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:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: fiore frutta foglia fango di Sara Baume (NN Editore 2018) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2018
Fiore frutto foglia fango

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Irlanda giorni nostri.
Ray è un uomo si cinquantasette anni che vive da solo nella casa che era appartenuta a suo padre. È un uomo immenso e trasandato. Un giorno, mentre sta camminando per la città si ferma davanti a una vetrina di un robivecchi e vede l’annuncio di un cane che cerca casa.
Ray si dirige in canile per adottarlo, la scelta gli viene d’impulso, senza pensarci, e quando arriva al canile, la prima cosa che gli viene detta è che quel cane sarebbe dovuto essere soppresso, che appena arrivato ha morso un altro cane e anche l’addetto del canile che li ha divisi, ma il cane che vede Ray è un cane spaventato, un cane pauroso, un cane che cammina a pancia a terra terrorizzato, non un cane aggressivo o mordace.
Ray lo chiama Unocchio per via del fatto che il cane ha un occhio solo.
La vita di Ray cambia radicalmente, finalmente ha qualcuno che lo ama incondizionatamente, qualcuno che tiene a lui e che lo fa aprire. Infatti con Unocchio Ray abbassa tutte le difese e gli racconta tutto. Gli racconta di se stesso, la sua vita, i suoi sentimenti.
Un giorno però Unocchio morde il cane di un vicino di casa. Basta la cittadina è stufa, quel cane deve essere soppresso, viene visto solo come un pericolo.
Ray però non vuole rinunciare al suo unico amico e così decide di andarsene con Unocchio. Solo così può sperare di salvargli la vita.
Fin dalla prima pagina si sente subito la forza delle emozioni, infatti il primissimo capitolo è la descrizione di quello che sente Unocchio mentre scappa con l’occhio fuori dall’orbita che gli sbatte contro il collo e qualcosa nella sua testa che gli dice di scappare.
Subito dopo la narrazione passa alla voce di Ray, al suo primo incontro con il cane, alle emozioni che la cosa gli smuove e possiamo vivere potentemente la sua scelta di andare a prendere il cucciolo.
Ho letto molti romanzi con cani protagonisti, e praticamente tutti mi hanno fatto piangere, ma il rapporto che si era creato era comunque quella di uno spettatore che si immedesima avendo lui stesso un cane, ma questa volta è stato diverso. Questa volta mentre si legge il romanzo ci si trasforma in Ray, Unocchio è il nostro compagno, il legame tre i due è il nostro legame e le emozioni descritte sono le nostre.
Un romanzo davvero potente e spettacolare che fa capire, anche a chi non ha mai avuto la fortuna di provarlo, cosa voglia dire essere legati a un amico a quattro zampe.

Sara Baume nasce a Lancashire e cresce in Irlanda. Ha scritto vari racconti e saggi che sono stati pubblicati sull’Irish Times e sul Guardian e ha ricevuto vari premi tra cui il Davy Byrnes Award, l’Hennessy New Irish Writing Award e il Rooney Prize.
Fiore frutto foglia fango è il suo romanzo d’esordio ed è stato finalista al Costa Award, al Guardian Award, al Desmond Elliott Prize e al Los Angeles Times Book Prize.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come leoni di Brian Panowich (NNEditore 2018) a cura di Fabio Orrico

12 marzo 2018
Come leoni

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Brian Panowich continua a raccontarci le gesta di Clayton Burroughs, sceriffo della contea di McFalls County nella Georgia del nord, già conosciuto nel (giustamente) fortunato Bull Mountain. Come personaggio seriale Burroughs è decisamente poco convenzionale. Certamente non un cavaliere dall’armatura immacolata, ma nemmeno l’antieroe di tanta narrativa hard boiled con una moralità ferrea a rosicchiare il cinismo di facciata, piuttosto un uomo che fa il possibile per scrollarsi di dosso i demoni che lo perseguitano. Burroughs proviene da un clan criminale, sorta di famiglia Barker dei nostri giorni, stanziato sulla montagna che dava il titolo al precedente libro. I rapporti con questa problematica famiglia, risolti nel modo più tragico che si possa immaginare, erano alla base della sua prima avventura. Come leoni inizia esattamente dove finiva Bull Mountain e ci mostra un Burroughs provato nel fisico e nel morale, assediato dai sensi di colpa, in crisi con la moglie dalla quale ha da poco avuto un figlio. L’orizzonte umano che circonda Burroughs è puro white trash, un sottoproletariato naturalmente incline a cercare fuori dalla legge le proprie occasioni di sopravvivenza, per molti versi consonante ai personaggi che popolano un altro bellissimo libro da poco approdato nelle nostre librerie, Nelle terre di nessuno di Chris Offutt. La differenza con quest’ultimo autore la fa la fedeltà di Panowich a un genere codificato come il noir. L’impressione però è che lo scrittore americano, più che ai classici letterari del genere, guardi a certa serialità televisiva, almeno per quanto riguarda il ramificarsi labirintico della trama che si muove di pari passo con lo sviluppo e il rivelarsi di personaggi che, fino all’ultima pagina, sanno riservare sorprese. A rafforzare quest’impressione ci sono poi le connessioni tra Come leoni e Bull Mountain, quasi come se i libri fossero da intendere alla stregua di due stagioni della stessa serie (ed è facile nonché auspicabile supporre che ce ne sarà una terza). Ovviamente questa non è di per sé una considerazione negativa ma solo la constatazione di quanto sia diventato pervasivo il paradigma della serialità anche nella letteratura.
Come leoni, in ogni caso, funziona benissimo anche se preso singolarmente. Il milieu raccontato, esattamente come in Offutt (o, perché no, come nel bellissimo documentario Louisiana di Roberto Minervini), trasmette l’impressione di una terra senza tempo, un presente fermo al secolo precedente; uno scenario in cui tecnologia e progresso scientifico non scalfiscono valori che non è difficile intendere come distorti. Questa è anche la carta vincente di un personaggio come Clayton Burroughs, un uomo di legge intimamente persuaso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità ma allo stesso tempo riluttante dall’emanciparsi da una logica criminale così radicata da influenzare anche valori burocratici e normativi. Per un uomo come Burroughs, sembra dirci Panowich, il retaggio sarà sempre più importante del distintivo. Un po’ come nel miglior western, sia esso cinematografico o letterario, anche in Panowich abbiamo la messa in scena di storie degne dell’antico testamento: stessa intransigenza e stesso impianto valoriale.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo
romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Danze di guerra di Sherman Alexie (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

6 febbraio 2018
Danze di guerra

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Il benemerito NN editore pubblica Danze di guerra di Sherman Alexie, scrittore nativo americano poco presente nelle nostre contrade (ricordo il bellissimo Reservation Blues, uscito, se non sbaglio, con Frassinelli negli anni ’90 e poco altro). Speriamo abbia successo, così da poter leggere ancora questo scrittore coraggioso e irregolare. La struttura stessa di Danze di guerra si pone all’insegna della libertà stilistica e tematica. Non semplicemente un libro di racconti, ma un testo zibaldonesco e stratificato. Racconti che si alternano a poesie e a brevi prose, organizzate secondo uno schema personalissimo. E se la poesia di Alexie ha la sua cifra nella tentazione narrativa, possiamo dire che la sua prosa sconfina non di rado nell’astrazione della struttura poematica. I racconti di questo libro infatti partono raccontando una situazione, ci fanno credere che questa situazione sia il fulcro della trama ma poi scartano imprevedibilmente, sconvolgendo lo schema di base. Il bello è che, arrivati alla fine della lettura, non possiamo non trovare perfettamente necessario quello che abbiamo letto, in quella forma e con quelle parole.
Sale, lo splendido racconto che chiude la raccolta, descrive l’incontro tra un giovanissimo giornalista e una signora anziana, impegnata a scrivere il necrologio del marito scomparso. Sullo sfondo, il fantasma di Lois Andrews, giornalista addetta ai necrologi e mentore del giovane protagonista, morta prematuramente. Un racconto che, in quindici pagine, crea un perfetto flusso di compassione, disperazione e umorismo. Perché se Alexie è interessato, per non dire ossessionato dalla morte e dalla finitezza della nostra condizione esistenziale, tutto ciò non gli impedisce di rivestire di ironia le sue storie. E non è mai un’ironia facile, distante, si tratta piuttosto di un’adesione amorevole ai suoi personaggi che non esclude la possibilità di prendersi in giro. Persino la sua provenienza etnica che naturalmente riverbera tragedie e sopraffazioni, viene raccontata in una luce di umorismo partecipe e affettuoso.
Altro tema cardine del libro è il rapporto padre-figlio che, in modo più o meno diretto, informa tutti i testi. Il padre, spesso declinato nella figura di antenati spesso solamente astratti, rappresenta la tradizione, vista di volta in volta come fardello ingombrante o superstizione di cui sorridere. Nel racconto eponimo l’addio al padre del protagonista passa proprio attraverso i più riconoscibili miti indiani, fatti cozzare con tutto il cinismo dei tempi moderni e con resa decisamente esilarante.
La poesia di Alexie, come dicevamo, è una poesia che racconta, predilige il verso lungo, whitmaniano, ma ricorre anche a scorciatoie tipografiche per, letteralmente, disegnarsi, sulla pagina.
Una delle ragioni che rende così affascinante Danze di guerra è la sua disposizione alla contaminazione. Di generi, di forme, di stili. Un libro trasversale che fa saltare ogni recinzione. Da questo punto di vista e con una fin troppo facile metafora, possiamo dire che Alexie, da scrittore, si pone fuori dalla “riserva” dei generi, condannandovi molti suoi colleghi. Traduzione Laura Gazzarrini.

Sherman Alexie vive a Seattle ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra, NNE pubblicherà anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Papi di Rita Indiana (NN Editore 2017) a cura di Viviana Filippini

1 dicembre 2017

Papi Rita Indiana

Macchine fiammeggianti dalla carrozzeria così luminosa da somigliare ad uno specchio riflettente. Camice linde, stirate e perfettamente alla moda, accompagnate da occhiali da sole very cool. Lui, che somiglia così tanto ad una star di un film hollywoodiano è Papi, il protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Rita Indiana e pubblicato in Italia da NNEditore. L’uomo è il padre della protagonista del nuovo libro della scrittrice caraibica, ed ha per protagonista una ragazzina che ci racconta in prima persona la figura del proprio papà. La narratrice ci descrive il padre come un uomo che tutti amano, che ammirano e rispettano. Un giorno per la giovane protagonista arriva la notizia della morte del babbo, ma una telefonata con la voce dell’uomo stesso le dice che lui sta bene, è negli Stati Uniti d’America e presto andrà a prenderla. E papi arriva sulla sua fiammeggiante Mercedes, vestito come se fosse un cantante famoso, con catene d’oro al collo e scarpe da ginnastica alla moda. Il Papi prende la ragazzina e la porta nel suo mondo sfavillante e ricco di ogni cosa, reso tale quei rotoli di soldi che escono dalle tasche dei pantaloni del papà e che gli permettono di fare la bella vita e di accontentarsi di ogni cosa. L’uomo – sì ecco il Papi- è per la protagonista un vero e proprio super eroe che tutti venerano come se fosse un sorta di idolo, di divinità alla quale si deve dare il massimo rispetto e non a caso lo dice la narratrice stessa: “Il mio papi ha molto più di tutto quel che ha il tuo, più forza del tuo, più capelli, più muscoli, più soldi e più fidanzate del tuo. Papi ha più auto del tuo, più auto del diavolo, così tante auto che deve venderle perché nel suo garage non ci stanno. Papi ha auto che parlano e ti dicono che devi metterti la cintura di sicurezza e chiudere il becco, in inglese, in francese e in altre lingue”. Un uomo perfetto in parole povere. Sarà davvero così? Ecco non proprio, perché quel papi tanto idolatrato dalla bambina che ci racconta la vita a fianco del suo paladino, non è proprio uno stinco di santo. Anzi è un losco narcotrafficante in fuga delle forze dell’ordine che gli stanno dando la caccia. Il romanzo di Rita Indiana è molto coinvolgente, grazie al ritmo cinematografico che lo caratterizza e, non a caso, ogni pagina letta assomiglia al fotogramma di una pellicola che, unendosi alla altre, compone un unico film – Tarantino ne farebbe un’interessante adattamento cinematografico- con protagonista il papi e la sua amata figlia. Una ragazzina che proprio perché ancora bambina riesce a vedere solo gli aspetti positivo del fare paterno, o meglio, ogni cosa che lui fa (dal comprarle la maglia nuova, allo sparare a destra e a manca) per lei è un gesto eroico al quale tutti si inchinano con massimo rispetto (in realtà la gente lo teme il papi perché sanno davvero che delinquente è). “Papi” di Rita Indiana è un romanzo dai mille colori, infarcito di citazioni televisive e dalla suspense costante. Non solo, “Papi” è la storia di un padre e di una figlia e di come spesso e volentieri il dire e il fare del mondo adulto influenzino in modo irreparabile quello bambino, impedendo ai piccoli di vedere e comprendere la vera natura della cose e delle persone.

Rita Indiana è nata nel 1977 a Santo Domingo. Figura chiave delle letteratura caraibica contemporanea e leader della band di merengue alternativo Rita Indian y los Misterios, ha scritto romanzi e racconti, tra cui Ruminantes, Ciencia succión e La mucama de Omincunlé. Blogger, conduttrice radiofonica, Rita Indiana è attivista del movimento per i diritti LGTB. Per NNE è uscito nel 2016 I gatti non hanno nome.

Source: libro inviato al recensore, ringraziamo Francesca Rodella Comunicazione.

:: Mia figlia, don Chisciotte, Alessandro Garigliano, (NN editore, 2017), a cura di Viviana Filippini

9 maggio 2017
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Un padre disoccupato fa lavoretti saltuari per contribuire alla vita familiare però, alla figlia di tre anni lui racconta storie con cavalieri, re, regine e, come le chiama la piccoletta, tante “Principeffe”. Questo padre che si finge professore universitario impegnato in una importante ricerca letteraria è il protagonista di “Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano edito da NN editore. L’uomo stravede per la sua bimba, per il coraggio che la anima e che la porta a non avere, a differenza di lui adulto e insicuro, paura del mondo che la circonda. Garigliano sviluppa un intreccio narrativo nel quale si alternano i momenti di vita di ogni giorno vissuti dal protagonista con la propria piccoletta, a parti che hanno invece più la natura di saggio letterario dedicato alla figura di Don Chisciotte della Mancia, uno dei personaggi fra i più importanti della letteratura mondiale, nato dalla mente di Miguel de Cervantes Saavedra. Leggendo il libro ci si accorge di come il narratore svolga una doppia analisi, nel senso che il padre finto professore narrando il proprio rapporto padre e figlia, mette in relazione il loro agire a quello dei personaggi del romanzo spagnolo seicentesco che sta analizzando. In questo modo il narratore, un po’ imbranato, timoroso che qualcosa di imprevisto possa accadere a loro, si paragona allo scudiero Sancho Panza, mentre l’impavida figlia che non ha paura di nulla è un Don Chisciotte in gonnella. Ad un certo punto nel romanzo si percepisce una sorta di svolta, nel senso che è sempre presente la riflessione sul cavaliere spagnolo e sul suo essere un sognatore, però si ha come la sensazione che il narratore protagonista cominci a dedicare molta importanza alla ricostruzione dei fatti e degli eventi che caratterizzarono la gravidanza della moglie e che portarono alla nascita e alla vita della figlia. Quello che emerge è ancora un volta la grande temerarietà e il forte attaccamento alla vita della piccoletta che, già durante la gestazione e il parto, si trovò ad affrontare delle difficoltà. La bimba è valorosa da subito, il padre è invece troppo premuroso, sempre minato da una specie di preoccupazione e di timore cronici nell’affrontare la vita, perché in lui c’è la consapevolezza che non solo sarà responsabile per se stesso e per la moglie. Ci sarà nelle loro esistenze adulte, una nuova vita da amare, curare e proteggere: la figlia. Saranno proprio il coraggio di questa piccola vita da accudire a far capire al narratore aspirante scrittore saggista che il ruolo primario del suo esistere sarà quello di essere padre/scudiero di una figlia/cavaliere audace come Don Chisciotte della Mancia. “Mia figlia, don Chisciotte”, di Alessandro Garigliano è un romanzo-saggio, con sfumature ironiche, nel quale il rapporto tra verità esistenziale e fantasia sono usati dall’autore per raccontare il legame viscerale tra un padre e una figlia, simile alla passione cronica che il narratore ha per la letteratura, e come dal mondo di parole scritte e lette lui riesca a trovare gli strumenti per fare la cosa più importante: il genitore.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa NN editore.

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:: Faber, Tristan Garcia (NN editore, 2016)

2 novembre 2016
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Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita.

Mehdi Faber, chi è? Un orfano magrebino sballottato di famiglia in famiglia fino a giungere a Mornay, città fittizia della provincia francese? Un eroe, un fantasma, un santo, una ossessione, un innocente, un dannato? Un vinto che non si lava il culo e vive allo sbando e nel degrado in una baracca fatiscente (la baracca degli asini), che si raggiunge seguendo la strada provinciale del Couserans, sui Pirenei?

Lui che un tempo aveva capelli ricci così folti da non permettere di vedere il cuoio capelluto neanche pettinandoli, sfoggiava ormai solo qualche raro ciuffo liscio e unto sulla fronte segnata dalla dermatite. Gli mancava tutto quello che dovrebbe manifestare la salute del corpo. Era grosso e gonfio in ogni parte dell’organismo che dovrebbe essere agile e scattante. Palpebre raggrinzite ma guance incavate. Ventre arrotondato ma torace scavato. Costole sporgenti e principio di gozzo. Era brutto. Eppure, non appena si è mosso l’ho riconosciuto.

Basta questa sgradevole descrizione per sapere chi è diventato. Una sorta di cave canem. Ci vuole un certo coraggio, e una buona dose di incoscienza, a fornire una tale descrizione del protagonista del romanzo, col rischio di dissuadere i lettori dal continuare la lettura. Naturalmente io l’ostacolo l’ho superato e sono qui a parlarvene, e a domandarmi: ma basterà poi tutto il resto del romanzo per capire chi era, quale era il suo più oscuro segreto?
Dunque stiamo parlando di Faber, del francese Tristan Garcia, edito da NN editore, tradotto da Sarah De Sanctis (autrice anche della pregevole e illuminante nota del traduttore, a fine libro).
Quando mi si è presentata l’occasione di parlare di questo libro, di dargli insomma un po’ di visibilità, ho accolto l’ offerta senza esitazione, anche se questo libro non è spiccatamente un noir (qualcuno troverebbe da ridire su ciò, un morto c’è ve lo garantisco) ma più che altro un romanzo di formazione con derive filosofiche, sociologiche, politiche. Insomma un romanzo impegnato, di un’ intellettuale, un filosofo (è nato a Tolosa nel 1981) che guarda la sua generazione, quella dei ragazzi degli anni ’90, con occhio critico e circospetto.
Faber è un romanzo che parla di infanzia e di adolescenza, e di cosa diventiamo una volta adulti, quali sogni tradiamo, quali ideali abbandoniamo, in quali meccanismi omologanti veniamo stritolati. E perché non vendicarsi di chi sfugge a questa logica borghese, e assoluta?
Tre sono i personaggi principali: Faber, Madeleine, Basile, tre amici di infanzia, i cui meccanismi di interazione, le dinamiche di gruppo, verranno scientificamente sondate. Si rincontrano 15 anni dopo ormai trentenni, per un giro di lettere ricevute (una richiesta di aiuto che avevano concordato come un segnale) che tutti negano di aver scritto. E già questo primo mistero ci avvisa che non sarà facile capire cosa sta succedendo.
Madeleine va in macchina fino alla baracca degli asini e riporta Faber a Mornay. Faber è cambiato, ha giusto una foto a testimoniare cosa fu, ora è diverso, per lo meno all’apparenza. Fraintendendo i segnali picchia il marito di Maddie, Fabian, e scappa, lo riprende sotto la pioggia Basile e a questo punto torniamo al passato, all’infanzia. La seconda parte del romanzo ci riporta tra il 1981 e il 1995, in terza elementare, dove nel giardino della ricreazione si incontrano. Faber un gigante, Maddie e Basile due ragazzini bullizzati e fragili.
A un certo punto del romanzo Faber scoprirà il manoscritto di Basile, in cui c’è scritto tutto, viene svelato il motivo, di questo ricongiungimento, sintomatico il titolo Faber il Distruttore. E da allora tutto sarà un po’ più chiaro fino al finale denso di un doppio colpo di scena che non sto certo ad antiparvi.
C’è molta musica in Faber, tante canzoni, anche lì più o meno commerciali, ma alcune bellissime. Le canzoni che uscivano dalle radio, dai giradischi dei ragazzi degli anni ’90. E questa colonna sonora ci accompagna con una spiccata dose di nostalgia. Si sa il passato (ormai conlcuso per sempre) è sempre glorioso, il presente condannato alla realtà.
Mi accorgo che continuando a parlare potrei dire troppo, svelare parte della trama che sarebbe un delitto fare, per cui mi fermo.
Faber è un romanzo complesso, profondo e a volte sgradevole, se non respingente, ma se avrete la costanza di superare i primi capitoli, sarà difficile che ve ne stacchiate.

Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: Crepuscolo, Kent Haruf, (NN Editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2016
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Crepuscolo di Kent Haruf è il terzo volume della trilogia composta da Benedizione e Canto della pianura e ancora una volta l’autore americano, scomparso nel 2014, dimostra come le vite comuni, quelle che sembrano del tutto mediocri e inutili, hanno tanto da dire anzi, molto più di quanto possiamo e riusciamo ad immaginarci. Crepuscolo non ha un perno narrativo specifico attorno al quale ruotano i diversi protagonisti, nel senso che non c’è un assassino da incastrare, una reliquia da recuperare o una bomba da disinnescare. In questo romanzo corale ognuno dei personaggi che compare nella scena narrativa ha una propria vita da far conoscere e il “mestiere” dei diversi protagonisti è proprio quello di riuscire ad imparare, a conoscere e a gestire gli imprevisti del vivere. Nell’intreccio narrativo troviamo i fratelli McPheron (Harold e Raymond), due scapoli alle prese con il doloroso distacco da Victoria Roubideaux e dalla piccola Katie, perché la giovane ragazza-madre è pronta a trasferirsi con la figlia a Fort Collins per studiare all’università. I due fratelli conoscono il piccolo JD, un orfano che vive con il nonno dalla salute cagionevole. Il ragazzino trova conforto a casa di Dena, una sua amichetta che vive con la madre e la sorella in una casa troppo grande e vuota per loro. Qui JD va a giocare e a fare piccoli lavoretti che gli permettono di guadagnarsi qualche spicciolo. Dena va nella stessa scuola dove ci sono Joy Rae e Richie. I due fratellini abitano con i genitori dentro ad un roulotte. L’intera famiglia è a carico dei servizi sociali e supervisionata da Rose Taylor. Per loro le cose sembrano andare abbastanza bene, ma l’arrivo di zio Hoyt cambierà in modo irreparabile la loro esistenza. Quello che mi ha colpito della scrittura di Haruf è uno stile narrativo diretto, spoglio da fronzoli che mi ha riportato alla memoria John Steinbeck, William Faulkner ed Erskine Caldwell, solo che in questo caso le vicende sono ambientate ai giorni nostri, ad Holt in Colorado, un’immaginaria cittadina della provincia americana. Come per i volumi precedenti anche in Crepuscolo le vite dei diversi personaggi presenti nella trama narrativa si intrecciano tra di loro mostrandoci un mondo composto da un’umanità derelitta, portata dalle drammatiche esperienze della vita a rasentare il baratro. Questo toccare il fondo sembra condannare tutti ad una sconfitta costante, anche se le piccole possibilità di un riscatto, per qualcuno, sembrano emergere dall’oscurità del corso vitale. Crepuscolo è un romanzo collettivo costituto di esseri umani umili, dalle esistenze solo in apparenza banali (lavorano, vano a scuola, arano i campi, si incontrano al bar o al ristorante), sempre impegnati a lottare per esistere e resistere nel mondo dove i sentimenti come la bontà è la solidarietà si scontrano con l’insensata violenza e l’egoismo. Tutti i protagonisti di Crepuscolo di Kent Haruf sono sì personaggi letterari, ma le loro vite complicate e quotidiane diventano un qualcosa di straordinario per la loro semplicità e per la somiglianza che noi lettori possiamo trovare in esse. Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: Benedizione, Kent Haruf (NN Editore, 2015).

8 ottobre 2015
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La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.