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:: Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann (Giuntina 2019) a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2022

Piccola autobiografia di mio padre che ho preso assieme a L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, è un brevissimo libro, una trentina di pagine, narrato in prima persona, che narra la vita del padre dell’autore, dalla sua nascita alla morte. E’ dedicato alle sue due nipotine Alma e Shira e ed è stato scritto non solo per loro. Schulim Vogelmann nacque in Polonia, nella Galizia orientale, allora impero austroungarico da Nahum Vogelmann e Sissel Pfeffer. Era il 28 aprile del 1903. Aveva un fratello di nome Mordechai (che divenne rabbino) e una sorella Miriam. Seguiamo la sua vita dalla Prima Guerra Mondiale, al soggiorno in Palestina all’arrivo a Firenze, dove trovò lavoro nella tipografia di Leo Samuel Olschki. Sposò la figlia del rabbino di Torino Dario Disegni, Anna, ed ebbe una figlia Sissel. Poi nel 1938 arrivarono in Italia le leggi razziali, e nel tentativo di fuggire in Svizzera, lui e la famiglia, sua moglie e sua figlia furono mandati ad Auschwitz. Anna e Sissel furono uccise il primo giorno (lo scoprì dopo la guerra dalla Croce Rossa) lui sopravvisse grazie alla lista di Schindler. Tornò a Firenze e comprò la tipografia nella quale aveva lavorato da giovane e iniziò per la famiglia Vogelmann la loro saga familiare come editori. Fatti scarni, raccontati con amore e tenerezza, che ci riportano a un periodo buio della nostra storia, le leggi razziali, la guerra, i campi di concentramento, il mondo alla rovescia in cui Schulim Vogelmann visse non perdendo mai la sua umanità, trovò anzi il coraggio di risposarsi, avere nuovi figli, una famiglia e sopravvivere alle ceneri di un mondo per costruire il futuro. Mi ha colpito la citazione di una massima attribuita a Shemuel Hakatan: “quando cade il tuo nemico non ti rallegrare”, frase che gli tornò in mento sul treno per Auschwitz dove viaggiava insieme a un noto ebreo fascista. Velato di umorismo yiddish, è un libro che consiglio, fa bene al cuore.

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

:: L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann (Giuntina 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2022

L’orologio di papà

Perché ad Auschwitz,
oltre alla fame, il freddo e la fatica,
mio padre soffriva di non avere l’orologio,
una volta tornato e fatti un po’ di soldi
si comprò un bel Patek Philippe,
che poi mi lasciò in eredità,
e che io pensavo di lasciare a mio figlio.
Ma un giorno me l’hanno rubato.
Per cui a mio figlio gli lascerò questa poesia
che nessuno gli ruberà.

L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, che consiglio assieme a Piccola autobiografia di mio padre sempre di Daniel Vogelmann, è un libriccino sottile ricco di aneddoti e ricordi su ben tre generazioni di Vogelmann: il padre Schulim, il figlio Daniel (autore del libro) e il nipote di Schulim, Shulim. E’ un libro breve, che con voce poetica parla di memoria, di ricordi familiari che si fanno memoria storica, della storia di una famiglia che di generazione in generazione dalla tipografia Giuntina ha portato avanti poi la casa editrice Giuntina (fondata nel 1980 da Daniel) e celebre per aver pubblicato, a spese dell’autore, il celeberrimo Lady Chatterley’s Lover di David Herbert Lawrence. Schegge di memoria, ricordi dolci o più dolorosi soffusi di malinconia e gioia di vivere, rassegnazione e divertito ottimismo. Si ride spesso, si piange, ci si commuove, e si vedono scorrere tanti ritratti familiari di persone di cui ci piacerebbe sapere di più: come di Anna Dissegni, prima moglie di Schulim, e della piccola Sissel, sua figlia, perite ad Auschwitz il giorno stesso del loro arrivo al campo, mentre Schulim dopo la prigionia soppravviverà e potrà tornare a Firenze, e continuare la sua vita. Il mondo può essere un luogo crudele, ma gli affetti sembrano portare un po’ di luce. Schulim, l’unico italiano a far parte della famosa lista di Schindler, viene ricordato da suo figlio Daniel con affetto e tenerezza e diventa quasi un amico anche per chi legge. Buona lettura!

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

:: Da grande di Jami Attenberg (Giuntina 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2018

Da grande

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Titolo originale All Grown Up, Da grande di Jami Attenberg, tradotto per Giuntina da Viola Di Grado, ci porta nella Grande Mela a conoscere Andrea Bern quarantenne single, in analisi, ebrea, artista mancata, con un lavoro che non ama che comunque le dà una relativa indipendenza economica, una collezione di uomini sbagliati, una madre presente ma complicata, un fratello amatissimo con una figlia piccola malata dalla nascita, e il fantasma del padre musicista tossicodipendente morto di overdose.
Jami Attenberg ci parla di Andrea in prima persona (tranne il primo racconto L’appartamento in cui usa il tu) e ci racconta la sua vita utilizzando una tecnica frammentaria tra il flusso di coscienza, la parodia e il memoir, in un collage di racconti brevi, senza continuità temporale, mischiando passato e presente, con lei sempre protagonista e gli altri personaggi dalla migliore amica, alla madre, alla cognata, al fratello, ai suoi vari ex sullo sfondo un po’ defilati ma sempre necessari per la costruzione della sua identità.
Crescere, diventare grande, (perché tutti cresciamo) sembra per Andrea un’esperienza più complicata e difficile che per gli altri, che necessita più tempo, dilatando le consuete tappe di passaggio, rifiutando le convenzioni sociali, (presenti pure nella libera e emancipata New York), e se tutti diventano grandi conquistando un lavoro, sposandosi, mettendo al mondo dei figli, Andrea diventa grande non mettendo più al centro di tutto sé stessa, ma imparando ad amare e a perdere chi ama, come nel catartico e commovente finale, in cui troviamo un’ Andrea finalmente adulta e pronta ad affrontare il resto della sua vita.
Quasi ritratto generazionale, in molte si riconosceranno in Andrea Bern, Jami Attenberg ci porta a provare empatia per un personaggio in realtà ben poco amabile, un collage di difetti, di egoismo, di superficialità perlomeno sentimentale, un concentrato di incapacità: incapace di combattere per realizzare il suo vero io, incapace di mettere a frutto il suo talento artistico, incapace di perdonare la madre, ma soprattutto incapace di perdonare sé stessa.
Con la sua penna affilata, anche quando si concede attimi di tenerezza, Jami Attenberg costruisce un personaggio femminile incredibilmente realistico e sfaccettato, giocando molto con il doppio legame tra autore e personaggio, ovvero con l’illusione che l’autrice parli di sé quando ci parla di Andrea.
L’immedesimazione sembra quasi totale, per poi invece dare ad Andrea un’ identità tutta propria, unica se vogliamo. Tutto in un gioco di specchi altamente sofisticato che prende a piene mani dai sogni e le illusioni della sua generazione, apparentemente ribelle e ostile a vincoli e tradizioni, ma in realtà proiettata verso un’ effimera e fragile felicità, comune a tutte le generazioni.

Jami Attenberg (1971) è autrice di cinque romanzi. Laureata alla John Hopkins University, collabora con riviste e giornali tra cui il New York Times e Nerve. Dei Middlestein (Giuntina, 2014) Jonathan Franzen ha scritto: “I Middlestein mi hanno conquistato fin dalle prime pagine, e una volta giunto alle ultime ho ammirato la compassione di Jami Attenberg e la sua maestria nel saper raccontare una storia”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara di Casa Editrice Giuntina.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Talmud Babilonese – Trattato Rosh haShanà, a cura del Rav Riccardo Di Segni

8 aprile 2016

wIl Talmud è, in un certo senso, il libro del grande mistero del popolo ebraico. È un libro misterioso non perché è scritto in una lingua diversa e con uno stile tutto suo, ma perché è un libro unico nella letteratura mondiale. Inizia come un’opera circoscritta nei suoi scopi, un commentario alla Torà Orale, ma presto arriva a affrontare ogni possibile argomento che sia rilevante per l’umanità, ovunque si trovi. Scritto in un linguaggio semplice, con tutta la sua semplicità contiene profondità di saggezza, di conoscenza e di analisi di ogni possibile domanda. Il Talmud è un libro del mistero che è totalmente aperto perché il segreto che contiene non ha bisogno di essere nascosto, essendo così profondo e criptico che ci si può solo connettere ad esso, ma non si può mai arrivare a comprenderlo appieno. Per gli ebrei il Talmud è un libro vitale perché in una certa misura da lui dipende la loro stessa esistenza, ma, contemporaneamente, il Talmud trasmette al mondo intero un messaggio, che forse il mondo, solo adesso, può cominciare a comprendere.

Rav Adin Even Israel (Steinsaltz)

Torà e Talmud sono i due testi più sacri per ogni ebreo osservante. Il cuore se vogliamo di una religione comunitaria. I profeti, i sacerdoti, gli studiosi, tutti hanno trasmesso nei secoli la parola e l’insegnamento di Dio all’uomo. Un Dio fortemente monoteista (diffusosi tra culture fortemente politeiste), capace di ispirare pensieri spirituali, ma anche norme della vita comune, ordinaria. Un Dio vicino all’uomo anche nelle sue occupazioni più quotidiane, insomma. E il Talmud se vogliamo, è uno specchio proprio di questo, di questa vicinanza.
Il Talmud contiene per la maggior parte discussioni sulla legge ebraica. Discussioni che trattano i temi più disparati: filosofici, morali, teologici, legali, filologici, folcloristici. Non solo possiamo trovare discussioni di medicina, economia, zoologia, ma tutto lo scibile umano trova un posto, una classificazione, un senso. Sempre alla luce di Dio. Le menti migliori ci hanno lavorato, intelligenze che si sono confrontate con il mistero e l’inconoscibile. Sicuramente non c’è un testo paragonabile a questo in tutta al letteratura occidentale antica e moderna.
E grande ostacolo alla sua comprensione e diffusione è sempre stata la lingua. Non tutti in Italia conoscono l’ebraico, tanto meno l’aramaico. Per ovviare a questo hanno pensato di tradurre il Talmud in italiano. Può essere sembrata dapprima una impresa impossibile, forse anche folle, e invece il Talmud – trattato Rosh haShanà (Capodanno), a cura di Rav Riccardo Di Segni, edito da Giuntina, ora è in libreria. Ci hanno lavorato più di una cinquantina di esperti, studiosi, traduttori, redattori e con il patrocinio dello stato Italiano, del Miur, del Consiglio Nazionale delle ricerche e dell’ Unione Comunità Ebraiche Italiane, ce l’ hanno fatta.
Costa 40 E, una cifra importante, ma sicuramente limitata e non corrispondente al lavoro svolto. La complessità del testo talmudico ne rende praticamente impossibile lo studio senza l’aiuto di guide e di opere di commento, dice Rav Riccardo Di Segni, non stentiamo a crederlo. Neanche gli studiosi più preparati possono comprenderlo appieno, nella sua interezza. E’ più che altro un percorso, un percorso di studio al quale applicarsi nell’intero corso della propria vita.
Può interessare solo agli italiani di religione ebraica? Non credo. Credo sia una opportunità aperta a tutti, uomini e donne. Credenti e non credenti. Perché se si parla di Dio, si parla anche delle capacità umane, dell’ammirevole intelligenza degli uomini spesa al servizio della conoscenza e della difesa della propria identità.

Rav Riccardo Di Segni Nato a Roma nel 1949. Proseguendo un’antica tradizione associa l’esercizio della professione di medico (come radiologo, direttore di un reparto di un grande ospedale pubblico romano) all’attività rabbinica. Ha conseguito il titolo rabbinico presso il Collegio Rabbino Italiano nel 1973, dove ha continuato a insegnare e che dirige dal 1999. Oltre all’insegnamento è stato attivo nell’ambito delle ricerche, pubblicando numerosi studi filologici e tre libri (l’ultimo in ebraico, Noten ta’am leshevach sul significato delle regole alimentari) e nelle attività di divulgazione della cultura ebraica tradizionale (tra l’altro con tre edizioni di una Guida alle regole alimentari ebraiche). Nominato Rabbino Capo di Roma nel novembre 2001. E’ presidente del Progetto Traduzione Talmud Babilonese.

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015

pro

L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.