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:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

14 luglio 2016
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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato: fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. È illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco, chiarito questo, è più che evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un’umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlò trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette: una morale, l’altra materiale, legata a un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può non tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa: Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli eventi in una sorta di Mille e una notte turca. L’Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015

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L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.