Archive for the ‘Approfondimenti’ Category

:: JAMES JOYCE, “Ulisse”, in una nuova traduzione di Mario Biondi

4 giugno 2020

12Esce oggi 4 giugno, nella collana Oceani di La Nave di Teseo, una nuova monumentale traduzione a cura di Mario Biondi, ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), di uno dei libri più complessi e interessanti della letteratura mondiale, un capolavoro assoluto che da quando è uscito nel 1922 fa discutere e affascina.

L’Ulisse di Joyce è più di un libro, è un tempio profano che celebra la modernità e lo spirito che animò il Novecento. Dopo la traduzione del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi.

Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore e ben pochi hanno potuto leggere.

Questa nuova traduzione integrale di Biondi, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni, che è il testo joyciano. Una meraviglia per ogni amante dei libri e del senso recondito delle cose. Un libro che non manca mai di stupire e a volte sconcertare per la densità e l’inventiva del testo, per l’apparato stilistico, per l’originalità.

Grazie a Luigi Scaffidi, responsabile Ufficio Stampa de La nave di Teseo avrò modo di visionarne una copia, che mi permetterà di fare un’analisi comparativa, non certo di merito, con le altre traduzioni da me lette. Conosco il testo, quasi posso rivedere con gli occhi della mente le varie peripezie e i vagabondaggi per Dublino del nostro Leopold Bloom, e con curiosità mi avvicinerò a questa nuova “visione”.

Sì, festeggeremo il Bloomsday, il 16 giugno, con un nuovo spirito quest’anno. Buona lettura!

JAMES JOYCE (1882–1941) è uno dei più celebrati scrittori irlandesi. Nato a Dublino, lascia l’Irlanda nel 1904, dopo gli studi universitari, per insegnare prima a Pola e poi a Trieste, allora parte dell’Impero austroungarico. Nel 1914 pubblica il romanzo Ritratto dell’artista da giovane, a puntate su rivista, e la raccolta di racconti Gente di Dublino. Dopo aver trascorso gli anni del primo conflitto mondiale a Zurigo, su invito di Ezra Pound raggiunge Parigi dove resterà vent’anni. Qui pubblica nel 1922 il grande romanzo a cui pensava da quindici anni, Ulisse, seguito nel 1939 da Finnegans Wake. Rifugiato in Svizzera allo scoppio della seconda guerra mondiale, Joyce muore a Zurigo il 13 gennaio 1941.

MARIO BIONDI, scrittore, poeta, critico letterario, narratore di viaggio e traduttore, ha pubblicato ventuno libri e con il romanzo Gli occhi di una donna ha vinto il premio Campiello nel 1985. Si è sempre occupato attivamente di narrativa angloamericana di cui è stato recensore per diversi quotidiani e riviste come “l’Unità”, il “Corriere della Sera”, “Il Giornale”, “L’Europeo” e altri. Oltre a James Joyce, ha tradotto numerosi autori di lingua inglese, tra cui Bernard Malamud, John Updike, Edith Wharton, Anne Tyler, Irvine Welsh e i premi Nobel Isaac B. Singer, William Golding e Wole Soyinka.

:: L’accesso alla rete come diritto e come opportunità

16 aprile 2020

Accesso alla rete come diritto umano

Leggendo il post La verità non ha importanza dell’amico e blogger Davide Mana mi sono trovata a raccogliere alcune idee su cui sto riflettendo in questi giorni, e giuro non ne abbiamo discusso, ma infondo penso in molti ci stiamo pensando: che centralità sta acquistando la rete in questi giorni di pandemia? L’accesso alla rete può essere considerato un nuovo diritto umano?

Sono due giorni che sto sacramentando, svolgo un’attività di telelavoro, e la mia rete non funziona. Il numero dell’assistenza clienti è irranggiungibile, hanno ridotto il numero degli operatori per le disposizioni Covid 19, e parlare con un tecnico anche solo per avviare una segnalazione di guasto è una vera odissea. Internet funziona male ma funziona, il telefono è proprio muto. Non vi dico il nome del gestore, non sto qui a lamentarmi di un servizio ma è per farvi capire quanto la rete sia vitale, e lo sto toccando con mano. Forse un esempio puramente astratto sarebbe stato meno come dire stringente.

Ma chi non ha accesso alla rete? Chi non può svolgere attività di telelavoro perchè privo degli strumenti? I tanti bambini che vivono sotto la soglia di povertà e non possono avere un computer, nè un tablet, né accesso a internet e così gli è impedito di seguire le lezioni online? Accentuando un isolamento che sta già pesando parecchio a livello di tenuta psicologica e morale.

Telelavoro, insegnamento a distanza dovrebbero essere i temi sul tavolo di chi sta progettando una sopravvivenza economica post pandemia, e diciamo anche durante la pandemia. Non avere acceso alla rete aumenta a dismisura il gap povertà. Esclude, isola, marginalizza, uccide economicamente.

I nuovi poveri, perchè avremo nuovi poveri dopo tutto questo, si troveranno senza la possibilità di risollevarsi se lo stato non interviene prontamente. Con misure preventive. Necessarie e immediate. I gestori di reti, i produttori di computer, tablet etc… hanno una grande responsabilità e nello stesso tempo una nuova opportunità di sviluppo: andare incontro alle fasce escluse con l’obbiettivo mirato di renderle produttive e indipendenti.

Nuovi corsi per insegnare le basi saranno necessari, la didattica online mai come oggi risulta vitale e strategica. E da qui nuovi posti di lavoro per insegnanti e tecnici informatici.

Non parlo di un mondo virtuale che ci aspetta, almeno non solo. Ma per alcuni anni i rapporti interpersonali saranno rallentati e noi non vogliamo lasciare indietro nessuno. Non lo vogliamo davvero. Se no questa pandemia oltre a portarci via persone care, affetti, libertà, si porterà via ciò che di più sacro e prezioso abbiamo, la nostra umanità.

Già le associazioni di volontariato operano in questo senso, ma non basta, ci vogliono misure statali, fondi incanalati in questa direzione.  Ed è bene pensarci per tempo.

Ora lascio a voi la parola.

Cosa ne pensate?

Aspetto le vostre riflessioni nei commenti al post.

:: L’editoria al tempo della pandemia, alcune riflessioni

3 aprile 2020

e-book-coronavirusÈ alquanto ingenuo, per non dire superficiale, pensare che (durante) e dopo questa pandemia l’editoria non subirà grandi cambiamenti. Tutto cambierà, la nostra stessa vita, e dunque anche il mondo dei libri. Accettare la percezione di questo inevitabile cambiamento è già un primo passo nella giusta direzione.

Un altro passo da compiere e non farsi prendere dallo sconforto e dalla disperazione pensando “tutto è perduto” “l’editoria è morta” “tutti i suoi operatori (editori, scrittori, librai, addetti stampa, blogger di libri perché no ci siamo anche noi in ballo) saranno sul lastrico”. Ben vengano gli aiuti statali, e le misure atte a supportare la cultura e la lettura in particolare, ma strepitare non è il modo giusto per spingere lo stato a darsi una mossa. Anche se questa mossa è necessaria e vitale. Sia ben chiaro.

Un’altra considerazione a margine è che ora le risorse vanno convogliate su esigenze vitali (cibo, medicine, luce, gas, acqua). I libri sono un bene indispensabile ma non vitale. La gente vive anche senza leggere. Male ma vive. Senza cibo, medicine, acqua etc… no. Quindi è importante averlo bene in mente prima di fare rivendicazioni. Un’altra cosa, io amo i libri, senza i libri la mia vita sarebbe molto più povera e infelice. Lo so il diritto alla felicità e un diritto primario ma cerchiamo di correlarlo in un’ottica più ampia e solida.

Sento voci che vorrebbero riaprire le librerie. Trasformandole in veicoli di contagio? È questo davvero che volete? Già rischiamo a uscire di casa per andare al supermercato, in farmacia, negli ospedali, limitiamo questi rischi, almeno ora che il momento è più critico.

E utilizziamo risparmi e risorse per i beni primari di stretta sopravvivenza. Non sappiamo il dopo come sarà, non sappiamo se ci sarà svalutazione, se i prezzi dei beni primari saliranno alle stelle, se ci sarà cibo per tutti. Non lo sappiamo. Scelte razionali e sensate fatte adesso potrebbero cambiare il nostro domani. Detto questo significa che non dobbiamo più leggere? No, certo che no. Anche la felicità è un bene primario ma possiamo conservare il diritto alla lettura senza perdere di vista l’essenziale.

Attualmente il digitale è una risorsa e lo dico io che amo notevolmente di più l’edizione fisica. Ma ora penso alle vite dei corrieri, alla loro salute, alla vite dei librai, alla loro salute, alla vita dei lettori, alla loro salute. Ragiono in vite e non in libri. E questo penso dovrebbero fare tutti. Il digitale è una risorsa ora che siamo nel pieno della pandemia, e lo sarà in futuro quando avremo a che fare con la più grande crisi economica che la nostra società ricordi a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. (Allora i morti in Europa furono 55 milioni, infrastrutture distrutte, macerie e rovine, giusto per darvi un reale quadro della situazione di allora neanche minimante paragonabile al nostro pur drammatico oggi).

La rivoluzione del digitale penso sarà la più significativa criticità. E le librerie, e tutti gli operatori del settore, per sopravvivere ne devono prendere atto. Perché noi vogliamo che ll’editoria sopravviva, giusto? I libri si stampano, esistono le tipografie, ora momentaneamente “chiuse”. Riapriranno, come le fabbriche, come i negozi, come tutte le attività commerciali, quando la situazione sarà sicura. Ma avremo meno a che fare con i libri cartacei innanzi tutto per i costi, la gente avrà meno soldi da spendere per i libri e dunque sceglierà le edizioni più economiche (alzare i prezzi dei libri renderà solo la lettura più elitaria a mio avviso e non risolverà il problema a monte) e poi perché la filiera si snellirà. Molti perderanno il lavoro, questo è un dato di fatto. Occupiamoci subito di permettere a queste risorse di reinventarsi. Di trovare altri modi in cui mettere a profitto abilità e competenze. Anche queste sono vite, e noi ragioniamo in vite, giusto? Costruiamo il nostro futuro con scelte ponderate oggi.

Può non piacere questo discorso, il virtuale di per sé è una strada che non accontenta tutti, ma è una strada, accontentiamoci di questo.

E voi cosa ne pensate? Avete proposte costruttive in merito?

Aspetto le vostre riflesisoni e i vostri commenti.

It is somewhat naive, not to mention superficial, to think that (during and) after this pandemic publishing will not undergo major changes. Everything will change, in our own life, and therefore also the world of books. Accepting the perception of this inevitable change is already a first step in the right direction.

Another step to take and not get caught up in despair and think “everything is lost” “publishing is dead” “all its operators (publishers, writers, booksellers, press officers, book bloggers because yes, we are there too) will be broke”. State aid is welcome, and measures to support culture and reading in particular, but screaming is not the right way to push the state to move. Although this move is necessary and vital. I want to be clear.

Another consideration in the margin is that resources must now be channeled onto vital needs (food, medicine, electricity, gas, water). Books are an indispensable but not vital. People can survive without reading. Live, if badly. Without food, medicine, water etc … they can’t. So it is important to have this in mind before making claims. Another thing, I love books, without books my life would be much poorer and unhappier. I know the right to happiness is a primary right but letr’s try to correlate it in a broader and more solid perspective.

I hear rumors that they would like to reopen the bookstores. By turning them into contagion vehicles? Is this really what you want? We already take risks when we leave home to go to the supermarket, pharmacy, hospitals, let’s limit these risks, at least now that the moment is critical.

And we use savings and resources for primary survival goods. We do not know what will come after, we do not know if there will be devaluation, if the prices of primary goods will skyrocket, if there will be food for everyone. We do not know. Rational and sensible choices made now could change our tomorrow. Does that mean that we don’t have to read anymore? No, of course not. Happiness is also a primary resource but we can preserve the right to reading without losing sight of the essentials.

Currently digital is a resource and I say that I love the physical edition considerably more. But now I think of the lives of couriers, their health, the lives of booksellers, their health, the lives of readers, their health. I reason in life and not in books. And this I think everyone should do. Digital is a resource now that we are in the midst of the pandemic, and it will be in the future when we are dealing with the greatest economic crisis that our society remembers since the end of the Second World War. (Then there were 55 million dead in Europe, destroyed infrastructure, rubble and ruins, just to give you a real picture of the situation at the time, not comparable in the least to our dramatic one today).

The digital revolution I think will be the most significant criticality. And bookstores, and all operators in the sector, must try to survive. Because we want publishing to survive, right? Books are printed, there are printers, now temporarily “closed”. They will reopen, like factories, like shops, like all businesses, when the situation is safe. But we will have less to do with paper books first of all for the costs, people will have less money to spend on books and therefore will choose the cheaper editions (raising the prices of books will only make reading more elitist in my opinion and not will solve the problem upstream) and then the supply chain will need to be streamlined. Many will lose their jobs, that’s a fact. Let’s take care of allowing these people to reinvent themselves. To find other ways to capitalize on skills and competences. These too are lives, and we reason in lives, right? We build our future with thoughtful choices today.

You may not like this speech, the virtual in itself is a road that does not satisfy everyone, but it is a road, let’s be satisfied with this.

And what do you think of it? Do you have constructive proposals on this?

I await your reflections and your comments.

:: Alcuni libri e un blog per capire cosa sta succedendo in Cile

6 novembre 2019

Cile - manifestazioni

Per cosa protestano i manifestanti cileni oppositori del governo? Per aiutarvi a capirlo consiglio alcuni libri, segnalatimi da Edicola edizioni, e un blog https://www.edicolaed.com/category/blog-it/ che raccoglie molti contributi, tradotti in italiano, per far luce sui recenti accadimenti. Tra i libri segnalo: di Lola Larra e Vicente Reinamontes A sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione, poi di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta Gli anni di Allende, quelli che ci seguono da più tempo lo ricorderanno, vinse un’edizione del nostro Liberi di scrivere Award, poi di Pedro Lemebel Di perle e cicatrici, di María José Ferrada Kramp, e di Nona Fernández Space Invaders – Chilean Electric. Ecco spunti di riflessione ce ne sono parecchi e oggi con i social, che si possono usare anche in modo virtuoso, le testimonianze non mancano. Dunque informatevi dopo tutto il Cile non è così lontano e molti amici cileni ci leggono ed è importante conoscere le loro ragioni e fargli evitare l’isolamento. Se avete testimonianze, lasciatele liberamente nei commenti. Buona lettura!

:: Rivista Savej: Piemontesi ai confini del mondo e altre storie a cura di Giulietta Iannone

1 novembre 2019

Rivista Savej1

Altro che bugianen! Avventurieri, esploratori, archeologi e viaggiatori. Liberi spiriti piemontesi sono i protagonisti del nuovo numero di Rivista Savej

si legge nello strillo della rivista. Rivista Savej è un periodico della Fondazione Enrico Eandi, da anni impegnata nella promozione e tutela della cultura piemontese. E questo mese esce con un numero molto spieciale, che io non ho resisistito ed ho subito comprato, si trova infatti nelle edicole di Torino e provincia e di Biella.
Speciale perchè un articolo, scritto dal bravo Davide Mana, è dedicato alle avventure in Cina del mio bisnonno, Luigi Piovano, militare al seguito del Contingente mandato dall’ Italia nel 1900 in Cina a liberare il quartire delle Legazioni.
Queste erano le intenzioni, poi dopo tira e molla in Parlamento il contingente partì tardi e arrivò in Cina, anche per motivi logistici e un’ epidemia di colera, a fatti compiuti. Le Legazioni erano già state liberate dai valorosi reparti indiani del Contingente Britannico che diciamo fecero il grosso. Comunque il contingente italiano partecipò sporadicamente successivamente a missioni di pattuglia, per neutralizzare gli ultimi Boxer rimasti, ormai abbandonati anche dalla Corte cinese che vista la disfatta si accordò quasi subito con gli Stati europei del Contingente per salvare il salvabile, come si suol dire. Ma se gli otto stati che parteciparono alla spedizione erano uniti all’inizio per divergenze, gelosie, e incomprensioni litigarono quasi subito rompendo il fronte e rendendo l’avventura ben poco trionfale.
Comunque al netto di considerazioni strategiche e politiche fu un avvenimento epocale, la misteriosa Cina era davevro al tempo un territorio inespolrato e ricco di opportinità, e il mio bisnonno partecipò all’impresa con entusiasmo e senso del dovere. I giornali dell’epoca con toni enfatici infatti avevano allarmato l’opinione pubblica parlando di donne, bambini, uomini in pericolo, assaliti da barbari pronti a fargli le peggio cose. Poi nella realtà le vittime civili furono ben poche, ma le cose si scoprirono dopo.
La storiografia corrente sembra orientata a rivalutare le figure dei Boxer come autentici patrioti che si impegnarono a difendere il loro paese dall’aggressioni straniere, forse la verità sta nel mezzo, e sicuramente c’è ancora molto da scoprire su quei fatti e quelle circostanze.
Per quanto riguarda il mio bisnonno so solo che era una brava persona, e molti aneddoti sulla sua vita mi sono stati raccontati e li serbo per me e forse un giorno ne scriverò.
Ringrazio Davide Mana di avermi citato, e di avere citato pure un libro che contribuii a scrivere una decina di anni fa. Ho letto l’articolo ed è fedele alla realtà, è tutto vero pure l’accenno a Falstaff il suo cavallo, o agli esperimenti in siciliano di un suo amico del contingente britannico, come la lettera a sua madre a tre giorni da Hong Kong che ho trascritto e ancora conservo.
Il mio bisnonno tornò dalla Cina, cinque anni dopo, malato, ma poi guarì e si riprese e potè vivere ancora a lungo. Queste sono le ombre che a volte accompagnano le grandi avventure, come i disagi, la fame, la sete, il caldo, i pericoli, il rovescio della medaglia dei lati belli, come gli sfarzosi balli in ambasciata, i fuochi d’artificio, le serate musicali, i matrimoni, le partite a tennis in abiti bianchi e inamidati.
Se vi ho un po’ incuriosito correte in edicola, spingiamo gli edicolanti a richiedere nuove copie e a far fare nuove ristampe. Non si parla solo del mio bisnonno ma anche di tanti altri piemontesi coraggiosi, altruisti e animati dall’amore per l’avventura che però conservavano sempre nel loro cuore l’amore per la loro terra d’origine. Salüt fiiol. 

:: Il nostro Harold Bloom, a cura di Nicola Vacca

16 ottobre 2019

hb

Harold Bloom è stato un celebre e influente critico letterario perché prima di tutto è stato un grande e appassionato lettore.
Un uomo intelligente e di straordinario spessore. La sua immensa lezione di letteratura e umanità ha guidato sempre i miei passi nel giornalismo culturale.
Proprio da Bloom ho imparato una cosa importante: che il critico letterario deve approcciarsi ai libri prima da lettore e poi da critico.
Con Bloom se ne va davvero un gigante, un uomo saggio e un intellettuale autentico che nella sua lunga attività si è sempre posto una domanda: in che modo la letteratura può influenzare la vita?
Con coraggio, sempre sposando posizioni anticonvenzionali, nei suoi scritti e nelle sue lezioni ha sempre fatto della letteratura la vita e della vita la letteratura.
Critico e irriverente contro ogni forma di strutturalismo, sempre sulfureo e schietto nel sostenere le sue idee, non arretrava mai davanti al politicamente corretto che ha sempre combattuto con le idee libere e con le sue tesi, sempre argomentate dal suo bagaglio infinito di conoscenza e cultura.
La letteratura come stile di vita è sempre stato il cavallo di battaglia che ha mosso l’agire di questo grande e immenso pensatore che, inventando il Canone Occidentale, ha voluto prima di tutto insegnarci che la grande letteratura, di cui dobbiamo avere sempre bisogno, ci rende altruisti.
Harold Bloom se ne infischiava delle accademie e quando formulava un giudizio si preoccupava soltanto di rispondere alla sua coscienza di uomo e di letterato sempre con il capo chino sui libri.
Era sincero e onesto nelle stroncature e soprattutto non teneva conto del politically correct quando doveva bastonare le posizioni ufficiali del mondo culturale.
Indimenticabili alcune sue posizioni su alcune scelte poco felici dell’Accademia di Svezia. Considerò davvero ridicolo il Nobel a Dario Fo.
Harold Bloom non faceva sconti a nessuno. Lui soprattutto amava gli scrittori bravi e non quelli intorno a cui si costruivano casi editoriali. La sua penna sulfurea non ha risparmiato critiche feroci ai mediocri e a quel mondo culturale che li ha sempre sostenuti.
Leggere bene è uno dei grandi piacere che la solitudine può concederci, questo sosteneva il grande Bloom. Grazie alle sue intuizioni abbiamo imparato in questi anni a leggere bene e soprattutto ad amare la saggezza dei libri.

«La critica, per come ho sempre tentato di interpretarla, sia in primo luogo letteraria, e con questo intendo personale e passionale. Non si tratta di filosofia, politica o religione: nei casi più alti è una forma di letteratura sapienziale, e quindi una meditazione sulla vita».

Ci mancheranno le riflessioni di Harold Bloom, critico letterario e uomo libero che nella letteratura come nella vita non ha mai avuto paura di scrivere e dire quello che andava sempre scritto e detto.

:: Maigret vs Poirot

13 ottobre 2019

Buona domenica cari lettori, in questa giornata d’autunno, tra brume e foglie cadute, mi è venuta la bizzarra idea di mettere a confronto (molto bonariamente) due mostri sacri della letteratura poliziesca: Maigret vs Poirot, chi preferite? A chi va la vostra preferenza? In tutta sincerità io non saprei proprio scegliere, forse se proprio dovessi… un nome ce l’avrei, sono curiosa di sapere se è anche il vostro.

Avanti votate qui nei commenti, al vincitore saranno dati degni tributi con nientepopodimeno che un’intervista impossibile (ma molto divertente).

Ora tocca a voi!

Vince, rispettando i pronostici, il commissario Jules Maigret. Appuntamento quindi a breve su queste pagine, per la serie “Interviste impossibili”, ad averlo come ospite.

:: Salviamo il pianeta: alcuni libri da leggere per accrescere il nostro spirito green

27 settembre 2019

ambiente

Il tempo è scaduto, o prendiamo coscienza che stiamo giungendo a un punto di non ritorno, o sarà troppo tardi per tutti, specialmente per le generazioni future.
Ormai possedere uno spirito green, una visione più attenta ai problemi legati all’ambiente, dall’inquinamento allo spreco energetico, non è più una posa o una moda, è un’esigenza vitale, legata anche alle scelte di tutti i giorni, scelte personali che compiamo si può dire da quando ci alziamo dal letto la mattina.
La società dei consumi ha generato effetti collaterali che si può dire ormai sono senza controllo. Cosa possiamo fare noi? Anche se indubbio che le scelte maggiori, quelle capaci davvero di cambiare le cose, le devono compiere i grandi del pianeta, noi possiamo informarci, leggere, conoscere quali sono le problematiche in atto e quali i rimedi. Dopo tutto la società dei consumi fa dei consumatori degli attori primari in questo cambiamento, che diciamolo ormai è in atto e irreversibile.
Molti hanno paura che compiendo delle scelte ecologicamente sostenibili si vada in contro a un regresso, del nostro tenore di vita, delle nostre abitudini, e questo li porta a negare il fenomeno e accusare di catastrofismo chi cerca di esporre i suoi dubbi. Ma gente i ghiacciai si stanno sciogliendo, i mari soffocano per la plastica, la temperatura del pianeta si sta alzando. Le emissioni fuori controllo di CO2 non sono un’invenzione di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che sembra aver destato la coscienza di tutti i giovani del pianeta e forse di qualche adulto.
Che libri leggere dunque? Inizierei con La nostra casa è in fiamme e Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza entrambi di Greta Thunberg ed editi da Mondadori, poi Salviamo il mondo Manifesto per una rivoluzione verde del Dalai Lama di Garzanti. Poi Prepariamoci di Luca Mercalli, per Chiarelettere. Inoltre Possiamo salvare il mondo, prima di cena di Jonathan Safran Foer. C’è anche di Filippo Solibello, STOP Plastica a mare. Di Nathaniel Rich c’è Perdere la Terra e infine di Jeremy Rifkin, Un Green New Deal globale.
Ma di libri sul tema ce ne sono davvero molti altri, dai più scientifici ai meno, basta che fate una rapida ricerca su Google, considerando che forse un uso più etico e controllato (magari solo alcune ore al giorno) della tecnologia, TV, Computer, Smartphone, forse costituisce già un primo passo nella giusta direzione.
Lo dico a voi ma lo dico anche a me. Non spostiamo questa rivoluzione ecologica domani ma iniziamo a farla oggi. Ora spengo tutto, e vado a fare una passeggiata ecologica, prima che piova.

:: Il seguito di “Il racconto dell’ancella”: “I testamenti” di Margaret Atwood

6 settembre 2019

i testIl 10 settembre finalmente esce in Italia il seguito de “Il racconto dell’ancella”, notizia già di per sè ghiotta per gli estimatori di Margaret Atwood, di passaggio al Festival di Mantova in questi giorni.
Sembra che alcuni critici accreditatti, tra cui Michela Murgia, abbiano potuto leggere il libro in anteprima e sembra sia bello, ma era difficile dubitarne.
Avendo anche solo letto Seme di strega – Una riscrittura della Tempesta la scrittura di quest’autrice, ormai ottantenne, è davvero preziosa, ricca di verve, e irononia anche quando tratta temi seri e drammatici, in quest’ultimo libro addirittura come finiscono le dittature con uno sguardo al presente e alla contemporaneità della società americana e alle condizioni della donna, non ha caso il suo precedente libro, che vede al centro la donna in una società repressiva e tradizionalista, è considerato uno dei manifesti del femminismo.
I testamenti riprende la storia narrata ne “Il racconto dell’ancella” quindici anni dopo, con i testamenti di tre narratrici di Gilead. In attesa di leggere il libro vi segnalo il link dove poter leggere l’incipit sul Post: link.

:: Vuoi diventare critico letterario di Repubblica?

29 agosto 2019

wimbledon

Non siamo ancora tornati dalle vacanze estive, e subito ci accoglie una notizia che ha creato grande fermento nelle patrie lettere: un annuncio su Repubblica che cerca voi, proprio voi amanti della lettura, e del recensire amatoriale.
Provocazione? Boutade? In realtà l’indirizzo mail a cui inviare la candidatura sembra non funzioni, (non ho ancora provato, mi affido al sentito dire) e di notizie non ne trapelano molte, per cui è possibile protendere anche per questa ipotesi.
La critica amatoriale sembra fiorente, tutti amano dare opinioni più o meno illuminate, competenti, appassionate su tutto. Non solo sui libri, e il quotidiano Repubblica sembra volere cavalcare l’onda, attirandosi strali anche molto vivaci.
Se su Amazon si può recensire impunemente, come su Anobii, Goodreads, o sul proprio blog, farlo su Repubblica con la qualifica altisonante di critico letterario (dai un po’ di ironia c’è, ammettiamolo) sembra un crimine di lesa maestà.
O meglio la questione che si pone è un’altra: Repubblica è un giornale con un costo, per cui è un’attività che implica che qualcuno ci guadagni, a differenza che so di un blog come il nostro che se anche sono previste entrate è giusto per amore del paradosso, e non si riesce manco a bilanciare le spese, per cui l’amatorialità è il punto di forza. Oltre a qualche libro ottenuto da CE o autori, naturalmente.
Ma siamo seri, Repubblica ha anche solo in programma di mandare libri ai novelli critici letterari? Non dico una retribuzione che mi sembra impensabile anche solo per la difficoltà di collocazione in una figura professionale certa.
Cioè intendiamoci magari diventare critico letterario di Repubblica è un posto ambito, magari è l’occasione che molti aspettavano per scrivere sulla carta stampata. Chi sono io per frustrare i sogni della gente? Chi siete voi per cassare l’iniziativa sul sorgere senza conoscere neanche bene gli sviluppi? A parte questo il giudizio popolare, specchio delle società democratiche, implica il fatto che tutti possono dire la loro.
Ma interesserà davvero ai lettori di Repubblica leggere cosa ne pensa di un determinato libro lo studente fuori corso di Sassari? Il dermatologo di Piacenza? La parrucchiera di Monza?
Dico così perché evidentemente è gente che ha un lavoro altro per pagare le spese, e farebbe questa attività come hobby. Cioè cassare del tutto l’iniziativa mi sembra un po’ snobistico, cioè non è detto che qualcuno che anche faccia un altro lavoro non debba amare la lettura e non abbia talento per analizzare un libro in modo diverso, spiritoso, non condizionato da ottiche di scuderia o scambio di favori (tutto quel magma oscuro che sembra inficiare il lavoro di molta critica letteraria diciamo “competente”).
Il critico letterario amatoriale dovrebbe essere candido come la neve, avere buone competenze dialettiche, argomentative e grammaticali, molto tempo a disposizione, abbastanza soldi da compare i libri, e un carattere di ferro a sopportare gli strali che otterrà associando il suo nome a questo genere di iniziativa.
Ehi tu sei quello che millanta di essere un critico letterario su Repubblica? E non lo pagano manco! Ecco cose del genere per capirci. Detto questo stiamo a vedere nei prossimi giorni. Io una opportunità la darei a chiunque, e puta caso questo fosse l’occasione della vita per qualcuno?
Lascio a voi riflettere su questo, e anzi se avete qualcosa da dire scrivetelo pure nei commenti. Voglio iniziare questo settembre con un po’ di movimento. Considerate solo che gli insulti saranno banditi. Baci e abbracci sparsi, cari lettori sono felice che ci siate e partecipiate con me a queste simpatiche discussioni.

Aggiornamento 31 Agosto:

Allora sembra che l’iniziativa sia diventata un torneo letterario in cui vogliono mettere in gara i libri e farli recensire dai lettori, con un vincitore finale (devo capire ancora bene se è il libro o chi lo recensisce) appena ne so di più vi dico. Stasera provo a mandare una mail anche io. A questo punto la situazione si fa complicata ma vi prometto ne verremo a capo.

Aggiornamento 6 Settembre:

Per chi ha mandato messaggio alla mail wimbledon@repubblica.it: risponderanno presto con nuove istruzioni. Appena lo fanno vi aggiorno.

Aggiornamento 17 settembre:

Niente da Repubblica nessuna nuova, voci di corridoio dicono che non se ne farà più niente, ma qualche comunicazione ufficiale la faranno pure. Non ci resta che aspettare, ancora.

Aggiornamento 18 settembre:

Sembra che si faccia ancora 11h fa su Twitter Repubblica ha rinnovato l’invito a partecipare. Avviso (e invito) rivolto a chi ama leggere. Vogliono fare un gioco: mettere in gara i libri e farli recensire direttamente dai lettori. Chi vincerà? Messaggio sempre criptico, ma almeno è qualcosa, il gioco continua. Da capire se il torneo lo vincono i libri o i lettori-recensori.

Aggiornamento 14 gennaio 2020:

Ho appena ricevuto la mail con le istruzioni per partecipare al torneo. Bisogna iscriversi, rispondere ad alcune domande e vi sarà assegnata una coppia di libri da leggere.  Si avranno tre settimane di tempo per procurarsi i libri e leggerli. Entro le tre settimane si dovrà anche decidere per quale dei due votare, e compilare due brevi recensioni (10 righe l’una, 600 battute) che giustifichino la scelta. Questa coppia di libri verrà data a diversi lettori, e poi presumo su Repubblica (sito e giornale) verrà dibattutto il tema. Ma questa parte non è ancora molto chiara. Comq saremo affiancati da un tutor di Repubblica che credo risponderà ad ogni esigenze. Appena ne saprò di più troverete le mie considerazioni sul blog!

Come ho scritto nei commenti l’unica cosa che posso consigliarvi è di leggere attentamente i termini e le condizioni nel rispetto della Privacy, chi detiene i vostri dati e in cosa li autorizzate a utilizzarli. Io ho preferito non continuare e non partecipare. Ma se qualcuno ha esperienze diverse ce lo segnali nei commenti.

:: Mi manca il Novecento – Ennio Flaiano e la solitudine di un uomo contro a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2019

ef«Io forse non ero di questa epoca, non sono di questa epoca, forse appartengo a un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo».

Così si descrive Ennio Flaiano nella pagine fina de La solitudine del satiro, il suo libro più personale e più intimo a cui aveva cominciato a lavorare pochi mesi prima della morte.
Tra il diario e il racconto Flaiano nelle pagine di questo libro parla della sua solitudine di scrittore satirico e polemico che al suo tempo non ha fatto sconti.
In queste pagine c’è il disincanto l’amarezza di un uomo e di un intellettuale che è stato sempre in disarmonia con la sua epoca e ne ha intercettato la crisi morale in un certo senso profetizzando nei costumi e non solo la decadenza che stiamo vivendo in questi giorni.
Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive per mostrare la sua indignazione nei confronti delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.
Nella prima parte (Fogli di Via Veneto) racconta la Roma della Dolce vita, di cui lui è stato protagonista insieme a Fellini, gli anni de Il Mondo di Pannunzio e quella società sguaiata che esprimeva la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo la vita. Via Veneto effimera e frivola invasa dai paparazzi ma anche Via Veneto dove il grande poeta Cardarelli si sedeva ogni mattina nell’unica poltrona della libreria Rossetti e intralcia non poco il commento con le sue battute cupe e più ancora con i cupi silenzi, che mettono a disagio i clienti.
Ma nei racconti di Taccuini d’occasione (la seconda parte del libro) viene fuori Flaiano pensatore moralista e scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Qui si trovano le stilettate e le invettive dello scrittore che non si nasconde e castiga senza riserva alcuna il suo tempo, mostrando di viverlo e attraversarlo con tutta la sensibilità di un disagio che lo condurrà a una solitudine senza via di scampo.

«Ecco come io mi immagino l’inferno. – mi diceva R. – Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso. “Basta, gli dico, tu stai descrivendo la vita”».

La noia per il satiro Flaiano è verità allo stato puro e lui come noi tutti sa di essere un passeggero senza bagagli, che nasce e muore da solo.
Così è stato. Per fortuna ci restano le pagine he Flaiano ha scritto e in cui è riuscito a essere con coraggio e davvero anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

:: Mi manca il Novecento – La rabbia, l’onestà e l’anarchia di Luciano Bianciardi a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2019

luciano bianciardi

Luciano Bianciardi ha attraversato il mondo culturale italiano del secondo Novecento con rabbia, intelligenza, onestà intellettuale. Tre caratteristiche che hanno fatto di lui uno scrittore libero che non è mai sceso a compromessi con il mondo editoriale che lo ha accolto e poi lo ha respinto.
Di Luciano Bianciardi si può dire che ha attraversato il potere culturale senza mai esserne sedotto.
La sua Trilogia della rabbia ancora oggi rappresenta l’atto d’accusa alla nevrosi quotidiana del mondo editoriale schiacciato dai suoi stessi giochi di potere e dalle compromissioni con scelte che nulla hanno a che fare con la letteratura e la cultura.
Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra, i tre romanzi che compongono il mosaico di Bianciardi, oggi più di ieri fotografano la decadenza del mondo editoriale troppo occupato a giocare con il clientelismo del marketing e del marchettificio.
Dai tempi di Bianciardi la situazione è peggiorata, eppur di molto.
Ne La vita agra si legge: «La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera ma che dà l’impressione – fallace – di star lavorando. Si beccano persino l’esaurimento nervoso».
L’ironia corrosiva e anarchica di Bianciardi è davvero profetica.
Uomo libero e scrittore determinato, come Pasolini aveva intuito la deriva trent’anni di anticipo.
Non rinunciò mai alle sue idee e nel suo lavoro intellettuale scelse sempre il richiamo della coscienza lasciando ai posteri un’autentica lezione morale: non barattare mai la propria arte con i compromessi, non svendere mai la dignità, non tradire la scrittura e la vita, che poi sono la stessa cosa, per farsi addomesticare da un sistema che vuole solo comparse e non menti pensanti.
Bianciardi con onestà intellettuale e coraggio ha raccontato i deteriorarsi della del suo tempo tra i progetti infondati di rivoluzione culturale del dopoguerra e le ugualmente infondate convinzioni del benessere economico.
Oreste Del buono così scrisse di lui: «Luciano è stato uno dei pochi arrabbiati italiani sinceri. Arrabbiati per che cosa? Via non siamo ingenui. Non c’è che l’imbarazzo della scelta».
Bianciardi non ha mai rinunciato ad aprire il fuoco, anche se la conseguenza fatale della sua vita agra e anarchica è stata l’autodistruzione attraverso l’alcol, che lo porterà alla morte, il 14 novembre 1971.
Anche se in letteratura non sempre il tempo è galantuomo, le parole e le amare riflessioni di Luciano Bianciardi leggendole oggi sono attualissime e profetiche. Il mondo editoriale, e non solo quello, che lui ha corrosivamente dipinto è qui in mezzo a noi con tutte le sue brutture.