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:: Mentre volavo via – Quattordici racconti tristi che vi faranno stare meglio di Sara Nissoli (Bookabook 2017) a cura di Greta Cherubini

10 novembre 2017

copertinaC’è Carla la pigiamaia, che all’insaputa del marito in anni di lavoro ha accumulato un capitale. Diego Betti, quello dello scuolabus. Marta e Giorgio che cercano una casa più grande. E poi Giovanni, La Gatta, Alessandro Passoni della 2a B.
I protagonisti dei racconti di Mentre volavo via di Sara Nissoli sono persone comuni con vite apparentemente ordinarie. Non si conoscono tra loro, non vivono neppure nella stessa città, eppure hanno qualcosa in comune: la voglia di raccontarsi e il bisogno di riscatto.
Con uno sguardo disincantato e malinconico, velato di amara ironia, l’autrice traccia il ritratto di quattordici sconosciuti e delle loro desolate esistenze, lasciando che i personaggi si raccontino da sé. Sarte, impiegati, donne, bambini, porteranno alla luce segreti inconfessabili, frustrazioni, insoddisfazioni e solitudini, con il coraggio disperato di chi ormai non ha più nulla da perdere.
Grazie alla forma lieve e allo stile asciutto e svelto, “Mentre volavo via” vi racconterà storie tristi strappandovi un sorriso; vi stupirà con finali inaspettati che vi lasceranno l’amaro in bocca; vi farà rimanere sospesi per un attimo alla fine di ogni storia prima di precipitarvi a divorare il racconto successivo; e vi farà guardare con occhi nuovi quei volti anonimi che vi circondano ogni mattina al bar o sul tram senza che vi siate mai accorti di loro, lasciandovi fantasticare sulle loro tragicomiche esistenze.

Sara Nissoli è nata a Treviglio (BG) nel 1984. Vive a Milano e quando non scrive per la pubblicità inventa storie. Mentre volavo via è la sua prima raccolta di racconti.

Source: inviato al recensore dall’ editore, si ringrazia Claudia Tanzi di Mara Vitali Comunicazione.

:: Un’ intervista con Claudio di Biagio autore di Si stava meglio (Rai Eri 2017) a cura di Greta Cherubini

17 ottobre 2017

copertinaHo letto il primo libro di Claudio di Biagio (regista, sceneggiatore, youtuber e speaker radiofonico, n.d.r).

“Si stava meglio”. “Quando si stava peggio”, si direbbe con un certo automatismo del pensiero, a completamento di un detto popolare ormai diventato un mantra. E invece no. La frase resta a metà e diventa il punto di partenza per un viaggio nel tempo e nello spazio. Ad ogni lettore è dato di trarre liberamente le proprie conclusioni alla fine del percorso. Ciò che si deduce dal racconto è che la storia in fondo è sempre la stessa, eppure cambia continuamente: cambia in base a chi la racconta, in base a chi l’ascolta e in base al tempo in cui viene raccontata.
Ho chiesto a Claudio di Biagio di rispondere ad alcune domande per il blog.

(Lo intervisto all’ora di pranzo, me lo immagino intento a gustarsi un bel piatto di pasta “alla zozzona” della mitica nonna Lea. Mi risponde in modo aperto e cordiale, un po’ meravigliato del consenso che sta ricevendo).

Ciao Claudio, ho letto con interesse il tuo libro. Ti faccio i miei complimenti, so che “Si stava meglio” è già in ristampa. Nell’epoca degli smartphone, pare che i giovani abbiano ancora voglia di fermarsi ad ascoltare le storie dei nonni … cosa pensi di questo successo?

Sì, da qualche giorno siamo in ristampa. Ma non parlerei di successo, piuttosto di un interesse molto alto. Credo che il segreto consista nel fatto che questo libro parli di memoria. Sono storie che vengono dal passato, racconti di cose che non conosciamo e che inevitabilmente suscitano interesse. Questi meccanismi funzionano e funzioneranno sempre. Il mio merito semmai è quello di aver reso “visive” queste storie e quindi più accattivanti per il pubblico.

Credo emerga un certo relativismo nel tuo viaggio con nonna Lea, inteso come l’impossibilità di raggiungere una verità oggettiva e assoluta. Eppure si percepisce ugualmente da parte tua lo sforzo di capire, di conoscere, di custodire la memoria e di trarre insegnamento dall’esperienza. Qual è la morale del libro? In assenza di risposte certe, pensi che la volontà di capire sia già di per sé un valore assoluto?

Assolutamente, era proprio questa la lettura che volevo dare. Nel libro non cerco di dare risposte definitive, cerco di invogliare il lettore ad andare alla ricerca di risposte. Il titolo significa proprio questo. Il detto popolare recita “Si stava meglio quando si stava peggio”. Io ho cercato di scardinare questa filastrocca, di non dare più nulla per scontato. Mi sono chiesto: Ma davvero si stava meglio quando si stava peggio? E perché? Ogni lettore alla fine è libero di dare la propria personale risposta a questa domanda.

Hai scelto come guida del tuo viaggio tua nonna Lea e altrettanto “maturi” sono i personaggi che hai intervistato in cerca di risposte. Perché secondo te il dialogo con i nostri nonni è più semplice di quello con i nostri genitori? Cosa accomuna queste due generazioni apparentemente così distanti?

Probabilmente il fatto che entrambe siano in crisi. Mi ha molto colpito una frase pronunciata da Giorgio Michetti quando ho avuto modo di intervistarlo. Ha detto “Noi assistiamo alla partita fuori dal campo”. Ed effettivamente è così. I nonni e i nipoti possono solo guardare il gioco da lontano, per diversi motivi, chi perché ormai troppo anziano e chi perché non ancora pronto. La partita è dei padri. Sono loro ad occupare il campo da gioco. Credo sia questo ad accomunare due generazioni apparentemente così distanti. Il fatto di osservare senza poter intervenire direttamente sulla realtà.

Il tuo è uno stile che punta alla frase breve, all’evocazione di un’immagine o di un suono in grado di suscitare un’emozione immediata nel lettore, di risvegliarne una sensazione o un ricordo. Quale importanza ha avuto la tua esperienza a contatto con il pubblico nell’affrontare la scrittura?

Molta, il web vuole che tu abbia un tuo linguaggio e che sappia intrattenere il pubblico. Ecco perché ho scelto di non dilungarmi in digressioni inutili e di essere piuttosto di impatto, di dare un’immagine visiva di quello che stavo raccontando. H cercato di riportare questi racconti soprattutto filtrandoli con un occhio da regista. Poi ovviamente c’è anche il momento per le pause lunghe.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

Di progetti ce ne sono tanti. Prima di tutto un film. Mi piacerebbe molto portare sullo schermo “Si stava meglio”. Per quanto riguarda la narrativa, scrivendo questo libro mi sono reso conto che mi piace scrivere. Ho già una storia un mente, chissà che non diventi presto un altro libro.

In bocca al lupo!

:: La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, di Andrea Marcolongo, (Laterza, 2017) a cura di Greta Cherubini

13 giugno 2017
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È da settimane in vetta alle classifiche, ha venduto migliaia di copie e si prepara a sbarcare all’estero. “La lingua geniale” di Andrea Marcolongo riapre di colpo il decennale dibattito sull’utilità degli studi classici (e sull’attualità delle lingue “morte”) indicando almeno 9 fondamentali ragioni per amare il greco. Ma ce ne sono molte, molte di più. Ecco le mie preferite:

  • oida, “so” (mi perdonino i puristi per la volgare traslitterazione del greco): che non è proprio “so”, da “sapere”, ma “ho visto, quindi so”, perfetto di “orao” che appunto significa “vedere”. Ripeto, “ho visto, quindi so”. Vale a dire: dopo aver avuto diretta conoscenza/esperienza della cosa (valore aspettuale perfetto, l’azione è compiuta nel passato ma ne restano le conseguenze nel presente) posso dire di sapere. Non perché ho letto un post su Facebook, ma perché ho “guardato attentamente”. Capite?

  • tàlatta, póntos, pèlagos: “il mare”. Ma solo il primo è proprio “mare”: “póntos” è “il passaggio”, “il sentiero”, verso un altrove, che sta al di là di questa immensa distesa azzurra e che per ora possiamo solo immaginare, mentre pèlagos è proprio questa “immensa distesa azzurra”, una specie di pianura blu galleggiante. “Dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste: ecco la potenza del greco antico”, scrive Andrea Marcolongo. In un’epoca in cui le parole scompaiono, sacrificate dalla fretta dei rapidi messaggi scambiati su whatsapp, quale lingua riuscirebbe ad esprimere in maniera tanto sintetica questa infinita varietà di significati?

  • poiesis, “poesia”: sublime arte del dire in versi. Dal verbo “poieo”, “fare”. Fare materialmente, e quindi “costruire”, “fabbricare”. Il greco utilizzava lo stesso verbo per indicare tanto il lavoro del falegname quanto quello del poeta. Semplicemente, fare poesia era un lavoro come un altro, artigianato, diremmo oggi. Geniale, no?

La lingua geniale” si rivolge fondamentalmente a due categorie di lettori: quelli che hanno fatto il classico e quelli che non l’hanno fatto. I primi torneranno nostalgicamente (e masochisticamente) agli interminabili pomeriggi di studio trascorsi a scandire macchinalmente centinaia e centinaia di declinazioni e coniugazioni, fino allo stremo psicofisico, nonché al senso di smarrimento/terrore provato innumerevoli volte davanti alle temutissime e indecifrabili versioni; tappe fondamentali della carriera scolastica di un qualunque classicista che si rispetti, e insieme riti di iniziazione alla conoscenza di una cultura ricchissima e profonda, che dopo, quando ormai si è consegnata la versione di maturità e si è deposto il Rocci, si ricorderà sempre con un po’ di orgoglio. I secondi semplicemente rimpiangeranno di non aver fatto il classico. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, “quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco”. E perché, come spiega in maniera leggera ed ironica Andrea Marcolongo, sotto le sottigliezze grammaticali degli specchietti da imparare a memoria si nasconde un modo di pensare, un concetto del mondo e della vita affascinante e sublime.
Semplicemente, geniale.

Andrea Marcolongo, grecista, si è laureata all’Università degli Studi di Milano. Nella sua vita ha molto viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno. Dopo essersi specializzata in storytelling, ha lavorato come consulente di comunicazione per politici e aziende. Capire il greco, però, è sempre stata la sua questione irrisolta e a questa ha dedicato buona parte delle sue notti insonni.

Source: acquisto personale, Laterza, 2016.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco, Matteo Motolese (Garzanti, 2017) a cura di Greta Cherubini

3 giugno 2017
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Sono alcune tra le opere più celebri della nostra letteratura. Capolavori senza tempo, testi destinati ad incidere in modo irreversibile nelle epoche successive.
Eppure tutti sono passati di qui: per pergamene smunte e fascicoli sciolti; per abbozzi, cancellature e riscritture; per appunti di taccuino e fogli di quaderno sparsi.
In “Scritti a mano” Matteo Motolese ci guida in un affascinante viaggio tra biblioteche italiane e collezioni private alla ricerca dei manoscritti che hanno segnato una svolta fondamentale nel campo della lingua e della letteratura italiana.
Dalla pergamena economica su cu un Boccaccio ormai anziano copia il Decameron al taccuino di poche lire in cui Montale annota, tra un appuntamento e un numero di telefono, i suoi Xenia; dagli schemi preparatori utilizzati da Eco per Il nome della Rosa ai “grappoli di sinonimi” segnati a margine delle Operette Morali da Leopardi.
Sono gli albori di opere monumentali, le testimonianze preziosissime di un modo di vivere e di intendere la lingua e la letteratura. Sono le tappe di un instancabile cammino verso la perfezione, i segni tangibili dei dubbi e dei ripensamenti, il risultato di una concezione finanche “fisica” dell’opera.
Con la consueta capacità divulgativa, in grado di coinvolgere specialisti e non, Matteo Motolese ci catapulta dentro e dietro al testo, direttamente nell’officina dell’autore, permettendoci di osservare, attraverso «i segni della lotta», la lenta e progressiva conquista dell’italiano.
Una ricerca lunga e meticolosa (Petrarca lavorerà alla sua opera fino alla morte) di cui questi oggetti fragili e preziosi sono la straordinaria testimonianza.

Matteo Motolese (Roma, 1972) insegna Linguistica italiana all’Università «La Sapienza» di Roma. Dirige, insieme con Emilio Russo, il più importante censimento dei manoscritti autografi degli scrittori italiani. Collabora con il supplemento domenicale del «Sole 24 Ore».

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti.

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:: L’ultima sillaba del verso, Romano Luperini (Mondadori, 2017) a cura di Greta Cherubini

5 aprile 2017
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“Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e un po’ casuale, una cronaca insomma. […] D’altronde, chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie”.

Valerio, stimato professore universitario, è reduce da una devastante malattia che ne ha trasfigurato il corpo. Sempre più solo e ormai privo di riferimenti, si immerge in un’opera di ricostruzione storica (o, per meglio dire, cronachistica) allo scopo di individuare il senso del proprio vissuto.
Quello che ne risulta è una “Cronaca di fine millennio”, il racconto frammentario degli avvenimenti  che negli ultimi anni hanno segnato il corso della vita del protagonista.
Al centro di tutto la figura della madre, simbolo di un mondo arcaico, ciclico, immutabile e in quanto tale certo, rassicurante, infallibile; un mondo che ormai è possibile soltanto rievocare nostalgicamente nella memoria,  irrimediabilmente perduto con la morte di lei.
Tutto intorno, lo sgretolarsi delle certezze, il crollo di un castello di carte che ha inizio con la separazione dalla moglie e con la contemporanea fine della militanza politica: il tramonto di un’epoca che determina una scelta di vita solitaria ed appartata e a partire dalla quale nulla sarà più come prima.
Sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della guerra del Goffo, dell’inchiesta Mani pulite (che coinvolge anche il fratello Bruno), della guerra in Iraq, dell’ascesa politica di Berlusconi; e nella vita privata, delle relazioni altalenanti con l’archeologa Betty e con la sfuggente Claudine.

“Avevo dedicato l’esistenza alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna. La letteratura era diventata un mestiere, la lotta politica era ormai impossibile e le donne…le donne erano ancora un problema, un nodo che non riuscivo a sciogliere”.

Il memoriale di Valerio è il racconto frastornato e attonito di un attore di prim’ordine della storia, reduce dalle battaglie del ’68, drammaticamente trasformato in spettatore della stessa, privato ormai di qualsiasi possibilità di azione e intervento concreto.

“Un tempo […] le cose accadevano perché noi le facevamo accadere. Ora accadono indipendentemente da noi e noi possiamo soltanto guardarle accadere. Eravamo protagonisti, o magari ci sembrava soltanto di esserlo, ma era comunque una illusione importante, ora siamo solo spettatori davanti a un televisore, e non abbiamo più neppure illusioni”

La misura della nuova realtà è il disimpegno, l’accettazione passiva e rassegnata degli eventi, dove solo la dimensione individuale è possibile; non esistono più le categorie collettive né i valori condivisi: persino la distinzione netta tra Bene e Male è venuta meno, a favore delle più aleatorie dimensioni del Giusto e dell’Ingiusto.
Il racconto stesso della Storia non è più praticabile: la realtà odierna è fluida, i fatti si susseguono incomprensibili e senza alcuna logica, determinando l’assenza totale di stabilità e punti di riferimento.
Quello che rimane è la nostalgia per un mondo che non c’è più e non è più recuperabile, il senso amaro di uno scacco pubblico e privato e la condanna a scontarne le conseguenze:

“Ho dedicato buona parte della mia vita a interpretare i segni del presente e a tentare di cambiarlo, sono vissuto di passioni politiche e pubbliche, e ora ho capito…capito cosa? Che non c’è più nulla da capire e non mi resta che una passione tutta privata, privatissima, addirittura clandestina? Che quanto accade nel mondo non è più storia, percorso decifrabile, ma cronaca, caos di avvenimenti, somma di esistenze solo individuali?”

Quel che resta da salvare Valerio lo scoprirà grazie alla madre, con la sua capacità innata di trovare il senso nelle minuzie e nella quotidianità; grazie a Betty, con la sua esperienza nel rimettere insieme i frammenti; grazie infine a Claudine, che resterà sempre una possibile e imprendibile amante.
La cronaca di fine Millennio è questo tentativo estremo di restituire significato alle cose, di tracciare il filo di un’esistenza attraverso l’insieme dei pezzi:

“Se è impossibile trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte, è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere frammenti di senso, mettere insieme dei tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni. Non era questo che aveva fatto per tutta la vita mia madre?”

Romano Luperini, noto studioso e critico letterario, è nato e vive in Toscana. Ha pubblicato presso Laterza saggi su Verga, Pirandello, Montale e sul tema dell’incontro nel romanzo europeo, ha insegnato in università italiane e straniere ed è autore di un manuale di storia e antologia della letteratura molto diffuso nei licei. Dirige due riviste di teoria e critica della letteratura, “Allegoria” e “Moderna”, e il blog http://www.laletteraturaenoi.it. Come narratore, nel 2013 ha vinto il premio Volponi con il romanzo L’uso della vita. 1968 (Transeuropa). Nel 2016 ha pubblicato per Mondadori La rancura, candidato al premio Viareggio Rèpaci e vincitore del premio nazionale letterario Pisa per la narrativa.

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Mondadori, ringraziamo Anna.

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:: Missione Grande Bellezza, Alessandro Marzo Magno, (Garzanti, 2017) a cura di Greta Cherubini

10 marzo 2017
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«Fare la guerra in Italia è come combattere in un maledetto museo», osserva il generale Mark W. Clark, comandante delle forze alleate nella penisola.

Se  la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico italiano poteva risultare d’intralcio alle operazioni belliche alleate,  non fu sicuramente tale per quanti di quel «maledetto museo» fecero man bassa.
Quella raccontata da Alessandro Marzo Magno nel nuovo libro «Missione Grande Bellezza» è la storia di un saccheggio lungo un secolo, compiuto dai francesi prima e dai tedeschi poi. Un vero e proprio stillicidio di quadri,  sculture, preziosi, manoscritti, damaschi e  broccati, che hanno lasciato l’Italia a bordo di carovane, navi e treni, spesso per non farvi più ritorno.
Ma è anche e soprattutto il racconto delle eroiche gesta compiute dai Monuments Man e le Monuments Women che hanno dedicato la propria esistenza al recupero del maltolto: dall’ “emballeur” Antonio Canova, allo «007 dell’arte» Rodolfo Siviero, passando per l’affascinante Palma Bucarelli e il controverso Ante Topić Mimara, non ché dei tanti sconosciuti che hanno offerto coraggiose prove d’«onore verso la patria» collaborando alle restituzioni, come il marmista romano Antonio Bonomi, che dopo oltre vent’anni di onorata carriera presenta le proprie dimissioni al Louvre per aiutare gli inviati pontifici ad individuare le opere da riportare in patria.
L’arte diventa oggetto (o meglio, vittima) di trattati politici, giochi diplomatici e contenziosi spesso lunghi e impegnativi, in cui vincitori e vanti fanno sfoggio delle più sottili arti della persuasione per trattenere o riconquistare il maltolto.
Con una narrazione avvincente, ricca di aneddoti e testimonianze tratte dagli epistolari e dalle memorie dell’epoca, l’autore porta alla scoperta un retroscena spesso dimenticato dei grandi eventi bellici che hanno travolto il Belpaese. Perché se innumerevoli sono state le perdite umane causate dai conflitti, altrettanto può dirsi per le opere d’arte coinvolte nel grande scacchiere degli equilibri politici europei:  monili d’oro e argento fusi per ricavarne lingotti, paramenti sacri dati alle fiamme per recuperarne i fili di metallo prezioso, mobilio fatto a pezzi e usato per scaldarsi, reperti rivenduti ai collezionisti o messi all’asta, interi edifici distrutti. Senza contare i danneggiamenti subiti dalle opere d’arte nel corso del trasporto verso la Francia o la Germania ( o, con ogni probabilità la Russia): tele tripartite, vetri frantumati, statue sfregiate.

«Non sapremo mai quale impressione dovesse dare entrare in una chiesa rutilante di tessuti e pietre preziose, o nella sede di una confraternita con gli oggetti accumulati dai soci nel corso dei secoli: un patrimonio che l’ondata napoleonica ha spazzato via per sempre».

Un sterminata quantità di opere d’arte apertamente rubate per arricchire le collezioni personali dei potenti di turno o per aumentare il prestigio dei musei della nazione dominante.
 «Missione grande bellezza» è la descrizione di un lento e lugubre corteo funebre che lascia dietro di sé «mestizia, silenzio, solitudine e desolazione»; un’enciclopedia dei tesori trafugati dedicata ad esperti e amanti di storia dell’arte che intendano conoscere l’entità e la qualità del patrimonio perduto, ed insieme un’appassionata perorazione all’individuazione e al recupero di quanto ancora oggi resta da riconquistare.
«La guerra continua».

Alessandro Marzo Magno, veneziano, laureato in storia, vive e lavora tra Milano e Trieste. È stato per quasi dieci anni caposervizio esteri del settimanale «Diario». Ha scritto, tra l’altro, Il leone di Lissa. Viaggio in Dalmazia (2003), La carrozza di Venezia. Storia della gondola (2008), Piave. Cronache di un fiume sacro (2010), Atene 1687. Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone (2011). Con Garzanti ha pubblicato L’alba dei libri (sette edizioni, tradotto in inglese, giapponese, coreano e spagnolo), L’invenzione dei soldi (sei edizioni, tradotto in coreano e in turco), Il genio del gusto (seconda edizione 2015, tradotto in coreano) e Con stile (2016).

Source: pdf inviato al recensore, ringraziamo Francesca Ufficio stampa esterno Garzanti.

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:: A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, 2000) cura di Greta Cherubini

27 febbraio 2017
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«UNICUIQUE SUUM». Così recita il verso di un’inquietante lettera minatoria recapitata al farmacista Manno. E “a ciascuno il suo”, nell’opinione comune, è proprio la parte di merito o demerito che alla fine dei fatti spetterà ai protagonisti del romanzo.
Sicilia, 1964. La vita di un tranquillo paesino dell’entroterra è sconvolta da un duplice omicidio: vittime innocenti il farmacista Manno e il medico Roscio, colti di sorpresa durante una battuta di caccia.
Sulla misteriosa morte dei notabili inizia ad indagare il professor Laurana, mosso da irrefrenabile curiosità. E infatti A ciascuno il suo è innanzitutto la storia di un giallo, con tutti gli ingredienti del caso: indizi, prove, sospetti, deduzioni e colpi di scena. Ma non solo: è anche un documento storico, un affresco realistico della Sicilia degli anni ’60 permeata di ipocrisia, pregiudizi, reticenza ed omertà.
Il professor Laurana, guidato dal lume della ragione, tenta di farsi strada tra le maldicenze e le dicerie che già all’indomani dell’omicidio infangano la memoria delle rispettabilissime vittime. Fino a ribaltare completamente la prospettiva comune e ad arrivare alla verità, facendone le spese. Perché tutto il libro è sotteso in fondo da un’unica morale, che il professore si ostina a non capire:

«Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui stanno…Proverbio, regola: il
morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente, in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi del ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è soprattutto l’assassino»

A ciascuno il suo vuole essere una denuncia sociale, non più (o non solo) alla politica collusa de Il giorno della civetta, ma agli uomini e alle donne comuni, schiavi di una mentalità mafiosa che ne condiziona fino i minimi gesti quotidiani. Un atto d’accusa senza appello contro un sistema di clientelismi, compromessi e furberie a cui tutti soggiacciono. E chi non si adegua, chi, come il professor Laurana, tenta di dissodare il terreno per far valere la giustizia, è «un cretino».
Sciascia dipinge con fedeltà veristica atmosfere e ambienti della sua Sicilia, animata da una società prevalentemente maschile che si raccoglie in circoli, salotti e caffè. Ma non c’è spazio per l’adesione sentimentale: con una prosa asciutta e concreta, l’autore districa i fili della trama attraverso una lente impietosa e distaccata, volta a mettere in luce colpe e peccati di tutti i personaggi, e persino di Laurana, «onesto» e «intelligente» sì, ma «non privo di segreta presunzione e vanità».
L’inchiesta del professore condurrà alla scoperta di una verità già nota, senza trionfalismi e lieto fine. Perché quello che resta di questo romanzo è l’amara e lucida consapevolezza dell’impossibilità di ledere i meccanismi di una società immobile come quella siciliana, dove ad ognuno, per legge di natura e dai tempi più remoti, spetta il suo: il premio dell’impunità per i notabili, il compianto e perfino la derisione per chi non si fa gli affari suoi.

Leonardo Sciascia, scrittore e uomo politico siciliano di grande impegno sociale. E’ l’autore di opere come Il giorno della civetta (1961),  A ciascuno il suo (1966), La Sicilia come metafora (1979), L’affaire Moro (1978), La scomparsa di Majorana, (1975), Il teatro della memoria, (1981). Tra le sue ultime opere ricordiamo: La strega e il capitano (1986), Il Cavaliere e la morte (1989), Una storia semplice (1989). E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989.

Source: acquisto personale.

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