Archive for the ‘Approfondimenti’ Category

:: Monografia Gen. Luigi Paolo Piovano

20 settembre 2022

Chi segue il mio blog sa che da alcuni anni scrivo racconti e novelle libearamente ispirate alla figura del mio bisnonno Luigi Paolo Piovano, storie di pura fantasia sebbene abbia curato il contesto storico, il personaggio si presta a storie di avventura e mistero, e infatti sto coltivando da anni il progetto di scrivere una monografia interamente dedicata al mio bisnonno.

A darmi il diciamo coraggio di fare qualche passo in più nella concretizzazione del progetto è stato il saggio Piemontesi ai confini del mondo di Davide Mana in cui un intero paragrafo è dedicato alla sua figura e alla sua memoria. Venerdì scorso è uscita un’intervista riguardo al libro sul giornale della mia città a Davide Mana che molto cavallerescamente nomina anche me e i miei racconti polizieschi ispirati alla sua figura. Ma parallelamente a questi mia ambizione è dunque scrivere un vero saggio monografico sulla sua figura, dall’infanzia, all’Africa, alla Cina, al Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

Fotografo dilettante, coraggioso esploratore, mente curiosa e inquieta, amante dello studio e dei libri oltre che studioso di lingue e dottrine orientali (riscrisse con la sua calligrafia, credo traducendolo dal cinese, Il Libro della Virtú di Lao Tzu) Paolo Luigi Piovano è sicuramente una figura che si presta ad essere approfondita. Per cui mi sono detta scrivi un pitch, allega un po’ di foto e mandale in giro per editori per vedere se a qualcuno interessa il progetto. Progetto che necessiterà di approfondite ricerche magari negli archivi storici dell’Esercito a Roma, e seguendo le tracce che possiedo, alcune lettere, memorabilia e cimeli, intervistando chi l’ha potuto conoscere, e si ricorda ancora di lui. Raccogliendo dati, e ricordi, approfondendo insomma tutto il vissuto e la memoria.

Ecco questo è il progetto se verrà coronato da un libro, magari ricco di fotografie sarete i primi a saperlo.

:: Alle origini della crisi ucraina. Il revanscismo russo e le mancate promesse della NATO di Eugenio Di Rienzo

22 febbraio 2022

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della North Atlantic Treaty Organization assicurandogli, come contropartita, che la coalizione, nata il 4 aprile 1949, non avrebbe esteso la sua presenza oltre la linea dell’Oder.

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa sotto protettorato di Mosca cominciò a emanciparsi dal suo controllo, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio militare dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal Segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un centimetrò verso oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa centro-orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009, sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia, Ucraina nella Alleanza atlantica.

Nel corso dell’attuale crisi ucraina, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin ha ripetuto più volte, a giusto titolo, «che Mosca era stata imbrogliata e palesemente ingannata» dagli Stati occidentali, i quali avevano assicurato che l’Alleanza del Nord Atlantico non si sarebbe allargata «neppure di un centimetro a est». A queste affermazioni, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha replicato seccamente, affermando che «nessuno, mai, in nessuna data e in nessun luogo, aveva fatto tali promesse all’Unione Sovietica».

In questi giorni, però, l’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato documento, rinvenuto nei British National Archives dal politologo americano Joshua Shifrinson, professore alla Boston University che rafforza la versione delle autorità russe secondo cui quando la Germania fu unificata, all’Unione Sovietica venne fornita esattamente questa garanzia. Si tratta del verbale della riunione dei Direttori politici dei Ministeri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, tenutasi a Bonn, il 6 marzo 1991. Il tema del colloquio era la sicurezza nell’Europa centrale e orientale e i rapporti con la Russia vinta, avvilita ma ancora capace, secondo i convenuti, di una forte reazione se si fosse attentato alla sua sicurezza, senza tentare di stipulare con essa un duraturo patto di amicizia e collaborazione economica e politica.

L’organizzazione del Patto di Varsavia in quei mesi stava già disgregandosi, e alcuni Paesi del blocco sovietico avevano espresso alle maggiori Potenze occidentali la loro volontà di entrare a far parte della NATO. Tuttavia dal documento risulta con lampante evidenza che Inglesi, Americani, Tedeschi e Francesi furono concordi nel ritenere che tali richieste, lesive del futuro equilibrio di potenza europeo, erano «inaccettabili». A nome di Berlino, Jurgen Hrobog, affermò, infatti: «Abbiamo chiarito durante il “negoziato 2 più 4” sulla riunificazione della Germania, con la partecipazione della Repubblica Federale di Germania, della Repubblica Democratica Tedesca, di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia, che non intendiamo far avanzare l’Alleanza atlantica oltre l’Oder. E pertanto, non possiamo concedere alla Polonia o ad altre Nazioni dell’Europa centrale e orientale la possibilità di aderirvi». Secondo Hrobog, questa posizione era stata concordata con il Cancelliere federale Helmut Kohl e il Ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher. Da parte sua, in quella stessa occasione, il rappresentante degli Stati Uniti, Raymond Seitz, dichiarò: «Abbiamo ufficialmente promesso all’Unione Sovietica – nei “colloqui 2 più 4”, così come in altri contatti bilaterali intercorsi tra Washington e Mosca – che non intendiamo sfruttare, sul piano strategico, il ritiro delle truppe sovietiche dall’ Europa centro-orientale e che l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente».

Che queste mancate promesse avrebbero portato ad un ritorno al tempo di ferro della Guerra Fredda, provocando forse ancora più gravi crisi nel Vecchio Continente, lo intuì con chiaroveggenza Gorbaciov, nell’intervista concessa, il 7 maggio 2008, al The Daily Telegraph, quando dichiarò che «gli Americani ci promisero che la NATO non sarebbe mai andata oltre i confini della Germania dopo la sua riunificazione, ma adesso che metà dell’Europa centrale e orientale ne sono membri, mi domando cos’è stato delle garanzie che ci erano state accordate? La loro slealtà è un fattore molto pericoloso per un futuro di pace perché ha dimostrato al popolo russo che di loro non ci si può fidare».

(Fonte: Nuova rivista storica qui il Prof Di Rienzo autorizza la pubblicazione su questo blog).

:: Mi manca il Novecento – Ulisse, il libro della storia umana – a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2022

James Joyce incominciò a pensare il suo Ulisse nel 1914. All’inizio venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici di Gente di Dublino. Poi lo scrittore irlandese si lasciò prendere la mano dal suo genio e nel 1922 fu pubblicato in Francia il più straordinario e impossibile romanzo della storia della letteratura.

Ulisse vide la luce grazie a Sylvia Beach, che fondò a Parigi la mitica e storica libreriaShakespeare and Company.

Sylvia Beach aveva una grande venerazione per lo scrittore irlandese e decise di pubblicare Ulisse. Senza di lei l’Europa e il mondo non avrebbero mai conosciuto il libro di Joyce, considerato il capolavoro di tutti i tempi.

Molte furono le difficoltà e le vicissitudini a cui andò incontro per aver deciso di pubblicare il libro del grande scrittore irlandese.

Sylvia diventò, in un certo senso, la curatrice degli interessi editoriali e dell’immagine di Joyce e del suo carattere spigoloso e difficile. «Quando curavo gli interessi di Joyce mi dimostravo avidissima, e mi ero fatta la fama di un’affarista sprecata». Queste sono le parole di Sylvia, che tramite la Shakespeare and Company aveva la facoltà di trattare tutti gli affari di Joyce, ma non ne ricavava nessun utile.

Lei aveva con Joyce un rapporto unico. Sylvia lo venerava e lo considerava un grandissimo scrittore. Questo è il motivo per cui decise di pubblicare Ulisse. A cento anni dalla sua pubblicazione noi dobbiamo ringraziarla perché senza di lei non lo avremmo mai letto e conosciuto.

In una Dublino infognata dalla morale cattolica, Joyce ambienta il suo romanzo. Lo scrittore non sopporta la vita statica dei suoi abitanti che non vivono in maniera autentica, oppressi dalla religione e dai rigurgiti del nazionalismo.

Lo scrittore è indignato da tutto ciò. Questa posizione gli costerà l’esilio. Si è parlato di Leopold Bloom come di un eroe che sbaglia e incapace di instaurare rapporti umani.

Attraverso il flusso di coscienza di Bloom Joyce nel suo romanzo epico abbraccia tutto l’uomo. Il suo romanzo impossibile e straordinario si inserisce in un’inattualità senza tempo e in un certo senso può considerarsi un abisso in cui i lettori si perdono per non ritrovarsi più.

Dalla lettura dell’Ulisse di Joyce si esce tramortiti e allucinati. Si entra in un labirinto e ci si perde senza pietà. Questa è una sensazione forte che vale la pena provare senza avere la pretesa di capire tutto.

Gianni Celati, autore di una traduzione recente del romanzo di Joyce, sostiene che la lettura di questo libro vada liberata dall’obbligo di capire tutto, il che è un obbligo difficile da assolvere, almeno nella nostra prospettiva di lettori comuni, alle prese con la difficoltà della scrittura di Joyce.

Scrive Celati nella sua prefazione: «Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi».

L’idea della lettura liberata proposta da Celati è il modo migliore per affrontare Joyce e trovarsi corpo a corpo con il suo romanzo.

A Carmelo Bene l’Ulisse di Joyce ha cambiato la vita: pochi scrittori sono riusciti a passare da un “pensiero dell’immediato “a un “immediato pensiero”. Per Bene Ulisse è il libro della storia umana.

:: L’editoria italiana chiude il 2021 in forte crescita: +16%

29 gennaio 2022

Ottime notizie sullo stato di salute dell’editoria italiana che chiude il 2021 con un netto aumento del ben +16%, con 1,701 miliardi di euro di vendite a prezzo di copertina, per 115,6 milioni di copie (ben 18 milioni in più del 2020). Sono i dati di mercato più che confortanti, realizzati in collaborazione con Nielsen Book, che Ricardo Franco Levi, il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), ha presentato intervenendo alla giornata conclusiva del XXXIX Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri.

Sembra dunque che le librerie siano luoghi sempre più frequentati in questi anni di pandemia, oltre al fatto che hanno anche inciso le politiche di sostegno pubblico messe in atto da governo e parlamento, in attesa di una legge di sistema promessa. Soprattutto i giovani sembra abbiano ripreso ad amare i libri grazie al tam tam sui social, in cui ragazzi sempre più giovani parlano di libri e invitano i loro coetanei a leggerli. Insomma leggere libri è uno dei più grandi piaceri della vita e anche i numeri sembrano darci ragione.

Sempre Levi dice: “Numeri molto buoni anche rispetto alle performance degli altri paesi in Europa, ma il futuro non è privo di incognite. In positivo, la conferma delle misure pubbliche di sostegno e l’attesa per la nuova legge di sistema per il libro. Ma c’è l’emergenza della carta, per prezzi e disponibilità, e permane il pesante impatto della pirateria. Inoltre alcuni settori, come l’editoria d’arte e di turismo, soffrono ancora molto gli effetti della pandemia”.

Insomma ci sono ancora alcune criticità ma il trend fa sperare bene anche per l’anno in corso.

L’editoria italiana si conferma la sesta nel mondo dietro solo a Usa, Cina, Germania, UK e Francia, e ben la quarta in Europa. La crescita del 16% del mercato italiano è seconda in Europa, davanti a Germania e Regno Unito, e dietro solo a Francia e Spagna.

Cresce la produzione del 22,9%, scendono solo gli ebook di poco del 5,6%. Grandi soddisfazioni anche dagli audiolibri che passano a 24 milioni di euro, in crescita del 37%.

Un’altra notizia interessante per i lettori cala il prezzo medio dei libri venduti.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito dell’AIE: qui.

:: SOLARIS, UN PIANETA DAI TRE VOLTI – Gli adattamenti cinematografici del più famoso romanzo di Stanislaw Lem a cura di Michele Tetro

12 novembre 2021

Il primissimo adattamento del romanzo di Stanislaw Lem Solaris si ebbe nel 1968, l’anno di uscita di 2001: odissea nello spazio, a firma dei registi Boris Nirenburg e Lydya Ishimbayeva, un film per la televisione in due parti realizzato dalla Central Television Production sovietica, in bianco e nero. Questa versione è del tutto fedelissima al libro originale (quindi rimandiamo al capitolo 6 per la trama), non offre varianti alla materia trattata né rilevanti cambiamenti di trama. E’ Solaris esattamente come concepito da Lem, che si mostrò poco convinto, quando non addirittura polemico, sia della versione successiva di Tarkovskij sia di quella americana. La messa in scena è di tipo teatrale, con totale mancanza di effetti speciali, virtuosismi scenografici, decorazioni tecnologiche o futuristiche. Gli ambienti della stazione orbitante sull’oceano pensante di Solaris sembrano le quinte di un moderno teatro, con corridoi curvilinei immersi nell’ombra, stanze che ricordano le camere di alberghi d’infima categoria, scale di metallo su alte e vuote pareti. L’unica concessione alla tecnologia è data da una postazione di controllo sull’astronave Prometheus con due tecnici, simile a un’antiquata redazione televisiva, un quadro di comando presso l’hangar di ricezione, due televisori a circuito chiuso visibili durante gli incontri video dei tre scienziati, qualche apparato di scena non meglio identificabile. I costumi sono anonimi, lo scafandro di Kelvin assomiglia a tutto tranne che una tuta spaziale, il casco più simile a un collare ortopedico d’ospedale. Il massimo della spettacolarità è dato da immagini di repertorio di pochi secondi, con missili e capsule spaziali americane sgranate in video degli anni Sessanta, che ricostruiscono l’invio di Kelvin dalla Prometheus alla stazione e la liberazione dalla prima copia di Harey. Come nei remakes seguenti, anche qui (data l’impossibilità produttiva di ottenere determinati effetti) sono assolutamente mancanti le colossali “creazioni” plastiche sulla superficie di Solaris, che rappresentavano la parte più visionaria del romanzo, e il pianeta stesso risulta sempre fuori scena, anche se la sua “azione” immobile si percepisce costantemente (basta un’occhiata sbigottita di Kelvin verso una delle finestre sempre semi-chiuse della stazione, particolare ripreso poi nel successivo film di Tarkovskij, che invece ci concede diversi campi lunghi sul fluido oceano colloidale).

Le riprese sono incentrate prevalentemente sui primi piani degli attori, tutti calati nei loro ruoli e credibili, la storia è raccontata più a parole che a immagini, come nella miglior tradizione teatrale. Tutt’altro che noiosa, la produzione coinvolge e tiene desta l’attenzione dello spettatore, assorbito profondamente in questo dramma scientifico dalle implicazioni sconvolgenti.

Le cose cambiano invece nella versione del regista Andrej Tarkovskij del 1972, che per altro ottenne gran riscontro di critica e pubblico nel mondo occidentale. Pur rispettando ed evidenziando i punti cardine del romanzo di Lem (soprattutto il tema del contatto con l’entità aliena di Solaris), mantenendosi perciò fedele al testo scritto nelle parti estrapolate da esso per l’adattamento, il cineasta russo siringa in apertura, svolgimento e finale della pellicola elementi profondamente peculiari del proprio spirito e del tutto assenti in Lem. Facendo ovviamente riferimento alla pellicola originale sottotitolata e non allo scempio vergognoso che il film subì nel doppiaggio e nella riduzione italiana (in cui addirittura nel personaggio di Kris Kelvin si fondono due atteggiamenti del tutto contrastanti tra loro, il suo e quello dell’astronauta Berton, figura completamente eliminata dal film con un incomprensibile taglio di montaggio), Tarkovskij rende perno centrale della vicenda il problema del mancato equilibrio, nell’animo umano, tra la linea di sviluppo materiale esterna (il progresso, la tecnologia, la scienza) e quella spirituale interna (la coscienza, l’etica e la morale), con la seconda non in grado di bilanciarsi con la prima, poiché ancora “immatura” e quindi pericolosamente incline a innescare la crisi esistenziale.

Nell’inizio ambientato sulla Terra (mancante nel romanzo e pesantemente tagliato nella versione italiana del film) Kelvin, che pure è sensibile, come ogni anima russa, all’abbandono della propria patria per il viaggio di 16 mesi su Solaris e cerca un’ultima e intima comunione con la natura attorno alla dacia paterna, è però del tutto refrattario ad ascoltare i consigli di un ex astronauta che ha vissuto un’esperienza terribile sull’oceano pensante e si prodiga per avvisarlo di non intraprendere azioni distruttive nei confronti dell’ignoto, solo perché tale al cospetto umano. Kelvin sconterà amaramente la sua leggerezza, dovendo affrontare il penoso e doloroso rimosso della sua coscienza (la moglie suicida) incarnato dall’oceano, così come i suoi dogmatici e razionali colleghi scienziati, di classe tecnocratica, propensi ad attaccare ciò che non comprendono (la diversa intelligenza del pianeta), devono fronteggiare la loro statura morale quantificatasi in ospiti mostruosi, ripugnanti e insopportabili, il riflesso del loro volto interiore, reso reale dal magma oceanico. E solo la vergogna, qui sentimento nobile, è la chiave della salvezza per l’uomo, la pulsione che gli consente di uscire da un punto morto, prendendo coscienza dell’imperfezione del proprio apparato cognitivo, del non sapere ancora nulla di se stessi. Tarkovskij, lirico e malinconicamente elegiaco, evita intenzionalmente ogni lusinga tecnologica tipica dei film di fantascienza spaziale americani (la risposta sovietica a 2001: odissea nello spazio pubblicizzata dai cartelloni cinematografici è tale solo se considerata antipodicamente), riducendo al minimo l’impatto scenografico della sua pellicola (ed eliminando virtualmente ogni effetto speciale): la stazione orbitale è piena di oggetti del tutto inammissibili in un contesto del genere e di forte valenza simbolica (statue greche classiche, busti di Platone e di Beethoven, icone religiose russe, dipinti di Brueghel il Vecchio, fotografie di cavalli, corni da caccia ottocenteschi, vetrate policrome di una chiesa, immagini di cavalli, servizi da te in ceramica, candelabri e lampadari di cristallo), che rimandano prepotentemente alla Terra, all’anima contadina russa (Kelvin si porta con sé in volo una scatoletta di alluminio con una piantina della sua dacia), al legame col passato, la memoria, gli affetti familiari. Il regista sembra rispecchiare una sorta di adesione ai precetti del Cosmismo russo (le apparizioni della moglie defunta di Kelvin in qualche modo alludono alla resurrezione degli antenati defunti della fase fedoroviana cosmista, una promessa d’immortalità, l’integrità morale che si dovrebbe coltivare adeguatamente per assorbire il gap tecnologico-coscienziale era conditio sine qua non per l’emigrazione cosmica della perfezionata razza umana prevista da Fedorov e Ciolkovskij).

Praticamente, pur a fronte della forte spinta verso la conquista dello spazio, l’uomo sembra incapace di lasciare indietro la Terra e tende a portarsela con sé. Parafrasando il suo omologo letterario, il malinconico personaggio di Snaut del film, figura molto umana, esclama:

In questa situazione la mediocrità e il genio sono ugualmente inutili! Noi non vogliamo affatto conquistare il cosmo. Noi vogliamo allargare la terra alle sue dimensioni. Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveremo mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L’uomo ha bisogno solo dell’uomo!”

La figura del padre, che intuisce le problematiche che dovrà affrontare Kelvin nello spazio, conscio della sua “impreparazione” morale, rimanda a un trascorso tarkovskiano che non avrebbe modo di essere nel testo di Lem, la sua è un’odissea nella coscienza più che nello spazio, che attraverso il pianeta Solaris si pone come “territorio proibito” all’uomo. Se Lem è del tutto pessimista sulla possibilità di un reale contatto con l’oceano, Tarkowskij crede invece nei miracoli e conclude il film in modo splendidamente ambiguo: Kelvin, figliol prodigo dell’era spaziale, torna alla dacia del padre, che lo abbraccia riaccogliendolo nell’alveo del solo universo alla sua portata, quello del trascorso esistenziale, ma il piccolo villino è in realtà posto su un’isola circondata dall’immenso oceano di Solaris. Forse l’imperscrutabile entità aliena ha saputo leggere nella mente dell’uomo, individuando il più riposto dei suoi desideri, più forte del senso di colpa relativo al rimorso per la perdita della moglie, e cioè la sua struggente ansia del ritorno alla terra rimpianta, ai veri valori della vita? O forse si tratta solo di un’immagine simbolica di quanto piccola sia l’isoletta di placida ignoranza in cui è confinato il genere umano, circondata dai mari dell’infinito, dalla quale non è previsto che ci possa allontanare troppo, come rimarcato da Lovecraft in un celebre incipit del racconto Il richiamo di Cthulhu? Ad ogni modo, l’approccio del regista al romanzo di Lem, con la messa a fuoco sul problema morale e le leggi del progredire della ragione umana, impreziosisce un dramma scientifico di nuove valenze, creando le premesse di ulteriori riflessioni e approfondimenti.

Il terzo adattamento di Solaris, realizzato nel 2002 da Steven Soderbergh, sceglie un via del tutto differente: non è più il tema del contatto al cuore del film, né tantomeno la riflessione coscienziale tarkovskiana, bensì l’approfondimento del rapporto di coppia tra i due protagonisti, il recupero del loro passato traumatico in virtù della “seconda occasione” offerta per riparare gli errori commessi, la redenzione dei peccati da parte di un’entità superiore, che però concede tale dono non ai veri Kris e Rheyna, bensì alle loro repliche, che sopravvivono a entrambi (questa è la novità concettuale del rifacimento, gli “ospiti” sono così umani da volersi sostituire ai loro originali). In realtà il pianeta Solaris è del tutto marginale al film, una presenza tenuta sullo sfondo, non indagata, e l’intera l’attenzione è rivolta alla vicenda emotiva che s’instaura tra marito e moglie, al punto da indurre Stanislaw Lem a rimarcare: “Ci sarà stato un motivo per cui ho intitolato il libro Solaris e non Love Story!” Obiettivamente, la pellicola, che pure offre alcune sequenze spaziali degne di nota e un’intrigante colonna sonora, non sfugge a quella tipica monotonia di un film americano che cerca di scimmiottare stilemi europei, risultando il più delle volte irrisolto, se non addirittura irritante.

Tratto dal volume “Spazio – Il vuoto davanti”, di Michele Tetro, Odoya 2021, per gentile concessione dell’autore.

:: Mi manca il Novecento – Viaggio nell’introspezione di Adriano – a cura di Nicola Vacca

26 ottobre 2021

La lingua francese ha nella scrittrice Marguerite Yourcenar una grande voce. Nota al grande pubblico per il romanzo Memorie di Adriano, la scrittrice nella sua intera opera (romanzi, poesie, saggi, opere teatrali) ricostruisce l’animo umano attraverso i personaggi della Storia ma anche tramite i suoi fatti che ne hanno condizionato l’evoluzione.

La Yourcenar, nata a Bruxelles nel 1903 e morta negli Stati Uniti nel 1987, oggi è diventata un classico del nostro Novecento. Paradossalmente una scrittrice necessaria di cui si parla poco e niente.

Nel 1951 la scrittrice pubblica Memorie di Adriano, il romanzo con cui si fece conoscere al grande pubblico.

A settant’anni dalla sua uscita, questo grande libro può considerarsi un classico contemporaneo.

Memorie di Adriano contiene tutte le idee e le intuizioni della sua poetica. Il libro è considerato il capolavoro della Yourcenar. È allo stesso tempo romanzo, saggio storico, opera poetica e soprattutto biografia. La storia è costruita come una lunga lettera che l’imperatore Adriano ormai vecchio, scrive al nipote Marco, come pretesto per ripensare alla sua vita di uomo e alla sua opera di politico.

Afflitto dall’idropisia che ormai lo sta portando alla morte, Adriano ripercorre le tappe del passato, rivivendone i momenti più incisivi, e in questa lettera sentiamo lo sfogo di un uomo che non ha più l’energia per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta di un malato che dà udienza ai ricordi. I fatti sono illuminati dalla saggezza che viene dall’età, dall’esperienza e anche dalla condizione di malato prossimo a morire, e Adriano appare come il simbolo di ogni vita vissuta con nobili intendimenti e con attenta ricerca della felicità, di ogni vita che accetta l’impegno e il sacrificio pur di non trascorrere inutilmente.

L’imperatore morente sceglie la via analitica dell’introspezione per raccontare attraverso la memoria la propria vita.

In prima persona Adriano si lancia in un monologo intenso in cui la sua vita si intreccia con la storia dell’impero romano.

Le parole dell’imperatore non sono mai mute, nel loro pronunciamento riecheggia l’eternità e tuttala grandezza di una civiltà che è stata capace di costruire e donare bellezza.

Attraverso il flusso di coscienza di Adriano arrivano fino a noi tutte le emozioni e la poesia della scrittura di Marguerite Yourcenar.

Basterebbero le pagine straordinarie di questo romanzo per rendersi conto che Marguerite Yourcenar è una scrittrice accarezzata dalla grazia. In stato di grazia la sua scrittura è sospesa tra passato e presente, ma sempre attenta alla memoria e alla cura di quel passato che molto ha da insegnare al presente inquieto.

«Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita in modo più fermo, più sottile di come avrei fatto io».

Come il suo Adriano, di racconto in racconto, anche lei è entrata nella morte «a occhi aperti» e a noi restano le sue pagine immortali, come grande viaggio nello scibile umano che non possiamo ignorare, né dimenticare.

:: Mi manca il Novecento: Antonio Debenedetti e la memoria del Novecento – a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2021
ANTONIO DEBENEDETTI

I miei maestri sono tutti nel Novecento. Alcuni di questi ho avuto l’onore di conoscerli grazie alla mia attività di critico letterario. Antonio Debenedetti, l’ultima grande voce di quel Novecento che ci manca, se n’è andato in queste ore.
Figlio del grande critico letterario Giacomo, ho avuto l’onore di essergli amico quando vivevo a Roma. Per un lungo periodo ci incontravamo ogni giorno e io passavo ore intere a ascoltarlo, perché lui aveva molto da raccontare.
Le nostre chiacchierate nel suo appartamento alle spalle di Fontana di Trevi mi hanno insegnato tanto.Mi parlava del Novecento e della sua umana civiltà letteraria di cui lui è stato un autorevole testimone. Antonio era anche un grande scrittore di racconti e un perfetto romanziere.
Insomma un vero figlio d’arte.
Fui contento quando nel 2007 accettò di scrivere la prefazione a un u mio libro pubblicato da Manni.
Antonio Debenedetti è stata una memoria storica del nostro mondo letterario. Ha avuto il privilegio di conoscere i più importanti tra poeti e scrittori del Novecento.
Seguendo professionalmente le orme paterne, Debenedetti si è occupato di libri per tutta la sua vita, una delle firme più autorevoli della Terza pagina del Corriere, critico letterario degno di suo padre.
Al meraviglioso mondo della società letteraria del secondo Novecento, Antonio nel 2005 ha deciso di dedicare un libro di ricordi e impressioni. In Un piccolo grande Novecento (Manni editori, pagg.175, euro 14) l’autore conversa con l’allora giovane scrittore Paolo Di Paolo, aprendo l’archivio della memoria di casa Debenedetti.
In presa diretta e con una poetica nostalgia, Antonio Debenedetti si racconta attraverso i più grandi scrittori del secolo scorso, che ha avuto la fortuna di incontrare e di conoscerne in maniera approfondita vizi e virtù.
Ci sono proprio tutti: Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Giuseppe Ungaretti, Mario Soldati, Alberto Moravia, Sandro Penna, Vincenzo Cardarelli, e molti altri ancora. Debenedetti ha avuto il grande privilegio di poterli più volte incontrare, trascorrere moto tempo a parlare con loro di libri, letterature e molto altro.
Il critico letterario, ma anche lo scrittore, ha deciso di rendere pubblica la sua memoria, ma anche di dare sfogo a quella più privata e intima, sui bellissimi anni del Novecento letterario.
In tutte le pagine di questo libro si trovano i segni di quella grande civiltà letteraria che è stata la storia novecentesca italiana, raccontata da uno dei suoi protagonisti più veri.
Antonio Debenedetti, che ha attraversato il secondo Novecento da scrittore, da protagonista, da critico, con grande trasporto emotivo non ha mai dimenticato di essere stato spettatore privilegiato delle trame novecentesche.
Continuava a scrivere con la speranza che di quella grande lezione del Novecento i posteri potessero beneficiarne. Soprattutto oggi che la letteratura contemporanea sembra preferire sempre più l’autoreferenzialità alla consolidata esperienza di una società letteraria di cui Debenedetti è stato ieri protagonista, oggi testimone sentimentale.
Ha continuato a scrivere libri e articoli che recuperano la memoria di una delle stagioni più belle della nostra letteratura.
Debenedetti ha avuto la fortuna di conoscere quasi tutti i più grandi scrittori del secondo Novecento. Tutti i più grandi nomi di quella inarrivabile società letteraria (Bassani, Moravia, Caproni, Penna, Ungaretti, Saba) hanno abitato la sua casa. Debenedetti è l’ultimo testimone di quella memorabile stagione, e in tutti i suoi libri è sempre attento a recuperarne la memoria troppo in fretta dimenticata dai cosiddetti nuovi talenti.
Lo scrittore Debenedetti non ha mai dimenticato l’età dei maestri e ogni volta che ha pubblicato un nuovo libro di racconti o un romanzo si è sempre affidato al vissuto di quell’epoca ogni più intima percezione della sua scrittura:

«Se mi guardo indietro, se penso che da bambino ho giocato con la ghiaia nel giardino di Croce a Sorrento, se rammento di essere stato sulle ginocchia di Saba, se mi dico di aver avuto come maestro elementare Giorgio Caproni, mi pare, legittimamente di aver attraversato due o tre epoche nella storia. Sono entrato nel nuovo millennio come se fossi sbarcato da un’altra era».

Debenedetti è stato anche un grande inventore di trame e un maestro della scrittura breve. I suoi racconti sono esempi perfetti di letteratura autentica.
Ogni suo libro (i libri per lui sono dichiarazioni d’amore fatte a virtuali, future amanti, biglietti di viaggio per assicurarsi un posto nell’aldilà) va assolutamente letto non soltanto per tutto quello ha rappresentato nella nostra letteratura, ma per le bellissime storie che è riuscito a donarci attraverso la sua scrittura e creatività impareggiabili. Come non ricordare il suo libro più bello: Un giovedì, dopo le cinque. Romanzo che è tutto dentro la grande storia del Novecento e dei suoi maestri: il lungo monologo di un ottantenne che racconta la sua esistenza fatta di nulla e di inganni. Questa storia è il palcoscenico dove vanno in scena tutte le vicende di un secolo con le sue ipocrisie e i suoi risentimenti.

«Credo che Un giovedì, dopo le cinquescrive Alfonso Berardinelli nella prefazione all’ultima ristampa del libro – sia nato dalle vicende sterili della nostra narrativa novecentesca, dalla sua febbrile, ricorrente impotenza a partorire protagonisti credibili e memorabili. Per produrre un tale evento ci voleva una certa “forza della disperazione”. Ci voleva la violenza insoddisfazione (allarmata) di un autore maturo come Antonio Debenedetti, che pur avendo scritto diversi libri notevoli soffriva di non aver dato il suo libro esemplare: di non aver fatto i conti con la generazione dei padri, con la generazione centrale del secolo, quella che aveva abitato (e determinato) quel Novecento italiano che stava finendo».

Con Antonio Debenedetti si spegne una grande luce e se ne va per sempre un intellettuale che come pochi è stato testimone diretto e sentimentale del Novecento e della sua letteratura.

:: CARMELO R. VIOLA: UN ESEMPIO DI COMUNISTA LIBERTARIO a cura di Antonio Catalfamo

29 settembre 2021

Il 4 Gennaio 2012 moriva Carmelo R. Viola. Nato nel 1928 a Milazzo, dove la famiglia si era trasferita momentaneamente per esigenze lavorative del padre, era originario di Acireale, dove aveva vissuto buona parte della sua vita, con un’ampia parentesi rappresentata dal soggiorno in Libia, a Tripoli, come emigrato, dal 1941 al 1949, assieme alla famiglia, e trasferimenti, principalmente a Palermo, legati a problemi lavorativi propri. Purtroppo, dopo la morte, una coltre di silenzio è calata sulla sua figura e sulla sua opera, che, al di là delle diverse collocazioni, si è svolta sempre all’insegna dello spirito libertario, che costituisce, dunque, il trait d’union tra i diversi momenti.

Ebbi con lui un lungo rapporto di corrispondenza e di collaborazione, iniziato, probabilmente, nel 1986, stando ad una mia lettera, risalente a tale anno, che lui mi inviò in fotocopia, come testimonianza cronologica del nostro primo contatto, traendola dal suo nutrito archivio, ch’egli custodiva gelosamente in casa, ben ordinato. Ma io, a quella data, seguivo già da alcuni anni la rubrica di traduzioni italiane di poeti russi e sovietici, che Viola teneva su “La Ragione”, organo dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, e le note polemiche, molto pungenti e profonde nelle argomentazioni, che pubblicava su questa rivista, della quale fu per lungo tempo uno dei principali animatori. Carmelo R. Viola aveva imparato i primi rudimenti della lingua russa da un cultore triestino, durante il soggiorno a Tripoli, che aveva stimolato la sua vocazione naturale di poliglotta, visto che, oltre alla lingue locali (in particolare l’arabo), aveva imparato il tedesco e l’inglese (oltre al francese) in quanto impiegato, nonostante la giovane età, presso gli uffici delle amministrazioni straniere che si succedevano nell’occupazione del Paese. La dimensione poliglotta dominerà per tutta la vita il Nostro, che diventerà, fra l’altro, traduttore dal russo di alcune parti della monumentale Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, edita da Nicola Teti di Milano e una Storia della Chiesa russa, con brani in veterorusso, che doveva uscire presso lo stesso editore. Tra le numerose lingue da lui approfondite nel corso degli anni ricordiamo, inoltre, lo spagnolo, il portoghese e l’esperanto.

Iniziò così uno scambio di opinioni e di materiale durato per parecchi anni (circa un ventennio) e interrotto qualche anno prima della sua morte perché io mi trovai costretto, per vari motivi, a circoscrivere il mio impegno alla critica letteraria e alla poesia, ridimensionando di molto i miei interventi, anche giornalistici, in materia strettamente politica ed ideologica. Ricordo con piacere ch’egli mi mandava enormi pacchi postali con la fotocopia dei suoi articoli di sociologia, che venivano ospitati da una miriade di riviste, e con i volumi progressivi dei suoi Quaderni del Centro Studi Biologia Sociale, che Viola stampava da sé con grande maestria e grande pazienza, digitandoli con uno dei primi computer in DOS, fotocopiando poi le varie pagine, riunendole in libretti ben fatti, con copertina colorata, sapientemente squadrati con una cesoia e spillati con la cucitrice. Purtroppo, le necessità della vita mi impedirono ad un certo punto di far onore a quei pacchi e all’impegno culturale che vi stava dietro con miei articoli di commento e recensioni.

Carmelo R. Viola è stato un personaggio poliedrico, d’impronta leonardesca, dominato, sin dall’infanzia e dall’adolescenza, da una forte carica conoscitiva, diretta verso tutti i campi dello scibile umano, superando la barriera artificiale tra sapere umanistico e sapere scientifico creata in Italia dal dominio culturale crociano, protrattosi per lungo tempo, con riflessi negativi fino ai nostri giorni. Quest’ansia conoscitiva lo ha portato, ancora giovinetto, ad accostarsi, nella Tripoli “liberata” dagli anglo-americani, agli ambienti antifascisti, a leggere i primi fogli da questi ultimi prodotti e diffusi in forma semiclandestina, come “Italia Libera”, che Viola acquista per strada, a collaborare al “Corriere di Tripoli”, quotidiano intorno al quale si raccoglie la nutrita comunità italiana, a diventare apprezzato polemista sulle colonne di questo giornale, nonché protagonista di un dibattito animato, da lui suscitato e determinato da una sua valutazione, ritenuta ingiusta, agli esami magistrali, preparati da esterno,che diventa occasione per una discussione intorno al carattere nozionistico o meno della formazione scolastica vigente, con l’intervento di autorevoli personalità del mondo culturale tripolino, fra cui Eusebio Eusebione, docente di matematica d’origine ebraica, sostenitore del Viola, in contraddittorio con autorevoli personaggi del sistema scolastico “ufficiale”, che sono costretti a regredire verso posizioni difensive di retroguardia. Il Nostro partecipa, inoltre, alle riunioni, anch’esse semiclandestine (e perciò talvolta interrotte dai “liberatori” anglo-americani con il conseguente arresto degli organizzatori), del “Fronte Unito”, d’ispirazione comunista.

Rientrato in Italia, nel 1949, Carmelo R. Viola assume un ruolo da protagonista nell’ambito della pubblicistica d’ispirazione anarchica, collaborando ad “Umanità Nova”, la prestigiosa rivista fondata da Errico Malatesta, a “L’Agitazione del Sud”, organo degli anarchici siciliani, ch’egli contribuisce pure a stampare e diffondere e di cui diviene per alcuni anni anche direttore responsabile, e a numerosi altri giornali dell’universo anarchico-libertario. Va sottolineata l’esperienza della rivista “Previsioni”, da lui fondata e diretta, dal 1956 al 1960, alla quale collaborano figure “eslegi” di intellettuali libertari, come Enzo Martucci, anarchico individualista, e Bruno Rizzi, studioso socialista che contribuisce alla definizione dei connotati del processo di burocratizzazione che investe l’Urss, in netto anticipo rispetto alle manifestazioni eclatanti del fenomeno che poi, diversi decenni dopo, hanno portato al crollo del regime comunista sovietico. Carmelo R. Viola ha acquisito una notevole verve polemica che gli consente di prevalere nei contraddittori instaurati con alti prelati, che pure vantano profondi studi teologici e che, tuttavia, sono costretti ad indietreggiare davanti alle argomentazioni stringenti del Nostro.

Negli anni Settanta del secolo scorso, Viola partecipa con competenza e passione alle battaglie per il riconoscimento giuridico del divorzio in Italia, pubblicando volumi che ottengono un certo successo, sebbene editi da case editrici alternative, per ciò emarginate dal mercato ufficiale: Referendum contro il divorzio. Premeditato vilipendio all’uomo (Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1973). Gode di una buona fama negli ambienti radicali, ai quali si accosta, tanto che suoi interventi vengono letti in importanti convegni, anche quand’egli è impossibilitato a partecipare personalmente. La forza delle sue argomentazioni suscita l’ira della destra neo-fascista, tanto che il Viola viene attaccato da alcuni fogli reazionari. Questi attacchi vengono vissuti dalla vittima come l’incitamento ad una sonora bastonatura da parte di eventuali militanti invasati. Le minacce di bastonature, da parte dell’estrema destra e di una finta estrema sinistra, in realtà al servizio di progetti reazionari, si ripetono negli anni, anche quando Carmelo R. Viola è entrato nella terza età. Alla questione dell’aborto egli dedica un altro volume di rilievo dal titolo illuminante: Aborto: perché deve decidere la donna (Pellegrini editore, Cosenza, 1977).

Nel 1979, in occasione della consegna a Civitavecchia del Premio internazionale “Centumcellae”, proclama ufficialmente la sua nuova teoria sociologica: la Biologia sociale. Il punto di partenza è rappresentato dal “famismo” di Gino Raya, studioso, anch’egli “eslege”, di Letteratura italiana, docente universitario di questa disciplina, che individua nella fame il “primum movens” dei comportamenti umani. Carmelo R. Viola va ben oltre. Individua quattro costanti dell’agire umano: l’autoconservazione; la rassicuranza affettiva; l’identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo” in cui ciascun individuo vive; una quarta costante, trasversale alle tre precedenti, l’auto-identificanza, ch’egli così definisce nel corposo volume La quarta dimensione bio-sociale ovvero cenni di fisiologia dell’identità (secondo la Biologia sociale) (Edizioni Cronache italiane, Salerno, 1996): “L’auto-identificanza […] è il momento finale di ogni rapporto (di affetto e di memoria) che consente al soggetto di ‘sentirsi io’. Io ‘mi sento me stesso’ osservando le cose che conosco, incontrando persone che mi amano, pensando a ideali per cui sono impegnato”.

La società capitalistica soffoca queste costanti che l’uomo, per seguire la propria natura, deve necessariamente soddisfare, mentre la società socialista, come la concepisce Viola, dà ad esse piena realizzazione. Il vero “umanesimo” è, dunque, per dirla con Concetto Marchesi, un “umanesimo comunista”. Viola ha una sua visione originale del socialismo e del comunismo, che si distingue dal marxismo, di cui rifiuta il materialismo dialettico e la lotta di classe come motore della storia e del progresso. La sua è una concezione che ha basi positivistiche, che si ricollegano, a mio avviso, forse indirettamente, a quelle del suo conterraneo Mario Rapisardi, poeta e docente universitario, che ritiene le leggi biologiche applicabili anche alla società e all’arte, e alla “Dialettica della natura” di Engels, che riconosce anch’essa leggi biologiche costanti (trasformazione della quantità in qualità; compenetrazione degli opposti; negazione della negazione) a fondamento di tutto il reale, ottenendo ampi riconoscimenti nell’ambito della filosofia e della scienza sovietica, attentamente, seppur criticamente, studiate in Italia solo da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola. Alle spalle sta il positivismo di Auguste Comte, il quale sostiene che, nella società umana in evoluzione, allo stadio teologico e a quello metafisico segue quello positivo, per l’appunto, nel quale gli uomini non cercano più spiegazioni trascendentali ai vari fenomeni, bensì fondate sul “positum”, sui fatti concreti, da cui si desumono leggi generali. Lungo la scia di Comte, Nino Pino Balotta, scienziato e umanista siciliano d’origini anarchiche approdato ad una forma anch’essa positivista di marxismo, afferma che all’era della teologia segue quella della biologia, già in atto.

Un’interpretazione senz’altro innovativa e suggestiva quella di Carmelo R. Viola, che merita di essere approfondita. Purtroppo, nella società “post-moderna” si ripropone il “teismo” in forme rinnovate, basato, però, sempre sull’immagine di un uomo col capo rivolto verso il cielo alla ricerca di spiegazioni e di soluzioni trascendentali. Si tratta dell’ “angelologia” di cui parla Romano Luperini. Ci auguriamo che il Trattato generale di Biologia sociale, al quale Carmelo R. Viola ha lavorato intensamente per lunghi anni, possa vedere finalmente la luce e su di esso si apra un dibattito fecondo di sviluppi teorici.

Negli anni Ottanta e Novanta il Nostro studia criticamente il processo di degenerazione che investe l’Urss ed è tra i primi a comprendere che Gorbaciov non intende affatto rinnovare il comunismo, bensì abbatterlo. Pubblica al culmine di questa riflessione un volume tutto da rileggere: Perestrojka: ricostruzione o capitolazione? Lettera aperta a Mihail Gorbaciov, Cultura Nova Editrice, Rovigo, 1991. La sua visione antidogmatica gli consente di capire in anticipo i fenomeni storici nei loro sbocchi, che risultano, invece, imprevedibili per la massa degli studiosi, che muovono da pregiudizi ideologici di vario segno.

Carmelo R. Viola è stato anche scrittore di valore. Ha affidato le sue memorie di vita a diversi volumetti, usciti anch’essi nell’ambito dei Quaderni del Centro Studi Biologia sociale. Mi riferisco in particolare a Paradiso perduto (Aprile 2008), dedicato alla fase dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsa presso i nonni materni, nella contrada Cosentini di Acireale, a La mia guerra (Agosto 1998), in cui lo scrittore racconta come gli effetti bellici si siano riflessi su di lui e sulla sua formazione, nella fase di vita trascorsa, anche qui, presso i nonni e poi nella casa dello zio Turuzzu e in Libia, dove la famiglia, come abbiamo già detto, è dovuta espatriare, e a Mio padre (Luglio 2007), in cui si sofferma sulla figura del proprio genitore e sulla sua esistenza travagliata. Nonostante la tendenza al realismo, non possiamo considerare queste opere “neorealiste”, sempreché si prenda come canone del “neorealismo” quello secondo cui le opere in esso rientranti tendono alla rappresentazione oggettiva della realtà, mettendo “tra parentesi” l’autore, in una sorta di nuovo “verismo”, caratterizzato, però, rispetto a quello verghiano, da una visione “progressiva”, non reazionaria, del mondo. Infatti, Carmelo R. Viola, in questi scritti, supera la divisione tradizionale tra i “generi”, spaziando dalla biografia (con le inevitabili ricadute autobiografiche) al saggio sociologico, sconfinando nella dimensione diaristica. Dietro tutto si nota la mano del “socio-biologo”, il quale vuole trovare conferma alle proprie teorie scientifiche, rivivendo la storia della propria famiglia, che riproduce le costanti biologiche del vissuto umano, dalla “autoconservazione” alla “rassicuranza affettiva”, alla identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo”, nei quali ogni individuo si trova a vivere e ad operare.

Al di là dell’analisi “bio-sociale”, l’opera di Carmelo R. Viola è godibile anche dal punto di vista letterario. Dalla narrazione emerge tutto un mondo (quello contadino), ormai scomparso, un “Eden perduto”, nel quale si muovono, sciolti nella natura, i nonni materni e il piccolo Carmelo, in una dimensione dominata da bisogni immediati ed elementari, da una “religiosità” spontanea, con evidenti radici pagane; un mondo (quello urbano) di piccoli artigiani (come il padre dello scrittore, ebanista, e lo zio Turuzzu, calzolaio) che dimostrano grande maestria nel lavoro, che si trasfonde in vere e proprie opere d’arte (i manufatti in legno, le scarpe), i quali, tuttavia, debbono industriarsi in mille modi per tirare avanti.

Si tratta di un universo umano strettamente legato alla dimensione della “territorialità”, al territorio in cui ognuno è nato e cresciuto, in linea di continuità con le generazioni precedenti, fino ai primordi della civiltà, e in cui ha riversato tutto se stesso, nettamente contrapposto a quello attuale, nel quale prevale l’ “extraterritorialità”, visto che ogni individuo è costretto a passare buona parte del proprio tempo in stazioni autobus e ferroviarie, metropolitane, aeroporti, in luoghi, cioè, completamente estranei, con i quali ha un rapporto del tutto episodico.

Carmelo R. Viola ha avuto la capacità di rappresentare il suo mondo in maniera semplice, con un linguaggio letterariamente limpido, ma, nel contempo, con profondità d’analisi, affidata al suo metodo critico, fondato sulla Biologia sociale.

Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia nel secondo dopoguerra (dopo che il fascismo, se non l’aveva abolita, l’aveva fortemente ridimensionata), ha studiato gli effetti disumananti che derivano dal passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La prima costringe il lettore al “corpo a corpo” col testo scritto, alla sua analisi serrata, in termini razionali. Nella seconda milioni di messaggi, trasmessi attraverso il computer, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, per cui il singolo, in uno stato che Ferrarotti ha definito “a-razionale”, in una sorta di “sonnambulismo”, si muove come un individuo eterodiretto, senza alcuna capacità critica, né autocritica.

In quella che possiamo definire la “società digitalizzata iperconnessa”, in cui tutti sanno tutto e non capiscono niente (per ripetere, ancora una volta, le parole di Ferrarotti), è necessario riscoprire il pensiero e l’opera di Carmelo R. Viola, soprattutto (ma non solo) a beneficio delle giovani generazioni.

:: Mi manca il Novecento: L’irregolare e mai banale Arpino a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2021

Giovanni Arpino era un gran personaggio. Scrittore, giornalista, un irregolare ironico mai banale un grande inventore di storie che amava tenersi lontano dalle consorterie dei salotti letterari.
Diceva sempre di appartenere alla classe degli anarchici borghesi, moderno e europeo con retaggio risorgimentale e un pessimismo della ragione correggibile solo attraverso il dovere.
Nato nel 1927, Arpino fu scoperto da Elio Vittorini. Giacinto Spagnoletti scrive che già dal primissimo racconto egli ha saputo sempre servirsi di un meccanismo di scrittura perfetta, lubrificato come una macchina utensile.
Era impossibile inquadrare in una definizione lo scrittore Giovanni Arpino.
Siamo di fronte a un narratore che nei suoi romanzi è stato sempre uno scrittore perfetto.
Con la sua scrittura si mostra sempre libero, si tiene alla larga dal paludato mondo letterario e dalle sue convenzioni. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Arpino è sparito per molto tempo dagli scaffali delle librerie. Egli è uno dei migliori scrittori del secondo Novecento e ha ragione Guido Piovene quando dice: «Non riesco a trovare nemmeno un nome di uno scrittore contemporaneo da mettere vicino ad Arpino».
La suora giovane
è il libro che nel 1959 gli dette la notorietà, un romanzo affascinante per la perfetta tenuta della narrazione difficile. Montale in un elzeviro sul Corriere scrisse che il libro era un capolavoro.
Seguirono Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira e L’ombra delle colline. Libri in cui il letterato tra introspezione e analisi sociale sottopone la propria scrittura a un onesto esame di coscienza da cui si evince sempre il desiderio di essere libero dai condizionamenti, perché per Arpino fare letteratura prima di tutto significa torturare le parole. Quello che conta è raccontare, scrivere per sentirsi vicini alle proprie lontananze di uomini.

«La letteratura di Giovanni Arpino discende dalla cronaca, è la cronaca a fornire i temi, evita le fughe nei secoli passati, affronta la condizione umana del suo tempo e ne dà una testimonianza poetica sulla pagina. Arpino era uno scrittore borghese che raccontava una città borghese ma che era sensibilissimo alle condizioni sociali altre». 

Così scrive Bruno Quaranta che allo scrittore ha dedicato un bellissimo saggio dal titolo Stile Arpino. Una vita torinese.
Randagio è l’eroe esce nel 1972. Questo romanzo breve rappresenta una svolta radicale nella scrittura di Arpino.
Un romanzo picaresco, surreale e poetico che trasforma Giovanni Arpino in uno scrittore totale. Le vicende di Giuan, un artista ribelle ossessionato dall’ultima cena di Leonardo, che di notte diventa randagio e percorre le strade di Milano per imbrattare i muri di scritte d’amore. Questo straordinario e visionario personaggio utopico è un randagio che vuole insegnare agli uomini la bellezza e l’eroismo del bene.
Letto ancora oggi Randagio è l’eroe, tornato in libreria grazie a Lindau nel 2013, ci commuove e ci affascina per la condizione di verità e di nudità totali che ancora è capace di esprimere.
Vale la pena leggere e rileggere Giovanni Arpino, ironico, corsaro, anarchico.
«Era uno che viveva senza scarpe» disse di lui la moglie Caterina. Non c’è migliore definizione per uno scrittore che nella sua vita non ha mai voluto rinunciare alla sua libertà.
Arpino muore a Torino il 10 dicembre 1987. Oggi, nonostante ci sia un interesse editoriale intorno alla sua opera, lui è ancora un fantasma della letteratura.
Spetta ai lettori il compito di riportarlo in vita.

:: Centenario della nascita di Stanislaw Lem: “NON AVRAI POSTO ALCUNO NELLO SPAZIO…” Il pessimismo cosmico nell’opera di Stanislaw Lem a cura di Michele Tetro

6 settembre 2021

Per il centenario della nascita di Stanislaw Lem (1921- 2006) tutto il mese di settembre darà dedicato sul blog Liberi di scrivere a qusto autore poliedrico e geniale, iniziamo oggi con il primo contributo offerto da Michele Tetro, lascio a lui la parola:

Sin dal suo primo apparire in traduzione inglese e francese, la prosa fantascientifica dello scrittore polacco Stanislaw Lem (già studioso di medicina, cibernetica, astronautica, scienza della mente tra le altre cose), con la sua propensione a trasformarsi in racconto filosofico nonostante l’utilizzo di stereotipi tipici del genere fantascientifico (il viaggio d’esplorazione spaziale, la missione di soccorso planetario, il naufragio su mondi alieni, il primo contatto), mostrò di essere di gran lunga superiore a quella dei colleghi europei e d’oltreoceano. Una prosa estremamente originale e innovativa, anche quando ancora “viziata” dalle strette dell’ideologia consacrata dal realismo socialista del periodo staliniano e dal pensiero marxista nel concepire il futuro dell’uomo, all’insegna della tecnologia al servizio delle genti del mondo (e delle loro forze produttive) e del ripudio dell’utilizzo dell’energia atomica a fini bellici (lo scritture fu però criticato anche in questo senso in patria, dato che secondo il regime non magnificava in modo adeguatamente consono l’utopistica società comunista voluta dai “piani alti”). Romanzi come Il pianeta morto (Astronauci, 1951), primo viaggio sul pianeta Venere, abitato da un’estinta razza umanoide che si è autodistrutta nel tentativo di invadere la Terra, lasciando dietro di sé una tecnologia ancora attiva ma del tutto estranea alla comprensione umana, e La nube di Magellano (Oblok Magellana, 1955), stavolta incentrata su un volo interstellare alla ricerca della vita nello spazio e sulle problematiche cui va incontro l’equipaggio a fronte delle insidie cosmiche, esaltano sì società future di stampo comunista, nate dalle macerie di precedenti conflitti mondiali, in cui il capitalismo è stato bandito, l’energia atomica impiegata solo a scopi scientifici e l’equilibrio mondiale raggiunto da un ordinamento politico socialista di pacifica coesistenza, ma mettono in campo anche le principali tematiche che l’opera successiva di Lem non mancherà mai di affrontare: speculazione filosofica sulle sorti dell’uomo nello spazio, accuratezza scientifica nel descrivere i fenomeni di rara limpidezza e vincolante rigore realistico, riflessione esistenziale sulla posizione della razza umana in rapporto con intelligenze extraterrestri (e anche in rapporto con sé stessa), velata critica politica, predilezione all’ironia, ottimismo tecnologico frenato però dallo scetticismo filosofico che la conoscenza scientifica implica nel suo evolversi. Tema centrale dell’opera di Lem è l’inadeguatezza dell’apparato conoscitivo umano nell’interpretare i misteri del cosmo, al di là di ogni possibile comprensione, una tragedia scientifica che comporta l’agonia dello spirito umano, condannato a restare relegato nella sua ristretta sfera di competenza esistenziale che neppure ha il pregio e la capacità di conoscere completamente, tutt’altro: una posizione quasi antipodica a quello che è il senso della fantascienza stessa, cioè l’ampliamento della conoscenza umana in modo “positivo”, la possibilità di “guardare oltre” e decifrare le meraviglie dell’universo, il felice bilanciamento tra tecnologia e capacità di pensiero. L’ignoto cosmico che ingenuamente questo genere narrativo pretende di poter decodificare e adattare alle menti umane si risolve in Lem con lo scontro “doloroso” dell’uomo con un inconoscibile che resterà tale, lo rigetterà indietro, lo costringerà a fare i conti con la sua grottesca posizione così antropocentrica da non essere in nessun modo applicabile al di fuori del pianeta Terra. Per Lem la realtà sconosciuta del cosmo può essere esplorata solo con un drastico mutamento degli schemi di pensiero e dei metodi conoscitivi umani ancora di là dal poter essere concepiti, poiché nell’attuale stato esistenziale umano non è possibile immaginare il funzionamento di altre coscienze diverse dalla propria, né pretendere di entrarvi in contatto. Forzare tale stato di cose porta alla sconfitta, alla tragedia scientifica, all’applicazione di modalità d’azione e di pensiero unicamente distruttive. Bisogna invece prendere coscienza del fatto che possano esistere contesti di evoluzione biologica così alieni e differenti dal nostro che l’unico modo costruttivo di potersi rapportare con questi è lasciarli perdere, accettare di fare marcia indietro con umiltà, in modo da poter continuare un decoroso percorso evolutivo solo là ove questo è possibile in rapporto ai parametri strettamente umani.

La culla del dio bambino

E’ soprattutto nel suo capolavoro Solaris (1961) che Lem mette in scena, per dirla con le sue parole,“lo scisma tragico tra atto conoscitivo, concepito come curiosità interminabile e inappagabile che condiziona il comportamento e l’attività, e i soggetti inconsci, cioè i personaggi stessi, gli esseri mentalmente minuscoli e non adulti che compiono il vano sforzo di superare i propri limiti antropomorfici”. Da oltre un secolo la razza umana sta studiando il pianeta Solaris, nell’Alfa dell’Aquario, un mondo in cui si è evoluto un unico, gigantesco organismo protoplasmatico, un oceano gelatinoso che copre l’intero corpo celeste, evidentemente un’entità biologica superiore in grado addirittura di correggere l’orbita planetaria attorno ai suoi due soli per ottenere il massimo dell’energia, con una magmatica attività di superficie che porta alla creazioni di grandiose, chilometriche e spettacolari strutture polimorfiche, il cui scopo è del tutto sconosciuto, battezzate dall’uomo con fantasiosi appellativi a seconda delle loro svariate forme (“mimoidi”, “vertebroidi”, longhi, “simmetriadi”, “agilanti”) e la capacità di duplicare ogni oggetto introdotto nel suo fluido colloidale. Tali proprietà del pianeta hanno indotto gli studiosi terrestri a ritenere che l’organismo oceanico sia in qualche modo senziente ma ogni tentativo di comunicazione con esso è risultato del tutto vano (nessuna reazione interpretabile come una “risposta” è mai giunta dalla massa protoplasmatica che avvolge Solaris, sia che si trattasse di un’esplosione nucleare in superficie o dell’invio di convenzionali segnali comunicativi a largo spettro). Una quantità sterminata di libri e documenti di studio sul pianeta, prodotta nel corso degli anni e assurta a vera e propria disciplina scientifica, chiamata “Solaristica”, non ha portato l’umanità di un passo più vicina al gettare un ponte di dialogo con quel “mostro appiccicoso”, il cui “comportamento” è simile a quello di un uomo che reagisce al morso di una formica… grattandosi però altrove e non facendo intendere alcun collegamento di causa ed effetto con il morso dell’insetto. La Solaristica, con la sua mostruosa mole di dati e teorie di nessuna utilità pratica, versa ormai in crisi e si pone come “surrogato della religione dell’era cosmica, della fede indossante i panni della scienza” e il tanto agognato contatto con l’oceano pensante “scopo al quale essa tendeva, non era meno nebuloso e oscuro della Comunione dei Santi o dell’Avvento del Messia”. Nel romanzo, il socio-psicologo Kris Kelvin è inviato sulla stazione orbitante attorno a Solaris per prendere una decisione in merito alla rimozione della medesima e alla chiusura di un caso evidentemente perso ma al suo arrivo alla base sospesa sull’oceano scopre che il suo diretto superiore è morto suicida e gli altri due componenti dell’equipaggio, il cibernetico Snaut e il biologo Sartorius, in stato psichico evidentemente alterato e reticenti ad offrire spiegazioni, sembrano celare nei loro alloggi misteriosi “ospiti”, tenuti rigorosamente nascosti. Durante la notte, il frastornato Kelvin riceve la visita di Harey, la moglie morta dieci anni prima, spinta al suicidio dopo un litigio tra i due: sconvolto da quell’apparizione impossibile ma reale, lo scienziato la proietta nello spazio su di un razzo. Solo allora Snaut gli spiega cosa sta succedendo alla stazione: in seguito a un pesante bombardamento di radiazioni sulla superficie di Solaris, quasi in risposta a esso, l’oceano ha modulato un fascio di frequenze tali da individuare isole mnemoniche riposte nel cervello umano e dare loro forma fisica, creando quindi entità biologiche all’apparenza umane ma in realtà a struttura neutrinica, di fatto “più vere di quelle vere” di cui assumono l’aspetto e il comportamento. Una seconda Harey appare mentre Kelvin dorme, ignara del fato della prima. La nuova Harey, che non è tanto la copia dell’originale quanto la manifestazione del pensiero ideale che Kelvin ha di lei (perciò priva dei disturbi mentali che portarono al suicidio la donna sulla Terra), acquisendo progressivamente “umanità” dal contatto con Kelvin, ne scatena anche il rimorso sopito per lungo tempo, sicchè il rapporto dello scienziato con Solaris, manifestazione del grande mistero dell’Universo, diventa prima di tutto un impietoso confronto col proprio intimo torturato. Macrocosmo e microcosmo si fondono dando origine a un “dramma gnoseologico, nel cui centro focale sta la tragicità dell’imperfezione dell’apparato umano conoscitivo”, sia nei confronti con l’abisso esterno che con il proprio interiore, non meno profondo e sconosciuto. “L’uomo si è mosso per andare alla scoperta di altri mondi, di altre civiltà, senza avere perlustrato a fondo, dentro di sé, i cortiletti, i camini, i pozzi e le porte sbarrate”: tale impreparazione spirituale porta Kelvin a un bivio, la crescente umanità di Harey (che pure avverte di non essere l’originale) lo spinge a tentare di “correggere” l’errore compiuto sulla Terra in una seconda occasione di vita insieme, ma il “clone” sintetizzato dall’oceano può esistere solo in prossimità del campo magnetico del pianeta. “Non puoi trasformare un problema scientifico in una storia d’amore”, redarguisce Snaut, che sa perfettamente come la presenza degli “ospiti”, che incarnano le ossessioni e il rimosso più oscuro della propria anima, possa non costituire affatto un dono, una tortura, una condanna o un reale tentativo di contatto da parte dell’oceano, che potrebbe aver meccanicamente risposto alle radiazioni inviate dalla stazione senza un fine davvero orientato ad entrare in comunicazione con l’uomo e più con reazione istintiva priva di vere motivazioni intellettive o intenzionali. Snaut, più sensibile dell’algido Sartorius, ha ben compreso che il dramma in atto è provocato dall’inadeguatezza conoscitiva dell’uomo nei confronti del creato, e che in un contesto al di là di ogni moralità (umana) non è consentito comportarsi in modo morale, facendosi portavoce del pensiero di Lem stesso:

Noi partiamo per lo spazio preparati a tutto, cioè pronti al sacrificio, alla solitudine, alla lotta, alla morte. Per modestia, non lo diciamo ad alta voce, ma lo pensiamo dentro di noi di tanto in tanto, pensiamo di essere eccezionali. Intanto però, non è tutto, il nostro zelo si rivela una posa. Non abbiamo nessuna voglia di conquistare il cosmo, noi vogliamo soltanto allargare sino ai suoi ultimi confini le frontiere della Terra. (…) Non abbiamo intenzione di conquistare altre razze, vogliamo solo trasmettere i nostri valori e in cambio impadronirci del loro patrimonio. Ci crediamo i Cavalieri dell’Ordine del Sacro Contatto. Questa è una bugia. Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi. Non sappiamo cosa farcene di altri mondi, ce ne basta uno, quello in cui sguazziamo.

E Solaris è proprio quello specchio, impietoso ma non consapevole di esserlo, il riflesso del profondo interiore dell’uomo, nascosto e rinnegato, la sua parte più vergognosa che si fa d’improvviso carne e porta il turbamento. Il contatto così ambito con un’altra coscienza extraterrestre diventa drammaticamente l’immagine, ingrandita come se fosse sotto al microscopio, “della nostra mostruosa bruttezza, della nostra buffoneria e vergogna”. La ricerca di pianeti dalla civiltà migliore della nostra, intesa però come ritratto idealizzato del nostro mondo, si scontra con quel “qualcosa che noi non accettiamo e contro cui lottiamo ma che comunque resta, perché dalla Terra non abbiamo portato un distillato di virtù o una statua alata dell’uomo ma siamo arrivati qua come siamo veramente e quando l’altra faccia, cioè la parte che manteniamo segreta, si mostra com’è veramente… non riusciamo ad andarci d’accordo!” Harey, conscia della tortura che la sua presenza costituisce per Kelvin, tenta nuovamente il suicidio ingerendo ossigeno liquido, ma gli “ospiti” sono indistruttibili e si rigenerano dolorosamente, così si tenta di inviare verso l’oceano un fascio modulato di energia cerebrale da pensieri diurni, un encefalogramma che possa in teoria illustrare la situazione che si è creata sulla stazione, esperimento cui si presta malvolentieri Kelvin, timoroso di perdere nuovamente la moglie, qualora il tentativo comunicativo ottenesse successo e il suo inconscio rivelasse il desiderio della sua sparizione. Ma Harey risolve il problema chiedendo pietosamente a Snaut e Sartorius di essere annichilita da un macchinario che agisce solo sui neutrini, lasciando a Kelvin una breve lettera d’addio. Gli “ospiti” scompaiono tutti, senza più ritornare, cosa che però non incide sulla questione che l’oceano possa o meno aver compreso il messaggio inviato. Snaut e Kelvin formulano l’ipotesi che Solaris possa essere la culla di un Dio bambino, limitato nella sua onniscienza, “che crea gli orologi ma non il tempo che devono misurare”, l’embrione, lo stadio primitivo di un’entità onnipotente ma infantile, per il quale la vitalità della sua infanzia supera ancora di troppo la sia intelligenza, e perciò non consente il contatto con l’esterno e origina tutta una serie di “comportamenti” rapportabili a una psicologia spiccatamente infantile… ma si tratta solo di un’altra teoria, l’ennesima, senza prove inconfutabili che andrà ad arricchire la stantia quantità di ipotesi già raccolte dall’agonizzante Solaristica. Quando Kelvin si reca su un mimoide emerso dall’oceano, la sua prima reale discesa su Solaris, ripete un antico esperimento già compiuto dagli esploratori venuti prima di lui: allunga una mano verso il protoplasma oceanico e questo origina uno pseudopodo gelatinoso che va a toccarla, avvolgendola e lasciando una piccola intercapedine tra fluido e mano coperta dal guanto. Sembrerebbe una stretta di mano tra l’uomo e l’oceano pensante, ma non è così, si tratta semplicemente di un’azione riflessa, nata forse da una “curiosità” del colosso colloidale che però non viene soddisfatta in risultanze condivisibili. Kelvin dovrà decidere se tornare o meno sulla Terra, cancellando così l’unica speranza che l’epoca dei miracoli, per quanto crudeli, possa ancora riproporsi. Ma al di là della speranza dello psicologo, Lem non offre alcun termine ottimistico sulla possibilità di un futuro contatto umano con il fluido magma di Solaris, lo specchio non intenzionale frapposto tra l’uomo e l’infinito.

Una “necrosfera” in evoluzione

L’equipaggio dell’incrociatore fotonico Invincibile, protagonista dell’omonimo romanzo di Lem del 1964, non ha alcun trascorso psicologico tale da ingenerare crisi nel vuoto cosmico, lavora su una gigantesca nave pesantemente armata, dotata di mezzi corazzati semoventi e robot da sbarco ed esplorazione, è fornito di armi ad antimateria tali da poter distruggere un intero pianeta, si giova di dipartimenti scientifici costituiti dalle migliori menti disponibili e in grado di dipanare ogni problema con logica e razionalità. In effetti, ricorda molto la comunità di sapienti dell’astronave Space Beagle di Crociera nell’infinto di Van Vogt ma, a differenza di quella, a bordo non ha un Connettivista in grado di mettere assieme tutte le discipline e le conoscenze scientifiche, senza campanilistiche divisioni interdisciplinari o ideologiche, per ottenere modelli vincenti di progettualità. E forse proprio per quello è destinato a uscire sconfitto dall’incredibile esperienza che lo attende su Regis III, un pianeta desertico della costellazione della Lyra, dove la nave gemella Condor è data per dispersa ed è l’oggetto della sua missione di soccorso e salvataggio. Gli uomini dell’Invincibile non tardano a scoprire sulla superficie del mondo privo di vita (che invece alligna stranamente solo nei suoi oceani) l’astronave perduta, il cui equipaggio è stato sterminato, apparentemente senza subire ferite fisiche, e la corazza esterna bucherellata da miriadi di piccoli fori. Sembra che i cervelli degli astronauti siano stati completamente resettati a zero da un immane campo magnetico e privati di ogni stimolo o impulso, cosa che ha condannato a morte ogni singolo individuo, non più capace di intendere e volere. L’unico indizio è l’ultima immagine registrata dalla retina di un cadavere, che mostra, apparentemente, degli insetti nerastri simili a tremule mosche. L’astrogatore Horpach mette in campo tutti i mezzi corazzati della nave per affrontare una misteriosa nube nera che appare all’orizzonte e attacca i cingolati in avanscoperta, lasciando gli uomini completamente privi di memoria come i membri dell’equipaggio del Condor. Uno scienziato di bordo, Lauda, analizzando uno degli “insetti” di cui è composta la nuvola, scopre che si tratta di un artefatto cibernetico in grado di riprodursi all’infinito e di formare, una volta nello sciame, una sorta di intelligenza collettiva con l’unico scopo di sopprimere ogni forma di vita umana, animale o artificiale, cancellando ogni informazione nei cervelli e lasciando così consumare per inedia e debolezza finale ogni avversario vivente e ogni macchina dalla memoria spenta: la “mosca” sarebbe l’evoluzione ultima, attraverso i millenni, di una schiatta di automi caduti su Regis III da tempi immemori, robots creati da una civiltà aliena esule nello spazio e naufraga sul pianeta, sopravvissuti ai loro creatori. Trattandosi di macchine omeostatiche, cioè in grado di adattarsi agli eventi, i primissimi automi, rimasti soli dopo la morte dei loro creatori, hanno avuto il sopravvento sui loro stessi simili “più deboli”, subendo poi un’incredibile evoluzione di materia non organica, una “necrosfera” sempre più raffinata e selezionata che ha annientato la vita sull’intera superficie, tranne che negli oceani, sviluppandosi infine nella forma finale di “mosca”, in grado di riprodursi esponenzialmente e di continuare a mettere in esecuzione l’antica programmazione distruttiva, ripetendola meccanicamente all’infinito, ai danni di ogni intruso sul loro mondo. Di fronte a un tale avversario, così alieno da ogni parametro umano e al di là di ogni tentativo di comunicazione o comprensione, non ha quindi alcun senso che l’uomo accampi pretese di vendetta per i compagni caduti né che persista nell’idea di nuclearizzare l’intero pianeta. La cosa più sensata da fare è semplicemente andarsene. Horpach scatena però una terrificante battaglia, persa in partenza, tra la cannoniera automatizzata Ciclope e la nera nube-cervello, un inferno di fuoco e fiamme che non cambia assolutamente la situazione e vede il cannone blindato avere la peggio. E’ però necessario che il secondo ufficiale Rohan, prima della partenza dell’Invincibile, tenti di recuperare quattro dispersi dell’equipaggio a seguito della battaglia, protetto da un caschetto che isola i suoi impulsi cerebrali e non consente di essere individuato dagli “insetti”. Nella sua disperata e inutile missione Rohan assiste a uno spettacolo incredibile; due sciami di “mosche” si “affrontano” e “uniscono” in cielo, secondo un meccanismo che lo induce a credere di stare assistendo a una specie di cerimonia religiosa, compiuta da macchine aliene evidentemente assurte a un livello di “esistenza” altra, inconcepibilmente estranea a quella umana ma incontrovertibilmente vera. Sarà questo spettacolo a fare comprendere a Rohan l’impossibilità di contatto e la necessità di non scatenare una distruzione indiscriminata della superficie di Regis III:

Oltre tutto, giudicava la sua presenza inutile su quel pianeta della morte perfetta, dove solo le forme morte si perpetuavano vittoriosamente per dedicarsi a misteriosi riti che nessun occhio umano doveva contemplare. Non aveva provato orrore, bensì un’abbagliata ammirazione, mentre prendeva parte a ciò che si era svolto un momento prima. Sapeva che nessuno scienziato sarebbe mai stato in grado di condividere i suoi sentimenti, ma ora desiderava ritornare alla base, non più per annunciare la morte dei suoi compagni ma per fare tutto ciò che era possibile affinché, in avvenire, si lasciasse stare quel pianeta. ‘Non tutto l’universo ci è stato destinato e il nostro posto non è dappertutto’, pensò, mentre scendeva lentamente”.

Con questa considerazione profondamente lovecraftiana, Rohan torna all’astronave “alta venti piani, così maestosa nella sua immobilità che, davvero, pareva invincibile”, simbolo invece di una sconfitta gnoseologica dell’uomo appena nobilitata dal fatto che si è comunque deciso di evitare una insensata annichilizzazione di massa dell’ignoto residente su Regis III, riflesso del mistero di un universo inconoscibile non interpretabile che non permette alla razza umana, pur con tutta la sua scienza e potenza distruttiva, alcuno spazio di comprensione.

Vedere i Quintani

L’ultimo libro di fantascienza scritto da Lem, su commissione, è la summa concettuale delle tematiche già affrontate in Solaris e L’invincibile, soprattutto in merito al problema dell’incomunicabilità tra esseri umani e creature aliene dovuto all’impossibilità di stabilire schemi di pensiero condivisi. Il pianeta del silenzio (Fiasko, 1986) non può forse definirsi il capolavoro dello scrittore-scienziato polacco, sbilanciato com’è tra una prima parte più avventurosa e spettacolare che sembra costituire un racconto a sé lasciato nell’ambiguità di un non-finale, e il resto dell’opera, pesantemente didascalica, per quanto non priva di fascino visionario a volte addirittura incontenibile, con utilizzo di uno stile molto verniano, in cui la spiegazione scientifica, tecnologica, astrofisica, religiosa e filosofica prevale nettamente sull’intreccio del racconto. Praticamente, l’abbondanza di informazione rivolta al lettore (il tanto deprecato infodump dei nostri tempi) si trasforma di fatto nel racconto stesso. La prima parte del libro ci presenta il protagonista Angus Parvis, pilota spaziale dirottato su Titano, la più grande luna di Saturno, per partecipare a una missione di soccorso a bordo di un Digla, mastodontico mezzo robotizzato molto simile ai mecha della narrativa fantascientifica giapponese. Due di questi giganteschi automi semoventi sono dati per dispersi nella distesa di metano, uno dei quali pilotato dal grande astrogatore-pilota Pirx, mentore di Parvis e già protagonista della famosa antologia di racconti lemiani I viaggi del pilota Pirx (Opowiesci o pilocie Pirxie, 1968-1973, per quanto non sia ufficializzato dall’autore che si tratti del medesimo personaggio). Riuscito a raggiungere l’area in cui sono spariti i Diglas e localizzati i resti, Parvis è però costretto a sottoporsi a un volontario processo di criogenizzazione nel momento il cui il robot si rovescia in un geyser di metano, sperando in un futuro tentativo di soccorso operato per tutti i dispersi. In realtà, solo cento anni dopo è possibile individuare il Digla di Parvis e quello di Pirx, estraendo i due piloti ibernati e riuscendo a rianimarne solo uno… “riassemblato” con innesti biologici dell’altro. Il nuovo essere, risvegliatosi senza memoria, sa solo che l’iniziale del suo cognome è una “P” ma non ha facoltà di capire se il suo corpo appartenga prevalentemente a Parvis o a Pirx. E qui Lem abbandona un intrigante racconto in essere per passare repentinamente a tutt’altra storia. Il sopravissuto è stato liberato dalla sua tomba robotica dall’equipaggio dell’astronave Euridice, costruita in orbita di Titano, già in volo per il sistema stellare Beta Harpie e con l’intento di prendere contatto con gli abitanti del quinto pianeta del sesto sole dell’Arpia, chiamato appunto Quinta e ritenuto essere sede di una progredita civiltà aliena. Col nuovo nome di Mark Tempe, il redivivo accetta di partecipare alla missione. Lem sottopone il lettore, come abbiamo già detto, a una massiccia dose di spiegoni afferenti alle più diverse discipline scientifiche, descrivendo minuziosamente il volo, le manovre dell’astronave, i sistemi di sopravvivenza ad accelerazioni prossime alla velocità della luce, le teorie più accreditate sull’evoluzione della vita nel cosmo, l’approccio filosofico e religioso alla materia, il funzionamento dell’intelligenza artificiale di bordo e un’infinità di altre digressioni a volte fin troppo prevaricanti sulla narrazione del racconto. Per ovviare alla dilatazione temporale che non consentirebbe un contatto tra le due civiltà nel tempo presente dell’universo al giusto punto evolutivo di entrambe, l’Euridice viene lasciata ai margini dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, sfruttando le distorsioni delle leggi comunemente accettate della fisica e le differenti valenze spaziotempo per minimizzare lo sfasamento temporale: il viaggio continua così nel futuro a bordo dell’Hermes, che a missione compiuta potrà tornare alla nave-madre parcheggiata in una sospesa bolla temporale e rientrare poi nel proprio continuum. Ma pur essendo giunti a Quinta in una fascia temporale idonea al contatto, gli abitanti del pianeta sembrano del tutto refrattari a comunicare con gli uomini in quanto apparentemente impegnati in una sorta di Guerra Fredda planetaria, che secondo le ipotesi dei nuovi venuti potrebbe portare in futuro alla mutua distruzione dei belligeranti stessi. L’Hermes intende quindi ergersi come compositore del conflitto, pretendendo il contatto reciproco e minacciando, come prova di forza, un selenoclasmo, cioè l’implosione di una luna di Quinta. L’inaspettata risposta dei Quintani è una salva di missili che intercetta alcuni di quelli della Hermes diretti verso il satellite, cosìcchè viene a mancare il necessario potenziale esplosivo per innescare l’implosione controllata della luna e diversi frammenti piombano catastroficamente su Quinta. Eppure, anche questo disastro non sortisce il tanto agognato contatto da parte dei Quintani. Tempe suggerisce di proiettare un comunicato visivo con immagini generate da un laser sulle nubi del pianeta e stavolta di raggiunge l’obiettivo desiderato: i Quintani comunicano di essere disposti a un incontro ma quando una copia dell’Hermes viene inviata precauzionalmente sul pianeta, questa viene completamente distrutta dai suoi abitanti, scatenando così la ritorsione terrestre e l’annientamento dell’anello di ghiaccio che circonda il pianeta, i cui frammenti precipitano al suolo generando tutta una serie di eventi catastrofici. Il messaggio successivo dei Quintani, dopo un ulteriore minaccia da parte dei terrestri di provocare stavolta un planetoclasmo, accetta la ricezione di un singolo ambasciatore umano al proprio spazioporto e Tempe si offre volontario, con la garanzia di sicurezza dovuta al fatto che un dispositivo di distruzione di massa predisposto dall’Hermes sarebbe entrato in funzione se i contatti con lui fossero andati perduti. Sceso su Quinta, nel luogo designato, Tempe non vede nessuna creatura vivente, trovandosi invece circondato da ciò che sembrano piccoli tumuli a cupola disposti sulle pendici delle colline. Nella foga della sua ricerca, dimentica di segnalare la sua posizione all’Hermes, che scatena così un attacco finale altamente distruttivo, proprio mentre l’ambasciatore umano, guardandosi ancora attorno nella moltitudine di tumuli simili a ombrelli di grossi funghi, giunge a una sconvolgente conclusione:

Il cielo sopra di lui si riempì di una luce crudele. L’Hermes, aprendo il fuoco sul sistema di antenne vicine allo spazioporto, trapassò le nubi come se non fossero mai esistite. La pioggia evaporò in un istante, lasciando bianche spire di vapore. Sorse un sole laser. Con un vasto movimento, un fascio di raggi ustori spazzò via dall’intero pendio la nebbia e il vapore. A perdita d’occhio, il fianco della collina era affollato di quelle protuberanze nude e indifese e, mentre gli enormi tralicci e la rete, spezzatisi i cavi, crollavano in fiamme verso di lui, seppe di aver visto i Quintani”.

Lem porta a compimento, in quest’ultimo romanzo, ciò che si era potuto evitare in Solaris (la distruzione dell’oceano pensante) e in L’Invincibile (lo sterminio antimaterico delle mosche cibernetiche di Regis III), grazie alla risoluzione umana di accettare l’impossibilità di un contatto con l’ignoto, in entrambi i casi del tutto alieno, facendo un passo indietro. Su Quinta, che pure dimostra la possibilità di uno scambio comunicativo comprensibile con gli uomini, la situazione non è diversa ma non compete solo all’essere umano, vincolato dal suo innato antropocentrismo che limita la percezione dell’universo a riduzionismi comprensibili solo in virtù della sua stessa essenza, valida unicamente sul proprio pianeta, bensì anche alle creature aliene, a loro volta confinate in una propria sfera sensoriale completamente impermeabile a qualsiasi altra manifestazione esterna. La comunicazione c’è ma non significa nulla, si basa su parametri irriconducibili tra loro, si perde in particolari che messi assieme non portano a un quadro comprensivo o appena interpretabile con reciprocità, come già avvenuto nel precedente romanzo di Lem Pianeta Eden (Eden,1959). Neppure il sofisticatissimo computer di bordo della Hermes, un’intelligenza artificiale emblematicamente (o ironicamente, nell’ottica del pensiero dello scrittore polacco) chiamata Deus, sfugge ai limiti della sua programmazione, incapace, come ovvio riflesso dell’antropocentrismo umano che l’ha ideata, di interpretare adeguatamente elementi riguardanti l’intelligenza extraterrestre e “riuscendo solo ad apprendere quanto stretti fossero i vincoli di parentela mentale tra l’uomo e il suo computer”. Quinta riflette, in questo caso, non il rimosso psicologico dell’uomo come Solaris, ma la sua aggressività, e gliela ritorce contro. Le due intelligenze in contrapposizione non riescono ad andare oltre la propria nicchia biologica, a confrontarsi con un esterno che ha proprietà non condivise e non comprensibili. E’ un “fiasco” gnoseologico, culturale e scientifico che abbraccia non solo un fronte, quello umano, ma anche quello alieno, come provocatoriamente alludeva il titolo originale del romanzo, e sancisce il totale e definitivo pessimismo dell’autore in merito alla presenza umana nel cosmo e al suo tentativo di entrare in contatto con entità extraterrestri.

Tratto dal volume “Spazio – Il vuoto davanti”, di Michele Tetro, Odoya 2021, per gentile concessione dell’autore.

Michele Tetro (Novara, 1969), scrittore e giornalista laureato in Lettere Moderne, ha pubblicato vari racconti di genere fantastico, saggistica cinematografica ed è co-autore dei libri Il grande cinema di fantascienza, 2 voll. Il cinema fantasy, Il cinema dei fumetti (tuttiper Gremese Editore), Contact – Tutti i film su UFO e alieni (Tedeschi Editore) e Mondi paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna). A sua sola firma è uscito il saggio Conan il barbaro – L’epica di John Milius (Falsopiano Editore). Per l’editore Odoya è co-autore dei volumi Guida al cinema di fantascienza (2014), Guida alla letteratura horror (2014), Guida al cinema horror – Dagli anni Settanta a oggi (2015), La Luna nell’immaginario (2019), I due volti del terrore – La narrativa horror sul grande schermo (2020). Ha curato (con Stefano Di Marino)i volumi Guida al cinema western (2016)e Guida al cinema bellico (2017). Come autore singolo ha pubblicato, sempre per Odoya, i volumi Robert E. Howard e gli eroi della Valle Oscura (2018), Dove soffiano i venti propizi – Esploratori, trappers, cacciatori di pelli e cercatori d’oro nel Nuovo Mondo (2019) e Spazio, il vuoto davanti – Le distese cosmiche tra storia, scienza, narrativa, arte e cinema (2021).

:: Nixon e il caso Watergate di Emanuele Federici

21 Maggio 2021

Tutto inizió nell’anno 1971. Nel 1971 uscirono infatti sulla prima pagina del New York Times dei documenti segreti che riguardavano l’allora presidente americano Richard Nixon, passati alla storia col nome di “pentagon papers”. La reazione del presidente fu quella di attivare una rete di spionaggio nei confronti dei suoi avversari politici, in particolar modo il Partito Democratico e i giornalisti. Venne quindi formato un gruppo segreto di esperti formato da agenti della CIA e dell’FBI, chiamato “gli Idraulici”, con lo scopo di spiare e in caso scassinare le abitazioni dei potenziali avversari politici. Il 6 giugno 1972 gli “Idraulici” riuscirono a entrare nella notte all’interno dell’edificio Watergate, dove era presente la sede del Partito Democratico, e a collegare microfoni e telecamere, per poter contrallore e gestire la campagna elettorale in corso d’opera. Il caso volle che gli agenti di Nixon furono scoperti da un sorvegliante dell’edificio, il quale avvertí le autoritá credendo ci fosse una rapina in corso. Ancora non si immaginava nemmeno lontanamente cosa stesse facendo Nixon. Per questo motivo la vicenda non diventó, per il momento, uno scandalo, e venne messa in secondo piano tra le pagine di cronaca, tanto che il caso venne affidato ad uno stagista poco esperto: Bob Woodward. Quest’ultimo riuscí a convincere i suoi superiori che si trattava di un evento di primo piano, e non solo di un semplice furto con scasso. Per questo motivo gli venne affiancato, per condurre le indagini, Carl Bernstein, un esperto giornalista investigativo. Dalle indagini fuoriuscivano dei contatti sempre piú espliciti tra gli Idraulici e la Casa Bianca, in particolare vi erano dei collegamenti diretti con il comitato di rielezione di Nixon. Nonostante ció nel 1972 Nixon vinse le elezioni contro il democratico McGovern e venne rieletto presidente degli Stati Uniti. La fortuna di Nixon stava nel fatto che McGovern fu con molta probabilitá il candidato piú a sinistra dell’intera storia elettorale americana, e ció creó non poca preoccupazione nell’opione pubblica. Ma nel frattempo le investigazioni continuano. Mark Felt, vice-direttore dell’FBI, capisce che qualcosa non quadra quando Nixon decide di nominare al vertice dell’FBI un suo collaboratore, Patrick Gray, con l’obiettivo di insabbiare le indagini. Per questo motivo Felt decise di mettersi in contatto con Bob Woodward e gli consiglió di monitorare gli scambi di denaro tra il comitato di rielezione di Nixon e la Casa Bianca. Ció serviva per scoprire se i contatti fossero diretti, e si iniziarono ad individuare questi contatti, con tanto di nomi e cognomi dei diretti interessati. Da questo momento in poi il processo sembró essere in discesa e Nixon fu messo alle corde. Quest’ultimo decise quindi di licenziare il procuratore speciale, e per farlo si rivolse al ministro e al vice-ministro della giustizia, ma questi ultimi si rifiutarono categoricamente, in quanto la democrazia impone al potere esecutivo di rimanere separato da quello giudiziario. Il presidente decretó quindi il licenziamento di entrambi e nominó un avvocato come ministro della giustizia, il quale licenzió il procuratore speciale. Tutto ció avvenne la sera del 23 ottobre 1973, e questo evento passó alla storia col nome di “strage del sabato sera”. Due giorni dopo, il 25 ottobre 1973 arrivarono a Nixon circa un milione di telegrammi di proteste popolari. Il mese successivo il presidente americano cercó di riappacificare le acque attraverso una conferenza stampa, ma risultó essere molto agitato, tanto da pronunciare una parolaccia, e provocó quindi l’effetto opposto di ció che si aspettava da questa conferenza, in quanto gli americani interpretarono la sua agitazione con la volontá di nascondere qualcosa. A questo punto Nixon rimase isolato, e a partire dall’estate del1974 vari ministri si dimisero dal suo governo. Venne a questo punto avviato un processo per messa in stato d’accusa contro di lui (Impeachment). Kissinger, il suo ministro degli esteri, gli consiglió caldamente di dimmettersi in quanto ormai lo scandalo era diventato troppo grande. Quindi il 9 agosto 1974 Nixon decise di dimettersi dal suo ruolo, e fu il primo presidente della storia degli Stati Uniti a compiere tale gesto. L’ormai ex presidente americano lasció il paese in uno stato catastrofico, tanto che si dovette fronteggiare una dilagante crisi economica, che arrivó anche in Europa, la piú grande dopo quella del ’29.

:: L’abbandono: il sottile filo che collega Shakespeare a Eduardo a cura di Lorenzo Romano

30 novembre 2020

Si potrebbe chiudere al volo l’articolo, senza farlo neanche iniziare, con la frase che regna in ogni dove da un po’ di secoli a questa parte: “Essere o non essere”.
Troppo facile, ma anche poco chiaro, se vogliamo, poiché sotto al ponte che collega, e divide, l’essere e il non essere ne passa davvero tanta di acqua.
Vi è un sottile filo che lega uno dei re del teatro italiano al Bardo.
Quel sottile (che poi in realtà è bello spesso, altro che sottile) filo che non dà scampo all’uomo che si interroga: l’abbandono!

“Io mi vergogno di appartenere al genere umano” dice Eduardo per bocca di Alberto Saporito in una delle sue opere più profonde “Le voci di dentro”, opera nella quale dissacra ogni tipo di essere umano: da chi, celato dietro al sacro velo dell’ipocrisia religiosa, predica bene e razzola male a chi affida la sua vita al pettegolezzo e al più che mai vivo desiderio di criticare l’altro al fine di ergersi al miglior esempio vivente (qualche secolo prima le Sacre Scritture consigliavano di premurarsi della trave propria più che della pagliuzza altrui, ma tutto ciò rientra nel discorso accennato dal titolo di questo articolo; questo è l’uomo, c’è ben poco da fare, l’ego vince sempre) fino a sottolineare quanto siano fragili i rapporti umani e quanto poco conti la coscienza nell’agire.
I capolavori di Eduardo non erano semplici operette da ridere, tutt’altro!
Con scenari e temi più che quotidiani distruggeva l’umano, lacerava l’animo con maestosa sagacia servendosi di parole semplici e comuni, anzi “diverse”, col dialetto, come a voler dire quanto sia incomprensibile la vita e quanto sia necessario evadere, scappare e trovar rifugio in un’altra lingua. 

L’ironia di Shakespeare era letale nei confronti dell’uomo: in ogni tragedia il pathos resta costante, ma costantemente cresce sempre più sino a raggiungere il punto più alto nel finale quando, come in ogni tragedia che si rispetti, muoiono tutti, o quasi tutti.
Il Bardo mette così a nudo la bassezza dei gesti umani che hanno così tanto proteso e stirato la vita dei soggetti fino a farli giungere ad un comune punto di non ritorno che consente loro, e ai lettori, di riflettere sull’inutilità e sulla meschinità di quei gesti.
“Strepito e furia”, sofferenza, brama di potere e di dominio, invidie, ego smisurato, pene da infliggere sempre all’altro e mai a se stessi, se non nel momento di morte.
Una forte condanna del genere umano e al genere umano, condanna che sottende un chiaro senso di distacco e di abbandono da parte del narratore. 
Un abbandono, un rifiuto e, al contempo, un voler elevarsi a soggetto diverso che non si riconosce e che, però, non sa collocarsi.

Il filo, come detto, è tutt’altro che sottile, è bello forte, resistente e diretto: a distanza di secoli due Maestri si ritrovano, accomunati in questo stato di abbandono, in un limbo raggiunto a furia di evidenziare tutto quello da cui hanno sempre cercato di scostarsi, di prendere le distanze e che han condannato con somma eloquenza dall’alto della postazione privilegiata di un meritato piedistallo.
Nonostante tale limbo e tale piedistallo, non raggiungono certo il significato ultimo, non trovano la soluzione, non resta loro altro se non abbandonarsi all’oblio del nulla, ma lo han potuto fare poiché hanno raggiunto un punto che li ha differenziati, com’è giusto che sia per ogni poeta, dai loro non simili e che li ha portati ben oltre i confini dell’eternità!