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Per sempre Romantici, Cesare Catà, (Liberilibri 2020), a cura di Viviana Filippini

14 settembre 2020

“Per sempre Romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli” è il libro di Cesare Catà edito da Liberilibri, dove l’autore porta il lettore alla scoperta delle caratteristiche emotive e sensoriali della poeseia romantica inglese e tedesca in un volume con poesie presenti in lingua orginale e tradotte dall’autore stesso. Ne abbiamo parlato con Cesarà Catà.

Cosa le ha ispirato il volume “Per sempre romantici”? Anzitutto, l’idea che il Romanticismo sia più di una categoria storiografica, essendo piuttosto una forma mentis universale, presente da sempre nella storia dell’uomo, persino nella nostra era tecnologica, digitale ed economicista. Poi, certamente, un amore profondo per alcuni autori inglesi e tedeschi che, fin dai primi anni della mia giovinezza, mi ha accompagnato, affascinandomi in modo radicale; ho dunque pensato che fosse un’operazione interessante condividere questi pensieri e questo amore, attraverso traduzioni inedite e un percorso originale tra i versi di tali autori. 

In base a che principi o temi ha scelto i poeti inglesi e tedeschi da mettere nella raccolta? Non solo per un amore e un gusto personale, ma anche perché, pur nella profonda eterogeneità di stili, biografie, credo, formazione, ho ritenuto che questi poeti avessero in comune l’aver incarnato aspetti emblematici, direi archetipici, di quello che nel libro è definito “Tipo romantico”, avendo dato vita a opere poetiche incentrate tutte, mutatis mutandis, attorno ai principi del Romanticismo universale. 

Il suo volume ha come sottotitolo “Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli”, quale è il suo senso per il lettore? Si tratta di poesie che saranno amate da lettori che sono a loro volta romantici, e dunque ribelli. In alcuni casi, questi versi potrebbero anche far scoprire la parte romantica dell’animo di un lettore. 

Secondo lei nella letteratura di oggi, c’è ancora qualche frammento del Romanticismo del passato? Certamente. Come dicevo prima, lo Spirito Romantico pervade la storia tutta dell’umanità, definendo un tipo psicologico. In questo senso, abbiamo chiari esempi storico-letterari: si pensi a come il Romanticismo si trasformò e si inverò in tre distinte esperienze: nei Preraffaelliti, in Inghilterra; nel Crepuscolo Celtico di Yeats e Lady Gregory, in Irlanda; o nel Trascendentalismo americano di Thoreau e Emerson. Ma, al di là di tali esempi, certamente vi è sempre una “corrente romantica”, o un aspetto romantico nelle letterature di ogni tempo. 

Chi è e come è il vero autore romantico? Colui che, confondendo vita e poesia, arte ed esistenza, segue un principio magico che ritiene preminente rispetto alle norme civiche e metafisiche imposte al soggetto umano. Il romantico è un cavaliere dell’assoluto che, invece della spada, usa la parola. 

Che relazione è quella tra poeta romantico e Natura? Una relazione essenziale. Il Romantico è colui che riconosce un valore sacrale, mistico alla Natura e al paesaggio. Questo lo possiamo riscontrare, in diverse forme, in tutti gli autori presenti nel florilegio; e quella celebrazione ieratica della Natura offerta dai poeti non è diversa, in ultima analisi, dalla commozione che qualcuno di noi prova nel vivere alcuni paesaggi o alcuni aspetti del mondo naturale. 

Per quale ragione ha deciso di fare una nuova traduzione dei testi scelti? Sono traduzioni molto libere. A tratti, quasi delle riscritture. Traduzioni romantiche, se vogliamo. Ma sono convinto che fosse necessario offrire in modo soggettivo una versione di questi testi, per dare forma al percorso che avevo in mente. Ferma restando la preziosa intraducibilità del verbo poetico, si tratta di versioni che tendono a uscire dalla lettera in cerca dello spirito di quei versi. Se ci sia riuscito o meno, ovviamente, nessuno può dirlo, salvo i lettori. 

Cesare Catà (1981) è filosofo e performer teatrale. Dottore di ricerca in Filosofia del Rinascimento, è autore di saggi, drammi, traduzioni e del libro di racconti Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori. Ha creato il format teatrale Magical Afternoon, lezioni-spettacolo dedicate a Shakespeare e altri classici della letteratura.Per Liberilibri ha curato “libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best” (2018); “La sapienza segreta delle api”, di Pamela L. Travers (2019); e “per sempre romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso di spiriti ribelli” (2020).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa LiberiLibri.

Il mio nome è Mostro, Katie Hale, (Liberilibri 2020) a cura di Viviana Filippini

12 luglio 2020

Katie Hale ha pubblicato questo suo romanzo d’esordio “Il mio nome è mostro”, nel 2019. Il libro è arrivato da noi in Italia nel 2020, grazie all’editore Liberilibri, e quello che stupisce è che la trama rientra a pieno nella tipologia del romanzo distopico nel quale la protagonista è, almeno così sembra, l’unica sopravvissuta di una pandemia. Già, di una “Malattia”, perché è così che viene chiamato l’antagonista nella trama della Hale. Un invisibile nemico che ha sterminato il genere umano. Pandemia, malattia, virus, sono termini diventati per noi oggi, ai tempi del Covid-19, vera e propria quotidinità nella quale il mondo è stato catapultato a inizio anno, ma la britannica Hale, già li aveva messi nel suo testo un anno fa, anticipando quella che sarebbe stata l’atmosfera dei nostri giorni. La protagonista è sola in un mondo reso deserto dalla malattia che ha seminato panico e morte. Il luogo dove lei si aggira non ha un’identità precisa, ci sono elementi che fanno pensare alle terre nordiche, ma potrebbe essere ovunque, come qualunque potrebbe essere il tempo nel quale la narrazione si svolge. Chi ci racconta, lo fa dal suo punto di vista, non solo portando a noi lettori la desolazione, solitudine, stato di abbandono di un pianeta che sembra essere uscito da un devastante conflitto bellico. La narratrice-protagonista espone i suoi sentimenti, la sofferenza per avere perso la sua famiglia, il dolore fisico delle ferite infette, la stanchezza del viaggio di ritorno a casa controbilanciati dalla forza, dal coraggio, dalla volontà di farcela a tutti i costi. Elementi che le permettono di procedere in quella che è la sua impresa: tornare alla vita in un mondo tutto da ricostruire. Durante la lettura si intuisce come la giovane stia facendo una lunga traversata dal suo rifugio nelle Svalbard, dove aveva trovato riparo, fino alla casa natia, ma tutto attorno a lei è morte, desolazione e distruzione. Certo è che per la protagonista c’è una inaspettata sorpresa quando trova una ragazzina sola, abbandonata e tremendamente impaurita che lei decide di soprannominare “Mostro”, lo stesso nomignolo che il padre le aveva dato da piccola. Il romanzo dalla Hale è diviso in due sezioni, ed è proprio nella seconda parte che si innesta la narrazione dal punto di vita della seconda sopravvissuta, anche lei alla ricerca di una nuova speranza in un mondo a tratti primordiale, dove i saccheggi hanno svuotato le case dei tanti umani uccisi dalla “Malattia” e lasciato una sensazione di decomposizione costante. Il romanzo di Katie Hale è potente per la sua capacità di aver raccontato una stato di panico, di terrore e di messa in crisi di ogni certezza che noi abbiamo incontrato in modo reale in questo 2020 con lo scoppio del Coronavirus. Il lavoro letterario della Hale è ancora una volta la dimostrazione di quanto il confine tra letteratura, finzione e realtà sia sottile, anzi, a volte la narrativa riesce ad anticipare quello che accade nella vera esistenza del mondo. Quello che mi ha colpito di più è la convinzione della prima sopravvissuta che la solitudine nella quale si trova sia l’unica via di salvezza da ciò che potrebbe annientarla. Una certezza che comincia a traballare un po’ con la scoperta che esiste qualcun altro. Le due ragazze, così diverse per carattere e atteggiamento nei confronti della vita, si rimboccheranno le maniche per un nuovo domani tutto da costruire, anche se non hanno ben chiaro come. Certo è che quelle giovani e la nuova vita che sta crescendo in una di loro, dal mio punto di vista, potrebbe essere vista come la rappresentazione dei due progenitori/progenitrici di una nuova umanità. Traduzione di Carla Maggiori.

Katie Hale (1990), britannica, si è laureata in Letteratura inglese alla University of London nel 2012 e in Scrittura creativa nel 2013 alla University of St Andrews. Nel 2019 ha ricevuto la prestigiosa MacDowell Fellowship.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Maria Stefania Gelsomini dell’uffcio stampa Liberilibri.

La sapienza segreta delle api, Pamela Lyndon Travers, (Liberilibri 2019) A cura di Viviana Filippini

30 gennaio 2020

La sapienza segreta delle api verdeAlmeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e  Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni,  ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.

Pamela L. Travers (Maryborough, Australia, 1899- Londra 1996). Nome d’arte di Helen Lyndon Goff, nacque in Australia da genitori irlandesi. È universalmente nota per la serie di romanzi fantastici con protagonista Mary Poppins. Folklorista e studiosa di mitografia comparata, s’interessò inoltre al bud­dismo zen e studiò sul campo le tradizioni degli indiani d’America. Fu allieva di Gurdjieff e subì l’influenza di W.B.Yeats e G.W.Russell, che la introdussero nei circoli letterari irlandesi e inter­nazionali. Morì nubile nella capitale britannica, all’età di 97 anni.

Source richiesto all’editore. Grazie a Maria Stefani Gelsomini dell’ufficio stampa Liberilibri.

“Lettere a Hawthorne”, Herman Melville, a cura di Giuseppe Nori (LiberiLibri 2019) a cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2019

lettere H.Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti  scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato  uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.

Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).

Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994). 

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.