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:: L’arte del delitto di Letizia Triches (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 settembre 2026

Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà  a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro.
Vent’anni dopo infatti  Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera.  Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza.
Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia.
Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi.
Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi.
Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti.
Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle  immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo.  Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro.
Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà  al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece…
La  serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla  colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto…
A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone  molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla?  Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto.
L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false.
Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati.
Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie…
Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie,  mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista.
Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen (Il Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 agosto 2026

Ci sono romanzi nei quali il delitto arriva quasi in punta di piedi, preceduto da un’atmosfera inquieta, da una casa troppo silenziosa, da vecchie storie mai davvero sepolte. È il caso di Omicidi in Cornovaglia di Rhys Bowen, quattordicesimo appuntamento con Lady Georgiana Rannoch, protagonista della serie Royal Spyness. Un giallo in costume, elegante e piacevolmente rétro, capace di mescolare mistero, suggestioni gotiche e uno sguardo ironico sulla vita dell’alta società britannica tra le due guerre.
Georgie è appena tornata dal viaggio di nozze con Darcy O’Mara, ma la felicità coniugale deve fare i conti con le misteriose missioni governative del marito, spesso lontano per lavoro. Per una giovane donna abituata a una vita movimentata, ritrovarsi da sola nella grande casa di Eynsleigh significa precipitare nella noia. Il matrimonio, inoltre, ha modificato profondamente la sua posizione: per sposare un cattolico, ha rinunciato al proprio posto nella linea di successione al trono. Una rinuncia che, almeno in teoria, dovrebbe renderle la vita più semplice, svincolandola dal rigido protocollo di corte. Georgie  non ha problemi da affrontare a parte forse doversi  trasformare in perfetta padrona di casa, alle prese con servitù, organizzando ricevimenti con i vicini e far fronte al problema con la sua Queenie, che sa fare i dolci ma  non è in grado di mandare avanti una cucina impeccabile. Insomma dovrebbe  trovare una cuoca all’altezza. Tutte cose che l’annoiano.
Per fortuna a salvarla dalla monotonia arriva Belinda, vecchia amica, alle prese dopo la morte della nonna  con un’inattesa eredità: un vecchio cottage in Cornovaglia. La sua idea sarebbe darci un’occhiata. Georgie potrebbe  accompagnarla?  E così le due giovani partono verso la costa a bordo della nuova rombante automobile sportiva di Belinda, ma che lei deve ancora imparare a guidare. Viaggio gradevole, atmosfera allegra, quasi da commedia, destinata tuttavia a lasciare presto spazio a un’atmosfera più cupa e pesante. Il cottage, White Sails, si rivela infatti quasi inabitabile. Dopo una notte molto scomoda, in caccia di un albergo  e di un’impresa alla quale affidare indispensabili lavori di riammodernamento,  le due amiche incontrano Rose Summers, vecchia conoscenza adolescenziale di Belinda, che offre loro ospitalità a casa sua, Trewoma Hall, sontuosa residenza del marito. Pur dubbiose, data la sua cortese e pressante insistenza, accettano ma dietro l’elegante apparenza della dimora si percepisce subito qualcosa di stonato: senso di oppressione, antiche rivalità, rapporti sentimentali irrisolti e soprattutto il dominante ricordo della precedente signora Summers, Jonquil, morta dopo essere precipitata dalla sottostante scogliera. Secondo la versione ufficiale: un tragico incidente. Ma le circostanze di questo incidente si prestano a suggerire contorni sospetti.

 Trewoma Hall infatti, affacciata sulla costa isolata della Cornovaglia, con i suoi silenzi, le stanze cariche di memoria e un’atmosfera sospesa tra eleganza e minaccia, presenta tratti oscuri. È una Cornovaglia lontana dall’immagine turistica e luminosa. La brughiera, il mare, le scogliere e la solitudine del paesaggio contribuiscono poi a costruire una cornice perfetta per un mistero.
A complicare la situazione provvede Belinda. A Londra aveva avuto una breve relazione con Tony, prima che lui sposasse Rose. Rose, un tempo figlia di una governante, si trova ora nella posizione di padrona di Trewoma, ma è insicura del suo ruolo. Il marito accoglie gentilmente le ospiti, riconosce subito Belinda e insiste per mostrare loro la proprietà. Ben salda a capo delle servitù la governante Mannering esercita il proprio potere con un’efficienza quasi inquietante, ma lo zio Francis, invadente e spendaccione zio di Belinda, circola impunemente per casa mettendo ansia  e il bello ma misterioso Jago aggiungono ombre a una storia già complicata.
Poi zac il delitto. Tony viene trovato morto e tutte le apparenze indicano Belinda quale assassina. Per Georgie non è più tempo di mantenere la privilegiata veste dell’ospite: ma ancora una volta deve trasformarsi in investigatrice per sottrarre l’amica a una terribile accusa. Ragion per cui osserva, ascolta, collega dettagli, ma e soprattutto scava nel passato. E proprio il passato si rivelerà la vera scena del crimine: rancori, tradimenti, gelosie e segreti riaffioreranno uno dopo l’altro.
Rhys Bowen costruisce un giallo volutamente classico che nasce come omaggio a Rebecca di Daphne du Maurier: la grande casa dominata dal ricordo di una donna scomparsa, la nuova moglie costretta a confrontarsi con un’assenza ingombrante… Chi già conosce il romanzo potrà forse intuirne alcuni sviluppi.
Pur rappresentando un capitolo diverso rispetto ad altri episodi della serie, con una tonalità più gotica e meno brillante, Omicidi in Cornovaglia conserva comunque il suo fascino. L’umorismo è meno presente, l’ambientazione è più cupa, e Darcy rimane sullo sfondo per buona parte della vicenda.
Lo scontro conclusivo con l’assassino alza finalmente la tensione. Dopo tanta oscurità infatti , il finale offre una sensazione di sollievo e regala persino un bel sorriso dopo avere trascorso qualche ora con Georgie nel suo  mondo elegante e  fuori dal tempo.

Rhys Bowen nata nel 1941 a Bath, la famiglia materna era gallese. Ha compiuto gli studi all’Università di Londra, diplomandosi col titolo Bachelor of Arts nel 1963; a Kiel e a Friburgo in Brisgovia. Dopo aver lavorato dal 1963 al 1966 per la BBC, nel 1966 è emigrata negli Stati Uniti d’America dove ha insegnato recitazione e danza prima d’iniziare a scrivere romanzi rosa, e oltre cento per ragazzi[2]. Oggi vive e lavora San Francisco, in California[3]. Negli anni Novanta ha iniziato a scrivere romanzi mistery usando lo pseudonimo di Rhys Bowen[4] ottenendo numerosi riconoscimenti

:: Alchemy of Secrets di Stephanie Garber (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

8 agosto 2026

Con Alchemy of Secrets, Stephanie Garber inaugura una nuova serie e dimostra ancora una volta di possedere il talento di trasformare luoghi reali in scenari dove il confine tra possibile e impossibile si dissolve fino a scomparire. Dopo aver conquistato milioni di lettori con Caraval e C’era una volta un cuore spezzato, l’autrice cambia registro e, senza rinunciare allo stile che l’ha resa celebre, costruisce  un contemporary fantasy nel quale mistero, magia e suspense si intrecciano con straordinaria naturalezza.
La protagonista della storia, Holland St. James, è una giovane donna incapace di considerare le leggende semplici invenzioni. Per lei i miti urbani rappresentano frammenti di una verità nascosta, indizi disseminati in una realtà che pochi riescono davvero a vedere. Questa sua convinzione l’ha portata a frequentare un enigmatico corso universitario dedicato al folklore e alle leggende di Los Angeles, ospitato in una vecchia sala cinematografica. Fin dalle prime pagine si comprende come quel luogo invece di rappresentare solo un’aula, possa trasformarsi in una potenziale soglia verso un universo in cui ogni racconto dell’insegnante sarebbe in grado celare un fondo di verità.
L’ improvviso e terrificante incontro con il misterioso Watch Man, figura leggendaria capace di rivelare l’istante esatto della morte di una persona, imprimerà alla vicenda una brusca accelerazione. Quando Holland scoprirà infatti di avere davanti a sé appena ventiquattro ore di vita, il romanzo si trasformerà in una frenetica corsa contro il tempo, scandita da enigmi, antichi reperti e società segrete. L’unica sua speranza di salvezza sarebbe di ritrovare il mitico Cuore Alchemico, leggendario oggetto fatato, bramato e ricercato da chiunque intenda piegare il destino.
L’inconsueta Los Angeles immaginata da Stephanie Garber si allontana completamente dagli stereotipi della faraonica metropoli delle star. Hollywood diventa un labirinto di cinema dimenticati, alberghi sospesi fuori dal tempo, vicoli popolati da inquietanti presenze e antiche leggende capaci di modificare la realtà. La città tutta assume un ruolo centrale nella narrazione: osserva, seduce, inganna e custodisce gelosamente segreti che sembrano appartenere tanto al passato quanto al futuro. È un organismo ricco di fascino e oscurità, e nel quale ogni strada può trasformarsi nell’ingresso verso qualcosa di misterioso.
Stephanie Garber costruisce un’atmosfera costantemente sospesa tra incanto e inquietudine. La sua scrittura conserva la qualità fortemente evocativa che i lettori già ben conoscono. Le sue immagini vivide, incrementate dalle descrizioni dal taglio cinematografico e dalla fluida narrazione rendono semplice immergersi in un universo dove luce e ombra convivono senza soluzione di continuità. Ogni capitolo poi aggiunge nuovi tasselli all’intrigante mosaico, alimentando la curiosità grazie a continui ribaltamenti di prospettiva. Nulla nella storia appare davvero definitivo e ogni risposta apre la strada a interrogativi ancora più complessi.
Accanto alla componente fantastica si sviluppa una trama sempre ricca di tensione psicologica. Holland si ritrova divisa fra Gabe, lo sconosciuto che pare deciso a proteggerla, e Adam, il carismatico docente convinto che proprio Gabe rappresenti per lei il vero pericolo. Ciò nondimeno condizionare l’intreccio dentro a un semplice triangolo sentimentale sarebbe solo limitante. I rapporti fra i personaggi diventano parte integrante del mistero, alimentando un continuo gioco di diffidenza e attrazione. In un mondo dove perfino i ricordi possono essere alterati e la verità assume mutevoli contorni, fidarsi della persona sbagliata può significare condannarsi.
Il tema della fiducia costituisce infatti il cuore dell’intero romanzo. Stephanie Garber riflette sul peso delle scelte, sulla fragilità delle convinzioni e sul modo in cui la conoscenza possa modificare radicalmente la percezione della realtà. I segreti assumono quasi una dimensione alchemica: ogni rivelazione trasforma persone, relazioni e destini, dimostrando come la verità possa risultare la magia più potente.
Decisamente interessante anche la scelta narrativa di alternare, nelle prime pagine, capitoli in seconda persona alla narrazione in terza. Un espediente che coinvolge direttamente il lettore, facendolo sentire parte di quel misterioso corso universitario prima di accompagnarlo nella disperata ricerca della salvezza insieme alla protagonista. È una soluzione originale che aumenta il senso di coinvolgimento e riesce a rendere più sottile il confine tra chi sta osservando e chi vive gli eventi.
Se qualcosa resterà volutamente incompiuto sarà proprio la quantità di misteri ancora irrisolti. Molte domande troveranno infatti solo parziali risposte, lasciando intuire un progetto narrativo destinato ad ampliarsi nei prossimi volumi. L’effetto, molto ben calibrato, per fortuna non genera frustrazione, ma piuttosto grande curiosità, perché questo mondo voluto dall’autrice possiede tutte le caratteristiche necessarie per continuare a sorprendere.
Alchemy of Secrets è pertanto un’intrigante lettura, in grado di fondere fantasy contemporaneo, suspense e romanticismo senza mai perdere equilibrio. Stephanie Garber firma un romanzo elegante, ricco di fascino e atmosfera, nel quale la magia nasce dalle leggende, i segreti diventano strumenti di potere e il destino può essere sfidato, ma non ignorato.

Stephanie Garber è cresciuta in California e insegna scrittura creativa in un college privato. Ha svolto diversi lavori – tra cui volontaria per l’infanzia – prima di dedicarsi alla scrittura; il suo esordio è il fantasy per ragazzi Caraval (Rizzoli, 2017), che presto diventerà un film per la Twentieth Century Fox, primo romanzo di una trilogia che comprende anche Legend (Rizzoli, 2019) e Finale (Rizzoli, 2020). Sempre con Rizzoli ha pubblicato nel 2022 C’era una volta un cuore spezzato, nel 2023 E non vissero per sempre felici e contenti e, nel 2024, La maledizione del vero amore.

:: E così per non morire di Paolo Roversi (SEM, 2026) a cura di Patrizia Debicke

5 agosto 2026

Paolo Roversi torna con un thriller, costruito attorno a una delle pagine più oscure della cronaca nera milanese: il mistero del cosiddetto “Mostro di Milano”, un serial killer rimasto senza volto, responsabile dell’uccisione di numerose donne fra gli anni Sessanta e Settanta. Da questa vicenda realmente esistita, l’autore trae spunto per costruire una trama nella quale realtà e finzione si fondono, dando vita a un’indagine capace di attraversare il tempo e dimostrare come il male non scompaia mai davvero, ma resti in attesa dell’occasione giusta per riaffiorare.
La storia parte dal febbraio del 2020, mentre Milano e il resto del mondo stanno per essere travolti dall’emergenza sanitaria. Quattro donne sole vengono assassinate nel giro di poche settimane. Delitti efferati, quasi ignorati dall’opinione pubblica perché l’attenzione è ormai monopolizzata dal Covid. È proprio in questo scenario sospeso e irreale vediamo arrivare  in città Gaia Virgili, profiler dell’Europol giunta alla quarta indagine della serie. Richiamata dal direttore dell’UACV Renato Bernardi, da sempre suo mentore e punto di riferimento, comprenderà presto che gli omicidi contemporanei riproducono con inquietante precisione una lunga sequenza di cold case rimasti irrisolti decenni prima.
Gaia è una protagonista moderna, intelligente, in grado di leggere la mente criminale senza perdere la propria umanità. Lontana dalla sua squadra “Beccaria”, dovrà confrontarsi con un’indagine molto complessa che la porrà in una specie di viaggio dell’eroe, nel corso del quale emergeranno anche inediti aspetti della sua personalità. Al suo fianco, giunta inattesa dall’Aia ci sarà Karen,  la bella la poliziotta olandese dalla pelle ambrata e gli occhi smeraldo molto diversa per formazione, quasi il suo opposto per sfumature caratteriali e differenti approcci investigativi. Dal confronto fra le due nascerà tuttavia un’ efficace dinamica narrativa.
L’indagine si sviluppa su due livelli temporali perfettamente intrecciati. Da una parte la Milano del boom economico e degli anni di piombo, attraversata dalla criminalità, dalla paura e da profonde trasformazioni sociali; dall’altra la metropoli svuotata dalla pandemia, silenziosa, immobile, privata della sua vitalità. Roversi imposta un affascinante scambio fra queste due città. Le strade deserte del lockdown diventano così il nuovo ideale palcoscenico per un assassino che pare muoversi sulle orme  di un fantasma riaffiorato dagli archivi della memoria.
Milano non è un semplice sfondo, ma quasi una presenza per cambiare il volto  degli eventi. La città operosa, frenetica e luminosa lascia progressivamente spazio a un paesaggio quasi spettrale, dominato dal silenzio, dalle ossessive sirene delle ambulanze, dalle strade vuote e dalla paura del contagio. Il virus diventa una seconda minaccia, invisibile quanto il serial killer, e Roversi imposta un parallelismo fra due diverse forme di male, entrambe capaci di modificare radicalmente la vita delle persone. Da una parte un assassino che colpisce donne vulnerabili, dall’altra una pandemia che rende tutti fragili, cancellando certezze e abitudini. Interessante è la riflessione sulla memoria. Attraverso il faticoso recupero dei vecchi fascicoli investigativi, l’autore restituisce voce a vittime ormai dimenticate, ricordando quanto troppo spesso la giustizia non riesca a dare un nome ai colpevoli, mentre il tempo finisce per cancellare anche il ricordo delle vittime, Quasi un sacrosanto omaggio a coloro che la cronaca aveva relegato nell’oblio.
Come sempre, Roversi dimostra una notevole abilità nel governare lo sviluppo della trama. Alterna continui cambi di prospettiva, dissemina false piste, alimenta dubbi e sospetti. Ogni nuovo indizio apre inattesi scenari e costringe il lettore a rimettere in discussione ogni certezza. La tensione cresce pagina dopo pagina fino a un finale sorprendente ma coerente.
E così per non morire conferma la bravura di Paolo Roversi nel coniugare thriller, cronaca e memoria storica. Roversi utilizza una leggenda nera della Milano criminale per raccontare non soltanto la caccia a un serial killer, ma anche il peso dei ricordi, il valore della giustizia e la necessità di non dimenticare. Ne nasce un romanzo, ricco di suspence e di suggestioni, nel quale il passato continua a dialogare con il presente ricordandoci quanto il male sappia mutare forma senza mai estinguersi davvero.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire…

:: La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

2 agosto 2026

La notte del terzo fuoco di Giuseppe Staffa è un thriller storico che immerge le proprie radici nella Roma barocca del 1635, trasformando la Città Eterna in un oscuro labirinto di misteri, superstizioni e giochi di potere. Fin dalle prime pagine il lettore viene trascinato in un’indagine cupa e inquietante, ispirata a fatti allora realmente accaduti, e per i quali  la ricostruzione storica non rappresenta un semplice sfondo, ma si trasforma a pieno titolo  parte integrante della trama.
L’alba del 28 agosto si apre con un’immagine destinata a segnare la memoria: sotto l’Arco di Portogallo viene rinvenuto il corpo orribilmente martoriato di una giovane prostituta. Non è un delitto come gli altri. La violenza dell’omicidio lascia intuire l’esistenza di una mente crudele e metodica, e altri nuovi assassinii alimenteranno il sospetto che Roma sia divenuta il terreno di caccia di un serial killer, inconsueta figura in un romanzo ambientato nel Seicento ma plausibile e perfettamente inserita nella narrazione.
Il protagonista, Giovan Battista Spada, Governatore di Roma, emerge come una figura di grande spessore. Uomo di legge, fedele servitore della Chiesa, possiede un forte senso della giustizia che lo porta a non fermarsi davanti alle opportunità politiche. Staffa lo tratteggia come un uomo  equilibrato, in grado di sorreggere con lucidità di investigatore l’arduo  peso delle responsabilità istituzionali. L’indagine si trasformerà  pertanto anche in un arduo percorso interiore, con  Spada che scoprirà in sé  fragilità e sentimenti nascosti fino ad allora.
Accanto a lui agiscono due fondamentali personaggi. Il notaro Livi, suo principale  collaboratore, fedele e razionale, da sempre rappresenta un indispensabile sostegno nelle fasi più delicate delle inchieste, ed Eleonora Malaspina, una dama di alto lignaggio ridotta quasi in miseria che  aggiunge emotiva profondità alla storia. Non soltanto una presenza sentimentale: la nobildonna dimostrando intelligenza, determinazione e sensibilità, contribuirà  concretamente allo sviluppo delle indagini, offrendo al Governatore un diverso  sguardo sulla realtà che lo circonda.
Tra gli aspetti più riusciti del romanzo figura senz’altro l’ambientazione. La Roma secentesca descritta da Staffa appare viva, pulsante e profondamente contraddittoria. Da una parte si ammirano i ricchi palazzi nobiliari, le chiese monumentali e il fasto della corte pontificia dominata da Urbano VIII e dalla potente famiglia Barberini mentre  dall’altra emergono vicoli maleodoranti, locande malfamate, quartieri popolari e un sottobosco umano fatto di mendicanti, prostitute e reietti. Due mondi che tuttavia si incrociano continuamente, mostrando le profonde disuguaglianze di una società governata dal privilegio.
Ancora più suggestive risultano le sequenze ambientate nelle catacombe. Quel nero e laido dedalo sotterraneo, umido e soffocante, assume quasi  il valore di un autentico personaggio. Tra oscuri cunicoli, tombe dimenticate e opprimenti silenzi, l’autore costruisce pagine ricche di tensione, in  grado di trasmettere un continuo e opprimente senso di pericolo. Anche perché proprio nelle profondità della città, tenute lontano dalla luce e dal potere, che si nascondono le più scomode verità e i grevi segreti destinati a cambiare il corso dell’indagine.
La trama  procede con ritmo sostenuto, alternando intriganti momenti investigativi, ricostruzione storica e suspense psicologica. La ricerca dell’assassino non rappresenta soltanto una corsa contro il tempo, ma diventa il pretesto per raccontare una società afflitta da paura, fanatismo religioso, miseria e ambizioni politiche. Le pressioni esercitate dai Barberini affinché il caso venga risolto in fretta  evidenziano quanto e come il potere tema il disordine più della giustizia.
La scrittura di Giuseppe Staffa si distingue per la capacità di fondere precisione documentaria e ben calibrata tensione narrativa. Le descrizioni sono ricche senza risultare ridondanti, i dialoghi mantengono credibilità storica e la suspense cresce progressivamente fino a un sorprendente epilogo, nel quale ogni tassello troverà  la propria giusta collocazione.
La notte del terzo fuoco si rivela pertanto  un romanzo capace di soddisfare sia gli appassionati di thriller che gli amanti di narrativa storica. L’autore ci fa dono di una Roma affascinante e sinistra, popolata da memorabili figure e percorsa da ombre che sembrano appartenere tanto ai suoi vicoli quanto all’animo umano. Un’indagine avvincente, costruita con intelligenza, che riesce a  dimostrare come il passato possa raccontare anche oggi le più profonde paure dell’essere umano.

Giuseppe Staffa è nato a Roma nel 1973. Già consulente storico e archeologico per la trasmissione televisiva di RAI 3 Cose dell’altro Geo, dal 2014 collabora con le riviste «Focus Storia-Wars». e «Focus Storia». Con la Newton Compton ha pubblicato, tra l’altro, I grandi condottieri del Medioevo, I grandi imperatori, L’incredibile storia del Medioevo e I secoli bui del Medioevo.

:: The dinner party di Freida McFadden (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

8 luglio 2026

Freida McFadden ci sorprende perché stavolta decide di abbandonare il terreno del thriller psicologico tradizionale per cimentarsi in un insolito esperimento narrativo. The Dinner Party non è infatti un romanzo da affrontare seguendo il classico percorso dalla prima all’ultima pagina. È piuttosto un gioco letterario, un omaggio ai noti libri “Scegli la tua avventura”, nel quale il lettore smettendo  di essere solo uno spettatore, diventa il protagonista della storia.
La premessa è semplice ma indispensabile. L’eroina si trova in una disperata situazione: senza denaro, con l’affitto diventato impossibile da pagare e lo spettro dello sfratto sempre più vicino. Poi l’offerta di un amica sembra piovere dal cielo: dovrebbe fare la cameriera durante una cena privata organizzata in una villa isolata sulle montagne di Peyton’s Peak.
Il compenso offerto è talmente generoso da apparire quasi irreale. E proprio questo squilibrio alimenta fin dall’inizio un senso di inquietudine. Se il guadagno è così elevato, il prezzo da pagare sarà solo una serata di lavoro?
Da questo momento tuttavia la storia comincia a cambiare continuamente direzione. E a decidere invece dell’autrice, sarà lettore. Accettare l’incarico oppure rinunciare? Fermarsi per aiutare un autostoppista o proseguire? Imboccare una strada o un’altra? Ogni scelta fatta cambierà radicalmente il corso degli eventi, dando vita a differenti percorsi e a tanti finali possibili. Andando avanti, più che leggere un romanzo, pare di partecipare a una sorta di escape room costruita sulla carta, dove ogni decisione può trasformarsi nella chiave della salvezza oppure nell’anticamera del disastro.
Freida McFadden si diverte a giocare con i cliché del thriller e dell’horror, mescolando suspense, ironia e situazioni volutamente sopra le righe. L’atmosfera si mantiene leggera anche quando il racconto imbocca sentieri decisamente inquietanti. Il registro non segue mai il realismo assoluto, scegliendo subito il gusto del paradosso, dell’assurdo e del continuo colpo di scena. Impostazione che rende la lettura veloce e coinvolgente, evidentemente per chi accetta in partenza di lasciarsi trascinare senza pretendere rigorosa coerenza narrativa.
L’ambientazione contribuisce all’ insieme. La villa sperduta tra le montagne, le strade deserte, il bosco, la sensazione di isolamento e la presenza di enigmatici personaggi fomentano un costante clima di sospetto. Ogni incontro sembra nascondere un pericolo e ogni bivio diventa motivo di dubbio. Il lettore è costantemente portato a chiedersi quale decisione possa evitare il peggio, salvo poi puntualmente scoprire di avere sottovalutato qualcosa.
Naturalmente un congegno di questo tipo comporta dei limiti. La necessità di costruire numerosi percorsi alternativi impedisce di approfondire davvero personaggi e situazioni. Alcuni sviluppi saranno inevitabilmente più convincenti di altri, mentre certi finali appaiono rapidi troppo improvvisi? L’equilibrio fra le varie diramazioni non sempre è perfetto e capita di imbattersi in episodi francamente improbabili. Tuttavia tali difetti appaiono secondari rispetto al contesto della storia, pensato soprattutto per divertire e stuzzicare la curiosità di esplorare le innumerevoli possibilità offerte al lettore/giocatore.
Chi già conosce Freida McFadden ritroverà il gusto per i continui ribaltamenti di prospettiva, pur inseriti in un progetto tanto diverso dai suoi più celebri thriller. Qui l’indagine psicologica passa in secondo piano, sostituita dal gusto della scoperta e dalla continua tentazione di tornare indietro per verificare cosa sarebbe potuto accadere scegliendo un’altra via.
The Dinner Party rappresenta quindi un esperimento narrativo destinato a dividere i lettori. Chi cerca un thriller classico, costruito attorno a un intreccio solido e a personaggi complessi, potrà senz’altro restare spiazzato. Magari quasi arrabbiarsi. Mentre, chi conserva ancora il ricordo dei libri interattivi dell’infanzia o vuole semplicemente vivere un’esperienza diversa dal solito, magari lo troverà un passatempo originale, ricco di humour nero, tensione e imprevedibilità. Non è il migliore libro dell’autrice né il più ambizioso, ma possiede una qualità: trasforma la lettura in un gioco, dimostrando che può essere divertente, ogni tanto, smettere di seguire una storia e provare a sceglierla.

Freida McFadden, autrice bestseller di «New York Times», «Amazon Chart», «USA Today», «Washington Post», «Wall Street Journal», «Publishers Weekly» e «Sunday Times», è un medico e una delle voci più popolari del thriller psicologico contemporaneo. Ha all’attivo numerosi romanzi di enorme successo sia tra la critica che tra i lettori, e si è aggiudicata anche svariati premi, tra cui l’International Thriller Writer Award e il Goodreads Choice Award. Con milioni di copie vendute nel mondo, i suoi libri sono stati tradotti in oltre 45 lingue e opzionati per la realizzazione di film e serie TV. Vive con la sua famiglia e un gatto nero in un’antica casa a tre piani con vista sull’oceano, con scale che scricchiolano e gemono a ogni passo – un luogo dove nessuno potrebbe sentirti se urli… forse. Con la Newton Compton ha pubblicato Una di famiglia (da cui è stato tratto l’omonimo film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried), Nella casa dei segreti, Non mentire, Finché morte non ci separi, La donna della porta accanto, L’insegnante, L’inquilina e The Dinner Party.

:: L’enigma degli Arcani di Sergio Fanucci (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 giugno 2026

Con L’enigma degli Arcani ancora una volta Sergio Fanucci sceglie di coniugare thriller, suspense e cultura. Se con il primo capitolo/episodio della Trilogia degli Enigmi aveva posto solide fondamenta, con questo secondo amplia gli orizzonti, aumenta la tensione e mira a una vicenda  più ambiziosa, nella quale scienza d’avanguardia, simbologia esoterica e giochi di potere internazionale si intrecciano pericolosamente.
L’incipit dispone del fascino delle migliori  grandi occasioni. Nella sontuosa cornice di un salone della Reggia di Versailles, luogo dove per secoli si sono decisi gli equilibri politici del continente, il professor Molina è pronto a presentare una scoperta destinata a rivoluzionare la medicina: una nanotecnologia in grado di sconfiggere il cancro. Una conquista scientifica che potrebbe cambiare la medicina, ma che diverrà immediatamente l’oggetto del desiderio di governi, multinazionali e organizzazioni disposte a tutto pur di impadronirsene. Quando poi, poco dopo, detto scienziato muore in circostanze misteriose, prenderà forma una lunga sequenza di omicidi accomunati da un particolare minacciosamente inquietante: accanto al cadavere di ogni nuova vittima compare un Arcano Maggiore dei tarocchi.
Da questo momento il romanzo accelera. Con ritmo crescente, Sergio Fanucci costruisce una trama complessa, ricca di false piste e colpi di scena, trasformando ogni scoperta in una domanda. Nulla è casuale, ma spesso un dettaglio assume valore pagine dopo. Non si è testimoni degli eventi, ma bisogna interpretarli, magari tornando indietro in caccia di qualche particolare sfuggito.
A rendere più intrigante la trama sono soprattutto le protagoniste: Elisabeth Scorsese e Anna Pareto, due figure ormai complementari. Elisabeth mantiene il temperamento impulsivo e determinato già emerso nel precedente romanzo. Avvocato internazionale di origine italo-americana, porta sulle spalle il peso di una tormentata storia familiare, densa di tradimenti, servizi segreti e rapporti in sospeso. Fragilità nascosta dietro un’apparente sicurezza che la rende lontana dall’immagine dell’infallibile eroina.
Anna Pareto rappresenta invece il volto razionale dell’indagine. Docente di Storia delle religioni, affronta gli enigmi attraverso lo studio dei simboli, delle antiche tradizioni e dei testi sacri. È una donna brillante, pragmatica, divisa tra la vita accademica e quella familiare, capace di trasformare ogni riferimento storico in uno strumento investigativo. Quando si immerge nei suoi appunti per decifrare un codice o interpretare il significato degli Arcani, il lettore vuole collaborare con lei, condividendone dubbi, intuizioni e ragionamenti.
Il rapporto tra le due donne funziona perché nasce da diversità, istinto, logica, esperienza giuridica e conoscenza storica che integrandosi danno vita a una coppia investigativa ben affiatata. Intorno alle due protagoniste poi ruota un cast ricco di personaggi o comprimari che dir si voglia. Agenti dell’Europol, ricercatori, uomini di potere, religiosi e criminali affollano una storia corale nella quale nessuno pare del tutto innocente e in ogni alleanza, la fiducia è merce rara, potrebbe virare al tradimento.
Una delle più azzeccate caratteristiche del romanzo si rivela lo strano equilibrio creato fra elementi apparentemente inconciliabili. Da una parte la bioingegneria, le nanotecnologie e le enormi implicazioni economiche di una scoperta scientifica rivoluzionaria; dall’altra il mondo dei miti egizi, di Iside,  dei tarocchi, degli Arcani Maggiori.
Fanucci tuttavia evitando di trasformare la componente esoterica in decorazione, ne usa i simboli come un codice narrativo, come una chiave interpretativa.
Anche le ambientazioni assumono un ruolo fondamentale. Versailles, Ginevra, Zurigo e le sedi operative dell’Europol non rappresentano semplici scenografie, ma partecipano alla costruzione dell’atmosfera. Il contrasto tra palazzi storici, laboratori ultramoderni e corridoi del potere rafforza la sensazione di trovarsi davanti a una partita globale, nella quale il confine tra progresso scientifico e controllo politico si fa sempre più esile.
L’autore scrive in modo facile ma con precisione. I capitoli brevi alzano la tensione, i continui cambi di prospettiva  tengono vivo l’interesse sull’indagine, intanto che i dialoghi appaiono naturali e la documentazione storica e scientifica ben si integra nella narrazione senza appesantirla.
Secondo capitolo di una (promessa in anticipo) trilogia, L’enigma degli Arcani si dimostra  efficace come  e più di un  thriller. È un romanzo infatti che par voler invitare il lettore a osservare, dedurre, interpretare…
Sergio Fanucci consegna dunque al lettore un nuovo intreccio nel quale suspense, cultura, mistero e tecnologia convivono armoniosamente fino a un finale in grado di sorprendere, lasciando aperte nuove  prospettive.

Sergio Fanucci (1965), figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per Rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici di cui la principale protagonista è l’avvocato italo-americano Elisabeth Scorsese, e il successivo Codice Scriba (2016), cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière (2018). Dopo L’Enigma del Patriarca, con cui inaugura la Trilogia degli Enigmi sempre con Elisabeth Scorsese, è disponibile ora il seguito L’Enigma degli Arcani. Di prossima pubblicazione in questa stessa collana il romanzo che chiude la trilogia, L’Enigma di Horus.

:: La malinconia del tartufo di Orso Tosco (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

26 giugno 2026

La malinconia del tartufo conferma Orso Tosco come una delle voci più originali del noir italiano contemporaneo. Il terzo capitolo dedicato al commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino, non si limita a proporre un’indagine costruita con intelligenza, ma affonda nelle fragilità dell’animo umano, trasformando il mistero in un mezzo per esplorare dolore, memoria, perdita e speranza. Un romanzo in cui il delitto è solo il punto di partenza per un viaggio in grado di mischiare con naturalezza humour, malinconia e riflessione.
Il caso si apre con un omicidio tanto feroce quanto paradossale. Titti Sbrana, pittore novantaduenne più noto per le sue sregolatezze che per le sue opere, viene trovato assassinato con trentanove coltellate nella pacchiana piscina a forma di bocca.
Il primo interrogativo tuttavia, non concerne chi sia il suo assassino. Ma e soprattutto perché. Perché infatti far fuori un uomo che aveva già dichiarato pubblicamente di voler ricorrere al suicidio assistito nel giro di poche settimane? Apparentemente una contraddizione che darà il via a una rocambolesca indagine atta a sfatare ogni certezza.
Anche stavolta il fulcro della storia è Gualtiero Bova, uno dei commissari più stravaganti ma affascinanti e anticonvenzionali della narrativa italiana. Geniale, disordinato, istintivo, incapace di adattarsi alle regole, tratta ogni caso in un modo che parrebbe privo di logica, e…poi però funziona Le sue percezioni nascono da qualcosa di suo che ben si lega con il suo tran tran dominato da bizzarre abitudini. Dietro quell’apparente caos si nasconde tuttavia un uomo intimamente ferito. Da otto anni vive vicino ad Ada, la donna amata, imprigionata in un coma che sembra sospendere il tempo. Fatto personale che avrà maggior peso nel corso della narrazione, quando un’imprevedibile notizia metterà in gioco il suo equilibrio emotivo. Tosco ne scrive senza ricorrere al sentimentalismo, con piccoli gesti, silenzi e considerazioni del suo protagonista.
Accanto a lui ritroviamo la sua improbabile ma irresistibile squadra investigativa. Listeddu, Falesca e Raviola non incarnano certo il modello del perfetto poliziotto ma quello di persone con debolezze e manie, in grado di regalare ai lettori momenti di leggerezza senza compromettere la tensione narrativa. Dominante poi anche stavolta la bassotta Gilda Gildina. Nel rapporto tra il commissario e la sua inseparabile cagnetta si nota vera tenerezza. Insomma con lei Bova può lasciarsi andare. E forse pian piano lo potrà fare anche con la Olivia Montenotte.
Scopriremo in Titti Sbrana, l’arzillo novantaduenne accoltellato, un personaggio sfaccettato. Lungi dall’essere soltanto la vittima dell’omicidio, continua a dominare la scena attraverso il ricordo di chi lo ha conosciuto, gli enigmi custoditi nelle sue opere e i segreti nascosti dietro una lunga esistenza vissuta senza compromessi. Pagina dopo pagina la sua figura si rivela molto più complessa di quanto lasci immaginare e la fama di artista eccentrico e provocatore e il confine tra genialità, narcisismo e oscurità, si fa sempre più sottile.
Attraverso l’indagine Orso Tosco osserva con sguardo ironico il mondo dell’arte contemporanea. E lo descrive con sottile vena satirica, mostrando quanto spesso dietro il prestigio si celino meschinità e opportunismi. Galleristi, critici, collezionisti e artisti popolano un ambiente affollato da rivalità, smisurate ambizioni e continue finzioni.
Lo stile di Orso Tosco continua a distinguersi per una personalità immediatamente riconoscibile. La scrittura, curata, coinvolgente e capace di sorprendere senza risultare artificiosa, alterna dialoghi brillanti, riflessioni poetiche e improvvisi cambi di registro, passando con naturalezza dall’umorismo alla malinconia, dalla leggerezza alla tensione.
Il titolo poi custodisce il significato più profondo dell’opera. La malinconia del tartufo diventa metafora di tutto ciò che vive nascosto sotto la superficie: sentimenti inespressi, dolori mai elaborati, verità sepolte e invisibili bellezze. Proprio come il prezioso fungo cresce nell’oscurità della terra, anche i protagonisti sembrano costretti a confrontarsi con le proprie zone d’ombra prima di intravedere una possibilità di rinascita.
Con questo terzo capitolo, Orso Tosco consolida ancor più la forza narrativa della serie dedicata al Pinguino. La malinconia del tartufo è un noir atipico, raffinato e profondamente umano, nel quale l’indagine criminale convive con una delicata riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Un romanzo ricco di personaggi memorabili, ambientazioni evocative e dialoghi capaci di alternare ironia a grande poesia, destinato a soddisfare chi cerca non soltanto un ottimo giallo, ma anche una storia in grado di lasciare il segno.

Orso Tosco Scrittore e sceneggiatore, è nato a Ospedaletti nel 1982. Ha pubblicato racconti, romanzi e poesie. Tra i suoi libri ricordiamo London voodoo (minimum fax, 2022) e Nanga Parbat. L’ossessione e la montagna nuda (66THAND2ND, 2023).Per Rizzoli ha pubblicato L’ultimo pinguino delle Langhe, il primo capitolo della serie noir con protagonista il commissario Bova, con cui ha vinto il prestigioso Premio Scerbanenco del 2024, La controra del Barolo (2025) e ora La malinconia del tartufo.

:: Non esiste alcun destino di Roberto Pegorini (Todaro 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2026

Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini scrive il capitolo più intenso e sofferto della serie dedicata all’ispettore Valerio Giusti. Un romanzo ad alta tensione che si sviluppa nell’arco di appena settantadue ore, ma riesce a contenere molto di più di un’indagine e in cui riesce a fondere thriller, noir e analisi psicologica in un convincente equilibrio, mantenendo sempre alta la credibilità dei personaggi. Un viaggio nelle zone d’ombra della coscienza, là dove il senso del dovere si scontra con i sentimenti e ogni decisione può cambiare irrimediabilmente una vita.
Fin dall’inizio il lettore deve calarsi in una situazione estrema. Una lettera anonima consegnata in commissariato apre una frattura incontrollabile : Martina, donna che ha avuto un ruolo importante nella vita di Valerio Giusti, è stata sequestrata. I rapitori gli concedono pochissimo tempo e impongono delle condizioni che rischiano di demolire tutto quanto conta per lui. Per un uomo che ha costruito la propria identità professionale sull’integrità, sull’onestà e sul rispetto della giustizia, la scelta tra salvare chi si ama o restare fedele alla legge diventa straziante.
Roberto Pegorini manovra questo conflitto morale con grande abilità. Giusti non si comporta da poliziotto infallibile, ma da uomo costretto a confrontarsi con se stesso e la propria coscienza. Pur continuando a essere lo stesso personaggio della serie: burbero, spesso scontroso, poco incline alle manifestazioni affettuose, ma dotato di grande sensibilità che emerge soprattutto nei momenti più difficili. Insomma straordinariamente umano. Dietro la sua apparente durezza si nasconde una persona capace di caricarsi sulle spalle il dolore degli altri. Stavolta, però, Giusti esita, è a un bivio. La vicenda lo colpisce nel suo punto più vulnerabile costringendolo a interrogarsi sui limiti della legalità, sul prezzo della coerenza e sul vero significato di giustizia.
Al suo fianco ritroviamo la squadra ormai affiatata e per lui indispensabile. Mirko Bettoni, il celebre “Nerd Gates”, non rappresenta soltanto il genio informatico del gruppo. In questo romanzo acquista maggior  spessore, e urgenza di essere apprezzato. La sua indiscutibile  lealtà verso Giusti diventa uno dei pilastri della storia. David Egger e Melissa Gardini poi, leali aiutanti pronti a rischiare pur di sostenere il loro superiore, mentre spetterà al vicequestore Giuseppe Calvanese il delicato ruolo di mediare tra le esigenze dell’indagine e le pressioni dei vertici  degli inquirenti.
Ben calibrato ed efficace  nella narrazione risulta il rapporto tra questi personaggi. L’autore,  evitando la figura dell’eroe solitario, costruisce un’utile rete di collaborazione, fatta di fiducia, rispetto reciproco e amicizia.
La suspence cresce come in un conto alla rovescia. I capitoli scandiscono il trascorrere delle ore e accrescono la sensazione di urgenza. Ogni minuto sottratto all’indagine può risultare fatale. Si  avverte angosciosamente il peso del tempo che scorre.
Parallelamente alla trama principale, Roberto Pegorini affronta temi di grande attualità: l’incontrollabile mondo dei rave party, l’uso di droghe sempre più pericolose e la vulnerabilità degli adolescenti, tutti elementi di  questa realtà spiegata senza moralismi e senza scorciatoie narrative, con una generazione spesso lasciata da sola ad affrontare enormi rischi. La Milano che fa da sfondo alla storia riflette perfettamente quel contrasto: una metropoli luminosa e moderna in superficie, ma attraversata da profonde spaccature, periferie dimenticate e territori dove fioriscono criminalità e disperazione.
Come nei migliori noir, la città integra la narrazione. Milano respira insieme ai personaggi, ne accompagna gli stati d’animo, quasi come una presenza, esibendo le sue tristi albe con le strade vuote e deserte che offrono solo squallore.
Lo stile di Pegorini si conferma estremamente efficace e punta dritto al cuore della storia. Le scene d’azione diventano dinamiche e cinematografiche, mentre i momenti introspettivi possiedono notevole forza emotiva. Ma il vero nucleo del romanzo resta la riflessione sulle scelte. Il titolo stesso pare una dichiarazione d’intenti. Non esiste un destino prestabilito capace di guidare le nostre vite. Esistono solo decisioni, spesso dolorose, che definiscono ciò che siamo. Ed è proprio quando ogni alternativa sembra sbagliata che emerge la nostra natura.
Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini consegna ai lettori un romanzo  intenso, coinvolgente e singolarmente umano. Un romanzo capace di intrattenere e, allo stesso tempo, di scavare nelle emozioni più profonde dei suoi protagonisti. Una storia che parla di lealtà, amicizia, amore e responsabilità, ricordandoci che il confine tra giusto e sbagliato difficilmente è netto come potremmo credere. Quando poi si arriva alla fine resta solo una domanda difficile da ignorare: quanto saremmo disposti a sacrificare per salvare una persona amata senza tradire noi stessi?

Roberto Pegorini, nato a Milano nel 1969, è laureato in giurisprudenza e giornalista da oltre venticinque anni, specializzato in cronaca nera. Ha collaborato con numerosi quotidiani a tiratura nazionale ed è stato direttore del settimanale locale “inFolio”, nell’est milanese per diversi anni. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Vita a spicchi”. Nel 2014 esce la trilogia che ha come primo capitolo “Cuore apolide”, seguito da “La doppia tela del ragno” e “Nel fondo più profondo”, recentemente ripubblicati con la casa editrice “iDobloni”. Sempre con “iDobloni” pubblica anche “Non sparare” (2025). Con Todaro Editore ha pubblicato “Lo hijab mancante” (2024), “Non esiste alcun destino” (2026) e in e-book il primo volume della serie sull’ispettore Valerio Giusti “Almeno non questa notte”. Ha inoltre partecipato a diverse raccolte di racconti e collabora con iniziative letterarie legate al Covo della Ladra. Conduce, insieme a Mariana Winch Merenghi, la trasmissione social “Una valigia di libri”, in cui si chiacchiera di libri e autori.

:: L’orso della California di Duane Swierczynski, (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

13 giugno 2026

Con L’Orso della California, Duane Swierczynski costruisce un thriller che va ben oltre la classica caccia al serial killer. Certo, c’è un assassino leggendario che torna a infestare gli incubi della California dopo quarant’anni di silenzio, ci sono omicidi, indagini e colpi di scena, ma il fulcro  del romanzo si trova altrove: nei suoi personaggi. Figure imperfette, fragili, spesso ferite dalla vita, in grado tuttavia di conquistare il lettore grazie a una profondità emotiva rara nel panorama del thriller contemporaneo. Fin dalle prime pagine infatti si percepisce la sensazione di trovarsi davanti a una storia nella quale nessuno può essere definito davvero eroe o colpevole. Tutti si portano appresso  un passato ingombrante, una colpa, un rimorso o un’incompleta verità. E sarà proprio questa zona grigia a rendere il romanzo più coinvolgente.
Il primo personaggio che colpisce è senz’altro Jack Queen. Scarcerato dopo anni di prigionia grazie all’intervento dell’ex detective Cato Hightower, dovrebbe finalmente essere un uomo libero. In realtà pare qualcuno incapace di liberarsi delle proprie catene. Swierczynski evita accuratamente il cliché dell’innocente perseguitato dal destino e costruisce invece una figura complessa, tormentata, ambigua. Jack è un uomo che continua a interrogarsi sul passato, sulle sue responsabilità e sulla possibilità di meritare una seconda occasione. La sua umanità risalta soprattutto nei momenti più vulnerabili, quando la rabbia lascia spazio alla paura e alla disperata volontà  di proteggere ciò che gli resta.
Accanto a lui troviamo uno dei personaggi più centrati del romanzo: Cato Hightower. Ex poliziotto di Los Angeles, in apparenza cinico e disilluso, rappresenta la classica figura del detective fuori dagli schemi, ma l’autore riesce a concedergli qualcosa che lo distingue da altri colleghi letterari. Cato vive sospeso fra il bisogno di fare giustizia e la consapevolezza di aver commesso errori. Dietro l’ironia tagliente e il carattere spigoloso si nasconde un uomo incapace di arrendersi, qualcuno  che continua a battersi anche quando sente di aver perso quasi tutto. Ma la vera perla, l’anima del romanzo è Matilda.
La giovane ragazza detective rappresenta il jolly di Swierczynski. Quattordici anni, una diagnosi di leucemia che incombe come una sentenza e una determinazione fuori dal comune. Sarebbe stato facile farla diventare un personaggio creato per destare compassione. L’autore fa invece una scelta molto più intelligente. Matilda non chiede pietà. Osserva, ragiona, indaga. Combatte.
La sua ricerca della verità sul padre aggiunge alla trama una dimensione tutta sua. Ogni  azione di Matilda assume un peso particolare perché il lettore sa che il tempo potrebbe non stare dalla sua parte. Ciò nondimeno  Matilda affronta tutto con lucidità, sarcasmo e un coraggio che non scivola mai nell’eroismo. È impossibile non affezionarsi a lei. La sua presenza illumina perfino i passaggi più cupi della narrazione e diventa il punto di riferimento in una storia popolata da adulti pieni di contraddizioni.
Molto interessante anche Jeanie Hightower. Genealogista di professione, passa le giornate a ricostruire alberi genealogici e legami familiari, ma non riesce a fare ordine nella propria esistenza. Il contrasto fra lavoro e vita privata rappresenta l’elementi più funzionale  del personaggio. Jeanie è una donna costretta a confrontarsi con rapporti che si sfaldano, omissioni e segreti che rischiano di travolgerla. Attraverso di lei il romanzo riflette sul peso dell’eredità familiare e sulla difficoltà di sfuggire alle conseguenze del passato.
Poi c’è lui, l’Orso. Più che un semplice serial killer, è una costante presenza che aleggia sulla storia. Una leggenda nera che ha superato i decenni, alimentata dalla paura, dal mito e dall’ossessione collettiva. Swierczynski lo utilizza come una forza della natura, qualcosa che sopravvive al trascorrere degli anni e continua a causare terrore. La sua figura diventa il simbolo di un male che non scompare mai e invece resta nascosto nelle pieghe della società, sempre pronto a rispuntare.
Attorno a questi interpreti si sviluppa una Los Angeles oscura e inquieta, lontana dalle immagini patinate del cinema. Una città piena di contraddizioni, luoghi dimenticati, illusioni infrante e verità scomode. Un’ambientazione che accompagna perfettamente una storia nella quale il confine fra vittime e carnefici pare sempre più sfumato.
Con una scrittura facile, capitoli brevi e un ritmo che non concede tregua, Swierczynski costruisce un thriller avvincente ma soprattutto profondamente umano. I colpi di scena funzionano, l’indagine mantiene alta la tensione ma ciò che resta davvero impresso sono i personaggi. Le loro fragilità, i loro errori, la loro ostinazione nel cercare una forma di giustizia in un mondo che sembra averne dimenticato il significato.
L’Orso della California è quindi molto più di un noir su un serial killer. È una storia di padri e figlie, di seconde possibilità, di colpe che sopravvivono al tempo e di persone che continuano a lottare nonostante tutto. Un romanzo sorprendente, capace di dimostrare come, spesso, il mistero più difficile da risolvere non sia quello dietro un omicidio, ma quello nascosto nel cuore degli uomini.

Duane Swierczynski è autore di quindici romanzi, tra cui Expiration Date, Canary, L’orso della California, bestseller del New York Times e nominato due volte all’Edgar Award, oltre che delle graphic novel Breakneck e Redhead. Insieme a James Patterson, Duane ha creato l’Audible Original The Guilty, con John Lithgow e Bryce Dallas Howard, e ha scritto a quattro mani il thriller poliziesco Lion & Lamb. Ha anche scritto oltre 250 fumetti, tra cui Cable, Deadpool, The Immortal Iron Fist, Punisher, Birds of Prey, Bloodshot, Star Wars: Rogue One e The Black Hood. La sua prima raccolta di racconti, Lush & Other Tales of Boozy Mayhem, è stata pubblicata da Cimarron Street Books. Originario di Filadelfia, Duane vive nel sud della California con la sua famiglia.

:: Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni di Naïri Nahapétian (Ediz. Le Assassine 2026) a cura di Patrizia Debicke

10 giugno 2026

Con Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Naïri Nahapétian costruisce un romanzo che va al di là dei confini del noir tradizionale per trasformarsi in un inquietante viaggio dentro le pieghe più oscure della società iraniana contemporanea. Pubblicato da Edizioni Le Assassine, il libro si serve dell’omicidio di un potente magistrato come punto di partenza per raccontare un Paese angosciosamente sospeso tra desiderio di cambiamento e repressione, tra modernità e tradizione, tra speranze individuali e controllo collettivo.
L’ambientazione rappresenta senza dubbio uno degli elementi più intriganti della trama. La Teheran del giugno 2005 emerge dalle pagine con una forza quasi cinematografica. È una città soffocata dal caldo estivo, congestionata dal traffico, percorsa da invisibili ma continue tensioni . Le strade brulicano di vita, i giovani cercano difficili spazi di libertà, mentre sopra ogni gesto e ogni parola incombe l’ombra di un potere sempre pronto a controllare e reprimere. Nahapétian conosce profondamente il mondo che descrive e riesce a restituire al lettore una capitale dalle molteplici anime: moderna e antica, colta e popolare, ribelle e intimorita. Ogni quartiere, ogni ufficio governativo, ogni abitazione privata sembra serbare segreti destinati a rimanere nascosti.
In questo inquietante scenario prende forma il mistero che dà il titolo al romanzo. L’ayatollah Kanuni, giudice temuto e simbolo della repressione del regime, viene trovato morto nel suo ufficio all’interno del Palazzo di Giustizia. La sua morte potrebbe apparire come il classico delitto da risolvere, ma ben presto il lettore capirà che l’identità dell’assassino non rappresenta il vero fulcro della storia. L’omicidio si trasforma invece in una lente attraverso la quale osservare i meccanismi del potere, le rivalità interne al sistema, le contraddizioni di una società in cui la verità viene aggiustata secondo convenienze politiche. A guidarci per questo labirinto saranno due protagonisti ben calibrati. Narek Djamshid, giovane giornalista cresciuto in Francia ma nato in Iran, arrivato a Teheran con l’intenzione di raccontare le imminenti elezioni presidenziali. Il suo viaggio professionale si intreccerà presto con una ricerca più intima e dolorosa: quella delle proprie radici e della verità sulla morte della madre, figura indistinta nei suoi ricordi.
Narek guarda il Paese con uno sguardo duplice, sia interno che esterno. È per nascita figlio di quella terra ma, parimente, ne percepisce la propria estraneità. Attraverso i suoi occhi il lettore scopre una complessa realtà, lontana dagli stereotipi e dalle semplificazioni.
Accanto a lui troviamo Leila Tabihi, personaggio di grande spessore umano. Femminista islamica, donna colta e influente grazie anche al prestigio della sua famiglia, Leila incarna le contraddizioni di una generazione cresciuta nella Rivoluzione e costretta a confrontarsi con gli esiti inattesi di quello storico  cambiamento. Forte e vulnerabile allo stesso tempo, rappresenta una delle figure più interessanti del romanzo. Il rapporto che cresce fra lei e Narek aggiunge ulteriore profondità alla narrazione, offrendo momenti di confronto in grado  di illuminare i diversi aspetti della società iraniana.
Da quando i due verranno arrestati perché presenti nei pressi del luogo del delitto, la vicenda assume toni sempre più cupi. Gli interrogatori, le intimidazioni, il silenzio imposto dalle autorità e la progressiva esclusione della polizia dalle indagini mostrano un sistema che non cerca la verità ma il controllo della narrazione. La diffusione della falsa notizia secondo cui Kanuni sarebbe morto per cause naturali diventa emblematica di un potere che manipola i fatti con disarmante naturalezza. Naïri Nahapétian dimostra grande abilità nel mantenere viva la narrazione senza sacrificare la riflessione politica e sociale. Il ritmo procede con equilibrio, alternando momenti di suspense a passaggi più introspettivi. I colpi di scena non servono solo a sorprendere il lettore, ma contribuiscono a evidenziare l’instabilità di un mondo dove nulla è davvero come appare.
Particolarmente centrata  la raffigurazione dei giovani iraniani, desiderosi di libertà, di confronto con l’Occidente, di un diverso  futuro. Attraverso le loro aspirazioni emerge un Paese che non coincide con il regime che lo governa. Le donne, soprattutto, occupano un ruolo centrale nel racconto. La loro lotta quotidiana contro discriminazioni e limitazioni non viene mai trasformata in slogan, ma raccontata attraverso esperienze concrete e profondamente umane.
Più che un noir politico, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? è il ritratto di una nazione attraversata da profonde fratture. L’autrice usa il linguaggio del giallo per raccontare il peso della censura, la corruzione del potere e il desiderio di cambiamento che continua a sopravvivere. Il risultato è un romanzo intenso e coinvolgente, capace di intrattenere e far riflettere nello stesso tempo.
Alla fine resta la curiosità di conoscere l’identità dell’assassino, ma e soprattutto rimane impressa l’immagine di una Teheran viva, contraddittoria e dolente, popolata da uomini e donne costretti a muoversi in equilibrio tra paura e speranza. Ed è proprio questa capacità di trasformare un’indagine criminale in un affresco sociale a rendere il romanzo di Naïri Nahapétian un’opera attuale e sorprendentemente necessaria.

Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. È ritornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage per diverse riviste francesi. Collabora con Alternative économiques, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.