Archive for the ‘Riflessioni’ Category

:: La questione russo-ucraina, un’analisi del Prof. Luigi Bonanate

11 ottobre 2022

I.

Quello che era chiamato, all’inizio del XX secolo, Impero zarista perse la sua più importante guerra nel 1904-5 contro il Giappone.

Perse (e in quanto impero sparì) la prima guerra mondiale venendo sostituita da una rivoluzione. Il ventennio successivo vide una economia stagnante.

Nella seconda guerra mondiale su notevolissimamente aiutata dagli Stati Uniti, e nel 1945 si ritrovò pesantemente distrutta.

La guerra fredda la vide partner di un bipolarismo soltanto apparente – come tutti gli specialisti sapevano – perché le sue condizioni di forza militare e di postura strategica la rendevano estremamente inferiore agli Usa.

Dopo l’89 e poi la dissoluzione dell’Unione sovietica, il declino economico non è cessato.

All’inizio del XXI secolo (quindi all’incirca con l’ascesa al potere di Putin) la situazione della Federazione russa è:

> dimensioni: 17 milioni di kmq. E’ lo stato più esteso al mondo. La Cina è il secondo; gli Usa il terzo;

> popolazione: 144 milioni di persone; Usa: 331 milioni;

> PIL: Russia: 1.483.418 milioni di $; USA: 23.360, Cina: 17.000; il Giappone, ha il terzo maggior PIL, la Germania, il 4°;

> addetti militari: circa 2 milioni, con dislocazioni in 5 paesi alleati, e in 4 zone occupate;

> spesa militare:

spesa mondiale del 2021: 2000 miliardi $
spesa Usa del 2020: 650 miliardi $
spesa Russia 2020: 61 miliardi $

In altri termini, la Russia è popolata meno della metà degli USA, ma è una volta e mezza più grande (quindi più “costosa” nella gestione); il PIL russo è più di 10 volte inferiore a quello USA, 5 di quello cinese. Ha forze armate doppie di quelle americane, e una spesa militare di 10 volte minore (storicamente meno evoluta di quella statunitense.

Ovvero: su che cosa si poggia la considerazione della Russia in quanto “grande potenza”, o come la “seconda”?

n. b.: Dati Banca mondiale, Fondo monetario Internazionale (approssimativi)

II

Le due Coree entrano all’ONU nel 1991. Prima di allora l’ONU poteva intervenire nel conflitto tra le due Coree scavalcando il veto sovietico («Uniting fot Peace», 1950), perché esse non erano membri dell’ONU. Ukraina e Russia, invece, sì: e come si fa intervenire tra due consoci?

L’ONU non si è impegnata nel proporre tregue, fin dai primissimi giorni, né .linee di separazione provvisorie, e altri interventi di immediata applicazione. Più in prospettiva non ha neppure mai proposto dei piani di neutralizzazione, provvisoria o anche permanente; né progetti di neutralizzazione di determinate zone, per ridurre la tensione.

Come tutti sanno, le società russa e ukraina sono fortemente intrecciate. Nulla impedirebbe di proporre dei piani di federazione delle aree in guerra (il federalismo e i movimenti in suo favore hanno sempre avuto successo soltanto tra ex-belligeranti).

L’ONU, e neppure le altre istituzioni internazionali hanno provato a lanciare pogrammi o progetti che potessero in qualche modo stupire e far rivolgere le opinioni pubbliche verso soluzioni alternative. Per la vendita del grano si è pur trovata qualche (seppur faticosissima) soluzione…

III

L’Occidente non si è curato gran che di quel che succedeva in giro per il mondo: Africa (specie del Nord), Sud-est asiatico, Europa orientale (a partire da quando, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso la Germania espanse i suoi interventi economici proprio a partire dall’Ukraina.

E per non andare troppo indietro, dal 2014 in avanti, che cosa hanno fatto, in particolare, gli Usa? Il Dipartimento di Stato ha un “Desk” per ogni paese: nessuno si era occupato di quel che stava succedendo in Crimea e dintorni?

La noncuranza e l’ignavia regnano nel mondo della politica internazionale, a ogni livello. Un esempio particolarmente significativo – per l’influenza mediatica che ha – è quello delle cronache sulla mortalità dei civili sotto i bombardamenti e altro in Ukraina. E’ particolarmente odioso vedere ciò che i fotografi di guerra poi vendono ai quotidiani; ma – sia ben chiaro – le vittime civili sono sempre state al livello di quelle militari. Nella guerra dei trent’anni, per fare un esempio, morivano molto più gli abitanti dei villaggi razziati dalle soldataglie, che i militari che si affrontavano sul campo di battaglia. Nella prima guerra mondiale, l’Intesa occidentale ebbe circa 8 milioni di vittime, di cui 3 milioni erano civili. Nella seconda guerra mondiale le vittime dirette furono 25 milioni di civili e 14 milioni di militari. Queste cifre sono sempre soltanto approssimative, ma esemplari: nel XX secolo la mortalità civile (per dirla semplicemente e alla buona) è cresciuta enormemente a causa dei bombardamenti aerei.

:: Insubordinati. Inchiesta sui rider, di Rosita Rijtano. Testimonianze, analisi e dati per capire cosa succede nel complesso mondo dei rider e delle app che gestiscono il food delivery in Italia

4 ottobre 2022

Lavoro essenziale, ma senza tutele

Rider: il nome all’inglese, un po’ cool, che ormai tutte e tutti noi abbiamo imparato a conoscere. Nel lockdown sono diventati lavoratori essenziali, fra gli unici cui era permesso girare per strada nel periodo più nero della pandemia. L’essenzialità della loro professione non va però di pari passo con le tutele e i diritti di cui dovrebbero godere. Il loro lavoro è duro, durissimo, pieno di rischi e assolutamente sottopagato. «Aspetti l’ordine, vai al ristorante, corri dal cliente, aspetti il nuovo ordine, vai al nuovo ristorante e così via, fino a che non sei spompato». Lo racconta Enrico in una delle tantissime testimonianze raccolte dalla giornalista Rosita Rijtano in questa ricchissima inchiesta.

Vessazioni e violenze (anche fisiche, a volte), contratti debolissimi e assolutamente incapaci di inquadrare correttamente queste figure ibride figlie della gig economy, a metà strada – o forse no – fra lavoro subordinato e libera professione. Ma anche sfruttamento e caporalato, come emerge da numerosi processi in tutta Italia e fedelmente riportati da Rosita Rijtano. E poi tante, tantissime persone straniere, spesso povere o poverissime, «tutte diverse, con il loro singolare bagaglio di sofferenza e umanità», facilmente ricattabili a causa delle difficoltà linguistiche, economiche e sociali.

Moderna espressione dell’evoluzione del capitalismo, dove vali qualcosa finché sei in grado di pedalare, ridotta all’essenziale la storia è sempre quella: «una storia di oppressori ed oppressi». Se non lavori come dicono loro – i padroni o i subappaltatori del servizio – ti bloccano l’account. E sei fuori dai giochi.

Tre anni, sette incidenti, 46mila chilometri

Attraverso interviste, documenti ufficiali, inchieste giudiziarie e l’indagine sul campo – seguendo passo passo alcuni ciclofattorini nel loro lavoro quotidiano – l’autrice di Insubordinati. Inchiesta sui rider ricostruisce un contesto lavorativo dove il “capo” è una piattaforma digitale e l’algoritmo decide per te tempi, percorsi, orari e, soprattutto, compensi. Ovviamente oltre a raccogliere senza sosta dati su rider e clienti finali.

Un settore variegato, dove trovi fianco a fianco chi è riuscito a farsi portatore di vertenze sindacali e ha ottenuto il contratto di lavoro subordinato e chi, al contrario, si batte affinché questo lavoro rimanga libero e autogestito. Una difficoltà tutta legislativa di riconoscere i diritti di queste figure, il cui numero cresce sempre di più con l’aumentare delle piattaforme digitali.

Il libro dà voce a loro, ai rider, a quelli che in tre anni si sono fatti 46mila chilometri e sette incidenti – ma guai a parlare di infortunio sul lavoro – e a quelli che si sono pagati gli studi consegnando pizze e sushi.

Insubordinati. Inchiesta sui rider è un volume densissimo, un saggio avvincente come un romanzo, salvo accorgersi che racconta la vita vera, quotidiana, di migliaia di persone. «Possiamo considerare i rider il grande banco di prova delle modalità di lavoro del futuro, per loro già presente. Da come sarà regolata, o non regolata, la loro attività dipende il domani di tutti noi».

Rosita Rijtano è giornalista de lavialibera, rivista di Libera e Gruppo Abele, e collabora anche con Il Foglio. Ha lavorato a Repubblica e al Mattino. Ha cofirmato due libri: Con lo smartphone usa la testa (Sperling&Kupfer, 2018); L’algoritmo e l’oracolo (Il Saggiatore, 2019).

:: Monografia Gen. Luigi Paolo Piovano

20 settembre 2022

Chi segue il mio blog sa che da alcuni anni scrivo racconti e novelle libearamente ispirate alla figura del mio bisnonno Luigi Paolo Piovano, storie di pura fantasia sebbene abbia curato il contesto storico, il personaggio si presta a storie di avventura e mistero, e infatti sto coltivando da anni il progetto di scrivere una monografia interamente dedicata al mio bisnonno.

A darmi il diciamo coraggio di fare qualche passo in più nella concretizzazione del progetto è stato il saggio Piemontesi ai confini del mondo di Davide Mana in cui un intero paragrafo è dedicato alla sua figura e alla sua memoria. Venerdì scorso è uscita un’intervista riguardo al libro sul giornale della mia città a Davide Mana che molto cavallerescamente nomina anche me e i miei racconti polizieschi ispirati alla sua figura. Ma parallelamente a questi mia ambizione è dunque scrivere un vero saggio monografico sulla sua figura, dall’infanzia, all’Africa, alla Cina, al Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

Fotografo dilettante, coraggioso esploratore, mente curiosa e inquieta, amante dello studio e dei libri oltre che studioso di lingue e dottrine orientali (riscrisse con la sua calligrafia, credo traducendolo dal cinese, Il Libro della Virtú di Lao Tzu) Paolo Luigi Piovano è sicuramente una figura che si presta ad essere approfondita. Per cui mi sono detta scrivi un pitch, allega un po’ di foto e mandale in giro per editori per vedere se a qualcuno interessa il progetto. Progetto che necessiterà di approfondite ricerche magari negli archivi storici dell’Esercito a Roma, e seguendo le tracce che possiedo, alcune lettere, memorabilia e cimeli, intervistando chi l’ha potuto conoscere, e si ricorda ancora di lui. Raccogliendo dati, e ricordi, approfondendo insomma tutto il vissuto e la memoria.

Ecco questo è il progetto se verrà coronato da un libro, magari ricco di fotografie sarete i primi a saperlo.

:: Breve storia del romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia, con una introduzione di Eleonora Carta (Graphe.it 2022) a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2022

Pubblicato per la prima volta nel 1975 su Epoca in forma di duplice articolo, più tardi confluito nella raccolta Cruciverba edita da Adelphi, il breve saggio riproposto in questo volume consente una preziosa visuale su come apparisse il cosiddetto “giallo” all’interpretazione di uno straordinario scrittore come Leonardo Sciascia. Non che quest’ultimo si riconoscesse come appartenente a tale genere letterario, per alcuni aspetti del quale non risparmia anzi le critiche; eppure i lettori appassionati della sua opera si rendono certo conto di come Sciascia abbia sfiorato e talvolta percorso – a suo modo – le strutture del noir e del poliziesco, e troveranno estremamente interessanti le parole che egli spende sul tema.

La presente edizione è arricchita dalla curatela di Eleonora Carta, che firma la corposa prefazione.

Breve saggio, ma denso di riflessioni, sul romanzo poliziesco di un maestro della letteratura del Novecento, che nonstante ritenesse il giallo (noir alla francese dal colore delle copertine dedicate a questo genere letterario) letteratura di consumo, ne ha comunque capito le potenzialità tanto da far risalire addirittura alla Bibbia la prima storia di detection (Daniele che smaschera i falsi testimoni contro Susanna) o da fare annoverare Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij nel genere.

Ne consiglio la lettura soprattutto a chi vuole dare uno sguardo disincantato e serio al genere poliziesco, ormai forse anche sdoganato a livello di critica, e soprattutto a Leonardo Sciascia, che nonostante non si ritenesse un “autore di gialli”, nei suoi romanzi spesso ne ha ricalcato le dinamiche.

Molto breve, si legge in una mezz’ora, ma forte sarà la tentazione di sottolineare alcuni passi e scrivere note a margine. Da segnalare la corposa prefazione (un saggio nel saggio) di Eleonora Carta, che cura la pubblicazione. Buona lettura!

Leonardo Sciascia (1921-1989), maestro di scuola, giornalista e politico, è considerato uno dei migliori scrittori del Novecento.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberto Russo e Anna Ardissone.

:: L’editoria italiana chiude il 2021 in forte crescita: +16%

29 gennaio 2022

Ottime notizie sullo stato di salute dell’editoria italiana che chiude il 2021 con un netto aumento del ben +16%, con 1,701 miliardi di euro di vendite a prezzo di copertina, per 115,6 milioni di copie (ben 18 milioni in più del 2020). Sono i dati di mercato più che confortanti, realizzati in collaborazione con Nielsen Book, che Ricardo Franco Levi, il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), ha presentato intervenendo alla giornata conclusiva del XXXIX Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri.

Sembra dunque che le librerie siano luoghi sempre più frequentati in questi anni di pandemia, oltre al fatto che hanno anche inciso le politiche di sostegno pubblico messe in atto da governo e parlamento, in attesa di una legge di sistema promessa. Soprattutto i giovani sembra abbiano ripreso ad amare i libri grazie al tam tam sui social, in cui ragazzi sempre più giovani parlano di libri e invitano i loro coetanei a leggerli. Insomma leggere libri è uno dei più grandi piaceri della vita e anche i numeri sembrano darci ragione.

Sempre Levi dice: “Numeri molto buoni anche rispetto alle performance degli altri paesi in Europa, ma il futuro non è privo di incognite. In positivo, la conferma delle misure pubbliche di sostegno e l’attesa per la nuova legge di sistema per il libro. Ma c’è l’emergenza della carta, per prezzi e disponibilità, e permane il pesante impatto della pirateria. Inoltre alcuni settori, come l’editoria d’arte e di turismo, soffrono ancora molto gli effetti della pandemia”.

Insomma ci sono ancora alcune criticità ma il trend fa sperare bene anche per l’anno in corso.

L’editoria italiana si conferma la sesta nel mondo dietro solo a Usa, Cina, Germania, UK e Francia, e ben la quarta in Europa. La crescita del 16% del mercato italiano è seconda in Europa, davanti a Germania e Regno Unito, e dietro solo a Francia e Spagna.

Cresce la produzione del 22,9%, scendono solo gli ebook di poco del 5,6%. Grandi soddisfazioni anche dagli audiolibri che passano a 24 milioni di euro, in crescita del 37%.

Un’altra notizia interessante per i lettori cala il prezzo medio dei libri venduti.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito dell’AIE: qui.

:: Mi manca il Novecento: L’irregolare e mai banale Arpino a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2021

Giovanni Arpino era un gran personaggio. Scrittore, giornalista, un irregolare ironico mai banale un grande inventore di storie che amava tenersi lontano dalle consorterie dei salotti letterari.
Diceva sempre di appartenere alla classe degli anarchici borghesi, moderno e europeo con retaggio risorgimentale e un pessimismo della ragione correggibile solo attraverso il dovere.
Nato nel 1927, Arpino fu scoperto da Elio Vittorini. Giacinto Spagnoletti scrive che già dal primissimo racconto egli ha saputo sempre servirsi di un meccanismo di scrittura perfetta, lubrificato come una macchina utensile.
Era impossibile inquadrare in una definizione lo scrittore Giovanni Arpino.
Siamo di fronte a un narratore che nei suoi romanzi è stato sempre uno scrittore perfetto.
Con la sua scrittura si mostra sempre libero, si tiene alla larga dal paludato mondo letterario e dalle sue convenzioni. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Arpino è sparito per molto tempo dagli scaffali delle librerie. Egli è uno dei migliori scrittori del secondo Novecento e ha ragione Guido Piovene quando dice: «Non riesco a trovare nemmeno un nome di uno scrittore contemporaneo da mettere vicino ad Arpino».
La suora giovane
è il libro che nel 1959 gli dette la notorietà, un romanzo affascinante per la perfetta tenuta della narrazione difficile. Montale in un elzeviro sul Corriere scrisse che il libro era un capolavoro.
Seguirono Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira e L’ombra delle colline. Libri in cui il letterato tra introspezione e analisi sociale sottopone la propria scrittura a un onesto esame di coscienza da cui si evince sempre il desiderio di essere libero dai condizionamenti, perché per Arpino fare letteratura prima di tutto significa torturare le parole. Quello che conta è raccontare, scrivere per sentirsi vicini alle proprie lontananze di uomini.

«La letteratura di Giovanni Arpino discende dalla cronaca, è la cronaca a fornire i temi, evita le fughe nei secoli passati, affronta la condizione umana del suo tempo e ne dà una testimonianza poetica sulla pagina. Arpino era uno scrittore borghese che raccontava una città borghese ma che era sensibilissimo alle condizioni sociali altre». 

Così scrive Bruno Quaranta che allo scrittore ha dedicato un bellissimo saggio dal titolo Stile Arpino. Una vita torinese.
Randagio è l’eroe esce nel 1972. Questo romanzo breve rappresenta una svolta radicale nella scrittura di Arpino.
Un romanzo picaresco, surreale e poetico che trasforma Giovanni Arpino in uno scrittore totale. Le vicende di Giuan, un artista ribelle ossessionato dall’ultima cena di Leonardo, che di notte diventa randagio e percorre le strade di Milano per imbrattare i muri di scritte d’amore. Questo straordinario e visionario personaggio utopico è un randagio che vuole insegnare agli uomini la bellezza e l’eroismo del bene.
Letto ancora oggi Randagio è l’eroe, tornato in libreria grazie a Lindau nel 2013, ci commuove e ci affascina per la condizione di verità e di nudità totali che ancora è capace di esprimere.
Vale la pena leggere e rileggere Giovanni Arpino, ironico, corsaro, anarchico.
«Era uno che viveva senza scarpe» disse di lui la moglie Caterina. Non c’è migliore definizione per uno scrittore che nella sua vita non ha mai voluto rinunciare alla sua libertà.
Arpino muore a Torino il 10 dicembre 1987. Oggi, nonostante ci sia un interesse editoriale intorno alla sua opera, lui è ancora un fantasma della letteratura.
Spetta ai lettori il compito di riportarlo in vita.

:: L’Imperatrice di Liliana Nechita (Fve Editori 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2021

Con il passar del tempo la gente si diradava. Partivano, partivano per l’Italia o la Spagna. Non eravamo ben informati, ce ne rendevamo conto solo più tardi quando vedevamo l’erbaccia cresciuta davanti alle porte di coloro che erano partiti. Un giorno parlavo con la comare Săviţa che era dall’altra parte del recinto; aveva due ragazzi, uno in Austria e l’altro non ho mai saputo dove.
– Non senti la loro mancanza? Non li nomini quasi mai! O ti sei abituata?
– E che devono fare a casa? Quel pezzettino di terra lo lavoro da sola, non ho bisogno del loro aiuto, magari si trovano una sistemazione! Non hai visto quanti sono partiti? Guardati un po’ intorno! Da quella casa lì all’angolo è partito Toader, da quella di Ica è partito Marcel, da quella di Maria di Chioru è partito suo figlio, Ionel, da quell’altra casa, quella gialla, sono partiti tutti. Fai il conto, di sette case ne sono rimaste solo due «intere». La gente parte, uno tira l’altro, perché sono giovani e si dice che stiano molto meglio laddove vanno a finire.
Questa Italia era per me come un buco nero che ingoiava tutti. Non sapevo allora che più tardi avrebbe ingoiato anche me.

Una scrittura semplice e antica, quasi ipnotica, legata a una saggezza popolare cadenzata dalla natura, dal cambiare delle stagioni, dall’attenzione per le cose minime, minute, quotidiane caratterizza le pagine de L’imperatrice (Împărăteasa, Humanitas, Bucarest 2017) di Liliana Nechita, già autrice del fortunato Ciliegie amare edito in Italia con Laterza. Di madre lingua romena, da anni vive in Italia come badante, è il suo lavoro principale, e ha appreso per osmosi un italiano letterario, immaginifico e naïf. Dotata di una capacità linguistica eccellente Liliana Nechita cadenza il suo narrato sulla melanconia del ricordo, della memoria raccontandoci la storia di Olga, sua suocera, una semplice contadina, poco istruita, vittima della povertà, di un passato anche doloroso ma piena di saggezza, e con l’incedere di un Imperatrice. La Romania di Ceausescu, il comunismo reale ne emerge trasfigurato e lontano, perché la campagna, con il suo attaccamento alla terra e alle tradizioni, è quasi isolata dalle grandi città come Bucarest, quasi un altro mondo. Una società matriarcale, in cui le donne lavorano la terra, costruiscono con le loro mani le case e si sposano per fuggire alla fame, non per amore, finendo spesso vittime di mariti alcolizzati e violenti. Nonostante questo le donne restano l’ossatura portante di queste società contadine anarchiche se vogliamo, arcaiche forse ma coese e solidali. Poi l’avvento dei fenomeni migratori ha spopolato i villaggi, e l’autrice guarda a questo con dolente rassegnazione, si parte per non tornare, per vivere nuove vite lontano dalle terre di origine, lontano dalle proprie radici in Italia, in Spagna, in Francia e questo spaesamento porta con se un lutto, una frattura che trasfigura il passato con i colori del rimpianto e dell’affetto. Sincera, diretta, buffa la scrittura di Liliana Nechita incanta e affascina, perché sono forti anche in Italia le radici contadine, che l’industrializzazione e il progresso non hanno del tutto estirpato. I cibi semplici, la polenta condivisa con un fiasco di vino nuovo, la cadenza delle feste religiose come la Pasqua o il Natale, il profumo dei cibi cucinati la domenica, l’attaccamento alle fiabe e alle leggende non solo alle superstizioni. C’è tanta nobiltà nelle pagine di questo libro, nobiltà autentica, e speranza. Se un mondo scompare vive nella memoria, con umile comprensione, legittimando vissuti a cui si dà poco conto, poco valore. E Liliana Nechita ci ricorda quanto ci sbagliamo, perché la felicità sta nelle piccole cose anche quando non immaginiamo neanche di poterla ottenere. Una saga familiare dunque capace di portare alla luce la memoria di chi abbiamo amato, di chi abbiamo rispettato ed è stato per noi modello di vita. Con riconoscenza e autentica umanità.

Liliana Nechita è nata nel 1968 in Romania e vive in Italia da più di 15 anni. Esordisce nel 2013 con un libro sul drammatico fenomeno migratorio delle donne e delle madri romene, Cireşe amare, che ottiene grande attenzione da parte del pubblico e della critica, pubblicato in Italia nel 2017 dall’editore Laterza col titolo Ciliegie amare. Nel 2013 le viene conferito il Premio Donna dell’anno per la promozione e la difesa dei diritti delle donne. Tra i suoi libri, caratterizzati da forti tematiche sociali e impegno civile, ricordiamo L’imperatrice (2016; prima ed. italiana fve, 2021), Bambole di fango (2019) e Piccola mamma (2020), suo primo lavoro scritto in lingua italiana.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’ufficio stampa dedicato.  

:: Nixon e il caso Watergate di Emanuele Federici

21 Maggio 2021

Tutto inizió nell’anno 1971. Nel 1971 uscirono infatti sulla prima pagina del New York Times dei documenti segreti che riguardavano l’allora presidente americano Richard Nixon, passati alla storia col nome di “pentagon papers”. La reazione del presidente fu quella di attivare una rete di spionaggio nei confronti dei suoi avversari politici, in particolar modo il Partito Democratico e i giornalisti. Venne quindi formato un gruppo segreto di esperti formato da agenti della CIA e dell’FBI, chiamato “gli Idraulici”, con lo scopo di spiare e in caso scassinare le abitazioni dei potenziali avversari politici. Il 6 giugno 1972 gli “Idraulici” riuscirono a entrare nella notte all’interno dell’edificio Watergate, dove era presente la sede del Partito Democratico, e a collegare microfoni e telecamere, per poter contrallore e gestire la campagna elettorale in corso d’opera. Il caso volle che gli agenti di Nixon furono scoperti da un sorvegliante dell’edificio, il quale avvertí le autoritá credendo ci fosse una rapina in corso. Ancora non si immaginava nemmeno lontanamente cosa stesse facendo Nixon. Per questo motivo la vicenda non diventó, per il momento, uno scandalo, e venne messa in secondo piano tra le pagine di cronaca, tanto che il caso venne affidato ad uno stagista poco esperto: Bob Woodward. Quest’ultimo riuscí a convincere i suoi superiori che si trattava di un evento di primo piano, e non solo di un semplice furto con scasso. Per questo motivo gli venne affiancato, per condurre le indagini, Carl Bernstein, un esperto giornalista investigativo. Dalle indagini fuoriuscivano dei contatti sempre piú espliciti tra gli Idraulici e la Casa Bianca, in particolare vi erano dei collegamenti diretti con il comitato di rielezione di Nixon. Nonostante ció nel 1972 Nixon vinse le elezioni contro il democratico McGovern e venne rieletto presidente degli Stati Uniti. La fortuna di Nixon stava nel fatto che McGovern fu con molta probabilitá il candidato piú a sinistra dell’intera storia elettorale americana, e ció creó non poca preoccupazione nell’opione pubblica. Ma nel frattempo le investigazioni continuano. Mark Felt, vice-direttore dell’FBI, capisce che qualcosa non quadra quando Nixon decide di nominare al vertice dell’FBI un suo collaboratore, Patrick Gray, con l’obiettivo di insabbiare le indagini. Per questo motivo Felt decise di mettersi in contatto con Bob Woodward e gli consiglió di monitorare gli scambi di denaro tra il comitato di rielezione di Nixon e la Casa Bianca. Ció serviva per scoprire se i contatti fossero diretti, e si iniziarono ad individuare questi contatti, con tanto di nomi e cognomi dei diretti interessati. Da questo momento in poi il processo sembró essere in discesa e Nixon fu messo alle corde. Quest’ultimo decise quindi di licenziare il procuratore speciale, e per farlo si rivolse al ministro e al vice-ministro della giustizia, ma questi ultimi si rifiutarono categoricamente, in quanto la democrazia impone al potere esecutivo di rimanere separato da quello giudiziario. Il presidente decretó quindi il licenziamento di entrambi e nominó un avvocato come ministro della giustizia, il quale licenzió il procuratore speciale. Tutto ció avvenne la sera del 23 ottobre 1973, e questo evento passó alla storia col nome di “strage del sabato sera”. Due giorni dopo, il 25 ottobre 1973 arrivarono a Nixon circa un milione di telegrammi di proteste popolari. Il mese successivo il presidente americano cercó di riappacificare le acque attraverso una conferenza stampa, ma risultó essere molto agitato, tanto da pronunciare una parolaccia, e provocó quindi l’effetto opposto di ció che si aspettava da questa conferenza, in quanto gli americani interpretarono la sua agitazione con la volontá di nascondere qualcosa. A questo punto Nixon rimase isolato, e a partire dall’estate del1974 vari ministri si dimisero dal suo governo. Venne a questo punto avviato un processo per messa in stato d’accusa contro di lui (Impeachment). Kissinger, il suo ministro degli esteri, gli consiglió caldamente di dimmettersi in quanto ormai lo scandalo era diventato troppo grande. Quindi il 9 agosto 1974 Nixon decise di dimettersi dal suo ruolo, e fu il primo presidente della storia degli Stati Uniti a compiere tale gesto. L’ormai ex presidente americano lasció il paese in uno stato catastrofico, tanto che si dovette fronteggiare una dilagante crisi economica, che arrivó anche in Europa, la piú grande dopo quella del ’29.

:: Senza colpa di Charlotte Link (Corbaccio 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2021

Come spesso accade la chiave per risolvere il caso si trova nel passato, perché nessun crimine resta mai davvero impunito e molti segreti portano a conseguenze molto spesso imprevedibili, e soprattutto la vendetta forse è uno dei sentimenti più devastanti, è così è anche per questo libro nuova opera di Charlotte Link, la Regina del thriller tedesco che ama ambientare le sue storie in Gran Bretagna. Dopo L’inganno, e La palude, ecco Senza colpa, (Ohne Schuld, 2020), tradotto dal tedesco da Alessandra Pretelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, terza indagine dell’investigatrice inglese Kate Linville che lascia Scotland Yard per prendere servizio al commissariato di Scarborough nello Yorkshire per lavorare assieme a Caleb Hale, l’unico poliziotto che crede davvero nelle sue, pur nascoste, potenzialità. Mite, schiva, per nulla interessata a fare carriera, non ama le luci della ribalta, e lascia ai colleghi prendersi i meriti delle indagini che brillantemente risolve, e così quando gli ex colleghi di Scotland Yard come regalo di addio le regalano qualche giorno in un centro benessere vi si reca con il suo migliore amico in treno, e proprio durante il viaggio una donna viene minacciata da un uomo armato che la insegue per gli scompartimenti, Kate interviene e salva la donna a costo di una ferita di striscio. È l’inizio di un’indagine complessa e difficile che porterà a collegare il caso a quello di un’insegnante che ama fare giri in bici e una mattina viene sbalzata in aria a causa di un cavo teso sulla strada da uno sconosciuto, e anche qui viene esploso un colpo di pistola, che stranamente è la stessa con cui era stata accidentalmente ferita Kate sul treno. Apparentemente non c’è un legame tra le due donne aggredite, non si conoscono, hanno vite molto diverse ma Kate intuisce che la donna del treno non le sta dicendo tutto e inizia caparbiamente a indagare. Per non contare del fatto che Caleb Hale suo futuro diretto superiore viene sospeso dal servizio per essere risultato con un tasso alcolico sopra la media dopo un delicato tentativo di mediazione con un uomo disperato barricato in casa vacanze con la sua famiglia, la moglie e due figlie (che alla fine uccide), così Kate si trova ad avere per nuovo capo Robert Stewart. Chi conosce i libri di Charlotte Link sa già che i suoi punti di forza sono la grande fluidità narrativa e la capacità di fare appassionare ai personaggi che tratteggia con molti particolari e approfondendone il profilo psicologico, mai banale o scontato. La complessità della trama sembra davvero rispecchiare la vita reale, dove molto spesso coincidenze, incontri inaspettati, menzogne e paure costruiscono scenari di pura tensione. Kate Linville è un personaggio interessante, non brilla per simpatia ma ha lati e caratteristiche piuttosto realistiche e umane, e poi è caparbia e determinata nello scoprire la verità e diradare la nebbia di bugie e segreti che avvelenano la vita di quella comunità. Charlotte Link ama proporci fatti apparentemente slegati che poi confluiscono in un’unica trama ben concatenata e questo è forse il segreto della grande suspence che riesce a creare. Un ottimo thriller, come sempre, forse caratterizzato da una maggior lentezza e una più centrale attenzione psicologica, ma sempre di buon livello.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle», «La donna delle rose», «Alla fine del silenzio», «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze»; «L’ultima volta che l’ho vista» e «Giochi d’ombra» (tutti anche in edizione TEA). 

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.     

:: L’abbandono: il sottile filo che collega Shakespeare a Eduardo a cura di Lorenzo Romano

30 novembre 2020

Si potrebbe chiudere al volo l’articolo, senza farlo neanche iniziare, con la frase che regna in ogni dove da un po’ di secoli a questa parte: “Essere o non essere”.
Troppo facile, ma anche poco chiaro, se vogliamo, poiché sotto al ponte che collega, e divide, l’essere e il non essere ne passa davvero tanta di acqua.
Vi è un sottile filo che lega uno dei re del teatro italiano al Bardo.
Quel sottile (che poi in realtà è bello spesso, altro che sottile) filo che non dà scampo all’uomo che si interroga: l’abbandono!

“Io mi vergogno di appartenere al genere umano” dice Eduardo per bocca di Alberto Saporito in una delle sue opere più profonde “Le voci di dentro”, opera nella quale dissacra ogni tipo di essere umano: da chi, celato dietro al sacro velo dell’ipocrisia religiosa, predica bene e razzola male a chi affida la sua vita al pettegolezzo e al più che mai vivo desiderio di criticare l’altro al fine di ergersi al miglior esempio vivente (qualche secolo prima le Sacre Scritture consigliavano di premurarsi della trave propria più che della pagliuzza altrui, ma tutto ciò rientra nel discorso accennato dal titolo di questo articolo; questo è l’uomo, c’è ben poco da fare, l’ego vince sempre) fino a sottolineare quanto siano fragili i rapporti umani e quanto poco conti la coscienza nell’agire.
I capolavori di Eduardo non erano semplici operette da ridere, tutt’altro!
Con scenari e temi più che quotidiani distruggeva l’umano, lacerava l’animo con maestosa sagacia servendosi di parole semplici e comuni, anzi “diverse”, col dialetto, come a voler dire quanto sia incomprensibile la vita e quanto sia necessario evadere, scappare e trovar rifugio in un’altra lingua. 

L’ironia di Shakespeare era letale nei confronti dell’uomo: in ogni tragedia il pathos resta costante, ma costantemente cresce sempre più sino a raggiungere il punto più alto nel finale quando, come in ogni tragedia che si rispetti, muoiono tutti, o quasi tutti.
Il Bardo mette così a nudo la bassezza dei gesti umani che hanno così tanto proteso e stirato la vita dei soggetti fino a farli giungere ad un comune punto di non ritorno che consente loro, e ai lettori, di riflettere sull’inutilità e sulla meschinità di quei gesti.
“Strepito e furia”, sofferenza, brama di potere e di dominio, invidie, ego smisurato, pene da infliggere sempre all’altro e mai a se stessi, se non nel momento di morte.
Una forte condanna del genere umano e al genere umano, condanna che sottende un chiaro senso di distacco e di abbandono da parte del narratore. 
Un abbandono, un rifiuto e, al contempo, un voler elevarsi a soggetto diverso che non si riconosce e che, però, non sa collocarsi.

Il filo, come detto, è tutt’altro che sottile, è bello forte, resistente e diretto: a distanza di secoli due Maestri si ritrovano, accomunati in questo stato di abbandono, in un limbo raggiunto a furia di evidenziare tutto quello da cui hanno sempre cercato di scostarsi, di prendere le distanze e che han condannato con somma eloquenza dall’alto della postazione privilegiata di un meritato piedistallo.
Nonostante tale limbo e tale piedistallo, non raggiungono certo il significato ultimo, non trovano la soluzione, non resta loro altro se non abbandonarsi all’oblio del nulla, ma lo han potuto fare poiché hanno raggiunto un punto che li ha differenziati, com’è giusto che sia per ogni poeta, dai loro non simili e che li ha portati ben oltre i confini dell’eternità!

:: 900 mila visualizzazioni!

13 novembre 2020

E così siamo arrivati a 900 mila visualizzazioni, grazie a tutti! Se Liberi ha continuato a esistere è anche grazie a voi, voi tutti, che continuate a leggerci. Sembra una frase fatta ma è vero, soprattutto in questo momento. Ci ricorderemo tutti del 2020, tutti coloro che ce la faranno, e ci ricorderemo di tutti gli amici che stiamo lasciando sul cammino. Il 2020 è un anno davvero terribile per tutto il mondo. Speriamo di farcela, speriamo di vedere il 2021, e che soprattutto questa Pandemia finisca presto per il bene di tutti. Noi ci diamo appuntamento per il milione di visualizzazioni il prossimo anno. Quando si ha un obiettivo per cui lottare e vivere tutto resta complicato ma almeno la speranza ci dà la forza di alzarci al mattino. Un forte abbraccio!

:: Novembre è il nuovo dicembre

8 novembre 2020

Liberi di scrivere aderisce alla campagna dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e librai (ALI Confcommercio) per invitare i lettori ad andare in libreria il prima possibile, senza attendere le code di Natale.

I libri sono beni essenziali e le librerie restano aperte anche nelle zone rosse.

«Nella situazione di incertezza che ci circonda invitiamo gli italiani a non aspettare l’ultimo momento. Novembre è il nuovo dicembre, per usare lo slogan di una felice campagna dei librai americani, ripresa anche nel Regno Unito e in Olanda – sottolineano insieme il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), Ricardo Franco Levi e quello dell’Associazione Librai Italiani (ALI), Paolo Ambrosini -.

L’invito non deve farvi abbassare la guardia, sempre è raccomandato l’uso delle mascherine, del distanziamento e del gel igenizzante. Dove è possibile informarsi se le librerie fanno servizio a domicilio consegnandovi a casa i libri ordinati. Se anche ognuno di noi comprasse anche un solo libro nella libreria più vicina a casa sua, consentiremo a queste attività di sopravvivere e continuare a svolgere il loro ruolo essenziale per la comunità dei lettori.

I libri sono una medicina per l’anima altrettanto importante delle medicine per il corpo.

Se volete poi continuare a comprare i vostri libri sugli store online come Libreria Universitaria o Amazon nessuno ve lo vieta, ma perchè la filiera non si interrompa sono vitali anche i piccoli librai innestati nel territorio.

Io ho già in mente il libro che comprerò e anche la libreria dove farlo. Arriviamo preparati al Natale, sempre secondo le nostre possibilità, regaliamo libri quest’anno, con circa 20,00 Euro trasmettiamo il nostro affetto e la nostra amicizia e nello stesso tempo non graviamo troppo sul salvadanaio.