Posts Tagged ‘Stefano Beretta’

:: Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris (Garzanti 2018) a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2018
tatuatore

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Lale era giovane e coraggioso. Lale era cecoslovacco e viveva nel 1942. Lale era ebreo, era il prigioniero n. 32407 e lui stesso divenne il tatuatore di Auschwitz. La sua storia di lotta per la sopravvivenza del deportato Lale è nel libro “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris, edito da Garzanti. Quella di Sokolov non è una vicenda inventata, ma la storia vera di un giovane uomo che si consegnò ai tedeschi per lavorare e salvare dalla deportazione la sua famiglia. Lale, inizialmente internato con il compito di costruire baracche, venne colpito dal tifo. Ad assisterlo Pepan, il prigioniero che poi gli insegnò quell’ingrato e difficile gesto di tatuare sulle braccia degli ebrei rastrellati dai nazisti centinaia di migliaia di numeri con l’inchiostro verde. Lale ogni giorno lasciava il blocco 27 a Birkenau per andare ad Auschwitz e qui, a testa bassa senza mai guardare nessuno in faccia, per non percepirne il dolore e la sofferenza, tatuava tutti coloro che gli passavano davanti. Bambini, anziani, uomini e donne scorrevano davanti a lui che un giorno incrociò due occhi potenti. Uno sguardo che portò nel suo animo la luce dell’amore e delle speranza. La giovane che fa breccia nel cuore di Lale era Gita e, giorno dopo giorno, il giovanotto fece il possibile per salvarla. Lale era così innamorato da escogitare qualsiasi piano per rendere meno dolorosa e sofferta la prigionia della ragazza che lui amava alla follia. I due protagonisti vissero il loro amore nascente sul filo del rasoio, sempre con la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro, perché l’assenza all’appello o all’appuntamento previsto, ad Auschwitz facevano pensare subito al peggio. Lale tatuava numeri su numeri e questo gli permetteva di ricevere razioni extra di cibo che distribuiva ai compagni. Il giovane, classe 1916, rischiò la vita, lo picchiarono fino allo sfinimento, ma lui con tenacia andò avanti imperterrito nella sua missione di aiuto al prossimo. Nel libro scritto dalla Morris non si affronta solo il rapporto tra il tatuatore e la sua amata, perché tra le pagine ci sono le vicende degli altri deportati. Si scopre come molti di loro fossero utilizzati come cavie per esperimenti compiuti dal dottor Mengele, di come quelle poche donne ebree a cui non venivano tagliati i capelli erano l’oggetto del desiderio da parte dei militari, si leggono le tremende violenze a cui i prigionieri furono sottoposti e lo shock del protagonista alla vista dell’interno dei forni crematori. Lale e Gita si salvarono, si ritrovarono e si sposarono diventando i coniugi Sokolov nella Cecoslovacchia controllata dai sovietici. Dopo essere stato imprigionato per aver inviato denaro per la costruzione delle Stato di Israele, Lale e la moglie fuggirono a Vienna, Parigi, Sydney, fino al Canada, dove nacque il loro unico figlio Gary, il quale solo da adulto venne a conoscenza del dramma vissuto dai genitori. “Il tatuatore di Auschwitz” della Morris è la storia di un amore nato in un contesto di morte e distruzione, della paura di non poter realizzare i propri sogni o di ritrovare i propri cari e di una costante resistenza al male, nella speranza di un nuovo domani. Una storia che deve essere conosciuta per continuare a fare Memoria.

Heather Morris, nata in Nuova Zelanda, vive e lavora a Melbourne in Australia. Autrice di sceneggiature, ha deciso di volgersi alla narrativa per raccontare la commovente storia di Lale Sokolov. Il tatuatore di Auschwitz è il suo romanzo d’esordio: dopo lo straordinario interesse suscitato alla Fiera di Londra del 2017 è stato venduto in tutt’Europa ancora prima della pubblicazione.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Caterina dell’ ufficio stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016)

14 luglio 2016
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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’ impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato, fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’ offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. E’ illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco chiarito questo, è più evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlo trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette, una morale, l’altra materiale, legata ad un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa, Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’ Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce, l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli venti in una sorta di Mille e una notte turca. L’ Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.