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:: Non esiste alcun destino di Roberto Pegorini (Todaro 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2026

Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini scrive il capitolo più intenso e sofferto della serie dedicata all’ispettore Valerio Giusti. Un romanzo ad alta tensione che si sviluppa nell’arco di appena settantadue ore, ma riesce a contenere molto di più di un’indagine e in cui riesce a fondere thriller, noir e analisi psicologica in un convincente equilibrio, mantenendo sempre alta la credibilità dei personaggi. Un viaggio nelle zone d’ombra della coscienza, là dove il senso del dovere si scontra con i sentimenti e ogni decisione può cambiare irrimediabilmente una vita.
Fin dall’inizio il lettore deve calarsi in una situazione estrema. Una lettera anonima consegnata in commissariato apre una frattura incontrollabile : Martina, donna che ha avuto un ruolo importante nella vita di Valerio Giusti, è stata sequestrata. I rapitori gli concedono pochissimo tempo e impongono delle condizioni che rischiano di demolire tutto quanto conta per lui. Per un uomo che ha costruito la propria identità professionale sull’integrità, sull’onestà e sul rispetto della giustizia, la scelta tra salvare chi si ama o restare fedele alla legge diventa straziante.
Roberto Pegorini manovra questo conflitto morale con grande abilità. Giusti non si comporta da poliziotto infallibile, ma da uomo costretto a confrontarsi con se stesso e la propria coscienza. Pur continuando a essere lo stesso personaggio della serie: burbero, spesso scontroso, poco incline alle manifestazioni affettuose, ma dotato di grande sensibilità che emerge soprattutto nei momenti più difficili. Insomma straordinariamente umano. Dietro la sua apparente durezza si nasconde una persona capace di caricarsi sulle spalle il dolore degli altri. Stavolta, però, Giusti esita, è a un bivio. La vicenda lo colpisce nel suo punto più vulnerabile costringendolo a interrogarsi sui limiti della legalità, sul prezzo della coerenza e sul vero significato di giustizia.
Al suo fianco ritroviamo la squadra ormai affiatata e per lui indispensabile. Mirko Bettoni, il celebre “Nerd Gates”, non rappresenta soltanto il genio informatico del gruppo. In questo romanzo acquista maggior  spessore, e urgenza di essere apprezzato. La sua indiscutibile  lealtà verso Giusti diventa uno dei pilastri della storia. David Egger e Melissa Gardini poi, leali aiutanti pronti a rischiare pur di sostenere il loro superiore, mentre spetterà al vicequestore Giuseppe Calvanese il delicato ruolo di mediare tra le esigenze dell’indagine e le pressioni dei vertici  degli inquirenti.
Ben calibrato ed efficace  nella narrazione risulta il rapporto tra questi personaggi. L’autore,  evitando la figura dell’eroe solitario, costruisce un’utile rete di collaborazione, fatta di fiducia, rispetto reciproco e amicizia.
La suspence cresce come in un conto alla rovescia. I capitoli scandiscono il trascorrere delle ore e accrescono la sensazione di urgenza. Ogni minuto sottratto all’indagine può risultare fatale. Si  avverte angosciosamente il peso del tempo che scorre.
Parallelamente alla trama principale, Roberto Pegorini affronta temi di grande attualità: l’incontrollabile mondo dei rave party, l’uso di droghe sempre più pericolose e la vulnerabilità degli adolescenti, tutti elementi di  questa realtà spiegata senza moralismi e senza scorciatoie narrative, con una generazione spesso lasciata da sola ad affrontare enormi rischi. La Milano che fa da sfondo alla storia riflette perfettamente quel contrasto: una metropoli luminosa e moderna in superficie, ma attraversata da profonde spaccature, periferie dimenticate e territori dove fioriscono criminalità e disperazione.
Come nei migliori noir, la città integra la narrazione. Milano respira insieme ai personaggi, ne accompagna gli stati d’animo, quasi come una presenza, esibendo le sue tristi albe con le strade vuote e deserte che offrono solo squallore.
Lo stile di Pegorini si conferma estremamente efficace e punta dritto al cuore della storia. Le scene d’azione diventano dinamiche e cinematografiche, mentre i momenti introspettivi possiedono notevole forza emotiva. Ma il vero nucleo del romanzo resta la riflessione sulle scelte. Il titolo stesso pare una dichiarazione d’intenti. Non esiste un destino prestabilito capace di guidare le nostre vite. Esistono solo decisioni, spesso dolorose, che definiscono ciò che siamo. Ed è proprio quando ogni alternativa sembra sbagliata che emerge la nostra natura.
Con “Non esiste alcun destino”, Roberto Pegorini consegna ai lettori un romanzo  intenso, coinvolgente e singolarmente umano. Un romanzo capace di intrattenere e, allo stesso tempo, di scavare nelle emozioni più profonde dei suoi protagonisti. Una storia che parla di lealtà, amicizia, amore e responsabilità, ricordandoci che il confine tra giusto e sbagliato difficilmente è netto come potremmo credere. Quando poi si arriva alla fine resta solo una domanda difficile da ignorare: quanto saremmo disposti a sacrificare per salvare una persona amata senza tradire noi stessi?

Roberto Pegorini, nato a Milano nel 1969, è laureato in giurisprudenza e giornalista da oltre venticinque anni, specializzato in cronaca nera. Ha collaborato con numerosi quotidiani a tiratura nazionale ed è stato direttore del settimanale locale “inFolio”, nell’est milanese per diversi anni. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Vita a spicchi”. Nel 2014 esce la trilogia che ha come primo capitolo “Cuore apolide”, seguito da “La doppia tela del ragno” e “Nel fondo più profondo”, recentemente ripubblicati con la casa editrice “iDobloni”. Sempre con “iDobloni” pubblica anche “Non sparare” (2025). Con Todaro Editore ha pubblicato “Lo hijab mancante” (2024), “Non esiste alcun destino” (2026) e in e-book il primo volume della serie sull’ispettore Valerio Giusti “Almeno non questa notte”. Ha inoltre partecipato a diverse raccolte di racconti e collabora con iniziative letterarie legate al Covo della Ladra. Conduce, insieme a Mariana Winch Merenghi, la trasmissione social “Una valigia di libri”, in cui si chiacchiera di libri e autori.

:: L’orso della California di Duane Swierczynski, (Time Crime, 2026) a cura di Patrizia Debicke

13 giugno 2026

Con L’Orso della California, Duane Swierczynski costruisce un thriller che va ben oltre la classica caccia al serial killer. Certo, c’è un assassino leggendario che torna a infestare gli incubi della California dopo quarant’anni di silenzio, ci sono omicidi, indagini e colpi di scena, ma il fulcro  del romanzo si trova altrove: nei suoi personaggi. Figure imperfette, fragili, spesso ferite dalla vita, in grado tuttavia di conquistare il lettore grazie a una profondità emotiva rara nel panorama del thriller contemporaneo. Fin dalle prime pagine infatti si percepisce la sensazione di trovarsi davanti a una storia nella quale nessuno può essere definito davvero eroe o colpevole. Tutti si portano appresso  un passato ingombrante, una colpa, un rimorso o un’incompleta verità. E sarà proprio questa zona grigia a rendere il romanzo più coinvolgente.
Il primo personaggio che colpisce è senz’altro Jack Queen. Scarcerato dopo anni di prigionia grazie all’intervento dell’ex detective Cato Hightower, dovrebbe finalmente essere un uomo libero. In realtà pare qualcuno incapace di liberarsi delle proprie catene. Swierczynski evita accuratamente il cliché dell’innocente perseguitato dal destino e costruisce invece una figura complessa, tormentata, ambigua. Jack è un uomo che continua a interrogarsi sul passato, sulle sue responsabilità e sulla possibilità di meritare una seconda occasione. La sua umanità risalta soprattutto nei momenti più vulnerabili, quando la rabbia lascia spazio alla paura e alla disperata volontà  di proteggere ciò che gli resta.
Accanto a lui troviamo uno dei personaggi più centrati del romanzo: Cato Hightower. Ex poliziotto di Los Angeles, in apparenza cinico e disilluso, rappresenta la classica figura del detective fuori dagli schemi, ma l’autore riesce a concedergli qualcosa che lo distingue da altri colleghi letterari. Cato vive sospeso fra il bisogno di fare giustizia e la consapevolezza di aver commesso errori. Dietro l’ironia tagliente e il carattere spigoloso si nasconde un uomo incapace di arrendersi, qualcuno  che continua a battersi anche quando sente di aver perso quasi tutto. Ma la vera perla, l’anima del romanzo è Matilda.
La giovane ragazza detective rappresenta il jolly di Swierczynski. Quattordici anni, una diagnosi di leucemia che incombe come una sentenza e una determinazione fuori dal comune. Sarebbe stato facile farla diventare un personaggio creato per destare compassione. L’autore fa invece una scelta molto più intelligente. Matilda non chiede pietà. Osserva, ragiona, indaga. Combatte.
La sua ricerca della verità sul padre aggiunge alla trama una dimensione tutta sua. Ogni  azione di Matilda assume un peso particolare perché il lettore sa che il tempo potrebbe non stare dalla sua parte. Ciò nondimeno  Matilda affronta tutto con lucidità, sarcasmo e un coraggio che non scivola mai nell’eroismo. È impossibile non affezionarsi a lei. La sua presenza illumina perfino i passaggi più cupi della narrazione e diventa il punto di riferimento in una storia popolata da adulti pieni di contraddizioni.
Molto interessante anche Jeanie Hightower. Genealogista di professione, passa le giornate a ricostruire alberi genealogici e legami familiari, ma non riesce a fare ordine nella propria esistenza. Il contrasto fra lavoro e vita privata rappresenta l’elementi più funzionale  del personaggio. Jeanie è una donna costretta a confrontarsi con rapporti che si sfaldano, omissioni e segreti che rischiano di travolgerla. Attraverso di lei il romanzo riflette sul peso dell’eredità familiare e sulla difficoltà di sfuggire alle conseguenze del passato.
Poi c’è lui, l’Orso. Più che un semplice serial killer, è una costante presenza che aleggia sulla storia. Una leggenda nera che ha superato i decenni, alimentata dalla paura, dal mito e dall’ossessione collettiva. Swierczynski lo utilizza come una forza della natura, qualcosa che sopravvive al trascorrere degli anni e continua a causare terrore. La sua figura diventa il simbolo di un male che non scompare mai e invece resta nascosto nelle pieghe della società, sempre pronto a rispuntare.
Attorno a questi interpreti si sviluppa una Los Angeles oscura e inquieta, lontana dalle immagini patinate del cinema. Una città piena di contraddizioni, luoghi dimenticati, illusioni infrante e verità scomode. Un’ambientazione che accompagna perfettamente una storia nella quale il confine fra vittime e carnefici pare sempre più sfumato.
Con una scrittura facile, capitoli brevi e un ritmo che non concede tregua, Swierczynski costruisce un thriller avvincente ma soprattutto profondamente umano. I colpi di scena funzionano, l’indagine mantiene alta la tensione ma ciò che resta davvero impresso sono i personaggi. Le loro fragilità, i loro errori, la loro ostinazione nel cercare una forma di giustizia in un mondo che sembra averne dimenticato il significato.
L’Orso della California è quindi molto più di un noir su un serial killer. È una storia di padri e figlie, di seconde possibilità, di colpe che sopravvivono al tempo e di persone che continuano a lottare nonostante tutto. Un romanzo sorprendente, capace di dimostrare come, spesso, il mistero più difficile da risolvere non sia quello dietro un omicidio, ma quello nascosto nel cuore degli uomini.

Duane Swierczynski è autore di quindici romanzi, tra cui Expiration Date, Canary, L’orso della California, bestseller del New York Times e nominato due volte all’Edgar Award, oltre che delle graphic novel Breakneck e Redhead. Insieme a James Patterson, Duane ha creato l’Audible Original The Guilty, con John Lithgow e Bryce Dallas Howard, e ha scritto a quattro mani il thriller poliziesco Lion & Lamb. Ha anche scritto oltre 250 fumetti, tra cui Cable, Deadpool, The Immortal Iron Fist, Punisher, Birds of Prey, Bloodshot, Star Wars: Rogue One e The Black Hood. La sua prima raccolta di racconti, Lush & Other Tales of Boozy Mayhem, è stata pubblicata da Cimarron Street Books. Originario di Filadelfia, Duane vive nel sud della California con la sua famiglia.

:: Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni di Naïri Nahapétian (Ediz. Le Assassine 2026) a cura di Patrizia Debicke

10 giugno 2026

Con Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Naïri Nahapétian costruisce un romanzo che va al di là dei confini del noir tradizionale per trasformarsi in un inquietante viaggio dentro le pieghe più oscure della società iraniana contemporanea. Pubblicato da Edizioni Le Assassine, il libro si serve dell’omicidio di un potente magistrato come punto di partenza per raccontare un Paese angosciosamente sospeso tra desiderio di cambiamento e repressione, tra modernità e tradizione, tra speranze individuali e controllo collettivo.
L’ambientazione rappresenta senza dubbio uno degli elementi più intriganti della trama. La Teheran del giugno 2005 emerge dalle pagine con una forza quasi cinematografica. È una città soffocata dal caldo estivo, congestionata dal traffico, percorsa da invisibili ma continue tensioni . Le strade brulicano di vita, i giovani cercano difficili spazi di libertà, mentre sopra ogni gesto e ogni parola incombe l’ombra di un potere sempre pronto a controllare e reprimere. Nahapétian conosce profondamente il mondo che descrive e riesce a restituire al lettore una capitale dalle molteplici anime: moderna e antica, colta e popolare, ribelle e intimorita. Ogni quartiere, ogni ufficio governativo, ogni abitazione privata sembra serbare segreti destinati a rimanere nascosti.
In questo inquietante scenario prende forma il mistero che dà il titolo al romanzo. L’ayatollah Kanuni, giudice temuto e simbolo della repressione del regime, viene trovato morto nel suo ufficio all’interno del Palazzo di Giustizia. La sua morte potrebbe apparire come il classico delitto da risolvere, ma ben presto il lettore capirà che l’identità dell’assassino non rappresenta il vero fulcro della storia. L’omicidio si trasforma invece in una lente attraverso la quale osservare i meccanismi del potere, le rivalità interne al sistema, le contraddizioni di una società in cui la verità viene aggiustata secondo convenienze politiche. A guidarci per questo labirinto saranno due protagonisti ben calibrati. Narek Djamshid, giovane giornalista cresciuto in Francia ma nato in Iran, arrivato a Teheran con l’intenzione di raccontare le imminenti elezioni presidenziali. Il suo viaggio professionale si intreccerà presto con una ricerca più intima e dolorosa: quella delle proprie radici e della verità sulla morte della madre, figura indistinta nei suoi ricordi.
Narek guarda il Paese con uno sguardo duplice, sia interno che esterno. È per nascita figlio di quella terra ma, parimente, ne percepisce la propria estraneità. Attraverso i suoi occhi il lettore scopre una complessa realtà, lontana dagli stereotipi e dalle semplificazioni.
Accanto a lui troviamo Leila Tabihi, personaggio di grande spessore umano. Femminista islamica, donna colta e influente grazie anche al prestigio della sua famiglia, Leila incarna le contraddizioni di una generazione cresciuta nella Rivoluzione e costretta a confrontarsi con gli esiti inattesi di quello storico  cambiamento. Forte e vulnerabile allo stesso tempo, rappresenta una delle figure più interessanti del romanzo. Il rapporto che cresce fra lei e Narek aggiunge ulteriore profondità alla narrazione, offrendo momenti di confronto in grado  di illuminare i diversi aspetti della società iraniana.
Da quando i due verranno arrestati perché presenti nei pressi del luogo del delitto, la vicenda assume toni sempre più cupi. Gli interrogatori, le intimidazioni, il silenzio imposto dalle autorità e la progressiva esclusione della polizia dalle indagini mostrano un sistema che non cerca la verità ma il controllo della narrazione. La diffusione della falsa notizia secondo cui Kanuni sarebbe morto per cause naturali diventa emblematica di un potere che manipola i fatti con disarmante naturalezza. Naïri Nahapétian dimostra grande abilità nel mantenere viva la narrazione senza sacrificare la riflessione politica e sociale. Il ritmo procede con equilibrio, alternando momenti di suspense a passaggi più introspettivi. I colpi di scena non servono solo a sorprendere il lettore, ma contribuiscono a evidenziare l’instabilità di un mondo dove nulla è davvero come appare.
Particolarmente centrata  la raffigurazione dei giovani iraniani, desiderosi di libertà, di confronto con l’Occidente, di un diverso  futuro. Attraverso le loro aspirazioni emerge un Paese che non coincide con il regime che lo governa. Le donne, soprattutto, occupano un ruolo centrale nel racconto. La loro lotta quotidiana contro discriminazioni e limitazioni non viene mai trasformata in slogan, ma raccontata attraverso esperienze concrete e profondamente umane.
Più che un noir politico, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? è il ritratto di una nazione attraversata da profonde fratture. L’autrice usa il linguaggio del giallo per raccontare il peso della censura, la corruzione del potere e il desiderio di cambiamento che continua a sopravvivere. Il risultato è un romanzo intenso e coinvolgente, capace di intrattenere e far riflettere nello stesso tempo.
Alla fine resta la curiosità di conoscere l’identità dell’assassino, ma e soprattutto rimane impressa l’immagine di una Teheran viva, contraddittoria e dolente, popolata da uomini e donne costretti a muoversi in equilibrio tra paura e speranza. Ed è proprio questa capacità di trasformare un’indagine criminale in un affresco sociale a rendere il romanzo di Naïri Nahapétian un’opera attuale e sorprendentemente necessaria.

Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. È ritornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage per diverse riviste francesi. Collabora con Alternative économiques, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.

:: Il caso non è chiuso di Luigi Guicciardi (Damster 2026) di Patrizia Debicke

5 giugno 2026

Ci sono romanzi gialli che costruiscono la tensione attraverso l’azione e altri che, invece, scavano lentamente, lasciando emergere il marcio nascosto dietro la facciata rassicurante della normalità. Luigi Guicciardi, con questo nuovo capitolo dedicato al commissario Cataldo, sceglie la seconda strada e lo fa con una lucidità narrativa in grado  di trasformare una vicenda apparentemente lineare in un viaggio cupo dentro le menzogne familiari, nei silenzi e nelle ombre che abitano ogni casa.
Fin dalle prime pagine aleggia una sensazione quasi indefinibile. La famiglia Rubino sembra incarnare la perfezione borghese della provincia emiliana: Franco è un consulente aziendale rispettato, Aida una moglie discreta, Melissa studia maluccio ma è una giovane vitale influencer, Santiago un ragazzino introverso molto promettente nel calcio, mentre la piccola Betty rappresenta l’innocenza, il centro attorno al quale ruota la famiglia. Ma Guicciardi insinuando un dubbio sottile, fa capire al lettore che sotto quella serenità si cela qualcosa di irrisolto, pronto a esplodere!
L’autore lavora sull’ambientazione modenese, mai semplice sfondo ma presenza concreta, viva, quasi soffocante nella sua apparente tranquillità. Le strade ordinate, le abitudini della provincia, i sereni ritmi quotidiani diventano il terreno ideale per amplificare il contrasto con l’orrore che lentamente emerge. In questo contesto ogni gesto sembra assumere un altro peso, ogni sguardo può trasformarsi in indizio e ogni parola detta o taciuta assume pericolosa ambiguità.
Il rapimento della piccola Betty spezza brutalmente l’equilibrio e imprime al romanzo una fortissima accelerazione. Guicciardi evita però gli artifici spettacolari, costruendo un’indagine che vive soprattutto di tensione psicologica. La richiesta di un modesto riscatto appare subito anomala, quasi stonata rispetto alla drammaticità dell’evento. Ed è proprio questa discrepanza a rendere il caso così disturbante. Nulla sembra combaciare. Ogni elemento appare un tantino fuori posto.
Il commissario resta un punto di forza della serie, più maturo, segnato dal tempo e dalla vita familiare, con figli ormai grandi e un bagaglio umano che lo rende più credibile e vicino al lettore. Non è il classico investigatore geniale e infallibile: Cataldo osserva, dubita, riflette, si lascia guidare dall’istinto ma soprattutto dall’esperienza. Ed è proprio quella memoria del dolore umano a impedirgli di archiviare il caso troppo in fretta.
Bellissimo il rapporto con la squadra, guidata dall’inossidabile De Pasquale, presenza solida e rassicurante capace di dare equilibrio all’indagine. I dialoghi tra i personaggi risultano naturali, mai artificiosi, e contribuiscono a creare quella dimensione corale che rende la narrazione estremamente fluida. Guicciardi sa orchestrare bene i tempi dell’inchiesta: dissemina dubbi, apre piste, costruisce sospetti senza mai perdere il controllo del ritmo narrativo. Ma la vera forza del romanzo emerge dopo il ritrovamento della bambina. In un giallo tradizionale quello sarebbe il momento della liberazione, il punto nel quale il lettore può finalmente respirare. Qui invece diventa l’inizio della parte più oscura e disturbante della storia. Cataldo percepisce immediatamente una stonatura, un dettaglio sufficiente a incrinare la rassicurante conclusione del caso. Quando poi arrivano le due morti, il romanzo cambia pelle e precipita.
Guicciardi ci mostra come sia fragile il concetto di normalità. Dietro le famiglie perfette si nascondono spesso profonde fratture, desideri inconfessabili, ossessioni e segreti capaci di divorare ogni cosa. La citazione pirandelliana evocata nel romanzo: “non credere a nessuno, perché nessuno è come credi che sia” diventa il cuore della vicenda. Ogni personaggio indossa una maschera e il lettore è  spinto a interrogarsi quanto davvero conosca le persone che gli stanno vicino.
Il libro si esalta proprio in questo senso di inquietudine crescente. Non è un thriller costruito soltanto sulla ricerca del colpevole, ma una storia che mette a nudo il lato più oscuro dei rapporti umani. Alcune verità, quando emergono, non liberano: devastano. E il finale lascia addosso un disagio autentico, quasi fisico.  Guicciardi infatti  non concede facili consolazioni né rassicuranti redenzioni. Un romanzo amaro e profondamente umano, capace di trascinare il lettore fino all’ultima pagina lasciandogli addosso una sensazione persistente di inquietudine. E forse è proprio questa la sua migliore qualità: ricordarci che i mostri più pericolosi raramente hanno un volto riconoscibile, perché siedono già vicino a noi, nascosti dentro l’illusione rassicurante della normalità.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori. Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: 59 minuti per morire di Holly Seddon (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 Maggio 2026

Ci sono romanzi che costruiscono la tensione lentamente, insinuandosi con pazienza nella mente del lettore. E poi esistono libri come 59 minuti per morire di Holly Seddon, capaci di spalancare il baratro già nelle prime pagine e costringerti a guardarci dentro senza possibilità di fuga. Qui il tempo non è soltanto uno sfondo narrativo: diventa materia viva, una lama puntata contro ogni personaggio, un conto alla rovescia che scandisce il disfacimento progressivo della normalità. Cinquantanove minuti. Poco meno di un’ora per affrontare l’idea della fine.
L’Inghilterra è sul punto di essere colpita da missili nucleari. Un messaggio che viene trasmesso all’improvviso, interrompendo la routine di milioni di persone ingiunge: cercare immediatamente riparo. Da quell’istante il romanzo cambia pelle e si trasforma in una corsa disperata attraverso strade congestionate, stazioni nel caos, città paralizzate dal panico. L’atmosfera è claustrofobica, soffocante, costruita con precisione quasi chirurgica. Non ci sono eroi invincibili né figure salvifiche: solo esseri umani messi davanti alla paura.
Holly Seddon sceglie di raccontare l’apocalisse attraverso tre donne molto diverse tra loro, e proprio questa sua decisione rende il romanzo così potente. Carrie è una giovane madre pronta a tutto pur di raggiungere la figlia. Ogni sua pagina pulsa di angoscia, di amore feroce, di quella lucida disperazione che nasce quando il tempo si restringe e ogni secondo diventa prezioso. Il lettore sente l’angoscia che taglia il fiato, il peso dei ricordi mentre il mondo rischia di crollare. Carrie non combatte soltanto contro l’imminente catastrofe, ma anche contro il terrore di non farcela ad arrivare in tempo.
Frankie, invece, rappresenta la fragilità improvvisa delle illusioni. La sua vacanza romantica si trasforma in un incubo, e attraverso di lei emerge uno degli aspetti più inquietanti del romanzo: la rapidità con cui la civiltà può incrinarsi. Nel caos dell’emergenza affiora il lato peggiore dell’essere umano, quello dominato dall’egoismo, dalla violenza e dalla sopraffazione. Eppure l’autrice evita sempre il sensazionalismo gratuito. Non cerca di scioccare il lettore con effetti artificiosi: preferisce mostrare reazioni credibili, dolorosamente realistiche.
Poi c’è Mrs Dabb, il personaggio forse più misterioso e complesso. La sua ricerca della figlia adolescente Bunny aggiunge alla storia una dimensione quasi ossessiva, fatta di segreti e silenzi. Intorno a lei aleggia una continua ambiguità: a tratti persino inquietante. Holy Seddon dosa con abilità le informazioni sul suo passato, lasciando emergere lentamente le ferite nascoste dietro la sua apparente durezza.
La forza del romanzo sta proprio nell’umanità dei personaggi. L’attacco imminente non li trasforma in figure straordinarie: li spoglia. Via le convenzioni sociali, via le maschere quotidiane. Restano l’istinto di sopravvivenza, la paura di morire soli, il bisogno disperato di proteggere qualcuno. L’autrice osserva tutto questo con uno sguardo lucido, quasi crudele. Non giudica mai i suoi protagonisti, non distribuisce assoluzioni o condanne. Mostra soltanto quanto sia sottile il confine tra altruismo e brutalità quando il tempo possa ridursi  a un conto alla rovescia.
La scrittura accompagna perfettamente questa continua tensione. Rapida, visiva, nervosa, trascina il lettore dentro una narrazione dalla quale è difficile prendere distanza. Le scene sembrano illuminate da una luce fredda, livida, come se il mondo intero fosse sospeso nell’attesa della detonazione. Eppure, dentro il caos, Holly Seddon riesce a mantenere viva una forte dimensione emotiva. Ogni personaggio porta con sé una storia precedente alla crisi, e proprio poste sotto pressione quelle esistenze rivelano le loro crepe più profonde.
Molto efficace anche la gestione dei colpi di scena, inseriti senza forzature. Alcuni passaggi sorprendono davvero perché nascono in modo naturale dall’evoluzione psicologica dei protagonisti. Il lettore finisce così per oscillare continuamente tra speranza e sconforto, tifando per personaggi imperfetti ma autentici.
Un ritmo serrato domina quasi tutta la storia, anche se nelle ultime pagine si avverte un leggero rallentamento. Il finale appare più dilatato rispetto alla feroce tensione mantenuta fino a quel momento, e forse è una scelta voluta: dopo l’adrenalina arriva il momento delle conseguenze, del vuoto lasciato dalla paura. E proprio qui il libro trova la sua coerenza emotiva. Holly Seddon non offre una vera consolazione, né una completa catarsi. Lascia addosso inquietudine, domande irrisolte, la sensazione disturbante di aver assistito non soltanto alla possibile fine di un Paese, ma alla messa a nudo dell’animo umano.
59 minuti per morire è un thriller apocalittico, capace di trasformarsi in qualcosa di più profondo: una cruda riflessione  sulla fragilità della civiltà e sull’istinto primordiale che emerge quando tutto vacilla. Un romanzo teso, angosciante e incredibilmente umano, destinato a restare nella mente molto tempo dopo l’ultima pagina.

Holly Seddon, dopo un’infanzia trascorsa tra i paesaggi della campagna inglese, immersa nei libri e nella musica, ha intrapreso la carriera di giornalista e redattrice. Ha vissuto a Londra e Amsterdam, e oggi risiede nel Kent con la sua famiglia. È laureata in Scrittura creativa. La Newton Compton ha pubblicato Testimone silenziosa, Il segreto di Sarah e 59 minuti per morire.

:: Il giardino segreto delle api di Jane Johnson (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

15 Maggio 2026

Nella Cornovaglia più aspra e selvaggia, là dove il vento arriva dall’oceano portando con sé odore di salsedine e di terra bagnata, Il giardino segreto delle api diventa interprete di una storia in grado di mischiare memoria, dolore e appartenenza. È un romanzo, calato in un paesaggio che sembra sospeso fuori dal tempo, in cui la natura non rappresenta solo lo sfondo, ma è presenza quasi sacra, pronta a custodire segreti e verità rimaste insepolte.
La tenuta di Trengrose domina la narrazione. I frutteti, i prati invasi dalle campanule, i sentieri battuti dalla pioggia e il cottage di pietra abitato da Ezra Curnow compongono un fragile microcosmo, minacciato dall’arrivo della modernità. Ezra vive là da sempre. E prima di lui suo padre, suo nonno e le precedenti generazioni della sua famiglia hanno sempre abitato ai margini della proprietà. Per Ezra ogni stagione ha il suo linguaggio: il biancospino in fiore la primavera, le foglie trascinate dal vento in autunno, il silenzio dell’inverno, l’estate con il tepore  accumunate dal ronzio delle api attorno all’arnia. Ogni particolare contribuisce al rapporto fra uomo e natura.
L’incipit è di una straordinaria forza evocativa. Ezra, in piedi davanti alle api, annuncia la morte di Eliza Rosevear secondo il rituale tramandato nei secoli. Copre l’arnia con un drappo nero e parla agli insetti come fossero creature in grado di comprendere il dolore umano. In poche pagine il romanzo chiarisce immediatamente il proprio fulcro narrativo: la memoria delle cose, la continuità fra passato e presente, il rispetto verso una natura considerata parte integrante della vita.
La morte di Eliza rompe l’equilibrio di Tengrose. Senza un testamento, il futuro della tenuta diventa incerto e l’arrivo dei nuovi proprietari trasforma il romanzo in qualcosa di più complesso di una semplice storia famigliare. Toby Hardman, finanziere londinese ambizioso e arrogante, vede nella proprietà soltanto un investimento. Il cottage di Ezra deve diventare un alloggio turistico, i prati un’attrazione per visitatori. In lui si concentra una mentalità predatoria incapace di cogliere il valore autentico dei luoghi. La Cornovaglia, agli occhi di Toby, non è una terra da comprendere ma qualcosa da sfruttare.
Ed è proprio in questo contrasto che il romanzo sviluppa la sua forza. Da una parte Ezra, uomo essenziale, quasi fuori dal tempo, privo di qualunque avidità materiale, dall’altra l’oggi, dominato dal profitto e dalla speculazione. L’autore affronta temi concreti: il turismo invasivo, il costo delle abitazioni, la perdita di tradizioni locali, senza trasformare la narrazione in un manifesto ideologico. Tutto passa attraverso i personaggi, le loro scelte e i loro conflitti.
Ezra è senz’altro la figura più azzeccata. Burbero, ostinato, ironico, vive circondato dagli animali e tratta ogni creatura con rispetto. Dialoga con le api, osserva gli uccelli, accetta la libertà del suo gatto senza pretendere di possederlo. La sua esistenza appare povera solo a chi misura il valore delle cose con il denaro. In realtà Ezra custodisce una invisibile ricchezza: il senso di appartenenza, la memoria della terra, la capacità di riconoscere la bellezza nei gesti più semplici. Ma non è una figura idealizzata. Poco alla volta infatti riemergono le ombre del suo passato, ferite nascoste sotto la superficie del quotidiano. I segreti legati a Trengrose si intrecciano a una dimensione più ampia e dolorosa, in grado di valicare  tre generazioni e di aprire improvvisi squarci sulla guerra e sulla violenza. Alcuni capitoli, ambientati nella Cipro degli anni Cinquanta, introducono improvvisa suspence, in netto contrasto con la quiete della campagna cornica. Sono pagine dure, quasi spiazzanti, ma fondamentali per comprendere.
Molto efficace risulta anche l’evoluzione dei nuovi proprietari, gli Hardman. Inizialmente degli invasori destinati a distruggere l’equilibrio, ma pian piano, lei, Minty e i figli, Dominic e Miranda, finiranno per lasciarsi conquistare dal fascino della tenuta e dalla figura di Ezra. Attraverso il contatto poi con quel paesaggio imparano a guardare il mondo in modo diverso, quasi riscoprendo un’umanità perduta.
L’atmosfera è sempre in sospeso fra realismo e incanto. Per tutto il romanzo aleggia una lieve componente soprannaturale, quasi la terra stessa custodisse le voci del passato. I segreti di Eliza Rosevear emergono lentamente, alimentando una tensione narrativa che accompagna il lettore fino alla fine.
Lo stile nostalgico ben si adatta alla storia. Le descrizioni della Cornovaglia sono ricche di luce, vento, colori e odori. Si percepiscono il rumore delle onde contro le scogliere, il canto degli uccelli al tramonto, il ronzio delle api. È una scrittura che par rallentare il tempo mentre ci invita a osservare, con la sensazione di visitare un luogo abitato da personaggi imperfetti ma vivi. Dentro la storia convivono mistero, memoria, dolore e speranza, in armonioso equilibrio. Il giardino segreto delle api più di un romanzo familiare pare una riflessione sul rapporto fra esseri umani e natura, sul rischio di perdere il legame con i luoghi e sulla illusoria convinzione che tutto possa essere comprato.

Jane Johnson, è una scrittrice e editrice britannica. È l’editor inglese di George R.R. Martin, Robin Hood e Dean Koontz, e per molti anni è stata responsabile editoriale delle opere di J.R.R. Tolkien. È sposata con uno chef berbero e vive tra la Cornovaglia e il Marocco. La Newton Compton ha pubblicato Il giardino segreto delle api.

:: La mossa del granchio di Sandrone Dazieri (Rizzoli 2026) a cura di Patrizia Debicke

12 Maggio 2026

Con La mossa del granchio, Sandrone Dazieri riporta in scena la coppia più tormentata e magnetica del noir italiano contemporaneo: Dante Torre e Colomba Caselli. E lo fa immergendoli in una vicenda cupa, a più livelli, afflitta da ombre che arrivano dal passato e da ferite mai veramente rimarginate. Come suggerisce il titolo un romanzo che avanza di lato come fanno i granchi, per improvvise deviazioni, false piste, inattesi ritorni. Niente è lineare, né  concede tregua. Ciò nondimeno , proprio in questa trasversale costruzione si cela l’attrattiva del libro.
L’atmosfera mantiene un peso fondamentale. Le colline piemontesi, sospese fra nebbie, boschi e paesi forse solo apparentemente tranquilli, si trasformano in  un paesaggio mentale più che che geografico. L’antica chiesetta riemersa dalla frana, con quel cadavere rimasto sepolto per decenni e quel loto stilizzato tracciato sul muro, possiede contemporaneamente qualcosa di sacrale e inquietante. Sandrone Dazieri sfrutta questa ambientazione con grande abilità: il Piemonte rurale e appartato diventa uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato, un luogo in cui i segreti si depositano sotto terra come i corpi e attendono solo qualcuno disposto a riportarli alla luce. Lo scoprire che il cadavere rinvenuto appartiene ad Alba stravolge Dante Torre. Non è solo una vittima: ma il suo primo amore, la donna che lo aveva accolto nella comunità Tarayoga dopo gli orrori del Silo, offrendogli un fragile tentativo di rinascita.
Da quel momento per lui l’indagine smette di essere un lavoro e diventa una discesa personale, un’odissea dentro memorie che Dante avrebbe preferito lasciare sepolte. L’incidente, provocato dal camion che tenta di ucciderlo, imprime subito alla narrazione una brutale accelerazione. Per Dante esiste un solo pensiero: qualcuno vuole fermarlo prima che riesca ad arrivare alla verità.
L’autore fabbrica la tensione con una precisione quasi chirurgica. La trama si allarga progressivamente e dietro la fine di Alba emergono altre sparizioni, altri ex membri della comunità morti in circostanze sospette, mentre sullo sfondo si muovono servizi deviati, manipolazioni e ambigue figure. Alcune dinamiche risultano volutamente intricate, persino contorte, ma fanno parte del gioco narrativo: il lettore viene trascinato in un labirinto dove ogni risposta pone nuove domande e ogni certezza dura pochissimo.
Al centro di tutto, però, restano loro: Dante e Colomba. Due personaggi diversissimi, complementari proprio grazie alle loro fratture. Con Colomba che mantiene quella ostinata lucidità che la rende l’unico vero punto fermo in mezzo al caos. Dante, invece, continua a essere un uomo spezzato, geniale e vulnerabile, sempre perseguitato dai propri fantasmi. Il loro rapporto tanto speciale rappresenta l’anima emotiva del romanzo. Non c’è bisogno di continue dichiarazioni o di sentimentalismi: il loro legame emerge nei silenzi, nella fiducia assoluta, nella capacità di riconoscersi anche quando sembrano lontani anni luce.
Per questo uno dei momenti più intensi sarà quando Dante trova finalmente il coraggio di confessare il sentimento che prova per Colomba. È una dichiarazione sofferta , tardiva, quasi rassegnata, perché la vita della donna pare ormai decisamente orientata altrove, verso Glenn e una possibile normalità in Francia. Ma Dazieri evita qualsiasi soluzione semplice o romantica. L’amore fra Dante e Colomba rimane irregolare, incompleto, trattenuto. Forse proprio per questa impossibilità tanto credibile.
La scrittura di Dazieri conserva la qualità che da anni lo distingue: rapida, visiva, nervosa, ma mai superficiale. Ogni dettaglio può diventare un indizio, ogni dialogo contiene qualcosa che tornerà più tardi. La lettura scorre veloce, forse persino troppo. Tutti i libri della serie dedicata a Dante e Colomba hanno forse un unico difetto: finiscono in fretta. La mossa del granchio ha infatti la capacità rara di inchiodare alle pagine costringendo quasi a rallentare volontariamente il ritmo per assaporare meglio atmosfera e passaggi.
Il finale lascia sospesi, coerente con l’intero romanzo. Non offre chiusure definitive, ma apre piuttosto nuove possibilità e nuovi dubbi sul destino dei protagonisti. Resta la sensazione di aver attraversato una zona oscura e fragile dell’animo umano, dove il passato continua a reclamare il suo prezzo e nessuno può veramente ritenersi in salvo.
Romanzo complesso e profondamente noir, La mossa del granchio conferma ancora una volta la statura narrativa di Dazieri. Un autore capace di intrecciare tensione, introspezione e ritmo senza perdere mai il controllo della storia. E, anche quando la trama si fa volutamente intricata, il lettore continua a seguirlo, perché sa che dentro quel buio troverà personaggi vivi, feriti, indimenticabili.

Sandrone Dazieri (Cremona, 1964) è uno dei maggiori interpreti italiani del noir e del thriller. Inventore della serie di culto del Gorilla, ha pubblicato la Trilogia del Padre tradotta in più di venticinque Paesi. Per Nero Rizzoli ha pubblicato La danza del Gorilla (2019). Il suo ultimo romanzo è Il male che gli uomini fanno (HarperCollins, 2022).

:: Cacciatori di donne di Mickey Spillane (Time Crime 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 Maggio 2026

Il settimo capitolo della saga firmata da Mickey Spillane, Cacciatori di donne, segna un ritorno tanto atteso quanto destabilizzante: quello di Mike Hammer, detective iconico, diventato praticamente irriconoscibile rispetto al passato. Non è più  l’uomo duro e implacabile, in grado di affrontare il crimine con passo sicuro; è una figura crepata, consumata da sette anni di alcol, di rimorsi e di silenzi. La scomparsa di Velda, compagna di lavoro e centrale presenza nella sua vita, ha pesato come una colpa mai elaborata, trasformando l’investigatore in un relitto umano che vaga trascinandosi ai margini del mondo.
L’incipit è potente e pesantemente metaforico: Hammer viene trovato ubriaco in un fosso, immagine che rende con immediata crudezza la sua caduta. Da là prenderà il via una lenta risalita, innescata da un inatteso dettaglio: un nome appena sussurrato da un morente, un indizio che riapre la sua  ferita mai cicatrizzata. Velda potrebbe essere viva. È solo questa possibilità, fragile e incendiaria, a rimettere in moto l’uomo prima ancora del detective, riaccendendo una volontà che sembrava definitivamente spenta.
L’indagine si svilupperà seguendo una traiettoria che mischia noir classico e tensioni da Guerra Fredda. Omicidi eccellenti, un senatore, un agente federale, si intrecceranno con traffici oscuri e vecchie storie che affondano le radici nel passato. Al centro di questo complesso labirinto si staglia una figura quasi mitologica, il “Drago”, killer sovietico che incarna una minaccia tanto concreta quanto simbolica. Spillane amplia il suo orizzonte narrativo, portando Hammer oltre i soliti confini, senza tuttavia tradire l’anima hard-boiled della serie.
L’ambientazione si sviluppa  tra soffocanti interni, strade percorse da una latente violenza e angoscianti atmosfere, dove ogni incontro potrebbe trasformarsi in un agguato. Non c’è spazio per la fiducia: ogni personaggio sembra voler nascondere qualcosa, ogni verità appare provvisoria. In questo scenario si inserisce la presenza di una donna enigmatica, incarnazione della classica femme fatale, figura ambigua e magnetica, capace di orientare e al tempo stesso confondere il percorso del protagonista.
Ma è soprattutto sul piano dei personaggi che il romanzo mostra la sua forza. Hammer domina la scena con una voce che resta incisiva, pur lasciando emergere crepe profonde. Ha perso parte della sua sicurezza, ha smesso di considerarsi invincibile, e per lui  la violenza, pur restando un linguaggio familiare, non possiede più il fascino di un tempo. Ogni suo gesto pare gravato da un nuovo peso, ogni scelta porta con sé il rischio di una resa definitiva. Il rapporto con Velda si carica di una diversa tensione, più dolorosa, più autentica, mentre quello con Pat Chambers si incrina, riflettendo un’amicizia ormai logorata dalle circostanze.
La trama procede con ritmo serrato, quasi implacabile. Gli eventi si susseguono senza tregua, trascinando il lettore in una spirale fatta di scontri, rivelazioni e continui rovesciamenti. A tratti l’intreccio sfiora l’eccesso, spingendosi verso audaci soluzioni, talvolta al limite della credibilità. Eppure è proprio la sua dimensione sopra le righe a conferire al romanzo un’energia particolare, una sorta di brutale vitalità che si avvicina al grottesco e, in alcuni passaggi, richiama la velocità visiva del fumetto.
Lo stile di Spillane resta fedele alla sua natura: asciutto, diretto, privo di concessioni. Le frasi colpiscono come pugni, i dialoghi esplodono come colpi di pistola. Tuttavia, tra una scena d’azione e l’altra, si aprono imprevisti squarci di introspezione, momenti in cui emerge una malinconia profonda, capace di dare spessore umano a una narrazione altrimenti dominata dalla violenza.
Cacciatori di donne non è soltanto un ritorno, ma una trasformazione. Spillane sceglie di non ripetersi, di mettere in discussione il proprio protagonista, mostrando cosa resta dopo anni di perdita e autodistruzione. Il risultato è un noir che conserva gli elementi classici della serie, ma li rielabora in chiave più cupa e disillusa.
Il finale, intenso e coerente, chiude il cerchio senza offrire facili consolazioni. Resta la sensazione di aver attraversato una storia a tratti spietata, in cui la ricerca della verità coincide con un confronto inevitabile con se stessi. È un romanzo che parla di ossessione, di redenzione e di identità perduta, restituendo l’immagine di un uomo disposto a combattere fino all’ultima pallottola, anche quando tutto sembra già perduto.

Frank Michael Morrison Spillane (1918-2006), nato a Brooklyn, ha iniziato a scrivere mentre era al liceo. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare e divenne pilota di caccia e istruttore. È stato sposato tre volte, la terza con Jane Rodgers Johnson, e ha avuto quattro figli e due figliastri. Ha scritto il suo primo romanzo, Ti ucciderò (1947), con l’obiettivo di raccogliere i soldi per comprare una casa per sé e per la prima moglie. Il romanzo ha venduto sei milioni e mezzo di copie solo negli Stati Uniti e ha introdotto il personaggio più famoso di Spillane, l’investigatore privato Mike Hammer. Per la collana Piccola Biblioteca del Crimine sono usciti Ti ucciderò, Una ragazza e una pistola – secondo capitolo della serie Mike Hammer da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert Bray –, La vendetta è mia, Tragica notte, Il colpo gobbo, Bacio mortale e ora il settimo volume, Cacciatori di donne.

:: Finché durerà la terra di Giovanni Grasso (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 aprile 2026

Finché durerà la terra di Giovanni Grasso è uno di quei romanzi capaci di muoversi su più registri senza mai perdere compattezza narrativa: thriller psicologico, noir religioso, romanzo di formazione e, contemporaneamente, riflessione amara e lucidissima sul rapporto fra fede, dubbio e potere. È un libro che intriga dalle prime pagine, ma la sua forza più autentica sta nella capacità di andare oltre la semplice trama, conducendo il lettore in una zona grigia dove il sacro si mescola all’umano, la spiritualità si contamina con l’ambizione e inevitabilmente la ricerca della verità diventa anche un confronto con le proprie debolezze.
Fulcro  della storia è Noè Simenoni, personaggio indovinato e profondamente umano, forse l’elemento più affascinante dell’intero romanzo. Ex seminarista, uomo colto, ironico, autoanalitico fino quasi all’autolesionismo, Noè regge sulle spalle il peso di un’esistenza rimasta sospesa. Non è un uomo che ha fallito: è qualcuno che non ha mai davvero trovato il suo posto nel mondo. Vive ai margini di una quotidianità fatta di piccoli lavori, preoccupazioni economiche e responsabilità familiari, accanto alla sorella minore Valeria, inquieta e dolorosamente segnata dalla vita, e a sua figlia Greta, nipotina gravemente malata, alla quale è legato da un amore struggente con il sapore di una mancata paternità. Noè non è un eroe: è impacciato, spesso ingenuo, incapace di muoversi con disinvoltura nel presente, quasi refrattario alla modernità. Eppure proprio questa sua imperfezione lo rende più vero.
Quando il Vaticano lo convoca per affidargli una delicata missione, la sua vita subisce come una frattura. L’incarico, rischioso ma ben retribuito, sarebbe per lui non solo una specie di riscatto economico, ma anche il poter finalmente dare un senso alla propria esistenza. Da qui il romanzo assume i contorni del thriller, senza tuttavia mai rinunciare alla profondità psicologica.
L’infiltrazione nella misteriosa comunità umbra guidata da due veggenti è costruita con abilità narrativa. Giovanni Grasso non si limita a raccontare una setta religiosa o un sistema di manipolazione collettiva: mette in scena un microcosmo dove convivono misticismo, suggestione, fanatismo, interessi economici e pulsioni di potere. La comunità ruota attorno alla profezia di un nuovo Diluvio universale, simbolo potentissimo che richiama inevitabilmente la figura biblica di Noè e crea un raffinato gioco di rimandi tra il titolo e il nome del protagonista.
In questo ambiguo universo, la fede smette di essere meditazione interiore per trasformarsi in strumento di controllo. Ed è qui che il romanzo trova la sua dimensione più inquietante. Grasso mette a nudo il cortocircuito tra autentica religiosità e uso spregiudicato del sacro come fonte di arricchimento e dominio. Ma il lettore, che viene immerso gradualmente in un’atmosfera densa di mistero, sospetto e tensione morale, non riceve risposte immediate. La narrazione infatti procede con colpi di scena ben calibrati che, evitando  sensazionalismo, servono  ad approfondire il conflitto interiore di Noè.
Il cuore del romanzo, infatti, non è soltanto l’indagine sulla comunità religiosa, ma il percorso di coscienza del protagonista. Fingere, mentire, scendere a compromessi: ogni passo compiuto da Noè all’interno della missione lo costringerà a misurarsi con la propria etica. La verità che cerca all’esterno finisce per riflettersi dentro di lui, obbligandolo a interrogarsi su cosa significhi davvero credere.
In questo senso, Finché durerà la terra è anche un romanzo sul dubbio. Grasso non offre certezze consolatorie; al contrario, suggerisce con intelligenza che il dubbio non è il contrario della fede, ma una sua essenziale componente. Credere non significa aderire ciecamente, bensì attraversare le ombre, riconoscere la possibilità dell’inganno, distinguere il sacro dalla sua contraffazione.
Ben  riuscito anche il tono del romanzo che  alterna tensione e ironia. Noè, con il suo disincanto e la sua goffaggine, introduce attimi di leggerezza che non spezzando la suspense, la rendono più efficace. Vena tragi-ironica che valorizza il testo e gli impedisce di diventare troppo cupo o e solenne.
Lo stile di Grasso si conferma elegante, colto, ricco di riferimenti biblici, antropologici e culturali,. Particolarmente riuscita è la sua capacità di far convivere il noir contemporaneo con una meditazione spirituale che tocca temi universali: il male, la manipolazione, la fragilità umana, il bisogno di speranza.
E proprio la speranza, evocata dal titolo e dal richiamo al patto biblico dopo il Diluvio, resta come eco al termine della lettura. Quel “finché durerà la terra” diventa promessa, ma anche interrogativo. Quanto può durare la fiducia nell’uomo? Quanto resiste la fede quando viene contaminata dal potere?
Un libro avvincente che si legge soprattutto con la sensazione, anche chiusa l’ultima pagina, di avere ancora materia su cui riflettere. E forse è questo il suo maggiore merito: non limitarsi a raccontare una storia, ma aprire uno spazio di meditazione sul nostro tempo, sui suoi inganni e sulla necessità, oggi più che mai, di continuare a credere senza smettere di dubitare.

Giovanni Grasso (Roma, 14 ottobre 1962) è un giornalista, scrittore e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal febbraio 2015. Dopo la pubblicazione di diversi saggi di storia contemporanea (la biografia di Scalfaro e di Piersanti Mattarella, i Carteggi Sturzo-Fratelli Rosselli e Sturzo-Salvemini) la sua scrittura si è concentrata su opere letterarie. I romanzi e i testi teatrali scandagliano, a cavallo tra storia e creazione, i sentimenti umani di fronte alle pagine più buie del Novecento: dalla persecuzione razziale in Germania (“Il caso Kaufmann”), all’impegno degli esuli antifascisti all’estero (“Fuoriusciti”, dedicato all’incontro-scontro tra Sturzo e Salvemini; “Icaro, il volo su Roma”, che racconta la storica impresa di Lauro de Bosis) , agli orrori della Grande Guerra (“Il segreto del tenente Giardina”).

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Quando finisce la tempesta di Manel Loureiro (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 aprile 2026

Nel panorama del thriller contemporaneo non sono rari i romanzi ambientati in luoghi isolati, spazi naturali dove il paesaggio diventa parte integrante del mistero. In Quando finisce la tempesta  di Manel Loureiro questo elemento assume però un ruolo centrale e quasi simbolico: l’isola galiziana di Ons non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, bensì un microcosmo chiuso in cui rancori antichi, rivalità familiari e segreti mai sopiti riaffiorano con la forza distruttiva di una mareggiata. Il protagonista, Roberto Lobeira, è uno scrittore in cerca di quiete e di ispirazione per il suo secondo romanzo. L’idea di trascorrere l’inverno su quell’isola remota sembra all’inizio una scelta quasi ascetica, una fuga dal rumore del mondo e dalle aspettative editoriali. Tuttavia Ons non è il rifugio pacifico immaginato: il mare che la circonda diventa presto una invalicabile barriera quando una violenta tempesta cambierà tutto, interrompendo ogni e qualunque  collegamento con la terraferma e  imprigionando i pochi abitanti in un fragile equilibrio, carico di segrete tensioni.
E sarà  proprio il mare, elemento onnipresente e quasi vivo, a innescare il meccanismo della storia. Le onde trascineranno  a riva un misterioso fagotto, destinato a scatenare una serie di conflitti e scoperchiare un passato fatto di gelosie, vendette e vecchi conti mai saldati. Da quel momento la narrazione accelera e la piccola comunità dell’isola si trasforma in un inquietante teatro dove ogni sguardo sembra nascondere un sospetto e ogni gesto può diventare una minaccia. L’atmosfera si fa via via più cupa, mentre una enigmatica presenza lascia davanti alla porta dello scrittore un’offerta di sangue, oscuro segno che suggerisce arcaici rituali o incomprensibili messaggi.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo si rifà proprio alla costruzione di questo microcosmo umano. Gli abitanti di Ons non appaiono mai come semplici comparse, bensì come tasselli di una comunità segnata da profonde divisioni. Le famiglie rivali, con la loro storia di vecchi e accumulati rancori, incarnano un conflitto quasi ancestrale, capace di trasformare l’isola in un luogo sospeso tra leggenda e realtà. In mezzo a queste complesse dinamiche dovrà muoversi Lobeira, figura esterna e vulnerabile, involontario spettatore di tensioni che non comprende fino in fondo e in grado di travolgerlo.
Manel Loureiro costruisce la narrazione con ritmo incalzante. Gli eventi si susseguono con sorprendente rapidità, senza lunghe introduzioni né pause contemplative. Fin dalle prime pagine il lettore viene scaraventato nel cuore dell’azione e la trama procede con una serie di svolte che mantengono di continuo la curiosità. La trama prende la forma di un libro coinvolgente, una storia progettata per spingere il lettore a divorare i successivi capitoli nel tentativo di ricomporre un mosaico sempre più complesso.
A sostenere il ritmo contribuisce anche l’ambientazione. Loureiro descrive Ons con uno sguardo capace di cogliere l’aspra  bellezza  della costa atlantica: scogli battuti dal vento, sentieri isolati, case che sembrano resistere a fatica alla furia dell’oceano. Il paesaggio poi, amplificando  la sensazione di isolamento, crea una sensazione quasi claustrofobica. Il mare diventa  una  costante presenza, un’imprevedibile forza pronta a chiudere ogni via di fuga.
Naturalmente una struttura narrativa tanto ricca di colpi di scena comporta anche qualche squilibrio. Alcuni punti risultano più convincenti di altri e certi passaggi appaiono volutamente sopra le righe, come se l’autore privilegiasse l’effetto spettacolare rispetto alla piena credibilità. Questo vale soprattutto per il finale, dove la complessità accumulata lungo la storia trova una soluzione forse troppo rapida, in grado di lasciare un lieve senso di incompiutezza.
Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questo aspetto. “Quando finisce la tempesta” funziona soprattutto come romanzo di intrattenimento, costruito per tenere il lettore dentro un vortice di eventi, misteri e rivalità. Loureiro dimostra una notevole abilità nel creare suspence e nel popolare la storia di memorabili figure, spesso ambigue, raramente innocenti.
Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta l’immagine di un’isola battuta dal vento, luogo in cui il passato non smette mai di reclamare il proprio spazio. La tempesta che incombe su Ons non è soltanto quella meteorologica ma anche la tempesta morale di una comunità incapace di dimenticare. Ed è proprio questa miscela di paesaggio, segreti e violente passioni a rendere il romanzo un thriller coinvolgente, imperfetto forse, ma in grado di trascinare il lettore dentro una storia dove la quiete sembra sempre soltanto apparente.

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è scrittore, avvocato e conduttore televisivo e ha lavorato anche come sceneggiatore in numerosi progetti. Attualmente collabora come editorialista per diversi quotidiani nazionali, oltre che per emittenti radiofoniche e televisive. È uno dei pochi autori spagnoli contemporanei ad aver raggiunto la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti. Quando finisce la tempesta è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

:: La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza,  (Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2026

Nella Sicilia luminosa e ancora sospesa tra tradizione e modernità della fine dell’Ottocento prende vita La forestiera, il nuovo giallo di Claudia Myriam Cocuzza pubblicato stavolta nella collana Il Giallo Mondadori. Un romanzo che intreccia con eleganza storia, atmosfera e mistero, scegliendo come protagonista una figura realmente esistita: Lady Florence Trevelyan, aristocratica inglese costretta dalla cugina, regina Vittoria, a lasciare la corte e approdata a Taormina in una sorta di lungo esilio dorato.
Siamo nel luglio del 1884 e Taormina non è quella di oggi, prescelta  dal turismo internazionale, ma  ancora un piccolo borgo mediterraneo sospeso tra due identità: da un lato il mondo semplice dei pescatori e dalle tradizioni locali bagnate nello splendore dell’antichità, dall’altro il crescente arrivo di viaggiatori stranieri, aristocratici e artisti calamitati dalla bellezza del paesaggio.
In questo spazio di confine, dove culture e mentalità diverse si scrutano con curiosità e diffidenza, la narrazione trova la sua più suggestiva dimensione.
Lady Florence è giunta in Sicilia con la cugina Louise e cinque cani chiamati ironicamente coi titoli dei duchi inglesi. Il loro soggiorno presso l’Hotel Timeo, affacciato sul mare e sull’Etna, inizialmenteha il tono di una quasi idilliaca parentesi. Lontana dalle rigidità della corte britannica, la giovane donna si concede il lusso di vivere in libertà: studia il dialetto locale, dà lezioni di canto a una cameriera e coltiva un ambizioso progetto, trasformare i terreni dell’albergo in un raffinato giardino all’inglese. Il suo rapporto con la Sicilia è curioso e partecipe. Osserva, ascolta, impara parole nuove, si lascia affascinare da sapori, usanze e piccoli rituali quotidiani. La sua è la prospettiva di una “furastera”, come direbbero gli abitanti del luogo: una straniera che prova a comprendere il mondo nel quale è capitata. Una posizione marginale la sua che le consente di cogliere dettagli e tensioni magari  impalpabili  per chi vive quella realtà.
L’idillio  si spezza  con l’arrivo di una coppia di connazionali: Sir Arthur Milton, finanziatore teatrale, e la moglie, attrice dal magnetico temperamento. La loro ingombrante presenza introduce una nota di inquietudine che crescerà esponenzialmente fino a esplodere in un delitto (per avvelenamento). Da quel momento il soggiorno siciliano cambia registro assumendo i toni di una tragedia shakespeariana.
Non a caso il romanzo è stato concepito con una struttura teatrale: con atti e scene che scandiscono la narrazione, accompagnati da richiami all’Amleto. Le passioni che muovono i diversi personaggi sembrano provenire dal palcoscenico elisabettiano: ambizione, gelosia, desiderio, rancori mai sopiti. In questo scenario ogni gesto acquista una dubbia sfumatura e ogni conversazione può celare un indizio.
La Taormina di Claudia Cocuzza  si trasforma in una specie di crocevia sociale. Aristocratici inglesi, alta borghesia locale, servitù, studiosi e viaggiatori che convivono, confrontandosi con sospetto e curiosità. Tutti sanno qualcosa del delitto ma nessuno l’intera verità. Ideale punto di partenza per un mistery. Accanto all’accurata ricostruzione storica si nota il lavoro di ricerca che si integra nella trama. I dettagli su cibi, abitudini e tradizioni invece di appesantire la narrazione contribuiscono a restituire la sensazione di passeggiare tra le polverose strade del borgo, con il sole siciliano sulla pelle e il profumo del mare nell’aria. Fulcro delle storia è Lady Florence, vere e irresistibile protagonista. Curiosa, ironica, leggermente impertinente, possiede una qualità rara: non dà nulla per scontato. In una società vittoriana ancora intrappolata nelle convenzioni, la sua abitudine a fare domande pare quasi scandalosa. Ma proprio questa sua libertà mentale la fa autentica investigatrice.
Lei osserva il mondo con lo sguardo di una botanica: analizza, scompone, e collega elementi apparentemente lontani. Ogni dialogo diventa una piccola indagine, ogni atteggiamento un possibile indizio. Si  può seguire passo dopo passo il suo ragionamento. L’autrice dimostra infatti abilità nel gestire la componente gialla. Gli indizi sono disseminati lungo il percorso e la soluzione pur singolare sarà perfettamente coerente.
Attorno alla protagonista ruota una fitta galleria di personaggi. Nessuno è semplice comparsa: ciascuno ha il suo carattere definito, la sua storia, il suo segreto. Un microcosmo umano che riesce  a delineare il ritratto di un’epoca densa di tensioni culturali e sociali.
Un romanzo scorrevole, con gradevoli toni da Cozy crime e la solidità del giallo classico. La forestiera si legge con il piacere di un mistero d’altri tempi, quando l’indagine nasceva dall’osservazione e dalla deduzione più che dall’azione. Ma soprattutto lascia nel lettore una sensazione: quella di aver incontrato un intrigante e vivace personaggio. Lady Florence Trevelyan, con la sua brillante  intelligenza e il suo sguardo libero, è una protagonista difficile da dimenticare.

Claudia Cocuzza (classe ’82) è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche e svolge la professione di farmacista. È caporedattrice della rivista letteraria Writers Magazine Italia e redattrice per il sito ThrillerNord, specializzato in letteratura di genere. La partita di Monopoli (Bacchilega editore, collana Zero, novembre 2022), vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2022 per la sezione romanzo inedito, è stato il suo romanzo d’esordio. Il suo racconto In nomine patris fa parte dell’antologia Accùra (Mursia editore, collana Giungla gialla, luglio 2023). Il suo romanzo La forestiera è stato finalista al Premio Tedeschi 2024 del Giallo Mondadori per il miglior giallo italiano inedito. Insieme a Marika Campeti, ha curato l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir (Delos Digital, ottobre 2024).

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