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:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente a auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vergogna di Annie Ernaux (L’Orma Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2018

cop aeTorna Annie Ernaux con un altro prezioso capitolo della sua storia personale. Esce sempre per i tipi de L’Orma Editore La vergogna (traduzione di Lorenzo Flabbi), libro pubblicato in Francia nel 1997.
La scrittrice francese torna con la memoria al 1952. Per l’esattezza al 15 giugno di quell’anno e racconta un episodio terribile che ha segnato la fine della sua infanzia.
Nel pomeriggio di quel giorno d’estate il padre della scrittrice, in preda a un’ira funesta, tenta di uccidere sua madre.
Finalmente Annie Ernaux vince il tabù e scrive di questi fatti e degli eventi drammatici che ne seguirono e che segnarono la sua formazione.
La vergogna è la verità ultima ed è lei che unisce la ragazza del 1952 alla donna che sta scrivendo.
Come sempre i ricordi si affollano nella memoria della scrittrice che partendo da quell’episodio passa in rassegna, attraverso fotografie sbiadite e appunti, le vicende di quell’anno.
Nel clima conformista e provinciale la piccola Annie frequenta la scuola cattolica. La scrittrice di oggi racconta della bambina di ieri e della sua educazione cattolica. Lei, a quel tempo, pensava che esistessero soltanto le regole di quel mondo.
Nel raccontare quei giorni Annie Ernaux convive con la scena di quella domenica di giugno, avvertendo il peso della vergogna.
L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla. Questo afferma la scrittrice mentre cerca di ricostruire nel suo libro i fatti di quel terribile 1952. A lei importa ritrovare le parole attraverso le quali pensava se stessa e il mondo circostante.
Non esiste un’autentica memoria di sé, questo afferma la Ernaux quando nella scrittura prende nota di tutto per fare luce nelle zone oscure della memoria e aprirsi senza nascondere nulla all’immensità del tempo da vivere.
Ne ha provata tanta di vergogna Annie Ernaux nella sua infanzia. Si vergognava del suo aspetto, della sua condizione, di suo padre, della volgarità e dell’approssimazione di sua madre.
Nel paese vicino a Rouen dove la scrittrice è nata, e che non nomina perché prova vergogna, prima di tutto c’è una ragazzina che in una domenica di giugno, nel primo pomeriggio, ha visto suo padre tentare di uccidere sua madre.
La donna che è la scrittrice nel 1995 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del 1952. In un modo e nell’altro la vergogna era ormai diventato il suo stile di vita.

«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma quale vergogna potrebbe arrecarmi la scrittura di un libro, che sia all’altezza di quella che ho provato a dodici anni?».

Per scrivere della vergogna bisogna non avere vergogna. Annie Ernaux nel 1996 pensa a questo libro come a una liberazione.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le crépuscule des pensées di Emil Cioran (Èdition de l’Herne, 1991) a cura di Nicola Vacca

16 ottobre 2018

cC’è ancora un Cioran non ancora pubblicato in Italia. Si tratta di alcuni libri che invece in Francia sono già in circolazione da oltre venti anni.
Tra questi, degno di nota è Le crépuscule des pensées pubblicato dalle Èdition de l’Herne nel 1991 .
Libro che Cioran scrisse in romeno e in cui è già presente quel corrosivo scetticismo nei confronti delle possibilità umane che caratterizzerà le fasi del suo pensiero successivo.
Questo volume fu pubblicato per la prima volta nel 1940 e fu l’ ultimo che Cioran scrisse nella sua lingua prima di abbracciare in maniera incondizionata il francese.
L’amore, la solitudine, la musica, Dio, i sentimenti, l’arte e la creazione e molte altre considerazioni in queste pagine che già mostrano quella straordinaria filosofia dello squartamento e dei vacillamenti che Cioran presenterà nelle opere successive risalenti al periodo francese.
Le crépuscule des pensées è un libro incandescente, la lingua di Cioran è estrema e tagliente e già affonda le radici in quella profetica tentazione di esistere attraverso cui lo scrittore, il pensatore e il filosofo si avventurerà per annotare sulle pagine tutti gli elementi che definiscono la malattia morale degli esseri umani in caduta libera nelle tenebre della Storia.
Ci auguriamo che anche questo libro di Cioran venga pubblicato al più presto in Italia. Intanto ci chiediamo perché non è stato ancora fatto.

L’uomo dipende da Dio alla maniera in cui lui stesso dipende dalla divinità.

La timidezza è l’arma che la natura ci offre per difendere la nostra solitudine.

Nella tristezza una cosa è dolorosa: l’impossibilità di essere superficiali.

Il nichilismo: la forma limite della benevolenza.

Nella passione del vuoto non c’è che un sorriso grigio di nebbia che anima che anima ancora la decomposizione grandiosa e funebre del pensiero.

Tutte le acque hanno il colore della noia.

Il male lasciando l’indifferenza intatta, ha preso per pseudonimo il tempo.

Due cose mi hanno riempito sempre di un’isteria metafisica: un orologio che non funziona e un orologio che funziona.

Un pensiero deve essere strano come le rovine di un sorriso.

La nostalgia della morte eleva a rango l’universo intero a rango della musica.

Le introspezioni sono gli esercizi provvisori per un necrologio.

Il terrore è una memoria del futuro.

L’universo è una pausa dello spirito.

Scetticismo: nessuna consolazione di non essere cielo.

(Da Emil Cioran , Le crépuscule des pensées, l’Herne 1991)

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Gli Undici di Pierre Michon, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco (Adelphi, 2018) a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2018

copertina michonDopo lo splendido Vite minuscole, Adelphi prosegue nella pubblicazione dei libri di Pierre Michon. Adesso esce Gli Undici (nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco).
Romanzo pubblicato in Francia nel 2009 in cui lo scrittore con una parola potente rievoca il clima della Rivoluzione Francese.
Al centro delle vicende narrate c’è Gli Undici, il dipinto che ritrae i protagonisti di quel periodo storico visti da François Élie Corentin, allievo di Tiepolo.
In una fredda notte di gennaio del 1794 il pittore viene prelevato dalla sua abitazione da un drappello di sanculotti e viene portato nella chiesa di Saint –Nicholas- des – Champs dove gli viene commissionato il quadro.
Rappresentare Il Gran Comitato del Grande Terrore, dando nella tela a Robespierre e ai suoi la massima evidenza, questo è il compito che il pittore deve assolvere.
La carneficina e alle porte e quel quadro deve rappresentare la volontà di prepotenza di un potere lacerato al suo interno e tiranno.
Michon racconta la storia dell’ordinazione del quadro, la genesi di un capolavoro che rappresenta l’ultima cena laica di un potere che celebra se stesso e si appresta a annegare nel sangue le istanze di libertà che propaganda.
Gli Undici, scrive Michon, non sono un esempio di pittura storica: sono la Storia.
Quel quadro rappresenta la Storia in persona. Attraverso gli undici maggiorenti della Rivoluzione, la Storia è terrore allo stato puro. E questo terrore attira tutti come un magnete.
Il quadro che Corentin realizzerà ha la forza sinistra della Storia, seduce con tutto il male che raffigura attraverso quelle undici creature di terrore e d’impeto che con le loro azioni hanno procurato sgomento nel nome di valori universali.
Michon inventa personaggi e situazioni per dare vita a una storia che (attraverso la finzione di un quadro e del suo artista) pone l’accento sui pericoli sempre attuali della violenza della Storia che finisce sempre per instaurare nella vita degli uomini un clima esagerato di terrore.
Il quadro non esiste, come non è mai esistito il suo autore. Michon riesce con una scrittura tagliente a scrivere una romanzo politico che mette sotto processo la violenza della Storia che non sempre serve il bene dell’umanità.

«E invece gli undici uomini vivi sono la Storia in atto, al culmine dell’atto di terrore e di gloria che fonda la Storia – la presenza reale della Storia».

E noi siamo lì davanti, impotenti nel vedere il sangue che scorre.

Pierre Michon (Châtelus-le-Marcheix, 28 marzo 1945) è uno scrittore francese. Tra le sue opere tradotte in Italia Padroni e servitori, Rimbaud il figlio, Vite minuscole.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Nyx e altre poesie di Catherine Pozzi, curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento Edizioni 2013) recensione a cura di Daniela Distefano

30 luglio 2018
Nyx -Pozzi 1

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Ave
Altissimo amore, se accadrà che muoia/
senza aver saputo dove vi possedevo,/
in quale sole era la vostra dimora,/
in quale passato il vostro tempo, in che ora/ vi amavo,/
altissimo amore, che la memoria superate,/
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,/
in che fato solcavate la mia storia,/
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,/
o mia costante…
Quand’io per me stessa sarò perduta/
e sull’infinito abisso spartita,/
infinitamente, quando spezzata sarò,/
e il presente che m’avvolge/
avrà tradito,/
dall’universo in mille corpi infranta/
di mille istanti non ancora raccolti,/
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,/
per una strana stagione testimoniate/
un solo tesoro/
il mio nome testimoniate e la mia effigie/
di mille corpi trascinati dalla luce,/
viva unità senza nome e senza volto,/
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,/
altissimo amore.

1 luglio 1928- gennaio 1929

Se le parole trapuntano l’anima di chi le concepisce è anche vero che non è grazie ad esse che conosciamo la parabola di un essere umano: questa poetessa è stata tanto fortunata nella fecondità poetica, quanto vittima di un destino impietoso. Catherine Pozzi è nata a Parigi il 13 luglio 1882, figlia di Samuel Pozzi, celebre chirurgo. Il raffinato ‘salotto’ dei genitori in place Vendome ospita alcuni dei maggiori intellettuali che occupano il panorama francese. Un nome per tutti? Proust. Questa atmosfera favorirà la sua iniziazione letteraria, assorbendo gli influssi del Simbolismo, gli effluvi di un’epoca che ruggisce nei suoi vagiti sperimentali. Dal matrimonio con Edouard Bourdet, nasce un figlio maschio. Poi Catherine si innamora di André Fernet, giovane scrittore che morirà in un duello aereo nel’16. Il 17 giugno 1920 incontra Paul Valéry, e per lei è amore a prima vista. I due iniziano una burrascosa relazione, durata tra alti e bassi fino al ’28. Alle soglie degli anni’30 il consumo di oppiacei per lei è pressoché quotidiano. Catherine è una donna segnata dalla ricerca di una corrispondenza del proprio sé nel mondo e negli altri. Muore il tre dicembre del ’34. La sua è una costante ricerca del pieno, per colmare il vuoto di uno spirito indomito e sofferente. Non si arrende e continua a scavare, a perforarsi, ma traballa, si concede al crollo fisico e poi vince la morte con questi versi, gli ultimi del suo percorso terreno:

Nyx-Pozzi 2

…Non so perché muoio e annego/
prima di entrare nell’eterna sosta./
Non so di chi sono la preda,/
non so di chi sono l’amore.

Da Nyx
5 novembre 1934

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni”.

:: I Maigret 12 di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2018

I MAIGRET 12 - SimenonRaramente Maigret parlava del suo mestiere, e ancor più raramente esprimeva un’opinione sugli uomini e sulle loro istituzioni. Diffidava delle idee, sempre troppo nette per aderire alla realtà che invece, lo sapeva per esperienza, così mutevole”.

“Maigret e i vecchi signori”, “Maigret e il ladro indolente”, “Maigret e le persone per bene”, “Maigret e il cliente del sabato”, “Maigret e il barbone” sono i titoli di cinque racconti di Georges Simenon, impagabile scrittore di gialli dalla fattura geniale. In questo volume che li raccoglie – I Maigret 12 (Adelphi) – la sua creatura letteraria si imbatte in pezzi di società andati a male, individui corrotti dai filamenti di classi sociali che non li proteggono dai colpi del destino. Uomini e donne cristallizzati dalle abitudini, dallo scorrere sempre uguale dei giorni, oppure bevitori falliti che cercano un riscatto che non arriverà mai, persino barboni dal passato ineccepibile poi avariati per scelta, per non essere vinti, per viaggiare liberi sulle montagne russe. Simenon li accarezza, li mantiene saldi con una scrittura sempre impeccabile e fa ammirare scorci di una metropoli sfondo e insieme protagonista con i suoi cieli, con le sue stagioni che sembrano non mutare mai:

A Parigi si respirava ancora aria di vacanze. Non era più la Parigi deserta di agosto, ma continuava ad aleggiarvi una sorta di pigrizia, una riluttanza a riprendere la vita di tutti i giorni. Se avesse piovuto, se avesse fatto freddo, sarebbe stato più facile. Quell’anno, invece, l’estate non si decideva a finire”.

Maigret intanto gongola nel fare da paravento alle azioni criminose: annaspa, entra nella mente dell’assassino oppure si perde anche lui nei cunicoli della indeterminatezza esistenziale; vorrebbe riposarsi di più, poi però si butta a capofitto sui casi efferati, perché

Era stato contento, certo, di avanzare di grado, di diventare finalmente il signor commissario, capo della Squadra Omicidi. Eppure aveva nostalgia di certi appostamenti nelle notti d’inverno, quando si gela, delle portinerie sature degli odori più diversi in cui si andava per giornate intere a rivolgere sempre le stesse domande, in apparenza inutili. Non per niente nelle alte sfere gli rimproveravano di lasciare appena possibile l’ufficio per tornare a fare il segugio. Come spiegare, soprattutto a quelli della Procura, che aveva bisogno di vedere, di fiutare, di impregnarsi di un’atmosfera?”.

Se avete voglia di leggere qualcosa di essenziale e perfetto come l’acqua pura, godetevi questo inizio d’estate con un libro che mette d’accordo la curiosità, il pungolo narrativo, il brivido nella pacatezza, il piglio sornione e quello istrionico.

“ … Tutte le persone della sala sembravano dare molte cose per scontate: che sarebbero state invitate a degli eventi sociali, che avrebbero avuto amici e parenti con cui parlare, che si sarebbero innamorati e che il loro amore sarebbe stato ricambiato, che forse avrebbero formato una propria famiglia ….”

Georges Simenon Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla “Gazette de Liège”, dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di tre anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna nel 1989.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Le lame del cardinale di Pierre Pevel (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

26 marzo 2018
Le lame del cardinale - Pierre Pevel

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Ci sono luoghi letterari per antonomasia, in cui nessun lettore è vissuto perché in un altro mondo o in un altro tempo, ma che si conoscono come se fossero casa propria: uno di questi è la Parigi dei Tre Moschettieri di Alessandro Dumas, più volte imitata ma raramente eguagliata, modello per tutto il romanzo storico successivo e ricercata da chi si reca oggi nella capitale francese.
Ci riesce ottimamente a restituirla Pierre Pevel, autore di punta del fantasy d’oltralpe che è bene che sia stato tradotto anche in Italia, ne Le lame del cardinale , romanzo che rievoca le atmosfere note aggiungendoci però una forte componente fantastica.
Siamo nel 1633 a Parigi, appunto, Luigi XIII regna ma chi comanda davvero è il cardinale Richelieu che incarica il gruppo chiamato appunto le lame del cardinale di uccidere un emissario della misteriosa organizzazione Artiglio nero. Ci sono intrighi e duelli, oltre che giri nei bassifondi di Parigi e nei corridoi dei palazzi, ma la Francia che racconta Pierre Pevel è un po’ diversa, visto che ci sono esseri discendenti dai draghi che vivono in mezzo a uomini e donne normali, esseri capaci di vivere a lungo e di nascondersi sotto sembianze umane, rigenerandosi periodicamente secondo un procedimento spaventoso e meraviglioso allo stesso tempo e nascondendo il loro segreto eccetto quando si guardano in determinati specchi.
Ci sono tanti sottofiloni del fantasy, alcuni più frequentati altri meno: Le lame del cardinale si pone tra l’ucronia, la storia alternativa, e il fantasy a sfondo storico, scegliendo un’epoca diversa dall’interessante ma forse un po’ troppo già letto Medio Evo alternativo. Il libro è senz’altro interessante per chi ama il romanzo storico ed è nostalgico delle atmosfere di Dumas, ma è consigliabile anche a chi ama il fantasy e cerca qualcosa di insolito e nuovo, con toni che si mescolano e la descrizione comunque accurata di un’epoca con in più l’elemento magico, che irrompe nelle prime pagine con una metamorfosi da drago a donna e che poi emerge periodicamente, con draghi tenuti come animali domestici, anche da Richelieu al posto dei famosi gatti, ma anche con qualcosa di ben più inquietante.
Il libro di Pierre Pevel è solo uno dei tanti titoli fantasy usciti oltralpe in questi ultimi anni e si spera che faccia da testa di ponte per la scoperta di un immaginario tra l’altro vicino al nostro e molto prolifico, in un Paese come la Francia che adora il fantastico d’importazione e produce anche un suo fantastico mescolandolo in particolare con il romanzo storico. Le lame del cardinale presenta una vicenda che si conclude ma con un cliffhanger finale che fa presagire nuovi sviluppi, che inftti ci sono stati, perché a questo seguono altri due libri con nuove avventure per questi moschettieri cacciatori di draghi e di magie.

Pierre Pevel è nato nel 1968. Per seguire il padre, militare di carriera, nella sua giovinezza ha abitato in diverse città tra cui Berlino. È scrittore, giornalista e autore di giochi di ruolo. Diversi sono i suoi romanzi fantasy tra cui Les Ombres de Wielstadt (2001), che gli è valso il Grand Prix de l’Imaginaire nel 2002. Nel 2005 è stato insignito del Prix Imaginales. La trilogia delle “Lame del Cardinale” è stata pubblicata con successo in dieci paesi stranieri. L’autore vive a Nancy.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Cargo di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Daniela Distefano

5 marzo 2018
CARGO - SIMENON

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Sulla costa del Pacifico splendeva un sole opprimente, che non brillava, un sole senza allegria.

Scordiamoci per un attimo del commissario Maigret, trasferiamoci nel mondo di Conrad e respiriamo a pieni polmoni l’aria truce delle ambientazioni così care a Simenon. No. Non è un tentativo fallito, bensì lo sfondo di un libro davvero magnetico: “Cargo”, scritto dal genio di Georges Simenon a Parigi nel 1935 e apparso a stampa l’anno seguente. Un viaggio avventuroso e fatale, dalla Francia a Panama, dalla Colombia a Tahiti.
Fin dall’inizio tutto accade come in un incubo. E proprio come in un incubo Joseph Mittel viene travolto da eventi che non controlla, e il cui senso gli è oscuro: prima la fuga da Parigi insieme a Charlotte, la sua compagna, che in nome dell’ ”Idea” ha ucciso il commerciante che la manteneva e che le aveva rifiutato il denaro per finanziare il loro mensile anarchico; poi l’arrivo a Dieppe, dove Mittel precipita “in un universo incoerente, buio e fradicio”; e per finire l’imbarco, in piena notte, sul Croix-de-Vie, che nella stiva trasporta un carico di mitragliatrici destinate a un gruppo rivoluzionario ecuadoriano. Qui al ragazzo toccherà lavorare come fuochista, mentre il comandante Mopps fa di Charlotte la propria amante.
Ma questo sarà, appunto, solo l’inizio: a Panama, Mittel e Charlotte scopriranno che la donna è stata colpita da un mandato di cattura internazionale e saranno quindi costretti a proseguire il viaggio verso il Sudamerica, dove nel frattempo la rivoluzione è fallita e delle mitragliatrici del comandante Mopps nessuno ha più bisogno – mentre lui, Mopps, non riesce più a fare a meno di Charlotte. Joseph Mittel si lascerà così trascinare da un continente all’altro nella costante, illusoria speranza che da qualche parte le cose possano assumere un senso, che lui stesso possa finalmente non essere più soltanto il gracile, solitario figlio del grande Mittelhauser, il “martire” anarchico che si era tagliato le vene in carcere quando lui aveva due anni e la cui ombra gigantesca lo ha sovrastato per tutta la vita.
Un romanzo abissale, una discesa nella bolgia più profonda, un intrico di circostanze infernali; tutto è sordido: le giornate appiccicose, il caldo asfissiante, la permanenza in un pianeta lontano dal mondo, e poi l’analisi spietata della psicologia dei personaggi. Non se ne esce facilmente, è un libro che rimane nello stomaco, che fa sudare le pagine, che corrode i nostri sensi. Simenon dà il meglio di sé in un racconto che sembra baciato da una scrittura impeccabile. Uno stato di grazia perenne tra fuochi di sentimenti che implodono perché non riescono mai a trovare l’uscita agognata.

Georges Simenon è un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista «Détective», appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: La preda di Émile Zola (Edizioni Clichy 2018) a cura di Greta Cherubini

23 febbraio 2018
zola

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«Ardeva in piena Parigi come un colossale falò. Era l’ora in cui la corsa per la preda palpitante riempie una parte della foresta con il latrato dei cani, lo schioccare delle fruste e il fiammeggiare delle torce. Gli appetiti sfrenati si appagavano finalmente, nell’imprudenza del trionfo, al rumore dei quartieri che crollavano e dei patrimoni costruiti in sei mesi. La città non era più ormai che una grande orgia di milioni e di donne».

Parigi, Secondo Impero. Aristide Saccard, giunto dalla provincia carico di sfrenata ambizione, approfitta del grandioso piano di ammodernamento della città voluto da Napoleone III per mettere in moto una spregiudicata serie di speculazioni edilizie. All’ombra del suo successo, la seconda moglie Renèe, in cerca di nuovi stimoli ai suoi insaziabili appetiti, intreccerà una relazione incestuosa con il figliastro Maxime, in un crescendo vorticoso di vizio e lussuria.
La preda è il grandioso affresco degli anni dello sventramento di Parigi, sbranata dai famelici appetiti di speculatori corrotti e senza scrupoli e consumata dai voraci istinti dei parvenue; nello scintillante mondo del Secondo Impero, tra balli sfrenati e fiumi di denaro, lussureggianti palazzi e abiti d’alta moda, si consumerà l’agghiacciante ascesa di Aristide Saccard e la parabola degenerativa di Renèe, i «mostri sociali» frutto di un’era dominata dal profitto personale.
L’edizione curata da Federica Fioroni per la collana Père Lachaise di Edizioni Clichy – edizione pregevole sia per la sapiente scelta del titolo, che conserva la metafora venatoria dell’originale, sia per la precisione documentaria dell’introduzione, cui fa seguito una piccola appendice iconografica – ha il merito di restituire al lettore un romanzo da lungo tempo introvabile: La Curée di Zola, inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista «La Cloche» nel 1871 e poi sospeso dalla censura per via dello scandalo suscitato dall’incesto.
Un romanzo reportage – “opera d’arte e di scienza”, la definisce Zola nell’introduzione – che smaschera i vizi e la dissoluzione di una società corrotta e senza freni, devota unicamente ai miti dell’oro e della carne.

Émile Zola (1840-1902) è stato uno scrittore francese, caposcuola del naturalismo, di cui fissò i principi nel saggio Il romanzo sperimentale (1880). Coinvolto in varie polemiche, si schierò con gli innocentisti nel caso Dreyfus. I suoi romanzi compongono il ciclo dei Rougon-Macquart e sono spietati ritratti di vita sociale, cultura e politica, ispirati ai canoni del determinismo positivistico.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Clichy.

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:: Lo sconosciuto di Irène Némirovsky (Edizioni Dehoniane Bologna 2018) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2018
Nèmirovsky

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Lo sconosciuto” di Irène Némirovsky è un racconto lungo, uscito per EDB a gennaio. Teatro di ambientazione è la Francia, durante la Seconda guerra mondiale che, attenzione, qui resta come sfondo. I veri protagonisti sono due fratelli entrambi al fronte e tornati a casa in licenza per il matrimonio della sorella. Il dialogo tra i due congiunti pronti a ritornare ai loro battaglioni si svolge alla stazione ferroviaria francese dove, oltre a loro, ci sono centinaia di persone, lì per salutare i soldati in partenza e non solo. In realtà il conflitto è solo all’inizio e la gente non ha idea che essa durerà per lungo tempo, e accanto ai due fratelli in divisa si vedono persone con le gabbiette per gli uccelli, persone cariche di valigie e bambini stanchi, addormentati tra le braccia materne. La narrazione si sposta dalla massa di viaggiatori ai due fratelli, si concentra su di loro e su quello che questi due si raccontano. Uno – Claude, il maggiore- è sposato e ha famiglia, l’altro –François- è giovane, single e pronto a tutto per combattere il nemico. A spegnere l’entusiasmo combattivo del minore ci pensa Claude, che confessa al fratello di aver ucciso un uomo in guerra, ma quello che lo sconvolge di più è che il soldato tedesco caduto sul campo sarebbe loro fratello. François è sconvolto e non vuole credere a questa insinuazione e non la accetta come verità nemmeno quando Claude gli conferma di avere trovato documenti, foto e lettere dove compare il nome del loro padre. Verità o dubbio, i due fratelli partiranno per il fronte con un tormento interiore nuovo che scatenerà riflessioni costanti sul senso della vita. Quello che emerge da questa novella dalla scrittrice di origine russa, trapiantata in Francia e morta in un campo di concentramento ad Auschwitz è il senso di precarietà esistenziale causata dalla guerra. I due fratelli sono lontani dai loro affetti e le loro esistenze sono perennemente in bilico a causa dell’incombere del conflitto. Il senso di spaesamento è però dovuto anche al fatto che uno dei due fratelli, Claude, uccide un uomo e il caduto- come certificano alcune prove su di lui ritrovate e anche un carte somiglianza con Claude e il padre, accumunati da un mento aguzzo- potrebbe essere il loro fratellastro. I due protagonisti – come molti altri uomini – sono stati mandati a combattere una guerra orchestrata da altri e il fare guerra per loro si rivelerà uno scontrarsi con un nemico straniero e sconosciuto. Questo elemento però non impedisce al maggiore dei fratelli di rivalutare tutto, dalla guerra, al valore della vita umana. Il messaggio che Irène Némirosvky comunica al lettore con “Lo sconosciuto” è qualcosa di universale e di potente, perché le permette di far capire a noi lettori di oggi che, indipendentemente dai legami di sangue, dalla fede e dalla cultura, quando si uccide un uomo è come uccidere il proprio fratello. Con nota di lettura di Jean Louis Ska..

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

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