Posts Tagged ‘Patrizia Debicke’

:: Cacciatori di donne di Mickey Spillane (Time Crime 2026) a cura di Patrizia Debicke

6 Maggio 2026

Il settimo capitolo della saga firmata da Mickey Spillane, Cacciatori di donne, segna un ritorno tanto atteso quanto destabilizzante: quello di Mike Hammer, detective iconico, diventato praticamente irriconoscibile rispetto al passato. Non è più  l’uomo duro e implacabile, in grado di affrontare il crimine con passo sicuro; è una figura crepata, consumata da sette anni di alcol, di rimorsi e di silenzi. La scomparsa di Velda, compagna di lavoro e centrale presenza nella sua vita, ha pesato come una colpa mai elaborata, trasformando l’investigatore in un relitto umano che vaga trascinandosi ai margini del mondo.
L’incipit è potente e pesantemente metaforico: Hammer viene trovato ubriaco in un fosso, immagine che rende con immediata crudezza la sua caduta. Da là prenderà il via una lenta risalita, innescata da un inatteso dettaglio: un nome appena sussurrato da un morente, un indizio che riapre la sua  ferita mai cicatrizzata. Velda potrebbe essere viva. È solo questa possibilità, fragile e incendiaria, a rimettere in moto l’uomo prima ancora del detective, riaccendendo una volontà che sembrava definitivamente spenta.
L’indagine si svilupperà seguendo una traiettoria che mischia noir classico e tensioni da Guerra Fredda. Omicidi eccellenti, un senatore, un agente federale, si intrecceranno con traffici oscuri e vecchie storie che affondano le radici nel passato. Al centro di questo complesso labirinto si staglia una figura quasi mitologica, il “Drago”, killer sovietico che incarna una minaccia tanto concreta quanto simbolica. Spillane amplia il suo orizzonte narrativo, portando Hammer oltre i soliti confini, senza tuttavia tradire l’anima hard-boiled della serie.
L’ambientazione si sviluppa  tra soffocanti interni, strade percorse da una latente violenza e angoscianti atmosfere, dove ogni incontro potrebbe trasformarsi in un agguato. Non c’è spazio per la fiducia: ogni personaggio sembra voler nascondere qualcosa, ogni verità appare provvisoria. In questo scenario si inserisce la presenza di una donna enigmatica, incarnazione della classica femme fatale, figura ambigua e magnetica, capace di orientare e al tempo stesso confondere il percorso del protagonista.
Ma è soprattutto sul piano dei personaggi che il romanzo mostra la sua forza. Hammer domina la scena con una voce che resta incisiva, pur lasciando emergere crepe profonde. Ha perso parte della sua sicurezza, ha smesso di considerarsi invincibile, e per lui  la violenza, pur restando un linguaggio familiare, non possiede più il fascino di un tempo. Ogni suo gesto pare gravato da un nuovo peso, ogni scelta porta con sé il rischio di una resa definitiva. Il rapporto con Velda si carica di una diversa tensione, più dolorosa, più autentica, mentre quello con Pat Chambers si incrina, riflettendo un’amicizia ormai logorata dalle circostanze.
La trama procede con ritmo serrato, quasi implacabile. Gli eventi si susseguono senza tregua, trascinando il lettore in una spirale fatta di scontri, rivelazioni e continui rovesciamenti. A tratti l’intreccio sfiora l’eccesso, spingendosi verso audaci soluzioni, talvolta al limite della credibilità. Eppure è proprio la sua dimensione sopra le righe a conferire al romanzo un’energia particolare, una sorta di brutale vitalità che si avvicina al grottesco e, in alcuni passaggi, richiama la velocità visiva del fumetto.
Lo stile di Spillane resta fedele alla sua natura: asciutto, diretto, privo di concessioni. Le frasi colpiscono come pugni, i dialoghi esplodono come colpi di pistola. Tuttavia, tra una scena d’azione e l’altra, si aprono imprevisti squarci di introspezione, momenti in cui emerge una malinconia profonda, capace di dare spessore umano a una narrazione altrimenti dominata dalla violenza.
Cacciatori di donne non è soltanto un ritorno, ma una trasformazione. Spillane sceglie di non ripetersi, di mettere in discussione il proprio protagonista, mostrando cosa resta dopo anni di perdita e autodistruzione. Il risultato è un noir che conserva gli elementi classici della serie, ma li rielabora in chiave più cupa e disillusa.
Il finale, intenso e coerente, chiude il cerchio senza offrire facili consolazioni. Resta la sensazione di aver attraversato una storia a tratti spietata, in cui la ricerca della verità coincide con un confronto inevitabile con se stessi. È un romanzo che parla di ossessione, di redenzione e di identità perduta, restituendo l’immagine di un uomo disposto a combattere fino all’ultima pallottola, anche quando tutto sembra già perduto.

Frank Michael Morrison Spillane (1918-2006), nato a Brooklyn, ha iniziato a scrivere mentre era al liceo. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare e divenne pilota di caccia e istruttore. È stato sposato tre volte, la terza con Jane Rodgers Johnson, e ha avuto quattro figli e due figliastri. Ha scritto il suo primo romanzo, Ti ucciderò (1947), con l’obiettivo di raccogliere i soldi per comprare una casa per sé e per la prima moglie. Il romanzo ha venduto sei milioni e mezzo di copie solo negli Stati Uniti e ha introdotto il personaggio più famoso di Spillane, l’investigatore privato Mike Hammer. Per la collana Piccola Biblioteca del Crimine sono usciti Ti ucciderò, Una ragazza e una pistola – secondo capitolo della serie Mike Hammer da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert Bray –, La vendetta è mia, Tragica notte, Il colpo gobbo, Bacio mortale e ora il settimo volume, Cacciatori di donne.

:: Finché durerà la terra di Giovanni Grasso (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 aprile 2026

Finché durerà la terra di Giovanni Grasso è uno di quei romanzi capaci di muoversi su più registri senza mai perdere compattezza narrativa: thriller psicologico, noir religioso, romanzo di formazione e, contemporaneamente, riflessione amara e lucidissima sul rapporto fra fede, dubbio e potere. È un libro che intriga dalle prime pagine, ma la sua forza più autentica sta nella capacità di andare oltre la semplice trama, conducendo il lettore in una zona grigia dove il sacro si mescola all’umano, la spiritualità si contamina con l’ambizione e inevitabilmente la ricerca della verità diventa anche un confronto con le proprie debolezze.
Fulcro  della storia è Noè Simenoni, personaggio indovinato e profondamente umano, forse l’elemento più affascinante dell’intero romanzo. Ex seminarista, uomo colto, ironico, autoanalitico fino quasi all’autolesionismo, Noè regge sulle spalle il peso di un’esistenza rimasta sospesa. Non è un uomo che ha fallito: è qualcuno che non ha mai davvero trovato il suo posto nel mondo. Vive ai margini di una quotidianità fatta di piccoli lavori, preoccupazioni economiche e responsabilità familiari, accanto alla sorella minore Valeria, inquieta e dolorosamente segnata dalla vita, e a sua figlia Greta, nipotina gravemente malata, alla quale è legato da un amore struggente con il sapore di una mancata paternità. Noè non è un eroe: è impacciato, spesso ingenuo, incapace di muoversi con disinvoltura nel presente, quasi refrattario alla modernità. Eppure proprio questa sua imperfezione lo rende più vero.
Quando il Vaticano lo convoca per affidargli una delicata missione, la sua vita subisce come una frattura. L’incarico, rischioso ma ben retribuito, sarebbe per lui non solo una specie di riscatto economico, ma anche il poter finalmente dare un senso alla propria esistenza. Da qui il romanzo assume i contorni del thriller, senza tuttavia mai rinunciare alla profondità psicologica.
L’infiltrazione nella misteriosa comunità umbra guidata da due veggenti è costruita con abilità narrativa. Giovanni Grasso non si limita a raccontare una setta religiosa o un sistema di manipolazione collettiva: mette in scena un microcosmo dove convivono misticismo, suggestione, fanatismo, interessi economici e pulsioni di potere. La comunità ruota attorno alla profezia di un nuovo Diluvio universale, simbolo potentissimo che richiama inevitabilmente la figura biblica di Noè e crea un raffinato gioco di rimandi tra il titolo e il nome del protagonista.
In questo ambiguo universo, la fede smette di essere meditazione interiore per trasformarsi in strumento di controllo. Ed è qui che il romanzo trova la sua dimensione più inquietante. Grasso mette a nudo il cortocircuito tra autentica religiosità e uso spregiudicato del sacro come fonte di arricchimento e dominio. Ma il lettore, che viene immerso gradualmente in un’atmosfera densa di mistero, sospetto e tensione morale, non riceve risposte immediate. La narrazione infatti procede con colpi di scena ben calibrati che, evitando  sensazionalismo, servono  ad approfondire il conflitto interiore di Noè.
Il cuore del romanzo, infatti, non è soltanto l’indagine sulla comunità religiosa, ma il percorso di coscienza del protagonista. Fingere, mentire, scendere a compromessi: ogni passo compiuto da Noè all’interno della missione lo costringerà a misurarsi con la propria etica. La verità che cerca all’esterno finisce per riflettersi dentro di lui, obbligandolo a interrogarsi su cosa significhi davvero credere.
In questo senso, Finché durerà la terra è anche un romanzo sul dubbio. Grasso non offre certezze consolatorie; al contrario, suggerisce con intelligenza che il dubbio non è il contrario della fede, ma una sua essenziale componente. Credere non significa aderire ciecamente, bensì attraversare le ombre, riconoscere la possibilità dell’inganno, distinguere il sacro dalla sua contraffazione.
Ben  riuscito anche il tono del romanzo che  alterna tensione e ironia. Noè, con il suo disincanto e la sua goffaggine, introduce attimi di leggerezza che non spezzando la suspense, la rendono più efficace. Vena tragi-ironica che valorizza il testo e gli impedisce di diventare troppo cupo o e solenne.
Lo stile di Grasso si conferma elegante, colto, ricco di riferimenti biblici, antropologici e culturali,. Particolarmente riuscita è la sua capacità di far convivere il noir contemporaneo con una meditazione spirituale che tocca temi universali: il male, la manipolazione, la fragilità umana, il bisogno di speranza.
E proprio la speranza, evocata dal titolo e dal richiamo al patto biblico dopo il Diluvio, resta come eco al termine della lettura. Quel “finché durerà la terra” diventa promessa, ma anche interrogativo. Quanto può durare la fiducia nell’uomo? Quanto resiste la fede quando viene contaminata dal potere?
Un libro avvincente che si legge soprattutto con la sensazione, anche chiusa l’ultima pagina, di avere ancora materia su cui riflettere. E forse è questo il suo maggiore merito: non limitarsi a raccontare una storia, ma aprire uno spazio di meditazione sul nostro tempo, sui suoi inganni e sulla necessità, oggi più che mai, di continuare a credere senza smettere di dubitare.

Giovanni Grasso (Roma, 14 ottobre 1962) è un giornalista, scrittore e autore televisivo italiano, consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal febbraio 2015. Dopo la pubblicazione di diversi saggi di storia contemporanea (la biografia di Scalfaro e di Piersanti Mattarella, i Carteggi Sturzo-Fratelli Rosselli e Sturzo-Salvemini) la sua scrittura si è concentrata su opere letterarie. I romanzi e i testi teatrali scandagliano, a cavallo tra storia e creazione, i sentimenti umani di fronte alle pagine più buie del Novecento: dalla persecuzione razziale in Germania (“Il caso Kaufmann”), all’impegno degli esuli antifascisti all’estero (“Fuoriusciti”, dedicato all’incontro-scontro tra Sturzo e Salvemini; “Icaro, il volo su Roma”, che racconta la storica impresa di Lauro de Bosis) , agli orrori della Grande Guerra (“Il segreto del tenente Giardina”).

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van Der Noot, autrice de “L’inglese di Tiziano” (Altre voci edizioni) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2026

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista in occasione dell’uscita del tuo libro L’inglese di Tiziano. Il romanzo nasce con un precedente titolo: cosa è cambiato, a livello narrativo o tematico, tra L’uomo dagli occhi glauchi e L’inglese di Tiziano?

Molto poco , solo una completa revisione storico ambientale.

L’ambientazione storica è molto precisa, soprattutto nel contesto del Concilio di Trento: quanto tempo hai dedicato alla ricerca e quali fonti sono state decisive?

Il tempo che si dedica a una ricerca è difficilmente calcolabile. Documenti vaticani consultabili, materiale storico collegabile alla città e agli intenti conciliari. Era il primo tentativo pontificio di accordare la deriva religiosa nordica con certi dictat del cattolicesimo romano. Ma non mi dilungo oltre per non entrare in argomenti troppo tecnici.

Il personaggio di Lord Francis Templeton è sospeso tra uomo d’azione e uomo di corte: come è nata questa duplicità e quanto riflette l’epoca rinascimentale?


Questo esclusivamente perché mi sono rifatta a un modello reale. Quello di un personaggio storico realmente esistito. Personaggio che ha avuto per una buona parte la vita movimentata che gli attribuisco. E quindi sì, la sua duplicità riflette un certo modello di uomo di stato e diplomatico rinascimentale

Il personaggio di Angela Gradi richiama per fascino e ambiguità le figure femminili dipinte da Tiziano: possiamo considerarla una sorta di ‘ninfa tizianesca’ in chiave narrativa?


Indubbiamente e volutamente. mi rifaccio alla richiesta di Alessandro Farnese di commissionare un ritratto al grande Maestro Tiziano che raffigurasse una splendida cortigiana veneziana. Richiesta che compare nella corrispondenza tra Farnese e Monsignor della Casa

Il segreto di Templeton, che non sveleremo lasciando al lettore il piacere di scoprirlo leggendo il romanzo, lascia presupporre un gioco di maschere, false identità, e veleni. Erano soliti questi eventi nel Rinascimento?


Se ne conoscono diversi casi. Il 500 rinascimentale è sicuramente un secolo di spie, inganni e veleni.  Basta pensare  ai giochi di potere nella corte Medicea e in quella papale stessa . Cito per esempio il complotto piacentino che defenestrò Pierluigi Farnese figlio di Paolo III…. Ecc. ecc.                                                                                             

Se vogliamo il cardinale Alessandro Farnese, uno dei più importanti patroni delle arti del Rinascimento, è un coprotagonista del romanzo, ha un ruolo di spicco anche durante l’alluvione che colpì Roma, e rende più drammatici i fatti che narri. Come hai costruito questo personaggio?


Rifacendomi alla sua lunga vita. Avevo già usato Alessandro Farnese giovanetto nel mio La gemma del cardinale. Fu sicuramente un protagonista del secolo. Stavolta gli ho regalato volentieri la parte di coprotagonista nella trama. Per quanto riguarda l’alluvione devo precisare che non ci fu a Roma un’alluvione a quella data. Mi sono tuttavia rifatta puntualmente alla cronaca di altre, numerose allora, alluvioni capitoline.

Confrontando i ritratti di William Cecil, barone Burghley, e primo consigliere di Elisabetta I, in età matura con l’‘inglese’ dipinto da Tiziano, alcuni tratti — come il naso — sembrano sorprendentemente affini: è un indizio che hai volutamente disseminato o una coincidenza che lascia al lettore il piacere dell’interpretazione? È una tua intuizione o ci sono dei riscontri storici?


Solo una mia intuizione e interpretazione. Finora non mi risultano riscontri storici. Ma Cecil era perfetto per interpretare il mio personaggio. E soprattutto anche  la sua vita.

Il lettore si muove in un labirinto di inganni, infiltrati e complotti: quanto è stato difficile mantenere equilibrio tra complessità della trama e chiarezza narrativa?


Non tanto, bisognava sempre riallacciare le fila , non è stato un libro facile da scrivere e ha richiesto moltissimo tempo. E per fa sì che tutto quadrasse, dovevo trovare un buco nero uno spazio temporale, un soggiorno segreto del mio “Cecil” in Francia.

Venezia appare come un teatro di inganni durante il Carnevale: quanto ha inciso l’immaginario della città nella costruzione della tensione narrativa?


Moltissimo e soprattutto il poter consultare una ricca biblioteca come quella dei Frari a Venezia. Dove oltre a precisi riferimenti sulla storia della città ho trovato di tutto. Corrispondenza dell’epoca. Regole e leggi che comminavano le pene.

Il rapporto tra finzione e realtà storica è molto equilibrato: come decidi fin dove puoi spingerti con l’invenzione senza tradire il contesto storico?


Ormai ho una certe esperienza in materia. La realtà e la fantasia devono sempre essere misurate e la trama, una distopia in cui  oltre la metà dei personaggi sono reali , deve risultare plausibile, ovverosia un qualcosa che avrebbe potuto succedere.

La figura di Enrico VIII aleggia sullo sfondo: quanto è importante la sua presenza indiretta nella costruzione della tensione politica?


Importantissima, in realtà diventa quasi la causa incidentale e il motore e filo conduttore della trama.

Il viaggio da Venezia a Roma segna anche un cambiamento di tono: è stata una scelta consapevole per riflettere le diverse anime delle due città?


Francamente sì, indispensabile direi, due città due mondi e stati diversi sottoposti a diverse regole e leggi.

Il ritratto di Tiziano diventa un elemento centrale e simbolico: quando hai deciso di trasformare l’arte in chiave narrativa così determinante?


Quel ritratto era  un mio innamoramento e  spiccata curiosità di liceale. Forse già allora avrei voluto parlarne e scriverne.

La scrittura è ricca e fluida, con alternanza di descrizioni e dialoghi: come lavori sul ritmo per mantenere alta la tensione?
Solo banalmente controllando ogni volta i diversi capitoli e cercando in revisione di regolare e uniformare tutto. Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda, ti chiederei se stai lavorando a un tuo nuovo romanzo, o a una riedizione di tuoi romanzi precedenti?


Per ora cerco di promuovere questo . Per il prossimo anno penserei un uscita ancora una volta in coppia con mia figlia, poi beh  ho diverse differenti tracce da approfondire. Chissà?

:: Quando finisce la tempesta di Manel Loureiro (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 aprile 2026

Nel panorama del thriller contemporaneo non sono rari i romanzi ambientati in luoghi isolati, spazi naturali dove il paesaggio diventa parte integrante del mistero. In Quando finisce la tempesta  di Manel Loureiro questo elemento assume però un ruolo centrale e quasi simbolico: l’isola galiziana di Ons non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, bensì un microcosmo chiuso in cui rancori antichi, rivalità familiari e segreti mai sopiti riaffiorano con la forza distruttiva di una mareggiata. Il protagonista, Roberto Lobeira, è uno scrittore in cerca di quiete e di ispirazione per il suo secondo romanzo. L’idea di trascorrere l’inverno su quell’isola remota sembra all’inizio una scelta quasi ascetica, una fuga dal rumore del mondo e dalle aspettative editoriali. Tuttavia Ons non è il rifugio pacifico immaginato: il mare che la circonda diventa presto una invalicabile barriera quando una violenta tempesta cambierà tutto, interrompendo ogni e qualunque  collegamento con la terraferma e  imprigionando i pochi abitanti in un fragile equilibrio, carico di segrete tensioni.
E sarà  proprio il mare, elemento onnipresente e quasi vivo, a innescare il meccanismo della storia. Le onde trascineranno  a riva un misterioso fagotto, destinato a scatenare una serie di conflitti e scoperchiare un passato fatto di gelosie, vendette e vecchi conti mai saldati. Da quel momento la narrazione accelera e la piccola comunità dell’isola si trasforma in un inquietante teatro dove ogni sguardo sembra nascondere un sospetto e ogni gesto può diventare una minaccia. L’atmosfera si fa via via più cupa, mentre una enigmatica presenza lascia davanti alla porta dello scrittore un’offerta di sangue, oscuro segno che suggerisce arcaici rituali o incomprensibili messaggi.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo si rifà proprio alla costruzione di questo microcosmo umano. Gli abitanti di Ons non appaiono mai come semplici comparse, bensì come tasselli di una comunità segnata da profonde divisioni. Le famiglie rivali, con la loro storia di vecchi e accumulati rancori, incarnano un conflitto quasi ancestrale, capace di trasformare l’isola in un luogo sospeso tra leggenda e realtà. In mezzo a queste complesse dinamiche dovrà muoversi Lobeira, figura esterna e vulnerabile, involontario spettatore di tensioni che non comprende fino in fondo e in grado di travolgerlo.
Manel Loureiro costruisce la narrazione con ritmo incalzante. Gli eventi si susseguono con sorprendente rapidità, senza lunghe introduzioni né pause contemplative. Fin dalle prime pagine il lettore viene scaraventato nel cuore dell’azione e la trama procede con una serie di svolte che mantengono di continuo la curiosità. La trama prende la forma di un libro coinvolgente, una storia progettata per spingere il lettore a divorare i successivi capitoli nel tentativo di ricomporre un mosaico sempre più complesso.
A sostenere il ritmo contribuisce anche l’ambientazione. Loureiro descrive Ons con uno sguardo capace di cogliere l’aspra  bellezza  della costa atlantica: scogli battuti dal vento, sentieri isolati, case che sembrano resistere a fatica alla furia dell’oceano. Il paesaggio poi, amplificando  la sensazione di isolamento, crea una sensazione quasi claustrofobica. Il mare diventa  una  costante presenza, un’imprevedibile forza pronta a chiudere ogni via di fuga.
Naturalmente una struttura narrativa tanto ricca di colpi di scena comporta anche qualche squilibrio. Alcuni punti risultano più convincenti di altri e certi passaggi appaiono volutamente sopra le righe, come se l’autore privilegiasse l’effetto spettacolare rispetto alla piena credibilità. Questo vale soprattutto per il finale, dove la complessità accumulata lungo la storia trova una soluzione forse troppo rapida, in grado di lasciare un lieve senso di incompiutezza.
Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questo aspetto. “Quando finisce la tempesta” funziona soprattutto come romanzo di intrattenimento, costruito per tenere il lettore dentro un vortice di eventi, misteri e rivalità. Loureiro dimostra una notevole abilità nel creare suspence e nel popolare la storia di memorabili figure, spesso ambigue, raramente innocenti.
Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta l’immagine di un’isola battuta dal vento, luogo in cui il passato non smette mai di reclamare il proprio spazio. La tempesta che incombe su Ons non è soltanto quella meteorologica ma anche la tempesta morale di una comunità incapace di dimenticare. Ed è proprio questa miscela di paesaggio, segreti e violente passioni a rendere il romanzo un thriller coinvolgente, imperfetto forse, ma in grado di trascinare il lettore dentro una storia dove la quiete sembra sempre soltanto apparente.

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è scrittore, avvocato e conduttore televisivo e ha lavorato anche come sceneggiatore in numerosi progetti. Attualmente collabora come editorialista per diversi quotidiani nazionali, oltre che per emittenti radiofoniche e televisive. È uno dei pochi autori spagnoli contemporanei ad aver raggiunto la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti. Quando finisce la tempesta è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

:: La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza,  (Giallo Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2026

Nella Sicilia luminosa e ancora sospesa tra tradizione e modernità della fine dell’Ottocento prende vita La forestiera, il nuovo giallo di Claudia Myriam Cocuzza pubblicato stavolta nella collana Il Giallo Mondadori. Un romanzo che intreccia con eleganza storia, atmosfera e mistero, scegliendo come protagonista una figura realmente esistita: Lady Florence Trevelyan, aristocratica inglese costretta dalla cugina, regina Vittoria, a lasciare la corte e approdata a Taormina in una sorta di lungo esilio dorato.
Siamo nel luglio del 1884 e Taormina non è quella di oggi, prescelta  dal turismo internazionale, ma  ancora un piccolo borgo mediterraneo sospeso tra due identità: da un lato il mondo semplice dei pescatori e dalle tradizioni locali bagnate nello splendore dell’antichità, dall’altro il crescente arrivo di viaggiatori stranieri, aristocratici e artisti calamitati dalla bellezza del paesaggio.
In questo spazio di confine, dove culture e mentalità diverse si scrutano con curiosità e diffidenza, la narrazione trova la sua più suggestiva dimensione.
Lady Florence è giunta in Sicilia con la cugina Louise e cinque cani chiamati ironicamente coi titoli dei duchi inglesi. Il loro soggiorno presso l’Hotel Timeo, affacciato sul mare e sull’Etna, inizialmenteha il tono di una quasi idilliaca parentesi. Lontana dalle rigidità della corte britannica, la giovane donna si concede il lusso di vivere in libertà: studia il dialetto locale, dà lezioni di canto a una cameriera e coltiva un ambizioso progetto, trasformare i terreni dell’albergo in un raffinato giardino all’inglese. Il suo rapporto con la Sicilia è curioso e partecipe. Osserva, ascolta, impara parole nuove, si lascia affascinare da sapori, usanze e piccoli rituali quotidiani. La sua è la prospettiva di una “furastera”, come direbbero gli abitanti del luogo: una straniera che prova a comprendere il mondo nel quale è capitata. Una posizione marginale la sua che le consente di cogliere dettagli e tensioni magari  impalpabili  per chi vive quella realtà.
L’idillio  si spezza  con l’arrivo di una coppia di connazionali: Sir Arthur Milton, finanziatore teatrale, e la moglie, attrice dal magnetico temperamento. La loro ingombrante presenza introduce una nota di inquietudine che crescerà esponenzialmente fino a esplodere in un delitto (per avvelenamento). Da quel momento il soggiorno siciliano cambia registro assumendo i toni di una tragedia shakespeariana.
Non a caso il romanzo è stato concepito con una struttura teatrale: con atti e scene che scandiscono la narrazione, accompagnati da richiami all’Amleto. Le passioni che muovono i diversi personaggi sembrano provenire dal palcoscenico elisabettiano: ambizione, gelosia, desiderio, rancori mai sopiti. In questo scenario ogni gesto acquista una dubbia sfumatura e ogni conversazione può celare un indizio.
La Taormina di Claudia Cocuzza  si trasforma in una specie di crocevia sociale. Aristocratici inglesi, alta borghesia locale, servitù, studiosi e viaggiatori che convivono, confrontandosi con sospetto e curiosità. Tutti sanno qualcosa del delitto ma nessuno l’intera verità. Ideale punto di partenza per un mistery. Accanto all’accurata ricostruzione storica si nota il lavoro di ricerca che si integra nella trama. I dettagli su cibi, abitudini e tradizioni invece di appesantire la narrazione contribuiscono a restituire la sensazione di passeggiare tra le polverose strade del borgo, con il sole siciliano sulla pelle e il profumo del mare nell’aria. Fulcro delle storia è Lady Florence, vere e irresistibile protagonista. Curiosa, ironica, leggermente impertinente, possiede una qualità rara: non dà nulla per scontato. In una società vittoriana ancora intrappolata nelle convenzioni, la sua abitudine a fare domande pare quasi scandalosa. Ma proprio questa sua libertà mentale la fa autentica investigatrice.
Lei osserva il mondo con lo sguardo di una botanica: analizza, scompone, e collega elementi apparentemente lontani. Ogni dialogo diventa una piccola indagine, ogni atteggiamento un possibile indizio. Si  può seguire passo dopo passo il suo ragionamento. L’autrice dimostra infatti abilità nel gestire la componente gialla. Gli indizi sono disseminati lungo il percorso e la soluzione pur singolare sarà perfettamente coerente.
Attorno alla protagonista ruota una fitta galleria di personaggi. Nessuno è semplice comparsa: ciascuno ha il suo carattere definito, la sua storia, il suo segreto. Un microcosmo umano che riesce  a delineare il ritratto di un’epoca densa di tensioni culturali e sociali.
Un romanzo scorrevole, con gradevoli toni da Cozy crime e la solidità del giallo classico. La forestiera si legge con il piacere di un mistero d’altri tempi, quando l’indagine nasceva dall’osservazione e dalla deduzione più che dall’azione. Ma soprattutto lascia nel lettore una sensazione: quella di aver incontrato un intrigante e vivace personaggio. Lady Florence Trevelyan, con la sua brillante  intelligenza e il suo sguardo libero, è una protagonista difficile da dimenticare.

Claudia Cocuzza (classe ’82) è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche e svolge la professione di farmacista. È caporedattrice della rivista letteraria Writers Magazine Italia e redattrice per il sito ThrillerNord, specializzato in letteratura di genere. La partita di Monopoli (Bacchilega editore, collana Zero, novembre 2022), vincitore del Premio Garfagnana in Giallo 2022 per la sezione romanzo inedito, è stato il suo romanzo d’esordio. Il suo racconto In nomine patris fa parte dell’antologia Accùra (Mursia editore, collana Giungla gialla, luglio 2023). Il suo romanzo La forestiera è stato finalista al Premio Tedeschi 2024 del Giallo Mondadori per il miglior giallo italiano inedito. Insieme a Marika Campeti, ha curato l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir (Delos Digital, ottobre 2024).

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:: Tutte le ragazze mentono di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2026

Nel cuore di una Sardegna lontana dalle cartoline, con Tutte le ragazze mentono Piergiorgio Pulixi costruisce un thriller che affonda le radici nel disagio adolescenziale e nell’ipocrisia di provincia, offrendo un quadro teso, emotivamente denso, in cui il mistero si intreccia con il dolore e con l’ostinato bisogno di verità. Il romanzo è ambientato a  Saruxi, cittadina  sarda ex importante polo industriale dell’isola, che  emerge come un luogo sospeso, dove il tempo potrebbe  essersi fermato e ogni rapporto umano si nutre di sguardi, sospetti e silenzi. Le strade, le case, la foresta di lecci spesso avvolta nella nebbia contribuiscono poi a creare un senso costante di oppressione, come un’invisibile gabbia dalla quale non si può fuggire. In questo spazio chiuso, in cui tutti conoscono tutti, la verità può deformarsi  fino a diventare irriconoscibile e le apparenze invece assumere assoluto valore.
Sarà proprio da questa tensione che nasce e si sviluppa la trama. La morte di Denise, la “ragazza perfetta”, ritrovata sui binari del treno, rappresenta un’insanabile  frattura. Il suicidio, accettato senza troppe domande dalla comunità, diventa però per la sorella minore Melissa, Sissy, un insopportabile mistero. E sarà la sua voce, diretta e priva di filtri, a guidare il lettore dentro la sua personale indagine, provocata da un forte impulso emotivo. Perché istintivamente  lei non crede che sua sorella si sia tolta la vita.
Sissy è una protagonista ben calibrata: fragile, insicura, spesso sopraffatta dal dolore, ma incapace di arrendersi. Non dispone delle certezze di un’investigatrice, va avanti per intuizioni, errori e ossessioni. Il lutto della sua famiglia si riflette in ogni gesto, trasformando la casa in uno spazio svuotato, dove la vita sembra essersi ritirata lasciando solo un’eco di ciò che era prima.
Accanto a lei un insieme di ambigui personaggi, mai del tutto leggibili. Il gruppo delle ragazze più popolari incarna alla perfezione il tema centrale del romanzo: la distanza tra immagine pubblica e realtà interiore. Belle, ammirate, apparentemente invincibili, celano invidie, rivalità e sottili crudeltà, alimentate da tossiche dinamiche e dal costante bisogno di apparire. Pulixi tratteggia queste figure, evitando caricature ma lasciando emergere credibili contraddizioni.
Anche i personaggi maschili contribuiscono al quadro emotivo. Thomas, il fidanzato di Denise, pareva un ragazzo perfetto, ma la sua trasformazione dopo la tragedia propone dubbi. Loris, angelo biondo, presenza quasi favolosamente evocata, aumenta l’ inquietudine, proponendo  collegamenti che allargano il mistero.
L’intreccio s’impone  con una progressiva accumulazione di indizi, sospetti e parziali  rivelazioni. L’indagine di Sissy procede a zig zag tra fotografie, messaggi e ricordi, creando un mosaico con ogni tessera che sembra rimandare a un’altra verità. La storia poi si complica ancor più con la sequela di presunti suicidi che colpiscono la comunità, amplificando la sensazione di pericolo e trasformando il dubbio in certezza: dietro quelle morti si cela per forza qualcosa di oscuro.
Il ritmo narrativo è incalzante, la scrittura asciutta e coinvolgente, in grado di tenere alta la tensione senza rinunciare a momenti di introspezione. Le descrizioni, mai ridondanti, evocano immagini essenziali e un’atmosfera carica di inquietudine. La nebbia, il freddo, il buio si trasformano in elementi simbolici che riflettono lo stato d’animo della protagonista.
Tra i temi più forti risaltano la menzogna, il peso delle apparenze e la fragilità delle relazioni adolescenziali. L’amore, vissuto in modo assoluto e totalizzante, si intreccia con gelosia e paura, fino a toccare pericolose derive. Il romanzo esplora anche il dolore del lutto, mostrando come una perdita soprattutto violenta possa disgregare gli equilibri familiari e lasciare profonde cicatrici.
Il titolo ha un valore provocatorio e simbolico : In questo contesto locale forse  nessuno è davvero innocente, e la verità qualcosa di difficile da raggiungere.
A conti fatti un vero  thriller psicologico, capace di coniugare tensione e introspezione. Pulixi costruisce una storia che cattura e inquieta, accompagnando il lettore fino a un finale che mischia tutte le carte e costringe a rileggere ogni dettaglio sotto una luce diversa.
Un romanzo che, dietro la struttura del giallo, nasconde un’indagine più approfondita sulle pieghe  che si annidano nelle relazioni umane e su quanto spesso separano ciò che siamo da ciò che vogliamo dimostrare.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, dopo anni di lavoro  a Londra  si è spostato  a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O). Dal 2018 inizia la sua collaborazione anche con Rizzoli.

:: Ultimo valzer di una ragazza perbene. Un’indagine dell’avvocato Contrada di Tullio Avoledo (Neri Pozza 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 marzo 2026

La  neve dapprima lieve, incerta, poi più fitta e infine a larghe falde, cade sulla Milano di Ultimo valzer di una ragazza perbene e affianca il lettore in una storia dove il mistero non è mai solo qualcosa  da risolvere, ma una spaccatura che si allarga nelle vite dei personaggi.
Tullio Avoledo costruisce anche stavolta,un giallo elegante ma inquieto, in grado di mischiare indagine e introspezione senza tuttavia mai trascurare  le insite debolezze dell’essere umano.
In Ultimo valzer di una ragazza perbene, Milano appare ovattata, molto fredda, invernale, fatta di interni borghesi, studi legali, raffinati appartamenti in cui  ogni dettaglio sembra sempre  al proprio posto. E tuttavia, sotto questa elegante, efficiente e patinata superficie, si agitano profonde tensioni, segreti difficili da controllare. Accanto al capoluogo lombardo poi, emergono altri scenari carichi di fascino e ambiguità, come la Venezia spettrale avvolta dalla nebbia  con i suoi palazzi affacciati sul Canal Grande, luoghi sospesi tra bellezza e opacità, oppure spazi più caldi e intimi, come la villa sul lago, dove il passato riaffiora con forza quasi dolorosa.
Ancora una volta il fulcro della vicenda è Vittorio Contrada, protagonista ormai noto ai lettori. Un uomo, un avvocato, poco più che quarantenne ma che ha superato le illusioni della giovinezza, deluso ma ancora combattivo e in grado di valutare il mondo con lucidità velata da  una vena di malinconia. Non un eroe nel classico senso della parola , la sua forza risiede infatti  nelle sue contraddizioni, nella quotidiana difficoltà di mantenere l’ equilibrio morale nell’attuale contesto che sembra premiare ben altro. Il ritorno di Claudia, indimenticabile figura chiave del passato, infrangerà la sua odierna stabilità, riportando alla luce vecchi sentimenti.
Claudia, simbolo un tempo di ideali e ribellione, oggi però appare trasformata, inserita in una dimensione fatta di grandi privilegi e apparente sicurezza. Moltiforme, una figura ambigua, difficile da decifrare fino in fondo. Il suo rapporto con Vittorio appare in bilico su un terreno in cui disillusione e nostalgia  convivono senza mai trovare una reale sintesi.
Accanto a lei, Ada è il vero elemento destabilizzante della storia. Lontana da qualsiasi immagine rassicurante della giovinezza, è un personaggio complesso, vessato da profonde contraddizioni. La sua doppia vita, che si sviluppa soprattutto nello spazio digitale, mette in crisi lo sguardo degli adulti costringendoli a una riflessione sul rapporto tra identità e percezione, tra libertà e responsabilità. Ada non è facilmente classificabile: vittima e artefice allo stesso tempo, incarna una generazione che stenta a trovare strumenti tradizionali per esprimere il proprio disagio.
Il nucleo trainante dello studio legale “Almariva , Gonzales (socio inesistente, ma tre persone suona meglio), Contrada” mostra invece personaggi solidi e ben calibrati. Gloria Almariva, avvocato, si conferma fondamentale: lucida, concreta, capace di controbilanciare le più emotive derive imboccate da Contrada. Il loro rapporto, fatto di sottili tensioni ma e soprattutto di reciproco rispetto, aggiunge nerbo alla narrazione. Andrea Benati, detto Ciuffo, indispensabile collaboratore esterno, introduce invece la sua  dimensione più ruvida e istintiva, dimostrandosi il giusto elemento di rottura in grado,  al bisogno, di spostare i vari equilibri.
La trama si snoda in un complesso intreccio denso di zone d’ombra e progressive rivelazioni. Tuttavia, ciò che fa davvero funzionare la storia è la capacità di andare oltre il semplice meccanismo investigativo. Temi attualissimi quali la mercificazione dei corpi, l’uso distorto della tecnologia e i crimini ambientali si inseriscono con naturalezza nella narrazione, senza mai forzare il passo. Ne emerge un inquietante affresco dell’oggi, dove i confini tra giusto e sbagliato appaiono ohimé  sempre più sfumati, irriconoscibili .
Lo stile di Avoledo, sempre asciutto e incisivo, è accompagnato da una sottile ironia che nel modo giusto alleggerisce la tensione. I dialoghi, rapidi e pungenti, diventano il vero motore narrativo, contribuendo a delineare i personaggi. Il ritmo, sempre vivace e costante, è sorretto da una scrittura che riesce ad alternare momenti di introspezione a passaggi più mossi, in evoluzione.
Il romanzo funziona bene anche nella sua dimensione emotiva. Certe scene, più intime, introducono quella delicata nota di malinconia che accompagna il lettore fino alle pagine finali. Dove la storia si ricompone e si ferma, lasciando emergere il senso di una perdita e di una consapevolezza che non vuol più cercare facili consolazioni.

Tullio Avoledo è nato a Valvasone (Pordenone) nel 1957. Ha esordito nel 2003 con il fortunatissimo L’elenco telefonico di Atlantide (Sironi e poi Einaudi) e ha pubblicato altri quindici romanzi per Sironi, Einaudi, Chiarelettere e Marsilio. Ha vinto il Premio Scerbanenco 2020 con Nero come la notte (Marsilio 2020) e ha partecipato al “Metro 2033 Universe”, una narrazione collettiva internazionale sul mondo post catastrofe nucleare immaginato dallo scrittore russo Dmitrij Gluchovskij. I suoi titoli sono stati tradotti in varie lingue.

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:: Casa dolce casa di Nedra Tyre (Ediz. Le Assassine, 2026) a cura di Patrizia Debicke

3 marzo 2026

Pubblicato per la prima volta nel 1953, “Casa dolce casa” di Nedra Tyre si inserisce con sorprendente modernità nella scia della suspense psicologica americana del secondo dopoguerra. Siamo in una sonnolentea cittadina degli Stati Uniti, senza un nome ma riconoscibile per ogni dettaglio: vialetti ordinati, tende stirate, esibizione di buone maniere. E sarà qui che si concretizza un dramma domestico capace di trasformare la casa, simbolo di protezione e affermazione, nel teatro di un silenzioso ma insidioso assedio.
Miss Martha Allison è una timida donna di mezza età, corretta, cerimoniosa, fortificata da anni trascorsi ad accudire parenti bisognosi. L’eredità della zia rappresenta per lei molto più della  sicurezza economica: è finalmente la possibilità, di disporre della propria vita. La casetta acquistata con quei risparmi sarà il suo rifugio, uno spazio arredato con minuziosa attenzione, dove ogni cosa riflette il suo bisogno di ordine e controllo. L’ambientazione domestica non è un semplice sfondo, ma la rappresentazione della sua interiorità: stanze luminose, rassicuranti routine fatte di piccoli riti quotidiani.
Poi qualcuno bussa alla porta.
L’arrivo della signorina Withers incrina da subito quell’equilibrio con inquietante naturalezza. Donna all’apparenza ordinaria, modi gentili, voce suadente, lei entra e resta. Passa una  notte, un’altra. Non alza mai il tono della voce, non minaccia e invece si insinua. La sua è una graduale invasione, stanza dopo stanza, abitudine dopo abitudine. Nedra Tyre costruisce pian piano una progressiva tensione, basata non su drammatici accadimenti ma su piccoli cambi di potere: il sale a tavola, la posizione delle spezie, la scelta delle tende. Ogni gesto domestico prende un significato.
La forza del romanzo sta proprio nel progressivo conflitto tra due volontà asimmetriche. Miss Allison appare fragile, portata alla sottomissione, quasi incapace di pensare a uno scontro diretto. Miss Withers, invece, controlla, stressa l’altra quasi con  “un logoramento da vampiro” in una lenta ma progressiva  erosione della libertà.
Intrigante l’impostazione narrativa con la trama che si apre a ridosso dell’omicidio annunciato. La frase iniziale: con Miss Allison che offre il sale alla donna, da lei condannata a morte, implica l’essenza dell’opera. La cortesia si sovrappone al delittuoso progetto creando un cortocircuito morale di grande efficacia. L’autrice giostra con il contrasto tra educazione e disumanità, tra galateo e disperazione. L’implicita sottile ironia poi amplifica la tensione invece di alleggerirla.
Undici mesi di forzata convivenza e di oppressione inducono la protagonista a maturare l’estrema decisione. Miss Allison non è un’antieroina guidata dall’ego; è una donna svuotata, progressivamente isolata anche sul piano sociale. Un’amicizia si incrina, le possibilità di ricevere aiuto si riducono, mentre si dilata la sensazione della propria impotenza. Il lettore può chiedersi perché non chiami la polizia, perché non reagisca; e tuttavia la costruzione psicologica rende  plausibile quel suo blocco fisico e mentale .
Stuzzicanti le riflessioni sul genere poliziesco: Miss Allison legge gialli per evasione, cita autori celebri, riflette sui cliché investigativi. Sotto sotto si avverte una lieve parodia dei meccanismi classici, quasi un ironico contrappunto rispetto alla tragedia in atto. Ma qui non troviamo brillanti  detective né alibi da valutare. L’indagine è mirata alla lenta trasformazione di una donna comune.
L’ambientazione anni Cinquanta emerge dai dettagli: la rispettabilità, la solitudine femminile guardata con sospetto, l’idea della casa come conquista ma anche trappola.
Il ritmo è ben calibrato: nessuna scena superflua. La suspense nasce dall’attesa, da silenzi condivisi, da pensieri trattenuti. Quando arriva il colpo di scena finale, lo fa con spietata eleganza, pur lasciando un retrogusto amaro.
“Casa dolce casa” è un gioiello di suspense psicologica. In quella casa, tra tende e stoviglie, si consuma un’invisibile battaglia per l’identità e l’autonomia. Un romanzo raffinato e claustrofobico in grado di trasformare in incubo la più banale quotidianità.

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

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:: Una sciarpa blu cobalto di Cristina Biolcati (Golem Edizioni, 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 febbraio 2026

Ci sono città che nei romanzi gialli diventano semplici quinte teatrali e altre che respirano, osservano, custodiscono segreti. In Una sciarpa blu cobalto, Cristina Biolcati sceglie una Padova lontana dalle cartoline, stretta tra palazzi di vecchia costruzione, dove le finestre restano accese fino a tardi e ogni pianerottolo può trasformarsi in un incrocio di destini. È proprio nel cuore della città di Sant’Antonio, in via Cavazzana, a pochi passi dalla Basilica di Santa Giustina, che prende forma un delitto da camera chiusa in grado di inquietare fin dalle prime pagine.
Mary Tinnici, ultraottuagenaria, ex attrice di teatro, viene trovata morta nel suo appartamento, chiuso dall’interno con quattro giri di chiave. Un dettaglio che pur richiamando la grande tradizione del giallo classico, ma qui assume un sapore più domestico, quasi soffocante. Mary non è una diva decaduta; è una donna fragile, affetta da demenza senile, con un passato fatto di piccole parti accanto a giganti come Vittorio Gassman e Vittorio De Sica. La sua vita si è progressivamente ritirata in poche stanze polverose, tra ricordi che sbiadiscono e fotografie ingiallite. Strangolata con una sciarpa blu cobalto poi scomparsa nel nulla, diventa il centro di un enigma .
A guidare l’indagine sarà l’ispettrice Bianca Damiani, già incontrata nel racconto Luna Park Assassino. Ritroviamo una donna ferita, temprata da errori che hanno incrinato la sua vita privata. L’istinto da cacciatrice che in passato l’ha spinta a scelte azzardate, con dolorose conseguenze per sé e gli altri, le ha forgiato una corazza, quasi a  compensare il senso di colpa con l’assoluto  controllo sul lavoro. Accanto a lei una squadra ben tratteggiata: Antonio Callegari, angolano adottato da genitori italiani, in bilico tra la prossima paternità e il rigore dell’indagine; Mauro Colella, scapolo, disordinato, con un’incisiva intelligenza nascosta dietro l’aria trasandata; il sovrintendente Manfreda, solida presenza, il giovane informatico Ruzza, simbolo di una generazione che vive tra codici e schermi. Non saranno solo comprimari, ma tasselli di un credibile organismo investigativo, radicato nella quotidianità di un commissariato diretto dal pragmatico Lissone.
L’ambientazione gioca un ruolo determinante. Il palazzo in cui viveva Mary rappresenta un microcosmo: porte chiuse, tende socchiuse, silenzi sospesi sulle scale. Nell’appartamento di fronte vive la famiglia Piovan, guidata da Carla, influencer di successo con oltre centomila follower. Madre di cinque figli, un sesto in arrivo, Carla incarna l’ideale social della perfetta maternità: “dirette” in cucina, luminosi sorrisi, generale solidarietà tradotta in pacchi dono da tutta Italia. Ciò nondimeno, dietro quella patinata vetrina, qualcosa scricchiola. Alvise, il marito, denuncia telefonate e inquietanti personaggi vicino a casa.
Il contrasto tra l’anziana attrice dimenticata e la mamma quasi star del web costruisce il fulcro  della narrazione. Da un lato il teatro, fatto di palcoscenici e meritati applausi,  dall’altro i social, virtuale piattaforma per ottenere consenso. Bianca dovrà quindi indagare non solo su un omicidio, ma su un qualcosa forse  alterato da un eccesso  di esposizione.
L’enigma della porta chiusa regge l’architettura del giallo con sapiente dosaggio degli indizi. Il domestico filippino e il nipote triestino sembrano i sospetti ideali, ma i loro alibi spostano l’attenzione altrove. La sciarpa blu cobalto, arma e simbolo insieme, diventerà pertanto il filo conduttore di una verità nascosta tra rivalità, invidie e fragilità. Bianca dovrà  indagare con metodo, alternando intuizione e razionalità, mentre la sua vita privata torna a complicarsi con la ricomparsa di Silvia Zella e  dei cattivi rapporti con la sorella gemella Vanessa.
Un giallo non superficiale con un’amara  riflessione sulla società di oggi, dove l’identità rischia di dissolversi in una sequenza di post e like. I giovani, attratti da modelli irraggiungibili, finiscono per confondere visibilità e valore. In questo contesto, l’omicidio di una donna anziana assume un ulteriore significato: quello di  cancellazione della memoria, rimpiazzata da un insaziabile presente fatto di sensazionalismo digitale.
In Una sciarpa blu cobalto,  esordio di Cristina Biolcati nel romanzo lungo. Bianca Damiani emerge come una protagonista, destinata a evolversi, mentre il mistero della sciarpa si fa metafora di una verità che sfugge finché qualcuno non ha il coraggio di guardare oltre.

Cristina Biolcati è nata a Ferrara, ma padovana d’adozione. Ha pubblicato Le congetture di Bonelli (Delos Digital, 2020) e In grazia di Dio (Todaro Editore, 2023). I suoi racconti hanno vinto numerosi premi: Il suono delle sue ferite (Garfagnana in Giallo, sez. Nero Digitale, 2022), Doppia promessa (GialloLuna Nero-Notte, 2023), Tutta la mia solitudine (Writers Magazine Italia, 2024). Nel 2025 è uscito Le regole del gioco, nella collana NeroDonna di Golem Edizioni.

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:: Salvatore Ottolenghi. L’inventore della polizia Scientifica di Roberto Riccardi (Giuntina 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 febbraio 2026

Nel 1902, in una Roma ancora attraversata dalle tensioni del savoiardo Stato unitario, un giovane medico entra negli uffici della Pubblica Sicurezza e in pochi minuti convince Giovanni Giolitti a fondare una Scuola di polizia scientifica. Da questo episodio quasi leggendario parte, anzi decolla  “Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica” di Roberto Riccardi, un libro che è contemporaneamente biografia, racconto storico e riflessione sulla nascita della modernità investigativa.
L’ambientazione è uno senz’altro  degli elementi più suggestivi.
Lo scrittore infatti ricostruisce con bravura un’Italia sospesa tra positivismo, speranze progressiste e ombre autoritarie, dal Risorgimento al fascismo, con Roma messa al centro come laboratorio politico e scientifico. Il carcere di Regina Coeli, dove Ottolenghi avvierà i primi corsi, diventerà il simbolo di una visione rivoluzionaria: la giustizia come sistema fondato su prove, studio e metodo, non su intuizioni o pregiudizi. Sullo sfondo scorrono uno dopo l’altro episodi di cronaca e di storia nazionale, dal delitto Matteotti allo Smemorato di Collegno, dal caso Girolimoni ai misteri di corte, in un fitto mosaico che restituisce il clima di un’epoca in cui la scienza forense nasceva come strumento di emancipazione civile.
Il protagonista emerge come figura complessa e affascinante. Salvatore Ottolenghi, ebreo astigiano, allievo di Lombroso ma capace di emanciparsi dal maestro, appare come un riformatore pragmatico, visionario e al tempo stesso profondamente concreto. Non è un grandioso eroe, ma un uomo che crede nella forza della conoscenza e nel valore etico della prova. La sua idea di polizia scientifica come “assetto di guerra” contro il crimine rivela un pensiero moderno, orientato all’organizzazione, alla standardizzazione, alla cooperazione internazionale. Il cartellino segnaletico, la carta d’identità, le impronte digitali, le reti di collaborazione tra polizie straniere diventano tasselli di un progetto più ampio: costruire una giustizia oggettiva e trasparente.
Riccardi, generale dei carabinieri e scrittore, adotta un registro narrativo ibrido, capace di coniugare rigore documentario e ritmo narrativo. Il libro si legge come un romanzo biografico, con passaggi in cui la cronaca giudiziaria assume il tono di un giallo storico e altri in cui l’analisi scientifica viene resa accessibile senza banali semplificazioni. La scelta di raccontare Ottolenghi attraverso i casi più celebri è efficace: permette di comprendere la portata della sua rivoluzione metodologica e di vedere in azione una nuova pianificazione delle prove.
Interessante è anche il contesto culturale in cui la figura di Ottolenghi si colloca. La presenza di Lombroso, le polemiche sulla scuola positiva, il caso Dreyfus in Francia, le tensioni politiche italiane, tutto contribuisce a delineare un panorama intellettuale in fermento, dove la scienza poteva essere strumento di emancipazione ma anche terreno di conflitto ideologico. In questo scenario, Ottolenghi appare come un riformista laico, orientato a una giustizia basata su evidenze tecniche e non su pressioni politiche, come dimostra il suo ruolo nelle indagini sul delitto Matteotti.
Pur con qualche caduta di ritmo con la ricostruzione biografica e con alcuni passaggi che indulgono a un tono celebrativo,  l’insieme della storia, sostenuto da fonti, citazioni e da un’agile narrazione si dimostra efficace.
Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica è una preziosa lettura per chi ama la storia del crimine e della giustizia, ma anche per chi desidera comprendere come siano nate le moderne istituzioni. È il ritratto di un uomo che ha trasformato l’intuizione in metodo e il metodo in civiltà, lasciando un’eredità destinata a durare nel tempo, ben oltre le cronache dei casi che lo resero famoso.
L’epilogo, con la morte di Ottolenghi nel 1934 e l’esilio della famiglia nel 1938, aggiunge una nota malinconica, ricordando quanto la storia personale si intrecci con certe grandi tragedie collettive del Novecento.

Roberto Riccardi (Bari, 1966), generale dei Carabinieri e giornalista, ha esordito per Giuntina con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (2009), che è stato fra i libri premiati da Adei-Wizo e ha vinto l’Acqui Storia. Ha poi pubblicato sempre con Giuntina La foto sulla spiaggia (2012), la biografia di Giulia Spizzichino, scritta con lei, La farfalla impazzita (2013), Un cuore da campione. Storia di Ludwig Guttmann, inventore delle Paralimpiadi (2021) e Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica (2025).

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:: Un anno nel Medioevo di Luigi Barnaba Frigoli (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 febbraio 2026

Con Un anno nel Medioevo, Luigi Barnaba Frigoli costruisce un ambizioso affresco storico sorprendentemente immersivo, in grado di restituire al lettore la complessità di un’epoca troppo sovente limitata o meglio soffocata nello stereotipo dei “secoli bui”.
Questo progetto, come sottolinea Andrea Frediani nella prefazione, nasce dalla doppia competenza dell’autore poco comune e molto preziosa: quella di storico e di narratore.
Da questa sua perfetta convergenza prende forma un vivace saggio narrativo ibrido, dove il rigore delle fonti convive con una forte tensione evocativa, che riesce a trasformare la divulgazione in conoscenza pratica.
Il contesto evocato è il 1299, un anno di passaggio carico di gravi tensioni politiche, religiose e sociali, sospeso alla vigilia del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII.
L’Italia, la penisola, frammentata in poteri e fazioni, appare come un largo crocevia di conflitti, ambizioni e fermenti culturali, con le città che si espandono e i commerci fioriscono mentre le campagne restano ancora legate ad antichi ritmi esistenziali. In questo stratificato scenario, Frigoli ha preferito utilizzare una struttura esplicativa corale: ovverosia i dodici mesi dell’anno vissuti in prima persona da sei protagonisti, emblematiche figure di altrettanti ceti e ruoli sociali.
Bianca, immaginaria contadina (l’unico personaggio nato dalla fantasia dell’autore) della Val Trebbia, rappresenta il mondo dei “laboratores”, fatto di fatica, stagionali ritualità e comunitarie credenze. Attraverso il suo sguardo emergono il sistema feudale, la precarietà dell’esistenza e la centralità dei riti collettivi, scanditi dal duro lavoro agricolo e dal calendario liturgico.
Geri Spini, potente mercante fiorentino, incarna la nuova alta borghesia urbana, che diventa la principale protagonista di un’economia in espansione e di città sempre più dinamiche, dove il denaro ridisegna gerarchie e opportunità.
Matilde di Hackeborn, monaca e mistica, introduce il lettore nella vincolata pace della dimensione claustrale, fatta di spiritualità intensa, interiori tensioni e contraddizioni tra fede, disciplina e personale sensibilità.
Ruggero da Fiore, soldato di ventura e corsaro, porta sulla scena il duro e instabile mondo delle armi, delle mutevoli alleanze e della violenza usata come professione, mentre Beatrice d’Este consente al lettore lo straordinario accesso ai grandi palazzi aristocratici, dove matrimoni strategici, intrighi e rapporti di potere determinano sia il destino delle donne che quello delle dinastie.
Infine, il cardinale Iacopo Caetani degli Stefaneschi offre uno sguardo privilegiato sui vasti corridoi della Curia romana, sulle accorte strategie di Bonifacio VIII e sulla complessa costruzione simbolica e politica del Giubileo, evento destinato a segnare profondamente l’immaginario europeo.
La forza del volume risiede proprio in questo prospettico dispositivo con sei voci che si alternano, mentre sei diverse coscienze filtrano la realtà, permettendo al lettore di attraversare il Medioevo dall’interno. Non si tratta di una semplice sequenza di capitoli tematici, ma di un vero percorso esistenziale, dove ogni personaggio affronta stagioni, malattie, conflitti, paure e ambizioni, sempre entro i confini rigidi di una società fortemente normata da tradizione, religione e consuetudine.
Frigoli insiste sulla vita quotidiana dei suoi sei personaggi : cosa si mangiava, come si curavano le malattie, quali superstizioni o idee guidavano le loro scelte, come ciascuno di loro percepiva il peccato, la morte e la salvezza. Ne emerge un Medioevo vivo, contraddittorio, capace di ferocia e di gioia, mistico e pragmatico, dove la distanza dal presente mette in risalto universali costanti del carattere umano.
Il ricorso sistematico alle fonti medievali e alla storiografia moderna conferisce solidità all’impianto, mentre le parti indispensabili e di plausibile ricostruzione per la trama sono dichiarate con metodologica onestà, trasformando il testo in un laboratorio di consapevole divulgazione.
In questo senso, Un anno nel Medioevo dialoga idealmente con la lezione di Barbara Tuchman, Jacques Le Goff ed Eileen Power, ma tenta una strada personale: raccontare la storia come esperienza vissuta, senza rinunciare alla precisione scientifica. Il risultato è un’opera capace di parlare a una vasta platea di lettori, offrendo tanto il piacere del racconto quanto la profondità dell’analisi storica. Un viaggio nel tempo che non si limita a ricostruire un’epoca, ma invita a interrogarsi sulla persistenza delle paure, delle ambizioni e delle speranze che continuano e continueranno sempre a caratterizzare l’essere umano.

Luigi Barnaba Frigoli, nato a Milano nel 1978, è giornalista e studioso di storia medievale. È autore di diversi fortunati romanzi storici sui Visconti: La Vipera e il Diavolo, Maledetta serpe (Premio letterario Lago Gerundo 2018 per il miglior romanzo storico) e Il morso del basilisco. Nel 2017 ha scritto un saggio sulla fondazione del Duomo di Milano, La Cattedrale del Diavolo. Ha pubblicato i romanzi Guerriera. L’incredibile storia di Bona Lombardi (premio speciale Amalago-Agar Sorbatti 2024) e Il terzo Grimm. Ha realizzato una serie di podcast su figure femminili del Medioevo italiano, disponibili su Spotify. La Newton Compton ha pubblicato Un anno nel Medioevo.

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:: Rito di morte per Falconer di Ian Morson (Giallo Mondadori 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 gennaio 2026

Oxford, 1271. La prevista nascita del primo college universitario dovrebbe marcare  un passaggio epocale per la città, ma sotto quelle mura considerate idonee a rappresentare il punto di raccolta  per  le nuove fondamenta del sapere, affiorerà un oscuro passato. Durante la demolizione di alcuni  vecchi edifici del quartiere ebraico, tra le macerie e la calce emerge infatti  uno scheletro decapitato, con scarse residue tracce di grasso, brandelli di stoffa ancora aggrappati alle ossa e un prezioso anello d’oro con una misteriosa  pietra piatta incastonata. Sarà  l’inizio di Falconer e il Rito della Morte, sesto capitolo della storica serie concepita da  Ian Morson, un nuovo giallo medievale nel quale il tempo diventa materia viva, plasmandola e trasformandola in un possibile  indizio.
L’ambientazione è uno dei punti nodali e di forza del romanzo. Ian Morson ricostruisce una Oxford attraversata da tensioni religiose, rivalità accademiche e diffidenze sociali. Le strade fangose, i cantieri, le sale di studio e le botteghe restituiscono l’immagine di una città in bilico tra tradizione e cambiamento, mentre la fondazione del college, destinato a ospitare gli studenti, diventa simbolo di progresso e, allo stesso tempo, causa scatenante di un pericolo legato ad antichi segreti.
Il racconto si muove su due piani temporali, alternando il presente del 1271 al passato del 1250, anno cruciale per comprendere le radici del delitto. Questa struttura rafforza il senso di inquietudine e sottolinea quanto e come il passato continui a proiettare la propria ombra sul presente.
Al centro dell’indagine c’è William Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, uomo di logica e fede incrollabile nel metodo deduttivo aristotelico. Falconer non è un investigatore nel moderno senso del termine, ma un intellettuale curioso, capace di osservare, collegare e ragionare in un mondo dove superstizione e pregiudizio offuscano spesso la verità. La scoperta dello scheletro, un più che probabile omicidio, rappresenta per lui una irresistibile sfida, l’occasione per dimostrare come il pensiero razionale possa dissipare il torbido pantano dei sospetti. Accanto a lui agiscono figure molto ben caratterizzate quali: Peter Bullock già al suo fianco in altre indagini, ma stavolta reticente ed enigmatica  guardia della città, Bonham, collega e compagno di  proibiti studi anatomici, il rabbino Jehozadok, ambiguo depositario di scomode memorie, e soprattutto Saphira Le Veske, affascinante vedova ebrea, donna intelligente e determinata,  a Oxford per curare  personali interessi di famiglia, coinvolta in una pericolosa corsa parallela verso la verità.
Il romanzo affronta con sensibilità il tema della persecuzione degli ebrei nell’Inghilterra del XIII secolo, mostrando un clima ostile alimentato da accuse rituali, estorsioni e meri interessi politici ed economici legati alle Crociate.  Ian Morson inserisce il mistero criminale all’interno di questo contesto storico con naturalezza, senza forzature, rendendo il delitto inseparabile dall’epoca. L’indagine diventa così anche un viaggio dentro le contraddizioni di una società colta e brutale, devota e violenta.
La trama procede con ritmo sostenuto, alternando momenti di riflessione a improvvise accelerazioni, tra nuovi spaventosi  omicidi, parziali rivelazioni e colpi di scena ben dosati. L’assenza di moderni strumenti investigativi viene compensata da una proto-scienza forense credibile, costruita su osservazione e deduzione. Il risultato è un giallo solido, avvolgente, nel quale atmosfera, personaggi ed epoca storica si fondono in modo armonico.
Falconer e il Rito della Morte si inserisce con autorevolezza nella vasta tradizione anglosassone del giallo storico, accanto a famose opere come la serie di Fratello Cadfael. È un romanzo capace di intrattenere e di evocare, ideale per chi va a cercare misteri radicati nel tempo, dove ogni pietra conserva una storia e ogni silenzio può nascondere un’angosciosa  colpa.

Ian Morson è nato a Derby, in Inghilterra, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.. Dopo aver studiato in un liceo locale, a Oxford e a Leeds, si è trasferito a Londra e ha lavorato come bibliotecario nella zona nord-occidentale della capitale. Negli anni ’90 ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata la serie di romanzi gialli medievali ambientati a Oxford, ispirata a William Falconer. Ha sposato Lynda e la loro smania di viaggiare li ha portati dalle Home Counties, attraverso la Cornovaglia, spingendosi fino a Cipro, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra,  a Hastings, sulla costa meridionale, dove vivono. Oltre ai libri di Falconer, ha scritto racconti gialli su un esploratore veneziano sullo stampo di Marco Polo, il cui nome è Nick Zuliani. Ha anche scritto racconti per antologie curate da un gruppo di scrittori di gialli che si autodefinisce The Medieval Murderers.

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