Posts Tagged ‘poesia italiana’

:: Erba nuda di Ulisse Casartelli (Gaele edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2019

copUlisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Ha attraversato la sua breve esistenza con i versi tra le mani, nel cuore e nella mente.
Di lui resta la sua poesia. Pochi giorni prima della sua scomparsa aveva pubblicato Erba Nuda (Gaele edizioni).
Adesso apro quel libro che mi giunge postumo. L’ultimo viaggio terreno di Ulisse nel mondo delle parole che diventa per forza di cose il suo testamento.

«Ho paura delle pagine bianche / sono voragini/ da cui sale di tutto».

Questa è la prima poesia del libro ma questo è soprattutto Ulisse.
Un uomo che ha il coraggio di essere poeta che cammina in cerca delle orme del nulla.
In queste pagine c’è tutto il disagio esistenziale di un essere dilaniato che cerca l’esserci tra l’ansia della morte e un desiderio irrealizzabile di abbracciare la vita

Ma io non venero la morte, / venero la vita, / e respiro / l’incanto / sul bianco della cenere»).

La sua poesia fa venire i brividi. Ulisse ha sempre scritto versi in presa diretta con il suo terrore di essere poeta e uomo.
Erba Nuda è il diario di un uomo ferito che si è fatto poeta abbracciando le parole, soprattutto quelle terribili che sanguinano.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così Ulisse scrisse nella nota introduttiva a L’immensità della cenere, raccolta uscita da Marco Saia Edizioni nel 2017.
Adesso che ho tra le mani Erba Nuda e sfoglio i suoi tre libri precedenti, insieme all’album dei ricordi che affollano la mia mente straziata dalla sua assenza, rivedo l’amico inquieto, l’uomo fragile e il poeta con il suo quotidiano mestiere di vivere che ha condiviso con me (e con i pochi amici veri che gli sono stati vicino).

«Mi arrendo, / giocatela voi / la vostra partita. / Io torno al fiume / a imparare del mondo /dall’acqua che scorre».

Ulisse nei versi che ha scritto, e in quelli che ci ha lasciato, ha sempre cercato se stesso, non nascondendo mai l’inferno che aveva dentro.
Erba Nuda è il lato oscuro e la luce di un poeta che ha fatto le sue domande al cielo, nude di verità ma colme di un bisogno d’amore, sempre cercato tra un pensiero di morte e un brivido di essere.

:: Tutti i nomi di un padre di Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019

vaccapadreLa perdita di un genitore non credo la si superi mai, nemmeno se avviene in età adulta, quando i legami di dipendenza, emotiva e materiale, sono più fluidi, quando a volte una certa lontananza, anche fisica, sembra aver reciso quell’invisibile cordone ombelicale che tiene indissolubilmente legati genitori e figli. Sì sa i figli prendono la loro strada, magari si trasferiscono all’estero per studio o lavoro, decadono spesso la coabitazione, la dipendenza economica, la necessità di continue rassicurazioni dell’infanzia.
Ma mai si avverte quanto sia potente questo legame come quando li perdiamo, quando facciamo l’esperienza dell’assenza, della mancanza, del vuoto irreversibile che queste morti propagano come onde concentriche nelle nostre vite.
Un poeta è tentato di elaborare questo lutto con le parole, e così fa Nicola Vacca con il suo “Tutti i nomi di un padre”, un’opera sofferta, piena di autentico dolore, che gronda sangue da ogni verso, un atto di amore per entrambi i suoi genitori, persi nell’arco di poco tempo.
I genitori sono le nostre radici, ci hanno dato la vita, ci hanno educato, ci hanno donato non solo cose materiali, ma valori, qualità, convinzioni profonde, sono stati potenti modelli su cui abbiamo forgiato il nostro essere più profondo.
Nicola Vacca si espone, parla in pubblico di questo oscuro dolore, questo grumo di sangue nero, e usa parole forti, dense anche di rabbia, quella rabbia esistenziale coltivata dallo studio dei suoi grandi maestri Camus, Cioran su tutti, che in un certo modo disciplina un dolore che altrimenti non avrebbe sfogo, non avrebbe dimensione. La rabbia in questi casi aiuta, attenua la disperazione, fa intravedere come scintille lampi di bene, di pace. Perché quando siamo arrabbiati confidiamo che ci sia qualcuno che avverta la nostra rabbia, la divida con noi, ci ascolti. Questo è umano, è ciò che unisce l’umanità in una nuova fratellanza, che superi le singole solitudini.
Non stupisce la scelta dei versi di Pasolini della citazione in esergo “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Il tempo presente conta, l’ora e l’adesso, l’amore vivente. Eco laico dell’inno all’amore di San Paolo. “Dà angoscia il vivere di un consumato amore”.
Tanti i versi che mi hanno colpito, tra tutti forse questo: “Bisogna essere folli d’amore/ per diventare poeti” racchiude in sé il cuore autentico della poetica di questo autore complesso, anche se usa parole semplici e immediate, tormentato, che non imbocca la strada della superficialità per soffrire meno, per sfuggire il dolore di cui la vita sembra essere inseparabile compagna.
Teniamoci stretti/ perché la storia dei baci finisce”. Quel teniamoci stretti è tutto quello che ci resta, quella solidarietà fra naufraghi che sembra la grande lezione che il padre gli ha trasmesso, lui socialista, lui che la libertà, la giustizia e il bene li aveva nel dna.
Con due interventi di Paolo Fiore e Donato Di Poce.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) di Riccardo Mazzamuto (Italic 2019) a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2019

mazzamuto_coverRiccardo Mazzamuto è un poeta che sta nell’oggi. La sua poesia entra nella realtà e la spacca.
Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) è il suo nuovo libro. Quindici poemetti che capovolgono il concetto giuridico e elencato nel nostro codice civile.
Una poesia che guardando ai fatti nega l’esistenza di una diligenza. Oggi in questo caos dell’attualità siamo davanti a una negligenza che ci sta portando nel baratro.
Mazzamuto si conferma poeta di impegno civile. In questa nuova raccolta con acume e lucidità passa in rassegna questo nostro tempo con un’amara ironia che non fa prigionieri.
Il poeta è sensibile a tutti i segnali d’allarme e in ogni suo verso denuncia apertamente la perdita del buon senso.
Una poesia che sa intercettare le ingiustizie sociali e esistenziali di un tempo in cui gli esseri umani hanno smesso di essere umani:

«Momenti di dialogo / opinioni vorrebbe / parlare con qualcuno / e se stesso, lontano / dall’indifferenza / di città ammassate … / famigli brulicanti / vittime di iper –coop / coop carrefur lidol / vetrine cattoliche».

Questo libro può considerarsi il seguito del precedente La volpe e il gatto (2016).
Il poeta livornese sceglie ancora una volta il poemetto civile per affondare la penna nel marcio ordinario dell’epoca che viviamo.
I quindici poemetti che compongono questo libro in un’unica narrazione danno conto senza filtri del disagio nel quale siamo precipitati. Ogni verso si insinua nell’abisso di questo nostro sciagurato tempo dove il buon senso ha lasciato il posto a una indolenza che ha ferito a morte ogni possibilità di riscatto.
Senza alcun orpello Riccardo Mazzamuto è poeta che non si arrende davanti a questa immanente collezione di disgusti che è diventata la nostra esistenza.
La poesia con le sue parole è un arma per resistere in questo «inverno burrascoso, / piovoso da crisi /esistenziale, crisi».

:: Respiro dello sciamano di Giuseppe Battaglia (Manni 2018) a cura di Nicola Vacca

21 dicembre 2018

gbGiuseppe Battaglia è uno psicanalista prestato alla poesia. In questi anni ha pubblicato alcune raccolte dedicandosi con cura alle parole.
Battaglia è un poeta che ama prendersi cura di quello che scrive. A lui interessa fare una poesia senza maschere.
Quello che apprezzo molto della sua poesia è l’autentica vocazione al dire senza mai nascondersi.
In questi giorni è uscito per Manni editori Respiro dello sciamano. Questo è senza dubbio il libro della maturità.
Il poeta sotto l’ira dell’inchiostro rovente si presenta nudo davanti alle parole. Egli scava per trovare una profondità nella parola aspra che sta sulla radura spoglia del tempo.
La vita è un mistero, compito del poeta (che è allo stesso tempo sciamano e veggente) è attraversare tutte le sue architetture contorte, insinuarsi nelle crepe del suo quotidiano equilibrio precario senza mai chiedere ragione al tempo del suo scorrere.

«Conoscersi / è il viaggio del poeta / irrequieto / per nascita o / per destino incerto».

Battaglia dà voce alle visioni annegate, come un filosofo insonne va per le strada con le sue ferite.
Incollato alla propria coscienza dalle sue stesse parole, il poeta scrive per non tacere davanti a tutto il fango che sporca l’esistenza.
Giuseppe Battaglia è un poeta della consapevolezza.
Davanti alla miseria del nulla non arretra.
Il vuoto ogni giorno avanza e comanda.
Il poeta davanti all’orrore del vuoto è lucido, rinuncia a posizioni nichiliste e si mette a scrivere poesie davanti alle fiamme che si propagano minacciose.
Respiro dello sciamano è il libro di un poeta che non ha paura di bere il vino amaro del suo tempo in cui si affacciano i mostri della coscienza. Ogni suo verso ci fa sentire addosso i brividi di un freddo che ci appartiene.
Giuseppe Battaglia apre il cassetto delle parole. Quelle parole, che hanno la volontà di potenza dei chiodi, sono diventate le poesie di questo libro.
Lascerà un segno la poesia senza maschere di un poeta che ha deciso di non tacere e di lottare contro i minuti di una civiltà impazzita.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)

:: “Meno male che non siamo nati Lui” (2018) di Angelo Zabaglio feat. Andrea Coffami. A cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2018

ANGELO ZABAGLIO- Meno male che...Delirante litteram

Mare in tilt e prendi la scossa se ti bagni
stacca la spina di pesce prima di mangiare
devi nuotare per almeno tre ore altrimenti ti strozzi.
Titoli sballati per film doppiati peggio
peggio per te che armeggi nella pirateria
assolata in casa della prateria di pianto.
Delirante litteram
in rami e teli.
Tenda da campeggio per lei che si asciuga.
Pioggia fredda in estate torrida
corrida di toro sanguinante litteram.
Delirante litteram
in lite a rate.
Ante socchiuse che sbattono senza certezza
noi che balconi o terrazzi
o finestra pericolante litteram.

“Anarchico e corrosivo outsider”. E’ così che Angelo Zabaglio (alias Andrea Coffami e viceversa) è stato definito sulla scorta delle sue recenti pubblicazioni. Ed è una definizione esatta, anche alla luce di queste poesie che rivelano uno stato d’ animo sul bordo della ribellione; quasi impiastricciate di parole sudicie e insieme sfolgoranti. Il libro si avvale delle illustrazioni di Liz Castelletti e reca come titolo della prima poesia “Carboni senza Luca”, un vero e proprio manifesto della sua aguzza poetica.

Da dove

…Io sono uno scherzo di mestiere culturale,
rido di gioviali correzioni editoriali.
Fortunatamente ho cromosomi di
un anarchico suicida.
Con la stima sotto i piedi e la speranza
che mi aiuta.

Si tratta di una maniera in cui si percepisce l’autore, che di lirico mantiene l’ossatura di versi non precipitosi.
L’amore è qualcosa che difficilmente eleva. Si dipana l’ossessione del sesso che compensa questa granata di emozioni.

Cerchi in testa

Cerchiamoci a mo’ di amo
rompiamoci a mo’ di noci
strizziamoci a mo’ di mocio
baciamoci a mo’ di baco che ha sete.

Nella altre poesie di questa silloge – autoprodotta, ed è giusto precisarlo – ricorrono temi che forse tabù non sono più. Ma è fresca l’inventiva di associarli ad una lingua vivace, veloce, a volte torbida però sincera, fruttifera di associazioni mentali, rigorosa per l’affettazione giudiziosamente evitata.
I miti dei nostri giorni, le parole che rimbombano nel cervello per via degli stimoli pubblicitari, per via del moto elettronico della nostra ottusa comunicazione, sono serviti con la sagacia del demolitore.
Al macero l’idea stessa di vivere, di vederci topi microscopici che ruotano ciclicamente, che non hanno tempo per fissare sulla carta quello che più conta davvero nella vita, cioè la vita stessa per volare “liberi come un tozzo di pane”.
Meno male non siamo nati Lui” è una prova di come galleggiare tra gli impulsi esterni e il bisogno interiore di un canale, di una via d’uscita per gridare col megafono che, se esistiamo, un cammino potremmo sempre farlo tra le rocce del grottesco, le pietre della dissacrazione, le nuvole dei pensieri marci.

Angelo Zabaglio è nato a Latina. Dopo variegate esperienze lavorative, è approdato nel cosmo letterario pubblicando le raccolte poetiche “Ne prendo atto” (2013); “Serio f’aceto” (2012); il saggio umoristico “Sovvertire il cinema”(2010); la raccolta di racconti “Lavorare stronca” (2008) e la raccolta di poesie “Non tutti i dubbi sono di plastica” (2007). Nel 2016, è uscito il suo libro “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire”, edito da Gorilla Sapiens Edizioni.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Esce per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno un piccolo gioiello editoriale di Nicola Vacca e Mario Pugliese “Dal tratto alle parole”

11 aprile 2018

Dal tratto alle parole

Dal tratto alle parole è il tentativo riuscito di un confronto tra due artisti: il pittore e il poeta si sono incontrati e hanno dato vita non solo a un libro, ma anche a un principio: nella cultura e nella vita nessuno si salva da solo. Questo ci hanno insegnato i grandi della letteratura, che qui sono omaggiati dal tratto di Mario Pugliese e dalle parole di Nicola Vacca.

Dal tratto alle parole, il libro che vi apprestate a leggere, è il frutto della collaborazione tra Nicola Vacca, poeta, e Mario Pugliese, artista. È un omaggio ad alcuni giganti, quasi tutti vissuti nel Novecento, o comunque sofferenti testimoni della modernità, appartenenti a filoni letterari differenti e ad aree geografiche disparate, accomunati dal desiderio mai sopito del fare letteratura a partire da sé, da esperienze difficili, estreme, assurde o labirintiche. Tutti hanno scavato nel cuore malato dell’uomo: Emil Cioran, Federico Garcia Lorca, Fernando Pessoa, Cesare Pavese, Italo Calvino, Albert Camus, Edgar Allan Poe, Charles Bukowski, Virginia Woolf, Alda Merini, Wisława Szymborska, Simone Weil, Marcel Proust, Boris Pasternak, John Fante, Jorge Luis Borges. (…) Un viaggio rapido e incisivo tra i ritratti di scrittori e poeti che si sono opposti all’imperativo massificante del quieto vivere e si sono donati al demone della scrittura, spillando inchiostro dalle proprie vene”.

Dalla prefazione di Alessandro Vergari

Sono orgoglioso di pubblicare questo lavoro – dichiara l’editore Stefano Donno – perché è un dono straordinario all’arte e alla letteratura in una perfetta simbiosi di linguaggi che si contaminano: quelli della poesia di Nicola Vacca e quelli del segno del maestro Mario Pugliese. Emil Cioran, Federico Garcia Lorca, Fernando Pessoa, Cesare Pavese, Italo Calvino, Albert Camus, Edgar Allan Poe, Charles Bukowski, Virginia Woolf, Alda Merini, Wisława Szymborska, Simone Weil, Marcel Proust, Boris Pasternak, John Fante, Jorge Luis Borges. Questi sono i grandi nomi da cui nasce la collaborazione tra Nicola Vacca e Mario Pugliese. Il risultato è un piccolo gioiello editoriale”

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea.

Mario Pugliese, classe 1964, diplomato al liceo artistico di Bari si specializza a Udine in grafica pubblicitaria. Collabora con diversi artisti e musicisti alla divulgazione dell’arte e della musica come strumento di comunicazione. È presidente dell’associazione “Artensione” e direttore artistico di “Spaziounotre” a Gioia del Colle dove risiede e lavora.

:: Angina d’amour di Giulio Maffii (Arcipelago Itaca 2018) a cura di Nicola Vacca

29 marzo 2018
Angina d'amour

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Giulio Maffii scrive poesie dal disincanto di un universale vuoto d’amore.
Il poeta sta con gli occhi aperti della disillusione nel progetto di un freddo perenne, caro a Cosimo Ortesta, uno dei suoi poeti preferiti.
Angina d’Amour è la sua nuova raccolta in cui il poeta toscano si muove intorno alle ferite e all’eutanasia del concetto di amore.
Versi taglienti e essenziali in cui il sentimento amoroso crepa per l’insufficienza delle relazioni umane.
Nelle parole di Giulio il gelo fa più male dell’assenza e davanti all’abisso che inghiotte tutto la poesia brucia e consuma ogni cosa di questa vita di cui non rimane niente.
Attraverso la poesia Maffii ci dice che in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo contenitori di menzione che già da tempo abbiamo dissipato ogni forma d’amore.
Angina d’Amour è il libro spietato di un poeta che non ha paura di guardare in faccia le negazioni nichilistiche del suo tempo.
La sua poesia nasce proprio dalle negazioni e dal massacro del contemporaneo di cui noi siamo sillabe mancanti.
Nei versi di Maffii si trova la serena disperazione di Umberto Saba, la nudità esistenziale di Eliot che denuncia l’incapacità degli uomini di cantare l’amore.

«Siamo dentro luoghi guasti /nella disaffezione carnale /All’angolo bucce di frutta /e sterco e granito».

Nella poesia di Giulio Maffii l’inverno sostituisce un altro inverno e sarà sempre più difficile colmare questo vuoto d’amore dove siamo precipitati. Siamo solo in grado di esprimere una feroce mimica del legno in cui ci lecchiamo in silenzio le ferite, assistendo impotenti all’amore che muore ogni giorno a causa di infarti infiniti, quelli dei nostri cuori che non sopravvivono al peso mortale di un’assenza:

«La prima notte facemmo l’amore / tre volte ma si tratta di un errore / un semplice sbaglio nel conteggio /del resto parliamo di un filo /con poca matematica tra pelle /e pelle che si strofina /quindi l’amore è statica / oppure calamita /ma non si può contare /od indossare cambiando taglia / È una foglia per coprire /le nudità o l’odore di vecchio /Del resto non hai ricordo /di quella prima notte confusa /nella trigonometria sentimentale /numeri primi /come il tre /accendono lo sguardo algebrico /di me di te e di sé».

Nel progetto di un freddo perenne troviamo il poeta che ci racconta come la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore.

Giulio Maffii dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto. Osserva il mondo dagli zigomi delle finestre, dai balconi, dai finestrini d’auto. Spesso ci scappa un porticato. Adora attraversare corridoi. Vive e scrive. Studia e narra. Si può trovare di frequente sul web. Incentiva la piccola editoria, però quella seria e appassionata: qui pubblica volentieri. Ogni tanto accetta di buon grado premi, passeggiando tra l’odore amaro delle felci o incontrando sul cammino le mucche che non leggono Montale. Prova ad essere saggio preferibilmente a giorni alterni.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: Attualmente non disponibile, ma ordinabile (previsti 15/20 giorni lavorativi).

:: Verranno rondini fanciulle di Marcello Buttazzo (I Quaderni del Bardo edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

28 febbraio 2018
Verranno rondini fanciulle

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Marcello Buttazzo è un poeta salentino. La sua poesia nasce nel cuore di questa terra che è stata fertile di poeti. Salvatore Toma, Vittorio bodini, Claudia Ruggeri, Antonio Verri, questi alcuni nomi che fanno parte della formazione di Marcello e ci sono tutti in Verranno rondini fanciulle, la nuova raccolta appena pubblicata per i tipi de I Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno (iquadernidelbardoed@libero.it).
Il poeta nella declinazione esistenziale delle stagioni scrive versi per raccontare il tempo di un vissuto che dilania e stupisce.
È il tempo il filo rosso che lega le poesie di Marcello Buttazzo. Del tempo il poeta scava gli inganni, della vita coglie i colori forti e intensi:

«Non parlarmi del tempo, / il tempo è un inganno. / Non dirmi più dell’ebbrezza dell’attimo, /ad ogni inatteso momento di gioia / succede inevitabilmente una stagione di travaglio».

La poesia per Marcello Buttazzo è un rosario taciturno di parole, un modo discreto e intimo di indagare il silenzio, incamminarsi lentamente ogni giorno sulla strada inesorabile del tempo, un’ossessione inevitabile di un gioco assurdo e reale chiamato vita.
Buttazzo è un lirico incandescente e la parola sulla pagina si incendia, come la passione che da poeta porta nel cuore quando scrive dalle viscere della sua terra versi essenziali seguendo un volo di «rondini anarchiche e libertarie».
Marcello Buttazzo è un poeta d’amore e di libertà e Verranno rondini fanciulle è un piccolo libro prezioso che tra le sue pagini custodisce l’autenticità di un uomo che si scava dentro fino a toccare con mano e con l’anima il cuore segreto e nascosto delle parole.

«È un viaggio fantastico nel reale. – scrive Vito Antonio Conte nella prefazione – È un viaggio traverso la purezza di un’anima».

Marcello Buttazzo è un poeta che ha una sensibilità spiccata. I suoi versi sono delicati e fragili, e inciampano sempre in quell’inganno del tempo che spezza le corde della memoria, che recide cose e persone.
Allo stesso tempo la sua poesia sa essere una grammatica interiore da respirare a piene mani.
Una esperienza dell’anima che tra detti e non detti scopre, rivela e lancia una bellezza che sa essere pensiero da rincorrere nel sentire di un amore circolare in cui la poesia, prima di tutto, ha le sembianze della libertà che è un volo di rondini fanciulle.

Marcello Buttazzo, poeta e scrittore. È nato a Lecce. Ha pubblicato diversi libri tra cui: Canto intimo, Di rosso tormento, Origami di parole.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa, si ringrazia Stefano Donno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018
poesie scelte

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«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori di Maurizio Leo (I Quaderni del Bardo edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 dicembre 2017

nella macchina di nealMaurizio Leo scrive versi prestando ascolto a un’essenzialità feroce in cui si trovano tutti gli accenti di una realtà dismessa.
Dal Salento di Salvatore Toma e Antonio Verri, Leo nella sua poesia cerca un lessico nudo in cui ogni cosa appare per quello che è.
Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori ( i Quaderni del bardo edizioni) il poeta senza concedere nulla agli orpelli della lingua affonda la penna nel cuore trafitto del mondo e ne attraversa i paesaggi desolati, racconta senza filtri e abbellimenti la realtà scarna con le sue infinite pochezze.
Le parole che sceglie per scrivere le sue poesie sono dirette, crude e hanno tutta l’intenzione di squartare e non di consolare.

«Maurizio Leo è inadatto alla vita, – scrive Anastasia Leo nella postfazione – un piccolo poeta maledetto tirato malamente fuori dalla sua storia infinita, un eterno Peter Pan scagliato nella realtà della crescita».

Stanze fredde, piogge incessanti che spalancano baratri, paesaggi come pozzanghere inadatti al nostro status di creature immobili, queste sono le coordinate della poesia di Maurizio Leo, che si muove nelle trame postmoderne di questa nuova terra desolata del Terzo Millennio dove colmi di mancanze si sopravvive senza avere alcuna direzione.

«stai attento / questo posto /non mi piace /è troppo buio /e i gatti non miagolano».

Versi essenziali e feroci che non hanno paura alcuna di ferire il nostro tempo.
Il poeta guarda in faccia la realtà e scrive del nostro mondo e delle sue brutture.

«Sono figure superstiti – scrive Antonio Errico nella prefazione – quelle che guardano se stesse in questa poesia di Maurizio Leo che sfilaccia il Novecento e s’insinua nei sotterranei di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio».

Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori è un piccolo libro di versi scritti da un poeta che conosce la fatica di entrare nella parola.

« cosa vuoi mangiare questa sera? / ma non c’è nulla /solo suoni e voci dal cortile / è rimasto solo un ipocrita / non degno del tuo affetto».

Versi che il poeta stringe in un pugno e non nasconde mai la mano dopo averli scagliati come dardi sulla terra dove si consuma ogni giorno la disfatta degli esseri umani.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

:: La memoria e l’addio nella raccolta di rime “Meggjju l’erba mia” di Filippo Alampi (Eurit Edizioni 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 novembre 2017

imageIl calabrese Filippo Alampi dà alle stampe il suo secondo libro di poesie “Meggjju l’erba mia”, edito da Eurit Edizioni. Una fatica che si fregia, di pagina in pagina, delle illustrazioni di Maria Alampi la quale, a colpi di china e tempere, travolge gli occhi di chi legge nella passione eterna degli eterni luoghi; di un commento sulla poetica dell’autore di Maria Catricalà, Professore ordinario di glottologia e linguistica dell’Università Roma Tre; di una dolce introduzione da parte di un caro amico, Marcello Cento.

Una raccolta di versi che sperimenta diversi tipi di metro e rima, affermando in maniera sfacciatamente libera un pensiero che nasce spontaneo, reso già fluido nella solennità del titolo. Alampi sceglie il dialetto come mezzo espressivo della sua poesia, piegandolo a divenire la più alta e significativa forma espressiva, capace di rendere viva e dannatamente guizzante una memoria che ormai, immersa nella più assurda e sfrenata ultramodernità, è destinata definitivamente a dire addio.

Invece, instancabile, si affanna con terribile fatica a stringere forte le braccia di chi, esule in terra di esuli, rimane giovane a ingrigire in un tempo che scorre lento e pesante. Il tempo del Sud. E questo abbraccio rappresenta la continuità tra un passato che debolmente saluta e un presente che fortemente accoglie, nell’accorata speranza che i più giovani calabresi possano ascoltare l’odore e assaporare il colore e masticare il sapore della loro terra.

L’America dei nonni lontani, il gallo e il gatto e il pappagallo, la Chiesa e il Crocifisso, il banditore e il cantore, l’ubriacone e i ricchi pezzenti, il focolare e il primo amore e un glossario sul finire. C’è il ricordo di una vita intera che affolla la pagina. Lo fa attraverso queste rime sparse tra i fogli, per ereditarne e tramandarne l’essenza di bocca in bocca. Rime che, cariche di una passione a tratti traboccante, a tratti timida e impacciata, abbandonano sulla pagina il sorriso nostalgico di chi, un po’ per amara ironia, un po’ per amara nostalgia, pennella con lo sguardo dalle tinte forti ogni aspetto di questa mamma terra.

La Calabria. Evidentemente amara, arida, violenta e inospitale, ma profondamente eletta a luogo di vita per il solo motivo di essere la propria, <<l’erba mia>>.

Filippo Alampi, nato a Santa Caterina dello Ionio, vive a Soverato. Dopo la prima raccolta di poesie in vernacolo Mugra e ruvettu, pubblica la sua seconda raccolta di poesie dialettali. Con la sua penna, Alampi vuole descrivere la sua terra, la Calabria, in ogni suo più profondo aspetto, sempre guidato dal profondo amore verso questa terra-madre.