Posts Tagged ‘letteratura francese’

:: I bastardi vanno all’inferno di Frédéric Dard (Rizzoli 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2021

Teso e violento Les salauds vont en enfer è un dramma poliziesco criminale di Frederic Dard, in parte di ambiente carcerario, nato come piece teatrale e poi passato sul grande schermo, grazie a Robert Hossein come regista, nel 1955. Solo dopo Dard decise di pubblicare con lo stesso titolo anche il romanzo, percorso anomalo sicuramente determinato dal grande successo sia teatrale (fu portato in scena a Parigi e all’estero per più di 500 volte) che dopo cinematografico. Nella sua meritoria impresa di portare in Italia le opere di Dard, Rizzoli nella collana Nero Rizzoli, ce lo presenta nell’edizione tradotta da Elena Cappellini. Dopo Gli Scellerati e Il Montacarichi, ecco dunque I bastardi vanno all’inferno (Les salauds vont en enfer, 1956). Una storia nerissima che ha per protagonista una coppia anomala di personaggi: una spia e un poliziotto sotto copertura, e per tutto il romanzo non sapremo chi dei due tra Hal e Frank sia l’uno o l’altro, lo sapremo solo alla fine, prima del tragico, inevitabile, finale. Tutto è giocato sul filo dell’ambiguità, davvero è impossibile distinguere il poliziotto dal criminale, e questa in fin dei conti è la morale del libro, non esistono i bastardi, ma tutti si trovano a recitare un ruolo restando fondamentalmente uomini con pregi e difetti. Il linguaggio è secco, tagliente, lo scambio di battute tra i protagonisti è ambiguo e realistico, insomma è una storia scritta e ambientata negli anni ’50 ma conserva un’impronta di vita vera, e vissuta. E cosa sorprendente non è la violenza o l’atto criminoso in sé la cifra distintiva del romanzo ma l’amicizia che inaspettatamente nasce tra i due personaggi, e che Dard approfondisce con grande acume psicologico e spessore morale. Dunque siamo nel Midi de la France, negli anni ‘50, in un carcere in cui le condizioni di vita dei prigionieri non sono tanto diverse da quelle del secolo precedente: guardie carcerarie sadiche e violente, periodi di isolamento in segrete infestate dai topi, esecuzioni tramite la ghigliottina, negli anni ‘50 in Francia la pena di morte veniva somministrata con queste modalità. Hal e Frank si trovano reclusi nella stessa cella, assieme ad un altro prigioniero sordomuto che ha ucciso la moglie. Sin dall’inizio il rapporto tra i due e di diffidenza e di paura. Giungono persino alle mani, tanto da finire in isolamento. Poi una strana solidarietà e complicità si instaura tra i due personaggi tanto che decidono di evadere e fuggire insieme aiutandosi l’un l’altro. Il romanzo è breve non anticipo altro della trama, ma da questo momento in poi l’azione si fa convulsa e frenetica e entrerà in scena anche un altro personaggio, Dora, una donna bellissima dagli occhi viola che causerà una rottura degli equilibri e se vogliamo porterà la storia verso l’inevitabile epilogo. Dunque un noir, forse tra i più famosi di Dard che se vogliamo analizza e approfondisce le dinamiche dell’animo umano di personaggi che non hanno nulla da perdere e lottano per la propria sopravvivenza pur conservando un barlume di umanità che li rende essere umani prima che poliziotti o criminali. Il personaggio di Dora, poi la classica dark lady, creerà quella tensione sessuale priva di sentimentalismo capace di accrescere le ombre di una storia già tragica e violenta di suo. Per chi ama Dard e i noir anni ’50.

Frederic Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con lo pseudonimo San-Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, vastissima, inaugurata in Italia da Rizzoli con Gli scellerati (2018), Il montacarichi (20219) e I bastardi vanno all’inferno (2021).

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Che mito!: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto Il Minotauro e il filo di Arianna di Hélène Kérillis, disegni di Grégoire Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Gallucci editore pubblica in una simpatica collana che si chiama UAO (Universale d’Avventure e d’Osservazioni) Prime letture la serie Che Mito! per avvicinare i bambini alla mitologia greca e alla lettura.

E oggi vi parlo di due volumi di questa serie: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto, Il Minotauro e il filo di Arianna con testi di Hélène Kérillis e disegni di Grégoire Vallancien.

Sono due albi interamente a colori con illustrazioni spiritose e vivaci e testi con caratteri ad alta leggibilità.

Sono indicati per bambini dai 7 anni in su e si sa i bambini amano i mostri e le creature bizzarre, qui conosceranno il gigante Polifemo, un essere cattivissimo con un occhio solo al centro della fronte che ama sgranocchiare gli esseri umani e il Minotauro anche lui un gigante con il corpo di uomo e la testa di toro, sanguinario e cattivissimo pure lui, tanto da essere confinato in un labirinto a Creta. Ma si sa i cattivi non la fanno sempre franca per cui Ulisse e Teseo grazie alla propria astuzia, inventiva e coraggio l’avranno vinta.

Oltre a questi ci sono altri albi: Il tallone di Achille e Romolo e Remo sempre di Hélène Kérillis e Grégoire Vallancien. Traduzione dal francese a cura della Fondazione Unicampus San Pellegrino nell’ambito del corso “Tradurre la letteratura”.

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia.

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Gli habitué dei caffè di Joris-Karl Huysmans (Bordeaux 2020) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2021

« Alcune bevande presentano la particolarità di perdere sapore, gusto, ragion d’essere, se bevute altrove che nei caffè. In casa propria o da un amico diventano apocrife, come volgari, quasi indecenti. »

Joris-Karl Huysmans nacque a Parigi nel 1848,  l’anno della Terza Rivoluzione che terminò con la proclamazione della Seconda Repubblica, e passò alla storia come uno tra i padri del romanzo decadente europeo, grazie al suo capolavoro A Rebours (1884). Tra gli autori ottocenteschi forse altri nomi vi risulteranno più familiari come Balzac o Flaubert, che come sottolineano Paolo Bellomo e Luca Bondioli nella nota di traduzione introduttiva di Gli habitué dei caffè, edito da Bordeaux, per il gran studio che si è fatto dei loro testi hanno quasi perso quel fascino singolare ed esotico che al contrario Huysmans conserva interamente. Immergersi nella sua scrittura ti permette quasi di fare un viaggio nel tempo, in un mondo scomparso e misterioso, fatto di tradizioni, abitudini, modi di pensare ormai scoloriti come le immagini color seppia di qualche antico dagherrotipo. Gli habitué dei caffè raccoglie alcuni tableaux di Huysmans apparsi su quotidiani, riviste o altre pubblicazioni collettive tra il 1880 e il 1898: Les Habitus de Café (1889) Le Buffet des Gares (1898), Une Goguette (1880) e Le Point-du- Jour (1885).  Un mondo scomparso, ma il mondo di Huysmans anche mentre lo raccontava con la sua penna caustica e schiva stava scomparendo. Per riportare in vita quel mondo morente Bellomo e Bondioli hanno fatto delle scelte privilegiando la comprensione e la semplicità, molti modi di dire non diranno più nulla all’uomo di oggi, molte allusioni, rimandi, assonanze, per cui per evitare di riportare al lettore un testo criptico per iniziati hanno fatto un lavoro certosino di scavo come novelli archeologi alle prese con qualche antico mausoleo. Il risultato è brillante, limpido, scorrevole e pieno di fascino. Io soprattutto che amo Parigi e l’Ottocento con i suoi velluti, i suoi ori antichi, i suoi Vermut, i derivati dell’assenzio, i suoi caffè, i suoi ritrovi musicali, i luoghi di passaggio come i ristoranti delle stazioni mi sono persa in queste pagine. Huysmans poi di quel mondo ne vede le luci e le ombre, e descrive tutto con naturalezza e disincanto. Riti mondani, piaceri a buon prezzo per le tasche di tutti, vizi e poche virtù.         

Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore di madre francese e di padre olandese. È noto per i romanzi naturalisti Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e per la collaborazione al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Narratore di sofisticate ambizioni, ha dipinto  le bassezze della vita e al contempo il raffinato estetismo decadente. Successiva è la svolta verso un satanismo che gli aprì la strada della conversione al cattolicesimo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Bordeaux.

:: Liberi junior – Mai visto un regalo così brutto! e Non sopporto le vacanze! di Gérard Moncomble e Frédéric Pillot (Gallucci editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2020

Oggi vi parlo di due libri illustrati per bambini, usciti questa estate per Gallucci editore: Mai visto un regalo così brutto! e Non sopporto le vacanze! della serie Ciao sono Frida Miao. Sono due piccoli albi con bellissime illustrazioni a colori (facili da copiare), io me ne sono innamorata subito. Se amate i gatti poi non dovete perderli. Appartengono alla collana prime letture con EasyReading Font (Dyslexia friendly) e sono simpatici e divertenti, la lettura ideale per chi appunto sta ancora imparando. Il testo è di Gérard Moncomble, i disegni di Frédéric Pillot. La traduzione dal francese di Marina Karam. Consigliati dai 7 anni in su.

Gérard Moncomble (1951) a nove anni batteva sulla macchina da scrivere con due dita e ancora oggi compone così i suoi testi. Vive in mezzo ai boschi, nel Sud-Ovest della Francia, con una gatta che ha ispirato le avventure di Frida.

Frédéric Pillot è un illustratore di libri e riviste per bambini e ragazzi molto conosciuto in Francia.

:: I superstiti del Télémaque di Georges Simenon (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

10 luglio 2020

gsimenonGeorges Simenon è un genio che aveva in testa la grande letteratura, solo la sua mente poteva partorire il ciclo infinito dei romanzi duri.
Tra questi, I superstiti del Télémaque occupa un posto di rilievo.
Adesso Adelphi lo rimanda in libreria (traduzione di Simona Mambrini) e come sempre accade, noi tutti appassionati di Simenon, ci deliziamo con grande ammirazione.
Siamo nella provincia normanna. Pescatori, città nebbiose, caffè dove si consuma la vita.
Il capitano Pierre Canut viene accusato di un delitto, la vittima è Février, un marinaio che viene trovato sgozzato nella sua abitazione in cima a una scogliera a Fécamp.
Charles, il fratello gemello, sa che Pierre è innocente e farà di tutto per scagionare la carne della sua carne.
I Canut sono vittime del tragico passato. La loro disgrazia è legata al naufragio del Télémaque, dove il vecchio Canut perse la vita. Una nave inglese trovo il relitto con a bordo alcuni superstiti, tra questi c’era Février.
La vedova accuserà Février, che era uno dei sopravvissuti. La donna non si darà mai pace, fino alla pazzia. Accuserà Février , ritenendolo responsabile della morte del marito.
Simenon con la sua abilità conduce il lettore nel labirinto intrigato di una storia che si tinge di giallo dove i misteri da svelare sono davvero numerosi e ogni personaggio porta con sé un piccolo frammento di verità.
Un dramma psicologico con altissime tensioni narrative in cui troviamo tutta la volontà di potenza del grande scrittore che ancora una volta con un ritmo incalzante ci porta senza un attimo di respiro nella storia che fino alla fine nasconde i suoi misteri.
Les Rescapés du Télémaque venne scritto in uno chalet a Igls (Tirolo, Austria), nel dicembre 1936, apparve a puntate su “Le Petit Parisien”, dal 25 giugno al 24 luglio 1937 e in volume nel 1938.
In Italia lo pubblicherà Mondadori nel 1948 con il titolo I superstiti del Telemaco.

«Mi è bastato chiudere le persiane e, seduto accanto a una grossa stufa di maiolica, scrivere I superstiti di Télémaque. Subito mi hanno raggiunto in Tirolo l’odore delle aringhe, gli equipaggi di marinai normanni e quella città, placida o animata a seconda delle maree, costantemente annerita dalla pioggia».

Così scrive Simenon nel prologo.
Due ragazzi infelici, segnati dalla morte del padre, una madre che perde la testa dal dolore, un omicidio che dilania le coscienze di un posto tranquillo.
Simenon è duro, molto duro in uno dei suoi tanti romanzi duri, il più riuscito, nel delineare la natura umana con tutte le sue atroci contraddizioni.
Un romanzo che ha una potenza fenomenale. Una storia partorita dalla mente lucida di quel grande genio della letteratura che si chiama Georges Simenon. Un narratore immenso che non finirà mai di stupirci.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Passeur di Raphaël Krafft (Keller 2020) A cura di Viviana Filippini

22 Maggio 2020

PasseurRaphaël Krafft è un autore di reportage radiofonici e appassionato di viaggi in bicicletta. Da queste sue esperienze lo scrittore prende spesso ispirazione per scrivere dei libri, l’ultimo dei quali arrivato in Italia, grazie a Keller editore, è “Passeur”. La vicenda narrata nel testo prende forma da quello che Krafft ha visto, vissuto e conosciuto nel 2015, nella zona al confine franco-italiano delle Alpi Marittime, tra Mentone e Ventimiglia. Qui l’autore si era recato per raccogliere il materiale necessario alla realizzazione di un servizio dedicato ai migranti. A coloro che sono bloccati alla frontiera tra Italia e Francia e che sono pronti a tutto (pure ad ingressi clandestini) pur di andare in Francia, fare richiesta di asilo politico e poi continuare il viaggio diretti in altri Paesi dell’Europa, per raggiungere parenti e amici che già in precedenza hanno vissuto esperienze simili. Quello che nota Krafft è la precarietà delle condizioni di questi migranti abbandonati a loro stessi e in fuga da una vita a rischio nel loro paese di origine. In particolare l’autore incontra gente comune, viaggiatori, ex pompieri, insegnanti, politici e religiosi che intrecciano le loro esistenze con quelle di queste persone alla ricerca di un futuro migliore. Ciò che resta impresso nelle pagine dei Krafft è la diversità di trattamento che i migranti subiscono in Italia e poco oltre il confine, in Francia. In territorio italiano, dove c’è il Presidio per questa umanità in fuga, gli ospiti vengono trattati con maggiore attenzione e cura, mentre in Francia, lo scrittore nota una maggiore distanza verso questi migranti, spesso e volentieri abbandonati a loro stessi. Tra la massa di coloro che fuggono, ci sono Satellite e Adeel arrivati in Italia del Sudan. Krafft non esiterà ad aiutarli facendo l’ascesa al Colle di Finestra, seguendo il sentiero che sale da San Giacomo di Entracque, in Italia, e scende nella valle Vésubie, in Francia. Un tragitto, come si scoprirà durante la lettura, fatto da tantissime altre persone che – indipendentemente dal colore della pelle e dalla cultura- si sono mosse, nel presente e nel passato (tanti italiani e molti ebrei durante il Fascismo), alla ricerca di una speranza e di un futuro migliore. Il viaggio a piedi e con mezzi di fortuna sarà per tutti i protagonisti di “Passeur” un’esperienza dal grande valore emotivo e simbolico, perché durante questo percorso il giornalista avrà la possibilità di conoscere direttamente da Satellite e Adeel le loro storie di vita e le drammatiche sofferenze patite non solo nella terra di origine, ma anche nei campi di transizione (in Libia) dove chi è migrante ha un passaggio obbligato. “Passeur” è un libro che narra pezzi di vita vera e vissuta e questo gli ha permesso di diventare anche reportage radiofonico premiato ai NYF’s International Radio Program Awards for The World’s Best Radio Programs nel 2017. Leggere “Passeur” è addentrarsi nel libro di Krafft e compiere un viaggio nel quale sorgono tante domande, perché i temi considerati -la vita, la diversità, la migrazione, l’amicizia, il bisogno di un vita degna e il riscatto sociale- sono valori e bisogni universali che vanno oltre i confini territoriali, culturali e temporali e che hanno al centro l’intera specie umana. Traduzione dal francese di Luisa Sarlo.

Raphaël Krafft è nato nel 1974  e alterna reportage per stazioni radio pubbliche di lingua francese a lunghi viaggi in bicicletta (Nord e Sud America, Vicino Oriente, Francia) da cui trae documentari e libri. È autore di “Captain Teacher” (Buchet Chastel, 2013), racconto sulla creazione di una stazione radio in una remota regione dell’Afghanistan. Passeur è diventato anche un reportage radiofonico dal titolo “Passeur – Comment j’ai fait passer la frontière à des réfugiés” trasmesso da France Culture.

Source: libro del recensore.

:: Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka e Marion Ruggieri (Ponte alla Grazie 2020) a cura di Giulietta Iannone

13 gennaio 2020

Ritorno a Birkenau di Ginette KolinkaGinette Kolinka, nata Cherkasky, è una degli ultimi sopravvissuti tra i pochi deportati che sopravvissero ai campi di concentramento nazisti. Oggi ha 95 anni, e la lucidità e il brio di una donna che ha lavorato tutta la vita, aveva un banco di maglieria al mercato con il marito, e solo dopo essere rimasta vedova ha iniziato a parlare del suo passato. Un passato difficile: a soli 19 anni lasciò Parigi con il padre, un fratellino e un nipote diretta, pensava lei, verso un campo di lavoro tedesco in Polonia. Arrivò invece a Birkenau. L’idea che i campi di concentramento e sterminio fossero campi di lavoro era un’ idea diffusa, orchestrata attivamente dalla propaganda nazista che aveva creato anche campi fantoccio, con belle sale areate, biancheria pulita nei dormitori, e tutti i confort per portare in visita i delegati della Croce Rossa nei loro giri di ispezione. Ma Birkenau era un’altra cosa. E la giovane Ginette lo scoprì amaramente a sue spese e sulla sua pelle. Più grande di Auschwitz, (secondo una stima con una superficie pari a quella di 325 campi da calcio), era un immenso campo di sterminio dotato di efficienti camere a gas e forni crematori che trasformavano in cenere i corpi delle vittime. Se non l’avesse visto con i suoi occhi forse anche lei non ci avrebbe creduto. Era tutto troppo orribile per crederlo vero. Credere che l’odio e la malvagità umana fossero così reali e portassero l’uomo contro l’uomo, fino a queste derive di indicibile crudeltà. Ginette, con l’aiuto della giornalista francese Marion Ruggieri, ne ha voluto lasciare testimonianza scritta di questa esperienza nel libro Ritorno a Birkenau, caso letterario l’anno scorso in Francia, e ora dal 9 gennaio disponibile anche in Italia per Ponte alle Grazie, tradotto da Francesco Bruno. Un testo breve, meno di un centinaio di pagine, essenziale, brutale se vogliamo nella sua semplicità e autenticità. La sporcizia, le botte, i maltrattamenti, le violenze gratuite subite, la mancanza di umanità dei carcerieri tutto è descritto “senza fronzoli” come ama dire Ginette. È un testo doloroso, un breve excursus all’inferno, esorcizzato dal potere delle parole, dal potere catartico della memoria condivisa e tramandata alle nuove generazioni perché prendano coscienza di cosa è avvenuto, perché non si ripeta. Presto di testimoni diretti non ce ne saranno più, ma resteranno queste memorie scritte, e il ricordo dei giovani che hanno conosciuto Ginette e l’hanno ascoltata. Toccherà a loro farsi carico di questo compito per tramandarlo a figli e nipoti. L’ascolto diretto di queste memorie è caratterizzato da un’assoluta mancanza di retorica, il dolore provato è stato troppo grande per poterselo permettere, e questa autenticità giunge incredibilmente forte e potente anche a chi legge questo libro. In un’epoca di revisionismi e negazionismi vari è essenziale accogliere opere come questa, capaci di infrangere le barriere della diffidenza e della indifferenza. Nel rispetto delle vittime, nel rispetto della verità storica, nel rispetto dei giovani che cercano sinceramente di capire, di conoscere, per costruirsi un modello etico su cui basare le loro vite. Ritorno a Birkenau è un testo evocativo e nella sua semplicità sconvolgente. Ha il potere di portare anche noi per qualche ora in qui luoghi di dolore, in compagnia di Ginette, Marceline Loridan-Ivens, Simone Veil, e tutte le sue compagne. La frase che forse mi ha scosso di più, è incredibilmente una frase semplice, dopo bisogna viverci con questi ricordi. Tanto vera per le vittime che per i carnefici. Perché se c’è una giustizia, esiste senz’altro nella memoria, e per questo è così preziosa. Termino questo mio commento al libro invitandovi a leggere anche l’intervista che Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera ha fatto a Ginette, a questo link: qui.

Ginette Kolinka (Parigi, 1925), dopo la guerra, ha per molti anni tenuto un banco di articoli di maglieria al mercato di Aubervilliers insieme al marito. Dai primi anni Duemila si dedica a tramandare la memoria della Shoah.

Marion Ruggieri (1975) è giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio stampa Ponte alle Grazie.

 

Sfacelo di René Barjavel (L’Orma editore 2019 ) a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2019

df8d472e7219e9ecdeff10581e02b16a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyL’Orma editore continua la sua proposta dei romanzi di fantascienza di Rene Barjavel, con Sfacelo, scritto dall’autore sotto i bombardamenti su Parigi nel 1942 e inquietante apologo distopico molto attuale ancora oggi.
Siamo nel 2052, in Francia, il progresso ha trionfato e tutte le attività degli esseri umani dipendono dall’elettricità, mentre il cibo viene ormai coltivato e prodotto in maniera completamente diversa, senza più per esempio l’utilizzo degli animali. Ma di colpo piomba una catastrofe, metafora della guerra che si stava abbattendo in quel momento sull’Europa intera, l’elettricità viene a mancare e scoppiano incendi che distruggono tutto quello che è stato costruito, mentre scoppiano epidemie che decimano la popolazione. Emergono quindi gli istinti peggiori e violenti degli esseri umani, tenuti a freno da decenni di progresso, mentre la lotta per la sopravvivenza diventa essenziale.
François sa che esiste un altro modo di vivere, fuori dalle città,  e per questo motivo guida un gruppo di sopravvissuti e sopravvissute verso una vita che sarà contro il progresso e quanto di più inquietante ci possa essere, a ricordare come gli eccessi, in un senso o nell’altro, siano sempre sbagliati.
Se l’eccesso di tecnologia porta alla rovina nel momento in cui manca, la sua mancanza porta alla costruzione di una società reazionaria e oscurantista, e l’autore non sa dare una risposta definitiva, come se non sia possibile coniugare non dipendenza dalla tecnologia e progresso morale.
Gli appassionati troveranno nelle pagine di questo libro echi di storie più o meno recenti come Parigi nel XX secolo di Jules Verne, Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari, Cronache marziane di Ray Bradbury, Io sono leggenda di Richard Matheson, ma anche di serie TV come The Walking Dead e Black Mirror, film come Mad Max e Fuga da New York, e persino manga e anime come Ken il guerriero e The Legend of Mother Sarah. Del resto l’archetipo che tutto possa finire è presente nella narrativa speculativa di genere fantastico dai suoi albori, una sorta di paura oscura che forse non è nemmeno così lontana dalla realtà.
Sfacelo è quindi un classico da riscoprire, meno noto di altri romanzi di fantascienza dello stesso periodo ma non meno interessante, sia per i fan storici del genere sia per le giovani generazioni, che magari hanno scoperto la distopia grazie a titoli come Hunger Games The Handmaid’s Tale.

René Barjavel (1911-1985) è considerato il padre della fantascienza francese moderna. È stato scrittore, giornalista e sceneggiatore di numerosi film, tra cui Don Camillo. Con i suoi romanzi sul viaggio nel tempo, la fine del mondo e i pericoli della tecnologia ha conquistato milioni di lettori diventando oggetto di un culto intergenerazionale. Nelle classifiche dei migliori libri di fantascienza compaiono regolarmente i suoi Sfacelo e La notte dei tempi.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

:: L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore di Pierre Loti (Bordeaux Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2019

LotiConosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!

Pierre Loti (pseudonimo di Louis ­Marie­J ulien Viaud, 1850­1923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e solo allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019) a cura di Eva Dei

19 ottobre 2019

E i figli dopo di loroTutti costoro furono onorati dai contemporanei,
furono un vanto ai loro tempi.
Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.

A questa citazione biblica (Siracide 44, 7-9) si ispira Nicolas Mathieu per il titolo del suo nuovo libro, da poco pubblicato in Italia da Marsilio, ma già vincitore del Premio Goncourt 2018.
Le vite che mette nero su bianco l’autore sono proprio quelle che più facilmente si tende a dimenticare, uomini e donne qualunque alle prese con le miserie della vita. Anni Novanta, siamo nella Lorena, regione della Francia del nord-est, vicina al confine con il Lussemburgo; tutto si svolge a Heillange, cittadina immaginaria. Qui nell’arco di quattro estati un osservatore esterno ci racconta la vita di tre giovani: Anthony, Hacine e Stéphanie. Le loro vite si sfiorano e si intrecciano durante il tempo del racconto e il lettore li segue fino al momento della loro crescita, in quel passaggio che segna la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta. Dal 1992 al 1998 qualcosa si perde in quelle estati scandite dalle canzoni che danno il ritmo alle loro giornate: è la fine dell’ingenuità e l’inizio delle responsabilità, lo scontro tra aspettative e realtà.
Anthony ha quattordici anni, una palpebra semichiusa che gli conferisce un’aria perennemente imbronciata e un padre alcolizzato; Hacine ha qualche anno in più, è di origine marocchina, vive con il padre in un appartamento delle case popolari, ma pur di non finire come lui, piegato e consumato dal lavoro in fabbrica per pochi franchi, si dedica a qualsiasi tipo di espediente, dallo spaccio al furto. Infine Stéphanie, Steph per tutti, lunghi capelli biondi fermati in una coda di cavallo e un’autentica ossessione per il bello e dannato della scuola, Simon Rotier. Tre ragazzi provenienti da famiglie diverse, alle prese con problematiche tipiche dell’adolescenza, ma anche con differenti disagi affettivi e sociali. Una cosa li accomuna: il desiderio di riscatto, di evadere da quella valle che gli imprigiona, di avere delle vite migliori di quelle dei loro genitori: più felici, più complete, più soddisfacenti. Sì perché nonostante gli sforzi nessuno riesce a riscattarsi completamente: sembra che il loro status sia un marchio indelebile che grava sulle loro esistenze.
La stessa Heillange, un tempo florida per la presenza degli altiforni, sembra adesso ammantata da un velo di decadenza. Agli occhi dei ragazzi la città si fa al tempo stesso culla e prigione. Heillange è il luogo in cui sono nati e cresciuti, ma nei loro sogni il futuro è altrove, in città come Parigi, città più grandi, ricche di prospettive e possibilità. Ma imparare a cavarsela altrove non è così facile e scontato come nei sogni adolescenziali e spesso ogni strada imboccata dai ragazzi sembra riportare all’origine.

Steph pareva cercare qualcosa nel paesaggio. A furia di girare a piedi, in bici, in scooter, in autobus, in macchina, conosceva la valle a memoria. Tutti i ragazzi erano come lei. Lì la vita era una questione di tragitti. Si andava a scuola, dagli amici, in città, in spiaggia, a farsi una canna dietro la piscina, a incontrare qualcuno ai giardinetti. Si tornava a casa, si usciva di nuovo, idem per gli adulti, il lavoro, la spesa la tata, la revisione da Midas, il cinema. Ogni desiderio induceva una distanza, ogni piacere richiedeva carburante. Alla lunga finivi per pensare come una mappa stradale. I ricordi erano necessariamente geografici. (…) Nella valle alcuni uomini si erano arricchiti e avevano costruito case imponenti che on ogni paesino irridevano l’attualità. Bambini erano stati divorati dai lupi, dalle guerre, dalle manifatture; ora lì c’erano Anthony e Stéphanie, a constatare i danni. Sotto la pelle gli correva un brivido intatto. Così come nella città spenta continuava a dipanarsi una storia sotterranea che avrebbe finito per esigere prese di posizione, scelte, movimenti e lotte.

Licenziamenti, lavori faticosi e poco remunerativi: tutto porta a una lotta tra poveri, a una difficoltà di integrazione sempre più inevitabile, a un’incapacità di riuscire che aumenta il divario tra genitori e figli. I primi non si accorgono delle reali conseguenze che le loro parole e azioni esercitano sui figli, mentre questi ultimi spesso perseguono desideri simili ai genitori anche se la volontà di non seguirne l’esempio e le scelte li porta spesso a compiere decisioni affrettate e sbagliate.
Nicolas Mathieu ricostruisce uno spaccato realistico degli anni Novanta, quel decennio che ha segnato e dato vita a molte problematiche dei giorni nostri. Scegliendo di raccontare tre storie qualunque l’autore non si interessa tanto all’eccezionalità della trama: quello che ci racconta sono le lotte e i sacrifici della classe operaia e medio borghese, fino alla sua decadenza. Quello che ne rimane vive nella rabbia e nei desideri dei figli dopo di loro.

Nicolas Mathieu è nato a Épinal, nella regione dei Vosgi, nel 1978 e oggi vive a Nancy. Ha esordito nel 2014 con il noir Aux animaux la guerre, da cui è stata tratta una serie tv. E i figli dopo di loro, suo secondo romanzo, accolto con entusiasmo da critica e pubblico, ha vinto nel 2018 numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali il Prix Goncourt, ed è in corso di traduzione in venti paesi.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.

:: E le altre sere verrai? di Philippe Besson (Guanda, 2002) a cura di Eva Dei

27 agosto 2019

besson

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Notte fonda, le strade deserte di una città. In primo piano, all’angolo di una strada, un locale dalle ampie vetrate con un’insegna che recita “Phillies”. All’interno si scorgono un barista e tre avventori: una donna con un vestito rosso e due uomini con completo e cappello. Ognuno di loro sembra assorto nei suoi pensieri, seduto a quel bancone, ma distante, imprigionato nella propria solitudine. Una scena sicuramente familiare, perché rievoca in tutto e per tutto il famoso quadro di Edward Hopper Night Hawks (1942, I nottambuli).
Ma se quelle persone dipinte sulla tela potessero parlarci o anche solo rivelarci alcuni dei loro pensieri, cosa ci racconterebbero? Philippe Besson ha provato a dar loro voce in E le altre sere verrai?, romanzo con cui ha vinto nel 2003 il Grand prix RTL-Lire. Affascinato dal quadro del pittore americano, Besson ne acquista una riproduzione e una sera, osservandolo, la storia di quella donna vestita di rosso e dei tre uomini che la circondano si impone alla sua attenzione.
Abbandoniamo gli anni ’40 e New York, per arrivare in epoca contemporanea nella baia di Cape Cod, dove il Phillies è uno dei tanti locali della costa. È una domenica di settembre, come ogni sera da nove anni a questa parte, Ben sta lustrando il bancone del locale quando vede entrare Louise. La conosce dal suo primo giorno di lavoro, lei è una cliente abituale e tra loro c’è una conoscenza fatta di piccoli gesti, di chiacchiere insignificanti, di confidenze ricavate dai piccoli gesti.

Nessuno dei due direbbe che sono amici, casomai conoscenti, si vogliono bene, ciascuno sa qualcosa della vita dell’altro, hanno reazioni e ricordi in comune.”

Louise indossa l’abito rosso, quello che riserva alle grandi occasioni. In effetti quella sera, sorseggiando il solito Martini bianco, Louise aspetta con ansia la chiamata del suo amante, Norman. Mentre lei è seduta al Phillies lui sta mettendo fine al matrimonio con la moglie. Un atto doloroso, ma necessario che li consentirà di vivere liberamente la loro storia. Assorta in pensieri e fantasie, tutto si aspetterebbe tranne che a varcare la soglia, di lì a pochi minuti, sia Stephen Townsend. Un’ondata di ricordi la inebetisce e la terrorizza lasciandola senza parole davanti a quello che è stato il suo grande amore. Nonostante i cinque anni trascorsi, Stephen non ha perso il suo fascino, ma è a sua volta imbarazzato, forse un po’ a disagio. Cautamente i due si studiano, capiscono come muoversi, iniziano con frasi banali, convenevoli, ma non esitano a riservarsi qualche battuta amara. Se da un lato tutto sembra cambiato nelle loro vite, dall’altro riscoprono il piacere di abbandonarsi a una dolce nostalgia, fatta di atteggiamenti e abitudini familiari.
Spettatore di questo confronto Ben, e noi con lui. Ripercorriamo la storia dei protagonisti, presente e passato, seguendo l’andamento della narrazione, che vira con abilità dal discorso diretto al discorso indiretto libero. Questa tecnica, scelta da Besson, non solo ci restituisce dei personaggi familiari, quasi noti, ma ci cala perfettamente nella notte solitaria dipinta da Hopper.
Louise, Ben e Stephen abitano lo stesso luogo in quel momento ma interagiscono con delicatezza, senza invadere lo spazio dell’altro. Spazio abitato da ricordi e sensazioni troppo intime per essere esibite con ostentazione, ma presenti proprio perché meno evidenti. Privato e pubblico si mescolano nel gioco contraddittorio delle relazioni umane.

Ecco cosa è capitato loro: più nessuno che li aspetti. Sono soli, come lo sono soltanto i vecchi. Hanno lo sguardo perso della solitudine. Hanno il fiato corto di chi è sfinito. Hanno i gesti rallentati dei più inermi. Si rifugiano in un bar improbabile, all’estremità di un continente. Sgranano la loro vita come altri le preghiere, avvolgendo rosari alle dita ossute. Sono giunti al termine di qualcosa, senza essere ancora in grado di discernere quel che potrebbe cominciare per loro. Si sono persi. In quello smarrimento che li unisce, alla fine potrebbero essere capaci di parlarsi chiaramente, e di aprirsi a una sorta di dolcezza.

Philippe Besson è nato nel 1967 a Parigi, dove tuttora risiede. Guanda ha pubblicato i romanzi E le altre sere verrai?, Un amico di Marcel Proust, I giorni fragili di Arthur Rimbaud, Un ragazzo italiano, Come finisce un amore, Non mentirmi e Un certo Paul Darrigrand.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.