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:: La memoria e l’addio nella raccolta di rime “Meggjju l’erba mia” di Filippo Alampi (Eurit Edizioni 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 novembre 2017

imageIl calabrese Filippo Alampi dà alle stampe il suo secondo libro di poesie “Meggjju l’erba mia”, edito da Eurit Edizioni. Una fatica che si fregia, di pagina in pagina, delle illustrazioni di Maria Alampi la quale, a colpi di china e tempere, travolge gli occhi di chi legge nella passione eterna degli eterni luoghi; di un commento sulla poetica dell’autore di Maria Catricalà, Professore ordinario di glottologia e linguistica dell’Università Roma Tre; di una dolce introduzione da parte di un caro amico, Marcello Cento.

Una raccolta di versi che sperimenta diversi tipi di metro e rima, affermando in maniera sfacciatamente libera un pensiero che nasce spontaneo, reso già fluido nella solennità del titolo. Alampi sceglie il dialetto come mezzo espressivo della sua poesia, piegandolo a divenire la più alta e significativa forma espressiva, capace di rendere viva e dannatamente guizzante una memoria che ormai, immersa nella più assurda e sfrenata ultramodernità, è destinata definitivamente a dire addio.

Invece, instancabile, si affanna con terribile fatica a stringere forte le braccia di chi, esule in terra di esuli, rimane giovane a ingrigire in un tempo che scorre lento e pesante. Il tempo del Sud. E questo abbraccio rappresenta la continuità tra un passato che debolmente saluta e un presente che fortemente accoglie, nell’accorata speranza che i più giovani calabresi possano ascoltare l’odore e assaporare il colore e masticare il sapore della loro terra.

L’America dei nonni lontani, il gallo e il gatto e il pappagallo, la Chiesa e il Crocifisso, il banditore e il cantore, l’ubriacone e i ricchi pezzenti, il focolare e il primo amore e un glossario sul finire. C’è il ricordo di una vita intera che affolla la pagina. Lo fa attraverso queste rime sparse tra i fogli, per ereditarne e tramandarne l’essenza di bocca in bocca. Rime che, cariche di una passione a tratti traboccante, a tratti timida e impacciata, abbandonano sulla pagina il sorriso nostalgico di chi, un po’ per amara ironia, un po’ per amara nostalgia, pennella con lo sguardo dalle tinte forti ogni aspetto di questa mamma terra.

La Calabria. Evidentemente amara, arida, violenta e inospitale, ma profondamente eletta a luogo di vita per il solo motivo di essere la propria, <<l’erba mia>>.

Filippo Alampi, nato a Santa Caterina dello Ionio, vive a Soverato. Dopo la prima raccolta di poesie in vernacolo Mugra e ruvettu, pubblica la sua seconda raccolta di poesie dialettali. Con la sua penna, Alampi vuole descrivere la sua terra, la Calabria, in ogni suo più profondo aspetto, sempre guidato dal profondo amore verso questa terra-madre.

:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017

mancanzaLa poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Due edizioni a confronto: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Testo inglese a fronte) a cura di Nicola Vacca

19 ottobre 2017

antologia di spoon river

Spoon River è un luogo vero non segnato su nessuna carta geografica. Ma è anche un luogo immaginario che esiste solo nella fantasia di chi vuole farci credere di esserci stato.
Edgar Lee Masters è il poeta americano che ha inventato Spoon River, un posto unico che esiste attraverso una serie suggestiva di allusioni.
Quel meraviglioso libro che poi ha scritto è diventato nel tempo uno dei punti di riferimento più importanti della poesia mondiale.
Antologia di Spoon River fu pubblicata negli USA per la prima volta nel 1915 e in edizione definitiva esattamente cent’anni fa, nel 1916, dall’editore newyorkese MacMillan (alcune poesie erano già apparse fra il 1914 e il 1915 sulle pagine del «Reedy’s Mirror»).
In Italia la traduzione arriverà solo nel 1943, grazie a Cesare Pavese che la segnalò a Fernanda Pivano come esempio di differenza tra letteratura inglese e letteratura americana.
Antologia di Spoon River è, infatti, profondamente americana: descrivendo il microcosmo di una cittadina rurale del Midwest, Masters ha voluto indagare il macrocosmo della vita umana in un’ironica e commovente enciclopedia di dolori, rimpianti ed emozioni. Il poeta fa parlare le lapidi di quanti hanno trovato sepoltura nel cimitero sulla collina: questi 244 personaggi riassumono la loro vita, danno voce a recriminazioni, tentano di raddrizzare i torti e, in sintesi, raccontano la loro verità. Prigionieri durante la loro vita di una mentalità provinciale e ristretta, frustrati nei tentativi di evasione, ora da morti sono definitivamente prigionieri, perseguitati da una maledizione, la maledizione di Spoon River.
Ogni generazione di lettori ama questo libro che a distanza di un secolo offre sempreverdi emozioni.
La galleria dei personaggi che Masters mette sulla carta è la metafora della civiltà contemporanea ma è anche lo specchio della condizione umana.
Ci sono tutte le classi sociali sulle lapidi di Spoon River, a testimonianza di tutte le contraddizioni dell’esistenza.
Antonio Porta che ha tradotto il capolavoro di Edgar Lee Masters (nel 1987 in Oscar poesia Mondadori e di recente è uscita una nuova edizione da Il Saggiatore con l’aggiunta di tre frammenti inediti) scrive: «Il viaggio agli inferi, dunque, nella poesia antica, come in quella moderna, viene affrontato da Edgar Lee Masters anche nel nome di Dante e lungo la via tracciata dall’Inferno della Commedia. La poesia che ci parla del regno dei morti, il regno in cui, finalmente, la verità della giustizia non si fa attendere e non è più velata dagli scenari della sopraffazione».
Gli epitaffi raccontati in prima persona dai defunti con la lingua schietta di una poesia che si sporca le mani con tutte le sfumature dell’inferno dei viventi ( a parlare di se stessi nel libro di Masters: suicidi, puttane, imbroglioni, direttori di banca corrotti, atei, blasfemi) hanno consegnato alla storia «un poeta robusto», come giustamente fece osservare Ezra Pound.
A cento anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia un’ altra traduzione. La prima l’ha curata per Mondadori Luigi Ballerini.
Il poeta e critico con la nuova traduzione mette in luce ciò che Masters racconta di sé attraverso i suoi personaggi (sul versante politico ad esempio sappiamo che detestava Abraham Lincoln, e che non manca occasione di esercitare il suo sarcasmo in modo diretto e indiretto; sul versante privato invece è noto che numerose delle ragazze seppellite sulla collina richiamano il suo primo grande amore, Margaret George). Ballerini dà risalto alla struttura narrativa dell’antologia, al suo disegno, agli echi e ai rimandi, ai modelli letterari; e anche alle dinamiche sociali e politiche della provincia americana e alle caratteristiche di tutte quelle figure – quasi stereotipi – che la affollano: il medico, il giudice, il becchino, il direttore del giornale e quello della banca, la maestra.
Il Saggiatore ,invece, ripropone una nuova edizione dell’Antologia nella prestigiosa traduzione di Antonio Porta.In questo volume ci sono tre testi inediti di Edgar Lee Masters presentati in esclusiva per i lettori italiani.
Porta nel suo lavoro ha cercato di rispettare la sostanza dialogica dell’originale, conservando per ciascun personaggio un linguaggio proprio, in modo da trasmettere al linguaggio della poesia italiana il modello del monologo – confessione messo così felicemente a punto da Lee Masters.
Sono le parole intramontabili di Antonio Porta che consegnano alla posterità l’Antologia di Spoon River e ci spiegano perché vale la pena oggi tradurre questo poeta straordinario. Con Edgar Lee Masters «la poesia diventa così un linguaggio di verità che agisce nella vita e non si limita a indicare da lontano catastrofi individuali e sociali».

Edgar Lee Masters, Garnett, Kansas, 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 1950. Avvocato, nel 1916 pubblicò l’edizione definitiva della sua Antologia di Spoon River, che ebbe un clamoroso successo internazionale.

Source: libri arrivati al recensore dai rispettivi uffici stampa Mondadori e Il Saggiatore.

:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017

ceronetti messiaGuido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

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Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.