Archive for the ‘Approfondimenti’ Category

:: Mi manca il Novecento – Paolo Volponi e l’umanesimo come progetto a cura di Nicola Vacca

24 settembre 2018

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Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Memoriale, Corporale, La macchina mondiale e Le mosche del capitale questi sono i romanzi in cui lo scrittore urbinate coglie la parte più torbida dell’animo italiano nell’idea della nostra storia che tiene conto delle alienazioni e delle nevrosi dell’ uomo nell’epoca della civiltà industriale e nel suo rapporto con il contesto sociale, di cui la fabbrica e il capitale sono le metafore che rappresentano entrambe.
L’umanesimo e il rapporto stretto con la realtà contemporanea non abbandoneranno mai la scrittura di Paolo Volponi. Due importanti caratteristiche del suo pensiero che porterà con sé quando decide di impegnarsi politicamente iscrivendosi nel 1975 al Pci.
Un impegno politico che lo vedrà protagonista di una lunga esperienza parlamentare. Volponi infatti è stato per diverse legislature senatore, prima nelle fila del Pci e poi per Rifondazione.
Nel 2013 i suoi discorsi parlamentari furono pubblicati da Manni
È un’opera che al valore documentario e politico unisce quello umano dello scrittore. La sua passione civile, la sua attenzione al ruolo delle istituzioni e all’importanza del confronto tra le idee.
C’è una lezione di etica civile, che oggi vale più che mai. Per Volponi le idee sono il motore delle decisioni, svincolate dalla disciplina di partito, concependo il Parlamento come luogo di crescita, di dibattito. Un’idea che nasce, e si nota negli scambi di battute, dal rispetto nei confronti dei colleghi parlamentari di tutti gli schieramenti. Una lezione di vita che ribadisce il ruolo cardine del Parlamento. Volponi parla con la forza di chi vuol essere ascoltato e convincere con la forza dell’oratoria, dove frammenti di vita e ricordi personali si alternano ad acute osservazioni e riferimenti letterari.
Nei suoi interventi politici, infatti, non manca mai la sua nota schiettezza di giudizi sostenuta da una morale senza ombre fondata sulla chiarezza e sulla coerenza.
Nel suo primo discorso da senatore, Volponi parla dell’attività del Parlamento richiamando l’attenzione sulle sue funzioni di dibattito aperto, leale e chiarificatore. Dibattito soffocato, denuncia Volponi, dai tempi stretti alla discussione imposti da un Governo che mostra di aver perso di vista la realtà del Paese.
Volponi parlando di democrazia, cultura e industria, lamenta con una punta di amarezza l’avanzare di una decadenza liberticida. Le sue parole sembrano profeticamente pronunciato per i tempi ch stiamo attraversando.
Nei suoi discorsi parlamentari, come nelle pagine dei suoi romanzi, Paolo Volponi è portavoce di una moderna cultura di sinistra aperta e innovatrice, una cultura che ha le sue radici profonde nell’umanesimo urbinate, che fu letterario e artistico, ma anche scientifico e tecnologico.
L’umanesimo che ha condiviso con Adriano Olivetti. Un umanesimo che soprattutto aveva nel coraggio di osare e nella capacità di progettare i punti fermi per costruire un Paese nuovo e soprattutto un uomo nuovo.

:: Mi manca il Novecento – Le parole giuste di uno scrittore di nome Cassola a cura di Nicola Vacca

3 settembre 2018

Carlo Cassola

Carlo Cassola è stato un grande inventore di trame. Nei suoi romanzi indagò l’essenza vera della vita senza mai rinunciare a una semplicità che infastidì non poco i censori ideologici del Gruppo ’63. Lo scrittore fu messo al bando, demonizzato e paragonato con disprezzo a Liala. La semplicità della sua narrativa fu degradata al romanzetto da quell’avanguardia che credeva nello stretto legame tra la letteratura e l’ideologia.
Cassola romanziere non nascose mai le sue idee in merito. Per l’autore de La ragazza di Bube il nemico cui opporsi, sul fronte politico e letterario, è l’ideologia che gli altri indossano come un abito preconfezionato.Questo modo di pensare, per Cassola, allontana la politica e la letteratura dalla realtà.
La scrittura letteraria viene prima di tutto e deve spiegare la vita e i sentimenti che la compongono. Si capisce bene come ai cosiddetti scrittori impegnati dell’avanguardia il caso Cassola rappresentò un ostacolo pericoloso da neutralizzare.

«Capisco bene – annota lo scrittore – di aver deluso molta gente. Nel ’44 ho tradito i “vecchi compagni”, che si aspettavano che io diventassi comunista, quando ho scritto Il soldato ho deluso quelli che mi consideravano uno scrittore impegnato, e col Cuore arido ho deluso i molti ingenui ed entusiasti lettori de La ragazza di Bube. E questo è solo un sommario elenco dei molti tradimenti da me perpetrati. Ma in coscienza non posso dire di esserne pentito. Erano tradimenti necessari, se non volevo tradire me stesso».

Le parole giuste di uno scrittore che obbediva esclusivamente a se stesso e alla propria etica finirono per contrariare gli intellettuali della cultura dominante che invece avevano i loro padroni da servire. Sanguineti, Eco e tutti gli altri conformisti politicamente orientati non perdonarono mai al ribelle Cassola la vocazione alla libertà di giudizio, non omologata a un sistema culturale ideologizzato.
Di questo grande scrittore, lontano dall’ufficialità del potere, resta la grande lezione di coerenza e di stile di narratore puro rimasto sempre fedele a proprio DNA. Con una semplicità disarmante, nei suoi romanzi, Cassola è stato unico nel raccontare l’impegno intimista dell’esistenza. Nelle sue storie egli mette in risalto l’importanza dei sentimenti e dell’amore.

«E in Cassola – scrive Alba Andreini – i sentimenti tanto incriminati ma per lui non anacronistici né arcaizzanti sono presenti- sia pure in modo ellittico e soprattutto con il lato delusivo della frustrazione: non svolti in chiave di psicologia per divieto della poetica esistenziale, ma espressi con la medesima compostezza dolente che aveva già forma virile e controllata al dolore».

Rileggere Paura e tristezza, La ragazza di Bube, Un cuore arido, dopo la sconfitta dell’egemonia della cultura ufficiale benpensante che non ha saputo andare oltre gli steccati dell’ideologia, rende giustizia a un grande autore che ha fatto della scrittura l’unica ragione per spiegare gli enigmi che si nascondono dietro il flusso dell’esistenza.
Immune da degenerazioni patetiche, Cassola trova il suo stile riconoscibile nelle aperture pesaggistiche. Nei paesaggi toscani si percepisce tutto il bene della vita. Le descrizioni dei personaggi e dei paesaggi hanno una ricchezza particolare che vedono una partecipazione dell’autore alla condizione umana. Nelle trame dei suoi romanzi l’amore lirico è il legame, il fondamento invisibile, che fa del tempo il grande protagonista della narrazione.Si può benissimo pensare a Carlo Cassola come al portavoce di una vicenda generazionale. Franco Fortini celebra in Cassola la stella polare dell’autointerrogazione.
È sufficiente ripercorrere le trame dei romanzi di Cassola per apprezzare quel dualismo storia-natura in cui si enuncia l’idea profetica del superamento dell’esperienza dell’impegno:

«Quando il mondo sta per finire, non c’è più tempo di pensare alla letteratura. Alla politica sono fermamente intenzionato a dedicare questo scampolo di vita che mi resta. Pure non rinnego la letteratura. Mi nacque dalla stessa radice da cui mi nasce l’impegno politico. L’amore per la vita».

Cassola fu un uomo libero che non si piegò mai al conformismo della cultura dominante. Anche quando egli mette sul banco degli accusati l’editoria e il sistema culturale non abbandona mai quel parlare diretto e semplice con il quale era solito narrare le sue avventure esistenziali.
Cassola è stato uno scrittore che, nella fedeltà al suo stile, ha sempre rivendicato un’appartenenza naturale a una memoria che non poteva mai essere tradita, ma sempre onorata con la limpidezza di un raccontare vero.
I romanzi di Cassola non sono né ideologici e né realisti. Nelle sue narrazioni la storia non è importante in senso assoluto, ma diventa maestra di vita quando si rivolge e coinvolge i destini singoli. Egli è uno scrittore che scrive solo di quello che conosce, non si nasconde mai dietro le idee ma le rappresenta con una straordinaria onestà intellettuale: la scrittura di Carlo Cassola è legata alla vita anche quando affronta i temi dell’impegno della sua generazione e definisce i fascismo una pesante umiliazione e la Resistenza una condizione tra esaltazione e depressione.
Cassola nel romanzo Fausto e Anna racconta la Resistenza come fu veramente, liberandola dalle scorie dell’ideologia, dalla retorica e dai trionfalismi dell’autocelebrazione. Dopo l’uscita del libro lo scrittore fu attaccato dalla sinistra che lo accusò di voler diffamare e insultare la lotta partigiana. Cassola era di idee libertarie e socialiste e sempre si schierò contro le ortodossie e le violenza di ogni forma di ideologia.
Mario Luzi ha scritto che l’opera di Cassola esige molta intelligenza. Cassola, per il poeta fiorentino, è uno degli scrittori più difficili che ci siano. È stato accusato di facilità, e questo dimostra appunto l’ottusità di chi ha pronunziato questo giudizio.
La verità è un’altra. A Carlo Cassola non è stata mai perdonata la sua onestà intellettuale, l’innocenza con cui l’ha perseguita.
In un’intervista del 1964 in cui, riferendosi all’amico Cancogni rifiutato e boicottato dall’establishment letterario, Cassola afferma che

«il potere letterario lo si esercita attraverso il controllo delle case editrici, delle riviste e dei premi»

Cassola, al contrario, era convinto che o si scrive per la gente o si scrive per il mondo.
L’establishment, che aveva in mano le grandi case editrici, non ha mai tollerato le opinioni scomode dello scrittore toscano, uomo libero e irregolare che rifiutò le etichette ideologiche. Molte cose non hanno perdonato a Cassola i suoi detrattori, di ieri e di oggi.
Lo scrittore, secondo il loro punto di vista, è colpevole di aver fornito con Fausto e Anna e con La ragazza di Bube un’immagine non retorica e non convenzionale della Resistenza.
Non gli hanno mai perdonato di essersi allontanato, dopo le speranze accese con Il taglio del bosco, dal credo del vangelo neorealista.
Cassola, inoltre, è stato accusato di aver indugiato nelle piccole cose antieroiche della vita di provincia e nelle pieghe di una dolente aspirazione alla felicità.
Negli ultimi anni di vita, Carlo Cassola si impegnò in una battaglia pacifista ed ecologista che sapeva più di anarchismo che di marxismo. Anche per questo fu attaccato violentemente.
Nei suoi libri, nei suoi articoli, nei suoi saggi continuò con coerenza a sostenere il suo libero pensiero: a cercare la catena di un padrone, anziché obbedire a se stessi e alla propria etica, si finisce male.

La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai (Palabanda editore 2017) A cura di Viviana Filippini

29 maggio 2018

downloadIn La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai veste i panni di questa donna imprenditrice e stilista vissuta in Sardegna tra il 1716 e il 1810. La narrazione del libro, edito da Palabanda, prende il via da Muravera, dove la Sulis nacque, per seguire tutto il suo cammino esistenziale. La trama e è molto interessante, poiché non solo ci racconta la storia di una donna intraprendente, che si pose come una delle prime imprenditrici in un mondo dominato principalmente da uomini. Il romanzo di Ada Lai mette per iscritto la storia di una  di  donna, tramandatasi nei secoli grazie ai racconti orali delle donne di Muravera e a quelle di Quartucciu, dove la Sulis diede vita alla sua attività imprenditoriale. La Sulis fu fortunata nella sua vita, perché trovò un marito che non solo la amò sempre, ma che la sostenne in ogni sua iniziativa e attività. Il consorte in questione era personalità molto nota per la Sardegna di quel periodo, era il giureconsulto Pietro Sanna Lecca che diede vita agli “Editti e Pregoni”, voluti dal Re Carlo Emanuele III. Questi testi raccoglievano tutte le leggi e le Ordinanze emanate per l’isola di Sardegna tra il 1720 e il 1774. Appena sposata la coppia si trasferì a Cagliari (1735), dove la Sulis diede vita ad una fervente attività imprenditoriale che si diffuse in diversi ambiti, da quello culturale e sociale, fino a quello agricolo, tessile e della moda. Infatti Francesca Sanna Sulis introdusse la produzione e lavorazione di seta, lino e lana, permettendo alle donne sarde di emanciparsi cominciando a lavorare in questo settore. La seta prodotta nei laboratori di Quartucciu, come testimoniano i ricordi e le cronache dell’epoca, era tra le migliori al mondo, perché Francesca Sanna e le sue lavoratrici agivano con passione e dedizione per ottenere prodotti di qualità. E non si limitò a questo, infatti la Sulis diede il via al lavoro domiciliare e avviò delle vere e proprio scuole di formazione professionale per insegnare come si faceva la filatura. Accanto alla formazione lavorativa degli adulti, l’imprenditrice, per la quale l’istruzione era valore fondamentale per ogni essere umano, fece aprire anche le scuole basse, ossia istituti dove i figli della popolazione più povera potevano imparare a leggere e scrivere. La Sulis ebbe tre figli, ma nessuno seguì la sua strada nell’imprenditoria della moda. Due presero i voti religiosi e uno divenne avvocato e commercialista. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1810, quella ventata di progresso e innovazione del ruolo femminile che la Sulis aveva cominciato a radicare nella società sarda subì, purtroppo, una forte battuta d’arresto e, in generale, la donna della Sardegna perse quello slancio di cambiamento che era cominciato con l’imprenditrice di Muravera. Certo è che La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna di Ada Lai è un’importante testimonianza di una figura femminile che con grande intraprendenza e intelligenza si impose come uno dei primi esempi di imprenditoria, collaborazione e tentativo di emancipazione dell’universo femminile capaci di essere, allo stesso tempo, casalingo e imprenditoriale.

Ada Lai (Oristano 1950) ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e un Master alla Sorbona. Dopo aver lavorato per 17 anni all’Università di Cagliari è stata Dirigente del Comune di Cagliari, dove ha diretto tutti i servizi al Cittadino. È stata Direttrice Generale del Turismo regionale e Capo Gabinetto del Governatore della Sardegna. Ha fondato il Movimento “A.Cagliari”, per dar voce alle donne ed ai giovani sui problemi della città. Fa parte delle direttivo Parco Letterario Francesca Sanna Sulis. Ora, in pensione, si gode i due nipotini e si dedica alla scrittura.

Source: inviato dall’editore.

:: Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir

27 maggio 2018

Wajib

Un padre e un figlio si incontrano e si confrontano nel nuovo film di Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio, primo suo film in programmazione nelle sale italiane. Due generazioni, due percorsi di vita, due mondi se vogliamo differenti e anche conflittuali, che trovano nei sentimenti e nell’amore che lega padre e figlio l’unico terreno in cui ciò che divide si appiana, scompare quasi. La scena finale è molto catartica e piena di pace e di speranza, la stessa che sembra consegnarci questo film interamente ambientato a Nazareth, ai giorni nostri.
Un film palestinese, una produzione palestinese e internazionale, vincitore di numerosi premi, e sebbene non eravamo in molti nella sala, terminata la proiezione, ho sentito solo voci di apprezzamento.
Ma andiamo con ordine. Protagonisti di questa pellicola sono il padre Abu Shadi (Mohammad Bakri) e il figlio Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita, due uomini che si trovano uniti da una tradizione antica e radicata nei territori palestinesi, consegnare personalmente di casa in casa gli inviti al matrimonio (tradizionale) di Amal (Maria Zreik), rispettivamente figlia e sorella dei protagonisti.
A bordo di una vecchia Volvo percorrono in lungo e in largo una Nazareth ben poco turistica o agiografica (immondizia non raccolta, teli di plastica variopinti e di poco prezzo per nascondere ciò che gli ospiti non devono vedere, due soldati israeliani (e due soldatesse armate) a accennare (molto discretamente) il clima di occupazione militare presente).
Il Natale è vicino, si percepisce anche solo velatamente. Cristiani e musulmani convivono in pace, intrecciano relazioni di amicizia e di buon vicinato, si accolgono nelle loro case, non lussuose ma dignitose e accoglienti. Le strade sono antiche e moderne, caotiche e silenziose, i contrasti sono sfumati e ci portano in questa antichissima città da spettatori (ospiti). Non ci sono segni visibili di bombardamenti o rovine, l’oppressione e solo accennata, sfumata nei discorsi, che padre e figlio intrecciano sul cammino.
Solo quando il padre vuole invitare al matrimonio un israeliano, (percepito dal figlio come un pericolo), i toni si alzano e lo scontro verbale, ma sempre educato e rispettoso, ci porta alla consapevolezza di una sorta di frattura tra i due.
Il padre rappresenta il passato: è un vecchio professore, colto e nello stesso tempo convenzionale (anche nella scelta della musica da suonare al matrimonio), non immune da un certo fatalismo, e coraggio, e resistenza. Ha scelto di restare, di confrontarsi con una realtà che non accetta completamente, ma sopporta.
Il figlio è una proiezione del nuovo: ritorna dall’ estero, vive in Italia, presumibilmente a Roma dove fa l’architetto, (la diaspora palestinese è un tema importante del film amaramente sottolineato dalle parole di un personaggio che dice che per tornare a Nazareth serve un passaporto europeo), ha una relazione non regolamentata (non vuole rovinare l’amore con il matrimonio), conquista la libertà di portare i capelli lunghi raccolti in uno chignon e di vestirsi con pantaloni rossi e una camicia rosa.
A unirli un abbandono, quello della moglie e madre dei protagonisti, fuggita negli Stati Uniti con un uomo poi diventato il suo nuovo marito (la cui malattia mette in forse la partecipazione di questa donna al matrimonio).
Ecco in breve i tratti salienti di questo film dotato di una sceneggiatura calibrata nei dialoghi. E’ quasi tutto parlato, la lunga conversazione tra padre e figlio è l’ossatura della trama. Gli incontri sono fuggevoli e non danno adito a ritorni, sono tappe, di una sorta di pellegrinaggio che ci porta nel cuore di una città bene o male normale. Le crisi esistenziali dei personaggi non scadono mai in toni eccessivamente drammatici. L’umorismo è sfumato, i toni da commedia controllati. Si sorride, anche se in alcuni punti amaramente.
Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir è un film molto bello, che consiglio, nella misura in cui volete vedere l’altro, con occhi imparziali, il suo spessore umano, le sue fragilità, la sua forza. Un matrimonio è un’ occasione di pace e di felicità, una pausa nello scorrere caotico e noioso della quotidianità. In questo film è un’ occasione di incontro tra più generazioni. Si discute, magari si resta arroccati nelle proprie posizioni e nei propri punti di vista, ma alla fine c’è tempo per sedersi in terrazza e sorseggiare un caffè o fumarsi una sigaretta. Uniti dalla consapevolezza che ci sono cose più importanti che avere torto o ragione.

:: Mi manca il Novecento – Caproni è la Poesia con la maiuscola a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2018

Caproni

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’ esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in «Come un’allegoria» si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri («Il muro della terra», «Congedo del viaggiatore cerimonioso») ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa. «Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno, Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento. Di origini modeste, il padre Attilio è ragioniere e la madre, Anna Picchi, sarta. Giorgio scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova nella biblioteca paterna un’antologia dei Poeti delle Origini (i Siciliani, i Toscani), rimanendone irrimediabilmente affascinato e coinvolto.
Nello stesso periodo si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale s’ispirò per «Il seme del piangere» e «Il muro della terra».
Finalmente nel 1922 terminano le amarezze, prima con la nascita della sorellina Marcella, poi con quello che sarà l’avvenimento più significativo nella vita di Giorgio Caproni: il trasferimento a Genova, che lui definirà
«la mia vera città».
Terminate le scuole medie, s’iscrive all’Istituto musicale «G. Verdi», dove studia violino. A diciotto anni rinuncia definitivamente all’ambizione di diventare musicista e s’iscrive al Magistero di Torino, ma presto abbandona gli studi.
Inizia in quegli anni a scrivere i primi versi: non soddisfatto del risultato ottenuto strappa i fogli gettando via tutto. È il periodo degli incontri con i nuovi poeti dell’epoca: Montale, Ungaretti, Barbaro. Rimane colpito dalle pagine di «Ossi di seppia», al punto di affermare: «… saranno per sempre parte del mio essere».
Nel 1933, pubblica le sue prime poesie, «Vespro» e «Prima luce», su due riviste letterarie e, a Sanremo, dove si trova per il servizio militare, coltiva alcune amicizie: Giorgio Bassani, Fidia Gambetti e Giovanni Battista Vicari. Comincia anche a collaborare con riviste e quotidiani pubblicando recensioni e critiche letterarie.
Nel 1935 inizia ad insegnare alle scuole elementari, prima a Rovegno poi ad Arenzano.
La morte della fidanzata Olga Franzoni nel 1936 gli ispira i versi del suo primo libro «Come un’allegoria», pubblicata a Genova da Emiliano degli Orfini. La tragica scomparsa della ragazza, causata da setticemia, provoca una profonda tristezza nel poeta come testimoniano molti suoi componimenti di quel periodo, tra cui vanno ricordati i «Sonetti dell’anniversario» e
«Il gelo della mattina».
Nel 1938 si trasferisce a Roma restandovi solo quattro mesi.
Il 1943 è molto importante per Giorgio Caproni perché «Cronistoria» vede le stampe presso Vallecchi di Firenze, all’epoca editore fra i più noti. Nell’ottobre del 1945 rientra a Roma dove resterà fino al 1973 svolgendo l’attività di maestro elementare.
Nella capitale conosce vari scrittori tra cui Cassola, Fortini e Pratolini, e instaura rapporti con altri personaggi della cultura( sarà particolare il legame con Pasolini).
La produzione di questo periodo è basata soprattutto sulla prosa e sulla pubblicazione di articoli relativi a vari argomenti letterari e filosofici.
Le attività letterarie di Caproni diventano frenetiche. Nel 1951 si dedica alla traduzione di «Il tempo ritrovato» di Marcel Proust, cui seguiranno altre versioni dal francese di molti classici d’oltralpe. Va ricordata la traduzione di «Morte a credito», il capolavoro di Céline
Intanto la sua poesia si afferma. «Stanze della funicolare» vince il Premio Viareggio nel 1952 e dopo sette anni, nel 1959, pubblica «Il passaggio di Enea».
Vince nuovamente il Premio Viareggio con «Il seme del piangere».
Nel 1986 viene pubblicato «Il conte di Kevenhuller», libro che segnerà una svolta. Nelle ultime raccolte si fa avanti l’intreccio dei temi religiosi e esistenziali.
L’ultima fase della poesia di Caproni sfugge a una definizione. Il grandi temi della poesia e della filosofia contemporanea lo porteranno a riscoprire il tema del viaggio.
Un viaggio che porta Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua –scriverà Gian Luigi Beccaria- è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
«Res amissa», la raccolta uscita postuma, nella sua brevità epigrammatica contiene la ragione ultima della poesia di Caproni: una sorta di religiosità senza fede in cui «essere in disarmonia con l’epoca».
Tutto è messo in discussione con un nichilismo calmo che filosofeggia non solo sulla morte di Dio ma anche sul freddo della Storia

:: Mi manca il Novecento – Gesualdo Bufalino: storia di un grande scrittore dimenticato e rimosso

19 marzo 2018

Bufalino

Quando nel 1981 uscì Diceria dell’untore l’opera prima di Gesualdo Bufalino, fu subito un caso letterario. Un esordio all’età di sessantuno anni che avrebbe segnato la narrativa italiana.
Lo scrittore di Comiso era un uomo di immensa cultura. Sempre affascinato dalla letteratura e dai libri, trascorre la sua infanzia nella biblioteca paterna.
«Ingegnoso nemico di se stesso», così amava definirsi. Bufalino ha letto tutti i libri e ha sempre resistito alla proposta di pubblicarne uno dei suoi.
Grazie all’incoraggiamento del suo grande amico Leonardo Sciascia, all’età di sessantuno anni pubblica da Sellerio Diceria dell’untore, un libro importante sul tema della morte, un romanzo che ancora oggi rappresenta un classico del romanzo italiano di fine Novecento.
Attenzione della critica e un ottimo successo di pubblico per uno scrittore schivo che ama vivere appartato tra i suoi libri e le sue pagine.
A ventidue anni dalla sua scomparsa, Gesualdo Bufalino rischia di scomparire anche dalla memoria letteraria.
Sellerio pubblica i suoi libri più belli (Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, Cere perse, La luce e il lutto, Museo d’ombre)
Morto Leonardo Sciascia, i libri di Gesualdo Bufalino inspiegabilmente spariscono dal catalogo della casa editrice siciliana, Nel 1988 Bufalino pubblica da Bompiani Menzogne della notte, romanzo con cui si aggiudicherà lo Strega.
Nel 1996 esce Tommaso e il fotografo cieco. Lo scrittore muore improvvisamente in un incidente stradale il 14 giugno dello stesso anno.
Oggi Bufalino è poco letto, poco pubblicato e poco conosciuto e giace inspiegabilmente in un limbo editoriale. Si trova ai margini di un cono d’ombra che lo ha portato verso l’oblio.
Non riesco a capire perché, a un certo punto, Elvira Sellerio abbia smesso di credere nella sua scrittura. Non riesco a capire perché Gesualdo Bufalino, uno degli scrittori più importanti con cui si è chiuso il Novecento, sia diventato lo scrittore più velocemente dimenticato del nostro Novecento.
Non riesco a capire il perché di questa rimozione. Eppure un grande scrittore come Gesualdo Bufalino è quasi scomparso dalle librerie. Lo scrittore di Comiso dovrebbe avere un posto di riguardo tra i più grandi letterati del nostro tempo.
Ma se guardo oggi per un attimo il catalogo di Sellerio, vedo che un altro siciliano impazza con la sua dozzinale letteratura d’intrattenimento, capisco tutto.

:: Mi manca il Novecento – Stig Dagerman e Il nostro bisogno di consolazione a cura di Nicola Vacca

13 marzo 2018

Stig DagermanStig Dagerman ha attraversato il Novecento con la velocità di una cometa. Morto suicida a soli trentuno anni, è stato uno dei più importanti scrittori svedesi e ancora oggi possiamo considerarlo un gigante della letteratura, leggendo i libri che ci ha lasciato.
Dagerman è stato un uomo in rivolta, in molti lo hanno paragonato a Camus e a Kafka.
È un anarchico inquieto e sempre in lotta contro se stesso e con un’angoscia lucida come pochi è riuscito a stare dento la catastrofe bellica del suo tempo, lasciandoci con i suoi libri una testimonianza unica.

«La scelta anarchica è, – scrive Fulvio Ferrari nella postfazione a Il nostro bisogno di consolazionenella formazione di Dagerman, un momento fondamentale da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la sua persona e la sua opera».

Come non si può prescindere da Il nostro bisogno di consolsazione, che tra i suoi libri è quello che più lo rappresenta, e soprattutto mette in evidenza il dramma dell’uomo e le contraddizioni esistenziali di un grande scrittore di fronte al peso enorme del male di vivere.
Proprio questo piccolo libro verrà considerato il testamento letterario di Dagerman.
In queste pagine lo scrittore scava nel fondo del suo abisso di uomo a cui manca la fede e afferma di non essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Inizia così Il nostro bisogno di consolazione, un viaggio di uno scrittore nel tormentato inferno della sua coscienza. Pagine intense, di disperazione e di sconforto, ma anche attraversate da un grande amore per la letteratura di cui Dagerman si avvale per scavare nella consumazione terribile della sua tormentata interiorità, sempre interrogando quella vita che sta stretta ai suoi anni.
Sono queste riflessioni che lo conducono a riflettere su quel concetto di consolazione spaventosa che riesce solo a fargli vedere le cose con intensità cinque volte maggiore.
Stig Dagerman scrive sempre in preda al dubbio e all’incertezza, mentre lo sconforto lo assale in ogni istante. L’unica cosa che gli importa è proprio quella che non ottiene mai:

«l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo».

Il mondo è più forte di lui, al suo potere non ha altro che opporre se stesso. Così non gli resta altro che la scrittura e la letteratura. Finché avrà la forza di resistere, si sentirà dotato del potere di opporre le sue parole a quelle del mondo.
Questa è la sua unica consolazione che non gli salverà la vita.

«Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione».

Il nostro bisogno di consolazione è un monologo di un uomo che scrive perché combattuto tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. È un libro la cui lettura non lascia indifferenti. Le parole di Stig Dagerman scorticano, fanno male, sanguinano. Solo come i grandi scrittori sanno fare.

:: Mi manca il Novecento – La caduta di Albert Camus a cura di Nicola Vacca

25 gennaio 2018

La CadutaJean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.
Questa è la trama de La caduta, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1956.
Il protagonista si avventura in un monologo incalzante e serrato in cui si confessa apertamente agli avventori che incontra nel bar facendo finta di cercare l’assoluzione ai suoi misfatti di essere umano.
In realtà, vestendo i nuovi panni del giudice – penitente, Clamance si muove nell’acqua putrida della sua coscienza come un «profeta vuoto per tempi meschini».
Dopo lunghi studi su se stesso, adesso che si è seduto ai margini della società, l’avvocato pentito scopre la duplicità profonda della sua creatura.
Attraverso le parole di Clamence, Albert Camus mette in scena l’ipocrisia di un modello sociale che non ha nessuna intenzione di far cadere la maschera.
Quando l’avvocato si rende conto del peso che ha sulla sua coscienza la sua maschera decide di cadere e di iniziare il suo percorso di giudice – penitente.
Percorso di scavo che non sarà facile per lui. Spesso si troverà a fare i conti con i nodi irrisolti della sua vita precedente e con quelli della sua esistenza attuale.
In ogni pensiero che gli passa per la mente, Clamance sfiora il delirio. Ed è proprio nel delirio che cerca la via della redenzione.

«La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri, visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice».

Nelle ultime pagine del suo monologo si svela ma continua a cadere e rialzarsi sarà impossibile.
Anche nelle pagine de La caduta Camus non rinuncia al suo umanesimo antidogmatico.
Clamance ammette le sue colpe definendosi «falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne».
Si rende conto che la sua caduta è diventato un assedio e che, nonostante la vita valga la pena di essere vissuta, sarà difficile per la presenza del male dichiarare apertamente la propria innocenza.

«In filosofia, come in politica io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole. Carissimo, lei vede in me un fautore illuminato del servaggio.».

Jean Baptiste Clamence cade e noi insieme a lui, perché facciamo parte della stessa umanità di cui siamo le miserabili e strane creature che si accusano e per avere più diritto di giudicare.

:: Leggere rende migliori?

29 dicembre 2017

reading

Leggere rende persone migliori? Cittadini migliori? Persone più consapevoli delle proprie scelte, più libere, più indipendenti, più difficilmente manipolabili? Dall’ uscita dei dati ISTAT sull’ennesimo calo di lettori in Italia questa è la domanda che maggiormente si sente fare. E voi cosa ne pensate? E’ giusto colpevolizzare chi non legge facendolo sentire una persona a cui manca qualcosa? La lettura indubbiamente ha molti lati positivi: aumenta il numero di vocaboli usati, tiene in esercizio il cervello, allarga gli orizzonti. Ma tutti capiscono sempre quello che leggono? Più si legge e più si combatte l’analfabetismo funzionale? O leggere come scrivere e anche essa una attività “creativa” che mette in moto quella parte del cervello adibita alla creatività? Ogni lettore interpreta e decodifica un libro ovvero la realtà in modo differente? E’ un discorso interessante, non fermatevi alla provocatorietà della domanda. E voi cosa ne pensate? Scrivetelo nei commenti, sono davvero curiosa, e sarebbe davvero bello generare un dibattito che superi gli stereotipi.

:: La maschilista ero io di Sara Giangreco – Un progetto in crowdpublishing

24 novembre 2017

Parliamo oggi di Bookabook, casa editrice in crowdfunding, con Sara Giangreco autrice di un romanzo dal titolo La maschilista ero io che affiderà la pubblicazione proprio a questa casa editrice. Che cos’è Bookabook? Come gli si propongono i libri? Come avviene la selezione? Come sono organizzate le campagne? Ho fatto alcune domande a Sara e lei gentilmente mi ha risposto.

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Benvenuta Sara sul mio blog e grazie di aver accettato di rispondere ad alcune domande per spiegare meglio nei dettagli il progetto. Per prima cosa parlaci di te, raccontaci la tua esperienza di autrice.

Grazie Giulietta per l’opportunità di far conoscere la mia modesta storia. Sono principalmente una mamma, al momento purtroppo disoccupata.
Ho studiato in un liceo linguistico – umanistico che mi ha dato un’impronta letteraria e mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla filosofia, alla cultura in generale, soprattutto quella che parla dell’animo umano, delle persone. Ho frequentato qualche corso di scrittura creativa all’epoca e i miei racconti sono sempre piaciuti, ovviamente questo è stato uno stimolo per approfondire.
Terminato il liceo, dopo il diploma, ho scoperto di aspettare un bambino e successivamente, dopo 15 mesi dalla nascita del primo, una bambina.
La mia passione ha avuto uno stop, il mio matrimonio non andava bene e facevo fatica a gestire tutto così giovane.
Per molti anni non ho più pensato alla scrittura, fino a che mi sono resa conto che dovevo riprendere in mano la penna, o meglio, la tastiera.
Avevo tante cose da dire, da condividere e quindi due anni fa ho creato il mio blog http://www.nowaytobeme.com, dove racconto episodi della mia vita, dei miei figli, parlo di attualità e del mondo che ci circonda con ironia e sarcasmo, ma a volte anche con la giusta serietà.
Un giorno ho avuto un’illuminazione, ho trovato un filo conduttore tra alcuni post pubblicati e ho deciso di raccoglierli in un libro, di fare un tentativo per vedere se fossi in grado di scriverne uno.
In un primo momento ho optato per l’autopubblicazione, poi ho siglato un contratto con la casa editrice Cavinato Editore International che ad oggi distribuisce il mio libro “Nowaytobeme – Un libro semplice per una vita complessa” sui più importanti store on line in formato digitale. Direi che come primo tentativo è andato bene.
Adesso il mio secondo lavoro, un romanzo, è attualmente on line in una campagna crowdpublishing, s’intitola “La maschilista ero io”.

Raccontaci qualcosa sul tuo libro, come si intitola, come è nata l’idea di scriverlo?

Il mio nuovo lavoro, un romanzo, si intitola “La maschilista ero io”. E’ stato un libro difficile da scrivere perché per la prima volta mi sono dovuta immedesimare in situazioni delicate e ripercorrere alcune brutte emozioni vissute anche da me.
Beatrice, la protagonista, racconta in prima persona la sua vita non facile e piena di delusioni, causate principalmente dall’influenza negativa degli uomini che ne hanno fatto parte. Questa giovane e carina ragazza deve affrontare una gravidanza inaspettata, che deve condividere con uomo che non ama più, un uomo possessivo e che la fa sentire inutile.
Termina il liceo piena di ambizioni – sopra tutte diventare una scrittrice – che quest’uomo, Marco, cerca di sminuire e distruggere, facendo vacillare la fiducia che aveva in sé stessa.
Da qui inizia la sua avventura, piena di sofferenza, autocritica, tanto che Beatrice si rende conto di essere talmente schiava della cultura “maschiocentrica” da diventarne complice, da accettarla inconsciamente per avere un po’ di quiete, di essere lei la più grande maschilista.
Vive grandi amori, amicizie, si autoboicotta, si dispera, si rialza e cade di nuovo. Vive attanagliata nei sensi di colpa, nella vergogna e nella paura di fallire.
E’ una storia tutto sommato comune purtroppo, che molte donne hanno vissuto; molto passionale e critica.
Non volevo affrontare l’argomento con un punto di vista prettamente “femminista”, ma volevo fare un’analisi spietata di come molte donne finiscano in catene senza nemmeno accorgersene, di come il maschilismo sia talmente radicato che spesso siamo proprio noi a perpetrarlo, a tenerlo in vita. Vorrei che il lettore e la lettrice, attraverso le emozioni di Beatrice, trovino la consapevolezza delle proprie azioni, vedano quello che c’è al di là di ciò che sembra normale, ma non lo è, ovvero la violenza psicologica, ma anche monetaria, che spesso noi donne subiamo senza nemmeno rendercene conto.

Ora parlaci della casa editrice con cui lo pubblicherai e della forma di crowdfunding che organizza. Conoscevi già queste forme di finanziamento, che precisiamo non è un crowdfunding puro, insomma il lettore prenota solo in anticipo l’acqusito del libro che poi sarà pubblicato come succede in tutte le case editrici, giusto?

Siccome sembra che le cose semplici mi stiano lontane, ho deciso di inviare il mio manoscritto alla casa editrice Bookabook, che ha un nuovo concetto della pubblicazione, che si chiama “crowdpublishing”, per cui sono sostanzialmente i lettori a decidere quale libro venga pubblicato e quale no. Non conoscevo questo tipo di editoria prima, ma ti spiego meglio: Il materiale inviato viene visionato due volte dagli editor e valutato per scrittura, contenuto e qualità. Se passa queste due selezione, viene organizzata una campagna crowdfunding sul loro sito, gestita da loro, che però non è una vera e propria raccolta fondi, in quanto il lettore pre-ordina il libro, in pratica lo acquista. Il goal da raggiungere è di 200 pre-vendite, se si centra l’obiettivo il libro verrà pubblicato e distribuito da Messaggerie Libri (il più grande distributore di editoria italiano) nelle librerie e negli store on line in formato cartaceo e e-book. Quindi insomma, ne vale la pena.
Al momento il mio romanzo è in fase di crowdfunding.
Lo staff di Bookabook segue l’autore passo passo, è estremamente disponibile e presente. Se il romanzo raggiunge l’obiettivo prefisso nella campagna crowdfunding la casa editrice mette a disposizione anche un ufficio marketing per ottimizzare le vendite dopo la pubblicazione.
Ho scelto questa strada per testarmi e anche perché le garanzie a contratto sono decisamente maggiori rispetto a quelle proposte da altre case editrici, che per ovvie ragioni non scommettono moltissimo sugli autori emergenti.

A che punto siete, hai riscosso un buon interesse?

Sono passati 13 giorni dall’inizio della campagna e ho già raggiunto il 27% dell’obiettivo, direi che è un ottimo risultato.
Certo, per un’autrice emergente e fondamentalmente sconosciuta, raggiungere 200 lettori senza avere un prodotto in mano, materiale, da toccare e visionare, non è semplice. Terminati amici e parenti è necessario crearsi un pubblico, cosa che spero di riuscire a fare, anche grazie a te e a chi come te ama la lettura e scoprire nuovi nomi.
Inoltre il tema del maschilismo è diventato mainstream oggi dopo il caso Weinstein e spero di dare un contributo con il mio romanzo anche alle associazioni che si occupano di abusi e violenza sulle donne, come Non una di meno, Se non ora quando e molte altre, a sradicare questa mentalità per cui la donna deve sacrificarsi, per cui un insulto, una frase sgradita a sfondo sessuale, uno schiaffo, sono in fondo cose sopportabili per non disturbare labili equilibri famigliari o lavorativi. Per me tutto questo deve finire e spero attraverso “La maschilista ero io”, nel mio piccolo, di aiutare donne e uomini a raggiungere l’autoconsapevolezza, sperando che prendano la forza di cambiare e di rispettare sé stessi e gli altri, onorando anche chi ci ha provato, ma non c’è riuscito.
Grazie infinite per l’interesse e spero di aver stimolato i lettori a sostenermi nella campagna. Per me questo libro è davvero importante e vorrei poterlo stringere fisicamente tra le mani alla fine di questo percorso!

Bene è tutto. Vi ho incuriosito? Volete aiutare questa giovane autrice? Partecipate prenotando il suo libro! Un caro saluto a tutti.

:: Le amiche – Etica Nicomachea di Aristotele a cura di Ippolita Luzzo

16 novembre 2017

ippolitaLe amiche del cactus

Venerdì 10 Novembre 2017 farò mia relazione all’Uniter sulle amiche e leggerò un mio antico pezzo “La pianta grassa” il cactus che non siamo.

Qui però, sorridendo, scriverò alcuni esemplari amicali incontrati negli anni. E osservati tali e quali dall’adolescenza all’età della saggezza.
Le amiche al guinzaglio, sono coloro, spesso sempre in due insieme, che non ammettono distrazioni una dell’altra. Se passa un altra conoscente è permesso il saluto ma non fermarsi a salutare.
Le amiche dominanti, coloro che comandano, hanno sempre ragione, e se l’altra esprime un dubbio viene zittita.
Amiche diverse che non telefonano mai, che telefonano solo se hanno chiamato a tante altre e avendo avuto buca poi chiamano te.
Amiche care che si lamentano con te delle altre amiche, a loro dire indifferenti e lontane.
Amiche che diranno sempre di te si spera bene, visto che affermano che sei tu la loro migliore amica.
Amiche di una età adulta, uguale e precise alle amiche della adolescenza, perché come ha detto Lidia Ravera l’altra sera, questo periodo della nostra vita è La seconda Adolescenza.
Amiche del cactus, La pianta grassa
Questo il pezzo di anni fa
La pianta grassa
Al cellulare:- L’amicizia è una pianta grassa.
Non ha (quasi) bisogno di acqua- mi dice la mia amica  da Recanati, in gita con i suoi allievi, e continua- Sì, ho visto le tue telefonate, tranquilla, io ci sono sempre.-
Mi ritrovo a dover spiegare che:- Pensato avessi perso il telefonino, ho pensato che lo avessi rotto, ho pensato che-
Ma non l’ho detto- che del cactus io sento solo le spine.-
Molto probabile che siano solo spine difensive, solo spine involontarie, solo tempo che non c’è.
Clara Sereni, giornalista e scrittrice, un tempo fece un tentativo.
Inventò un luogo dove chi avesse avuto bisogno di compagnia, di aiuto amicale, sarebbe potuto andare.
Il marito, fiducioso, pronosticò il successo.
Lei era convinta del contrario e così chiarì all’ignaro e ingenuo uomo.- Vedi, tutti siamo disposti ad aiutare, vi sono infatti moltissime associazioni di volontariato in tal senso, aiutano le ragazze madri, i carcerati, i tossici, gli alcolizzati, gli ammalati, aiutare ti fa sentire forte, grande,  ma nessuno è disposto a far vedere quanto lui abbia bisogno di uno sguardo, di compagnia, quanto lui sia vulnerabile.
Amicizia, strana parola, rara trovarla, più rara viverla insieme.
Bisogna accontentarsi che essa esista nel deserto arido del deserto
Clara Sereni decise ad un certo momento di andare a vivere in una casa di riposo.
Una stanza chiusa.
Una stanza da dove, impercettibilmente, il mondo del fuori sparirà, senza spine,
e nel chiuso di un nuovo ordine ognuno ripercorrerà i sentieri dei nidi di ragno,
raccontandosi storie che avrebbe voluto raccontare a quella amica, alla sua amica.
Non ha bisogno di acqua l’amicizia, mi sembra la stessa frase dell’uomo che ti dice:- Sono dentro te- mentre è lontano mille miglia, con nella mano un’altra, un altro.
Abbiamo tutti bisogno di acqua… senza acqua non si vive.
Dirlo non è debolezza, è solo una forza-
Noi non siamo cactus

etica nicomacheaEtica Nicomachea 1 aprile 2011

L’Etica Nicomachea parla delle virtù. Nella giustizia ogni virtù si raccoglie in una sola. Chi la possiede la usa sia verso gli altri che verso se stessi. Libro V. Tutto un libro per la giustizia. Nei libri ottavo e nono si parla dell’amicizia
Ma cosa sono le virtù? Un’attività dell’anima razionale, una scelta verso il fine ultimo, la felicità. Ecco perché le virtù etiche non si posseggono, si scelgono e in questa scelta ci fanno diversi, ci costruiamo intorno un modus, un abito, un luogo dove noi trascorreremo la nostra vita. Cosa scegliamo?
In medio stat virtus. Il giusto mezzo, attraverso l’agire nel giusto mezzo si può raggiungere la felicità, perché noi siamo liberi di agire.
Ogni individuo – dice lui – è libero di scegliere perché è il principio e il padre dei suoi atti come dei suoi figli. E nel libro VI dopo le virtù etiche ecco le virtù dianoetiche: la scienza – l’arte – la saggezza – l’intelligenza – la sapienza che è il grado più elevato, la somma fra scienza e intelligenza.
Due libri sulla amicizia la virtù che si accompagna alle virtù. A che servono tutte le altre senza questa? A chi dico ciò che so, se non ho amici. Con chi trascorro o scelgo di trascorrere il mio tempo se non ho un amico a cui riferirmi? Telefono al telefono amico? Tutta la storia dell’uomo virtuale o pratica è basata su legami fra individui, nelle convenzioni vi è sempre questo rito della socialità.
Poi l’amicizia; un sentimento che invera tutto ciò che pensi e che fai. Simile con il suo simile. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Begli amici che hai! Ci si giudica dalle frequentazioni. O no? E’ sempre stato così. Aristotele lo dice meglio di noi.
L’amico è una proiezione. Mi proietto in un altro, l’altro di me è l’esterno che vedo in me. Non è vero che ci sono tante forme di amicizie, una sola è l’amicizia, le altre conoscenze sono forme di socialità.
L’attenzione, la condivisione, le scelte, riguardano una sfera piccola, piccolissima, ristretta, dei pochi amici che noi scegliamo.
Aristotele dedica due libri dell’Etica all’amicizia, sentimento disinteressato, altrimenti si chiama opportunismo, lavoro, pranzo di lavoro, occasione sociale. Sentimento di simpatia.
Chi ci obbliga ad uscire, a ridere, a parlare con un altro? Certo la cortesia, il garbo, l’educazione quando una persona non ci piace ci trattengono ma perché poi continuare a frequentare chi non sentiamo amico? Nessuno ci obbliga, l’amicizia non è un obbligo, a volte io posso essere amico tuo, ma tu puoi essere o non essere amico mio. Può essere che l’altro ti accolga, ti sorrida, ti ascolti, ma tu non sei per lui il suo amico di riferimento, ti dimostri benevolenza, ma non cerca la tua benevolenza. Non sono mai semplici le cose. Sant’Agostino nelle Confessioni dedica pagine di una commozione immensa per la morte del suo amico. Le strade che avevano percorso insieme, i discorsi, i progetti, tutto parlava di lui che non c’era più. Uno sperdimento doloroso.
-Come ci siamo allontanati
Che cosa triste e bella
Così Vittorio Sereni e Franco Fortini erano due destini, uno giudica l’altro, ma chi sarà a condannare o assolvere entrambi?
si chiama Etica Nicomachea, perché Nicomaco è il figlio di Aristotele Ah Nicomaco come passato, passato sei! Un figlio che raccoglie e divulga ciò che il padre ha detto. Una bella stranezza in questo nostro tempo di figli viziati e onnipotenti – chiamati amore – tesoro e incitati allo scherno del giusto mezzo. E’ improprio parlare di amore e di amicizia nei rapporti che includono un dovere e una responsabilità, una severità e una disciplina. Scambiamo ora i nostri figli per amici – amori – tesori – e loro giustamente ci rispondono per le rime. Il nostro linguaggio come tutti i linguaggi è un virus . Il meme che abbiamo trasmesso ha creato una stortura. Come il gene per la genetica, il meme, unità di base è una informazione culturale replicabile nel pensiero di uno, di tanti. La memetica è l’eredità culturale. Una idea, una lingua, una melodia, una abilità che si trasmette commutazione, da un pensiero ad un altro. Aristotele mi fa compagnia da più tempo ora, si è adagiato come un meme nel mio pensiero che libero può ritornare a studi passati con sguardo recente.
Mi dice Fausto Torre: gli uomini sono asociali. Tutto ciò che costruiscono insieme ha senso utilitaristico. Mia cara Ippolita, tutto quello che facciamo è a nostra immagine e somiglianza. Oppure saremmo semplicemente diversi.
Etica Nicomachea due- Segnali di fumo
La parcellizzazione dell’amicizia
Cellulare – messaggi – internet – facebook – messenger – posta elettronica i nostri segnali di fumo oggi. Con i richiami ed i rinvii si crea l’abitudine, l’abitudine ad attendere. L’attesa che nasce in tutti noi è inevitabile e impalpabile. Lo spiega bene Saint- Exupery, forse glielo avrà detto Consuelo, sua moglie e sua musa ispiratrice, probabile vittima amorosa. Questo atteggiamento si chiama addomesticamento, lasciare che un altro attenda quello che tu hai già dimenticato. Nonostante questo nasce, sempre, negli animi deboli o in quelli forti, insopprimibile il bisogno di un affetto, di un amico. Non si può vivere solo con cose. Si tenta però, sostituiamo persone con altre persone, con cani, con gatti, gioielli, automobili, computer, amicizie virtuali e perciò non comprendibili l’alterità. C’è ora una alienazione degli affetti – dell’amore – dell’amicizia – della dedizione – del sacrificio – del rimorso – della nostalgia . Una rimozione. Ora si parcellizza tutto.
La parcellizzazione dell’amica.
Con una parli solo di acquisti, con un’altra solo di film, e via via amica che viene, argomento che vai. Si gira intorno ad una conversazione diventata asfittica, limitativa, un parlare a pezzi, a bocconi. Un boccone di famiglia, muuh! Buono, un po’ salato, un boccone di politica, di sport, di malattia. Un po’ di mistero. Nessuna notizia personale, potrebbe essere maneggiata, travisata, riportata, meglio non dire, o dire – Ho un impegno – Ci vediamo – Non ci vediamo – chissà!
Telefona tu – telefona quando vuoi, lo sai che mi fa piacere. Io no, è vero, non telefono, ma lo sai ho tanto da fare e poi non vorrei essere invadente. –
La benevolenza sociale ti lascia il dubbio di essere tu la sbagliata. Cosa farai? Telefonerai e sarai invadente, non avrai nulla da fare! Oppure non telefonerai ed imparerai la buona educazione? Ma dopo aver aspettato tanto e alla fine capitolato e telefonato ecco: – Ti sei persa, stavo proprio pensando a te, ti avrei chiamato sicuramente io oggi – e tu resti indecisa se urlare, imprecare, ucciderla o molto più prosaicamente stare in silenzio.
La benevolenza ti lascia così, con cortesia, con un sorriso, nel dubbio se quella persona voglia o no mai condividere un po’ quel che tu vuoi.
Condivisione umana che ci fa diversi dagli animali – così dice Aristotele a pag. 813 dell’Etica Nicomachea- BUR-. “In questo senso si predica il vivere assieme per gli uomini e non come per le bestie il consumare il pasto nel medesimo luogo. Bisogna percepire assieme all’amico anche che egli è, esiste e questo avrà luogo nel vivere assieme e nell’avere comunanza di discorso e di pensiero.”
Gli animali mangiano in gruppo ma non progettano un vivere sociale, spiega Aristotele. Io, guardando gli occhi buoni di Argo, il labrador di mia sorella, penso che il filosofo non fosse a conoscenza di quanto affetto possano dare cani e gatti, come ci rimproverano, come ci attendono, come ci ascoltano.
Manca sicuramente il momento della lite, delle recriminazioni, della parità, essi dipendono da noi, dalla nostra ciotola, proprio per questo non possono essere nostri amici.
Non hanno la libertà di sceglierci. Siamo noi a sceglierli. Vorremmo fare così anche con le persone.
In questa parcellizzazione odierna scompaiono i bocconi buoni, lasciando solo sapori artefatti di una cucina emulsionata e addensata, una cucina priva di amicizia. La parcellizzazione dell’amicizia ha lo stesso effetto alienante e spaesante del parcellizzare ogni settore della vita umana.
Le conversazioni fra amici, amiche, conoscenti, colleghi ripetono ritornelli sempre uguali. Ma tutto questo è perfettamente normale con i conoscenti, con un’amica no, non dovrebbe essere così. Perché un’amica ti cambia, con una sei in un modo, con un’altra sei diversa, cambia il sorriso, la postura, le frasi, gli argomenti, anche il lessico, a volte. Stupefacente, ma vero, è l’alchimia che ci testa. Bella, finché dura l’intesa, poi tutto finisce e iniziano le lamentazioni. – Lei non mi capisce, è invidiosa, non telefona- e via da una parte e dall’altra.
Non c’è il tempo per una vera amicizia tutto scorre epidermicamente, in superficie, senza poter fermarsi a guardare.
Un’amica mi ha detto che la cucina preferita ora è quella pronta, già precotta, cibi da mettere velocemente in forno e portare in tavola, così senza spreco di tempo, di pensiero. Così è.
– Addirittura! – L’esclamazione di una donna ad un’ amica che le confessava di pensarla come riferimento importante nei suoi affetti, forse l’unico, in quel dato momento della sua vita.
Forse non era un rimprovero però, ma un modo per ridimensionare, per non enfatizzare, un modo per relativizzare rapporti umani tendenti fatalmente ed erroneamente all’assoluto.
L’altra pensò a quell’addirittura in vari modi, sempre via via diversi e il positivo si dispiegava lentamente e decisamente cancellando l’amarezza di non aver avuto come risposta il più banale
– anch’io – rimandante un’alterità utopica e perciò non realmente esistita.
Ciò che Aristotele, Sant’Agostino hanno argomentato sull’amicizia, sull’affetto, sul sentimento, rimane nella sfera dell’opinabile, del desiderabile, della tensione ma difficilmente e raramente in quella della realtà, del concreto.
Dal cactus che non siamo.

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima seconda)

15 novembre 2017

montaleEcco la seconda parte dell’articolo “Considerazioni sulla poesia” di Savino Carone. Potete leggere la prima parte qui.

Chi oggi si richiama in poesia a metri canonici e schemi di genere lo fa spesso in modo reattivo, in polemica più o meno esplicita contro l’orizzonte discorsivo ristretto e megalomane della lirica moderna, nata appunto per trascendere le regole e gli schemi del passato (salvo elaborarne di nuovi non meno sclerotici: ma questo è un altro discorso). Va inteso in questo quadro, io credo, il ricorso più o meno sottile a modulazioni di tipo narrativo, drammaturgico o saggistico, l’apertura polifonica, la vena didattica e talvolta satirica che è facile rinvenire in tanti libri di poesia italiani degli ultimi anni. Contro il sublime specialismo della lirica moderna, questa poesia ambisce al diritto di poter parlare di tutto, a tutti; ad usare una varietà di voci, punti di vista, categorie interpretative; a toccare e incrociare diversi generi (il romanzo autobiografico e spesso familiare, il reportage, la meditazione, la recitazione). Non solo molti poeti di recente esordio hanno considerato normale collocarsi in questo spazio, sia pure in modi personali e variegati (Tarozzi, Carpi, Donati, Ruffilli, Riccardi, Ballerini; Albinati, Savinio, Bellocchio); anche altri autori provenienti da percorsi in senso stretto lirici hanno aderito, negli ultimi tempi, a questo filone di ricerca, spostandosi in qualche caso dalla poesia breve al poema fluido, e finendo con lo scommettere sulla forza del libro piuttosto che sulla singola composizione. Penso alle ultime cose di Buffoni, Viviani, Tiziano Rossi, Lamarque, De Signoribus, Bacchini, Magrelli; a Bocksten di Pusterla; ad alcuni sviluppi recenti di Patrizia Cavalli. In alcuni di questi autori la dignità comunicativa, la limpidezza e l’onestà intellettuale sono ormai anteposte, almeno apparentemente, all’esigenza di concentrazione e alle accensioni del sublime. Lo scatto verticale e i barlumi tradizionalmente lirici abbandonano i luoghi più in vista e si spostano negli anfratti del poema, nelle pause della narrazione o del monologo.

Ovviamente non si tratta di tentativi inediti. Nella prospettiva della storia letteraria l’attuale apertura polifonica e poematica, la voracità onnicomprensiva, la ricerca su moduli narrativi o teatrali o pop può contare su modelli novecenteschi – così come non è nuovo il tentativo di fiaccare con espedienti antilirici la tenace resistenza del soggettivismo di ascendenza romantica. Basti pensare all’impostazione teatrale della scrittura futurista e crepuscolare, o all’esperienza di alcuni esperimenti neorealisti e più sistematicamente di «Officina», pronta a scommettere sul poemetto civile e su forme oggettive di versificazione. Però anche in questo caso va registrata un’importante differenza di fondo: gli sforzi attuali risultano più legati alla necessità di smobilitare il centro ormai malfamato della lirica e ad innescare una genuina tensione sperimentale. Parlavamo prima di exit strategy: quella che si delinea forse è più una via di fuga che la ricerca politica di una rivoluzione formale (a cui del resto ben pochi autori, giustamente, sembrano disposti a credere). Se i poemetti di «Officina» intendevano soprattutto spiazzare un pubblico abituato al frammentismo ermetizzante, indicando un’alternativa che alludesse a un cambiamento non solo letterario, le poetiche polifoniche attuali cercano piuttosto un punto di incontro, una solidarietà, un assenso del lettore – nel sogno di ricreare una dimensione comunitaria, che restituisca una funzione pratica della poesia. Bisogna del resto riconoscere che le riflessioni e i racconti in versi della Tarozzi, o di Buffoni, per esempio, non sono certo meno belli di quelli di Roversi o di Leonetti, vecchi di cinquant’anni. Né meno belli, né meno esemplari: niente come la fortuna attuale del racconto in versi o del poema inclusivo tradisce le pulsioni antiliriche da cui è scossa oggi la scena italiana, il desiderio diffuso di farla finita con un certo “io” e col suo gergo poetico. “La poesia prova a diventare recitabile e leggibile. L’esperimento è questo”.

Eppure resta attivo, innegabilmente, l’altro polo della dialettica: quello che continua a puntare sulla percezione lirica delle cose e insiste a servirsene per saltare nel buio – sia pure correggendo quegli aspetti del lirismo convenzionale che lo stato attuale di emergenza rende magniloquenti e fuori luogo.

E infatti, nonostante tutto, molti dei migliori poeti italiani contemporanei rimangono autori lirici, nell’accezione moderna del termine: concentrati in modo esclusivo su frammenti anche minimi di un sia pure esemplare materiale autobiografico, attratti da forme brevi e sintetiche, disposti alla confessione, all’esposizione e alla commozione. Il prezzo che pagano per restare sulla scena è sia quel processo di sbiancamento, ammortizzazione o “deflazione dell’io”, che peraltro rappresenta una delle poche costanti davvero significative, uno dei rari tratti unificanti del movimento della poesia degli ultimi trent’anni. Ma in questa area della produzione in versi anche il rapporto cruciale con i metasememi sembra in parte mutato: al posto della metafora simbolista o dell’analogia accecante troviamo volentieri il paragone esplicito o la similitudine (in Fiori, ad esempio, o in Zuccato): contro il gergo dell’oscurità, la ricerca di tropi disponibili all’interpretazione, particolarmente a loro agio nel fondo realistico e spoglio che è spesso caratteristico di questa versificazione. La difficile acrobazia della lirica prova a passare attraverso il progetto o l’illusione di una lingua naturale, lessicalmente e sintatticamente piena, e di un registro e di un paesaggio uniformi, chiari e quotidiani – tutto il contrario dell’eccitazione perenne del discorso promossa di consueto dalla lirica moderna. Eppure il nitore della rappresentazione viene alterato e scosso da sparsi elementi di disturbo: gli incroci dell’astratto col concreto (Anedda), l’uso improprio della deissi (De Angelis), la regressione intermittente del punto di vista (Benedetti), l’allure metafisica degli oggetti (Gezzi), l’impiego radicale dell’impersonalità (Dal Bianco).

Per questi autori, la pronuncia chiara non è che il contenitore confortevole in cui ospitare la sopravvivenza di una logica pur sempre aberrante, assoluta, almeno in parte irrazionale. Le cose sono quelle consuete, ma come ricoperte di uno smalto opalescente, capace di impreziosirle. Mentre i poeti di ambizione inclusiva puntano a un allagamento tematico e retorico del discorso in versi, per molti di questi nuovi lirici si tratta di intensificare il nucleo privato della propria ispirazione, abbandonando tutta la zavorra delle convenzioni formali non necessarie: la gabbia della lingua personale, l’armonia precostituita dello stile, persino il vizio di andare a capo, uno sforzo radicale di comunicazione oltre la forma, di discorso duttile, frontale e senza aloni. Eppure non privo di momenti di intensità, anzi spesso costruito surrettiziamente attorno ad essi.

Al contrario, oggi, più di ieri, mito delle origini e nevrosi non solo si oppongono, ma anche si intrecciano. Dicevamo ricerca di un discorso di grado zero, alleato della prosa. Ma in effetti il ricorso a inserti in prosa nei libri di poesia di questi anni è notoriamente uno dei fenomeni più visibili del nostro campo letterario (un altro, in ambiti diversi, è la ricerca di esecuzioni orali e di happening: ancora una sorta di trasversale exit strategy). Si può dire che tutte le interazioni tra poesia e prosa sono sempre più sollecitate: prosimetro, poema in prosa, poema narrativo, frammento lirico, più quel filone che con Jean-Marie Gleize – esplicitamente citato da alcuni poeti italiani di area sperimentale – possiamo definire “prosa in prosa”. Ci si rivolge alla prosa sia per conservare una dimensione lirica sotto le ceneri del linguaggio ordinario, sia per allargare gli ambiti del verso e respirare in un modo differente. A questa strada, così battuta dalla nuova poesia francese e americana, fanno capo in Italia alcuni poeti di area sperimentale, come quelli legati al GAMMM e all’iniziativa di Prosa in prosa. Ma c’è anche una parte della lirica italiana contemporanea che alterna poesia e prosa per provare a riflettere o ad attraversare la propria materia – per bilanciare, con un discorso ‘orizzontale’, il vecchio vizio di andare a capo. E’uno dei modi in cui la prosa ritorna nel lavoro di poeti nettamente lirici come Antonella Anedda, Stefano Dal Bianco, Mario Benedetti, Guido Mazzoni e per ancora citarmi, “Arbor mirabulis” edito nel 2014 per i tipi di “Rupe Mutevole Editore. Ancora fedeli a un invisibile mito delle origini, quando investono sulla prosa e sulla forza intellettuale; sulla oggettività, sulla nudità della poesia. Anche loro spaventati dalla fine, o coscienti che la commistione con la prosa riproduce un meltinsound che se pure esemplare e funzionale allo svolgersi tematico rinuncia, per certi versi, alle possenti radici che tengono ancorata la poesia al suo cenotafio.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.