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:: Blogtour – L’inganno delle tenebre, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2017) – seconda tappa

14 novembre 2017

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Ecco a voi la seconda tappa di un blogtour molto speciale, se avete letto al prima tappa qui sapete di cosa sto parlando. In queste tappe prendono la parola i personaggi, e saremo noi blogger a farli vivere in una forma originale di pastiche, un gioco letterario insomma che cerca di riproporre lo stile dell’autore, in maniera insolita. Ogni blogger ha scelto un personaggio che prenderà la parola, e narrerà la sua storia dal suo punto di vista. Io ho scelto Grégoire Morvan.

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Avrà sentito l’odore di bruciato? Che impregna le mie vesti, i miei capelli, le mie dita. Gli basta uno sguardo per capire. L’avevo detto. Era inevitabile. Ma è tutta colpa sua, maledizione. Quel bastardo di mio figlio è così ostinato e irremovibile quando ci si mette. Avrà preso da me. quando si mette in testa una cosa manco la morte gliela toglie. Come adesso, cosa mi tocca fare, dare alle fiamme un collegio. Alla mia età, poi. Non sono stato un teppista da giovane, figuriamoci.

E ora questo viaggio. In Africa, con me. “Tutta l’Africa è un incidente”. Già perché quel dannato di Erwan mi ha riportato qui. Certo ci sono gli affari, ma sono qui per lui. Per evitare che si ammazzi quel deficiente. L’Africa è pericolosa, non è il suo mondo ovattato chiuso a indagare ai sui casi nel giardino d’ infanzia che è Parigi. Qui c’è la guerra, la guerra vera.

Sì, davvero è lui il mio tallone d’Achille. Lo so che mi porterà solo guai. Ma che ci posso fare è mio figlio, sono anche io causa di molti suoi guai. E poi adesso se ne esce che vuole scoprire la verità. Vuole togliere dalle ragnatele un vecchio caso di quarant’anni fa. Un mio caso, di quando lui non era ancora nato. Si è messo in testa di capire, di trovare dove ho sbagliato, di smascherare le mie colpe. E non si rende conto di quanto sia pericoloso. Di quale casino tutto ciò comporti. Tutta l’Africa è una pericolosa faccenda. E io qui a fargli da babysitter!

“Lo scorso settembre a Parigi sono stati commessi alcuni omicidi con lo stesso modus operandi dell’Uomo chiodo”

Erwan ha arrestato il colpevole. Anzi si è preso la colpa di averlo ucciso. Mentre tutti sanno di chi l’ha fatto davvero. I miei figli saranno la mia morte. Me lo sento, è inevitabile. E ora è qui per consultare gli atti del processo a Pharabat, per chiudere la pratica, dice lui.

E io sono qua con il volto coperto di cenere mentre al Saint François de Sales tutto è andato a fuoco. Erano solo poi vecchi incartamenti. La verità non è scritta in faldoni polverosi, maledizione!

Ma io cosa voglio davvero? Sfruttare i nuovi giacimenti, fare soldi a palate, mettere da parte il tanto per assicurarmi una vecchiaia tranquilla. Chiedo tanto? Della verità non so che farmene. Ma come posso difendere mio figlio? Da se stesso, poi. Qui i giganteschi alberi coperti di liane, i raggi di sole pieni di polvere, gli insetti che disegnano fitti rabeschi nei vapori del mattino, tutto mi è venuto a noia. Voglio solo difendere i miei interessi e tornare a Parigi. In un mondo civile. Almeno un po’ più di questo.

Mi chiamo Grégoire Morvan. Sono il capo clan di una famiglia dannata.

Lo capisca una buona volta Erwan che in Congo non esistono originali, solo copie. Lui che cerca documenti, testimonianze, indizi, prove. Per inchiodare me, cattivo poliziotto, pessimo padre, capro espiatorio di ogni suo problema.

Erwan vuole andare a rimestare le ceneri del passato, ricostruire i particolari della mia inchiesta, condotta quarant’anni fa dannazione, su un serial killer che mieteva le sue vittime tra le ragazze bianche di Lontano, una città mineraria del Katanga settentrionale, che manco esiste più.

E’ convinto che abbia commesso un errore, che Catherine Fontana, la settima presunta vittima dell’ Uomo chiodo sia stata uccisa da un altro, che ha imitato il suo modus operandi. Ho fatto di tutto per fermarlo. Ma niente, imperterrito, ostinato e idealista come sua madre continua la sua folle crociata. Manco al sicuro di una indagine ufficiale si è messo. Ha preso congedo non retribuito dal commissariato ed è arrivato qui. E io cosa potevo fare se non seguirlo?

Questo viaggio sarà la mia ultima menzogna, me lo sento. Thierry Pharabat mi perseguita da dovunque è.

Siamo in Congo, le tracce scompaiono dopo due ore, i rapporti dopo due giorni, gli archivi dopo un mese. Solo tre cose restano: la pioggia, il fango e la foresta. E l’incendio. E’ stato tutto inutile. Lui continua la sua dannata indagine e non sa che abissi si nascondono dietro quei fatti. Ma non mi faccio illusioni. In Africa il modo migliore per affrontare i problemi è ignorarli. E poi per il mio piano ho un alleato determinante. Dove non posso io ci arriverà sicuramente la burocrazia africana a impantanare le cose.

Mi viene quasi da ridere se non ci fosse da piangere. O se rimpiangerà di non essere partito con me. Rimpiangerà di non aver accettato l’aiuto che gli ho offerto. Qua la notte è carica di profumi, di umidità e di sensualità, pesa tonnellate. E ora è solo. Posso stare tranquillo. Non scoprirà niente. Almeno me lo auguro.    

Curiosi di leggere la prossima tappa? La troverete domani puntuale sul blog The Mad Otter. Buona lettura!

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:: Cuori in viaggio: Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (Garzanti, 2004)

26 febbraio 2017
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I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle e un amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso. L’avversione aumenta quando le sorelle riescono a separare Charles da Jane. Darcy chiede la mano di Elisabeth, non nascondendo però quanto la cosa costi al suo orgoglio. La ragazza, sdegnata, lo respinge. In un secondo tempo Elisabeth apprende che la sorella Lydia è fuggita con Wickhman. Con l’aiuto di Darcy i fuggiaschi vengono rintracciati e fatti sposare. Infine Darcy e Elisabeth, Bingley e Jane si fidanzano.

Tra gli amori letterari quello tra Elisabeth Bennett e Mr Darcy, personaggi principali del celeberrimo Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen, splende di luce propria e se vogliamo è ancora in grado di competere, per freschezza e spontaneità, con tante storie d’amore anche più recenti e contemporanee. Non male per una storia d’amore presente in un romanzo edito nel 1813, che non dimostra affatto i suoi più di 200 anni, e che è di fatto una delle storie d’amore più lette al mondo. Non è stato perciò difficile scegliere e rileggere questo libro per questa bella iniziativa, Cuori in viaggio, dedicata da 28 blogger all’amore. Ho pensato a Il dottor Živago, Anna Karenina, Romeo e Giulietta, poi ho scelto loro, l’antipatico per eccellenza e scorbutico signorotto di città e l’intelligente e ironica Elisabeth, appartenente a una modesta famiglia della borghesia di campagna. Quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Rimanere così moderno e contemporaneo, sebbene i riti e i costumi sociali di quel periodo siano ormai irrimediabilmente cambiati se non evoluti (anche se c’è da dire che l’animo umano è cambiato ben poco dall’Era della Pietra)? Ecco forse le risposte sono esattamente ricavabili dalle domande stesse. Lo spirito arguto di Jane Austen è stato capace di parlare d’amore universalizzando i contesti e le opportunità concesse a una donna, non solo nel lontano 1813. Elisabeth Bennett è a modo suo un modello, un’ eroina capace di tenere testa a tutti personaggi maschili della storia, a partire da suo padre, che tra l’altro l’adora. Gli scontri, i battibecchi con Mr Darcy sono d’antologia, come il rifiuto alla sua prima proposta di matrimonio. Elizabeth difende la sua identità, la sua singolarità e non si piega ai mille compromessi che la sua seppur modesta condizione sociale imporrebbe. E lo fa con leggerezza, humour, straordinaria perspicacia. Ama sinceramente Mr Darcy, ma non permette a questo amore di cambiarla, limitarla, e in questo credo consista la bellezza e l’ anticonformismo di questo personaggio, quanto mai moderno e rivoluzionario. Concreta, realista, testarda, romantica Elizabeth Bennett è la perfetta metà di Mr Darcy, il suo complemento e la sua compiutezza. Se non avete ancora letto Orgoglio e Pregiudizio, fatevi un regalo, leggetelo in lingua originale o nella bella traduzione di Isa Maranesi. Se già conoscete la storia, rileggetela, non vi annoierà, potete contarci, la Austen ha uno stile di scrittura che è il trionfo dell’intelligenza, una gioia per qualsiasi lettore.

Edizione considerata: Garzanti editore 1975- 1982, XXII edizione marzo 2004, introduzione di Attilio Bertolucci, traduzione di Isa Maranesi.

Jane Austen. Scrittrice inglese. Compì la sua educazione quasi interamente in casa, sotto la guida del padre ecclesiastico.
Nel 1801 si trasferì con la famiglia a Bath; nel 1805, dopo la morte del padre, a Southampton; poi, nel 1809, a Chawton, Hampshire, dove scrisse quasi tutti i suoi romanzi.
Profondamente attaccata alla famiglia, in particolare alla sorella Cassandra, la Austen non si sposò mai e trascorse un’esistenza raccolta e casalinga, interrotta solo da brevi visite a Londra e ai luoghi di villeggiatura sulla costa meridionale inglese.
Il suo primo romanzo completo a noi pervenuto è L’abbazia di Northanger (Northanger abbey), pubblicato solo nel 1818.
Il romanzo è centrato sul tema della maturazione di una giovane ingenuamente romantica, convinta, all’inizio, che la vita sia fatta a somiglianza dei romanzi «gotici» della Radcliffe (dei quali il libro costituisce la garbata parodia) e che alla fine arriva a comprendere, realisticamente, la realtà quotidiana.
Lo stesso tema (la maturazione di un’anima romantica attraverso l’esperienza) è al centro di Ragione e sentimento (Sense and sensibility, 1811), iniziato nel 1797 col titolo di Elinor and Marianne, e ritorna in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice, 1813), rifacimento del giovanile e non pubblicato Prime impressioni (First impressions, iniziato nel 1796).
Anche in Mansfield Park (1814), romanzo di complessa struttura narrativa e di ammirevole sincerità, in Emma (1816), considerato uno dei suoi capolavori, e in Persuasione (Persuasion), che fu pubblicato postumo insieme a Northanger Abbey ed è forse la sua opera più ricca e sottile, l’autrice compie un’analisi dei rapporti tra valori personali e valori sociali e della validità delle emozioni come guida del comportamento.
Il mondo descritto non si estende mai al di là dei limiti della vita e degli ambienti da lei direttamente conosciuti; ma il suo fine tocco ironico, la sua prosa elegante e fredda, la sottigliezza con cui analizza e descrive il conflitto tra esigenze psicologiche e morali di varia natura conferiscono a questa narrativa una non comune complessità e collocano la Austen tra i più grandi nomi del romanzo inglese.
Parzialmente tratto da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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:: La donna che visse due volte, Pierre Boileau, Thomas Narcejac (Garzanti, 1967)

15 febbraio 2017
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La donna che visse due volte (D’entre les morts, 1954) è un noir francese della coppia BoileauNarcejac, dal quale Alfred Hitchcock trasse il celeberrimo Vertigo (Usa, 1958), per molti di gran lunga superiore al romanzo.
Se sia stato scritto da BoileauNarcejac su misura per piacere a Hitchcock, come una forma di compensazione per non aver potuto quest’ultimo girare I diabolici, soffiato, si fa per dire, da Henri-Georges Clouzot, è una questione dibattuta, e fa parte delle tante leggende che girano a Hollywood, molte volte create ad arte dagli Studios, anche se questa si basa su diversi reali fondamenti. Se vogliamo La donna che visse due volte è il compendio delle tematiche che ossessionarono il maestro del brivido inglese, riunite in un sol testo relativamente breve.
Io mi soffermerò più sul testo nella traduzione vintage di Roberto Ortolani, prima edizione ottobre 1967, Garzanti per tutti, e per praticità darò ai personaggi i loro nomi francesi, anche se Ortolani in questa versione, molti li italianizza, pur tuttavia è impossibile, anche solo a livello inconscio, non essere in qualche misura influenzata dal film, che a mio avviso ha il pregio di dare una forma concreta (grazie all’immagine, alla musica, ai colori, al carisma degli attori) a un testo che di per sé si nutre di immaterialità, privo pure, se vogliamo, di un vero stringente senso logico.
Che sia una storia di personaggi è indubbio, di doppi, riflessi, dal forte sapore psicanalitico. La donna che visse due volte è insomma uno di quei testi sui quali si potrebbero scrivere saggi tanto è denso di rimandi, riflessioni filosofiche, etiche e morali. Orientarsi non è affatto facile, e forse dare una spiegazione a ogni passaggio toglierebbe il fascino, anche ambiguo e morboso, di un romanzo fatto di ossessioni, paure, disperazione.
La trama se vogliamo è lineare: il protagonista Roger Flavières viene avvicinato da un vecchio compagno di università, Paul Gévigne, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine, che teme soffra di impulsi suicidi, credendosi la reincarnazione della sua bisnonna, Pauline Lagerlac, morta suicida. Flavières la salva una volta dalla Senna, se ne innamora, e a causa della sua paura dell’altezza, non riesce a salvarla anche dalla caduta da un campanile. Nella seconda parte del romanzo, sono passati alcuni anni, Flavières incontra una donna che assomiglia paurosamente a Madeleine. Sogno, incubo, coincidenze, soprannaturale, follia?
La donna che visse due volte può senz’altro essere visto come la cronaca di una ossessione amorosa, di un pericoloso tentativo di far aderire la realtà al mondo interiore e disturbato del protagonista.
Se vogliamo Paul Gévigne andava sul sicuro scegliendo Roger Flavières come testimone. Ex poliziotto abile nei pedinamenti e nelle indagini, riformato, non è andato in guerra (la storia prende l’avvio a Parigi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale) per una forma di pleurite, avvocato scalcinato, appassionato di essoterismo, proprio la sua vertigine per le altezze, (che causò, o per lo meno è forte il senso di colpa, la morte di un collega e la sua uscita dal corpo di polizia), tutto contribuisce a renderlo perfetto per il ruolo che il diabolico Paul Gévigne vuole che reciti. Un altro meno traumatizzato, meno schiavo dei sensi di colpa, meno romantico, meno naif avrebbe fatto in fretta a scoprire l’intrigo, bastava una semplice telefonata, che Madeleine gli prega di non fare.
Insomma col senno di poi la storia si regge su presupposti fragili come tele di ragno, che tuttavia avvolgono come una spirale il lettore. La folle è Madeleine? Che si crede una morta e tenta più volte il suicidio. O il folle è Roger? che sarà costretto a chiedere aiuto a uno psichiatra perché lo guarisca dalle sue nevrosi. C’ è una componente soprannaturale nell’ intreccio? Che poi la verità sia squallidamente prosaica, e la riproposizione di un cliché classico, per di più abusato, nulla toglie alla drammaticità del finale, alla decostruzione e dissoluzione del personaggio principale, che è stato ingannato, crudelmente, come sono stati ingannati con lui i lettori.

Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), entrambi vincitori del Prix du Roman d’Aventures, hanno cominciato a collaborare nel 1948. Frutto di questo sodalizio sono stati numerosi racconti e ben quaranta romanzi, da alcuni dei quali sono stati tratti film di successo come La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock o I diabolici di Henri-Georges Clouzot.

Source: acquisto personale.

Nota: i collezionisti certo non si faranno scappare l’edizione Garzanti del 1958, come numero 141 della “Serie Gialla“, o la prima ristampa del 1967 come la copia in mio possesso. Nel 1977 la stessa traduzione di Roberto Ortolani venne riproposta da Mondadori con “Giallo Cinema” n. 5, poi nel 2003 passò alla Sellerio “La Memoria” n. 580. Tutte edizioni ormai fuori commercio e reperibili nei marcatini dell’usato. Attualmente è disponibile in commercio dal settembre 2016, la nuova traduzione Adelphi, di Federica Di Lella (che la cura) e Giuseppe Girimonti Greco.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il gatto che insegnava a essere felici, Rachel Wells (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

3 febbraio 2017
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Torna Alfie, il gatto protagonista de Il gatto che aggiustava i cuori, per un nuovo capitolo della sua epopea di gatto condiviso dagli abitanti di Edgar Road, dove ha trovato la sua casa, anzi le sue case, dove varie peripezie in seguito alla morte della sua anziana compagna umana.
Alfie racconta queste sue nuove avventure in prima persona, mentre vive i problemi dei suoi compagni umani, tra Claire, che vorrebbe tanto avere un bambino che non arriva e Alesky, che ha problemi di bullismo a scuola. Un giorno arriva nella via una nuova famiglia, misteriosa e schiva, che non vuole avere rapporti con il vicinato, e che riempie di sospetto tutti. Con queste nuove persone vive un qualcuno che colpisce subito Alfie, la bellissima gatta Snowball, che però è decisamente scostante e poco propensa a dare confidenza agli altri felini, con inevitabili invidie e dubbi da parte degli amici a quattro zampe di Alfie. Ma Alfie non si arrende e cerca di fare breccia nei suoi nuovi vicini umani, cercando di capire cosa c’è che li angustia tanto, anche perché si è preso una bella cotta per Snowball, anche se lei non lo tratta proprio bene.
Alla lunga, Alfie riuscirà a fare in modo che la nuova famiglia e i suoi vecchi amici riescano ad interagire, e a far emergere la verità su certi comportamenti, non certo da criminali come pensava qualcuno, ma legati ad un fatto triste e non ancora superato del loro passato recente.
Le storie con animali protagonisti hanno una lunga tradizione nei Paesi anglosassoni, basti pensare a titoli come La fattoria degli animali di George Orwell o La collina dei conigli di Richard Adams. Qui l’autrice sceglie un approccio diverso, quello di un universo parallelo di animali che sono visti dagli esseri umani come tali, ma che hanno capacità di relazionarsi e cambiare gli eventi.
Fiaba per tutte le età, la saga di Alfie si legge con simpatia, raccontando microcosmi umani alla fine molto realistici, dove la presenza di un animale domestico è riconosciuta come fondamentale. Un libro essenziale per i gattofili, anche se i puristi potranno notare che lo splendido gattino rosso di copertina non rispecchia il vero aspetto di Alfie, classico grigio tabby. Ma sono dettagli su cui si può sorvolare, con una storia positiva ma non buonista, che mette in pace con il mondo, anche solo per il tempo in cui la si legge.

Rachel Wells vive nel Devon con la sua famiglia, ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici. Ha combinato queste due passioni nei suoi amatissimi romanzi sulle avventure di Alfie: Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, 2015) e il suo seguito, Il gatto che insegnava a essere felici.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti, che ringraziamo.

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:: Blogtour – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016), ultima tappa

17 dicembre 2016

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Chiudiamo oggi questo lunghissimo blogtour dedicato a Il rituale del male (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé, che ci ha tenuto compagnia per un po’ più di quindici giorni, questa è la diciassettesima e ultima tappa. Ringraziamo i lettori che ci hanno seguito, Grangé che ha scritto il libro, (stanno traducendo proprio in questi giorni il seguito, Congo Requiem), Garzanti per averci supportato, nelle persone di Bianca e Giulia, e in ultimo ma non meno importanti i traduttori che hanno accettato di partecipare. Spero vi sia piaciuto, noi ci abbiamo messo tutto l’impegno e ci siamo anche divertiti. Nella tappa di oggi lo scrittore Stefano Di Marino ci parlerà del libro, con il suo stile inconfondibile. Buona lettura.

֎ La trama ֎

L’aria è malvagia sull’isola di Sirling, al largo della costa bretone. Un’aria salmastra, appiccicosa, in cui l’odore del mare si mescola alle immagini di un macabro rituale, al ricordo di un uomo, uno spietato serial killer dalla firma inconfondibile. L’Uomo Chiodo, però, ha smesso di colpire da più di quarant’anni. Nel 1971. A Lontano, nel cuore del Congo.
Ma i segni di quei terribili omicidi emergono ora dal limbo del tempo in una base militare di fulgida tradizione. Il corpo di un giovane cadetto, dilaniato da un’esplosione, viene ritrovato all’interno di un bunker. I rilievi del medico legale non lasciano dubbi: il corpo è stato trafitto da centinaia di chiodi arrugginiti, gli organi asportati, gli arti orrendamente mutilati. A occuparsi del caso, stranamente, non è la polizia militare, ma la prestigiosa squadra Omicidi di Parigi, guidata dal comandante Erwan Morvan. Erwan è figlio di quel Grégoire Morvan che, proprio a Lontano, aveva messo fine alla scia di sangue dell’Uomo Chiodo, quello che sulle risorse minerarie del Congo ha costruito la propria fortuna e che ora, da una posizione defilata, comanda le leve della polizia francese. E mentre le vittime si moltiplicano e gli indizi si fanno via via più evanescenti, il fantasma dell’Uomo Chiodo torna a braccare i Morvan e a scuotere dalle fondamenta il buon nome di una famiglia in apparenza inattaccabile. Ben presto l’indagine costringe Erwan sulle tracce delle più oscure gesta di suo padre in Africa, trasformandosi in una sfida che oltrepassa le leggi dello spazio e del tempo, in cui nessuno è senza colpa e nessuno conosce la verità. Una corsa sfrenata per salvare chi ama, che condurrà Erwan lontano dalla Francia, nel cuore del Congo oscuro e sanguinoso che ha tenuto a battesimo la sua stessa esistenza.

֎ L’autore ֎

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

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֎ Stefano Di Marino legge Il rituale del male ֎

Dopo il non riuscitissimo Il respiro della cenere (Kaiken), e un film di successo mai arrivato in Italia (La Marque des Anges preso da Miserere, con Depardieu) Jean-Christophe Grangè ci regala un altro romanzo di ampio respiro (più di 700 pagine) recuperando in maniera originale alcune delle sue tematiche più forti.
Lasciando i tentativi di esplorare troppo approfonditamente la psicologia femminile, come succedeva in L’istinto del sangue (La Foret des Manes),  si concentra con Il rituale del male (Lontano) su forti psicologie maschili all’interno di una famiglia. Fondamentalmente quelle di Gregoire ed Erwan Morvan, padre e figlio, entrambi poliziotti. Specchi di generazioni e ideologie differenti. Il vecchio ha la grinta di un Gabin e un passato di gauchista diventato uomo forte del potere nelle colonie e, a modo suo, ‘padrino’ di una famiglia disastrata. Incombono ricordi di sevizie familiari (sulla moglie Maggie) e un’inchiesta di quaranta anni prima che ha condotto a uno spettacolare arresto di un serial killer bianco nella comunità degli espatriati della remota città di Lontano, in una zona impervia del Congo. Malgrado una vita di avventure, soprusi, operazioni da ‘barbouze’[1], quell’indagine portata felicemente (si fa per dire…) a termine resta un evento epocale.
Forse la chiave di volta dell’intera vicenda umana di Gregoire, dei suoi difficili rapporti con i figli. Se Erwan è quello che più gli assomiglia, pur nell’antitetica visione della legge e della famiglia, altri risultano interessanti. Il bel Loic, bisessuale, drogato, disgraziato e genio della finanza. Un disperato angelo maledetto, almeno quanto la più giovane Gaelle che s’illude di poter sfondare nel mondo dello spettacolo e invece fa la prostituta di lusso nei circoli altolocati di Parigi. E poi c’è Sofia, figlia di un finanziere italiano, ex moglie di Loic e amore segreto di Erwan.
In questo complesso quadro familiare arriva come una meteora un’indagine su un incidente a una scuola militare in Normandia, luogo d’origine della famiglia Morvan. Subito s’intuisce qualcosa di malsano e anche il sospetto di un episodio di ‘nonnismo’ degenerato in tragedia impallidisce di fronte di fronte alla brutalità di un omicidio che ha qualcosa di rituale.
Di più, le circostanze rimandano direttamente ai delitti di quel serial killer, l’Homme-clou, l’uomo dei chiodi che seviziava e riduceva le sue vittime a feticci della magia nera Yombè. Si apre, come di consueto, un sipario su un universo lontano e tropicale, in cui la follia e la crudeltà si confondono con il mondo degli spiriti e della superstizione. In breve emerge un arazzo di depravazioni, di vizi e di follia mescolati con manovre economiche e brutalità criminali.
La famiglia Morvan è sotto attacco e, pur senza appianare le loro divergenze, padre e figli devono ricompattarsi e affrontare nemici senza volto.
Abilissimo come sempre a tessere un ordito complesso tra sentimenti, ricordi, verità nascoste, Grangè fonde azione e suggestioni di avventura esotica con il mistero, l’indagine poliziesca e l’interazione dei personaggi. Più volte siamo sul punto di svelare il mistero, ma sempre qualcosa sfugge, un dettaglio non torna. Così si arriva all’ultima pagina con una rivelazione che il lettore attento ha forse presagito, ma che non viene del tutto chiarito. Potrebbe esserci un seguito oppure no. Di fondo, al thriller più angoscioso si avvicina un ritratto familiare che, partendo da un canovaccio machbethiano, arriva a impensate conclusioni.
Come nel caso di tutte le opere di Grangé Lontano è un romanzo che è qualcosa di più di un thriller. Diciamolo, per quanto io sia un sostenitore dei giallisti italiani (e ci mancherebbe) qui ci sono anni luce di distanza. Purtroppo mi pare che sia per quanto riguardi il cinema che la produzione letteraria ci sia un pregiudizio condiviso da editori, spettatori e lettori verso la produzione francese. Forse ci siamo fatti un po’ trarre in inganno da Lelouche, da Romer e da una certa produzione che ha indotto alcuni a immaginare la Francia come fornace di storie romantiche e non a tutti gradite.
Guardiamoci un po’ intorno. Da Oltralpe arrivano prodotti filmati e scritti di grande qualità, originali, non è che si limitano a imitare Maigret per tutta la vita. Grangè (come il suo imitatore Thillez, ma anche Lemaitre) è un autore di classe, molto originale. Val la pena di conoscerlo.

[1] Barbouze è un termine gergale dispregiativo usato per i membri dei vari corpi dell’ OAS (lOrganisation de l’armée secrète), la cui lotta veniva condotta in modi che nè la polizia e nè l’esercto potevano usare ufficialmente. Così agivano in maniera semi-clandestina (“barba finta”). Successivamente, questo termine è stato usato per descrivere gli agenti SDECEE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage) e gli agenti segreti tutti senza distinzione, ma sempre con una connotazione peggiorativa o burlesca.

֎ Il link a tutte le tappe ֎

:: Blogtour, le tappe – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016)

30 novembre 2016

Inizia domani un blogtour incredibile, il più ambizioso e folle a cui abbia partecipato, in tutto ben 17 blogger al servizio di un libro davvero interessante, Il rituale del male,  (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé. Un libro che merita senz’altro tutto questo dispiegamento di forze. Da domani 1 dicembre fino al 17 dicembre ogni giorno una tappa, ogni giorno un tema diverso, speriamo originale: estratti, copertine dal mondo, recensioni, interviste a traduttori, audioletture, insomma tanti e tanti argomenti. Ci siamo preparati da più di un mese,  per cui incrociate le dita per noi, che vada tutto bene.

Qui potete vedere tutte le varie tappe, i blog che parteciperanno, gli argomenti trattati. Enjoy!

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֎ Tutti i link ֎

1/12 Un lettore è un gran sognatore Post introduttivo: chi è Grangé
2/12 Il tempo dei libri Trama & Origine del romanzo
3/12 Strategie evolutive Incipit e commento
4/12 Viaggiatrice Pigra I personaggi
5/12 Every book has its story Scenario e ambientazione
6/12 Il colore dei libri Profilo storico e politico
7/12 My secret diary Focus On: Gregoire Morvain
8/12 Hook a Book I film tratti dai libri di Grangé
9/12 Leggere in Silenzio Dreamcast
10/12 The Imbranation Girl Tutte le Traduzioni e Copertine
11/12 Il Bianco e Il Nero Emozioni di una Musa Recensione
12/12 Diario di un sogno Recensione
13/12 AmaranthineMess Recensione
14/12 Le Parole Segrete dei Libri Audiolibro
15/12 Ladra di libri Recensione
16/12 Non solo noir I traduttori raccontano Grangé
17/12 Liberi di scrivere Lo Scrittore Stefano Di Marino racconta lo stile, la tecnica e l’arte di Grangé

:: L’uomo che inseguiva i desideri, Patrick Phaedra, (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2016
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Arthur Pepper ha perso da ormai un anno l’adorata moglie Miriam e decide di riordinare le sue cose, anche per svariare un po’ le sue giornate monotone e tristi. Tra gli altri oggetti trova un braccialetto che lo lascia perplesso visto che Miriam non portava gioielli, di fattura preziosa, con numerosi ciondoli a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti, ognuno che sembra simboleggiare qualcosa.
Su uno di questi è inciso un numero di telefono, dell’India, e Arthur non può fare a meno di chiamarlo, iniziando un viaggio che lo porterà lontano dal paesino inglese in cui si è chiuso, tra lo stupore dei figli e della vicina Bernadette, a scoprire il passato di una moglie che è stata governante in India, artista, modella tra Londra, Parigi e Goa.
Non è il primo libro che parla della cosiddetta terza età, che ha tra gli altri inconvenienti il veder morire affetti e amori, ma L’uomo che inseguiva i desideri si distingue innanzitutto per l’ottimo espediente narrativo di far partire il tutto da un oggetto simbolico, nascosto da anni in un cassetto ma capace di raccontare la storia di una vita, aspetti di una persona amata che non si conoscevano e che non rovineranno comunque il ricordo e l’amore che Arthur ha per sua moglie, tra situazioni commoventi e momenti veramente da rotolare dalle risate, telefonate intercontinentali e incontri ravvicinati con tigri domestiche ma pronte a tirare fuori un po’ di ferocia repressa. Del resto, spesso si sottovaluta l’importanza degli oggetti come evocatori di situazioni e storie del passato, anche se lo stesso Proust aveva già visto questo: con altri toni anche questa è una ricerca del tempo perduto, di un tempo mai conosciuto di una persona amata, e forse per questo ancora più affascinante.
Il tema dell’elaborazione del lutto è centrale nel libro, ma la cosa interessante è che non è raccontato in termini pietisti e tristi, ma come una ricerca, un inno alla vita e al reinventarsi, un invito a godere di nuove possibilità e inizi a qualsiasi età, in barba agli stereotipi sugli anziani e all’impossibilità di poter cambiare la propria vita. In fondo scoprire che persona era Miriam diventa una nuova ragione di vita per Arthur.
Una storia anche che rilegge l’archetipo del viaggio come strumento di conoscenza degli altri, in questo caso Miriam così diversa da giovane dalla donna che poi è invecchiata con Arthur, ma anche di riscoperta di se stessi da parte di un anziano abitudinario, abituato da anni a fare sempre le stesse cose, che parte alla fine verso l’ignoto, con non certo la predisposizione a viaggiare, con peripezie in jeans, sandali e zaietto.
Un libro per tutte le età, comunque, che vuole ricordare che là fuori c’è sempre una possibilità nuova per incominciare di nuovo, che mette insieme la provincia inglese di oggi con ricordi della Swinging London degli anni Sessanta, ormai cinquant’anni fa, e della Parigi artistica, senza cadere in stereotipi ma ricordando momenti lontani vissuti da giovani che volevano cambiare il mondo con il rock e la minigonna e che oggi sono gli anziani che si vedono in giro.

Phaedra Patrick ha lavorato come artista del vetro, come organizzatrice di festival cinematografici e come responsabile della comunicazione. Vive a Saddleworth, nel Nord dell’Inghilterra, con il marito e il figlio. L’uomo che inseguiva i desideri è il suo primo romanzo.

Source: inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Lo stupore di una notte di luce, Clara Sánchez, (Garzanti Libri, 2016), a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2016
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Arriva finalmente in libreria il seguito di Il profumo delle foglie di limone, il libro che ha fatto scoprire nel nostro Paese e non solo il talento di Clara Sanchez, forse l’autrice spagnola di maggiore successo a livello nazionale e internazionale.
Tornano quindi, in un intreccio da giallo, Sandra e Julian, lei giovane donna ora mamma del suo bimbo e sfuggita ad una coppia di nazisti che l’avevano ingannata promettendole protezione durante la gravidanza, lui reduce da Mauthausen che ha dedicato la vita a dare la caccia a criminali che hanno trovato rifugio e prosperità sulle coste spagnole.
Sandra trova un giorno un biglietto anonimo che le chiede dove è finito Julian, con cui lei peraltro non ha più contatti, e poco dopo il suo bambino viene rapito, lanciandola in una ricerca spasmodica dove incontrerà vecchi alleati e nemici.
Una storia avvincente, che svela retroscena poco belli e molto realistici della Spagna, dove grazie al regime di Franco trovarono rifugio vari nazisti, anche se non i nomi più famosi che comunque da lì transitarono, un passato con cui la penisola iberica sta cominciando a fare i conti solo adesso e che ha continuato ad esistere anche dopo la caduta della dittatura, visto che molti di questi criminali hanno potuto continuare ad invecchiare serenamente sulle spiagge calde ispaniche senza pagare mai per quello che avevano fatto. Tutto questo viene raccontato in un intreccio thriller, ma gli anziani vecchietti tanto benevoli che solo in un secondo tempo mostrano il loro vero volto e che tornano nel secondo sono ispirati a figure realmente esistite, così come l’anziano Julian, che vuole giustizia e non vendetta e che crede che certe colpe non debbano comunque essere mai dimenticate o perdonate, soprattutto tenendo conto che gli anziani aguzzini hanno fatto proseliti presso persone giovani che possono essere quindi ancora più pericolose.
Lo stupore di una notte di luce va letto rigorosamente dopo Il profumo delle foglie di limone, a cui è legato, per una storia originale, concitata, appassionante, per trovare giustizia e verità.
Il personaggio di Sandra è cambiato rispetto al primo libro, ovviamente è diventata più consapevole e matura, meno ingenua e pronta a fidarsi, ma il vero eroe del libro resta Julian, cavaliere solitario che non rinuncia alla sua ricerca nemmeno da anziano, proprio perché certe persone non cambiano mai, né nel bene né nel male.
Come già Il profumo delle foglie di limone, anche Lo stupore di una notte di luce è un thriller originale e di denuncia, con un finale che può concludere ma può anche aprire a nuovi sviluppi. Perché certi tipi di male cambiano forse adeguandosi alle nuove epoche, ma non muoiono né spariscono mai.

Clara Sánchez ha raggiunto la fama mondiale con il bestseller Il profumo delle foglie di limone, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni. Con Garzanti ha pubblicato anche gli altri suoi libri, tra cui spiccano La voce invisibile del vento e Entra nella mia vita. È l’unica scrittrice ad aver vinto i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara nel 2000, il premio Nadal nel 2010 e il premio Planeta nel 2013 con Le cose che sai di me. Ha visitato più di una volta l’Italia, partecipando ad eventi come il Salone del libro di Torino.

Provenienza: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Garzanti.

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:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016)

14 luglio 2016
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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’ impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato, fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’ offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. E’ illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco chiarito questo, è più evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlo trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette, una morale, l’altra materiale, legata ad un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa, Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’ Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce, l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli venti in una sorta di Mille e una notte turca. L’ Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Fiore di fulmine, Vanessa Roggeri, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

15 giugno 2016
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Per il suo secondo romanzo Vanessa Roggeri sceglie di nuovo la sua Sardegna, ma non quella contemporanea: ci troviamo infatti nell’Ottocento, per raccontare la storia di Nora, ragazzina di campagna che sopravvive al tocco di un fulmine, e per questo motivo è discriminata dalle credenze della gente del paesino in cui è cresciuta, un tema che torna anche dal suo primo libro. L’unica speranza per lei è andare a Cagliari, dove prima abita in un convento di suore e poi va a servizio di Donna Trinez, una nobildonna che capisce cosa c’è nel suo animo. Ma le sue peripezie non sono certo finite perché dovrà confrontarsi con misteri, drammi e fantasmi del passato, in una casa che non è certo accogliente come sperava e oltre alla sua maledizione dovrà fare i conti con altro.
Siamo in Sardegna, ma l’intreccio narrato è da romanzo gotico vittoriano e ottocentesco, tra colpi di scena, ragazze in cerca di una loro vita (c’è qualcosa di Jane Eyre in Nora), misteri, fantasmi, case inquietanti: un insieme che funziona e che dà una visione diversa di una Regione d’Italia che oggi si conosce solo per il suo aspetto contemporaneo di luogo di mare da sogno e non per tutti, ma che ha al suo interno leggende, tradizioni, enigmi, misteri come nelle più nebbiose isole britanniche, soprattutto legate alla figura femminile, per antichi retaggi culturali di un matriarcato mai realmente scomparso.
Un Penny Dreadful nostrano, dal nome dei romanzi gotici ottocenteschi che hanno ispirato l’omonima serie di fantastico vittoriano, che racconta come anche in Italia, in luoghi insospettabili come la Sardegna possano emergere storie insolite e originali, tra realtà e paranormale, tra segreti non detti e eventi inspiegabili, partendo dall’archetipo della casa inquietante e ricca di misteri, nato proprio nell’Ottocento inglese e giunto con solo qualche aggiornamento più splatter (non presente nel romanzo di Vanessa Roggeri) fino a noi. Una storia di crescita femminile e di ricerca di sé, con al centro una protagonista insolita, versione moderna ma senza snaturamenti delle eroine ottocentesche. Tra l’altro è assodato e possibile sopravvivere allo scontro con un fulmine come capita a Nora, ma le proprie caratteristiche fisiche e psichiche rimangono comunque stravolte, cosa nota anche nella società di oggi così diversa dall’entroterra sardo dell’Ottocento.

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama profondamente la sua isola e le sue tradizioni e la sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Presso Garzanti è già uscito di suo Il cuore selvatico del ginepro, altra storia al femminile insolita ambientata in Sardegna.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Lo strano viaggio di un oggetto smarrito, Salvatore Basile (Garzanti, 2016) a cura di Valeria Gatti

30 maggio 2016
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In Italia si legge poco. La statistica pubblicata a gennaio da ISTAT rileva che  “I “lettori forti”, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% dei lettori (14,3% nel 2014) mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno“.
I motivi di questa emorragia culturale non sono certo di facile analisi e impongono molte domande, soprattutto a noi, popolo dei “forti lettori”. Potrebbe trattarsi di un problema di base che identifica la lettura come un noioso obbligo scolastico? O, invece, potrebbe essere un motivo economico dietro al quale si nasconde il solito luogo comune che i libri costano e in tempi di crisi bisogna “tagliare” le spese? Illogico mi viene spontaneo dire. Esistono le biblioteche, mondi fantastici di scambi culturali, completamente gratuiti. Oppure la causa potrebbe essere questa società malata che ci obbliga ad agire, correre, ammazzare qualsiasi possibilità di riflessione? E se invece si trattasse di paura? Di quel malessere che ci impedisce di guardarci dentro e di accettare ciò che la vita ci ha dato e ciò che ci ha tolto? “La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto” citava Einstein. Un grande insegnamento, sempre attuale, mai così vivo.
Il tentativo di riportare il giusto livello di attenzione sul mondo della carta stampata, e su tutto ciò che esso rappresenta, è una sfida continua e ardua per gli autori e gli editori di tutto il mondo e non siamo sicuramente nella sede opportuna per valutare le possibili soluzioni. Sfida ardua, appunto, non impossibile.
Perché ci sono parole che sanno risvegliare qualsiasi sonno e ci sono pensieri che sanno toccare quei sentimenti reconditi che tutti noi custodiamo. Perché se è vero che siamo programmati al successo, è anche vero che abbiamo bisogno di sognare.
Provo a spigarvi meglio questo mio ultimo pensiero.
Se invece pianti l’unghia su un tronco antico non resta alcun segno apparente. E hai l’impressione di non averlo neanche scalfito, quel tronco, perché continui a vederlo forte e robusto. Intatto. Ma non è così … quell’unghia lascia comunque una ferita. È una ferita che all’esterno non si vede … ma fa invecchiare prima del tempo le radici …
Oppure:
Ricordarsi che la vita è bella. Una promessa infantile, all’apparenza. Ma forse la più terribile e impegnativa delle promesse. Perché poi è la vita a ricordarti, giorno dopo giorno, quanto riesce a essere dura, difficile, imprevedibile. A volte spietata. Ma Elena voleva amarla ugualmente …
E, ancora:
La vita non finisce mai di regalarci qualcosa …. A volte ci ha portato tanti dolori di cui avremmo volentieri fatto a meno. Altre volte ci ha fatto assaporare gioie immense e momenti di felicità …
Oltre a :
Metro dopo metro, procedeva all’interno di una sconfitta che sentiva di meritare fino in fondo, come se fosse nato per subirla, come se il suo unico compito, nel corso della vita, fosse stato prepararsi al peggio e affrontarlo giorno dopo giorno, senza un’alternativa …
Potrei continuare ma mi impongo di non farlo.
Perché se lo facessi, storpierei la magia che si nasconde tra le pagine di quest’autentica favola moderna che è “ Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” il primo romanzo di Salvatore Basile, edito da Garzanti.
Un storia commovente e sincera quella di Michele, un ragazzo smarrito che dopo anni di obbligata solitudine si trova a compiere un viaggio tanto inaspettato quanto doloroso alla ricerca della mamma “perduta”, la stessa donna che lo ha abbandonato in tenera età. Un viaggio simbolico alla scoperta del suo io più vero, quello più complesso, quello più dolce, quello più pericoloso. Un viaggio a bordo di quel treno che, per lui che ha ereditato il lavoro di capostazione dal padre, è una seconda casa, sicura e affidabile. Un viaggio verso Elena, una giovane donna che come lui, deve fare i conti con la sofferenza e la realtà ma che porta con sé un bagaglio colmo di riscatto verso la vita.
Un scrittura raffinata quella di Basile, scrittore all’esordio ma non uno sconosciuto nell’ambito culturale (sue molte sceneggiature di Film e serie TV di successo). Le parole ricercate ma semplici, i dialoghi precisi e lineari, la narrazione leggera e sincera, un ritmo delicato e riflessivo fanno de “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” un piccolo grande capolavoro, uno di quei romanzi che vuoi tenere sul comodino, per poterne leggere qualche stralcio qua e là quando più ne hai voglia, quando ne hai più bisogno.
Termino con nota strettamente personale. Ho letto una recente intervista rilasciata dallo scrittore durante la quale ha dichiarato che il libro è nato dopo nove mesi di lavoro. Un parto, insomma. Ho trovato questa dichiarazione simpatica e molto significativa. Perché per uno scrittore, un libro è come un figlio, unico e irripetibile. Ma non per questo ci si deve fermare. Quando i “figli” vengono bene, è opportuno continuare a “procreare”. È un dovere, un regalo per tutta l’umanità.

Salvatore Basile è nato a Napoli e vive a Roma, dove fa lo sceneggiatore e regista. Ha scritto e ideato molte fiction di successo. Dal 2005 insegna scrittura per la fiction e il cinema presso l’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica di Milano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La gemella silenziosa, S.K. Tremayne (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 maggio 2016
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Dopo un terribile lutto che ha colpito lei e la sua famiglia, Sarah si è trasferita nell’isola di Skye, in Scozia, lontana da chi potrebbe sapere e dire, e spesso si sofferma a guardare la sua bambina sopravvissuta, Kirstie, così simile alla gemellina morta, Lydia.
Ma un giorno, in attesa del marito e isolata sull’isola da una tempesta, Sarah si sente dire da Kirstie che in realtà lei è Lydia e che è Kirstie a essere morta: questo sarà l’inizio di un viaggio alla ricerca di una verità che sconvolgerà e distrugggerà ogni certezza, sopratuttto quando man mano verranno fuori le circostanze della morte della piccola.
Un thriller con qualche eco paranormale, un dramma familiare, una variazione sul tema del doppio: nelle pagine di questo romanzo c’è tutto questo, senza scopiazzature di storie precedenti e costruendo una storia che avvince fin dalla prima pagina, con vari livelli di lettura, coesistenti tra di loro e che si sciolgono solo nel finale, con un nuovo cambio di prospettiva e di voce narrante.
Già sentito ma funzionale alla trama il tema del cambio di luogo come inizio di tutto ma anche come scelta per avere nuove opportunità, e l’Isola di Skye, persa nell’estremo nord della Scozia, è anche lei coprotagonista della vicenda e diventa man mano un essere vivente capace di influenzare la storia. Anche il tema dei gemelli non è nuovo ma è sempre efficace, con la sua dose di inquietudine inevitabile che porta con sé, amplificata da una vicenda con tante piste e colpi di scena, ma comunque con richiami alla realtà della vita con due gemelli o gemelle identici.
Certo, La gemella silenziosa può essere letto come un thriller con una punta di paranormale (spiegato alla fine), visto che alla base c’è una ricerca della verità, verità dietro le parole di una bambina che forse ha solo troppa fantasia e sente comunque un dolore grande, ma anche verità di come si sono svolti davvero i fatti legati ad una morte, verso una conclusione non scontata, non rassicurante e non accomodante, con chi indaga, Sarah, che vedrà confuso alla fine il suo ruolo.
Il dramma familiare ha il suo peso, con tutto quello che si nasconde e non si dice, anche di fronte a tragedie, senza patetismi e tristezze, per la storia di anime ferite e distrutte in una vicenda in cui nessuno uscirà vincitore.
La gemella silenziosa ha quindi diversi elementi interessanti dentro di sé e piacerà a chi a ma i misteri, non solo quelli su cui indagano le forze dell’ordine, ma quelli nascosti nelle vite delle persone, che emergono complici situazioni e luoghi particolari, suggestivi e terribili come la remota Isola di Skye, ancora in Europa nominalmente ma sul confine di un mondo tra realtà e fantasia, dove si può scoprire la verità e non uscirne indenni.

K. Tremayne è nato nel Devon, vive a Londra con le sue due figlie e scrive regolarmente su giornali e riviste internazionali. La gemella silenziosa ha riscosso grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

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