Posts Tagged ‘letteratura francese’

:: L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore di Pierre Loti (Bordeaux Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2019

LotiConosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!

Pierre Loti (pseudonimo di Louis ­Marie­J ulien Viaud, 1850­1923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e proprio allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019) a cura di Eva Dei

19 ottobre 2019

E i figli dopo di loroTutti costoro furono onorati dai contemporanei,
furono un vanto ai loro tempi.
Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.

A questa citazione biblica (Siracide 44, 7-9) si ispira Nicolas Mathieu per il titolo del suo nuovo libro, da poco pubblicato in Italia da Marsilio, ma già vincitore del Premio Goncourt 2018.
Le vite che mette nero su bianco l’autore sono proprio quelle che più facilmente si tende a dimenticare, uomini e donne qualunque alle prese con le miserie della vita. Anni Novanta, siamo nella Lorena, regione della Francia del nord-est, vicina al confine con il Lussemburgo; tutto si svolge a Heillange, cittadina immaginaria. Qui nell’arco di quattro estati un osservatore esterno ci racconta la vita di tre giovani: Anthony, Hacine e Stéphanie. Le loro vite si sfiorano e si intrecciano durante il tempo del racconto e il lettore li segue fino al momento della loro crescita, in quel passaggio che segna la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta. Dal 1992 al 1998 qualcosa si perde in quelle estati scandite dalle canzoni che danno il ritmo alle loro giornate: è la fine dell’ingenuità e l’inizio delle responsabilità, lo scontro tra aspettative e realtà.
Anthony ha quattordici anni, una palpebra semichiusa che gli conferisce un’aria perennemente imbronciata e un padre alcolizzato; Hacine ha qualche anno in più, è di origine marocchina, vive con il padre in un appartamento delle case popolari, ma pur di non finire come lui, piegato e consumato dal lavoro in fabbrica per pochi franchi, si dedica a qualsiasi tipo di espediente, dallo spaccio al furto. Infine Stéphanie, Steph per tutti, lunghi capelli biondi fermati in una coda di cavallo e un’autentica ossessione per il bello e dannato della scuola, Simon Rotier. Tre ragazzi provenienti da famiglie diverse, alle prese con problematiche tipiche dell’adolescenza, ma anche con differenti disagi affettivi e sociali. Una cosa li accomuna: il desiderio di riscatto, di evadere da quella valle che gli imprigiona, di avere delle vite migliori di quelle dei loro genitori: più felici, più complete, più soddisfacenti. Sì perché nonostante gli sforzi nessuno riesce a riscattarsi completamente: sembra che il loro status sia un marchio indelebile che grava sulle loro esistenze.
La stessa Heillange, un tempo florida per la presenza degli altiforni, sembra adesso ammantata da un velo di decadenza. Agli occhi dei ragazzi la città si fa al tempo stesso culla e prigione. Heillange è il luogo in cui sono nati e cresciuti, ma nei loro sogni il futuro è altrove, in città come Parigi, città più grandi, ricche di prospettive e possibilità. Ma imparare a cavarsela altrove non è così facile e scontato come nei sogni adolescenziali e spesso ogni strada imboccata dai ragazzi sembra riportare all’origine.

Steph pareva cercare qualcosa nel paesaggio. A furia di girare a piedi, in bici, in scooter, in autobus, in macchina, conosceva la valle a memoria. Tutti i ragazzi erano come lei. Lì la vita era una questione di tragitti. Si andava a scuola, dagli amici, in città, in spiaggia, a farsi una canna dietro la piscina, a incontrare qualcuno ai giardinetti. Si tornava a casa, si usciva di nuovo, idem per gli adulti, il lavoro, la spesa la tata, la revisione da Midas, il cinema. Ogni desiderio induceva una distanza, ogni piacere richiedeva carburante. Alla lunga finivi per pensare come una mappa stradale. I ricordi erano necessariamente geografici. (…) Nella valle alcuni uomini si erano arricchiti e avevano costruito case imponenti che on ogni paesino irridevano l’attualità. Bambini erano stati divorati dai lupi, dalle guerre, dalle manifatture; ora lì c’erano Anthony e Stéphanie, a constatare i danni. Sotto la pelle gli correva un brivido intatto. Così come nella città spenta continuava a dipanarsi una storia sotterranea che avrebbe finito per esigere prese di posizione, scelte, movimenti e lotte.

Licenziamenti, lavori faticosi e poco remunerativi: tutto porta a una lotta tra poveri, a una difficoltà di integrazione sempre più inevitabile, a un’incapacità di riuscire che aumenta il divario tra genitori e figli. I primi non si accorgono delle reali conseguenze che le loro parole e azioni esercitano sui figli, mentre questi ultimi spesso perseguono desideri simili ai genitori anche se la volontà di non seguirne l’esempio e le scelte li porta spesso a compiere decisioni affrettate e sbagliate.
Nicolas Mathieu ricostruisce uno spaccato realistico degli anni Novanta, quel decennio che ha segnato e dato vita a molte problematiche dei giorni nostri. Scegliendo di raccontare tre storie qualunque l’autore non si interessa tanto all’eccezionalità della trama: quello che ci racconta sono le lotte e i sacrifici della classe operaia e medio borghese, fino alla sua decadenza. Quello che ne rimane vive nella rabbia e nei desideri dei figli dopo di loro.

Nicolas Mathieu è nato a Épinal, nella regione dei Vosgi, nel 1978 e oggi vive a Nancy. Ha esordito nel 2014 con il noir Aux animaux la guerre, da cui è stata tratta una serie tv. E i figli dopo di loro, suo secondo romanzo, accolto con entusiasmo da critica e pubblico, ha vinto nel 2018 numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali il Prix Goncourt, ed è in corso di traduzione in venti paesi.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.

:: E le altre sere verrai? di Philippe Besson (Guanda, 2002) a cura di Eva Dei

27 agosto 2019
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Notte fonda, le strade deserte di una città. In primo piano, all’angolo di una strada, un locale dalle ampie vetrate con un’insegna che recita “Phillies”. All’interno si scorgono un barista e tre avventori: una donna con un vestito rosso e due uomini con completo e cappello. Ognuno di loro sembra assorto nei suoi pensieri, seduto a quel bancone, ma distante, imprigionato nella propria solitudine. Una scena sicuramente familiare, perché rievoca in tutto e per tutto il famoso quadro di Edward Hopper Night Hawks (1942, I nottambuli).
Ma se quelle persone dipinte sulla tela potessero parlarci o anche solo rivelarci alcuni dei loro pensieri, cosa ci racconterebbero? Philippe Besson ha provato a dar loro voce in E le altre sere verrai?, romanzo con cui ha vinto nel 2003 il Grand prix RTL-Lire. Affascinato dal quadro del pittore americano, Besson ne acquista una riproduzione e una sera, osservandolo, la storia di quella donna vestita di rosso e dei tre uomini che la circondano si impone alla sua attenzione.
Abbandoniamo gli anni ’40 e New York, per arrivare in epoca contemporanea nella baia di Cape Cod, dove il Phillies è uno dei tanti locali della costa. È una domenica di settembre, come ogni sera da nove anni a questa parte, Ben sta lustrando il bancone del locale quando vede entrare Louise. La conosce dal suo primo giorno di lavoro, lei è una cliente abituale e tra loro c’è una conoscenza fatta di piccoli gesti, di chiacchiere insignificanti, di confidenze ricavate dai piccoli gesti.

Nessuno dei due direbbe che sono amici, casomai conoscenti, si vogliono bene, ciascuno sa qualcosa della vita dell’altro, hanno reazioni e ricordi in comune.”

Louise indossa l’abito rosso, quello che riserva alle grandi occasioni. In effetti quella sera, sorseggiando il solito Martini bianco, Louise aspetta con ansia la chiamata del suo amante, Norman. Mentre lei è seduta al Phillies lui sta mettendo fine al matrimonio con la moglie. Un atto doloroso, ma necessario che li consentirà di vivere liberamente la loro storia. Assorta in pensieri e fantasie, tutto si aspetterebbe tranne che a varcare la soglia, di lì a pochi minuti, sia Stephen Townsend. Un’ondata di ricordi la inebetisce e la terrorizza lasciandola senza parole davanti a quello che è stato il suo grande amore. Nonostante i cinque anni trascorsi, Stephen non ha perso il suo fascino, ma è a sua volta imbarazzato, forse un po’ a disagio. Cautamente i due si studiano, capiscono come muoversi, iniziano con frasi banali, convenevoli, ma non esitano a riservarsi qualche battuta amara. Se da un lato tutto sembra cambiato nelle loro vite, dall’altro riscoprono il piacere di abbandonarsi a una dolce nostalgia, fatta di atteggiamenti e abitudini familiari.
Spettatore di questo confronto Ben, e noi con lui. Ripercorriamo la storia dei protagonisti, presente e passato, seguendo l’andamento della narrazione, che vira con abilità dal discorso diretto al discorso indiretto libero. Questa tecnica, scelta da Besson, non solo ci restituisce dei personaggi familiari, quasi noti, ma ci cala perfettamente nella notte solitaria dipinta da Hopper.
Louise, Ben e Stephen abitano lo stesso luogo in quel momento ma interagiscono con delicatezza, senza invadere lo spazio dell’altro. Spazio abitato da ricordi e sensazioni troppo intime per essere esibite con ostentazione, ma presenti proprio perché meno evidenti. Privato e pubblico si mescolano nel gioco contraddittorio delle relazioni umane.

Ecco cosa è capitato loro: più nessuno che li aspetti. Sono soli, come lo sono soltanto i vecchi. Hanno lo sguardo perso della solitudine. Hanno il fiato corto di chi è sfinito. Hanno i gesti rallentati dei più inermi. Si rifugiano in un bar improbabile, all’estremità di un continente. Sgranano la loro vita come altri le preghiere, avvolgendo rosari alle dita ossute. Sono giunti al termine di qualcosa, senza essere ancora in grado di discernere quel che potrebbe cominciare per loro. Si sono persi. In quello smarrimento che li unisce, alla fine potrebbero essere capaci di parlarsi chiaramente, e di aprirsi a una sorta di dolcezza.

Philippe Besson è nato nel 1967 a Parigi, dove tuttora risiede. Guanda ha pubblicato i romanzi E le altre sere verrai?, Un amico di Marcel Proust, I giorni fragili di Arthur Rimbaud, Un ragazzo italiano, Come finisce un amore, Non mentirmi e Un certo Paul Darrigrand.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta di Alexandre Siniakov (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2019
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Premio miglior libro di spiritualità 2018 in Francia, Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta (Comme l’eclair parte de l’Orient, 2017) di Alexandre Siniakov, tradotto dal francese da Carlo Travaglino, narra di un viaggio, metaforico e reale, tra Oriente e Occidente, compiuto da un giovane nato a Stavropol, odierna città della Russia sud-occidentale, ai margini settentrionali del Caucaso, nel 1981 quando era ancora territorio sovietico. Il suo amore per l’Occidente, e la Francia principalmente, nacque sui libri, dove incontrò anche per la prima volta Cristo. Le limitazioni di un regime che non privilegiava la libertà di movimento personale lo spinsero ad amare le lingue, prima l’inglese e il tedesco, appresi nella scuola sovietica che frequentò, poi il francese, in modo più autodidattico, viste come dono dello Spirito Santo e strumento di libertà, di comunione e di conoscenza.
Sin da piccolo voleva partire, lasciare il soffocante microcosmo del sovkhoz, azienda agricola imposta dalle autorità sovietiche a partire dal 1929, in seguito alla collettivizzazione delle terre e dei mezzi di produzione, e andare a Parigi, in Europa dove erano ambientati molti dei libri che amava. Poi la fede cristiana irruppe nella sua vita e si rafforzò in lui la vocazione di dedicarsi interamente a Cristo diventando suo consacrato. Sembra comunque che la Provvidenza non si sia dimenticata delle sue preghiere di bambino, e infatti proprio in Francia ha proseguito il suo percorso religioso diventando attualmente direttore di un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.
Non è tenero con il regime sovietico, non è vittima dello spirito nostalgico di molti russi che rimpiangono il passato, oggettivamente delusi dal presente problematico.
Cosa mi ha colpito di più di questo sacerdote ortodosso, è la grande indipendenza e autonomia intellettuale, retta da un carattere forte e determinato, insofferente di vincoli e costrizioni, ereditato dal suo sangue cosacco. Inoltre la sua visione unitaria del cristianesimo, di cui sopporta con malcelato disagio divisioni, e scontri teologici, ecclesiologici e dottrinali, dichiarandosi un ortodosso “cattolico”, nel senso originario del termine. Forte del fatto che il cosmopolitismo cristiano non è rifiuto delle differenze, delle peculiarità culturali e linguistiche dei popoli.
È affascinante insomma la sua visione del mondo, nella prospettiva del Vangelo, pur con tutte le differenze che ancora caratterizzano cattolicesimo e ortodossia. Da cattolici è perciò necessaria una fede matura per affrontare questo testo e non essere turbati da eventuali discrepanze intellettuali. Insomma le differenze sono ancora reali, sebbene attenuate da un certo spirito di tolleranza: dalla Dormizione di Maria, al matrimonio per i sacerdoti, al non riconoscere i sacramenti oltre a quelli all’interno della Chiese Ortodosse (tanto da necessitare un secondo Battesimo per Siniakov, precedentemente battezzato alla nascita secondo il rito dei Vecchi Credenti, cosa che per lungo tempo ha alimentato suoi dubbi e perplessità, considerato che il Battesimo è proclamato come unico).
Senza peli sulla lingua Alexandre Siniakov ci accompagna nel suo personale percorso di crescita spirituale e lo fa senza evitare ingenuità da lui commesse nel passato come bruciare Il Maestro e Margherita, colto da un raptus da Santa Inquisizione, giudicandolo blasfemo. Ora se ne pente, comprendendo che quel gesto fu unicamente dettato da ignoranza, entusiasmo neofita ed eccessivo zelo riconoscendo al libro di Bulgakov il suo reale spirito di denuncia del regime sovietico, più che un attentato all’integrità della fede cristiana.
Insomma è un testo spirituale ricco e autentico, non privo di asperità, ma capace anche di voli poetici come quando ci descrive il cielo stellato della steppa, dove senza inquinamento luminoso sono visibili miriadi di stelle come ai tempi di Abramo, o di osservazioni molto personali quando ci esprime il suo metodo educativo, il suo amore per la natura e gli animali, o quando indica la necessità di abbandonare il nazionalismo religioso (fa accenno a Israele) in favore di una fratellanza universale che pone sullo stesso piano ogni uomo a qualsiasi paese, lingua, tradizione appartiene, tanto da citare gli Atti 11, 17,

Se Dio ha fatto a queste persone lo stesso dono di grazia che ha dato a noi che abbiamo creduto al Signore Gesù Cristo, chi ero io da poter impedire a Dio di agire?”.

Per raggiungere vette di saggezza quando per esempio puntualizza che più che criticare gli altri, la vera battaglia si compie all’interno di noi, lottando contro i nostri peccati e le nostre debolezze, e che il male non va cercato fuori, ma in ciò che ci impedisce di amare prima Dio, e poi il nostro prossimo.
Riportandoci al primo comandamento che già di per sé rende compiuta la Legge. Se ci limitassimo ad amare avremmo già di per sé ottenuto la pace, la completezza, la perfezione e la santità. Compreso questo ogni cammino di fede non può che portare alla salvezza per sé e per chi ci circonda, vedendo finalmente la verità luminosa in tutto il suo splendore.
Al netto delle sue connotazioni puramente spirituali, teologiche e correlate al sacro, Come la folgore sorge da Oriente ha la capacità di analizzare più nel profondo le relazioni tra Occidente e Oriente, entità più simili di quanto le apparenti divisioni sembrano comprovare, evidenziando infine quanto la spiritualità possa fungere da ponte tra due percorsi che non possono che tendere all’unità, nel rispetto delle differenze e delle perfezioni individuali.

Alexandre Siniakov nato a Stavropol (Russia) nel 1981, Alexandre Siniakov ha studiato alla Facoltà di teologia domenicana a Tolosa, prima di proseguire gli studi a Parigi, Cambridge (Gran Bretagna) e Lovanio (Belgio). È stato ordinato diacono nel 2003 e sacerdote nel 2004 a Vienna. Membro della rappresentanza della Chiesa ortodossa russa a Bruxelles, incaricato delle relazioni ecumeniche russe in Francia, dirige un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa Edizioni San Paolo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I Maigret 6 di Georges Simenon (Adelphi, 1999-2002) a cura di Daniela Distefano

3 luglio 2019

I MAIGRET 6(1)Se quel piccolo commissario dalla testa grossa avesse conosciuto meglio Maigret, si sarebbe accorto del cambiamento che si era prodotto nel celebre collega durante gli ultimi minuti. Fino a qualche momento prima era un omone tarchiato, dall’aria un po’ svagata, che fumava senza convinzione la pipa guardandosi intorno con espressione annoiata. Ora appariva più concentrato. Perfino il passo era più pesante, e i gesti più lenti. Lucas, per esempio, che conosceva il suo capo meglio di chiunque altro, si sarebbe subito rallegrato del cambiamento” – “Le vacanze di Maigret”

Composti tra il 1947 ed il 1949, i racconti “La furia di Maigret”, “Maigret a New York”, “Le vacanze di Maigret”, “Il morto di Maigret”, “La prima inchiesta di Maigret”, formano un ascensore di sensazioni, come se Georges Simenon si sia proprio divertito a seguire le vicende – a volte irriverenti- del suo personaggio che tra un’indagine a rilento e un caso da rompicapo sgattaiola dal plot per allietarci nelle ore di canicola di questi giorni.
Ma andiamo con ordine, la prima storia rivela “La furia di Maigret” e vede un Maigret insolito, nelle vesti di neo-pensionato (l’ultimo racconto invece ci parla della prima inchiesta del celebre Commissario, quasi a costituire un cerchio che racchiude vicende, fatti, paure, intrighi e poi la flemma catartica consueta di Simenon). Da poco andato in pensione e ritiratosi a Meung-sur-Loire, dunque, Maigret riceve la visita di Bernadette Amorelle, una ricca signora ottuagenaria che lo convince a indagare sull’improvviso suicidio per annegamento di sua nipote Monita. L’inchiesta, seppur non ufficiale, si svolge a Orsenne, paese di invenzione di Simenon, dove vivono gli Amorelle, una ricca famiglia di imprenditori. Qui, oltre all’anziana signora, vivono le due figlie, una delle quali è sposata con Ernest, un vecchio compagno di scuola di Maigret.
Nel secondo racconto siamo con “Maigret a New York”, in un concitato marasma americano che lascerà indelebile nella nostra memoria situazioni al limite del grottesco (da rileggere il passo con l’incontro tra Maigret ed una veggente nonché cartomante ed ex funambola) e della sottocutanea, amara, ironia dello scrittore. Ecco il plot: Durante il suo primo anno di pensionamento a Meung-sur-Loire, l’ex-commissario Maigret riceve la visita del giovane Jean Maura, figlio di un ricco uomo d’affari, John Maura, di New York. Il giovane, con l’aiuto del suo avvocato, convince Maigret a partire in nave con lui alla volta di New York, dove egli crede che suo padre sia in pericolo. Al momento dell’arrivo però, Jean scompare. Maigret incontra un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien, che aveva conosciuto a Parigi durante un’inchiesta, il quale gli dice che Maura, da giovane immigrato proveniente da Bayonne, aveva vissuto nel quartiere povero del Bronx con un amico violinista, Joseph Daumal. Il commissario non esita ad andarci in taxi per capire meglio il vissuto di questi strani individui.
Nel terzo racconto, “Le vacanze di Maigret” ci regalano un noir dai toni più oscuri e sofferti. Maigret e la moglie sono in vacanza a Les Sables-d’Olonne, ma un attacco di appendicite costringe la signora Maigret a sottoporsi ad un intervento chirurgico urgente. Una sera, rientrando in albergo dopo aver fatto visita alla moglie in ospedale, Maigret si accorge di avere nella tasca della giacca un messaggio anonimo che lo prega di andare a visitare la paziente della stanza numero 15. La paziente muore il giorno successivo, dopo essere stata in coma per giorni a seguito, stando alle testimonianze raccolte, di un incidente d’auto. Maigret non può indagare formalmente, essendo in vacanza fuori dalla sua giurisdizione, tuttavia non può fare a meno di investigare sul caso e seguire le tracce che partono dal messaggio anonimo che gli è stato infilato in tasca a sua insaputa.
Il quarto racconto ha un titolo assai esplicativo: “Il morto di Maigret”. Un uomo chiama al Quai e chiede di poter parlare con il commissario Maigret. Sta telefonando da un bistrot e dice di essere seguito da qualcuno che vuole ucciderlo. L’uomo afferma che Maigret conosce sua moglie Nine, ma prima di finire la comunicazione riaggancia per poi richiamare da un altro bar. Richiama da diversi café, fino a quando, tardi, le chiamate cessano. Quella stessa notte il suo cadavere viene ritrovato in place de la Concorde, con il volto tumefatto e irriconoscibile, accoltellato a morte. Qualcuno l’ha spinto fuori da un’auto. Viene pubblicata la sua foto sui giornali ma –perlomeno all’inizio – non vi è alcun indizio, né alcuna informazione sull’identità della vittima.
A concludere i Maigret 6, “La prima inchiesta di Maigret”. Nella notte tra il 15 al 16 aprile 1913, Justin Minard, un giovane flautista, entra nel commissariato di quartiere di Saint-Georges nel IX arrondissement. Dice di avere udito un grido di donna e poi uno sparo provenire dall’interno di una villa in rue Chaptal. Maigret accompagna Minard alla villa per effettuare lui stesso un sopralluogo. Parte così il volo di Maigret nell’attività che lo ha reso il Commissario più famoso al mondo. Un tragitto pieno di buche e tante felici intuizioni.
Queste cinque narrazioni confermano – ove ce ne fosse il bisogno – la ricercatezza nel dettaglio, la raffinatezza dello stile, non per forza ricercato, il profumo delle invenzioni di Simenon, la cui corda creatrice non ha conosciuto da vivo e da morto l’usura del tempo. Poco importa se ad essere osannato in tutto il pianeta è un protagonista affatto seducente, grande e grosso come un orso, semi-alcolizzato, che tratta la moglie come un robot che sorride sempre e non si ribella mai. Maigret è Maigret, è lo scrigno ideativo di Simenon che ha fatto il “Miracolo di Cana”: il suo è un vino che si è conservato buono fino alla fine, la sua ispirazione è eternamente attuale.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La maledizione delle ombre di Jean Christophe Grangé (Garzanti 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2019

La maledizione delle ombre di Jean Christophe GrangéChe Jean Christophe Grangé sia un outsider, un fuori casta, non è una novità. Come Grangé c’è solo lui. Se i suoi libri sono molto differenti dal nostro classico giallo all’italiana, dubito che rientri neanche nel giallo alla francese, Grangé naviga in acque tutte sue.
A suo modo è una versione europea, e spiccatamente francese, di James Ellroy, stessa abilità narrativa, stessa padronanza lessicale, stessa vena di temerarietà oltre le righe, stesso senso del ritmo e della suspense, e stessa prolificità, sono entrambi capaci di sfornare tomi da 500 pagine e più con praticamente poche pagine superflue, sebbene forse qualche sforbiciata qui e lì renderebbero i romanzi più maneggevoli.
Certo non sono libri per tutti, dire che i suoi libri sono adatti a stomaci forti è un eufemismo, e che le tematiche siano esclusivamente per adulti e ben poco influenzabili idem, non vorremmo mai che frotte di adolescenti in via di emulazione si tagliassero un fianco per esporre gli intestini a un particolare genere di voyeur.
Insomma ci siamo capiti La maledizione delle ombre (La terre des morts, 2018) edito da Garzanti e tradotto da Doriana Comerlati e Giuseppe Maugeri, è un libro da trattare con cautela.
Sebbene ami Grangé come autore, ecco mi pare doveroso avvertire i lettori che tra perversioni, droga, violenza, traumi, deliri etc.. qui Grangé ne ha fatto come una sorta di campionario, e se amate i thriller diciamo più tranquilli, bene forse è meglio che vi dirigiate verso altri lidi.
Non è tra i miei suoi libri preferiti, però non si può dire che non sia originale come costruzione della trama e dei personaggi, e inquietante, con tutto il torbido mondo legato a club sadomaso, esperti di shibari e bondage estremo, violenze e perversioni varie, e tutto quello insomma che dovrebbe shoccare, sconvolgere e scandalizzare il placido mondo borghese. Ma come si suol dire finchè si è adulti e consenzienti, tutto va bene, o quasi.
La sensazione che ho avuto, al netto della trama diciamo poliziesca, che analizzerò in seguito, (e vi preannuncio già geniale sia per come depista investigatori e lettore, per poi servire il colpo di scena finale secco come la lama della ghigliottina che cade) è che Grangé abbia voluto fare un viaggio personale nel misterioso e proibito mondo del sesso non omologato ed eretico, uno dei pochi campi dove sia ancora possibile una sorta di creativa ribellione e anarchia, col piglio indagativo di uno Stieg Larsson prima maniera, scrivendo una sorta di “Uomini che odiano le donne” contorto e psichedelico. Anzi introdurrei per lui il termine di acid thriller, se non l’hanno già coniato.
Eroe e protagonista della vicenda è Stephane Corso, capo della prima sezione della brigata Criminale del Trentasei parigino, un poliziotto sui generis, segnato da un passato difficile, senza famiglia, affidamenti familiari, droga, illegalità, abusi, preso per i capelli da Catherine Bompart, capo della Criminale, che l’ha letteralmente tolto dalla strada, salvato da un’accusa di omicidio e trasformato nel migliore poliziotto del Trentasei (non fatevi ingannare dal fatto che sembra che canni per tutto il romanzo ogni ipotesi investigativa possibile, in realtà sta lottando con una mente criminale al di là di ogni catalogazione, e alla fine scopre tutto, eccetto naturalmente il mistero finale che comunque Grangé ci serve in un piatto d’argento, e ormai molti lettori c’erano già arrivati o perlomeno ne avevano avuto il dubbio conoscendo i temi cardine dell’autore). Di destra, ma non così di destra come Catherine Bompart (che vota per il Front Nazional e auspica il ritorno della pena di morte), con un grumo di violenza compresso, che trova libero sfogo per esempio nell’operazione Pablo-Picasso, o quando pesta durante l’interrogatorio l’indiziato senza tante remore, (insomma rispetto per i diritti umani dei delinquenti pari a zero), con un unico e assoluto lato positivo, l’amore incondizionato e autentico per suo figlio Thaddée, l’unica luce in un mondo di oscurità, per cui lotterà contro l’ex moglie bulgara e dalla doppia vita, con gusti sessuali molto particolari. Insomma Corso è, pur con tutto quello che lo caratterizza, simpatico, nasce nel lettore per lui una certa empatia, non è insomma una carogna al cubo come avrebbe potuto essere. Grangé conserva qualcosa di sacro e positivo, e un barlume di speranza che racchiuderà un che di catartico nel finale. (Se no c’era davvero da dare la testa nel muro, credete a me).
Se il punto di forza del libro è il protagonista, anche il lato investigativo ha il suo fascino. Corso è a capo di una quadra formata da altrettanti validi poliziotti: Barbie, diciamo la sua vice, più acuta e sveglia di lui per molti versi, Stock, Ludo e Krishna.
Ma veniamo al caso che nasce dal ritrovamento, non lontano da place d’Italie, del cadavere di una spogliarellista dello Squonk, locale alla moda del X arrondissement, Sophie Sereyes, nome d’arte Nina Vice.
Già le modalità dell’assassinio e di come è stato composto il corpo (richiama alcune opere apocrife di Goya) fa capire che non siamo davanti a un assassino comune: i nodi con cui è stata legata la vittima, il volto sfigurato in maniera orribile e altri macabri dettagli lasciano gli investigatori sconcertati e perplessi.
Sulle prime il caso è affidato al comandante Patrick Bornek, vecchia guardia, uomo e poliziotto che segue la procedura, che non ne cava un ragno dal buco, allora per una sorta di avvicendamento il capo della Criminale affida il caso a Corso e alla sua squadra, ed è l’inizio di un tour degli inferi di prima grandezza.
Corso e i suoi rivedono punto per punto i passi condotti da Bornek (forti del fatto noi faremo meglio) finchè i nodi con cui era stata stretta la vittima li conducono da un vero maetro di shibari, l’arte della corda giapponese, che li illumina su alcuni particolari, tra cui la presenza di “nodi chiusi” che rimanda allo “shibari dei colpevoli” (confermando l’intuizione di Corso che quella morte sia una sorta di punizione), e soprattutto la presenza di un nodo aperto, a simboleggiare che è solo l’inizio e non si tratta di un omicidio isolato ma l’opera di un vero e proprio serial killer.
E infatti la seconda vittima arriva, sempre una spogliarellista dello Squonk, stesse modalità, stesso macabro rituale.
Indizi che si contraddicono, piste che non portano da nessuna parte, finchè un poliziotto ormai in pensione non arriva con un faldone e la sicurezza assoluta di sapere chi è l’assassino: un tale Sobieski, un vero pendaglio da forca, trent’anni prima giudicato colpevole di un omicidio molto simile per cui si è fatto una lunga sfilza di anni di carcere, per uscirne… redento, un’artista, un pittore quotato, beniamino di intellettuali, politici, e personaggi progressisti che ne hanno fatto un esempio di riabilitazione e rinserimento nella società.
Cose a cui Corso, non è manco il caso di dirlo, non crede affatto, insomma assassino una volta assassino per sempre, nessuna possibilità di redenzione, e infatti lo elegge a suo colpevole ideale, e per tutto il libro assistiamo a una sua personale, a volte scombiccherata, caccia per incastralo.
Ma Sobieski sarà davvero il colpevole?
Quando finalmente Corso riesce a arrestarlo e inizia il processo, l’apparizione del suo avvocato difensore Claudia Muller, paladina dei diritti degli indifendibili, donna bellissima e misteriosa, che non lo degna della minima attenzione (Corso si prende una scuffia pazzesca per la bella avvocatessa, così lontana dal suo modo di pensare e agire), le carte si ribaltano, tutto sembra perdere senso e anche in Corso si affaccia il dubbio, facendolo perdere nei meandri di un’indagine che ormai ha i connotati di un’ossessione.
Non posso dire di più ma la bravura di Grangé saprà governare questa massa apparentemente confusa e magmatica, tirando le fila e dando spiegazioni plausibili per ogni vicenda a prima vista inverosimile.
La cosa bella è che gli indizi rivelatori Grangé te li mette sotto il naso già dall’inizio (e insiste pure) e non li capisci. Corso non li capisce perché offuscato dalle sue ossessioni e dai suoi demoni interiori, il lettore perché in effetti chi regge il gioco non gioca pulito, anzi tutt’altro.
Al netto delle parti più macabre e splatter, non voglio sapere dove Grangé si è documentato per tutta la parte dedicata ai film gonzo e alla loro commercializzazione su internet, parti però funzionali a creare l’atmosfera nera che si respira per tutto il romanzo, non si può non ammirare la bravura di Grangé come scrittore. Alla fine della lettura comunque il dubbio che in giro di sciroccati che ce ne siano davvero tanti è legittimo, pur tuttavia è consolante che nasca tutto dalla fervida fantasia di Grangé, tipino da prendere con le pinze pure lui. Se dopo tutto quello che ho scritto non vi ho dissuaso definitivamente dal comprare il libro, vi auguro buona lettura, dopo tutto la realtà batte sempre qualsiasi fantasia. E c’è un limite pure a quello che si può scrivere in un romanzo. Grazie a Dio direte voi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale. Dopo l’esordio negli anni Novanta, giunge alla notorietà grazie al film di Mathieu Kassovitz tratto da I fiumi di porpora (Garzanti 1999) interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel, il primo di diversi adattamenti delle sue opere per il cinema e la televisione. Per Garzanti ha pubblicato anche Il volo delle cicogne (2010), Il concilio di pietra (2001), Amnesia (2012), Il respiro della cenere (2013) e Il rituale del male (2016), primo volume della saga nera che trova la sua conclusione nell’Inganno delle tenebre (2017). Sempre con il medesimo editore pubblica La maledizione delle ombre (2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

:: Sette rose per Rachel di Marie-Christophe Ruata-Arn (Sinnos editore 2019) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2019

Sette rose per RachelElena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.

Marie-Christophe Ruata-Arn ha un doppia formazione di architetto e sceneggiatrice. Oltre a insegnare, progettare, scrivere sceneggiature per spettacoli teatrali e programmi televisivi, romanzi per ragazzi e adulti, suona anche in un gruppo rock tutto al femminile

Source: inviato al recensore dall’editore Sinnos. Grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa.

:: Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

18 giugno 2019

ec copEmmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa letteratura. E che letteratura.
Sono anni che Carrère ha scelto di non utilizzare la finzione e di confrontarsi nei suoi libri con la realtà. L’avversario, Limonov, e Il Regno sono i libri in cui lo scrittore francese trasforma la vita in grande letteratura.
Il libro più importante di questo nuovo corso del grande scrittore francese è senza dubbio Vite che non sono la mia. A dieci anni dalla sua prima pubblicazione il volume torna in libreria pubblicato da Adelphi nella nuova traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio.
È il suo libro più empatico e più temerario. In queste pagine Carrère sceglie di mettersi da parte e di dare voce al dolore degli altri. Lo scrittore stesso ci dice che ha scritto un libro in cui tutto è vero.
Quando uno scrittore nella sua opera riesce a farsi carico delle esistenze altrui, raccontando con intensità umano tutto il dolore che consuma, diventa un servitore umano troppo umano del vero.
In Vite che non sono la mia succede tutto questo e Carrère è capace di guardare nelle profondità dell’animo umano, di fare della vita e dei suoi sguardi letteratura.
Lo scrittore francese decide di scrivere il libro dopo essere stato toccato da due episodi dolorosi che hanno toccato nel vivo la sua sensibilità di uomo: il devastante tsunami in Skri Lanka del 2004. Lui si trovava in vacanza in quel posto quando l’evento si scatenò in tutta la sua drammatica brutalità.
Ha vissuto da testimone questa sciagura ed è riuscito a cogliere in presa diretta tutte le macabre impressioni.
L’altra vicenda che lo ha colpito è la morte per cancro della sorella della sua compagna.
Per Carrère c’è stato un solo modo per ricevere il dolore degli altri, dargli voce, farlo diventare il proprio dolore.
Senza nessuna enfasi nelle pagine di Vite che non sono la mia, lo scrittore e l’uomo sono riusciti con le parole a testimoniare nei minimi particolari le lacerazioni inevitabili di un dolore che ci riguarda tutti.
Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre vita e letteratura.

«La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle»

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.
Il 21 giugno a Emmanuel Carrère verrà assegnato il prestigioso Premio Hemingway per la sezione letteratura.
Lo scrittore francese incontrerà il suo pubblico al centro Kursaal di Lignano Sabbiadoro.
Carrère dialogherà con Alberto Garlini, presidente di giuria del premio.
Il riconoscimento gli verrà consegnato sabato 22 giugno, alle 18.30 al Cinema City di Lignano Sabbiadoro, nel corso della cerimonia di Premiazione. Siamo sicuri che Hemingway avrebbe approvato.

Emmanuel Carrère è scrittore, regista e sceneggiatore francese.
Laureato all’Istituto di Studi Politici di Parigi, è figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d’Encausse, prima donna ad essere eletta nell’Académie française, figlia di immigrati georgiani che fuggirono la Rivoluzione russa.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per «Positif» e «Télérama». Il suo primo libro, Werner Herzog, un saggio, è stato pubblicato nel 1982.
Il suo esordio come romanziere risale invece al 1983: è L’amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo Bravura (1984, in Italia pubblicato nel 1991 da Marcos y Marcos), invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti. Nel 1986 è uscito Baffi (da cui nove anni dopo lo stesso Carrère ha tratto l’omonimo film), nel 1988 Fuori tiro, nel 1995 La settimana bianca, nel 2000 L’avversario, nel 2002 Facciamo un gioco, nel 2007 La vita come un romanzo russo, nel 2009 Vite che non sono la mia e nel 2012 Limonov (con il quale vince il Prix Renaudot).
Tradotta in Italia dal 1996 al 2011 per l’editore Einaudi, che ne ha pubblicato 5 titoli, l’opera di Carrère viene rilanciata nel 2012 da Adelphi con la biografia del controverso personaggio Limonov, finalmente bestseller di vendite, e la ripubblicazione delle opere precedenti.
Nel 2015 sempre per Adelphi esce Il regno, a cui seguono A Calais (2016), Io sono vivo, voi siete morti (2016), Propizio è avere ove recarsi (2017), Un romanzo russo (2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Il Montacarichi di Frederic Dard (Rizzoli, 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2019
Il Montacarichi

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Parigi, inizio anni’60, vigilia di Natale.
Albert Herbin, scontati gli anni di carcere per aver ucciso la sua amante, moglie del suo principale, torna nel suo vecchio quartiere, a Levellois, al confine con il XVII arrondissement di Parigi, nella casa di sua madre, nel frattempo morta (di dispiacere?)
I ricordi dell’infanzia lo assalgono, assieme alla solitudine e al rimpianto per tutto quello che non è stato. Non sopportando più quel claustrofobico e ristretto ambiente, esce per le strade addobbate di lucine e festoni e piena di gente che si affolla per i preparativi del pranzo della vigilia.
Vaga senza meta nel tentativo di sfuggire all’angoscia. Compra in una piccola cartoleria – libreria- emporio una gabbietta di cartone argentato spolverata di quarzo con all’interno un uccellino esotico di velluto blu e giallo che si dondolava sul trespolo dorato (che ritornerà nel romanzo, tenetevelo a mente).

Sembrava di essere in una grotta fatata piena di tesori inestimabili. Le decorazioni per l’albero di Natale riempivano gli scaffali: uccellini di vetro, Babbi Natale di carta, cestini di frutta di ovatta colorata e tutte quelle palline fragili come bolle di sapone che trasformano un semplice abete in una favola.

Entra in un bar tabacchi per bere un aperitivo. Cammina sotto la pioggia vischiosa. Poi il suo destino si compie: le terribili coincidenze del fato, che lo imprigionano più delle sbarre della prigione, si materializzano sul suo cammino. Entra verso le 8 in un grande ristorante del centro:

Era una trattoria tradizionale, con specchi, perlinato, portatovaglioli, lunghe panche sormontate da piante rampicanti, buffet e camerieri in pantaloni neri e giacca bianca. I vetri erano muniti di tendine, e d’estate le piante verdi venivano spostate sul marciapiedi. Era il tipico ristorante rinomato di provincia. E rinomato doveva esserlo. Quando da bambino storcevo il naso davanti ai suoi piatti, mia madre sospirava: «Vai a mangiare da Chiclet!»

Un miraggio di felicità borghese, in cui anche sua madre fantasticava di entrare ma avevano solo e sempre visto da fuori.
Ed è lì che la vede in compagnia di una bambina: lei, a cui basta un sorriso, uno sguardo per farlo innamorare. Lei così simile ad Anna, la donna che ha ucciso tanti anni prima. La donna di cui scoprirà il nome solo all’ultima pagina.

Era strano vedere una madre e una figlia al ristorante la vigilia di Natale. Quell’immagine mi strinse il cuore. In fondo, la loro solitudine a due era più tragica della mia, che tutto sommato era una solitudine vera, gestibile.

E mentre lui si innamora, lei tesse la sua tela, come una temibile vedova nera, di seduzione e ritrosia. Escono dal ristornate, si rincontrano davanti a un cinema, e il caso, sempre lui che gioca un ruolo temibile in questa storia, li fa sedere vicini. Da lì attrazione, complicità, mani sfiorate ed è fatta. Potrebbe essere l’incontro di due solitudini ma è ben altro. Albert le accompagna a case, sale sul montacarichi, che funge d’ascensore, (sarà il montacarichi perno di tutta la storia e del diabolico piano intessuto dalla donna) e a questo punto il destino di Albert è segnato. Come quello di tutti i personaggi.
Ingegnoso, malinconico, crudele, bizzarro, tipicamente francese, Il Montacarichi (Le montecharge, Trad. Elena Cappellini) è un breve romanzo noir pubblicato in Francia nel 1961 da quel genio eclettico che fu Frederic Dard, di cui Rizzoli sta riscoprendo la principale produzione che esula dalle inchieste del commissario Sanantonio (San-Antonio nell’originale francese), serie umoristico-poliziesca che ne decretò il successo ben oltre i confini d’oltralpe.
Come già ebbi a dire recensendo Gli scellerati, Il Montacarichi, ventitreesimo romanzo pubblicato da Dard con Fleuve Noir, fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon ma questo parallelismo di ferma ai termini di catalogazione, perché Dard senza volerlo contrapporre al genio di Simenon in sterili diritti di precedenza, ha caratteristiche sue proprie se non antitetiche, perlomeno discordanti.
Insomma Dard non è la brutta copia di Simenon, è altro. È un autore in cui l’ironia e il paradosso sono capaci di emergere nelle pieghe più amare della vita, dalla solitudine, al rimpianto, dall’amore impossibile, alla beffa più amara e tragica.
Questo breve romanzo, come molti dei romanzi di Dard, fu adattato per il cinema, questo  da Marcel Bluwal,  il padre del televisivo Vidocq, nel 1962, con Léa Massari nel ruolo di Marthe Dravet, Robert Hossein in quello di Albert Herbin, Maurice Biraud in quello di Ferrie, e Robert Dalban in quello dell’ispettore.
Antieroi di questo piccolo capolavoro del noir dunque sono due assassini che si incontrano e subito non si riconoscono. E questo fraintendimento condanna entrambi a commettere errori, a giocare male le loro carte, anche se l’ago della bilancia propenderà verso uno dei due. Albert Herbin paga per il suo delitto, con anni di carcere a Marsiglia, Marthe non lo sapremo mai.
Folgorante l’attimo in cui Albert scorge due gocce di sangue sulla manica della signora Dravet, basta quello per rivelare tutto al lettore, anche se non c’è ancora un corpo, non c’è ancora un movente, non c’è ancora un crimine manifesto.
Ma esiste il delitto perfetto? No, sembra dirci l’autore, anche il piano più perfetto, più machiavellicamente congegnato ha le sue crepe, le sue discordanze, e Marthe Dravet, femme fatale che se vogliamo cade sempre in piedi, difficilmente avrà quel rigurgito di coscienza che Albert vorrebbe, ma noi lasciamoglielo sperare. Lasciamogli questa ultima illusione.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, che conta quattrocento titoli. Nel 2018 è uscito per Rizzoli Gli scellerati.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La gita notturna di Marie Dorléans (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2019

La gita notturna di Marie DorléansLa gita notturna di Marie Dorléans è un delizioso albo illustrato a colori di grande formato con testi e disegni dell’autrice, tradotto dal francese da Camilla Diez. Titolo dell’originale francese Nous avons rendez-vous (Editions du Seuil, Paris). Sui toni del blu, è una bella storia che l’autrice dedica a suo padre, camminatore instancabile, e infatti parla di una giovane famiglia (mamma, papà e due figli) che si alza nella notte per una camminata notturna. Hanno un appuntamento, e scoprirete nelle ultime pagine dove. Una storia semplice, allegra, con un piccolo mistero: dove porterà il sentiero? In una notte estiva si può camminare in campagna, tra il suono dei grilli e delle cicale, sotto il cielo stellato, in compagnia delle persone a cui si vuole bene. Marie invita ad apprezzare il contatto con la natura, e a camminare insieme (attività che tra l’altro oltre a far bene io amo molto). I disegni dal tratto pulito sono stilizzati e armoniosi. Una delicata storia per bambini, dal sapore di una favola ecologista. Età di lettura: dai 5 anni.

Marie Dorléans è un’autrice e illustratrice francese. Diplomata alla scuola di arti decorative di Strasburgo, ama illustrare storie in cui l’immaginazione entra nel quotidiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La Marie del porto di Georges Simenon (Adelphi, 2019) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2019
LA MARIE DEL PORTO - Simenon

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Era come se non fossero esistiti né il mattino, né il mezzogiorno, né la sera, perché tutto era di un medesimo grigio di pietra da taglio, tranne le pecorelle sul mare, che erano bianche, e i tetti di ardesia neri e duri, come disegnati con l’inchiostro su un foglio di carta glacé. Anche la gente era nera, erano tutti neri, gli uomini, le donne e i bambini. Neri e rigidi, a disagio nei loro vestiti buoni, come la domenica”.

In un piccolo porto di pescatori, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, sfondo monocromo dell’intreccio, si erge la modesta casa di Marie, nella città di Cherbourg: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo a cui Georges Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse:

È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo”.

Marie è un’eroina al rovescio: una ragazzina poco appariscente, una vera “acqua cheta”, che riesce a intrappolare nella sua rete un uomo dispotico e avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello di Marie, ma in realtà è quest’ultima a manovrare con inconscio divertimento i fili del suo burattino innamorato. La Marie del porto è un romanzo dello scrittore di origine belga creato nell’ottobre 1937 a Port-en-Bessin-Huppain (nel Calvados) e pubblicato in volume da Gallimard nel 1938. In contemporanea è uscito dal 15 gennaio al 6 febbraio 1938 in 23 puntate sul quotidiano “Le Jour“. L’edizione italiana è stata pubblicata da Mondadori nel 1949 nella traduzione dal francese di Giorgio Monicelli e poi nel 1992 da Adelphi nella traduzione di Gabriella Luzzani. Il romanzo fu ideato pensando a una possibile realizzazione cinematografica. Nel 1949 ne fu tratto il film La vergine scaltra, regia di Marcel Carné, scritto dal regista con la collaborazione di Louis Chavance e i dialoghi di Georges Ribemont-Dessaignes e Jacques Prévert, con protagonisti Jean Gabin, Nicole Courcel e Blanchette Brunoy. Il plot si discosta dai toni consuetamente gialli di Simenon, anche se qua e là non mancano tensioni, iperbolici comportamenti, meccanismi di suspense e contorcimento, ansiosa attesa. Come se da una pagina all’altra si passasse di mano una bomba che però non espolde mai. Grazie all’avvedutezza di un’adolescente che con la sua freschezza ammalia il mondo per tramortire le sue piaghe. Finirà tutto come dentro ad un acquaio che ripulisce le incrostazioni della vita senza senso, ma la protagonista possiede il dono di sapere già quel che bisogna volere, e lo otterrà con lo stesso risultato dell’onda che scontrandosi con il muto sasso lo trasforma in strumento musicale del paesaggio umano. Traduzione di Gabriella Luzzani.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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