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:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Editore 2019) a cura di Salvatore Marrazzo

11 dicembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.

Nicola vacca non trasgredisce il linguaggio. Il suo è un linguaggio dalla banalità a volte esasperante, emotivo e, pur tuttavia, un linguaggio eversivo che fa dello spergiuro e dell’impostura il suo essenziale obiettivo, il nemico dichiarato. Un linguaggio che si accosta e si confronta con l’umiltà del pericolo e della solitudine. Io stesso ci sono arrivato dopo essermi perso. Il linguaggio come topos. Meglio non luogo.

Del luogo dove solo essa, la poesia, può esistere nella sua essenza di difformità e oltraggio. La poesia. Un linguaggio inzuppato. Le scarpe pesanti come il suo cammino. Qui, il poeta supera se stesso in una sorta di evoluto Sisifo. La terra vuole il suo giardiniere. La sua realtà. Ma questa sprofonda e le altalene felici dei bambini diventano oggetti smarriti. Valigie vuote. Sale d’attese. Gabbie dorate d’illusioni. Come se il gioco fosse finito male. Come se il deambulare ossessivo fosse il centro dell’amarezza e della lontananza. Dell’abbandono della vita vera.

Sempre affannosamente cercata dal poeta. Ancora un gioco. La vita. La vita insieme alla poesia. Imprescindibile dalla poesia. Su queste sedie si accomoda l’assenza. Il poeta sparisce. Forse è lui stesso a non esistere. Poesia come spazio dell’esserci e del non esistere. E forse per questo un luogo. Luogo è ciò e dove sembra esserci una possibilità. Dove l’ultimo passante apre l’ombrello o dove i treni non passeranno. Solo le puttane come angeli caduti svendono il loro corpo.

Alla fine, però, si esce. Si ha bisogno di un’impalcatura. È in questo improvviso non rendersi conto che appare la parola. La pioggia che ci impicca ai vetri. E infine il diluvio. Di nuovo una chiusa. E poi di nuovo un avvio. Un guardare cruento in faccia alla realtà prima che essa divori tutto ciò che di umano è restato all’uomo. Prima che i cani divorino i nostri resti. Un linguaggio asciutto. Patibolare. Un linguaggio che perde il suo bianco affinché emerga la ferita. Perché l’inferno sorge dalla calligrafia.

Non dare la corda ai giocattoli è un modo del linguaggio di essere esortativo. Un linguaggio che non nasconde la sua natura utopica. Essenziale? Rifare il mondo è compito di ogni poeta. Ogni poeta si disseta di oscurità fino all’ultimo sorso. Ogni poeta è una voce unica. Un pensiero che ne apre altri. Il poeta è l’ultima possibilità. Nessun elogio per niente. Sul luogo del deserto l’unico cenno di vita è la distruzione. Qui il richiamo a Jabès è d’obbligo.

Il deserto è ancora un luogo di accenno. Un vuoto alveolo del niente. La nostra stessa aridità di non conoscere l’altro. La nascita è offesa al silenzio; la morte, solenne sottomissione, diceva Jabès. La poesia allora è quest’uscita dal silenzio. Questo vegliare sui vivi nati morti. Le crepe non sono gli abissi. Oltre la parola, c’è la sosta. Il riposo. Dio sembra aver perso l’equilibrio. La parola resta l’unico corrimano. Ciò che abitiamo sopra troppe macerie.

Non abbiate paura dei poeti, saranno i primi a scomparire quando essi tradiranno la parola,

ci dice Vacca. Monito e auspicio. Lui stesso sa. Ogni libro è opera di parole. Scialuppe capovolte. E giocattoli rotti.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro del recensore.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)