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:: Nota di lettura: María di Nadia Fusini, (Editore Einaudi 2019) a cura di Lidia Popolano

26 marzo 2020

978880624148HIGUna storia in apparenza come tante, quasi scontata. Una storia di violenza che raggiunge però un epilogo inatteso e non funzionale alla trama classica di una storia del genere, ma semmai alla comprensione profonda dei protagonisti.

Due uomini e due donne legati a una vicenda in apparenza di banale cronaca nera, che si svolge in un’isola non identificata chiaramente, ma che ricorda le atmosfere che si possono assaporare nelle Egadi. Due di loro: la coppia abusatore/vittima. Gli altri due: gli investigatori del crimine. Una storia raccontata con pochi accadimenti e molti pensieri e ipotesi.

I caratteri, ben delineati: all’inizio, soprattutto quelli della coppia abusatore/vittima, poi anche quelli degli investigatori. Una scelta spiazzante, questa, che Nadia Fusini realizza proprio nel finale del libro, quando tutto ormai sembra definito e invece c’è ancora spazio per illuminare due vite solitarie e “altre” che si riconoscono senza invadersi reciprocamente.

Non c’è un vero e proprio finale, ma il valore aggiunto del romanzo è proprio l’assenza dei fin troppo scontati “titoli di coda”. Una decisione sapiente che lascia il gusto amaro e dolce della realtà, fatto di disillusione e di speranza: vita vera.

:: Nota di lettura: Il giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi (Tunuè 2019) a cura di Lidia Popolano

20 marzo 2020

image1Il giorno della nutria, di Andrea Zandomeneghi, è un romanzo dedicato alle parole e alle immagini del pensiero conscio e inconscio di un uomo pieno di nevrosi irrisolte, in una giornata particolare. Del dipanarsi della giornata di Davide, assistiamo al breve prequel, alle motivazioni e alla soluzione dell’enigma iniziale: la scoperta di una nutria scuoiata e congelata sugli scalini di casa, con tutte le implicazioni, le attribuzioni e i possibili significati, visibili e nascosti. Nello scioglimento dell’enigma, Andrea non fa sconti alle immagini da incubo presenti nella realtà, come quando racconta della malattia della madre di Davide, né a quelle del sogno o dell’ebbrezza: niente edulcoramenti né giustificazioni. Un libro coraggioso e ricco di citazioni provenienti da letture evidentemente assimilate dall’autore e non pretestuose, che fa ben sperare sulle case editrici e sugli scrittori autentici.

:: Pezzi – dal regno della Litweb di Ippolita Luzzo (Città del Sole Edizioni 2018) a cura di Lidia Popolano

7 marzo 2020

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Lei lo chiama zibaldone, nel linguaggio arcaico una vivanda composta da svariati ingredienti, una costante nella cucina povera di tutti i Paesi; nel linguaggio letterario invece un quaderno di appunti e abbozzi riportati senza ordine.
È entrambe le cose, Pezzi di Ippolita Luzzo. Vi compaiono in ordine casuale frammenti di riflessioni filosofiche, filastrocche, considerazioni sulle cosiddette giornate europee o mondiali dedicate all’amicizia o ad altre ricorrenze, tra queste inserirei anche il Pezzo sul Natale, anche se questo non è il suo titolo. E ancora, poesie, citazioni e recensioni. Ogni appunto riporta la data e questo aiuta ad orientarsi per caratterizzare quel frammento. A volte si tratta di episodi di vita comune, incontri, pomeriggi con amiche o con la sorella, si tratta di telefonate a conoscenze o a vecchie amicizie. C’è anche un fantasma di uomo, seduto accanto al posto di guida ad ascoltare le vicende letterarie di Ippolita o in casa a gustare un caffè virtuale di cui sembra persino di sentire l’odore.
Ma tutto questo mondo, questi tratti di penna, ricopiati al computer, non sono più frammenti, non sono più piccoli cenni sonori di uno strumento che viene accordato, sono una sinfonia potente, sono una sonata di organo in una cattedrale, se hai avuto la fortuna di entrare nel mondo di questa piccola donna, fortissima e delicata a un tempo, se hai attraversato le stanze di quel suo castello fatto di ambienti, ma più ancora di disimpegni. Se sei passato per quelle scale dove filtra il sole e illumina il quadro donato dall’artista che con quel dono ha dato valore al suo apprezzamento o la cesta colma di buste gialle che hanno contenuto i libri che le sono stati spediti in lettura. Sono buste flosce o strappate, impossibili da riusare, impossibili da cestinare. Sono lì perché buttarle sarebbe perdere la traccia della trepidazione con cui sono state riempite con il libro o il faldone della bozza, con cui sono state incollate e lasciate sul desk dello sportello postale, là dove era impossibile ritirarle una volta trovato il coraggio di spedirle. E poi i libri e la memoria degli incontri e dei pasti cucinati e consumati con gli amici, delle serate con le guance arrossate e gli occhi lucidi nella scoperta incredula che l’amicizia esiste, che l’amore esiste e illuminano la vita anche quando hanno breve durata.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente per me se non avessi avuto l’immensa fortuna di entrare nella dimora di famiglia e di stringere la mano della dolce madre. Ah, gli occhi di una madre posati sui tuoi per leggere il tuo affetto per la figlia! Ah, quale regalo prezioso e immortale, indispensabile per comprendere le parole amare che descrivono le donne del sud che hanno visto rapinare la loro adolescenza e rinchiuderla in una vita di sacrificio, dono per eterni e irriconoscenti uomini-bambini, coccolati e viziati nella loro fragilità egoistica.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente se non avessi visto un paese violentato, sventrato, artificiosamente assimilato a un’entità locale inesistente. Privato del suo nobile nome e con esso, della sua storia. Un paese che fa da sfondo a ogni amarezza e ogni sogno di riscatto della Calabria offesa e dimenticata anche nel presente. Persino nel presente.
Tutto questo non è uno zibaldone. Sarebbe uno scempio immaginare una raccolta “Pezzi due” con i frammenti scritti da Ippolita Luzzo dopo il 2018. Non è uno zibaldone, Pezzi. È un romanzo. È il romanzo di una vita dapprima dimenticata nella disillusione e poi ritrovata nella missione di tessitura del tessuto culturale di un popolo, senza occuparsi o preoccuparsi di darsene il merito. La tessitura di un ordito fine e robusto che non contempla definizioni strutturali, che non chiede riconoscimenti, che unisce in un canto ritmato e sonoro le voci di scrittori stimati e i loro lavori, nati da quelle buste gialle teneramente conservate. Un ordito che non ha volutamente cercato un’impossibile trama. Un romanzo senza trama.
Lei lo chiama zibaldone, ma per me Pezzi è un romanzo contemporaneo.