Posts Tagged ‘narratori moderni’

:: Il figlio di Philipp Meyer (Einaudi, 2014) a cura di Eva Dei

13 maggio 2020

Il figlioQuando erano arrivati gli spagnoli, lì c’erano i Suma, i Jumano, i Manso, i La Junta, i Concho e i Chiso e i Toboso, gli Ocana e i Cacaxtle, i Couahuilatechi, i Comecrudo…ma nessuno sapeva se avessero spazzato via i Mogollon o discendessero da loro. Vennero tutti spazzati via dagli Apache. Che a loro volta vennero spazzati via, perlomeno in Texas, dai Comanche. Che alla fine vennero spazzati via dagli americani.
Un uomo, una vita: era quasi inutile parlarne. I visigoti avevano distrutto i romani, ed erano stati distrutti dai musulmani. Che erano stati distrutti dagli spagnoli e dai portoghesi. Non serviva Hitler per capire che non era una bella storia. Eppure lei era lì. Respirava, faceva quei pensieri. Il sangue che scorreva nella storia poteva riempire tutti i fiumi e gli oceani, ma nonostante quell’ecatombe, tu eri lì.

Texas, dal 1832 fino agli anni 80 del Novecento. La storia di questa parte d’America si dipana nel secondo libro di Philipp Meyer, Il figlio, attraverso la voce di tre membri della stessa famiglia, i McCullough.
Il capostipite Eli ora è un centenario, conosciuto e rispettato da tutti, soprannominato “il Colonnello”. Quest’uomo è stato il vero motore della fortuna della famiglia. Sempre capace di adattarsi, di seguire i cambiamenti dati dal tempo, ma anche dalla natura stessa. Una volta che il verde e rigoglioso Texas si è trasformato in una terra brulla e arida, non ha dubitato nemmeno un secondo su quanto fosse necessario investire nell’oro nero, il petrolio, invece che portare avanti il tradizionale allevamento di bestiame. Concreto, capace, senza dubbio spietato, probabilmente nessuno conosce il suo passato, che se sovrappone a quello di un giovane guerriero Comanche di nome Tiehteti.
Senza dubbio molto diverso è suo figlio Peter, un uomo di buon cuore, che per primo si interroga su quanto la “legge del più forte” che ha sempre governato quella terra sia giusta. Peter è un uomo sensibile, diviso tra l’appartenenza alla sua famiglia e tra i valori di amicizia e giustizia fortemente radicati nella sua morale.

Sono esule in casa mia, fra i miei parenti, forse anche nel mio paese.

Depositaria della storia della sua famiglia, colei che forse più di tutte ne porta il peso è la pronipote di Eli, Jeanne Anne. Donna in una famiglia patriarcale, donna in una terra che ha attribuito a questa figura solo il ruolo di moglie e madre, Jeanne Anne deve farsi valere, dimostrarsi all’altezza dell’eredità di famiglia e delle scelte che comporta tenerne vivo il prestigio e la ricchezza.
Suo padre non l’aveva mai considerata all’altezza, ma di fatto Jeanne sacrificherà una parte importante della sua vita, quella degli affetti, per rivendicare il suo posto:

Non riusciva proprio a capirla la gente. Gli uomini, con cui aveva tutto in comune, non la volevano tra i piedi. Le donne, con cui non aveva niente in comune, sorridevano troppo, ridevano troppo forte, e in genere le ricordavano i cagnolini, la vita persa dietro l’arredamento e il modo di vestire delle altre. Non c’era mai stato posto per una come lei.

Solo in punto di morte Jeanne Anne capirà se il suo sacrificio è servito a qualcosa.
Nel finale infatti Philipp Meyer tira le fila della storia dei McCullough, riunisce le tre voci narranti in un disegno che non ricostruisce soltanto la loro storia, ma quella del Texas intero. Quella che emerge è la storia di una terra fertile diventata arida perché abusata, governata dalla legge del più forte, che nasconde dietro di sé non solo soprusi e indicibili sofferenze, ma soprattutto grandi contraddizioni. Il confine tra usurpati e usurpatori è in costante mutamento, la terra del Texas è bagnata dal sangue di coloro che urlavano vendetta, prima vinti e poi vincitori, in un circolo vizioso che non sembra mai arrestarsi.
Meyer si rivela sicuramente un abile narratore, capace non solo di alternare e concatenare tre voci diverse e i conseguenti piani temporali sfalsati, ma anche tre diverse tecniche narrative. Per Eli sceglie la prima persona, per Peter il racconto diaristico mentre per Jeanne Anne la terza persona. La lettura non risulta rallentata, inoltre nella tipologia narrativa si rispecchia anche la personalità del personaggio: l’assertività della prima persona riflette tutta la forza e la capacità di imporsi del Colonnello, l’intimità del diario restituisce la sensibilità e la capacità introspettiva di Peter, mentre la narrazione esterna di Jeanne Anne rappresenta l’oggettività dei fatti, privata di qualsiasi sentimentalismo.
Il figlio è al contempo ricostruzione storica minuziosa e spietata di più di cento anni di storia americana, ma anche avvincente saga familiare. Eli, Peter e Jeanne Anne sono personaggi in cui il lettore può riconoscersi o per i quali può provare repulsione, ma che difficilmente una volta conclusa la lettura potrà dimenticare.

Philipp Meyer è cresciuto a Baltimora, Maryland. Ha lasciato il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale. I suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «Esquire», «McSweeney’s», «Salon» e l’«Iowa Review». Ruggine americana (Einaudi 2010 e 2014) è stato nominato Miglior libro del 2009 da «The New York Times», dal «Los Angeles Times» e dall’«Economist» ed è stato inserito nella Newsweek’s list of «Best Books Ever», Amazon Top 100 Books of 2009, Washington Post Top 10 Books of 2009. Philipp Meyer è stato selezionato da «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni.

Source: libro del recensore.

:: Nota di lettura: María di Nadia Fusini, (Editore Einaudi 2019) a cura di Lidia Popolano

26 marzo 2020

978880624148HIGUna storia in apparenza come tante, quasi scontata. Una storia di violenza che raggiunge però un epilogo inatteso e non funzionale alla trama classica di una storia del genere, ma semmai alla comprensione profonda dei protagonisti.

Due uomini e due donne legati a una vicenda in apparenza di banale cronaca nera, che si svolge in un’isola non identificata chiaramente, ma che ricorda le atmosfere che si possono assaporare nelle Egadi. Due di loro: la coppia abusatore/vittima. Gli altri due: gli investigatori del crimine. Una storia raccontata con pochi accadimenti e molti pensieri e ipotesi.

I caratteri, ben delineati: all’inizio, soprattutto quelli della coppia abusatore/vittima, poi anche quelli degli investigatori. Una scelta spiazzante, questa, che Nadia Fusini realizza proprio nel finale del libro, quando tutto ormai sembra definito e invece c’è ancora spazio per illuminare due vite solitarie e “altre” che si riconoscono senza invadersi reciprocamente.

Non c’è un vero e proprio finale, ma il valore aggiunto del romanzo è proprio l’assenza dei fin troppo scontati “titoli di coda”. Una decisione sapiente che lascia il gusto amaro e dolce della realtà, fatto di disillusione e di speranza: vita vera.

:: Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2019

copertina-saporitoSe Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Tania dell’Ufficio stampa Arkadia Editore.

:: Fiore di fulmine, Vanessa Roggeri, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

15 giugno 2016
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Per il suo secondo romanzo Vanessa Roggeri sceglie di nuovo la sua Sardegna, ma non quella contemporanea: ci troviamo infatti nell’Ottocento, per raccontare la storia di Nora, ragazzina di campagna che sopravvive al tocco di un fulmine, e per questo motivo è discriminata dalle credenze della gente del paesino in cui è cresciuta, un tema che torna anche dal suo primo libro. L’unica speranza per lei è andare a Cagliari, dove prima abita in un convento di suore e poi va a servizio di Donna Trinez, una nobildonna che capisce cosa c’è nel suo animo. Ma le sue peripezie non sono certo finite perché dovrà confrontarsi con misteri, drammi e fantasmi del passato, in una casa che non è certo accogliente come sperava e oltre alla sua maledizione dovrà fare i conti con altro.
Siamo in Sardegna, ma l’intreccio narrato è da romanzo gotico vittoriano e ottocentesco, tra colpi di scena, ragazze in cerca di una loro vita (c’è qualcosa di Jane Eyre in Nora), misteri, fantasmi, case inquietanti: un insieme che funziona e che dà una visione diversa di una Regione d’Italia che oggi si conosce solo per il suo aspetto contemporaneo di luogo di mare da sogno e non per tutti, ma che ha al suo interno leggende, tradizioni, enigmi, misteri come nelle più nebbiose isole britanniche, soprattutto legate alla figura femminile, per antichi retaggi culturali di un matriarcato mai realmente scomparso.
Un Penny Dreadful nostrano, dal nome dei romanzi gotici ottocenteschi che hanno ispirato l’omonima serie di fantastico vittoriano, che racconta come anche in Italia, in luoghi insospettabili come la Sardegna possano emergere storie insolite e originali, tra realtà e paranormale, tra segreti non detti e eventi inspiegabili, partendo dall’archetipo della casa inquietante e ricca di misteri, nato proprio nell’Ottocento inglese e giunto con solo qualche aggiornamento più splatter (non presente nel romanzo di Vanessa Roggeri) fino a noi. Una storia di crescita femminile e di ricerca di sé, con al centro una protagonista insolita, versione moderna ma senza snaturamenti delle eroine ottocentesche. Tra l’altro è assodato e possibile sopravvivere allo scontro con un fulmine come capita a Nora, ma le proprie caratteristiche fisiche e psichiche rimangono comunque stravolte, cosa nota anche nella società di oggi così diversa dall’entroterra sardo dell’Ottocento.

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama profondamente la sua isola e le sue tradizioni e la sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Presso Garzanti è già uscito di suo Il cuore selvatico del ginepro, altra storia al femminile insolita ambientata in Sardegna.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lo strano viaggio di un oggetto smarrito, Salvatore Basile (Garzanti, 2016) a cura di Valeria Gatti

30 maggio 2016
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In Italia si legge poco. La statistica pubblicata a gennaio da ISTAT rileva che  “I “lettori forti”, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% dei lettori (14,3% nel 2014) mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno“.
I motivi di questa emorragia culturale non sono certo di facile analisi e impongono molte domande, soprattutto a noi, popolo dei “forti lettori”. Potrebbe trattarsi di un problema di base che identifica la lettura come un noioso obbligo scolastico? O, invece, potrebbe essere un motivo economico dietro al quale si nasconde il solito luogo comune che i libri costano e in tempi di crisi bisogna “tagliare” le spese? Illogico mi viene spontaneo dire. Esistono le biblioteche, mondi fantastici di scambi culturali, completamente gratuiti. Oppure la causa potrebbe essere questa società malata che ci obbliga ad agire, correre, ammazzare qualsiasi possibilità di riflessione? E se invece si trattasse di paura? Di quel malessere che ci impedisce di guardarci dentro e di accettare ciò che la vita ci ha dato e ciò che ci ha tolto? “La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto” citava Einstein. Un grande insegnamento, sempre attuale, mai così vivo.
Il tentativo di riportare il giusto livello di attenzione sul mondo della carta stampata, e su tutto ciò che esso rappresenta, è una sfida continua e ardua per gli autori e gli editori di tutto il mondo e non siamo sicuramente nella sede opportuna per valutare le possibili soluzioni. Sfida ardua, appunto, non impossibile.
Perché ci sono parole che sanno risvegliare qualsiasi sonno e ci sono pensieri che sanno toccare quei sentimenti reconditi che tutti noi custodiamo. Perché se è vero che siamo programmati al successo, è anche vero che abbiamo bisogno di sognare.
Provo a spigarvi meglio questo mio ultimo pensiero.
Se invece pianti l’unghia su un tronco antico non resta alcun segno apparente. E hai l’impressione di non averlo neanche scalfito, quel tronco, perché continui a vederlo forte e robusto. Intatto. Ma non è così … quell’unghia lascia comunque una ferita. È una ferita che all’esterno non si vede … ma fa invecchiare prima del tempo le radici …
Oppure:
Ricordarsi che la vita è bella. Una promessa infantile, all’apparenza. Ma forse la più terribile e impegnativa delle promesse. Perché poi è la vita a ricordarti, giorno dopo giorno, quanto riesce a essere dura, difficile, imprevedibile. A volte spietata. Ma Elena voleva amarla ugualmente …
E, ancora:
La vita non finisce mai di regalarci qualcosa …. A volte ci ha portato tanti dolori di cui avremmo volentieri fatto a meno. Altre volte ci ha fatto assaporare gioie immense e momenti di felicità …
Oltre a :
Metro dopo metro, procedeva all’interno di una sconfitta che sentiva di meritare fino in fondo, come se fosse nato per subirla, come se il suo unico compito, nel corso della vita, fosse stato prepararsi al peggio e affrontarlo giorno dopo giorno, senza un’alternativa …
Potrei continuare ma mi impongo di non farlo.
Perché se lo facessi, storpierei la magia che si nasconde tra le pagine di quest’autentica favola moderna che è “ Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” il primo romanzo di Salvatore Basile, edito da Garzanti.
Un storia commovente e sincera quella di Michele, un ragazzo smarrito che dopo anni di obbligata solitudine si trova a compiere un viaggio tanto inaspettato quanto doloroso alla ricerca della mamma “perduta”, la stessa donna che lo ha abbandonato in tenera età. Un viaggio simbolico alla scoperta del suo io più vero, quello più complesso, quello più dolce, quello più pericoloso. Un viaggio a bordo di quel treno che, per lui che ha ereditato il lavoro di capostazione dal padre, è una seconda casa, sicura e affidabile. Un viaggio verso Elena, una giovane donna che come lui, deve fare i conti con la sofferenza e la realtà ma che porta con sé un bagaglio colmo di riscatto verso la vita.
Un scrittura raffinata quella di Basile, scrittore all’esordio ma non uno sconosciuto nell’ambito culturale (sue molte sceneggiature di Film e serie TV di successo). Le parole ricercate ma semplici, i dialoghi precisi e lineari, la narrazione leggera e sincera, un ritmo delicato e riflessivo fanno de “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” un piccolo grande capolavoro, uno di quei romanzi che vuoi tenere sul comodino, per poterne leggere qualche stralcio qua e là quando più ne hai voglia, quando ne hai più bisogno.
Termino con nota strettamente personale. Ho letto una recente intervista rilasciata dallo scrittore durante la quale ha dichiarato che il libro è nato dopo nove mesi di lavoro. Un parto, insomma. Ho trovato questa dichiarazione simpatica e molto significativa. Perché per uno scrittore, un libro è come un figlio, unico e irripetibile. Ma non per questo ci si deve fermare. Quando i “figli” vengono bene, è opportuno continuare a “procreare”. È un dovere, un regalo per tutta l’umanità.

Salvatore Basile è nato a Napoli e vive a Roma, dove fa lo sceneggiatore e regista. Ha scritto e ideato molte fiction di successo. Dal 2005 insegna scrittura per la fiction e il cinema presso l’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica di Milano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Timidezza e dignità di Dag Solstad (Iperborea 2011) a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2011

cDal gelo dei freddi fiordi nordici culla della socialdemocrazia e dello stato sociale, periferia progredita e privilegiata dell’Impero, non arrivano solo gialli e romanzi polizieschi e per farcene un’idea basta dare un’ occhiata al vario catalogo di Iperborea, raffinata casa editrice milanese da anni impegnata a fare conoscere la letteratura scandinava in Italia.
Timidezza e dignità del norvegese Dag Solstad, uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, è un interessante e fulgido esempio di questa effervescenza intellettuale.
Edito per la prima volta nel 1994, ed ora finalmente anche disponibile da noi grazie alla traduzione dal norvegese di Massimo Ciaravolo, da molti considerato il capolavoro di Solstad, Timidezza e dignità è una matura e amara riflessione sulla sconfitta di una intera generazione, quella che era giovane nel 68, imbevuta di alti ideali politici e sociali,  utopisticamente ottimista e proiettata in un futuro in cui la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà avrebbero demolito la società dei consumi e il capitalistico dio denaro, e che  invece si vide sopraffare dalla Storia.
Solstad con spirito lucido e critico fa un’attenta disanima delle ragioni che portarono al fallimento, e tramite il protagonista Elias Rukla, un grigio e triste professore di lettere della Scuola Superiore di Fagerborg a Oslo, un vinto, un umiliato e offeso di dostoevskijana memoria, molto probabilmente suo deformato alter ego, ripercorre a ritroso gli anni della giovinezza, dell’università, dell’impegno politico, dell’amore libero e si chiede come sia stato possibile che dopo tanta passione, e fervida fede in ideali così luminosi  e indistruttibili, la vita l’abbia scagliato in una gabbia di mediocrità ai margini della società.  Come il dottor Relling, personaggio marginale dell’Anitra selvatica di Ibsen che da ormai 25 anni Rukla si ostina a presentare a classi di maturandi svogliati e apatici ai quali i rovelli interiori e la drammaticità della sua condizione di “nullità” non dicono assolutamente niente.
Proprio questo rifiuto, questa apatia dei suoi giovani e immaturi allievi, questa impossibilità di dialogo intellettuale, di seria trasmissione della cultura,  una piovosa mattina d’ottobre, durante una doppia ora di norvegese, farà precipitare gli eventi e darà coscienza a Rukla della sua inutilità e della sua disfatta.
Uscito dalla classe in preda ad una vera e propria crisi di nervi, colpirà la fontana con il suo ombrello insultando i suoi allievi e lasciandosi andare ad una furia che porrà fine per sempre alla sua carriera di insegnate. Mai più metterà piede nella scuola superiore di Fagerborg, mai più metterà piede in qualsiasi scuola, mai più oserà salire in cattedra ed affrontare i suoi studenti.

Questo vuol dire che è proprio finita, pensò. E’ terribile, ma non c’è via di ritorno.

Timidezza e dignità è innanzitutto un romanzo caratterizzato dall’intersecarsi di due piani temporali, e se vogliamo anche narrativi, dove il presente e il passato assumono una doppia valenza sia politica che sociale. Dalla crisi di nervi, che determina la presa di coscienza del protagonista, abbiamo una regressione al passato, alla ricerca spasmodica dei sintomi, delle crepe, forse invisibili, che poi porteranno al conclamarsi della crisi personale, e se vogliamo grazie ad un gioco di proiezioni, epocale.
Il rapporto tra Rukla e la moglie, deteriorato, vittima dell’incomunicabilità e del dissolvimento, getta un’ ombra ancora più pessimistica sulla consapevolezza già dolorosa di per sé che ormai tutto è inutile e il cambiamento tanto auspicato impossibile.
Diciamolo subito è una lettura impegnativa, ricca di rimandi letterari importanti, a Ibsen in primo luogo, tutta la prima parte inserita nella lezione che il protagonista tiene al liceo è incentrata sull’analisi del capolavoro L’anitra selvatica, poi a Thomas Mann e più in generale al romanzo europeo dei primi del Novecento.
Anche i temi trattati sono complessi e articolati, oltre al fatto che il racconto in terza persona è continuamente interrotto dal flusso di coscienza del protagonista. Non ci sono capitoli, raramente si va a capo, stilisticamente una scelta azzardata, che comunque dà compattezza alla narrazione e almeno io non ho trovato pesante, anche se insolita.
Per chi apprezzasse le tematiche, e lo stile dell’ autore, Iperborea ha pubblicato anche Tentativo di descrivere l’impenetrabile.

Titolo originale: Genanse og verdighet  Traduzione di Massimo Ciaravolo.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen.