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:: Hard Cash Valley di Brian Panowich (NNEditore 2021) a cura di Fabio Orrico

28 febbraio 2021

Si arricchisce di un nuovo volume la toponomastica letteraria di Brian Panowich, scrittore americano fautore di un noir capace di flirtare, in quanto a senso del paesaggio e consapevolezza della tradizione, a più riprese col western. Dopo il grande dittico su Clayton Burroughs e la sua famiglia criminale era fisiologicamente impossibile restare a simili altezze ma Hard Cash Valley decisamente non è un titolo di secondo piano. La figura di Burroughs è ancora presente a un livello quasi mitopoietico e l’ombra del suo retaggio di violenza famigliare si stende anche su questa storia. Detto ciò, è bene rimarcare che Hard Cash Valley è testo del tutto autonomo e mette in scena un protagonista, il capitano di polizia Dane Kirby, la cui parabola è meno arroventata di dolore cosmico rispetto a quella dello sceriffo Burroughs ma non certo tranquilla né pacificata. Anche Kirby sconta il suo fatal flaw: ha perso infatti l’amata moglie e la figlia in un incidente stradale e il fantasma del perduto amore finisce per giocare una parte importante anche nel suo presente, condizionandolo e in parte addirittura indirizzandolo.
Chiamato sul luogo di un delitto commesso da un vecchio amico, Kirby si trova improvvisamente a dover gestire un’indagine che ha il suo epicentro proprio nella comunità in cui vive. Accanto a lui l’agente dell’FBI c’è Roselita Velazquez, una sbirra tosta e dal brutto carattere. Arnold Blackwell, un criminale di piccolo cabotaggio ha fatto saltare il banco dello Slasher, sorta di superbowl dei galli da combattimento, vincendo in pratica tutte le scommesse. L’incasso sfiora i due milioni di dollari. Sulle sue tracce si sono buttati due spietati sicari filippini e un misterioso assassino nerovestito. Imprevedibilmente, si scopre che la mente del colpo è William, fratello undicenne di Arnold affetto dalla sindrome di Asperger, un piccolo genio la cui mostruosa capacità di calcolo fa gola a uomini avidi di soldi e dai pochissimi scrupoli. Come sempre, Panowich è straordinario nel delineare il milieu delle sue storie. Dane, di fatto, è un Virgilio incaricato di far orientare poliziotti meno esperti nel suo mondo, quell’Hard Cash Valley che domina il romanzo fin dal titolo, segnandone i confini geografici.
Costruito su una progressione tanto incalzante quanto fascinosa, il libro di Panowich non dà veramente un attimo di tregua. Come sempre, il mondo del narratore statunitense non è un posto facile in cui vivere. Tradimenti e crudeltà sono dietro l’angolo e l’unica nota di conforto viene dalla lealtà che, quasi in maniera illogica, sedimenta il percorso di alcuni personaggi. Lealtà e amore, sembrano queste le bussole usate da Panowich per resistere al caos e allo sfacelo di un paese che ha messo il Dio Denaro in cima al suo sistema di valori. Il tema del denaro è calcato con insistenza. Attorno ai soldi scomparsi dello Slasher si inscena una vera e propria danza macabra in cui si uccide senza passione e forse senza risentimento. Per i protagonisti di questa storia, la violenza è principalmente una professione. Proprio per questo risalta con maggior forza l’idealismo di Dane Kirby, come dicevamo personaggio meno tragico di Clayton Burroughs ma altrettanto affascinante. A parte Dane, in Hard Cash Valley nessuno è quello che sembra ma, e qui sta la dimensione morale di uno scrittore come Panowich, a tutti è concessa una redenzione. Come un moderno (e incanaglito) Zola, Panowich osserva al microscopio i suoi eroi per constatare se e in che modo questa occasione può essere colta ed eventualmente quanto sia alto il prezzo da pagare per afferrarla. Il romanzo ha una vertiginosa accelerazione nelle ultime cento pagine, dove il ritmo delle agnizioni e le logiche causa-effetto hanno forse troppi punti di accumulo. Ma è il peccato veniale di un libro che se sbaglia, lo fa per generosità. In effetti, la grandezza di Panowich è confermata dalla sua voglia di sperimentare. Dopo due romanzi cupi e oscuri come i precedenti, ha in parte alleggerito i toni (solo in parte però, perché la violenza è messa in scena senza scorciatoie né volontà di edulcorare) e privilegiato lo scavo psicologico di protagonisti più sfaccettati. Se mi perdonate l’icasticità dell’affermazione, direi che i precedenti Bull Mountain e Come leoni erano una sorta di antico testamento noir di cui Hard Cash Valley leviga qualche asperità, pur mantenendone intatta la malìa.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Il suo romanzo d’esordio, Bull Mountain, pubblicato da NNE nel 2017, è stato finalista nella categoria Mystery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow. La saga di Bull Mountain prosegue con il secondo episodio, Come i leoni (2018).

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa NNEditore.

:: Lady Chevy di John Woods (NN Editore, 2021) a cura di Fabio Orrico

22 gennaio 2021

Amy Wirkner ha diciotto anni, vive a Barnesville, una piccola città dell’Ohio, militarmente occupata da un’azienda petrolifera che, per poter praticare il fracking, ha preso in affitto i terreni di quasi tutti gli abitanti, famiglia di Amy compresa. Le conseguenze, seppure non affrontate in tribunale, sono terribili, nascono bambini deformi (il fratellino della nostra protagonista, per esempio), la gente muore di cancro. Non è tutto: Amy ha pochi amici, è costantemente bullizzata dai compagni di scuola perché è obesa e infatti sulla copertina del bell’esordio di John Woods campeggia come titolo il suo soprannome: Lady Chevy. L’epiteto, non proprio lusinghiero, è dovuto al suo fondoschiena, ingombrante e massiccio come una Chevrolet.
Ennesimo spaccato dell’America profonda? Anche, ma non solo. Woods dimostra al primo romanzo una maturità di stile e una fluidità di racconto impressionanti. Da un lato accetta passivamente i cliché che un determinato contesto sociale si porta dietro, nel nostro caso i bifolchi tutti bibbia e fucili, razzisti e fortemente tentati da folli teorie del complotto (e la cronaca dei nostri giorni è lì a ricordarci che non sono clichè innocui, anzi, forse non sono nemmeno clichè in senso stretto), dall’altro se ne fa forza, riposizionandoli in una prospettiva antropologica. Alternando la prima persona di Chevy, credibilissima e piena di sfumature, con il resoconto parallelo delle vicende di Hastings, un poliziotto dalla cupa e oscura morale, Woods dipana un racconto di formazione nerissimo, inscritto in una tradizione di sangue e violenza.
Chevy, dicevamo, ha pochi amici, sostanzialmente due: Sadie, la ragazza più popolare della scuola, praticamente il suo esatto contrario, e Paul, bellissimo e idealista, amore non corrisposto ma presenza costante nella vita della ragazza e occasionalmente spalla cui appoggiarsi nei momenti duri. Il padre di Paul sta morendo di cancro a causa del fracking e il ragazzo vuole vendicarlo con un atto di ecoterrorismo ma ha bisogno di un complice: Amy, naturalmente. Andrà malissimo. E qui è bene fermarsi perché trama e sviluppi meritano di essere goduti leggendo, abbandonandosi al presente storico usato da Woods con tanta sapienza che, quasi, potremmo pensare che la storia si stia mano a mano costruendo sotto i nostri occhi.
Amy ha una sorta di mentore, suo zio Tom, reduce dall’Iraq, suprematista bianco con bunker sotterraneo di serie, in caso che gli Stati Uniti, ormai percepiti come una nazione in decadenza, razzialmente compromessa, dichiarino guerra. Ma il vero incontro che cambierà la vita della ragazza e getterà una luce nera sul suo futuro è quello con Hastings, amico dello zio, meno vistoso nell’enunciare le sue filosofie deviate ma più dolorosamente estremo nel metterle in pratica. La scena del dialogo tra i due, a un terzo dalla fine, è semplicemente magistrale, così come splendido è il lungo, ritmato capitolo, in cui Woods elenca i fatti di cronaca nera di una normale settimana a Barnesville, la follia che sembra pervadere ogni angolo della contea, tanto da renderla una succursale della kinghiana Castle Rock. Con una differenza: Barnesville esiste e la scorciatoia del soprannaturale non è prevista.
Il retaggio di violenza che informa la vita di Amy d’altra parte ha un suo patriarca, il nonno materno del quale circolano inquietanti fotografie negli album di famiglia: sfogliandoli ti imbatti in una normale riunione familiare, un picnic, una gita al luna park, cose del genere, poi volti pagina ed ecco il vecchio abbracciato alle due figlie e alle loro spalle una croce incendiata che illumina un uomo di colore impiccato. Il tutto ordinatamente messo in serie accanto alle immagini più banali. L’orrore: una dimensione che Woods riesce a rendere così tremendamente quotidiana da inabissare il suo romanzo dentro correnti di pensiero metafisiche, pure astrazioni. Probabilmente il segreto della riuscita del libro è proprio la capacità di mostrare crudeltà, deviazioni, bontà e capacità di cura tutte fuse insieme, senza frizioni, con inaspettata coerenza. Una soluzione che, si indovina, non è suggerita dalla voglia di sorprendere ma dalla conoscenza profonda della propria materia di indagine. Il male, sembra volerci dire l’autore, non riesce a scalfire quanto di tenero c’è in un amore adolescenziale o nella lealtà che si instaura tra i reietti della società. Woods è bravissimo a raccontare entrambi i lati del cuore umano, le parti presentabili della nostra personalità, così come quelle di cui ci vergogniamo, lo fa senza moralismi o gerarchie, con la consapevolezza che l’essere umano è una macchina complessa, in cui c’è posto per la grazia e per la ferocia. Come nella vita.

John Woods è uno scrittore americano. È cresciuto in Ohio e si è laureato all’Ohio University. Suoi racconti sono stati pubblicati su Meridian,Midwestern Gothic, Fiddleblack e The Rag. Lady Chevy è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa NN editore.

Oregon Hill di Howard Owen, Traduttore : Chiara Baffa (NN editore 2020) a cura di Fabio Orrico

10 novembre 2020

Grazie a NN Editore, ormai punto di riferimento imprescindibile per chi ama la letteratura americana, arriva nelle librerie italiane Howard Owen, autore di una ventina di romanzi molti dei quali dedicati al giornalista Willie Black. E proprio Willie Black è il protagonista di questo Oregon Hill, noir dal forte impianto civile, attraversato da toni blueseggianti e malinconici. Ma partiamo dal titolo: Oregon Hill è il quartiere operaio della città di Richmond nello stato della Virginia in cui Black ha passato l’infanzia. È il posto in cui ancora abitano molti suoi amici, nonché una madre più bisognosa di venire accudita di quanto sia qualsiasi figlio. Non è un particolare secondario in un libro che fa della sua geografia un elemento narrativo di primo piano. L’indagine di Black attraversa infatti la città mappandone confini e anfratti, zone residenziali e bassifondi. Owen è attentissimo al genio del luogo, così come è preciso e minuzioso nel descrivere le differenze di classe dei suoi protagonisti. Anzi, in una realtà come la nostra, che ha progressivamente (e inesorabilmente) visto erodere il mondo del lavoro e i suoi diritti, lo sguardo di Owen acquista un rilievo sociologico raro nel poliziesco. In fondo la storia di Oregon Hill è anche una storia di odio di classe, declinata senza retorica e luoghi comuni. Uno degli aspetti più convincenti dell’arte di Owen è proprio quello di mettere in scena personaggi prismatici, dei quali è facile riconoscere i torti ma anche le ragioni. In questo senso Willie Black incarna un eroe noir archetipico. Abbastanza smagato da affrontare il male del mondo con sarcasmo e una buona dose di umanità, Black non si fa illusioni sugli esseri umani, ma non per questo sottovaluta il potenziale di bontà che chiunque può manifestare. Ma di cosa parla precisamente Oregon Hill? Di un delitto, naturalmente. Una studentessa viene trovata decapitata. Un poliziotto ansioso di chiudere il caso offre al pubblico e al sistema dei media il colpevole perfetto: un uomo frequentato dalla ragazza, un poco di buono manesco e con una certa inclinazione per le droghe. Ma le cose non sono così semplici e le apparenze, nel mondo a doppio fondo del thriller, facilmente ingannano. Lontanissimo da atteggiamenti stereotipati, Black conduce la sua inchiesta muovendosi tra sottotrame familiari che danno la misura della brillante capacità descrittiva di Owen. Bellissimo il modo in cui viene reso l’ambiente del giornalismo di piccolo cabotaggio del quale il nostro protagonista fa parte. La vita di redazione, con i suoi opportunismi e le sue reticenze, la precarietà che compromette anche i legami più saldi. Black è un uomo decisamente maturo, ha quasi cinquant’anni, diversi matrimoni alle spalle e una figlia con cui i rapporti non sono facili. Oltre a questo deve fatalmente fare le spese della grande crisi che ha sconvolto l’America e il mondo e soprattutto deve vedersela con la rivoluzione tecnologica (e antropologica) che ha trasformato il giornalismo per come lo conosceva. In fondo una delle grandi dialettiche del noir da Chandler in poi è quella che contrappone l’(anti)-eroe al proprio tempo. Da questo punto di vista Willie Black non fa eccezione: uomo e giornalista novecentesco che è costretto a fare i conti con l’informazione online, i blog, modalità del tutto nuove di fabbricare e guidare il consenso. Romanzo trascinante e ricco, abilissimo nel descrivere le mille complessità di una società imprendibile, Oregon Hill sembra dare ragione al maestro francese Jean Patrick Manchette quando individuava nel poliziesco il vero genere beahviourista nonché la più autentica letteratura di intervento sociale.

Howard Owen è nato in North Carolina, ma vive a Richmond, Virginia. Ha lavorato come giornalista per quarant’anni e ha scritto numerosi romanzi di genere. Con Oregon Hill, il primo libro della serie di Willie Black, ha vinto l’Hammett Prize, dopo scrittori come Elmore Leonard, Margaret Atwood, George Pelecanos e Stephen King.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca Rodella dell’Ufficio stampa NN editore.

:: Nota di lettura: La memoria della cenere di Chiara Marchelli (NNE edizioni, 2018) a cura di Lidia Popolano

7 aprile 2020

La memoria della cenere

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La memoria della cenere è un bel romanzo dalla trama e dalla struttura drammatica molto ben curate. Immersi nello sfondo tragico dell’eruzione annunciata del vulcano, prodotto della fantasia dell’autrice: il Puy de Lúg, nell’Auvergne, assistiamo alla metaforica discesa all’inferno di Elena, una scrittrice ancora non troppo in sintonia con il suo talento e con molti nodi da sbrogliare sia nella personalità che nelle relazioni umane che intrattiene. Resi credibili i caratteri dei singoli personaggi e inevitabili le loro “non scelte”, l’occasione per far decollare la vicenda è fornita dalla scoperta di un segreto nella vita di Patrick, il compagno di Elena, che ha taciuto il suo passato recente più per l’incapacità di intrattenere una relazione autentica, che per la volontà di mentire. Nei giorni dell’eruzione e dell’immobilità forzata, Chiara Marchelli scioglierà il dramma così come era cominciato: molte le premesse e al punto giusto fumose, per un futuro tutto da ri-tessere.

ChiaraChiara Marchelli è nata ad Aosta e si è laureata in Lingue Orientali a Venezia. È autrice di quattro romanzi, una raccolta di racconti e un saggio su New York, la città dove vive. Insegna Letteratura Contemporanea, Traduzione e Scrittura Creativa alla New York University. Nel 2017 ha pubblicato Le notti blu (Giulio Perrone Editore), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

Provenienza: libro del collaboratore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibile anche in ebook, in alternativa scegli il punto di consegna e ritira quando vuoi.

:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico

29 novembre 2019

Robert CooverDa colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.

:: Il movimento delle foglie di Tom Drury (NN Editore 2019) a cura di Fabio Orrico

12 settembre 2019

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Dopo la bellissima trilogia di Grouse County Tom Drury continua a illuminare angoli perduti d’America con la sua prosa limpida e partecipe. Il movimento delle foglie racconta la storia di Pierre Hunter, giovane barista con qualche talento musicale (suona la batteria e il violoncello, a dimostrazione del fatto che gli abbinamenti banali non fanno per lui) e abita in una regione del Midwest chiamata Driftless Area, un luogo la cui superficie geologica è costellata di burroni, canyon e foreste. Non è un particolare secondario perché, oltre a occupare la copertina dell’edizione americana in quanto titolo originale, questa Driftless Area, con la sua geografia inospitale gioca un ruolo decisivo nella vicenda terrena di Pierre. Se dico vicenda terrena è perchè questa volta Drury tenta un affondo ulteriore. A differenza del ciclo di Grouse County, tenacemente realista, Il movimento delle foglie ci porta in territori che flirtano col sovrannaturale. Sarebbe sbagliato però, inquadrare questo romanzo, gentile ma implacabile, come una storia dai risvolti horror. A tratti, Il movimento delle foglie, mi ha richiamato alla mente il capolavoro di Frank Capra, La vita è meravigliosa, per la capacità di aprire un punto di osservazione sulla vita degli uomini partendo dalla loro morte, facendo epica di quel complesso meccanismo di più o meno meditate scelte e false piste che spesso sembra essere l’esistenza. Il movimento delle foglie inanella senza un ordine preciso pezzi della vita di Pierre Hunter, la sua storia d’amore con la bellissima ed enigmatica Stella Rosmarin e, una volta scelto il focus del racconto, si concede una deriva crime che scuote le giornate di un ragazzo qualunque come Pierre, un ragazzo nel quale identificarsi è davvero molto facile.
Prima ancora del cosa si mette in scena, in Drury diventa importantissimo il come. Scrittore tenero e anarchico, innamoratissimo dei suoi personaggi, Drury illumina il personaggio di Pierre attraverso la descrizione, di volta in volta quasi impressionistica poi più accurata, di fasi cruciali della sua vita. Si parte con l’adolescenza e il primo amore, per poi riferire di un incidente che agisce da acceleratore per il suo destino. Libro stratificato eppure di cristallina semplicità, Il movimento delle foglie è un anti-manuale di scrittura creativa, idiosincratico e poetico, nel quale Drury si prende tutto il tempo che gli serve per dire ciò che gli preme dire e dà prova di una libertà stilistica senza pari.
Abilissimo nello scolpire il carattere e la fisionomia di una personaggio con due frasi, Drury crea in quest’ultimo romanzo un’altra memorabile galleria di tipi. Non solo Pierre ma anche il suo antagonista Shane Hall, criminale scalcinato e senza sensi di colpa, una versione più dark del Tiny de La fine dei vandalismi, e poi il misterioso Tim Geer, sorta di deus ex machina su cui Drury mantiene un riserbo che è dei grandi narratori, quelli che per comunicare non hanno bisogno di spiegare nulla.
Nota a margine preziosa e prismatica del mondo descritto in Grouse County, Il movimento delle foglie è il segnale della spigliatezza e del coraggio di uno scrittore come Tom Drury, tra i più imprevedibili in circolazione.

TomDrury_sitoTom Drury (Iowa 1956) è uno scrittore americano che ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui la fellowship della Fondazione Guggenheim. Dopo aver insegnato nelle università americane, attualmente vive e insegna a Berlino. La fine dei vandalismi, il suo primo romanzo, è uscito negli Stati Uniti nel 1994 ed è stato subito acclamato come miglior libro dell’anno dalle maggiori testate americane.
Uscito a puntate sul New Yorker, ha ricevuto il premio come Notable Book dell’Ala, l’associazione delle biblioteche americane.
NN Editore ha pubblicato anche gli altri due volumi della trilogia ambientata a Grouse County: A caccia nei sogni e Pacifico; nel corso dei prossimi anni pubblicherà la sua intera opera.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Torniamo a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: fiore frutta foglia fango di Sara Baume (NN Editore 2018) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2018

Fiore frutto foglia fango

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Irlanda giorni nostri.
Ray è un uomo si cinquantasette anni che vive da solo nella casa che era appartenuta a suo padre. È un uomo immenso e trasandato. Un giorno, mentre sta camminando per la città si ferma davanti a una vetrina di un robivecchi e vede l’annuncio di un cane che cerca casa.
Ray si dirige in canile per adottarlo, la scelta gli viene d’impulso, senza pensarci, e quando arriva al canile, la prima cosa che gli viene detta è che quel cane sarebbe dovuto essere soppresso, che appena arrivato ha morso un altro cane e anche l’addetto del canile che li ha divisi, ma il cane che vede Ray è un cane spaventato, un cane pauroso, un cane che cammina a pancia a terra terrorizzato, non un cane aggressivo o mordace.
Ray lo chiama Unocchio per via del fatto che il cane ha un occhio solo.
La vita di Ray cambia radicalmente, finalmente ha qualcuno che lo ama incondizionatamente, qualcuno che tiene a lui e che lo fa aprire. Infatti con Unocchio Ray abbassa tutte le difese e gli racconta tutto. Gli racconta di se stesso, la sua vita, i suoi sentimenti.
Un giorno però Unocchio morde il cane di un vicino di casa. Basta la cittadina è stufa, quel cane deve essere soppresso, viene visto solo come un pericolo.
Ray però non vuole rinunciare al suo unico amico e così decide di andarsene con Unocchio. Solo così può sperare di salvargli la vita.
Fin dalla prima pagina si sente subito la forza delle emozioni, infatti il primissimo capitolo è la descrizione di quello che sente Unocchio mentre scappa con l’occhio fuori dall’orbita che gli sbatte contro il collo e qualcosa nella sua testa che gli dice di scappare.
Subito dopo la narrazione passa alla voce di Ray, al suo primo incontro con il cane, alle emozioni che la cosa gli smuove e possiamo vivere potentemente la sua scelta di andare a prendere il cucciolo.
Ho letto molti romanzi con cani protagonisti, e praticamente tutti mi hanno fatto piangere, ma il rapporto che si era creato era comunque quella di uno spettatore che si immedesima avendo lui stesso un cane, ma questa volta è stato diverso. Questa volta mentre si legge il romanzo ci si trasforma in Ray, Unocchio è il nostro compagno, il legame tre i due è il nostro legame e le emozioni descritte sono le nostre.
Un romanzo davvero potente e spettacolare che fa capire, anche a chi non ha mai avuto la fortuna di provarlo, cosa voglia dire essere legati a un amico a quattro zampe.

Sara Baume nasce a Lancashire e cresce in Irlanda. Ha scritto vari racconti e saggi che sono stati pubblicati sull’Irish Times e sul Guardian e ha ricevuto vari premi tra cui il Davy Byrnes Award, l’Hennessy New Irish Writing Award e il Rooney Prize.
Fiore frutto foglia fango è il suo romanzo d’esordio ed è stato finalista al Costa Award, al Guardian Award, al Desmond Elliott Prize e al Los Angeles Times Book Prize.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come leoni di Brian Panowich (NNEditore 2018) a cura di Fabio Orrico

12 marzo 2018

Come leoni

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Brian Panowich continua a raccontarci le gesta di Clayton Burroughs, sceriffo della contea di McFalls County nella Georgia del nord, già conosciuto nel (giustamente) fortunato Bull Mountain. Come personaggio seriale Burroughs è decisamente poco convenzionale. Certamente non un cavaliere dall’armatura immacolata, ma nemmeno l’antieroe di tanta narrativa hard boiled con una moralità ferrea a rosicchiare il cinismo di facciata, piuttosto un uomo che fa il possibile per scrollarsi di dosso i demoni che lo perseguitano. Burroughs proviene da un clan criminale, sorta di famiglia Barker dei nostri giorni, stanziato sulla montagna che dava il titolo al precedente libro. I rapporti con questa problematica famiglia, risolti nel modo più tragico che si possa immaginare, erano alla base della sua prima avventura. Come leoni inizia esattamente dove finiva Bull Mountain e ci mostra un Burroughs provato nel fisico e nel morale, assediato dai sensi di colpa, in crisi con la moglie dalla quale ha da poco avuto un figlio. L’orizzonte umano che circonda Burroughs è puro white trash, un sottoproletariato naturalmente incline a cercare fuori dalla legge le proprie occasioni di sopravvivenza, per molti versi consonante ai personaggi che popolano un altro bellissimo libro da poco approdato nelle nostre librerie, Nelle terre di nessuno di Chris Offutt. La differenza con quest’ultimo autore la fa la fedeltà di Panowich a un genere codificato come il noir. L’impressione però è che lo scrittore americano, più che ai classici letterari del genere, guardi a certa serialità televisiva, almeno per quanto riguarda il ramificarsi labirintico della trama che si muove di pari passo con lo sviluppo e il rivelarsi di personaggi che, fino all’ultima pagina, sanno riservare sorprese. A rafforzare quest’impressione ci sono poi le connessioni tra Come leoni e Bull Mountain, quasi come se i libri fossero da intendere alla stregua di due stagioni della stessa serie (ed è facile nonché auspicabile supporre che ce ne sarà una terza). Ovviamente questa non è di per sé una considerazione negativa ma solo la constatazione di quanto sia diventato pervasivo il paradigma della serialità anche nella letteratura.
Come leoni, in ogni caso, funziona benissimo anche se preso singolarmente. Il milieu raccontato, esattamente come in Offutt (o, perché no, come nel bellissimo documentario Louisiana di Roberto Minervini), trasmette l’impressione di una terra senza tempo, un presente fermo al secolo precedente; uno scenario in cui tecnologia e progresso scientifico non scalfiscono valori che non è difficile intendere come distorti. Questa è anche la carta vincente di un personaggio come Clayton Burroughs, un uomo di legge intimamente persuaso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità ma allo stesso tempo riluttante dall’emanciparsi da una logica criminale così radicata da influenzare anche valori burocratici e normativi. Per un uomo come Burroughs, sembra dirci Panowich, il retaggio sarà sempre più importante del distintivo. Un po’ come nel miglior western, sia esso cinematografico o letterario, anche in Panowich abbiamo la messa in scena di storie degne dell’antico testamento: stessa intransigenza e stesso impianto valoriale.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo
romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Danze di guerra di Sherman Alexie (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

6 febbraio 2018

Danze di guerra

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Il benemerito NN editore pubblica Danze di guerra di Sherman Alexie, scrittore nativo americano poco presente nelle nostre contrade (ricordo il bellissimo Reservation Blues, uscito, se non sbaglio, con Frassinelli negli anni ’90 e poco altro). Speriamo abbia successo, così da poter leggere ancora questo scrittore coraggioso e irregolare. La struttura stessa di Danze di guerra si pone all’insegna della libertà stilistica e tematica. Non semplicemente un libro di racconti, ma un testo zibaldonesco e stratificato. Racconti che si alternano a poesie e a brevi prose, organizzate secondo uno schema personalissimo. E se la poesia di Alexie ha la sua cifra nella tentazione narrativa, possiamo dire che la sua prosa sconfina non di rado nell’astrazione della struttura poematica. I racconti di questo libro infatti partono raccontando una situazione, ci fanno credere che questa situazione sia il fulcro della trama ma poi scartano imprevedibilmente, sconvolgendo lo schema di base. Il bello è che, arrivati alla fine della lettura, non possiamo non trovare perfettamente necessario quello che abbiamo letto, in quella forma e con quelle parole.
Sale, lo splendido racconto che chiude la raccolta, descrive l’incontro tra un giovanissimo giornalista e una signora anziana, impegnata a scrivere il necrologio del marito scomparso. Sullo sfondo, il fantasma di Lois Andrews, giornalista addetta ai necrologi e mentore del giovane protagonista, morta prematuramente. Un racconto che, in quindici pagine, crea un perfetto flusso di compassione, disperazione e umorismo. Perché se Alexie è interessato, per non dire ossessionato dalla morte e dalla finitezza della nostra condizione esistenziale, tutto ciò non gli impedisce di rivestire di ironia le sue storie. E non è mai un’ironia facile, distante, si tratta piuttosto di un’adesione amorevole ai suoi personaggi che non esclude la possibilità di prendersi in giro. Persino la sua provenienza etnica che naturalmente riverbera tragedie e sopraffazioni, viene raccontata in una luce di umorismo partecipe e affettuoso.
Altro tema cardine del libro è il rapporto padre-figlio che, in modo più o meno diretto, informa tutti i testi. Il padre, spesso declinato nella figura di antenati spesso solamente astratti, rappresenta la tradizione, vista di volta in volta come fardello ingombrante o superstizione di cui sorridere. Nel racconto eponimo l’addio al padre del protagonista passa proprio attraverso i più riconoscibili miti indiani, fatti cozzare con tutto il cinismo dei tempi moderni e con resa decisamente esilarante.
La poesia di Alexie, come dicevamo, è una poesia che racconta, predilige il verso lungo, whitmaniano, ma ricorre anche a scorciatoie tipografiche per, letteralmente, disegnarsi, sulla pagina.
Una delle ragioni che rende così affascinante Danze di guerra è la sua disposizione alla contaminazione. Di generi, di forme, di stili. Un libro trasversale che fa saltare ogni recinzione. Da questo punto di vista e con una fin troppo facile metafora, possiamo dire che Alexie, da scrittore, si pone fuori dalla “riserva” dei generi, condannandovi molti suoi colleghi. Traduzione Laura Gazzarrini.

Sherman Alexie vive a Seattle ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra, NNE pubblicherà anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.