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:: A futura memoria di Leonardo Sciascia (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

26 ottobre 2017

a futura memoriaLeonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità è questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Egli è stato uno dei pochi intellettuali liberi e davvero indipendenti. Soprattutto leggendo i suoi scritti civili si evince tutta la sua libertà di pensiero e la sua ostinata volontà a stare sempre dalla parte del giusto e degli infedeli.
Adelphi rimanda in libreria A futura memoria (se la memoria ha un futuro), il volume che raccoglie gli articoli usciti su quotidiani e riviste tra il 1979 e il 1988.
Questo libro apparve la prima volta presso Bompiani nel dicembre del 1989, poco dopo la morte di Sciascia.
Paolo Squillacioti cura questa nuove edizione fornendo al lettore un interessante apparato filologico degli scritti sciasciani.

«A futura memoria è insomma un libro profondamente sciasciano, – scrive Squillacioti – ma realizzato con un apporto limitato dell’Autore».

In questa nuova edizione il volume è stato sottoposto a una cura redazionale indispensabile.
Nell’attività saggistica di Leonardo Sciascia gli scritti civili legati soprattutto all’attività culturale e politica occupano un posto centrale.
Queste pagine, finalmente restituite allo loro precisa definitività, ci consegnano il ritratto di un intellettuale puro, che ha creduto nell’eresia e scritto con il convincimento di dare fastidio.
Le sue invettive hanno colpito sempre nel segno, perché non si è mai piegato al compromesso e all’opportunismo.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti fanno a gara a salire sul carro del vincitore.
In un articolo pubblicato sull’Espresso il 20 febbraio del 1983, discutendo del mondo culturale, se la prende con quegli intellettuali servili che partecipano a una categoria o a una corporazione e affonda la sua penna:

«Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte delle case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanto una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso».

Soltanto uno scrittore che seve la verità diventa profetico. Leonardo Sciascia lo è stato nella convinzione che le parole devono sempre rivelare il pensiero e mai nasconderlo.
Espressione esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo sui professionisti dell’antimafia apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, che non mancò di attirargli numerose critiche da parte di quella cultura che ama definirsi progressista. L’articolo si scagliava contro chi, nella magistratura, si serviva della lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì «una frangia fanatica e stupida». Basta pensare alle trattative tra lo Stato e Cosa Nostra che ancora oggi occupano le nostre cronache, per capire come i professionisti dell’antimafia smascherati nel 1987 dallo scrittore siciliano siano ancora in servizio permanente ed effettivo.
Sciascia è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati.
Grande sostenitore dello Stato di diritto, riteneva vergognoso che un magistrato, nel nostro ordinamento, non dovesse rendere conto dei propri errori e, quale che ne fosse l’entità, nemmeno la sua carriera – percorsa automaticamente fino al vertice – dovesse pagarne il prezzo.
Alle sue pagine sul garantismo, grande lezione di civiltà, oggi siamo costretti a guardare dopo gli anni equivoci della stagione giustizialista.

«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo».

A queste parole (che si leggono in Porte aperte) doveva pensare quando, sul Corriere, sosteneva l’innocenza di Enzo Tortora.
E molto tempo prima che scoppiasse Tangentopoli – siamo nel 1987 – scriveva pagine memorabili in difesa dello Stato di diritto, denunciando coraggiosamente le deviazioni ideologiche del sistema giudiziario e stigmatizzando gli aspetti deteriori della giustizia-spettacolo.
Leonardo Sciascia non solo scrittore corsaro, ma soprattutto uomo di pensiero libero e eretico che non si cura delle critiche dei benpensanti e degli imbecilli. L’unica cosa che ha a cuore è tirare il collo alla retorica e al conformismo non preoccupandosi affatto di risultare scomodo.
Quando i suoi articoli scatenavano polemiche lui con grandissima ironia citava Alberto Savinio:

«avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza».

Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non ha mai rinunciato alla ragione per raggiungere la verità.
Così scrive di sé in un articolo pubblicato su La Stampa il 6 agosto 1988

«Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio; e così via.
Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. 
Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è così come si è».

A noi restano, A futura memoria, le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine riservata ai disturbatori e ai pensatori scomodi.

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. Scrittore, giornalista, saggista, politico, poeta, drammaturgo, e  intelletuale “scomodo” di forte impegno civile scrisse nel 1961 capolavori come Il giorno della civetta, romanzo sulla mafia e i mali della Sicilia, che esprime al meglio la sua visione della letteratura in cui fare emergere sia l’impegno civile che la denuncia sociale, oltre a un grande senso etico, civile e politico. Seguirono opere come A ciascuno il suo, Todo modo, Il mare colore del vino, Una storia semplice. Muore a Palermo nel 1989,  il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, 2000) cura di Greta Cherubini

27 febbraio 2017
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«UNICUIQUE SUUM». Così recita il verso di un’inquietante lettera minatoria recapitata al farmacista Manno. E “a ciascuno il suo”, nell’opinione comune, è proprio la parte di merito o demerito che alla fine dei fatti spetterà ai protagonisti del romanzo.
Sicilia, 1964. La vita di un tranquillo paesino dell’entroterra è sconvolta da un duplice omicidio: vittime innocenti il farmacista Manno e il medico Roscio, colti di sorpresa durante una battuta di caccia.
Sulla misteriosa morte dei notabili inizia ad indagare il professor Laurana, mosso da irrefrenabile curiosità. E infatti A ciascuno il suo è innanzitutto la storia di un giallo, con tutti gli ingredienti del caso: indizi, prove, sospetti, deduzioni e colpi di scena. Ma non solo: è anche un documento storico, un affresco realistico della Sicilia degli anni ’60 permeata di ipocrisia, pregiudizi, reticenza ed omertà.
Il professor Laurana, guidato dal lume della ragione, tenta di farsi strada tra le maldicenze e le dicerie che già all’indomani dell’omicidio infangano la memoria delle rispettabilissime vittime. Fino a ribaltare completamente la prospettiva comune e ad arrivare alla verità, facendone le spese. Perché tutto il libro è sotteso in fondo da un’unica morale, che il professore si ostina a non capire:

«Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui stanno…Proverbio, regola: il
morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente, in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi del ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è soprattutto l’assassino»

A ciascuno il suo vuole essere una denuncia sociale, non più (o non solo) alla politica collusa de Il giorno della civetta, ma agli uomini e alle donne comuni, schiavi di una mentalità mafiosa che ne condiziona fino i minimi gesti quotidiani. Un atto d’accusa senza appello contro un sistema di clientelismi, compromessi e furberie a cui tutti soggiacciono. E chi non si adegua, chi, come il professor Laurana, tenta di dissodare il terreno per far valere la giustizia, è «un cretino».
Sciascia dipinge con fedeltà veristica atmosfere e ambienti della sua Sicilia, animata da una società prevalentemente maschile che si raccoglie in circoli, salotti e caffè. Ma non c’è spazio per l’adesione sentimentale: con una prosa asciutta e concreta, l’autore districa i fili della trama attraverso una lente impietosa e distaccata, volta a mettere in luce colpe e peccati di tutti i personaggi, e persino di Laurana, «onesto» e «intelligente» sì, ma «non privo di segreta presunzione e vanità».
L’inchiesta del professore condurrà alla scoperta di una verità già nota, senza trionfalismi e lieto fine. Perché quello che resta di questo romanzo è l’amara e lucida consapevolezza dell’impossibilità di ledere i meccanismi di una società immobile come quella siciliana, dove ad ognuno, per legge di natura e dai tempi più remoti, spetta il suo: il premio dell’impunità per i notabili, il compianto e perfino la derisione per chi non si fa gli affari suoi.

Leonardo Sciascia, scrittore e uomo politico siciliano di grande impegno sociale. E’ l’autore di opere come Il giorno della civetta (1961),  A ciascuno il suo (1966), La Sicilia come metafora (1979), L’affaire Moro (1978), La scomparsa di Majorana, (1975), Il teatro della memoria, (1981). Tra le sue ultime opere ricordiamo: La strega e il capitano (1986), Il Cavaliere e la morte (1989), Una storia semplice (1989). E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989.

Source: acquisto personale.

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