Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Il confine dell’oblio, Sergej Lebedev, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2018

“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio. Oblio KellerAl centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.

Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.

Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.

 

Mi vivi dentro, Alessandro Milan, Dea Planeta 2018 A cura di Viviana Filippini

24 giugno 2018

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“Mi vivi dentro” di Alessandro Milan, edito da Dea Planeta è un libro potente. “Mi vivi dentro” non è un romanzo, è un pezzo di vita vissuta che Milan mette su carta, raccontando il rapporto con la moglie Francesca Del Rosso, a tutti nota come Wondy, scomparsa a causa di un tumore nel dicembre del 2016. “Mi vivi dentro” è una storia di coraggio perenne, nonostante le storture che il destino ci riserva. È un inno alla vita che agisce contro quel senso di vuoto che ci attanaglia, che ci brucia nel petto e ci consuma, come se ci mancasse un pezzo del corpo, quando muore qualcuno che amiamo o a cui vogliamo bene. “Mi vivi dentro” è un cammino nel quale Milan, pagina dopo pagina, accompagna il lettore tra gli ultimi giorni di vita di Francesca e il viaggio a ritroso nel tempo e nei ricordi della loro storia d’amore. Alessandro Milan parte dal loro incontro alle sei di mattina, in radio, dove loro due, giornalisti spesso assonnati, si davano il turno. Un po’ di fretta, un pizzico si casualità del Fato e Alessandro si ritrovò a casa con il telefono di lei e, Francesca, in redazione con il telefono di lui. Questo piccolo e simpatico equivoco permise ai due colleghi di dare vita ad un’amicizia che, in poco tempo, è diventata una potente storia d’amore. “Mi vivi dentro” è un libro toccante dal quale traspare il profondo amore tra Alessandro e Francesca ma, allo stesso tempo, si sente in modo netto e chiaro il senso di vuoto e di dolore che anima il giornalista. Lui, rimasto vedovo, sta crescendo i due figli (Angelica e Mattia), sta cercando di far capire loro quello che è successo alla madre, una donna che in sei anni ha lottato fino alle fine combattendo come una vera e propria leonessa. Una wonder Woman. Milan però non racconta solo la malattia di Wondy. Tra le pagine ci sono i viaggi, il lavoro in radio e quello di scrittura di libri. Il desiderio di Francesca di aprire una libreria con la sua migliore amica, i figli, un gatto, i bonsai, la simpatica e dolce goffaggine di Alessandro e i piccoli litigi di coppia, velati da ironia e da profonda complicità, a dimostrazione di una relazione solida, purtroppo devastata dalla malattia. Oggi gli occhi azzurri di Francesca non brillano più, ma quella sua luce, la sua voglia di non arrendersi mai e di lottare sempre, sono rimasti nelle persone che l’hanno conosciuta. Francesca/Wondy e la sua vicenda personale sono un canto alla resilienza (ossia a quell’incassare colpi e imprevisti della vita, senza mollare mai) da alimentare ogni singolo giorno. Francesca è stata, ed è ancora oggi, un esempio per molti malati di tumore e questo scritto ne fa memoria facendoci conoscere in modo ancora più dettagliato e intimo la sua persona, il suo agire e pensare. Quello che Alessandro Milan fa è un vero e proprio gesto d’amore che vuole mantenere vivo il ricordo delle moglie, la sua schiettezza e sincerità nel fare e nel dire. In “Mi vivi dentro” Milan parla sì di morte ma, allo stesso tempo, è anche un inno alla vita che spera, che combatte e va avanti. L’o scrittore e i figli hanno perso una moglie, una madre ma è come se Francesca fosse ancora con loro, grazie alle tante persone che li circondano e che ricordano e parlano di Wondy e poi, da non scordare, c’è quella farfalla bianca che spesso volentieri appare nella vita di Alessandro, Angelica e Mattia.

Alessandro Milan (Sesto San Giovanni, 1970) lavora come giornalista da quasi venti anni a Radio24, dove conduce programmi di approfondimento. È presidente dell’associazione “Wondy Sono Io” wondysonoio.org, impegnata nella diffusione della cultura della resilienza.

Source: inviato dall’editore. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio strampa.

 

Veloce la vita, Sylvie Schenk, (Keller editore 2018) A cura di Viviana Filippini

5 giugno 2018

Veloce la vita

Veloce la vita, di Sylvie Schenk è la storia di un’esistenza che scorre rapida come i fotogrammi di un film nelle pagine del libro edito in Italia da Keller. La vicenda prende il via a Lione, nell’immediato dopoguerra, dove sono ancora ben presenti e tangibili i segni del conflitto bellico. Ferite più morali ed emotive, che fisiche. In questo mondo che tenta di rinascere prende il via la storia di Louise, una giovane in arrivo a Lione dopo aver lasciato il suo paesino di residenza sulle Alpi francesi. La ragazza giunge in una dimensione per lei tutta nuova lontana dalla sua famiglia un po’ opprimente e ottusa. Per la protagonista la città è un insieme di luci, movimento, nuove conoscenze divertimento e anche un po’ di insidie.  Un assaggio di forte autonomia e indipendenza che la porteranno a scoprire la vita e anche l’amore. Due sono i poli d’attrazione di Louise: Henri e Johannes. Henri, grazie al suo talento, fa il pianista jazz, però nasconde un dolore profondo che lo tormenta. Il giovane non riesce ad accettare l’uccisione dei genitori. Orfano, vive con la nonna in una vecchia casa dove c’è una grande biblioteca completamente vuota. Tra Louise e Henri non è vero amore, ma amicizia e anche confidenza che portano a galla il passato di dolore del giovanotto. L’intimità tra i due permetterà alla ragazza di scoprire che sono stati i Nazisti a far sparire i libri che un tempo riempivano quella casa. Johannes invece è tedesco e vive momentaneamente in Francia. Louise se ne innamora alla follia. La ragazza è così coinvolta che pur di sposare e stare con l’amato andrà contro la sua famiglia che non vede di buon occhio il suo matrimonio con un giovane straniero, soprattutto tedesco. Lei, testarda e tenace, accetterà di andare a vivere lontano della Francia per sentirsi coronare il suo sogno d’amore ed essere libera di agire. Solo una cosa la assilla Louise, giorno dopo giorno per il resto della sua vita, una frase detta da Henri che evidenzia come le persone della sua nuova famiglia forse non sono così innocenti come sembrano o come vogliono far credere. Parole che per Louise peseranno come un macigno. Nel romanzo della Schenk la storia della vita delle persone comuni come la protagonista e i suoi compagni di avventura si mescola con la Storia dei grandi e drammatici eventi che sconvolsero l’Europa tra il 1940 e il 1945, ponendo attenzione alle conseguenze che essi continuarono ad avere una volta finita la guerra. Nel libro non solo si assiste allo scorrere rapido del vissuto di Louise dall’adolescenza all’età adulta. Dalle pagine di Veloce la vita, a poco a poco, emergono anche le infanzie di Henri e Johannes, esistenze dove non sono mancate povertà, fame, discriminazione, sensi di colpa e lotta per la sopravvivenza. Eventi del passato che agiranno in modo forte sui personaggi e sul loro agire. Sylvie Schenk crea un romanzo dinamico, in movimento, dove i protagonisti attraversano e vivono la Storia. Veloce la vita è la vicenda di una donna che lotta per la sua autonomia e indipendenza in una società postbellica, non del tutto abile e propensa a fare i conti e a convivere con i tremendi spettri del passato. Traduzione dal tedesco Franco Filice.

Sylvie Schenk è nata nel 1944 a Chambéry, in Francia. Ha studiato a Lione e si è trasferita in Germania nel 1966. Ha pubblicato poesie in francese e, dal 1992, ha iniziato a scrivere in tedesco. Vive vicino a Aachen (Aquisgrana) e a La Roche –de-Rame, nelle Alte Alpi francesi. Quando Veloce è la vita è stato pubblicato in Germania nel 2016, i libraio lo hanno scelto come uno dei cinque libri più belli dell’anno.

Source: inviato dall’editore.

:: Come scrivere una mail a un ufficio stampa

26 marzo 2018

bny

Dopo aver parlato di Come ricevere libri dalle case editrici analizziamo più nello specifico come scrivere una mail a un ufficio stampa. Inizio col dire che non ci sono regole fisse, inflessibili, inderogabili, insomma non esiste una perfetta mail standard, sebbene esistano alcuni modelli base, alcune regole più che altro di buon senso, e la solita, indistruttibile educazione, che come tutte le regole del buon vivere civile, ci evita molti guai.

Innanzitutto ognuno ha il suo stile, pensate che noia se tutte le mail fossero uguali, fatte con lo stampino, per cui la creatività non è da sottovalutare. Dedicateci un po’ di tempo, non mandate mail senza cura, con refusi, grammaticalmente scorrette. Certo la fretta può fare brutti scherzi, ma queste mail sono un po’ il vostro biglietto da visita, per cui prestateci attenzione.

Tra le cose da evitare proprio sempre l’arroganza, l’aggressività, la volgarità. Insomma non è detto che diventerete i migliori amici di tutti gli addetti stampa in circolazione, ma anche con quelli con cui c’è meno feeling, si può sempre instaurare un rapporto civile, educato, di pacifica convivenza. Loro fanno il loro lavoro, voi blogger il vostro. Ognuno ha il suo ruolo, ognuno le sue competenze. Se chiedete un libro, un’ informazione su una data di uscita, la possibilità di intervistare un loro autore, fatelo con garbo, e se ricevete un no, non fatene una tragedia. Non iniziate una guerra di rappresaglia, perderete tempo voi e loro. Amen si va avanti, ci saranno altre occasioni.

Non siamo bambini, evitate mille mila mail, sullo stesso argomento se non vi rispondono (finireste nello spam). Evitate di lamentarvi che non vi è stato risposto, che non lo si è fatto velocissimamente, che il libro che tanto volevate non vi è arrivato (per colpa del perfido addetto stampa che vi boicotta). Se c’erano accordi potete certo segnalare che il libro non è arrivato, ma fatto questo finita lì. Amen, si va avanti.

Ricordarsi il nome della persona che contattate è una buona cosa, ehi tu “coso” vi assicuro fa un pessimo effetto.

Siate brevi, specifici, e esatti. Lunghissime mail non vengono lette, e se sono confuse, non sperate che l’addetto stampa si metta lì a cercare di capire cosa avrete mai voluto dire. Non ne ha il tempo. Siate gentili, ma fermi. Se l’addetto stampa lo conoscete, potete usare un tono più amichevole, se è un perfetto estraneo, un tono neutro e educato va più che bene.

Minacce, insulti, “non sa chi sono io”, vanno bene se siete delinquenti intenti nei loro traffici, non blogger alle prese con mail di “lavoro”. Toni lamentosi, imploranti, disperati, anche sono fuori luogo, evitateli, date retta a me.

Mi sembra tutto, le cose più importanti le ho dette. E voi come strutturate una mail diretta a un ufficio stampa? Quali sono le maggiori difficoltà? Premesso che nenache io sono infallibile cercherò di rispondere a tutte le vostre domande.

:: Liberi di scrivere su Instagram!

15 novembre 2017

instagram-logoGentili lettori siamo appena approdati su Instagram, il social di foto più popolare di questi tempi. Ecco il nostro inidirizzo: https://www.instagram.com/liberidiscrivereblog/. Per ora è divertente, non che sia abilissima a fare foto, ma insomma mi hanno convinto a provare. Pubblicheremo foto di libri principalmente, ma anche di luoghi e di persone. Cercheremo di essere originali, anche se vedo account bellissimi e non so se saremo mai bravi come loro. Sarà una cosa più casereccia, senza tanti filtri. Appena prenderò la mano scriverò piccole storie, non solo tag.  Poi magari il “gioco” mi annoierà, ma intanto vedo quali sono le regole. Di bello è che ho conosciuto tante nuove blogger, trovati tanti libri interesanti, insomma per ora sembra abbastanza promettente e non troppo futile. Intanto voi seguiteci, se vi va.

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima seconda)

15 novembre 2017

montaleEcco la seconda parte dell’articolo “Considerazioni sulla poesia” di Savino Carone. Potete leggere la prima parte qui.

Chi oggi si richiama in poesia a metri canonici e schemi di genere lo fa spesso in modo reattivo, in polemica più o meno esplicita contro l’orizzonte discorsivo ristretto e megalomane della lirica moderna, nata appunto per trascendere le regole e gli schemi del passato (salvo elaborarne di nuovi non meno sclerotici: ma questo è un altro discorso). Va inteso in questo quadro, io credo, il ricorso più o meno sottile a modulazioni di tipo narrativo, drammaturgico o saggistico, l’apertura polifonica, la vena didattica e talvolta satirica che è facile rinvenire in tanti libri di poesia italiani degli ultimi anni. Contro il sublime specialismo della lirica moderna, questa poesia ambisce al diritto di poter parlare di tutto, a tutti; ad usare una varietà di voci, punti di vista, categorie interpretative; a toccare e incrociare diversi generi (il romanzo autobiografico e spesso familiare, il reportage, la meditazione, la recitazione). Non solo molti poeti di recente esordio hanno considerato normale collocarsi in questo spazio, sia pure in modi personali e variegati (Tarozzi, Carpi, Donati, Ruffilli, Riccardi, Ballerini; Albinati, Savinio, Bellocchio); anche altri autori provenienti da percorsi in senso stretto lirici hanno aderito, negli ultimi tempi, a questo filone di ricerca, spostandosi in qualche caso dalla poesia breve al poema fluido, e finendo con lo scommettere sulla forza del libro piuttosto che sulla singola composizione. Penso alle ultime cose di Buffoni, Viviani, Tiziano Rossi, Lamarque, De Signoribus, Bacchini, Magrelli; a Bocksten di Pusterla; ad alcuni sviluppi recenti di Patrizia Cavalli. In alcuni di questi autori la dignità comunicativa, la limpidezza e l’onestà intellettuale sono ormai anteposte, almeno apparentemente, all’esigenza di concentrazione e alle accensioni del sublime. Lo scatto verticale e i barlumi tradizionalmente lirici abbandonano i luoghi più in vista e si spostano negli anfratti del poema, nelle pause della narrazione o del monologo.

Ovviamente non si tratta di tentativi inediti. Nella prospettiva della storia letteraria l’attuale apertura polifonica e poematica, la voracità onnicomprensiva, la ricerca su moduli narrativi o teatrali o pop può contare su modelli novecenteschi – così come non è nuovo il tentativo di fiaccare con espedienti antilirici la tenace resistenza del soggettivismo di ascendenza romantica. Basti pensare all’impostazione teatrale della scrittura futurista e crepuscolare, o all’esperienza di alcuni esperimenti neorealisti e più sistematicamente di «Officina», pronta a scommettere sul poemetto civile e su forme oggettive di versificazione. Però anche in questo caso va registrata un’importante differenza di fondo: gli sforzi attuali risultano più legati alla necessità di smobilitare il centro ormai malfamato della lirica e ad innescare una genuina tensione sperimentale. Parlavamo prima di exit strategy: quella che si delinea forse è più una via di fuga che la ricerca politica di una rivoluzione formale (a cui del resto ben pochi autori, giustamente, sembrano disposti a credere). Se i poemetti di «Officina» intendevano soprattutto spiazzare un pubblico abituato al frammentismo ermetizzante, indicando un’alternativa che alludesse a un cambiamento non solo letterario, le poetiche polifoniche attuali cercano piuttosto un punto di incontro, una solidarietà, un assenso del lettore – nel sogno di ricreare una dimensione comunitaria, che restituisca una funzione pratica della poesia. Bisogna del resto riconoscere che le riflessioni e i racconti in versi della Tarozzi, o di Buffoni, per esempio, non sono certo meno belli di quelli di Roversi o di Leonetti, vecchi di cinquant’anni. Né meno belli, né meno esemplari: niente come la fortuna attuale del racconto in versi o del poema inclusivo tradisce le pulsioni antiliriche da cui è scossa oggi la scena italiana, il desiderio diffuso di farla finita con un certo “io” e col suo gergo poetico. “La poesia prova a diventare recitabile e leggibile. L’esperimento è questo”.

Eppure resta attivo, innegabilmente, l’altro polo della dialettica: quello che continua a puntare sulla percezione lirica delle cose e insiste a servirsene per saltare nel buio – sia pure correggendo quegli aspetti del lirismo convenzionale che lo stato attuale di emergenza rende magniloquenti e fuori luogo.

E infatti, nonostante tutto, molti dei migliori poeti italiani contemporanei rimangono autori lirici, nell’accezione moderna del termine: concentrati in modo esclusivo su frammenti anche minimi di un sia pure esemplare materiale autobiografico, attratti da forme brevi e sintetiche, disposti alla confessione, all’esposizione e alla commozione. Il prezzo che pagano per restare sulla scena è sia quel processo di sbiancamento, ammortizzazione o “deflazione dell’io”, che peraltro rappresenta una delle poche costanti davvero significative, uno dei rari tratti unificanti del movimento della poesia degli ultimi trent’anni. Ma in questa area della produzione in versi anche il rapporto cruciale con i metasememi sembra in parte mutato: al posto della metafora simbolista o dell’analogia accecante troviamo volentieri il paragone esplicito o la similitudine (in Fiori, ad esempio, o in Zuccato): contro il gergo dell’oscurità, la ricerca di tropi disponibili all’interpretazione, particolarmente a loro agio nel fondo realistico e spoglio che è spesso caratteristico di questa versificazione. La difficile acrobazia della lirica prova a passare attraverso il progetto o l’illusione di una lingua naturale, lessicalmente e sintatticamente piena, e di un registro e di un paesaggio uniformi, chiari e quotidiani – tutto il contrario dell’eccitazione perenne del discorso promossa di consueto dalla lirica moderna. Eppure il nitore della rappresentazione viene alterato e scosso da sparsi elementi di disturbo: gli incroci dell’astratto col concreto (Anedda), l’uso improprio della deissi (De Angelis), la regressione intermittente del punto di vista (Benedetti), l’allure metafisica degli oggetti (Gezzi), l’impiego radicale dell’impersonalità (Dal Bianco).

Per questi autori, la pronuncia chiara non è che il contenitore confortevole in cui ospitare la sopravvivenza di una logica pur sempre aberrante, assoluta, almeno in parte irrazionale. Le cose sono quelle consuete, ma come ricoperte di uno smalto opalescente, capace di impreziosirle. Mentre i poeti di ambizione inclusiva puntano a un allagamento tematico e retorico del discorso in versi, per molti di questi nuovi lirici si tratta di intensificare il nucleo privato della propria ispirazione, abbandonando tutta la zavorra delle convenzioni formali non necessarie: la gabbia della lingua personale, l’armonia precostituita dello stile, persino il vizio di andare a capo, uno sforzo radicale di comunicazione oltre la forma, di discorso duttile, frontale e senza aloni. Eppure non privo di momenti di intensità, anzi spesso costruito surrettiziamente attorno ad essi.

Al contrario, oggi, più di ieri, mito delle origini e nevrosi non solo si oppongono, ma anche si intrecciano. Dicevamo ricerca di un discorso di grado zero, alleato della prosa. Ma in effetti il ricorso a inserti in prosa nei libri di poesia di questi anni è notoriamente uno dei fenomeni più visibili del nostro campo letterario (un altro, in ambiti diversi, è la ricerca di esecuzioni orali e di happening: ancora una sorta di trasversale exit strategy). Si può dire che tutte le interazioni tra poesia e prosa sono sempre più sollecitate: prosimetro, poema in prosa, poema narrativo, frammento lirico, più quel filone che con Jean-Marie Gleize – esplicitamente citato da alcuni poeti italiani di area sperimentale – possiamo definire “prosa in prosa”. Ci si rivolge alla prosa sia per conservare una dimensione lirica sotto le ceneri del linguaggio ordinario, sia per allargare gli ambiti del verso e respirare in un modo differente. A questa strada, così battuta dalla nuova poesia francese e americana, fanno capo in Italia alcuni poeti di area sperimentale, come quelli legati al GAMMM e all’iniziativa di Prosa in prosa. Ma c’è anche una parte della lirica italiana contemporanea che alterna poesia e prosa per provare a riflettere o ad attraversare la propria materia – per bilanciare, con un discorso ‘orizzontale’, il vecchio vizio di andare a capo. E’uno dei modi in cui la prosa ritorna nel lavoro di poeti nettamente lirici come Antonella Anedda, Stefano Dal Bianco, Mario Benedetti, Guido Mazzoni e per ancora citarmi, “Arbor mirabulis” edito nel 2014 per i tipi di “Rupe Mutevole Editore. Ancora fedeli a un invisibile mito delle origini, quando investono sulla prosa e sulla forza intellettuale; sulla oggettività, sulla nudità della poesia. Anche loro spaventati dalla fine, o coscienti che la commistione con la prosa riproduce un meltinsound che se pure esemplare e funzionale allo svolgersi tematico rinuncia, per certi versi, alle possenti radici che tengono ancorata la poesia al suo cenotafio.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.

:: Come ricevere libri dalle case editrici

8 novembre 2017

bny

Scrivo questo post perchè spesso colleghe blogger più giovani mi chiedono come si faccia ad ottenere libri dalle case editrici. Credo sia un tema molto caldo anche se esiste un dibattito a monte sul fatto che alcuni credono sia lecito chiederli altri per motivi perlopiù di indipendenza, no. Naturalmente io ritengo che ricevere una copia di un libro non comporti nessuna onta, nè costringa a scrivere recensioni “sdraiate” per ringraziare dell’ omaggio. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto sfatiamo una leggenda metropolitana molto diffusa non esistono case editrici che regalano libri perlomeno ai blogger. Sono aziende, devono non andare in perdita e se possibile avere dei ricavi, anche se sono aziende culturali, con tutte le peculiarità del caso. Possono fare iniziative a scopo pubblicitario mettendo in palio dei libri che possono vincere i lettori, senza obblighi particolari, ma sono appunto iniziative pubblicitarie saltuarie e non continuative. Giochi a premio. Giveaway ne fanno pure i blogger per i loro lettori.
I blogger letterari che ricevono libri dalle case editrici siano digitali (ormai prevalentemente sono digitali, anzi gli odiati pdf) o cartacei svolgono un servizio nei loro blog, restituiscono pubblicità, parlando di un determinato libro, recensendolo, intervistando gli autori. Dunque apro “un blog quindi ricevo tanti e tanti libri gratis” è un ragionamento che è meglio dimenticare. C’è tanto lavoro dietro all’ immagine del blogger sorridente che riceve una copia di un libro da una Casa editrice.
Chiarito questo passiamo al passo successivo. Sempre relativamente alla mia esperienza posso darvi dei consigli che saranno a voi utili, ed è questo che voglio fare. Ricevere libri è piacevole, suona il postino e vedere la busta gialla per un blogger letterario è sempre fonte di gioia. Noi book blogger siamo gente strana, i libri sono davvero la nostra droga.
Ma c’è un ma. Serve professionalità. Ricevere una copia non compra il nostro giudizio, non significa automaticamente che il libro che leggeremo sarà bello e interessante, può non piacerci, e le Case editrici serie lo tengono in conto e non istaurano politiche di rappresaglia se mai scrivete che il tal libro non è proprio fantastico, è un po’ noioso, ha difetti o non ne scrivete affatto.
Bene direte voi, e adesso, come faccio a ricevere libri? Non è facile, il meccanismo non è chiedo e ricevo, non è un diritto, non funziona così. Non è un diritto neanche per la casa editrice ricevere una recensione, perlomeno se non c’è una vera retribuzione alle spalle. Gli editori lo sanno, voi soprattutto lo dovete sapere. Ma questo non deve trasformare la ricerca libri in un assalto alla diligenza.
Per prima cosa è necessaria una lunga e seria gavetta. Le blogger che hanno un blog da uno due tre mesi, pubblicano saltuariamente articoli, non hanno nessuna preparazione alle spalle difficilmente ricevono libri dalle CE. Quindi studiate, recensite, fatevi conoscere prima. Ho recensito per anni libri di piccoli se non piccolissimi editori, o mandati da autori prevalentemente esordienti. Oggi i tempi si sono velocizzati, ma tenete in conto che il periodo di gavetta va sempre preventivato. Almeno se volete fare le cose seriamente.
Poi si passa alla ricerca degli indirizzi email degli addetti stampa. E buona cosa rivolgersi a loro, o eventualmente all’addetto stampa preposto al rapporto coi blogger. Consultate i siti online degli editori e cercate la pagina contatti. Se non trovate indirizzi specifici mandate magari una mail per esempio alle info @ tal dei tali. Se sono interessati vi rimbalzeranno all’addetto incaricato. E di norma sono interessati, è pubblicità gratuita, se accettate pdf avrete il 90% di probabilità di ottenere in lettura i libri che chiedete. (Sempre che il vostro blog non abbia aperto ieri).
Io sconsiglio dal mandare richieste a tappeto, selezionate le Ce che volete contattare, spulciate il loro catalogo, e scegliete i primi libri che volete richiedere. Non dieci per volta. Uno o due basteranno.
Alle blogger piace leggere e scrivere, se non fosse così farebbero altro, ma devono difendere il loro tempo e dare la priorità alle collaborazioni retribuite. Recensire libri è per la maggior parte delle blogger poco più che un hobby ricordatevelo sempre. Un hobby che può portarvi tante soddisfazioni, ma quasi mai monetarie, almeno nella mia esperienza. A questo proposito vi rimando al post I blogger se contattati per una recensione a richiesta devono essere pagati? Anche se naturalmente c’è sempre la possibilità che vi assuma un giornale o una rivista, e allora sì sarete pagati per recensire libri.
Chiarito questo ancora uno o due consigli che vi potranno essere preziosi, ricordatevi che gli addetti stampa sono esseri umani, come voi, un giorno possono avere il mal di testa e trattarvi meno gentilmente del solito, o non rispondervi, o gli potete essere cordialmente antipatici. Mettete tutto in conto, e ricordatevi che l’educazione può fare miracoli in certi casi.
Concludo col dire che il comportamento scorretto di uno danneggia tutti, quindi siate responsabili. Date della vostra categoria una buona immagine, difendetevi tra voi, fate squadra. Non vi boicottate. Non parlate male di altre blogger con gli addetti stampa, soprattutto. Le cose si vengono sempre a sapere e vi farete il vuoto intorno, o perlomeno la fama di blogger pestine su cui non fare affidamento. Un buon karma vi aiuterà ad avere una lunga carriera felice. Buona vita a tutti!

Siete d’accordo? Avete altri consigli? Partecipate con la vostra personale esperienza nei commenti.

Forse può interessarti: Come diventare un recensore di libri, (retribuito)

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima parte)

6 novembre 2017
montale

Eugenio Montale

Posta di fronte alla svolta degli anni, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione Strutturalista e post-romantica.

Naturale quindi che a un primo livello questo ricorso a una idea sorgiva, innocente e metastorica di poesia, questo mito delle origini, abbia prodotto (specialmente alla fine degli anni Settanta) formule espressive volutamente semplici, dirette, elementari, assestate sul linguaggio parlato e su uno stile volutamente al risparmio. Pochi tropi, sintassi facile, lessico vicino allo standard, metricità debole (la poesia selvaggia, ma in fondo anche l’esperienza apparentemente diversa di «Scarto minimo», e la scuola romana che riscopre Sandro Penna). In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza).

Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) di quegli anni.

La seconda, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto.

Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. Il mito delle origini rimuove la crisi; la nevrosi della fine “parla con la crisi, servendosene”. Qui non si cerca o non si finge l’immediatezza, il recupero del sacro, al contrario, si valorizza con intenti di straniamento la mediazione culturale, la citazione e il montaggio, il distacco laico, l’artificio. Si esalta ad esempio il lato artigianale della versificazione, aumentando il tasso figurale; si valorizza specialmente l’esercizio metrico e retorico (in qualche caso, la grana dialettale della lingua). Le regole stesse dell’andare a capo sono desunte dalla tradizione letteraria, anche premoderna – ma con effetto paradossalmente postmoderno. E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa.

Se il mito delle origini prevede un risparmio semiotico, ma non emotivo, la nevrosi della fine fa incetta di segni, ma emotivamente rimane sulle sue. Allude invece a un significato ironico, in senso romantico: Paesaggio con serpente e Composita solvantur di Franco Fortini rappresentano probabilmente i capolavori di questa posizione, che complessivamente ha prodotto versi inclini alla cupezza più che al gioco letterario; le sue ambizioni sono state meno decorative che parodiche. Come il recupero dei vincoli tradizionali non ostacola ma anzi consente la loro violazione, così la chiusura e lo splendore della forma ritrovata si accompagna volentieri a referenti bassi e a significati polemici. Nella nevrosi della fine antipoesia e poesia al quadrato si trovano spesso mescolate insieme – ma quello che negli anziani è stato soprattutto manierismo, e quindi adesione oltraggiosa al passato, nei giovani si è tinto di distanza: la componente più esplicitamente adorniana di questo “ritorno alle forme” coltiva una matrice anti-edipica, in senso deleuziano. Ripulsa dei padri e diffidenza verso la letteratura come istituzione sembrano psicologicamente alla base di molta poesia nata culturalmente dopo. La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

Vediamo all’opera da un lato uno sforzo di limatura delle parti consunte del gergo della lirica moderna – una ricerca di ‘poesia senza letteratura’, e quasi senza stile, che rinvia indirettamente a un indicibile mito delle origini. Dall’altro si profila un ritrovato interesse per i ferri del mestiere, le marche letterarie di generi non poetici e non monologici, che fa pensare alla nevrosi della fine – soprattutto se si considera che il movimento centrale della lirica moderna è stato spesso centrifugo rispetto all’idea della poesia come genere (e del ritmo come metro tradizionale). Il fatto nuovo è che mito delle origini e nevrosi della fine sembrano oggi incontrarsi in un punto decisivo: il tentato recupero di meccanismi di comunicazione e di interazione chiara con il pubblico – al riparo dal gergo opacizzato della tradizione moderna, in un guscio di leggibilità che legittimi l’esistenza di chi sa o sente di scrivere in assenza di mandato. E’il segno che l’usura del linguaggio poetico, la perdita del mandato sociale del poeta, la crisi di visibilità della comunicazione in versi si sono, negli ultimi dieci anni, ulteriormente aggravati.

Io sono veramente preoccupato che non parliamo la stessa lingua”, scrive Dal Bianco in Ritorno a Planaval, “ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa (…). Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando”.

Segue nei prossimi giorni la seconda parte.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.

Me Too

18 ottobre 2017

ilgiornodeglizombi

Ci ho pensato a lungo prima di scrivere il post che state leggendo (post su cui, mi spiace, non potrete commentare) e neanche volevo scriverlo. Ma poi mi sono detta che questo blog non avrebbe senso di esistere, se ogni tanto non comparissero sulle sue pagine articoli di questo tenore. Un blog, gestito da una donna, che parla di cinema non può far finta di niente davanti a quello che sta accadendo nelle ultime settimane in quel di Hollywood, non può semplicemente mettere la faccenda in un angolino e continuare a parlare di motoseghe e fantasmi.
I fatti li conoscete tutti, non è il caso di rivangarli, non è il caso di ripercorrere la triste sequenza di accuse piovute addosso a una delle figure più potenti del cinema americano, accuse che (ribadiamolo, non si sa mai), il suddetto potentissimo uomo non ha mai negato, accuse che sono arrivate alla spicciolata…

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:: Salute e benessere: come dimagrire in sicurezza e non solo – alcuni libri e consigli sull’argomento

18 ottobre 2017

Scrivo questo post perchè è un tema che mi tocca da vicino: ho rischiato di diventare obesa. Lo so è un problema diffuso delle società ricche occidentali, legato all’ alimentazione (pesticidi e conservanti e soprattutto diete sregolate giocano un ruolo fondamentale), alla vita sedentaria e alla mancanza di informazioni serie e responsabili. Ho raggiunto gli 80 Kg, per chi è alta come me circa 1,63 significa percorrere una strada pericolosa per la salute e il benessere generale.

Ho deciso perciò di informarmi.

Ci sono tanti ciarlatani in giro, che vendono pozioni miracolose, o danno consigli folli, per cui la prima cosa (come diceva un mio professore all’università) è comparare le fonti. Se una cosa viene detta e ripetuta da più specialisti è probabile che sia vera.

Quindi il primo consiglio che vi do è leggere e informarvi. Leggere libri, riviste, ascoltare programmi radio e televisivi tenuti da persone serie che mettono in gioco la loro credibilità, con anni di esperienza alle spalle.

Io ho iniziato a dimagrire camminando. La camminata veloce per circa 7 o 8 km al giorno (anche in salita) ha iniziato a mettere in moto il mio metabolismo. Camminare fa bene, si può dire è stata la mia salvezza. Fa bene all’umore, al fisico, e alla bilancia. Ho rafforzato i muscoli e bruciato il grasso. Anche una dieta su misura aiuta, e potenzia l’esercizio fisico.

Premesso che niente sostituisce una visita dietologica (un medico serio che valuta il vostro caso e vi dà una dieta personalizzata) leggere libri vi aiuta a prendere coscienza del problema e a decidere di fare qualcosa.

Ho scoperto la collana Sonzogno dedicata al Benessere e alla Salute, curata dal dott. Paolo Perucci, e vi elenco alcuni libri che potrete trovare interessante leggere:

paleo dieta su misuraRobb Wolf

LA  PALEO DIETA SU MISURA
perdi peso e trova la salute con i cibi adatti a te

Edizione italiana a cura di Paolo Perucci

Non riuscite a perdere peso? Non è colpa vostra. I più recenti studi mostrano che ogni organismo è predisposto, ciascuno a modo suo, a mangiare troppo, fare poco movimento e dunque a ingrassare, nuocendo alla propria salute. Ciò vuol dire che non esiste una “dieta ideale” valida per tutti, dal momento che ognuno reagisce in modo differente agli stessi cibi. Il segreto allora è riprogrammare il cervello, stabilendo innanzitutto qual è il vostro profilo e quale dunque l’equilibrio ottimale di sostanze che può migliorare il metabolismo: non tutti, per esempio, tollerano gli stessi tipi e la stessa quantità di carboidrati.

la paleo dietaDello stesso autore:

LA PALEO DIETA 

Lo stile alimentare che ha tenuto in forma l’uomo per due milioni di anni

I principi della paleo dieta si basano sull’alimentazione delle origini, fondendo le abitudini alimentari degli uomini del Paleolitico con le più recenti scoperte della genetica, della biochimica e dell’immunologia. Il risultato è una dieta che non solo aiuta a perdere peso, ma fa sentire più in forma e dinamici, riducendo il rischio di malattie legate a un’alimentazione sbagliata e innaturale. Non il solito manuale per dimagrire, ma un libro utile che insegna a stare bene e fare attenzione alla qualità del cibo.

contro lo zuccheroGary Taubes

Contro lo zucchero

Processo al peggior nemico della salute
(e della linea)

Negli Stati Uniti e in altri paesi, compreso il nostro, l’obesità è un problema molto comune. Il diabete, inoltre, è più diffuso che mai. Nel mondo industrializzato, queste e altre patologie a esse correlate – come per esempio l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e i tumori – affliggono la nostra salute alla stregua di vere e proprie epidemie. Eppure gli stili di vita stanno cambiando: la lotta al sovrappeso è all’ordine del giorno e l’imperativo “mangia di meno e muoviti di più” sembra avere attecchito presso gran parte della popolazione.

il mito vegetarianoLierre Keith

Il mito vegetariano

Cibo, giustizia, sostenibilità: non bastano le buone intenzioni

«Non è stato un libro facile da scrivere, e per molti non sarà facile da leggere. Sono stata vegana per quasi vent’anni, animata da ragioni nobili e dal desiderio di salvare il pianeta, la sua natura selvaggia, le specie in via d’estinzione, e di non partecipare all’orrore degli allevamenti intensivi. Non volevo che mangiare significasse uccidere animali. Insomma, sono stata anch’io vittima del mito vegetariano e dei suoi molti malintesi.

perchè si diventa grassiGary Taubes

Perché si diventa grassi
(e come fare per evitarlo)

Perché alcuni sono magri e altri grassi? Che ruolo hanno genetica ed esercizio fisico sul nostro peso? Quali cibi mangiare e quali evitare? Perché le diete ipocaloriche sono inutili? La dieta sana è una sola, come mostra questa indagine accurata che ha rivoluzionato la scienza e la storia dell’alimentazione. Per decenni ci hanno insegnato che il peso forma si raggiunge mangiando poco e facendo molto esercizio fisico. Eppure, il numero degli obesi e dei diabetici non fa che aumentare.

Paolo Perucci (Roma, 1952) è medico. Tra i primi in Italia a intuire le potenzialità del metodo Zona, ne è convinto promotore fin dal 1999. È stato tra i primi al mondo a conseguire il titolo di Zone Certified Instructor (San Diego 2000) e poi, dal Dottor Sears, quello di Research Institute Certified Health Care Practitioner (Boston 2001). È l’ideatore, il curatore e il moderatore dei Forum del primo frequentatissimo sito italiano sulla ZONA, lazona.it, che, con oltre 50.000 visite mensili, costituisce da tempo un punto di riferimento per i cultori del metodo.
Autore di La Zona facile (2002), e della versione aggiornata La nuova Zona facile (2004), primo e unico manuale teorico-pratico scritto da un medico italiano che preveda un supporto online. Lavora a Brescia. Il suo sito è drperucci.it.

:: Una candela nelle tenebre – Tutti i perché della scienza – Curiosità e misteri del mondo intorno a noi di Jay Ingram (Edizioni Dedalo 2017) a cura di Davide Mana

11 ottobre 2017

tutti i perchéSi discute spesso – o forse si discuteva spesso – di analfabetismo scientifico, un problema grave in un paese che legge poco come il nostro, e nel quale la cultura scientifica è stata troppo a lungo considerata “di serie B”.

Inutile qui andare a a cercare le radici del problema – meglio, molto meglio concentrarsi sulle possibili soluzioni. E la principale risposta all’analfabetismo scientifico è la divulgazione.

Ed è sorprendente come anche la divulgazione scientifica venga spesso guardata con una certa aria di superiorità  – non è “vera letteratura”, non è “vera scienza”, o così per lo meno dicono quelli che la sanno lunga.
Si tratta di sciocchezze.

E se la qualità  letteraria della divulgazione può essere discutibile – e tuttavia, Carl Sagan o Stephen Jay Gould furono grandi scrittori, e non solo grandi divulgatori – di sicuro la qualità dei contenuti, per la divulgazione, è l’elemento chiave.
Qualità di contenuti e felicità di presentazione caratterizzano l’ingannevolmente “facile” “Tutti i perché della scienza“, di Jay Ingram, pubblicato da Dedalo nella traduzione di Federica Lapenna.

Ingram, scrittore e giornalista con una bella infilata di titoli accademici (è microbiologo), è uno dei redattori di Discovery Channel Canada, e applica al suo saggio del 2016 lo stile di comunicazione tipico del giornalismo scientifico televisivo: i capitoli del libro sono brevi, chiari, e ricchi di informazioni, di spunti, di idee. Le illustrazioni, solo apparentemente “ingenue” completano e arricchiscono l’esposizione.
Sezioni differenti del volume vengono dedicate al mondo animale, al corpo umano, al cosmo.

In ciascuna sezione, i singoli capitoli si concentrano su domande apparentemente banali – è davvero il cane il miglior amico dell’uomo? Perché ci mettiamo a piangere quando tagliamo le cipolle? Che fine hanno fatto gli uomini di Neanderthal? Perché quando è bassa sull’orizzonte la luna sembra più grande?

Ma la vera meraviglia del saggio di Ingram risiede nella capacità  di risultare interessante -e accessibile – ad uno spettro molto ampio di età . Si tratta certamente del libro da regalare a un ragazzo o una ragazza che frequentino le medie, ma è comunque divertente e ricco di sorprese anche per un lettore adulto e curioso.
In questo, Ingram riesce ad andare oltre la dicotomia fra “divulgazione per ragazzi” e “divulgazione per adulti”, presentando un libro adatto a qualsiasi tipo di lettore.

La divulgazione scientifica deve per sua natura soddisfare due necessità: da una parte deve trasmettere informazioni e concetti, che possano andare ad arricchire la cultura del lettore, ma dall’altra deve stimolare la curiosità  del lettore, spingerlo a cercare ancora, a voler sapere di più.
In questo, “Tutti i perchè della scienza” funziona perfettamente, ed è un testo vivamente consigliato, per giovani e meno giovani.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Micaela Ranieri dell’ Ufficio stampa.

:: Un bilancio di questo settembre 2017

29 settembre 2017

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Dunque vediamo, è l’ultimo venerdì del mese di settembre tempo di bilanci. Più per me che per voi :). La ripresa è stata felice, dopo la pausa di agosto, io da parte mia ho lavorato parecchio al blog questo mese, spero si sia notato e che voi lettori abbiate gradito i post proposti.

Abbiamo scelto insieme il libro per il gruppo di lettura di ottobre, iniziato nuove collaborazione addirittura con un’ azienda di tè, proposto ogni venerdì un racconto, abbiamo fatto un giveway di libri per bambini e partecipato a un contest dedicato a Stephen King.

Ma vediamo un po’ di dati, il giorno più popolare è stato giovedì, l’ ora le 13,00. Le categorie più visitate nell’ ordine: recensioni, risorse e strumenti per blogger e guest post. L’ultima nostra follower è Charlotte. Abbiamo raggiunto e superato le 10, 000 visualizzazioni. Pubblicato 55 articoli.  Le nostre visite arrivano nell’ ordine maggiormente da Italia, Stati Uniti e Regno unito. “Liberi di scrivere” è la parola chiave più usata.

Tra i progetti aprire finalmente la newsletter, prepararci ai festeggiamenti per il 10° anno a novembre. Leggere, scrivere nuove recensioni, pensare a nuove interviste. Insomma il futuro è tutto da progettare. Arrivederci a ottobre!