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:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.