Archive for the ‘Risorse e Strumenti per blogger’ Category

:: Non comprano, non comprano: i lettori non comprano libri dai link di affiliazione

18 aprile 2018

bny

Mi sembra di sentirlo il mugugno in sottofondo da coro dell’ Armata Rossa degli admin dei blog letterari (che hanno sulle spalle tutta la gestione economica di un sito) che hanno avviato programmi di affiliazione per guadagnare qualche soldino e crescere. E qui le cose sono due: o gli store online di libri non ti conteggiano (tutte) le vendite o sono proprio i lettori che non comprano.

Okey c’è la crisi, okey la gente in Italia non compra libri, ma un blog non ha bisogno di milioni di vendite, una decina (o meglio centinaia) al mese possono bastare e far tirare un respiro di sollievo. E invece niente. Una vendita ogni tanto, ogni morte di papa, e si ha pure il sospetto che non sia voluta, cioè che i cookie abbiano conteggiato qualcosa di cui il lettore si è dimenticato.

Cliccano sui link, ma non giungono all’acquisto. Certo i fattori sono molteplici e non tutti imputabili al lettore cattivo, ma credo sia una bella cosa per i lettori sostenere i blog che amano dandogli la possibilità di guadagnare piccole commissioni (parliamo di centesimi, qui nessuno va a Acapulco). E’ un modo per dire al blogger grazie, il tuo lavoro è apprezzato, continua.

E invece no. I blog letterari sono tanti, magari tutti con programmi di affiliazione, anche loro non possono mica comprare da tutti. Poi certo Amazon, IBS, Feltrinelli, Libreria Universitaria sono cattivi, meglio comprare nelle librerie di quartiere. Ci sta, sono la prima che non voglio che chiudano, ma si può variegare gli acquisti, non è detto che devi sempre e solo comprare i tuoi libri in un unico punto vendita. Col caffè faccio così, vado in bar diversi. Poi certo ci sono i miei preferiti, ma c’è spazio per tutti.

Ma ora veniamo ai motivi per cui i lettori non comprano dai link di affiliazione. Di studi ne hanno fatti tanti, indagini statistiche, ipotesi di ricerca, certo più sul non comprare libri in assoluto, ma il nostro tema ne è strettamente collegato.

Non voglio dare commissioni ai blog. Ritengo che non sia giusto che i blogger ci guadagnino, la loro deve essere solo passione disinteressata e amore per i libri e la diffusione della cultura. Il blogger mi è antipatico, (lo odio, lo invidio, è un mio concorrente) e non voglio che gozzovigli con i miei soldi. Allora se la pensate così non visitate più quel blog, non leggete più i suoi articoli, non approfitate del suo tempo e della sua fatica che sappiamo tutti è tanta. Si chiama coerenza. Per fare quelle belle cose (avere una passione, amare i libri, diffondere la cultura e la libertà di scelta e di pensiero) haimè servono soldi. Benvenuti nel mondo reale. Un piano per anche solo evitarvi la pubblicità di WordPress costa ogni mese tot Euro, se il computer si rompe il tecnico va pagato, se si vogliono compare libri che gli editori non ti mandano, costano, etc… Il blogger non vive d’aria, mangia, consuma elettricità, connessione internet, tempo. Tempo che potrebbe impiegare in mille altre attività più redditizie. Se fosse appunto un avido speculatore.

Non voglio pagare di più. Qui ribattere è facile. NON SI PAGA DI PIU’. La commissione te la dà lo store online dai suoi guadagni. Non ci sono rincari per il consumatore.

Non voglio comprare online. Beh, qui è già più difficile. Sono scelte. Se rifiuti le trasazioni online, la carta di credito, le banche online, etc… chi può darti torto? E’ una forma di resistenza, è seguire i propri principi. Ma se compri la pizza online, l’ultimo vaso d’arredo, i vestiti alla moda, perchè non i libri? Pensaci.

Non voglio pagare proprio, tanto c’è la pirateria. Dico solo che è un crimine, punibile per legge. Non ti rende una bella persona, ecco. Quando decideranno di non pagare il tuo lavoro, ricordatene però.

E voi cosa ne pensate? Quali sono gli altri motivi per cui non comprare dai link di affiliazione? Avete una brutta opinione dei blog con attive affiliazioni? Avete trovato delle soluzioni? Rispondete nei commenti, sarà interessante.

:: Come aumentare i commenti nel vostro blog

17 aprile 2018

bny

Innanzitutto è bene precisare che non sono un guru del blogging o una dispensatrice di formule miracolose, vi parlo unicamente della mia esperienza e di cosa ho imparato in questi 10 anni. Sono punti di vista personali sempre nell’ottica che una cosa che funziona per me non è detto che funzioni per te, soprattutto i fattori sono così molteplici che è bene fare questi distinguo. Se comunque sei qua, e leggi questo articolo, sicuramente consideri i commenti un bene, un valore aggiunto per il tuo blog e sei pronto a impegnarti a lavorare perché siano più numerosi, più vari, più interessanti e perchè no, divertenti.

Non è facile, diciamolo subito, raccogliere una community di commentatori che apportino reali contributi alla discussione (la concorrenza dei social è soverchiante) e soprattutto tornino, devono trovare un’ ambiente piacevole, amichevole, serio, e nello stesso tempo non spocchioso. Tu sarai sempre il padrone di casa, l’ospite che deve vigilare che le cose funzionino, ma non vengono a corte, intimiditi e servili. I commentatori hanno opinioni, che possono essere diametralmente opposte alle tue, e questo lo devi accettare, sempre seguendo le norma naturalmente della buona educazione e se qualcuno le viola, bisogna intervenire prontamente. Regole fisse, di buon senso, valide per tutti. Magari scrivendo una policy dedicata ai commenti e pubblica.

Chiarito questo se lanciate dei segnali in questo senso, insomma che gradite i commenti sul vostro blog, dovete considerare alcuni fattori:

  1. prima di tutto il tempo. Se non avete tempo, di rispondere a tutti, di vigilare sulle regole della community di commentatori, di interagire pubblicamente con persone che a volte vogliono solo mettervi in difficoltà (alcuni personaggi così li ho incontrati, non spesso, ma ci sono), bene allora o chiudete i commenti, o non date quei segnali di cui parleremo in fine, che indicano ai vostri lettori che commentare sul vostro blog è bello, costruttivo, e arricchisce.
  2. seconda cosa la voglia. Se lo fate sotto sforzo, solo perchè così fan tutti, perché vi hanno detto che tanti commenti tanto onore, che un blog senza commenti viene scansato dalle aziende come la peste etc… bene per voi sarà una via crucis, i lettori lo percepiranno e non dovrete preoccuparvi perché davvero in pochi commenteranno.
  3. terza cosa evitare la disperazione. Se chiedete commenti a destra e a manca, ossessivamente, vi assicuro che l’effetto è l’ opposto. I commenti devono essere spontanei, naturali, la gente, i lettori devono essere felici di commentare sul vostro blog perché ci siete voi, perché ci sono altri commentatori interessanti e intelligenti, perché si impara qualcosa, perché si cresce, perché si passa del tempo di qualità, senza paura di venire aggrediti (per le proprie idee) offesi, derisi.
  4. evitare come la peste di fare tecniche di sabotaggio da guastatori nei blog degli altri per creare zizzania, flame, con il losco obbiettivo di azzerare la concorrenza. Perderete tempo, e per quanto lo farete sotto mentite spoglie, se venite scoperti, beh non sto io a dirvi cosa succederebbe. Occupate invece il tempo per scivere commenti di qualità, divertenti, positivi, unici come siete voi, che vi caratterizzino e distinguano da tutti gli altri. Certi blog è bello frequentarli perché ci sono i commenti, alle volte tanto belli da leggere quanto il post che li ha generati.
  5. evitare come la peste i subdoli giochetti psicologici, (dal ricatto morale, al puntare sulle debolezze altrui, al proponi un’ alternativa, le difese cedono e una cosa la fa). Le scuole di marketing sono piene di guru del lato oscuro, che vi insegnano a manipolare gli altri, e di tecniche ce ne sono parecchie, e funzionano, poi dannazione, ma i lettori non sono cavie, sono vostri amici. Non giocate coi loro sentimenti, con le loro fragilità o con la fiducia che pongono in voi.

Parlavo poi dei segnali da inviare, il primo il più immediato è quello di invitare a commentare, ma in modo easy, (già prima vi ho indicato le derive da evitare) naturalmente da solo non basta, ma è un inizio.

Lasciare nei vostri articoli domande aperte, stimoli di discussione. Se fate blocchi di testo granitici dove voi siete la verità, senza spazio per nessun contradditorio, è ben difficile che qualcuno si prenda la briga di sgretolare questo muro di cemento. Vi lascerà nel vostro beato isolamento a parlare con voi stessi.

E ultima cosa, forse la più importante divertitevi, siate gioiosi, l’allegria si trasmette. Certo non tutti i giorni sono the best of the year, ma non scaricate la vostra frustrazione sugli altri. I social stanno prendendo questa brutta deriva, voi sul blog avrete dalla vostra, la lentezza e la durata nel tempo (gli articoli e il corollario di commenti) sono sempre disponibili e ritrovabili con motori di ricerca.

E voi? Come avete aumentato i commenti nel vostro blog? (Oh, ve lo chiedo perché mi interessa davvero, e su siate generosi, svelateci i vostri segreti).

:: Scrivere è un piacere?

13 aprile 2018

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Per me senz’altro. Se non lo fosse chiuderei il blog e sceglierei come hobby che so il giardinaggio. Ho un bel giardino che trascuro ignominiosamente per seguire i lavori del blog, dopo tutto.

Mettere insieme parole, seguire il flusso dei pensieri, vedere dove il testo scritto ti porta credo sia uno dei piaceri più intensi che ho provato in vita mia. Superato da ben poche altre cose. Un po’ come il cioccolato, mette in circolo le endorfine e uno si sente meglio. Si sente più felice. Non a caso è citato come uno dei maggiori antidepressivi naturali.

Scrivere mette in moto parti del cervello, che rilasciano sostanze molto simili, ritengo.

Scrivere rende più allegri, soddisfatti, appagati.

E poi è una sfida. Non certo che sia facile. Scrivere implica esercizio, capacità tecniche, costanza, perseveranza, pazienza. Fatto a livello professionale è un vero e proprio lavoro. Costa fatica, sacrifici, delusioni, periodi di buio. Può capitare il temutissimo blocco dello scrittore. Cosa che sto attraversando adesso.

Oltre a scrivere per il blog, recensioni, articoli e interviste, scrivo anche racconti, saggi, romanzi, e attualmente quest’ ultima parte del mio lavoro si è come paralizzata. La scrittura libera, va ancora alla grande, ma la scrittura strutturata, con ricerche, una trama, personaggi già ideati, beh quella attualmente è andata in ferie.

E da parecchi mesi. Cosa che in realtà inizia un po’ a preoccuparmi.

I motivi?

Tanti e tutti reali: la stanchezza, i molti impegni, le preoccupazioni, le priorità (stare troppo sui social?). Ho provato a buttare giù una trama per un racconto giallo, da sviluppare per un’ antologia, e il nulla, il vuoto, il buio più fitto. Devo portare avanti un racconto giallo storico, di cui ho fatto per mesi ricerche di ogni genere, e anche lì, non riesco ad andare avanti. Ho da finire un racconto fantasy cinese, e niente tutto scorre fino a un punto, oltre il niente. Ho un saggio sul blogging da terminare,  rivedere e niente, manco quell’ impegno va avanti. E grazie al cielo che non ho ricevuto anticipi e nè firmato contratti. Forse la mia vena creativa si è inaridita, il mio timore è che arrivi davvero la sindrome del foglio bianco e non riesca più a scrivere nemmeno articoli per il blog, recensioni, ideare domande per le interviste.

Che fare in questi casi? Il consiglio più diffuso è: leggere, ascoltare musica, guardare film, raccoglier input insomma, poi qualcosa alla fine dovrebbe sbloccarsi, almeno spero.

Premesso questo, scrivere resta un piacere, uno dei pochi con ben poche controindicazioni, e piuttosto a buon prezzo. Mal che vada serve un foglio di carta e una bic blu.

E voi che ne pensate? Scrivere è un piacere? Cosa fate quando la vostra vena narrativa si inaridisce? Rispondete nei commenti, sarò felice di iniziare una discussione con voi. Ah, e poi comunque c’è sempre il giardinaggio.

:: Blogging etico, eco-friendly

10 aprile 2018

bny

Ieri ho sentito parlare del web, della blogosfera tutta, come di un’ immane discarica, e la cosa mi ha spinto a scrivere questo articolo e a riflettere su alcune cose che forse io davo per scontate, ma tanto scontate non sono.
In senso lato il web siamo noi: ci sono persone più o meno corrette, altruiste, generose, che seguono un’ etica, una morale, un’ ideologia, un credo politico, sociale, religioso, che dir si voglia. Alcuni vedono nel web solo una fonte di guadagno (più o meno lecito) altri magari qualche fonte di guadagno non la disdegnano, ma vedono più in là, vedono oltre, vedono il futuro.
Tuttavia comunicare credo sia l’esigenza primaria di chi opera nel web, diffondere informazioni, preservare il nostro sapere, la nostra cultura, la nostra società. Siamo esseri sociali, se non socievoli, siamo fatti per vivere in comunità più o meno grandi, per aiutarci, per sostenerci.
E voi non sapete quanti white hat ci sono, che hanno permesso negli anni che il sistema non collassasse. C’è gente che opera nell’ ombra, di cui non conoscerete mai nome e cognome, che agisce per il bene, per diffondere energia positiva e per arginare le derive a volte pericolose di questo sistema-mondo.
Se siamo una comunità, dovremmo anche darci regole condivise che migliorino l’ambiente in cui viviamo. E lo so non sempre e facile. Anche i migliori di noi commettono errori, derogano dai propri principi, magari non hanno il coraggio di fare la cosa giusta pur vedendola.
Noi blogger siamo in questo sistema-mondo gli operatori più esposti, più in chiaro per intenderci. Molti guardano a noi come un esempio da seguire, e questo implica responsabilità. Verso i più giovani, verso tutti.
Il blogging etico non credo sia una moda, passeggera e superflua, ma un’ esigenza di sopravvivenza, la condivisione del sapere, il no profit, la alleanza e l’essere un gruppo coeso, sono cose importanti come quei microrganismi dell’oceano che ripristinano l’eco sistema.
Riflettevo su questo ieri quando sentivo definire il web una discarica. Certo ci sono i piranha, ma questo non deve impedirci di credere che tutte le potenzialità di questo sistema, tutte le cose meravigliose che ha reso possibile, siano inutili, o destinate alla fine.
Chi opera per il bene insomma non deve sentirsi un ingenuo o uno sprovveduto, spesso ha capacità anche maggiori degli altri, che mette a servizio di tutti, in un clima di gratuità, che non implica sfruttamento o abusi. Rubare il lavoro altrui, non rispettando le sue intenzioni di uso, non è blogging etico. Mentire, calunniare, raggirare, derubare gli altri non sono pratiche che a lungo termine giovano, ma inquinano, tanto quanto i veleni che respiriamo nell’aria, o quelli che esistono nell’acqua.
Portiamo valore, insomma col nostro operato, creiamo ricchezza, diamo un senso agli sforzi di tutti verso un obbiettivo condiviso. E non facciamoci abbattere dalla tristezza e dal pessimismo. Molto spesso i buoni sono silenziosi, ma sono tanti, operano senza volere riconoscimenti, ti aiutano senza neanche che tu lo sappia.
E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con quanto ho scritto? Cosa fate concretamente per dare un apporto costruttivo alla blogosfera? Scrivetelo nei commenti, sarà interessante discuterne.

:: Come scrivere una mail a un ufficio stampa

26 marzo 2018

bny

Dopo aver parlato di Come ricevere libri dalle case editrici analizziamo più nello specifico come scrivere una mail a un ufficio stampa. Inizio col dire che non ci sono regole fisse, inflessibili, inderogabili, insomma non esiste una perfetta mail standard, sebbene esistano alcuni modelli base, alcune regole più che altro di buon senso, e la solita, indistruttibile educazione, che come tutte le regole del buon vivere civile, ci evita molti guai.

Innanzitutto ognuno ha il suo stile, pensate che noia se tutte le mail fossero uguali, fatte con lo stampino, per cui la creatività non è da sottovalutare. Dedicateci un po’ di tempo, non mandate mail senza cura, con refusi, grammaticalmente scorrette. Certo la fretta può fare brutti scherzi, ma queste mail sono un po’ il vostro biglietto da visita, per cui prestateci attenzione.

Tra le cose da evitare proprio sempre l’arroganza, l’aggressività, la volgarità. Insomma non è detto che diventerete i migliori amici di tutti gli addetti stampa in circolazione, ma anche con quelli con cui c’è meno feeling, si può sempre instaurare un rapporto civile, educato, di pacifica convivenza. Loro fanno il loro lavoro, voi blogger il vostro. Ognuno ha il suo ruolo, ognuno le sue competenze. Se chiedete un libro, un’ informazione su una data di uscita, la possibilità di intervistare un loro autore, fatelo con garbo, e se ricevete un no, non fatene una tragedia. Non iniziate una guerra di rappresaglia, perderete tempo voi e loro. Amen si va avanti, ci saranno altre occasioni.

Non siamo bambini, evitate mille mila mail, sullo stesso argomento se non vi rispondono (finireste nello spam). Evitate di lamentarvi che non vi è stato risposto, che non lo si è fatto velocissimamente, che il libro che tanto volevate non vi è arrivato (per colpa del perfido addetto stampa che vi boicotta). Se c’erano accordi potete certo segnalare che il libro non è arrivato, ma fatto questo finita lì. Amen, si va avanti.

Ricordarsi il nome della persona che contattate è una buona cosa, ehi tu “coso” vi assicuro fa un pessimo effetto.

Siate brevi, specifici, e esatti. Lunghissime mail non vengono lette, e se sono confuse, non sperate che l’addetto stampa si metta lì a cercare di capire cosa avrete mai voluto dire. Non ne ha il tempo. Siate gentili, ma fermi. Se l’addetto stampa lo conoscete, potete usare un tono più amichevole, se è un perfetto estraneo, un tono neutro e educato va più che bene.

Minacce, insulti, “non sa chi sono io”, vanno bene se siete delinquenti intenti nei loro traffici, non blogger alle prese con mail di “lavoro”. Toni lamentosi, imploranti, disperati, anche sono fuori luogo, evitateli, date retta a me.

Mi sembra tutto, le cose più importanti le ho dette. E voi come strutturate una mail diretta a un ufficio stampa? Quali sono le maggiori difficoltà? Premesso che nenache io sono infallibile cercherò di rispondere a tutte le vostre domande.

:: Newsletter sì, no, forse

18 marzo 2018

Ci sto riflettendo da mesi: perchè non aprire una newsletter di Liberi?

Ma prima di rispondere a questa domanda, vediamo nei dettagli e in breve cos’è una newsletter:

Newsletter

Insomma è un notiziario o bollettino da inviare a cadenza fissa o saltuaria a coloro che si inscrivono dandoti il proprio indirizzo email. E’ un’ ottima strategia Web Marketing per le aziende che hanno prodotti da vendere, ma funziona allo stesso modo per un blog che al massimo vuole tenere aggiornati i propri lettori sulle pubblicazioni effettuate, e in soldoni aumentare le visite?

Ho pochi dati disponibili al riguardo, anche se c’è da considerare che una cosa che va bene per un blog non è detto che vada bene per un altro. Insomma è una questione molto relativa, che dipende prevalentemente dal tipo di lettori che ti seguono. Tecnicamente, anche se in maniera molto indiretta (tramite parternship) anche noi vendiamo libri, ma non è detto che i lettori vengano su Liberi per effettuare un acquisto. Cercano per la maggior parte informazioni. Notizie, recensioni, raffronti, indicazioni dalle più varie, da un aiuto per scrivere una tesina scolastica, a: ma è davvero bello l’ultimo libro edito da XY autore famoso?

E dunque ha senso una newsletter? E soprattutto, cosa vorrebbero vederci scritto?

  • Un riepilogo dei post usciti nella precedente settimana?
  • Le anticipazioni su cosa uscirà la settimana successiva?
  • Un ibrido tra le due formule (un po’ storico, un po’ anticipazioni)?

La forma più abusata è senz’altro il riepilogo. Tanti link, con magari due righe di spiegazione molto sintetiche, su cosa si è pubblicato. Magari da far uscire la domenica, quando i lettori, liberi da impegni di lavoro, hanno più tempo di vedere cosa si sono persi.

Ma anche il prossimamente ha un suo perchè. Certo il blog deve avere un serio programma editoriale e un calendario almeno a una, due settimane. Cioè deve programmare gli articoli in largo anticipo. Se no in effetti non si ha poi niente da scrivere. Ma funziona questa formula, o è unicamente dispersiva? Torneranno i lettori a cercare quei post di cui avete ventilato la pubbliazione? E soprattutto leggeranno davvero la mail?

Io mi iscrivo a molte newsletter, ma poi lo ammetto, non le leggo. Faranno così anche i miei lettori, con tutta la fatica che comporta scriverle?

C’è poi la formula ibrida, quella che a me pare più interessante. Un po’ di link agli articoli passati, e un bel finale prossimamente con qualche ghiotta anticipazione. Ma anche qui, la leggeranno? Si iscriveranno? Ha senso? Cosa ci guadagna il blog?

Lascio a voi nei commenti dire la vostra.

:: La nostra classifica di gennaio e febbraio

2 marzo 2018
I libri più venduti

Frida Kahlo and Her Animalitos – scritto da Monica Brown e illustrato da John Parra

Buongiorno lettori, ho deciso di rendere pubbliche le vendite fatte attraverso i nostri link di partnership di Libreria universitaria, (ricordo che su ogni vendita prendiamo una piccolissima percentuale, si tratta di centesimi,  voi non spendete di più, ed è per noi una delle pochissime fonti di sostegno economico per il blog).

Questa è la classifica delle nostre vendite di gennaio e febbraio, da inizio 2018 insomma. Ringraziamo innanzitutto i lettori che hanno acquistato i loro libri tramite i nostri link, sono lettori speciali, insomma non è scontato farlo. E intanto vediamo la classifica, vince con ben due volumi Giulia Ciarapica, gli altri libri sono tutti a parimerito con una copia. In tutto 10 libri su 95 persone che hanno cliccato sui link.

CLASSIFICA

2 Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché

1 A che servono i greci e i romani

1 Dieci lezioni sui classici

1 Il libro dell’inquietudine

1 Gli aquiloni

1 L’ amico ritrovato

1 Gorky Park

1 Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere

1 Il Giardino dei Musi Eterni. E-book

Click complessivi: 95

:: Facebook, Twitter, Instagram vi impediscono di leggere? Leggete di meno da quando state sui social?

28 novembre 2017

bny

O no, non avete notato differenze? Da lettrice me lo sono chiesta, quasi sentendomi in colpa per il tempo passato sui social. Certo leggere non è un’ attività da contabilizzare, non dovrebbe essere guardata con criteri come la produttività, ma un po’ tutti facciamo i conti con il tempo speso sui social, a volte visto come tempo perso. Ma sarà davvero così? I sondaggi dicono che si legge sempre meno, almeno in Italia, quindi noi lettori siamo quasi diventati una specie protetta, e in via di estinzione. Comunque ho davvero notato che in questi ultimi mesi leggo meno. Non solo per colpa dei social. Leggo meno, perlomeno meno velocemente. Che in realtà non è un male in assoluto, ma dilata i miei tempi, e da blogger che dovrebbe recensire sempre nuove novità mi mette fuori sincrono. Se fossi una semplice lettrice non sarebbe un danno, ma da blogger il problema diventa più ingombrante. Che poi è un gatto che si morde la coda, i social sono essenziali per tenere vivo un blog. Interagire coi lettori, magari restii a commentare sul blog, più loquaci sui social è importante per costruire la propria “identità” sociale. Per non farsi dimenticare. Bisognerebbe forse darsi dei tempi, limitarsi. Stare sui social che ne so dalle dieci alle undici del mattino, e poi dalle diciotto alle diciannove della sera. Contando i minuti? Sì, fa tanto burocrazia kafkiana. Forse è anche utopistico. So comunque per certo che quando lavoro, scrivo o traduco, stacco Facebook, sebbene lui diabolico ogni tanto salta su invitandoti ad attivare un sistema di notifiche, anche se chiuso. E’ un po’ come il respiro, se ci fai caso respiri consapevolemente se no diventa un processo automatico e involontario. Ecco mi riprometto di staccare FB più spesso, con Twitter non mi capita, e leggere di più. E voi lettori avete notato che passate più tempo sui social che sui libri? Come avete risolto?

:: Le stroncature danneggiano davvero un libro e di conseguenza un autore?

25 novembre 2017

bny

Credo che ogni blogger o recensore coscienzioso si sia posto questa domanda nel suo percorso lavorativo. Rispondendosi magari che se il libro è davvero pessimo danneggiarlo non è poi quel gran male. Si possono seguire due filosofie: il basta parlarne, (il vero danno per un libro è essere ignorato, scomparire nel nulla) per cui anche la cosiddetta pubblicità negativa è utile per vendere. O è un danno, protesto e cerco di limitare la libertà del recensore, perlomeno spingendolo a non pubblicare una recensione negativa, impossibilitato a fargli cambiare parere e scrivere contro coscienza. Diciamo che le stroncature non piacciono a nessuno, (un po’ centra anche l’ego, la cosiddetta vanità, ma non solo). Parlando da lettore hanno davvero influenzato i miei acquisti, anche le veloci recensioni di Amazon, poco strutturate, argomentate e a volte pure sgrammaticate. Se anche se ce ne sono tante positive, ne basta una negativa a farti venire dubbi. Che le positive siano pilotate? Che l’unica negativa sia scritta davvero da uno con le palle che ha osato dire la verità? Insomma è umano questo meccanismo, anche inconscio. Se capita a me che sono un lettore come dire informato, immagino che capiti anche su grande scala e danneggi realmente le vendite di un autore. Di solito i piccoli, le piccole CE tendono a essere molto combattivi in questi casi, probabilmente perchè riscontrano davvero che una stroncatura o più di una, più o meno autorevole, più o meno ben scritta, faccia calare le proprie vendite. Superando quindi il discorso su come è scritta, se è educata, rispettosa dell’autore e di chi ci ha lavorato a quel libro, se sia scritta con cognizione di causa e per validi motivi (per esempio non essendo influenzati dall’antipatia che può ispirare l’autore, per esempio), a volte si può scegliere davvero di non parlare di un libro, piuttosto che stroncarlo, anche in modo scientifico e inoppugnabile. Sempre naturalmente mettendo in conto che le opinioni sono personali, ciò che vale per me può non valere per un altro, etc… Io personalmente faccio molta fatica a scrivere stroncature, non mi piace parlare di libri che non mi sono piaciuti. A volte non riesco proprio a finirli, per cui il problema recensirlo o meno proprio non si pone. Ricordo il caso delle Cinquanta sfumature di grigio. Solitamente i libri che non mi piacciono li abbandono, quello mi sforzai di leggerlo fino alla fine, ma poi mi rifiutai di parlarne. Proprio non ce lo volevo sul mio blog. Preferisco non parlare di un libro che giudico nocivo. E non perchè tema critiche o rappresaglie. La stroncatura l’avevo pure scritta, ma preferii non renderla pubblica. Ritenendo che anche le stroncature possono generare curiosità.

E voi vi fate condizionare come lettori dalle stroncature? Avete mai non comprato un libro perchè un recensore che giudicate autorevole e competente, che proprio ammirate, ha detto che un libro non vale la pena leggerlo?

:: Come cambia l’informazione – I giornali on line: Tra normativa e prassi, le responsabilità del giornalista a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2017

rotative

PALERMO – L’evento formativo che si è tenuto nell’Aula Magna del Tribunale di Palermo, lo scorso sedici novembre, ha visto la partecipazione sentita di due categorie professionali che stanno vivendo profondi e repentini cambiamenti nella loro quotidiana attività. Un po’ per la crisi economica, un po’ per l’evoluzione tecnologica, si avverte il bisogno di rinverdire i presupposti strategici sia dell’ordine dei giornalisti italiani, sia di quello degli avvocati. E a parlare per primo è stato l’avvocato Giuseppe Di Stefano il quale ha affermato:

Un evento come questo ci forma, siamo in contatto con i giornalisti per avere una visione comune della società”.

Da dove partire per arrivare al cuore delle problematiche di questo convegno?
Dalle leggi in Italia. Quante sono?
75.000 a livello statale; 150.000 in totale, comprendendo anche le leggi regionali.
In Francia, ci sono circa 7.000 leggi, in Germania anche meno.

Da noi, dunque leggi sconfinate, un numero senza limiti.
Riflettiamo su questo dato di fatto, poi possiamo procedere per affrontare gli altri aspetti sorprendenti che ci riguardano come cittadini dalle troppe norme che non sempre agiscono in difesa dei diritti.
A seguire, l’intervento dell’avvocato Nino Caleca per il quale se la comparsa di internet è un’evoluzione, ciò significa che entriamo in un mondo totalmente nuovo, e occorrono anche accorgimenti giuridici diversi; vale a dire adeguare le norme penali alle regole del web.
Operazione quasi impossibile. Ed emerge la dicotomia tra due ambiti, quello europeo e quello degli Stati Uniti. Esistono due blocchi.
Da una parte, l’Europa si prodiga per una libertà di espressione che tuteli e trovi un limite; dall’altra la visione U.S.A. molto più tollerante e morbida.
Cioè, per gli States non esisterebbero limiti alla manifestazione di pensiero.
Per esempio, per gli statunitensi non ci sarebbe bisogno di intervenire neanche di fronte alle c.d. Fake News.
Quale delle due soluzioni prevarrà alla fine? Chi avrà la meglio, Europa o Stati Uniti?

Due concetti vanno approfonditi per interpretare il problema:

1) Internet è un sistema di produzione di informazione decentralizzato: tutti sul web possono produrre informazione.
2)Per rendere utilizzabile questa massa di informazioni è essenziale il ruolo di chi ordina questi flussi di notizie (perché qualcuno c’è che lo fa) tramite algoritmi.

Ora, la rete è aperta a tutti, ma pochi sono i soggetti che mettono in ordine queste informazioni. Questo è quello che fa per esempio Google News, il motore di ricerca più affidabile.
In Italia, i giornali sono in crisi e la Rete per i giovani è la principale fonte di informazione.
Già, ma cos’è un “algoritmo”? Semplicemente un numero di operazioni con cui si risolvono alcuni problemi; un insieme di istruzioni: con l’algoritmo le macchine imparano da sole (“machine learning”: “l’apprendimento automatico rappresenta un insieme di metodi sviluppati negli ultimi decenni in varie comunità scientifiche con diversi nomi come statistica computazionale, riconoscimento di pattern, reti neurali artificiali, filtraggio adattivo, teoria dei sistemi …”).
Più dati leggo, più sono in grado di sapere ciò che il consumatore vuole.
Stessa concezione anche con il social dei social, Facebook.
E’ così che vengono calpestati i diritti alla riservatezza, e anche alla dignità umana.
Ma di questa violazione i provider rispondono?
Nella diffamazione attraverso internet, è possibile individuare da dove parte l’offesa, cioè dove si commette la prima azione. Poi il resto è tutto una catena.
La Polizia postale, responsabile di questa materia, tuttavia non compie quasi mai indagini.
E’ ancora un teatro in costruzione, la difesa da nuovi mezzi di diffamazione.
Come controllare allora il mondo dei social media di per sé non controllabile facilmente?
La chat è uno spazio in cui si consumano i reati potenziali.
Il resto del seminario è stato dedicato tutto alla trattazione del Testo Unico dei doveri del giornalista (2016-2017) che – come si legge nella premessa –

nasce dall’esigenza di armonizzare i precedenti documenti deontologici al fine di consentire una maggiore chiarezza di interpretazione e facilitare l’applicazione di tutte le norme, la cui inosservanza può determinare la responsabilità disciplinare dell’iscritto all’Ordine”.

Occorre prima di tutto una tempestiva rettifica di notizie, obbligo non solo per il giornalista, ma anche per l’editore di una testata.
Diritto all’oblio? Parliamone. Quale condotta deve tenere il giornalista in merito?
Fondamentale è il rispetto della identità della persona.
Riferimenti a fatti del passato devono essere effettuati solo se necessari. Occorre poi dare notizia del reinserimento del soggetto nella società; pure una valutazione attenta sull’opportunità di pubblicare una notizia.
Più andando a fondo con questo ragionamento, viene in superficie la questione del trattamento dei dati personali. La riservatezza, per esempio, per i dati che riguardano minori (Carta di Treviso), soggetti deboli, stranieri.
Importantissimo, oltre ai doveri di rettifica delle notizie, il rispetto delle fonti e del segreto professionale.
Siamo nell’ambito di una sfera spesso trasgredita.
Ultime tematiche sono: i doveri in termini di pubblicità e sondaggi, informazione sportiva, e uffici stampa.
Le conclusioni di questo percorso formativo sono volte a scacciare gli spettri del panico di fronte al dilagare di una informazione non garantita.
E’ vero, l’America ha un diverso concetto di libertà, e noi in Europa siamo più per la tutela, la garanzia.
Ma non serve l’eccessiva cautela, la rete non è il far west, anzi, a volte esprime una vigilanza impressionante. Provando a tirare le somme, siamo in una fase cruciale, di passaggio, sappiamo che quello che abbiamo davanti è ancora confuso, oscuro, incerto, ma non per questo dobbiamo privarci della speranza che possa in futuro servire l’ignoto per decodificare presente e passato.
Cliccate su google la parola “coraggio” e imparerete a volare.

:: I blogger se contattati per una recensione a richiesta devono essere pagati?

16 novembre 2017

bny

Si è discusso parecchio in questi giorni sui vari social sulla liceità per un blogger di essere pagato per scrivere recensioni. Chiariamo subito gli influencer sono pagati per scrivere recensioni: hanno tariffari, a volte pubblici, sui loro siti, di norma i più seguiti chiedono dalle 100 Euro in su a seconda del tempo, dell’ impegno, della difficoltà, e della loro autorevolezza e visibilità. Ma i blogger, che non muovono quei numeri di follower, che hanno anche solo un piccolo spazio (magari certo ben frequentato), possono farlo? E soprattutto si può chiedere un compenso per una recensione letteraria? Concordiamo tutti sul fatto che sia una forma di recensione particolare, con competenze specifiche, ben diversa dalla recensione che so di uno spazzolino da denti o di un olio dopo bagno. Con tutto il rispetto per i recensori di questi prodotti, ma insomma ci siamo capiti, le cose sono diverse.

E’ opinione comune che non si fa. Perché? Perché no. Perché chi lo ammette in pubblico rischia la gogna mediatica, come la blogger che nei giorni scorsi ha scritto un post su Facebook (poi cancellato) in cui dichiarava senza mezzi termini che non poteva più permettersi di recensire gratis, che il suo lavoro andava retribuito. Se ne parla qui:  e pure in un vecchio articolo del 2015 qui. Anche su Instagram si è discusso, una blogger si è chiesta perché non è prevista una retribuzione economica da parte delle case editrici, di un rimborso per le spese per viaggi per esempio per le blogger che partecipano o vorrebbero partecipare agli eventi e o una retribuzione economica per le recensioni?

A questo punto infatti è giusto chiederci chi le dovrebbe pagare queste recensioni: l’autore del libro, la casa editrice, l’ agenzia pubblicitaria che fa promozione, il lettore, utente ultimo del servizio? E soprattutto ricevere un compenso inficia la buona fede del blogger, la sua autorevolezza e credibilità, lo spinge a scrivere solo recensioni edulcorate e elogiative? Per alcuni questo è già implicito solo per il ricevimento dell’ oggetto libro. Per la legge del mana, del dono che ti spinge anche inconsciamente ad essere riconoscente verso chi te lo fa. Anche se ogni lavoratore riceve un compenso e non si giudica il suo lavoro perché lo riceve, ma più semplicemente sul fatto che faccia o meno un buon lavoro, ovvero nel nostro caso sarebbe più giusto giudicare un recensione dalla qualità della recensione.

Ogni blogger sa che la stesura di una recensione di un libro richiede tempo. Innanzitutto bisogna leggere il libro per intero (leggerlo davvero, magari anche più volte, prendere appunti, trascrivere frasi, insomma lavorarci su), ci vuole del tempo per documentarsi sull’autore, ce ne vuole per la stesura della recensione, per la sua rilettura in cerca di refusi, errori, imprecisioni, per renderla fluida anche da un punto di vista logico e sintattico, se non estetico. Tempo, tempo, tempo, non sorprendiamoci quindi che molti blogger non leggano davvero i libri, o si limitino a scrivere “che bello” e due righe di trama. La professionalità e la competenza hanno un valore, un professionista raramente spreca tempo a scrivere recensioni se non retribuito. Dunque tutti quelli che scrivono recensioni sui loro blog sono degli incompetenti? Certo che no, c’è tanto volontariato o lavoro sommerso. Gente che percepisce un compenso e non lo dichiara. E non solo monetario, ma anche costituito dai classici capponi di Don Abbondio: inviti a eventi esclusivi, viaggi, vantaggi generici e non specificati. Una fitta rete di relazioni sociali, che sono indispensabili per un blogger.

Noi per ora abbiamo scelto la strada della non retribuzione. Chi vuole può farci piccole donazioni per ricompensare il nostro lavoro. E vi assicuro non lo fanno in tanti, quasi nessuno. Ma il punto è: è giusto lo sfruttamento sistematico dei blogger? Anche se consenzienti. Discutendo con David Frati di Mangialibri che fa in un mese quello che noi facciamo in un anno per intenderci, con 25,000 recensioni all’attivo e una collaborazione con Libreria Universitaria più banner di Google, beh lui con il suo grande numero di lettori al massimo riesce ad arrivare in pari con le spese di gestione del sito. E anche i suoi collaboratori e recensori sono su base volontaria.

Sì per il momento sì – ogni business plan costruito sui guadagni da banner (le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire) su google ads (unica vera fonte di reddito perché basati sul traffico, che grazie a dio c’è) come giustamente invocato qui sopra non riesce a coprire né giustificare la trasformazione da attività che si autofinanzia o poco più a fonte di reddito.

E ribadisce:

le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire, nemmeno a fronte di visite altissime.

Dunque la tentazione per un blogger di autofinanziarsi facendosi pagare per l’unica cosa che davvero gli richiedono e per cui c’è un mercato è tanta. L’ho fatto anche io parecchi anni fa. Perché ho smesso? Perché mi avevano convinto che non era una cosa ben fatta. Perché mi avevano convinto che non si deve percepire compenso per una recensione letteraria, su un blog. Perché mi aspettavo di crescere per poi poterlo fare su giornali e riviste. Ma quel salto, dopo dieci anni, non l’ ho mai compiuto. Purtroppo.

E ora chiedo a voi, cosa ne pensate? Che siate blogger o lettori. Se sapeste che un blogger ha ricevuto un compenso per una recensione, dichiarandola con appositi tag, pagando le ritenute consone, emettendo regolare fattura, la leggereste lo stesso?

:: Liberi di scrivere su Instagram!

15 novembre 2017

instagram-logoGentili lettori siamo appena approdati su Instagram, il social di foto più popolare di questi tempi. Ecco il nostro inidirizzo: https://www.instagram.com/liberidiscrivereblog/. Per ora è divertente, non che sia abilissima a fare foto, ma insomma mi hanno convinto a provare. Pubblicheremo foto di libri principalmente, ma anche di luoghi e di persone. Cercheremo di essere originali, anche se vedo account bellissimi e non so se saremo mai bravi come loro. Sarà una cosa più casereccia, senza tanti filtri. Appena prenderò la mano scriverò piccole storie, non solo tag.  Poi magari il “gioco” mi annoierà, ma intanto vedo quali sono le regole. Di bello è che ho conosciuto tante nuove blogger, trovati tanti libri interesanti, insomma per ora sembra abbastanza promettente e non troppo futile. Intanto voi seguiteci, se vi va.