Posts Tagged ‘animo umano’

Intervista a Rita Pilia per “Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini” (Gilgamesh ed. 2020) A cura di Viviana Filippini

24 febbraio 2021

“Medusa era una fanciulla.  Poesie di metamorfosi e confini” è la prima raccolta di poesie di Rita Pilia, edita da Gilgamesh. 150 componimenti che portano il lettore a viaggiare nelle emozioni dell’animo umano e dell’universo femminile. Quella di Rita Pilia è una poesia che indaga l’animo umano, lo analizza in modo garbato e intimo attraverso i versi nei quali l’autrice mette tutto il proprio sentire. Rita Pilia è laureata in Filologia Moderna e in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e ha conseguito un Dottorato di ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Siena. Attualmente è docente di Lettere presso l’I.I.S. “A. Lunardi” di Brescia. Lettura, scrittura e fotografia sono le sue passioni più grandi. Della raccolta e di come nasce la poesei ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata la tua passione per la poesia? Quando ero adolescente le poesie di Dante, Shakespeare, Prevert, Nazim Hikmet, Emily Dickinson mi incantavano. Ricopiavo sul diario i loro versi, cercavo me stessa e i miei sentimenti nelle loro parole. Non scrivevo nulla di mio. La poesia mi sembrava qualcosa di “troppo elevato”. Mi piaceva leggerla, ma non pensavo sarei stata mai all’altezza di comporre io stessa. Iniziai a scrivere solo una volta conclusa l’università, ma non erano vere poesie all’inizio: si trattava di racconti enigmatici, onirici, densi di immagini. In pochi anni divennero sempre più brevi, era come se la prosa volesse nascondersi e spezzarsi finché un giorno mi accorsi con sorpresa che quelle frasi forse potevano essere chiamate poesia. Si erano trasformate.
“Medusa era una fanciulla.  Poesie di metamorfosi e confini”. Quale è il senso del titolo della tua prima raccolta? La prima parte del titolo si riferisce a un’antica versione del mito di Medusa, secondo cui la Gorgone – il mostro dai capelli di serpe in grado di pietrificare gli uomini con un unico terribile sguardo – era in origine una fanciulla bellissima, ingiustamente punita dalla dea della Ragione per il suo potere seduttivo e da quel momento in poi costretta a custodire tutte le emozioni dentro di sé, a mutare la bellezza in orrore. Quando la spada di Perseo la colpisce a morte, il dolore uccide il mostro, ma libera la fanciulla; il suo sangue ritorna a sgorgare, feconda gli abissi e rinasce, rosso e fortem, nel vivo corallo in cui lentamente si muta. I miti di metamorfosi come questo mi affascinano da sempre per la pluralità di interpretazioni a cui si prestano. La stessa vita umana può essere intesa come una continua metamorfosi, la continua necessità di varcare nuovi confini per sopravvivere. “Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, diceva il filosofo Eraclito. Questa “instabilità” (nostra o della realtà che ci circonda?) potrebbe spaventare, ma per me è stupore inesauribile, fonte di emozione e, dunque, di poesia.
Quali sono le fonti d’ispirazione per i tuoi versi? Le emozioni che la realtà e le opere d’arte (la pittura simbolista innanzitutto; i Preraffaelliti e Klimt sono i miei artisti di riferimento) sono in grado di suscitare in me. Da empatica, spesso mi sento travolta da un eccesso di emotività. In quei momenti scrivo e vivo il processo creativo come un modo per fare ordine dentro di me. Alcune poesie sono nate in viaggio, ispirate da un panorama fuori dal finestrino, o nel dormiveglia, nel cuore della notte, nel tentativo di catturare un sogno prima di riaddormentarmi di nuovo e dimenticare tutto. Il desiderio di fermare un singolo istante, una specifica emozione, a volte mi fa percepire la poesia come una lotta contro il tempo. Del resto in epoca Barocca i miti di metamorfosi rappresentavano anche il tentativo di esorcizzare la paura dell’oblio.
Nella tua raccolta molte poesie hanno il nome di figure femminili della letteratura e della mitologia, che relazione c’è tra l’universo letterario e la realtà? Il mito è un linguaggio potentissimo che permette di raccontare la realtà e al tempo stesso di nasconderla. Proprio come la figura retorica della reticenza, il mito dice e non dice, spalancando le porte all’immaginazione. I miti mi consentono di narrare attimi di vita vissuta in maniera più enigmatica di quanto non accadrebbe se decidessi di narrarli in prosa. Le emozioni che i miti (e la letteratura) raccontano, convertendole in immagini, sono le stesse che proviamo tutti noi oggi: gioia, rabbia, dolore, rancore… Questo rende possibile l’immedesimazione. Io mi immedesimo nelle figure femminili di cui racconto la storia, comprendo le loro emozioni – capisco perché Francesca si innamorò di Paolo, per esempio (qui penso alla mia poesia “Canto V”) – e credo che ai lettori possa accadere lo stesso. Le emozioni sono un linguaggio universale che permette di valicare gli angusti confini spazio temporali della propria epoca, permette a una vita di fondersi in mille altre vite, (ri)scoprendo se stessa e esplorando nuove possibilità.
Tra le poesie della raccolta ti ricordi quale è la prima  scritta e il momento in cui l’hai concepita? Nella raccolta tra le primissime ci sono senz’altro “Orfeo e Euridice” e “Orangerie”. Sono mie personali interpretazioni: la prima dell’omonimo mito, la seconda della novella di Boccaccio “Lisabetta da Messina”. Nel 2013 ero molto affascinata da questi testi e volevo attualizzarli, renderli più personali. Di Euridice ho messo in evidenza le paure, la diffidenza nei confronti di Orfeo, mentre nel caso di Lisabetta la mia versione è meno macabra rispetto all’originale: il vaso, infatti, non contiene la testa dell’amato, ma vecchie fotografie. In entrambi i casi, tuttavia, i ricordi permangono (crescono, si fanno pianta) con conseguenze nefaste sulla psiche. Si capisce che sono le prime anche dal punto di vista grafico: meno frantumate, conservano (soprattutto Euridice) alcuni tratti di prosa.
Il componimento al quale sei più affezionata e perché? Sicuramente “La strega”. Si tratta di un omaggio al romanzo di Vassalli, “La Chimera”, ma è molto di più: la sera in cui scrissi, quasi di getto, quei versi soffrivo molto perché un sogno in cui avevo creduto a lungo si era rivelato… una chimera appunto. E i desideri, quando restano irraggiungibili come le stelle fanno male: “desideri di vetro / da trafiggere i polsi”. Questo stato d’animo mi permise di immedesimarmi con Antonia, la “strega” del romanzo, fondere le mie emozioni con le sue, sentirmi meglio e piano piano, con il tempo, trovare nuove stelle, nuova luce. Un’altra poesia a me cara è “La colpa”. Grazie all’artista Mara Cantoni e all’editore Alberto Casiraghy nel 2016 era diventata un “pulcino elefante” in edizione limitata. Un’esperienza bellissima quella trascorsa a Osnago, a stampare a mano con i caratteri mobili e poi a cucire i singoli libretti. Ognuno era unico! Di questa poesia mi affascina il fatto che molti interpretino il “te” di “È difficile perdonare agli altri /la colpa/ di non essere te” come un riferimento a se stessi, invece in quei versi io intendevo descrivere la rabbia impotente che si prova quando le persone che si hanno intorno sono potenzialmente perfette, ma hanno l’unica imperdonabile colpa di non essere quell’unico “te” dotato di valore, la persona ancora amata. Mi affascina scoprire come le stesse parole possano acquisire significati diversi a seconda dello stato d’animo di chi legge.
Colori, emozioni, elementi naturali, nomi, com’è il lavoro di  combinare le parole per creare emozioni in poesia? Nella maggior parte dei casi tutto ha origine da un’immagine. Io cerco di ricreare con le parole le emozioni che le immagini producono in me. Dal momento che tutto inizia di solito da una sensazione visiva, le mie poesie sono ricche di colori, le definirei pittoriche, a volte. La mia più grande gioia è vederle illustrate perché è come se fossero restituite alla loro dimensione originaria.
Ci racconti qualcosa sulla copertina del libro? La copertina è stata realizzata per me dall’artista Mara Cantoni ( www.maracantoni.com ), una cara amica con cui collaboro e che aveva già illustrato in precedenza alcune mie poesie. Lei ha visto nella fanciulla Medusa la Dea dei serpenti cretese ed è proprio alle statuette minoiche che la sua illustrazione si ispira. Il rosso del corallo si è trasferito nei capelli e nella collana che il personaggio indossa. I capelli ricci, il mio tratto distintivo, sono un omaggio a me e si trovano evocati in numerose poesie (“capelli di rovo”). L’idea di far continuare la chioma nel retro della copertina era un modo per valorizzarli. A volte penso che tanta fantasia poetica scaturisca proprio dai miei ricci… Forse sono un po’ come Sansone (anche se decisamente meno forzuta!)
Secondo te scrivere poesie è un atto che possono provare a fare tutti ? Sì, tutti coloro che provano emozioni perché è di emozioni che la poesia si nutre. Alcuni riusciranno a esprimere questo mondo interiore con le parole (è il mio caso), altri con la pittura, altri ancora con ago e filo o con la danza… La poesia ha molte forme, è metamorfica essa stessa. Essenziale è imparare ad ascoltare e a ascoltarsi, soltanto dopo si potrà tradurre la voce dell’anima in versi o in gesti. La poesia fa stare bene, trasforma il dolore in Bellezza. Tutti ne abbiamo bisogno, bisogna solo essere pronti ad accoglierla.