Archive for the ‘Anniversari’ Category

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2021

E così oggi è il mio compleanno, compio 52 anni che non sono tantissimi ma neppure pochi. Ho molte rughe in più, uno sproposito di primi capelli bianchi e tanti libri ancora da leggere. Lo so è il secondo anno di pandemia, è tutto irreale, non possiamo festeggiare in giardino come gli anni scorsi essendo in zona rossa, onde evitare che le volanti della polizia arrivino a casa, (scherzo! è più che altro per senso di responsabilità) ma sarà un bel compleanno lo stesso. Io adoro i compleanni! sono giorni speciali, quasi magici. Andrò a comprare i pasticcini, non faremo una vera e propria torta, ma ho il vino, e forse apriremo anche lo spumante, rigorosamente d’Asti. Io sto bene, la mia famiglia sta bene e questo è l’importante. Per un giorno voglio essere felice!

Dunque, Happy birthday to me!

:: Nasceva oggi: James Joyce

2 febbraio 2021

Nasceva oggi a Dublino, il 2 febbraio 1882, James Joyce.

:: Nasceva oggi: Virginia Woolf

25 gennaio 2021

Nasceva oggi a Londra, il 25 gennaio 1882, Virginia Woolf.

:: Nasceva oggi: Edith Wharton

24 gennaio 2021

Nasceva oggi a New York, il 24 gennaio 1862, Edith Wharton.

:: In uscita – I capolavori di GEORGE ORWELL – a cura di Enrico Terrinoni

13 gennaio 2021

A settant’anni dalla morte di George Orwell, Newton Compton manda in libreria le opere del grande scrittore, tre volumi a cura dell’anglista e traduttore Enrico Terrinoni.  
Ne I capolavori (Newton Compton, I Mammut, pp. 960, euro 12,90) il lettore potrà leggere: La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi e a Londra;  Giorni in Birmania e infine Omaggio alla Catalogna. 
Ma Newton Compton rende anche disponibili, ciascuno in un volume a sé stante, i romanzi più noti di Orwell: 1984  e La fattoria degli animali (Newton Compton, I Minimammut, pp. 164, euro 5,90).   Un’occasione imperdibile dunque per riscoprire il grande scrittore che ha saputo scorgere nelle parole, come sottolinea Enrico Terrinoni nella sua introduzione, “un legame strettissimo con la politica, mostrandosi preoccupato dal declino del linguaggio”: «L’inglese si sta abbrutendo, perché i nostri pensieri si stanno facendo brutti e futili», argomentava Orwell. «Muoiono le metafore, abbondano le immagini trite, manca la precisione nelle descrizioni… C’è bisogno allora di opere metaforiche e allegoriche.»  Quelle opere indimenticabili, ancora attuali, che George Orwell ci ha regalato.

La fattoria degli animali (1945) è una favola in cui gli animali soppiantano gli umani espropriando la fattoria in cui lavorano sotto continui maltrattamenti. Dopo aver cacciato gli uomini la gestiscono autonomamente, fino a quando lo spirito rivoluzionario non sarà tradito e verranno a imporsi altre forme di sfruttamento: un’allegoria delle rivoluzioni trasformatesi in autoritarismi, o anche un esempio di letteratura per l’infanzia in cui si legge in controluce la lotta eterna tra giustizia e ingiustizia.

1984 (pubblicato nel 1949) è l’ultima opera di Orwell e il suo classico per eccellenza. Romanzo distopico, vede la storia di una società futuristica e disumanizzata, rigidamente divisa in classi e dominata da un’ideologia perversa che sovverte i valori basilari della civilizzazione, come anche i cardini della comunicazione, primo tra tutti il linguaggio. È, paradossalmente, sia una visione apocalittica dell’evoluzione del socialismo agli occhi di un autore anarchico, sia una feroce critica di tutti i capitalismi, colpevoli di proporre propagandisticamente visioni distorte della realtà.  

Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), l’opera prima di George Orwell, è un prezioso scritto che contamina autobiografia, invenzione e reportage, una perla della letteratura della working-class.  

Ma il primo, vero romanzo è Giorni in Birmania (1934), in cui Orwell demistifica l’imperialismo inglese, denunciandone il razzismo e svelando la falsa coscienza degli europei. Omaggio alla Catalogna (1938) è un resoconto personale della Guerra Civile Spagnola, a cui Orwell partecipò; la sua è una testimonianza diretta e al contempo un’opera di grande interesse storico. È anche il racconto di un’utopia, di quel sogno interrotto che condusse l’autore alla stagione delle distopie che lo avrebbe reso immortale.

George Orwell è lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato in India da una famiglia scozzese nel 1903 e morto a Londra nel 1950. Giornalista culturale, saggista, critico letterario, Orwell è oggi considerato uno dei maggiori autori di lingua inglese del Novecento. Partecipò alla guerra civile spagnola contro Franco; da posizioni socialiste, passò in seguito a una dura critica del regime staliniano. La Newton Compton ha pubblicato 1984, La fattoria degli animali e il volume unico I capolavori (La fattoria degli animali; 1984; Senza un soldo a Parigi.

Enrico Terrinoni è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia. È autore della monumentale traduzione dell’Ulisse di Joyce, pubblicata dalla Newton Compton con grande successo di critica. Ha tradotto, tra gli altri, Muriel Spark, Brendan Behan, G.M. Flynn, B.S. Johnson, John Burnside, Miguel Siyuco. Collabora con «Il Manifesto». È autore di Oltre abita il silenzio, saggio “eretico” di teoria della traduzione.

:: La vibrante protesta di Faber il poeta – a cura di Nicola Vacca

11 gennaio 2021

Fabrizio De André è stato e resterà sempre uno dei nostri più grandi poeti. A ventidue anni dalla sua scomparsa (il cantautore è morto a Milano l’11 febbraio 1999), Faber continua a essere una presenza ingombrante e scomoda con le sue parole taglienti e anarchiche.
Leggere e ascoltare De André per molti di noi oggi è ancora una necessità, perché la sua poesia è ancora un’urgenza che suona l’allarme.
Le storie, i volti, i sentimenti cantati da Fabrizio non ci parlano solo di vite negate e di vite subite, ma anche di riscatto e resistenza.
Di questo nostro grande navigante che va in direzione ostinata e contraria, noi uomini liberi oggi abbiamo bisogno più che mai.
Abbiamo bisogno delle sue parole irriverenti perché oggi gli ultimi sono ancora qui, gli emarginati sono diventati un esercito, il potere è ancora quel sistema che ci prende per fame, la libertà è in pericolo e la guerra è una minaccia quotidiana.
Ci manca la sua voce ironica e dolente anche se ci resta la sua grande poesia che non smettiamo mai di ascoltare affinché il disastro che ci circonda non ci colga impreparati.

«Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori: i nomadi, le infinite prinçese chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a se stesso, è già di per sé un vincente».

Vibrano ancora le parole del grande Fabrizio su questa decadente domenica delle salme e su di noi anime morte che abbiamo il dovere civile di non rassegnarci e di svegliarci prima che tutta questa decadenza dell’effimero ci uccida e ci estingua.
De André ha sempre vissuto fuori dal gregge e lo ripeteva sempre con le sue parole nomadi libere di viaggiare.
In smisurata preghiera scrive:

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità».

Faber era convinto che le parole sonno affascinanti perché cambiano continuamente di significato. «Sono nomadi come sono gli uomini», disse durante un concerto.
In queste affermazioni c’è il grande poeta che insegue la lingua, cerca nella libertà delle parole quella contaminazione che apre il cuore degli uomini, abbatte i muri, e arricchisce il pensiero.
Faber crocifigge il mondo caduto in un inverno inesorabile, scopre la possibilità della rivolta, comincia a sognare con i piedi per terra e nel ballo mascherato della vita ci ricorda che Tutti morimmo a stento.
Oggi è andata male, bisogna inventarsi un domani. Il futuro passa per la «vibrante protesta» di Fabrizio De André, un uomo solo che ha avuto il coraggio di lottare con le maggioranze perverse di uomini organizzati.

«È che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita (ed è stata una vita, non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità, credo di averla vissuta), mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto paura, semplicemente questo. Poi si potrebbe parlare a lungo».

Davanti agli elementi del disastro le tue parole di lotta e di libertà sono la nostra eredità. Certo, stiamo ancora attendendo la buona novella e chissà se mai ci sarà un nuovo messia. Intanto noi in un libero andare abbiamo nel nostro zaino di viandanti le tue parole apocrife e nomadi di uomo in rivolta che ha avuto il coraggio di dire sempre no.
Anche se ci mancano i tuoi occhi vigili su tutta la bruttezza di questo mondo, da cui tu te ne sei andato in un freddo gennaio, lo stesso mese in cui si congedò dalla vita il tuo grande amico Luigi che è per sempre nei versi bellissimi di quella tua preghiera laica e blasfema, un tarlo nelle coscienze dei «Signori benpensanti».

:: Mi manca il Novecento: Leonardo Sciascia, a futura memoria – La letteratura civile di un maestro eretico a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2021

L’8 gennaio 1921 a Racalmunto nacque il più grande e libero intellettuale del Novecento. Il suo nome è Leonardo Sciascia.
Lo scrittore più importante e più scomodo del dopoguerra, l’uomo che non non hai mai cercato il compromesso, l’intellettuale che ha combattuto la menzogna del potere attraverso la letteratura della ragione.
Leonardo Sciascia sempre dalla parte degli infedeli e della verità, una vita spesa a dare l’allarme, come il suo amato Camus.
Uno scrittore impegnato sul fronte della polemica, sempre pronto alla deflagrazione delle idee, un uomo che poteva permettersi di andare in direzione ostinata e contraria che ha sempre anteposto la verità alla menzogna.
La sua letteratura civile è un esempio e anche una lezione, ma è anche profezia.
Compito di uno scrittore autentico è quello di vedere le cose prima che esse accadano.
Leonardo Sciascia con le parole e il pensiero libero è stesso un testimone prezioso, e spesso inascoltato, delle macerie di questo nostra Italia.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore.
Da autorevole polemista non amò mai l’arte ibrida del compromesso. Durante il rapimento di Aldo Moro non risparmiò critiche pungenti alle istituzioni. Nel lucido saggio L’affaire Moro, pubblicato da Sellerio, indignato scriveva: «Vale la pena difendere questo nostro Stato?». Sciascia, addolorato dal rapimento dello statista democristiano, è arrivato alla conclusione che questo Stato fosse affetto da gravissime difficoltà istituzionali.
Lo scrittore di Racalmuto è stato un precursore dei nostri tempi: il primo a denunciare le aberrazioni del sistema giudiziario, intuendo, con largo anticipo e lucida intelligenza, i drammatici esiti della giustizia politica.
Un capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prese con chi nella magistratura usava la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida».
La lotta alla mafia non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile, né questo nobile principio può essere strumentalizzato per raggiungere meri fini carrieristici.
Basta dare un’occhiata alle trattative tra lo Stato e Cosa nostra di cui si sta discutendo oggi, per capire come i professionisti dell’antimafia, che lo scrittore polemicamente aveva smascherato, sono ancora in servizio permanente effettivo.
Sciascia aveva la grande capacità di intuire verità scomode di estrema attualità. Egli è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati. Grande sostenitore dello Stato di diritto e strenuo sostenitore della giustizia giusta, dopo le aberrazioni giustizialiste del caso Tortora, Sciascia riteneva vergognoso che un magistrato nel nostro ordinamento non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice.
Il tema della giustizia giusta, di cui fu divulgatore, è stato un punto fermo soprattutto nella sua instancabile attività di polemista. Alle sue pagine sul garantismo – grande lezione di civiltà – oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista. «Tutto è legato, per me ,al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo». A queste parole egli pensava quando sul Corriere sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
Molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987- Sciascia scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, avendo il coraggio di denunciare le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario.

«Se al simbolo della giustizia- osservava da autentico veggente- si sostituisse quello delle manette, saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo è riuscito. E si parla tanto di manette, oggi, tante se ne vedono sui giornali o sui teleschermi: oggetti che magari saranno necessari ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e quando simbolicamente agitate sono ripugnanti».

Sciascia stigmatizzò i pericoli reali della giustizia spettacolo, di cui la cultura del tintinnio delle manette è stata negli anni Novanta la sua evidente manifestazione.
Anche in questo è stato profeta. Qualche anno dopo è arrivata la via giudiziaria alla politica con i processi sommari e il tintinnio delle manette. Sciagure che hanno minato alle sue fondamenta lo Stato di diritto, che già lo scrittore siciliano vedeva minacciato e compromesso.

L’attività saggistica di Sciascia e il grande amore per la verità

Leonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità e questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e dell’eresia.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio: «avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».
Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è
».

Sciascia, la letteratura e la polemica

Leonardo Sciascia scrittore autenticamente libero non amava nessun richiamo all’ordine nelle cose letterarie e nella letteratura.
Leonardo Sciascia, occupandosi della letteratura italiana dal ’ 40 ai giorni più recenti e scrivendo di libri che resisteranno oltre la stagione della loro pubblicazione, dichiara completamente finita la generazione del carabiniere a cavallo, con le sue storiche malinconie e nostalgie, con gli apologhi della conservazione, con le evasioni e gli arabeschi.
Negli scritti letterari Leonardo Sciascia è sempre al centro con una lucidità estrema del dibattitto nel suo mondo culturale. Con le sue annotazioni sa sempre essere testimone non ortodosso, libero e scomodo di quello che gli accade intorno. Da uomo libero come pochi scrive: «L’Italia è davvero lunga. Ma bisogna anche dire, il mondo culturale italiano è pieno di dimenticanze, disguidi ed equivoci».
Sempre dalla parte degli infedeli, anche quando la sua riflessione lucida e caustica si occupa di critica alla politica.
Da leggere la voce «Montecitorio» da un progetto di un «Dizionario» di cui alcune voci furono pubblicate sul «Corriere della Sera». In questo volume ne sono riportate alcune tra cui quella dedicata alla Camera dei Deputati in cui Sciascia descrive il suo rapporto personale con quell’aula sorda e grigia dopo la sua elezione in Parlamento.

« Sorda in quel che vi si diceva; grigia in quel che si muoveva. Seminate in un terreno già preparato (si pensi all’antiparlamentarismo de «I vecchi e i giovani» di Pirandello), le due parole ancora verdeggiano. E confesso di averle ritrovate, di esserne stato per un momento come aduggiato, il 20 giugno, mentre da un banco alto della sinistra guardavo quelle centinaia di facce confitte nei gironi degli scanni e sentivo le voci raccogliersi indistinte, salire, gonfiarsi e ribollire come una nuvola. Una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti. Solo che si sentissero condannati: e sarebbero meno sordi e meno grigi.Al contrario che nel regno di Dio, in una repubblica democratica molti sono gli eletti, pochi i chiamati».

A futura memoria, Sciascia con noi per sempre

A noi restano le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

:: Nasceva oggi: Giorgio Caproni

7 gennaio 2021

Nasceva oggi a Livorno, il 7 gennaio 1912, Giorgio Caproni.

Janis. La biografia definitiva, Holly George Warren, (DeAgostini 2020) A cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2020

“Non accettare compromessi. Sei tutto ciò che hai”. (Janis Joplin)

Janis Joplin, una voce unica nel panorama musicale, una vita vissuta al limite e un animo ipersensibile in cerca del vero amore. Questi sono alcuni degli aspetti che emergono da “Janis. La biografia definitiva” scritta da Hollie George Warren e pubblicata da DeAgostini in occasione dei 50 anni dalla scomparsa della cantante, avvenuta il 4 ottobre del 1970. L’autrice fa compiere al lettore un vero e proprio viaggio nella vita di Janis Joplin partendo dal momento in cui i suoi genitori si incontrarono per la prima volta. Pagina dopo pagina, ci immergiamo nella vita di Janis bambina in Texas, poi adolescente con doti artistiche molto buone (amava molto il disegno) e pronta a mettere in atto diverse fughe dalla sua realtà quotidiana per trovare la propria strada maestra nella musica.  Ecco allora Janis alle prese con i primi concerti di musica folk e blues nei club di Austin, poi a Venice a trascorrere giornate di vita bohémien, per passare a San Francisco dove la Joplin entrò in contatto con la generazione beatnik e a zonzo per altre città degli Stati Uniti d’America alla ricerca di sé e del proprio futuro. Janis desiderava cantare e il libro ci porta proprio alla scoperta del suo pellegrinaggio in campo musicale con quella sua voce blues, insolita in una ragazza bianca, che cominciò piano piano a conquistare le folle prima con il gruppo Big Brother And the Holding Company e poi come solista. Quello che emerge dal testo è l’immagine di una Janis che spesso infrangeva le regole ma che, allo stesso tempo, viveva nel terrore e nell’ansia del giudizio delle persone che amava. Da ragazzina Janis fu spesso vittima di bullismo per il suo fisico un po’ mascolino e perché sosteneva ideali (uguaglianza tra bianchi e neri) non compresi negli USA degli anni Cinquanta e Sessanta. In realtà nel testo della Warren ci sono tanti altri miti del rock che sfilarono accanto a Janis. Ecco comparire Jim Morrison (con lui il rapporto fu parecchio turbolento), Jimi Hendrix, i Jafferson Airplane. Janis era una ragazza che sprigionava sicurezza sul palco, una grande interprete del rock, ma nel suo io era un vulcano di emozioni in lotta. L’animo di Janis era afflitto da una profonda fragilità che in più occasioni portò la cantante ad una vera e propria discesa nel baratro. Un giudizio negativo sul suo modo di essere e apparire, uno shock emotivo, una delusione in amore o sul lavoro, erano la miccia che accendeva le crisi emotive ed esistenziali che portarono Janis a soffrire ripetutamente di perenni periodi di depressione e ad esprimere il suo dolore con esibizioni cariche di pathos, capaci di conquistare il pubblico. Janis cominciò a rimediare alle delusioni prima con l’alcool poi con la droga. La Joplin tentò più e più volte di disintossicarsi, ma non riuscì mai a farlo fino in fondo, fino al tragico epilogo che la portò via a soli 27 anni. Dalla biografia emerge anche una delle maggiori paure di Janis: quella di fallire, di non riuscire ad aver successo, perché questo non sarebbe stato solo una sconfitta personale, ma una delusione per le persone per lei importanti (in particolare la famiglia). “Janis. La biografia definitiva” di Holly George-Warren ci narra una Janis Joplin tra dimensione pubblica e privata dalla quale emerge l’immagine di una giovane donna in cerca di sentimenti veri e sinceri che voleva essere amata per quella che era e che viveva per la musica. Traduzione Luca Fusari e Sara Prencipe.

Holly George-Warren è una delle più autorevoli scrittrici americane di biografe musicali. Due volte candidata ai Grammy e vincitrice di diversi altri premi, ha pubblicato sedici libri, tra i quali il bestseller The Road to Woodstock, e prodotto numerosi documentari. Collabora con testate come il “New York Times”, “Rolling Stone” ed “Entertainment Weekly”, e fa parte della commissione candidature della Rock & Roll Hall of Fame. Insegna alla State University of New York.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa.

9° Anniversario su WordPress

27 novembre 2020

Oggi, nove anni fa approdammo su WordPress, il passaggio da Splinder non fu dei più facili, perchè lasciammo una comunità coesa e tanti amici che ora negli anni si sono persi, ma WordPress è stata la nostra nuova casa e ci stiamo bene. Dopo tredici anni online una bella soddisfazione!

:: 900 mila visualizzazioni!

13 novembre 2020

E così siamo arrivati a 900 mila visualizzazioni, grazie a tutti! Se Liberi ha continuato a esistere è anche grazie a voi, voi tutti, che continuate a leggerci. Sembra una frase fatta ma è vero, soprattutto in questo momento. Ci ricorderemo tutti del 2020, tutti coloro che ce la faranno, e ci ricorderemo di tutti gli amici che stiamo lasciando sul cammino. Il 2020 è un anno davvero terribile per tutto il mondo. Speriamo di farcela, speriamo di vedere il 2021, e che soprattutto questa Pandemia finisca presto per il bene di tutti. Noi ci diamo appuntamento per il milione di visualizzazioni il prossimo anno. Quando si ha un obiettivo per cui lottare e vivere tutto resta complicato ma almeno la speranza ci dà la forza di alzarci al mattino. Un forte abbraccio!

:: Un’ intervista con Eugenio Marinelli, la voce italiana del Poirot di David Suchet a cura di Giulietta Iannone

26 ottobre 2020

Eugenio MarinelliPer festeggiare il centenario di Hercule Poirot dopo il THE HERCULE POIROT CENTENARY BLOGATHON che si è tenuto il 12 ottobre abbiamo in serbo una sorpresa che farà felici tutti gli estimatori del celebre personaggio iconico di Agatha Christie. Eugenio Marinelli, attore, doppiatore, direttore di doppiaggio e voce italiana del Poirot di David Suchet ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Benvenuto Eugenio, e grazie di avere accettato questa intervista. Sono davvero felice di averti qui perché ti confesso il mio interesse per Agatha Christie è nato proprio vedendo la serie tv britannica dedicata a Poirot, Agatha Christie’s Poirot, da te doppiata. Insomma la serie tv mi ha portato a riscoprire i libri, quando di solito succede il contrario. Non lo trovi singolare?

Per quanto riguarda questo sono molto contento perché evidentemente il doppiaggio ti ha colpita tanto da interessarti e spingerti a leggere la collana di Agatha Christie.

Molto va alla bravura di David Suchet, si può dire un Poirot perfetto, ma parte di questo successo specialmente in Italia è dovuto al fatto di avere avuto te come doppiatore. Hai fatto un lavoro incredibile, assieme anche a Gino La Monica, Stefano De Sando e Valeria Perilli, tutti perfetti nell’evidenziare ogni sfumatura e una certa divertita coralità. Si è creata una bella sinergia tra voi durante il doppiaggio?

Voglio ringraziarti per i complimenti riguardo al doppiaggio fatto da me e dai miei colleghi…con i quali ho formato una bella squadra di lavoro.

Come hai costruito il personaggio di Poirot? Ed è stato difficile seguire la recitazione quasi camaleontica di David Suchet?

Posso dirti che seguire Suchet è stato impegnativo ma facile allo stesso tempo perché, come dico sempre a i miei allievi durante i corsi che spesso sostengo per insegnare il mestiere ai neo- doppiatori, bisogna rispettare e seguire pedissecuamente il lavoro fatto dall’attore di presa diretta soprattutto se è bravo come Suchet. Non bisogna farsi prendere dalla voglia di fare se stessi ma copiare il suono della voce, il modo di porgere le battute, il ritmo e i respiri dell’attore che si sta doppiando. Insomma, doppiare è un mestiere meraviglioso ma difficile e per farlo bisogna essere prima di tutto attori (anche se ci sono bravi doppiatori che non confermano questa regola).

La bravura di Suchet è stata tale da essere riuscito a dare profondità al personaggio, di per sé buffo e quasi caricaturale, ma grazie all’eleganza e umanità che trasmette la sua recitazione mai scade nella macchietta. Anche la voce che gli hai dato contribuisce a questo specialmente nell’uso dell’inflessione e dell’accento francese. Un altro tocco di eleganza si può dire. È stato difficile, o ti è venuto come dire naturale?

Io sono riuscito a dare la mia voce a Poirot (David Suchet) grazie ad un provino per il quale sono stato scelto dal grande direttore di doppiaggio Renato Izzo. Mediaset cercava una voce che si incollasse bene al Poirot di Suchet e che riproponesse, senza essere macchiettistico e poco credibile, l’accento “belga” (e non francese, mi raccomando!, Poirot in un episodio lo specifica molto bene ad un personaggio, anche perché è nota l’antipatia tra belgi e francesi). Certo per noi il suono rimane quello francese, senza dubbio.

Il lavoro tecnico e recitativo che ho dovuto fare non è stato per niente facile all’inizio ma poi grazie all’aiuto di Renato Izzo ce l’ho fatta e l’ho portato avanti con impegno e scioltezza per ben 78 film dei quali ho anche fatto la direzione del doppiaggio (esclusi i primi cinque).

Parlaci infine di te e del tuo lavoro, come sei arrivato al doppiaggio? Che studi hai fatto? Che maestri hai avuto durante la tua carriera?

Per quanto riguarda la mia carriera io sono figlio d’arte , mia madre cantante, la sorella di mio padre (Lulù Marinelli) è stata una famosa attrice del cinema muto, mia sorella Sonya famosa attrice e bambina prodigio. Insomma ho masticato pane e arte sin da piccolo. I miei primi passi li ho mossi in teatro senza aver fatto nessuna scuola o Accademia D’Arte Drammatica (cosa che invece ho fatto fare a mio figlio che sicuramente conoscerai LUCA Marinelli). La mia scuola è stata stare dietro le quinte e ascoltare i bravi attori… poi come tutti noi attori ho fatto radio, televisione, cinema. Al doppiaggio sono approdato 40 anni fa, e ho avuto il piacere di doppiare attori importanti come Depardieu, Goodman, Gene Wilder, ecc.. e ho avuto maestri come Fede Arnaud, Mario Maldesi, Pino Colizzi e soprattutto Renato Izzo al quale devo molto.

È davvero tutto e permettimi di ringraziarti anche da parte dei fan perché non sono la sola a pensarlo che il doppiaggio italiano sia stato fondamentale per il successo della serie nel nostro paese.