contro la mediocrità, la passività, l’apatia, l’incapacità di affrontare il reale con coraggio e determinazione, perché il mistero del male ci circonda, ma esistono ancora armi per difendersi e Vacca le usa tutte, con rabbia e ostinazione.
La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale come scrive Vacca in esergo citando Carmelo Bene, e la poesia è la più alta e nobile forma del linguaggio per cui se ne deduce che la poesia è un atto morale, una scelta civile, e più è sincera e vissuta e più la poesia è autentica.
La poesia disvela la verità, tramite l’intuizione, l’assonanza di pensieri e ideali, la compartecipazione e la fraternità.
E c’è fraternità in questi versi, sono morali nel senso che avvisano, risvegliano le coscienze contro le utopie, il materialismo più stolido, l’incapacità di vedere la realtà nuda, e per ciò bellissima e unica.
Se una certa crudezza acuisce e aggrava il verso, non è mai per ostentare o deridere, ma appunto per trasmettere quello spirito di rivolta che ci dovrebbe contagiare tutti, facendoci ribellare e opporre al male di vivere e di pensare.
La crisi economica e soprattutto etica e culturale, la fine delle ideologie storiche che hanno infiammato i dibattiti del Novecento, pur con tutte le derive che ben conosciamo, sembrano aver dato spazio al nulla, a un vuoto esistenziale e morale agghiacciante, e di questo Nicola Vacca non si dà pace, il giocattolaio che ci deride tutti vendendoci le sue utopie a buon prezzo non smette di tormentarlo, nell’indifferenza generale, nel silenzio più generalizzato delle coscienze.
Versi come:

Attendere anzitempo nelle stazioni vuote
quando non c’è l’ombra di un treno.

Danno un senso e una misura a questo vuoto pneumatico. Come i seguenti bellissimi versi:

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie
sono le nuove città di una città che si è arresa.
Non luoghi infiniti
gabbie dorate di illusioni
dove estranei si sfiorano
senza toccarsi l’anima.
È morto per sempre il tempo del contatto
su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando
l’utopia del dio denaro.

Che ci riportano alla drammaticità di aver fatto diventare i centri commerciali, di per sè utili e necessari, le nuove cattedrali di questa società post industriale e di transizione verso un futuro ancora non concepibile, tra pericoli e incognite difficilmente governabili.
Nicola Vacca trasforma la poesia in un canale di percezione e avvisa i suoi compagni di viaggio, i suoi fratelli dei pericoli e delle incognite, un po’ come i profeti maggiori dell’Antico Testamento, accolti perlopiù dai contemporanei con cardi e verdura marcia, perché a molti la verità non piace ascoltarla, preferiscono essere blanditi, ingannati e anestetizzati dall’ovvio e dal banale. Ma Vacca profeta laico di rivolta non si arrende, e se questa è la sua ultima raccolta di versi, come è stato detto, è un vero peccato. In copertina l’opera di Roberto Fatiguso.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro invitato dall’autore che ringraziamo.

:: Carne di Betzabea di Fabrizio Raccis (Catartica edizioni, 2019) a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2019

coperrtina frLa donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.
Carne di Betzabea (Catartica edizioni, pagine 87, euro 12,50) è un inno carnale e spirituale alla donna.
Il poeta è interessato alla corporeità della parola e scrive versi non trascurando mai quella necessaria fisicitàche la scrittura deve avere per significare, ignorando l’inconsistenza dei dettati preconfezionati.
Fabrizio è un poeta autentico perché conosce il sanguinare delle parole.
Il suo scrivere evita gli orpelli. Sulla pagina arriva una poesia schietta in cui l’amore per una donna si fa toccare con mano nella sua autenticità carnale:

«Potrei vivere di refusi / tra le tue frasi confuse e ottuse, / potrei passare decenni a vedere / il tuo corpo vibrare, mentre discendi le scale».

Con grande passione il poeta canta e esalta la donna fuori dalla retorica dell’idillio, ma attraversando le stanze della vita quotidiana dove i corpi, fatti di carne, si toccano, si accoppiano in amplessi in cui il sudore scatena vertigini di inenarrabili passioni
Questa di Fabrizio Raccis è una poesia d’amore che si insinua nelle ferite aperte dell’esistenza. Una poesia che non cerca suture ma deflagrazioni cariche di amore e di perdita inebriante di sensi.

«Ti vedo, sotto la pelle / sotto quel fascio di nervi e muscoli / sotto quel sangue, / fino al midollo e alle ossa».

Finalmente una poesia d’amore che non si vergogna nel mostrarsi nuda e cruda.
Carne di Betzabea è un canzoniere antiretorico: in queste poesie il romanticismo diviene selvaggio e il poeta ha molto coraggio nel proporre versi «sibilanti e pungenti». Poesie come pugnali che squartano la carne nuda degli amanti colti nel dono di un reciproco e incondizionato consumarsi nel trasporto di una stagione totale (quella dell’amore appunto) che non conosce inibizioni o pregiudizi.
Qui i sensi si scatenano e il poeta prima di tutto è un uomo che da dichiarato amante della carne non rinuncia alla bellezza burbera e inarrivabile dell’amore e alla sua donna che mostra tuta la sua volontà di potenza attraverso la verità di un corpo nudo.

:: L’ora del buio (spalle al muro) di Giuseppe Perrone (I quaderni del Bardo, 2019) cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2019

L'ora del buioVorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
Mi consigliano timore.

Densa di presagi apocalittici e pessimismo cosmico, la poesia di Giuseppe Perrone contenuta in L’ora del buio (spalle al muro) ci porta a un passo dall’abisso e lo fa utilizzando l’unica arma del poeta: le parole.
La parola, il Logos, corrispondente al latino verbum e all’ebraico דבר davar, l’increata essenza ultima della vita e dell’umanità stessa, alla deriva di un mondo sempre più estraneo, sempre più prigione, sempre più deserto pietrificato ostaggio di carcasse di ferri arrugginiti.
Cenere, vuoto, silenzio, il grido nero dell’umanità allo sbando, ferita, senza punti di riferimento, senza memoria.
Poesia di denuncia, poesia civile, poesia sensibile ai temi ambientali (Fumi di fango e crepe di terra / fuochi di veleni i rifiuti di mare), mentre l’umanità muta e sorda viaggia ad alta velocità verso un’Apocalisse neanche troppo annunciata, il poeta mette in guardia, sensibilizza le coscienze, cerca parole degne di questa missione e cerca di capire quale sia il salvabile, se qualcosa si salverà davvero da questa deriva, prima che tutto sia silenzio e inessenza.
Siamo davvero alle porte dell’abisso? ci interroghiamo leggendo i suoi versi, e deduciamo dalle tracce di senso, di significato, cosa siamo, e cosa saremo.
Si salverà la memoria? O anche lei scomparirà in un gorgo? come tutto ciò che muore. Siamo davvero una civiltà morente, o c’è uno spiraglio per la speranza, per la luce che sconfigge le tenebre e si incunea negli anfratti della creazione, illusione, specchio, materia inerte sul nulla.

Fumi di nebbia e oracoli
Al rintocco di prossima tempesta
Sembra quiete con veleno
D’un mondo addormentato,
ignaro d’imminente sventura e lutto.

Densi di concetti filosofici e intuizioni profetiche i versi di Perrone portano il lettore a scontrarsi e incontrare la voce che continua a parlare nel più nascosto intimo che tutti noi possediamo. Scalfisce l’indifferenza e si fa coscienza e testimonianza. E se anche arriverà la notte, avremo Occhi spalancati sul credere nell’infinito. Ci attende un risveglio? Sì, forse la morte è solo quello. Postfazione a cura di Nicola Vacca.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Pomeriggi perduti di Michele Nigro (Kolibris Edizioni 2019) a cura di Daniela Distefano

10 giugno 2019

MICHELE NIGRO 2

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Nonostante questo non credo negli sfoghi fatalistici ma in un lavoro di “artigianato poetico” . Non seguo scuole, movimenti, stili comprovati. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente. Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a esprimersi in uno stile aulico. La poesia dovrebbe distillare con naturalezza l’essenza dell’esistere, senza ampollosità; rasentando un’apparente semplicità che non deve mai scadere nella banalità”.

Questa dichiarazione poetica appartiene a Michele Nigro autore di una rabdomantica raccolta – “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris) – che ci trasporta nella costruzione del contemporaneo lirismo e lo fa con eleganza, con sintesi ideativa e rispetto nei confronti dei mostri sacri che lo hanno preceduto. Nella Prefazione di Stefano Serri si legge:

Senza mai accontentarsi di biografismi né di schegge memorialistiche, in ogni luogo l’autore testimonia che il tempo ha fatto esperienza di lui. Il momento perfetto è una piccola poesia manifesto sull’intenzione di vivere del poeta, dove il verso si fa singolarmente irregolare, per aiutarci a raggiungere, oltre nomi, cognomi, numeri civici e di telefono, una sorta di limbo che sa di paradiso: larve, sì, ma con il futuro dentro”.

Tutto il resto è canto dell’anima che si libera di ogni costrizione mentale e raggiunge il podio dell’atarassia compositiva. Anche quando la passione bussa al portone dei sensi, il poeta si intrattiene a dialogare con le proprie idiosincrasie, per esorcizzarle e renderle mute di effetti nefasti mentre la memoria gorgheggia silenti espressionismi.

Mi occupi

Ignara del tuo futuro esserci
e del dolore
nel guardare altrove,
mi occupi,
posare gli occhi
sul volto simile
di chi non sei tu,
per salvarmi dall’oblio,
gesti ripetuti
sulla pelle di domani
crudele riverbero del noi,
mi occupi,
all’orizzonte, forse
nuove terre per la semina,
eppure, mi occupi sovrana
con truppe di ricordi
e presidi
di sguardi mai spenti.

Altrove si palesa un cambiamento, il poeta accantona provviste di immagini concilianti, perché :

(..) Prima di partire
in avide dispense
metto da parte
le cose belle di sempre,
per gli inverni
che non tarderanno. ( Da Le cose belle di sempre
(La dispensa)

Nel suo armadio volutamente non pindarico, c’è spazio per un omaggio magmatico al Poeta Pablo Neruda, una cima sonora per monti di ogni catena.

Spade cilene

a Pablo Neruda

Cadono le parole
ingiallite come foglie
su carte d’erba,
sotto i colpi di autunni
dittatori, scrivono pagine
a un canto generale.
Non fu vano
il loro stare al cielo
a raccogliere luce
per l’eterno dire.
Non restarono mute
le foglie cadute
di Neruda assassinato,
come le spade taglienti
di un poeta fuggitivo
brillavano pericolose
nella vigliacca notte
della libertà.

Anche il credo nell’Onnipotenza divina è riverito con tocchi sfuggenti di cosciente auto-caducità:

(..) Se lesiono
marmi barocchi
riscopro la fede
nell’invisibile. (Da Informosfera)

E poi l’Amore, che sfuma in vertigini di parole scritte, di tomi, di volumi, di libri che ne menzionano l’eterno influsso stregato.

Ad libritum
La decisione è presa!
ci separeremo quando
avrò letto tutti i libri
che mi hai regalato, goccia a goccia
per nutrire la nostra parola,
e assaporato le illustrazioni
delle pagine mute
di pomeriggi a guardarci.
Portane altri, dunque
donami nuovi tomi di pelle
volumi di te
a riempire gli scaffali
del tempo crudele,
per gabbare gli
ultimatum dell’orgoglio.
Dopo anni, tra la polvere
ho rivisto la tua luce scritta
nell’apparente
dimenticanza di un
addio
a me dedicato.

Chiudo questa passerella di versi di Michele Nigro con “Cave Canem”, un modo per dire che il balsamo per lenire il supplizio dell’uomo esiste, e solo Dio, le bestiole, e una trascorsa pelle possono svelarlo.

Il cane che dorme e sogna
proprio al centro della
strada deserta non teme
la morte da traffico,
si alzerà giusto
in tempo
come sempre all’arrivo
di un raro dovere.
Tutti gli amori
hanno lo stesso
sapore di voluttuosa
saliva, unguento
inventato da
madre natura
per ingannare il dolore
cosciente della fine.
E ogni volta
fingeremo
di non ricordare
le speranze appassite,
l’effimera gioia
di una trascorsa pelle.

Pomeriggi perduti” è un testo che qua e là si volge al retaggio poetico di giganti insuperabili, ma senza appesantire una schietta vocazione. Come dire che se Montale o Neruda sono attuali fari imprescindibili, l’apporto del poeta Nigro non languisce tra queste colonne ma si fa strada, una strada gli auguriamo sempre illuminata.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata Nessuno nasce pulito (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato Esperimenti, raccolta di racconti; il mini-saggio La bistecca di Matrix; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo Call Center, nel 2018 la seconda edizione Call Center – reloaded e la raccolta Poesie minori Pensieri minimi.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Chiara De Luca per la gentile collaborazione.

:: Lupa a Gennaio di Massimo Scrignòli (Book Editore nella collana Serendip 2019) a cura di Nicola Vacca

31 maggio 2019

cmsDi tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato.

È indegno del poeta mistificare l’agnello,
investirne la lana.

(René Char)

Massimo Scrignòli è un poeta unico, riconoscibile e appartato che ama la sofisticata eleganza del dire. Ma soprattutto scrive e pubblica quando ha qualcosa da dire.
Giovanni Raboni, che firmò la prefazione all’opera prima di Massimo Scrignòli (Notiziario tendenzioso, 1979), scrive che la sua poesia è coraggiosamente priva di simboli e forse di immagini, una trascrizione pura, quasi àfona per bisogno e desiderio di esattezza, completezza e onestà di cose pensate.
Le parole di Raboni fanno centro, meglio di molte altre inquadrano l’essenza della poesia di Scrignòli che nella sua fisiologica evoluzione non ha perso mai questa caratteristica individuata dal poeta e critico milanese.
A dieci anni da Vista sull’ Angelo, il poeta ferrarese pubblica Lupa a Gennaio. Ancora una volta Massimo torna alla poesia scavando nell’infinito delle parole e con un essenziale gioco a sottrare elabora un distillato per frammenti, che è il frutto tormentato di una ricerca poetica che copre dieci anni.
Questa volta il poeta si cimenta con la prosa poetica. Il volume ne contiene con ventotto.
Scrignòli è un poeta che nella sua scrittura non ha smesso di dialogare mai con i maestri e gli autori da lui amati.
In questo libro ci sono tutti (Kafka, Eliot, Pound, Apollinaire). Sono due i nomi che in questi frammenti occupano un posto di rilievo: René Char e Paul Celan.
Scrignòli alla maniera di Char scrive queste brevi e intense prose cariche di una straordinaria vocazione oracolare attraverso cui il poeta si tuffa nel vizio infinito delle parole per ascoltare e nominare in attesa di avere fiducia in una lingua che ci parla.
Il poeta cerca nelle parole una ipotetica fioritura, trattiene sul taccuino la notte per

«essere nelle povere piccole cose, dove si arriva sempre poco prima di riprendere fiato».

Lupa a Gennaio è l’esperimento unico di un poeta vero. Un breve e intenso viaggio nel mondo della poesia.
Ventotto brevi frammenti da leggere senza respiro e da meditare come l’opera matura di un poeta che come pochi ha saputo spingersi oltre i confini di una narrazione metafisica intuendo l’oltre di un oltre da cui scaturisce un alfabeto in cui fare i conti ogni giorno con la semina dei freddi, con la conquista del gelo.

«Eppure dorme, questo secolo: è un sonno senza sogni, adagiato sul fondale di un tempo tuttora indifeso dalle antiche profezie di Vulcano.
E noi non abbiamo ancora messo in salvo la cenere».

Solo i grandi poeti sanno scrivere parole di rara bellezza. Massimo Scrignòli lo è.
Con Lupa a Gennaio si conferma una voce fertile di intuizioni. Un poeta che ha il coraggio di ritrovare una parola estrema, che prepara la pioggia, ma anche il nostro riparo.
Una parola che ci avvicina (nella poesia come nella vita) al valore indiviso della verità.

:: Erba nuda di Ulisse Casartelli (Gaele edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2019

copUlisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Ha attraversato la sua breve esistenza con i versi tra le mani, nel cuore e nella mente.
Di lui resta la sua poesia. Pochi giorni prima della sua scomparsa aveva pubblicato Erba Nuda (Gaele edizioni).
Adesso apro quel libro che mi giunge postumo. L’ultimo viaggio terreno di Ulisse nel mondo delle parole che diventa per forza di cose il suo testamento.

«Ho paura delle pagine bianche / sono voragini/ da cui sale di tutto».

Questa è la prima poesia del libro ma questo è soprattutto Ulisse.
Un uomo che ha il coraggio di essere poeta che cammina in cerca delle orme del nulla.
In queste pagine c’è tutto il disagio esistenziale di un essere dilaniato che cerca l’esserci tra l’ansia della morte e un desiderio irrealizzabile di abbracciare la vita

Ma io non venero la morte, / venero la vita, / e respiro / l’incanto / sul bianco della cenere»).

La sua poesia fa venire i brividi. Ulisse ha sempre scritto versi in presa diretta con il suo terrore di essere poeta e uomo.
Erba Nuda è il diario di un uomo ferito che si è fatto poeta abbracciando le parole, soprattutto quelle terribili che sanguinano.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così Ulisse scrisse nella nota introduttiva a L’immensità della cenere, raccolta uscita da Marco Saia Edizioni nel 2017.
Adesso che ho tra le mani Erba Nuda e sfoglio i suoi tre libri precedenti, insieme all’album dei ricordi che affollano la mia mente straziata dalla sua assenza, rivedo l’amico inquieto, l’uomo fragile e il poeta con il suo quotidiano mestiere di vivere che ha condiviso con me (e con i pochi amici veri che gli sono stati vicino).

«Mi arrendo, / giocatela voi / la vostra partita. / Io torno al fiume / a imparare del mondo /dall’acqua che scorre».

Ulisse nei versi che ha scritto, e in quelli che ci ha lasciato, ha sempre cercato se stesso, non nascondendo mai l’inferno che aveva dentro.
Erba Nuda è il lato oscuro e la luce di un poeta che ha fatto le sue domande al cielo, nude di verità ma colme di un bisogno d’amore, sempre cercato tra un pensiero di morte e un brivido di essere.

:: Tutti i nomi di un padre di Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019

vaccapadreLa perdita di un genitore non credo la si superi mai, nemmeno se avviene in età adulta, quando i legami di dipendenza, emotiva e materiale, sono più fluidi, quando a volte una certa lontananza, anche fisica, sembra aver reciso quell’invisibile cordone ombelicale che tiene indissolubilmente legati genitori e figli. Sì sa i figli prendono la loro strada, magari si trasferiscono all’estero per studio o lavoro, decadono spesso la coabitazione, la dipendenza economica, la necessità di continue rassicurazioni dell’infanzia.
Ma mai si avverte quanto sia potente questo legame come quando li perdiamo, quando facciamo l’esperienza dell’assenza, della mancanza, del vuoto irreversibile che queste morti propagano come onde concentriche nelle nostre vite.
Un poeta è tentato di elaborare questo lutto con le parole, e così fa Nicola Vacca con il suo “Tutti i nomi di un padre”, un’opera sofferta, piena di autentico dolore, che gronda sangue da ogni verso, un atto di amore per entrambi i suoi genitori, persi nell’arco di poco tempo.
I genitori sono le nostre radici, ci hanno dato la vita, ci hanno educato, ci hanno donato non solo cose materiali, ma valori, qualità, convinzioni profonde, sono stati potenti modelli su cui abbiamo forgiato il nostro essere più profondo.
Nicola Vacca si espone, parla in pubblico di questo oscuro dolore, questo grumo di sangue nero, e usa parole forti, dense anche di rabbia, quella rabbia esistenziale coltivata dallo studio dei suoi grandi maestri Camus, Cioran su tutti, che in un certo modo disciplina un dolore che altrimenti non avrebbe sfogo, non avrebbe dimensione. La rabbia in questi casi aiuta, attenua la disperazione, fa intravedere come scintille lampi di bene, di pace. Perché quando siamo arrabbiati confidiamo che ci sia qualcuno che avverta la nostra rabbia, la divida con noi, ci ascolti. Questo è umano, è ciò che unisce l’umanità in una nuova fratellanza, che superi le singole solitudini.
Non stupisce la scelta dei versi di Pasolini della citazione in esergo “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Il tempo presente conta, l’ora e l’adesso, l’amore vivente. Eco laico dell’inno all’amore di San Paolo. “Dà angoscia il vivere di un consumato amore”.
Tanti i versi che mi hanno colpito, tra tutti forse questo: “Bisogna essere folli d’amore/ per diventare poeti” racchiude in sé il cuore autentico della poetica di questo autore complesso, anche se usa parole semplici e immediate, tormentato, che non imbocca la strada della superficialità per soffrire meno, per sfuggire il dolore di cui la vita sembra essere inseparabile compagna.
Teniamoci stretti/ perché la storia dei baci finisce”. Quel teniamoci stretti è tutto quello che ci resta, quella solidarietà fra naufraghi che sembra la grande lezione che il padre gli ha trasmesso, lui socialista, lui che la libertà, la giustizia e il bene li aveva nel dna.
Con due interventi di Paolo Fiore e Donato Di Poce.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) di Riccardo Mazzamuto (Italic 2019) a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2019

mazzamuto_coverRiccardo Mazzamuto è un poeta che sta nell’oggi. La sua poesia entra nella realtà e la spacca.
Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) è il suo nuovo libro. Quindici poemetti che capovolgono il concetto giuridico e elencato nel nostro codice civile.
Una poesia che guardando ai fatti nega l’esistenza di una diligenza. Oggi in questo caos dell’attualità siamo davanti a una negligenza che ci sta portando nel baratro.
Mazzamuto si conferma poeta di impegno civile. In questa nuova raccolta con acume e lucidità passa in rassegna questo nostro tempo con un’amara ironia che non fa prigionieri.
Il poeta è sensibile a tutti i segnali d’allarme e in ogni suo verso denuncia apertamente la perdita del buon senso.
Una poesia che sa intercettare le ingiustizie sociali e esistenziali di un tempo in cui gli esseri umani hanno smesso di essere umani:

«Momenti di dialogo / opinioni vorrebbe / parlare con qualcuno / e se stesso, lontano / dall’indifferenza / di città ammassate … / famigli brulicanti / vittime di iper –coop / coop carrefur lidol / vetrine cattoliche».

Questo libro può considerarsi il seguito del precedente La volpe e il gatto (2016).
Il poeta livornese sceglie ancora una volta il poemetto civile per affondare la penna nel marcio ordinario dell’epoca che viviamo.
I quindici poemetti che compongono questo libro in un’unica narrazione danno conto senza filtri del disagio nel quale siamo precipitati. Ogni verso si insinua nell’abisso di questo nostro sciagurato tempo dove il buon senso ha lasciato il posto a una indolenza che ha ferito a morte ogni possibilità di riscatto.
Senza alcun orpello Riccardo Mazzamuto è poeta che non si arrende davanti a questa immanente collezione di disgusti che è diventata la nostra esistenza.
La poesia con le sue parole è un arma per resistere in questo «inverno burrascoso, / piovoso da crisi /esistenziale, crisi».

:: Respiro dello sciamano di Giuseppe Battaglia (Manni 2018) a cura di Nicola Vacca

21 dicembre 2018

gbGiuseppe Battaglia è uno psicanalista prestato alla poesia. In questi anni ha pubblicato alcune raccolte dedicandosi con cura alle parole.
Battaglia è un poeta che ama prendersi cura di quello che scrive. A lui interessa fare una poesia senza maschere.
Quello che apprezzo molto della sua poesia è l’autentica vocazione al dire senza mai nascondersi.
In questi giorni è uscito per Manni editori Respiro dello sciamano. Questo è senza dubbio il libro della maturità.
Il poeta sotto l’ira dell’inchiostro rovente si presenta nudo davanti alle parole. Egli scava per trovare una profondità nella parola aspra che sta sulla radura spoglia del tempo.
La vita è un mistero, compito del poeta (che è allo stesso tempo sciamano e veggente) è attraversare tutte le sue architetture contorte, insinuarsi nelle crepe del suo quotidiano equilibrio precario senza mai chiedere ragione al tempo del suo scorrere.

«Conoscersi / è il viaggio del poeta / irrequieto / per nascita o / per destino incerto».

Battaglia dà voce alle visioni annegate, come un filosofo insonne va per le strada con le sue ferite.
Incollato alla propria coscienza dalle sue stesse parole, il poeta scrive per non tacere davanti a tutto il fango che sporca l’esistenza.
Giuseppe Battaglia è un poeta della consapevolezza.
Davanti alla miseria del nulla non arretra.
Il vuoto ogni giorno avanza e comanda.
Il poeta davanti all’orrore del vuoto è lucido, rinuncia a posizioni nichiliste e si mette a scrivere poesie davanti alle fiamme che si propagano minacciose.
Respiro dello sciamano è il libro di un poeta che non ha paura di bere il vino amaro del suo tempo in cui si affacciano i mostri della coscienza. Ogni suo verso ci fa sentire addosso i brividi di un freddo che ci appartiene.
Giuseppe Battaglia apre il cassetto delle parole. Quelle parole, che hanno la volontà di potenza dei chiodi, sono diventate le poesie di questo libro.
Lascerà un segno la poesia senza maschere di un poeta che ha deciso di non tacere e di lottare contro i minuti di una civiltà impazzita.