Archive for the ‘Riflessioni’ Category

:: Salviamo il pianeta: alcuni libri da leggere per accrescere il nostro spirito green

27 settembre 2019

ambiente

Il tempo è scaduto, o prendiamo coscienza che stiamo giungendo a un punto di non ritorno, o sarà troppo tardi per tutti, specialmente per le generazioni future.
Ormai possedere uno spirito green, una visione più attenta ai problemi legati all’ambiente, dall’inquinamento allo spreco energetico, non è più una posa o una moda, è un’esigenza vitale, legata anche alle scelte di tutti i giorni, scelte personali che compiamo si può dire da quando ci alziamo dal letto la mattina.
La società dei consumi ha generato effetti collaterali che si può dire ormai sono senza controllo. Cosa possiamo fare noi? Anche se indubbio che le scelte maggiori, quelle capaci davvero di cambiare le cose, le devono compiere i grandi del pianeta, noi possiamo informarci, leggere, conoscere quali sono le problematiche in atto e quali i rimedi. Dopo tutto la società dei consumi fa dei consumatori degli attori primari in questo cambiamento, che diciamolo ormai è in atto e irreversibile.
Molti hanno paura che compiendo delle scelte ecologicamente sostenibili si vada in contro a un regresso, del nostro tenore di vita, delle nostre abitudini, e questo li porta a negare il fenomeno e accusare di catastrofismo chi cerca di esporre i suoi dubbi. Ma gente i ghiacciai si stanno sciogliendo, i mari soffocano per la plastica, la temperatura del pianeta si sta alzando. Le emissioni fuori controllo di CO2 non sono un’invenzione di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che sembra aver destato la coscienza di tutti i giovani del pianeta e forse di qualche adulto.
Che libri leggere dunque? Inizierei con La nostra casa è in fiamme e Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza entrambi di Greta Thunberg ed editi da Mondadori, poi Salviamo il mondo Manifesto per una rivoluzione verde del Dalai Lama di Garzanti. Poi Prepariamoci di Luca Mercalli, per Chiarelettere. Inoltre Possiamo salvare il mondo, prima di cena di Jonathan Safran Foer. C’è anche di Filippo Solibello, STOP Plastica a mare. Di Nathaniel Rich c’è Perdere la Terra e infine di Jeremy Rifkin, Un Green New Deal globale.
Ma di libri sul tema ce ne sono davvero molti altri, dai più scientifici ai meno, basta che fate una rapida ricerca su Google, considerando che forse un uso più etico e controllato (magari solo alcune ore al giorno) della tecnologia, TV, Computer, Smartphone, forse costituisce già un primo passo nella giusta direzione.
Lo dico a voi ma lo dico anche a me. Non spostiamo questa rivoluzione ecologica domani ma iniziamo a farla oggi. Ora spengo tutto, e vado a fare una passeggiata ecologica, prima che piova.

:: Happy 1st September

1 settembre 2019

fgt

Ben tornati cari lettori, Liberi torna da domani con energie rinnovate e tanti progetti, alcuni anche molto impegnativi, se ci seguirete li scoprirete. Avete fatto buone vacanze? passato un agosto riposante e divertente? Che libri avete letto? sono molto curiosa. comunque noi ci rivediamo domani! Buon tutto!

:: Vuoi diventare critico letterario di Repubblica?

29 agosto 2019

wimbledon

Non siamo ancora tornati dalle vacanze estive, e subito ci accoglie una notizia che ha creato grande fermento nelle patrie lettere: un annuncio su Repubblica che cerca voi, proprio voi amanti della lettura, e del recensire amatoriale.
Provocazione? Boutade? In realtà l’indirizzo mail a cui inviare la candidatura sembra non funzioni, (non ho ancora provato, mi affido al sentito dire) e di notizie non ne trapelano molte, per cui è possibile protendere anche per questa ipotesi.
La critica amatoriale sembra fiorente, tutti amano dare opinioni più o meno illuminate, competenti, appassionate su tutto. Non solo sui libri, e il quotidiano Repubblica sembra volere cavalcare l’onda, attirandosi strali anche molto vivaci.
Se su Amazon si può recensire impunemente, come su Anobii, Goodreads, o sul proprio blog, farlo su Repubblica con la qualifica altisonante di critico letterario (dai un po’ di ironia c’è, ammettiamolo) sembra un crimine di lesa maestà.
O meglio la questione che si pone è un’altra: Repubblica è un giornale con un costo, per cui è un’attività che implica che qualcuno ci guadagni, a differenza che so di un blog come il nostro che se anche sono previste entrate è giusto per amore del paradosso, e non si riesce manco a bilanciare le spese, per cui l’amatorialità è il punto di forza. Oltre a qualche libro ottenuto da CE o autori, naturalmente.
Ma siamo seri, Repubblica ha anche solo in programma di mandare libri ai novelli critici letterari? Non dico una retribuzione che mi sembra impensabile anche solo per la difficoltà di collocazione in una figura professionale certa.
Cioè intendiamoci magari diventare critico letterario di Repubblica è un posto ambito, magari è l’occasione che molti aspettavano per scrivere sulla carta stampata. Chi sono io per frustrare i sogni della gente? Chi siete voi per cassare l’iniziativa sul sorgere senza conoscere neanche bene gli sviluppi? A parte questo il giudizio popolare, specchio delle società democratiche, implica il fatto che tutti possono dire la loro.
Ma interesserà davvero ai lettori di Repubblica leggere cosa ne pensa di un determinato libro lo studente fuori corso di Sassari? Il dermatologo di Piacenza? La parrucchiera di Monza?
Dico così perché evidentemente è gente che ha un lavoro altro per pagare le spese, e farebbe questa attività come hobby. Cioè cassare del tutto l’iniziativa mi sembra un po’ snobistico, cioè non è detto che qualcuno che anche faccia un altro lavoro non debba amare la lettura e non abbia talento per analizzare un libro in modo diverso, spiritoso, non condizionato da ottiche di scuderia o scambio di favori (tutto quel magma oscuro che sembra inficiare il lavoro di molta critica letteraria diciamo “competente”).
Il critico letterario amatoriale dovrebbe essere candido come la neve, avere buone competenze dialettiche, argomentative e grammaticali, molto tempo a disposizione, abbastanza soldi da compare i libri, e un carattere di ferro a sopportare gli strali che otterrà associando il suo nome a questo genere di iniziativa.
Ehi tu sei quello che millanta di essere un critico letterario su Repubblica? E non lo pagano manco! Ecco cose del genere per capirci. Detto questo stiamo a vedere nei prossimi giorni. Io una opportunità la darei a chiunque, e puta caso questo fosse l’occasione della vita per qualcuno?
Lascio a voi riflettere su questo, e anzi se avete qualcosa da dire scrivetelo pure nei commenti. Voglio iniziare questo settembre con un po’ di movimento. Considerate solo che gli insulti saranno banditi. Baci e abbracci sparsi, cari lettori sono felice che ci siate e partecipiate con me a queste simpatiche discussioni.

Aggiornamento 31 Agosto:

Allora sembra che l’iniziativa sia diventata un torneo letterario in cui vogliono mettere in gara i libri e farli recensire dai lettori, con un vincitore finale (devo capire ancora bene se è il libro o chi lo recensisce) appena ne so di più vi dico. Stasera provo a mandare una mail anche io. A questo punto la situazione si fa complicata ma vi prometto ne verremo a capo.

Aggiornamento 6 Settembre:

Per chi ha mandato messaggio alla mail wimbledon@repubblica.it: risponderanno presto con nuove istruzioni. Appena lo fanno vi aggiorno.

Aggiornamento 17 settembre:

Niente da Repubblica nessuna nuova, voci di corridoio dicono che non se ne farà più niente, ma qualche comunicazione ufficiale la faranno pure. Non ci resta che aspettare, ancora.

Aggiornamento 18 settembre:

Sembra che si faccia ancora 11h fa su Twitter Repubblica ha rinnovato l’invito a partecipare. Avviso (e invito) rivolto a chi ama leggere. Vogliono fare un gioco: mettere in gara i libri e farli recensire direttamente dai lettori. Chi vincerà? Messaggio sempre criptico, ma almeno è qualcosa, il gioco continua. Da capire se il torneo lo vincono i libri o i lettori-recensori.

:: 700 mila visualizzazioni!

12 dicembre 2018

cake

Abbiamo raggiunto oggi le 700 mila visualizzazioni! Nella lunga strada verso il milione che chissà quando raggingeremo. Comunque oggi è un giorno di festa, abbiamo comprato qui i biscotti a forma di alberello, stellina, angioletto e apriremo una bottiglia di spumante. Va be’ che di ragioni vere per festeggiare ce ne sono poche, ma intanto meglio accontentarsi dei piccoli piaceri che la vita ci dispensa. Allora tanti auguri a noi!

:: Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere!

26 novembre 2018

I libri più venduti

Ripeto, grazie! Grazie a tutti quelli che in questi anni dal 2010 ad oggi novembre 2018 hanno comprato i loro libri dai nostri link di affiliazione.

Pressapoco il 15 novembre, anche se me ne sono accorta solo oggi, abbiamo raggiunto per la prima volta la fatidica soglia che permette l’invio delle commissioni di affiliazione con Libreria Universitaria con l’acquisto da parte di un lettore di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, un libro bellissimo, tra l’altro.

Somma risibile, ma per me importante, un piccolo traguardo. Ci pagheremo l’affitto su WordPress ad agosto per il prossimo anno.

Lo so ci sono blog più “ricchi” di noi, molte volte mi sento anche io di fare festa coi fichi secchi, come diceva mio nonno, ad indicare quando si fa festa con pochi mezzi, ma volete la soddisfazione, io mi sento ricca già per aver potuto condurre questo blog per così tanti anni.

Scrissi un articolo, tempo fa, Non comprano, non comprano: i lettori non comprano libri dai link di affiliazione in parte mi devo ricredere, qualcuno lo fa, e quando lo fa è davvero festa. Mi piace pensare poi che è stato fatto volontariamente, proprio con l’intento di aiutarci, e questo mi rende doppiamente felice.

Dunque, grazie. Ho esitato a scrivere questo post, poi ho deciso che era giusto farvi partecipi dei nostri piccoli e grandi successi. Martedì 27 è il compleanno del blog. Una coincidenza? Io non credo. Festeggeremo sapendo di essere apprezzati, ed è un bel modo di festeggiare.

:: La diffusione dei social network sta omologando il nostro modo di scrivere?

19 ottobre 2018

bny

Omologazione: Processo culturale per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti.

Scriviamo, scriviamo tanto, ma scriviamo male, sempre più male. Errori grammaticali, refusi, mancanza di concordanza tra verbo e soggetto, tempi dei verbi ballerini. Non perché non si conosca le regole del gioco, ma per la fretta, la disattenzione, la pigrizia.
Non solo la gente comune, ma anche gli scrittori, i giornalisti, gli addetti ai lavori. Tutti. Ne discutevamo con una psicologa che si occupa di tematiche legate al lavoro, e si evidenziava questa decadenza culturale, inarrestabile.
Tutta colpa dei Social Network? I grandi imputati.
Bella domanda, che meriterebbe una seria riflessione.
Innanzi tutto c’è la fretta.
Sui social si scrive in modo sempre più veloce. Si deve rispondere in tempo reale nelle discussioni e questo pregiudica poi successivamente il nostro modo di scrivere anche quando siamo soli, a tu per tu con il foglio bianco.
Alcuni agenti infatti addirittura vietano ai loro scrittori di stare sui social, un po’ perché c’è il rischio di incamminarsi in polemiche sterili, di perdere tempo, ma anche perché la scrittura ne risente. E significativamente.
Ci stiamo tutti omologando, conformando a schemi fissi di pensiero? Utilizziamo tutti le stesse parole? Pensiamo tutti le stesse cose? Parliamo delle stesse cose a flussi regolari, fissi?
Anche questo è vero e non si discosta troppo da quello che denuncia Paolo Sordi ne La macchina dello storytelling Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media, agile volumetto edito da Bordeaux Edizioni, che se non avete letto vi consiglio di recuperare.
L’allarme non è ancora generalizzato, ma percepito soprattutto nella scuola, dagli insegnanti che si trovano classi sempre più ingestibili. Un professore di lettere in una scuola superiore mi diceva che si è arreso. Scrivano come vogliono, tanto sui social nessuno se ne accorge degli errori.
Ma come diceva James Lee Burke, si scrive male, perché si pensa male. La scrittura non è che un accidente, un tratto successivo.
Quindi che fare? Ci sono dei rimedi? Sicuramente limitare i social, e darsi più tempo quando si scrive su di essi, non farsi coinvolgere in dibattiti vorticosi che necessitano di un botta e risposta quasi ossessivo. Meditare su quello che si scrive, rileggerlo, correggerlo. Anche io non sono immune da tutto questo, perché non lo faccio. Finisco di scrivere una cosa e penso subito ad altro. E non bisognerebbe, bisognerebbe respirare e concedersi il lusso di non farsi sopraffare dalla fretta, anche se il tempo è quello che è, e le esigenze sono spesso altre. Insomma la vita vera chiama e non si può ignorarla. Ma anche la scrittura è una priorità.
Ecco riflettiamo su questo, questo penultimo weekend di ottobre.

:: “Meno male che non siamo nati Lui” (2018) di Angelo Zabaglio feat. Andrea Coffami. A cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2018

ANGELO ZABAGLIO- Meno male che...Delirante litteram

Mare in tilt e prendi la scossa se ti bagni
stacca la spina di pesce prima di mangiare
devi nuotare per almeno tre ore altrimenti ti strozzi.
Titoli sballati per film doppiati peggio
peggio per te che armeggi nella pirateria
assolata in casa della prateria di pianto.
Delirante litteram
in rami e teli.
Tenda da campeggio per lei che si asciuga.
Pioggia fredda in estate torrida
corrida di toro sanguinante litteram.
Delirante litteram
in lite a rate.
Ante socchiuse che sbattono senza certezza
noi che balconi o terrazzi
o finestra pericolante litteram.

“Anarchico e corrosivo outsider”. E’ così che Angelo Zabaglio (alias Andrea Coffami e viceversa) è stato definito sulla scorta delle sue recenti pubblicazioni. Ed è una definizione esatta, anche alla luce di queste poesie che rivelano uno stato d’ animo sul bordo della ribellione; quasi impiastricciate di parole sudicie e insieme sfolgoranti. Il libro si avvale delle illustrazioni di Liz Castelletti e reca come titolo della prima poesia “Carboni senza Luca”, un vero e proprio manifesto della sua aguzza poetica.

Da dove

…Io sono uno scherzo di mestiere culturale,
rido di gioviali correzioni editoriali.
Fortunatamente ho cromosomi di
un anarchico suicida.
Con la stima sotto i piedi e la speranza
che mi aiuta.

Si tratta di una maniera in cui si percepisce l’autore, che di lirico mantiene l’ossatura di versi non precipitosi.
L’amore è qualcosa che difficilmente eleva. Si dipana l’ossessione del sesso che compensa questa granata di emozioni.

Cerchi in testa

Cerchiamoci a mo’ di amo
rompiamoci a mo’ di noci
strizziamoci a mo’ di mocio
baciamoci a mo’ di baco che ha sete.

Nella altre poesie di questa silloge – autoprodotta, ed è giusto precisarlo – ricorrono temi che forse tabù non sono più. Ma è fresca l’inventiva di associarli ad una lingua vivace, veloce, a volte torbida però sincera, fruttifera di associazioni mentali, rigorosa per l’affettazione giudiziosamente evitata.
I miti dei nostri giorni, le parole che rimbombano nel cervello per via degli stimoli pubblicitari, per via del moto elettronico della nostra ottusa comunicazione, sono serviti con la sagacia del demolitore.
Al macero l’idea stessa di vivere, di vederci topi microscopici che ruotano ciclicamente, che non hanno tempo per fissare sulla carta quello che più conta davvero nella vita, cioè la vita stessa per volare “liberi come un tozzo di pane”.
Meno male non siamo nati Lui” è una prova di come galleggiare tra gli impulsi esterni e il bisogno interiore di un canale, di una via d’uscita per gridare col megafono che, se esistiamo, un cammino potremmo sempre farlo tra le rocce del grottesco, le pietre della dissacrazione, le nuvole dei pensieri marci.

Angelo Zabaglio è nato a Latina. Dopo variegate esperienze lavorative, è approdato nel cosmo letterario pubblicando le raccolte poetiche “Ne prendo atto” (2013); “Serio f’aceto” (2012); il saggio umoristico “Sovvertire il cinema”(2010); la raccolta di racconti “Lavorare stronca” (2008) e la raccolta di poesie “Non tutti i dubbi sono di plastica” (2007). Nel 2016, è uscito il suo libro “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire”, edito da Gorilla Sapiens Edizioni.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

Heidi, Francesco Muzzopappa, Fazi 2018 A cura di Viviana Filippini

8 settembre 2018

Heidi

Torna l’ironia che fa sorridere (di un riso amaro) e allo steso tempo riflette di Francesco Muzzopappa nel romanzo “Heidi”, pubblicato da Fazi editore. Protagonista della storia Chiara, un donna di 35 anni, milanese, dipendente della Videogramma, un’azienda che inventa contenuti per la tv. Chiara si occupa di provinare le centinaia di migliaia di persone che accorrono a fare provini per partecipare a programmi televisivi nella speranza di diventare famosi. La giovane lavora tanto;essere direttrice dei casting le porta via tempo e la carica di uno stress profondo, così opprimente da renderle difficile avere una vita dopo il lavoro. Tutto per Chiara si complica quando la casa di riposo dove si trova suo padre le rispedisce l’uomo, perché diventato ingestibile. Muzzopappa veste in modo simbolico i panni di una giovane donna single non solo per raccontarci il suo complicato e rocambolesco vissuto. Muzzopappa crea un’attenta riflessione su quella che è la nostra società contemporanea, ossessionata dai media e dalla bisogno (non si sa fino a quanto sano) di notorietà. Chiara dovrà rimboccarsi le maniche in una convivenza forzata con il babbo Massimo Lombroso, un vecchio critico letterario del «Corriere della Sera» malato di demenza selettiva che la chiama Heidi. Chiara vive con un lui che, a causa della malattia, non è più in grado di fare il padre, ma nemmeno di badare a se stesso. La patologia lo ha reso incapace di mettere in atto le cose più semplici, tanto è vero che per lui Chiara non è Chiara, ma Heidi, la protagonista dell’omonimo cartone animato con le caprette che fanno ciao. Thomas, il giovanotto assunto dalla protagonista per badare al padre, diventa Peter. A rendere ancora più complessa la vita di Chiara, lo Yeti, il nuovo capo dalla Videogramma pronto a licenziare i dipendenti e a “salvare” solo quelli che dimostreranno particolare inventiva nel creare format televisivi di successo. Lo Yeti è un uomo meschino, che non esiterà a mettere in atto loschi comportamenti, pur di ottenere quello che vuole (sesso in cambio del posto di lavoro) da chi si avvicina a lui, costringendo i dipendenti a scendere a compromessi. Questo, fino a quando qualcuno si stancherà del suo agire marcio e darà il via alla ribellione. Il mondo di Chiara presentato in “Heidi” – specchio dei nostri tempi- è una dimensione fatti di conflitti. C’è quello tra una figlia e un padre che non la riconosce più, c’è quello di una società dove, con la presenza massiccia dei media, conta più l’apparire che l’essere. C’è il contrasto sul fatto che importa più come ti poni per farti accettare dagli altri, che i valori in cui credi. E questo assecondare il prossimo per piacere, porta spesso l’individuo a perdere coscienza di sé, per diventare mera merce di intrattenimento. Con “Heidi”, Francesco Muzzopappa ci fa si sorridere però, allo stesso tempo, richiama noi lettori alla riflessione, mostrandoci il disadattamento della nostra società, tutta e troppo concentrata sul piacere effimero di un attimo di celebrità e sempre più smemorata verso  quei valori (amicizia, rispetto, lealtà. amore vero) che si dovrebbero recuperare e conservare come gemme preziose.

Francesco Muzzopappa ha vinto Premio Massimo Troisi 2017 con il romanzo Dente per dente, è uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Sempre con Fazi Editore ha pubblicato nel 2013 Una posizione scomoda e nel 2014 Affari di famiglia. Tutti i libri sono stati tradotti in Francia dall’editore Autrement riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico. Heidi è il suo quarto romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa della Fazi editore.

Il confine dell’oblio, Sergej Lebedev, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2018

“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio. Oblio KellerAl centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.

Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.

Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.

 

Mi vivi dentro, Alessandro Milan, Dea Planeta 2018 A cura di Viviana Filippini

24 giugno 2018

Milan.jpg

“Mi vivi dentro” di Alessandro Milan, edito da Dea Planeta è un libro potente. “Mi vivi dentro” non è un romanzo, è un pezzo di vita vissuta che Milan mette su carta, raccontando il rapporto con la moglie Francesca Del Rosso, a tutti nota come Wondy, scomparsa a causa di un tumore nel dicembre del 2016. “Mi vivi dentro” è una storia di coraggio perenne, nonostante le storture che il destino ci riserva. È un inno alla vita che agisce contro quel senso di vuoto che ci attanaglia, che ci brucia nel petto e ci consuma, come se ci mancasse un pezzo del corpo, quando muore qualcuno che amiamo o a cui vogliamo bene. “Mi vivi dentro” è un cammino nel quale Milan, pagina dopo pagina, accompagna il lettore tra gli ultimi giorni di vita di Francesca e il viaggio a ritroso nel tempo e nei ricordi della loro storia d’amore. Alessandro Milan parte dal loro incontro alle sei di mattina, in radio, dove loro due, giornalisti spesso assonnati, si davano il turno. Un po’ di fretta, un pizzico si casualità del Fato e Alessandro si ritrovò a casa con il telefono di lei e, Francesca, in redazione con il telefono di lui. Questo piccolo e simpatico equivoco permise ai due colleghi di dare vita ad un’amicizia che, in poco tempo, è diventata una potente storia d’amore. “Mi vivi dentro” è un libro toccante dal quale traspare il profondo amore tra Alessandro e Francesca ma, allo stesso tempo, si sente in modo netto e chiaro il senso di vuoto e di dolore che anima il giornalista. Lui, rimasto vedovo, sta crescendo i due figli (Angelica e Mattia), sta cercando di far capire loro quello che è successo alla madre, una donna che in sei anni ha lottato fino alle fine combattendo come una vera e propria leonessa. Una wonder Woman. Milan però non racconta solo la malattia di Wondy. Tra le pagine ci sono i viaggi, il lavoro in radio e quello di scrittura di libri. Il desiderio di Francesca di aprire una libreria con la sua migliore amica, i figli, un gatto, i bonsai, la simpatica e dolce goffaggine di Alessandro e i piccoli litigi di coppia, velati da ironia e da profonda complicità, a dimostrazione di una relazione solida, purtroppo devastata dalla malattia. Oggi gli occhi azzurri di Francesca non brillano più, ma quella sua luce, la sua voglia di non arrendersi mai e di lottare sempre, sono rimasti nelle persone che l’hanno conosciuta. Francesca/Wondy e la sua vicenda personale sono un canto alla resilienza (ossia a quell’incassare colpi e imprevisti della vita, senza mollare mai) da alimentare ogni singolo giorno. Francesca è stata, ed è ancora oggi, un esempio per molti malati di tumore e questo scritto ne fa memoria facendoci conoscere in modo ancora più dettagliato e intimo la sua persona, il suo agire e pensare. Quello che Alessandro Milan fa è un vero e proprio gesto d’amore che vuole mantenere vivo il ricordo delle moglie, la sua schiettezza e sincerità nel fare e nel dire. In “Mi vivi dentro” Milan parla sì di morte ma, allo stesso tempo, è anche un inno alla vita che spera, che combatte e va avanti. L’o scrittore e i figli hanno perso una moglie, una madre ma è come se Francesca fosse ancora con loro, grazie alle tante persone che li circondano e che ricordano e parlano di Wondy e poi, da non scordare, c’è quella farfalla bianca che spesso volentieri appare nella vita di Alessandro, Angelica e Mattia.

Alessandro Milan (Sesto San Giovanni, 1970) lavora come giornalista da quasi venti anni a Radio24, dove conduce programmi di approfondimento. È presidente dell’associazione “Wondy Sono Io” wondysonoio.org, impegnata nella diffusione della cultura della resilienza.

Source: inviato dall’editore. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio strampa.

 

Veloce la vita, Sylvie Schenk, (Keller editore 2018) A cura di Viviana Filippini

5 giugno 2018

Veloce la vita

Veloce la vita, di Sylvie Schenk è la storia di un’esistenza che scorre rapida come i fotogrammi di un film nelle pagine del libro edito in Italia da Keller. La vicenda prende il via a Lione, nell’immediato dopoguerra, dove sono ancora ben presenti e tangibili i segni del conflitto bellico. Ferite più morali ed emotive, che fisiche. In questo mondo che tenta di rinascere prende il via la storia di Louise, una giovane in arrivo a Lione dopo aver lasciato il suo paesino di residenza sulle Alpi francesi. La ragazza giunge in una dimensione per lei tutta nuova lontana dalla sua famiglia un po’ opprimente e ottusa. Per la protagonista la città è un insieme di luci, movimento, nuove conoscenze divertimento e anche un po’ di insidie.  Un assaggio di forte autonomia e indipendenza che la porteranno a scoprire la vita e anche l’amore. Due sono i poli d’attrazione di Louise: Henri e Johannes. Henri, grazie al suo talento, fa il pianista jazz, però nasconde un dolore profondo che lo tormenta. Il giovane non riesce ad accettare l’uccisione dei genitori. Orfano, vive con la nonna in una vecchia casa dove c’è una grande biblioteca completamente vuota. Tra Louise e Henri non è vero amore, ma amicizia e anche confidenza che portano a galla il passato di dolore del giovanotto. L’intimità tra i due permetterà alla ragazza di scoprire che sono stati i Nazisti a far sparire i libri che un tempo riempivano quella casa. Johannes invece è tedesco e vive momentaneamente in Francia. Louise se ne innamora alla follia. La ragazza è così coinvolta che pur di sposare e stare con l’amato andrà contro la sua famiglia che non vede di buon occhio il suo matrimonio con un giovane straniero, soprattutto tedesco. Lei, testarda e tenace, accetterà di andare a vivere lontano della Francia per sentirsi coronare il suo sogno d’amore ed essere libera di agire. Solo una cosa la assilla Louise, giorno dopo giorno per il resto della sua vita, una frase detta da Henri che evidenzia come le persone della sua nuova famiglia forse non sono così innocenti come sembrano o come vogliono far credere. Parole che per Louise peseranno come un macigno. Nel romanzo della Schenk la storia della vita delle persone comuni come la protagonista e i suoi compagni di avventura si mescola con la Storia dei grandi e drammatici eventi che sconvolsero l’Europa tra il 1940 e il 1945, ponendo attenzione alle conseguenze che essi continuarono ad avere una volta finita la guerra. Nel libro non solo si assiste allo scorrere rapido del vissuto di Louise dall’adolescenza all’età adulta. Dalle pagine di Veloce la vita, a poco a poco, emergono anche le infanzie di Henri e Johannes, esistenze dove non sono mancate povertà, fame, discriminazione, sensi di colpa e lotta per la sopravvivenza. Eventi del passato che agiranno in modo forte sui personaggi e sul loro agire. Sylvie Schenk crea un romanzo dinamico, in movimento, dove i protagonisti attraversano e vivono la Storia. Veloce la vita è la vicenda di una donna che lotta per la sua autonomia e indipendenza in una società postbellica, non del tutto abile e propensa a fare i conti e a convivere con i tremendi spettri del passato. Traduzione dal tedesco Franco Filice.

Sylvie Schenk è nata nel 1944 a Chambéry, in Francia. Ha studiato a Lione e si è trasferita in Germania nel 1966. Ha pubblicato poesie in francese e, dal 1992, ha iniziato a scrivere in tedesco. Vive vicino a Aachen (Aquisgrana) e a La Roche –de-Rame, nelle Alte Alpi francesi. Quando Veloce è la vita è stato pubblicato in Germania nel 2016, i libraio lo hanno scelto come uno dei cinque libri più belli dell’anno.

Source: inviato dall’editore.

:: Come scrivere una mail a un ufficio stampa

26 marzo 2018

bny

Dopo aver parlato di Come ricevere libri dalle case editrici analizziamo più nello specifico come scrivere una mail a un ufficio stampa. Inizio col dire che non ci sono regole fisse, inflessibili, inderogabili, insomma non esiste una perfetta mail standard, sebbene esistano alcuni modelli base, alcune regole più che altro di buon senso, e la solita, indistruttibile educazione, che come tutte le regole del buon vivere civile, ci evita molti guai.

Innanzitutto ognuno ha il suo stile, pensate che noia se tutte le mail fossero uguali, fatte con lo stampino, per cui la creatività non è da sottovalutare. Dedicateci un po’ di tempo, non mandate mail senza cura, con refusi, grammaticalmente scorrette. Certo la fretta può fare brutti scherzi, ma queste mail sono un po’ il vostro biglietto da visita, per cui prestateci attenzione.

Tra le cose da evitare proprio sempre l’arroganza, l’aggressività, la volgarità. Insomma non è detto che diventerete i migliori amici di tutti gli addetti stampa in circolazione, ma anche con quelli con cui c’è meno feeling, si può sempre instaurare un rapporto civile, educato, di pacifica convivenza. Loro fanno il loro lavoro, voi blogger il vostro. Ognuno ha il suo ruolo, ognuno le sue competenze. Se chiedete un libro, un’ informazione su una data di uscita, la possibilità di intervistare un loro autore, fatelo con garbo, e se ricevete un no, non fatene una tragedia. Non iniziate una guerra di rappresaglia, perderete tempo voi e loro. Amen si va avanti, ci saranno altre occasioni.

Non siamo bambini, evitate mille mila mail, sullo stesso argomento se non vi rispondono (finireste nello spam). Evitate di lamentarvi che non vi è stato risposto, che non lo si è fatto velocissimamente, che il libro che tanto volevate non vi è arrivato (per colpa del perfido addetto stampa che vi boicotta). Se c’erano accordi potete certo segnalare che il libro non è arrivato, ma fatto questo finita lì. Amen, si va avanti.

Ricordarsi il nome della persona che contattate è una buona cosa, ehi tu “coso” vi assicuro fa un pessimo effetto.

Siate brevi, specifici, e esatti. Lunghissime mail non vengono lette, e se sono confuse, non sperate che l’addetto stampa si metta lì a cercare di capire cosa avrete mai voluto dire. Non ne ha il tempo. Siate gentili, ma fermi. Se l’addetto stampa lo conoscete, potete usare un tono più amichevole, se è un perfetto estraneo, un tono neutro e educato va più che bene.

Minacce, insulti, “non sa chi sono io”, vanno bene se siete delinquenti intenti nei loro traffici, non blogger alle prese con mail di “lavoro”. Toni lamentosi, imploranti, disperati, anche sono fuori luogo, evitateli, date retta a me.

Mi sembra tutto, le cose più importanti le ho dette. E voi come strutturate una mail diretta a un ufficio stampa? Quali sono le maggiori difficoltà? Premesso che nenache io sono infallibile cercherò di rispondere a tutte le vostre domande.