Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’ inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Una casa troppo tranquilla, di Jane Shemilt. Recensione di Federica Belleri

2 ottobre 2018

Una casa troppo tranquilla, di Jane ShemiltJane Shemilt, medico di Bristol, si riconferma autrice di tutto rispetto con il suo nuovo medical thriller, Una casa troppo tranquilla. Il romanzo è suddiviso in quattro atti, come una vera tragedia. Una storia della durata di circa tre anni. L’ambientazione è legata a Londra e si spinge fino alle scogliere a picco sull’oceano. L’atmosfera che si respira è insolita, preparata, meditata a lungo. La vicenda inizia con Beth, un’infermiera di sala in ortopedia. Donna bellissima, ambiziosa, professionale ma molto fragile. Il suo passato difficile è intrecciato con il lavoro in ospedale e ha il sapore dell’orgoglio ferito, del cuore spezzato. Beth ha bisogno di ritrovarsi, di ricostruirsi. Attorno a lei ci sono medici in carriera, chirurghi di fama, persone che hanno un preciso obiettivo. Ma lei, che sogni ha? Dove vuole arrivare? Cosa la tormenta?
I ricordi dolorosi popolano i sogni di Beth, la paura di avvinghiare il proprio cuore a quello di un uomo la atterrisce. Perché?
Impossibile svelare altro…
Una casa troppo tranquilla, come ho detto all’inizio, è un medical thriller che racconta la sperimentazione in laboratorio, la lussuria delle case farmaceutiche, i delicati interventi chirurgici a bambini affetti da tumore al cervello. Il tutto condito da calcolo, freddezza e tradimento. Complicità e bugie sono la base di questo romanzo. Sensi di colpa e manipolazione completano il quadro. Nulla deve intralciare un piano quasi perfetto, nessuno può impedire il corso di eventi terribili che vedranno protagonista la vita di un’infermiera e di chi la ama veramente.
L’azione è co-protagonista della storia, il ritmo è incalzante e la vendetta si tocca a mani piene.
Una casa troppo tranquilla è una lotta per sopravvivere, è il malessere generato dall’odio, è l’inquietudine di essere scoperti. È il filo sottile tra legalità e illegalità. È la consapevolezza rassegnata di essere stati usati per uno scopo preciso. È la coscienza che si risveglia, in un miscuglio di follia e lucidità.
Traduzione non sempre precisa, trama avvincente e argomento trattato complesso, da leggere con attenzione.
Buona lettura.

Jane Shemilt è un medico di professione e ha conseguito una laurea in Scrittura creativa alla Bristol University e una specializzazione all’università di Bath. Il suo romanzo d’esordio, Una famiglia quasi perfetta, è diventato un bestseller internazionale e le ha dato un’immediata notorietà. La Newton Compton ha pubblicato anche Un delitto quasi perfetto e Una casa troppo tranquilla. Vive a Bristol con il marito, professore di neurochirurgia, e i loro cinque figli. Per saperne di più: janeshemilt.wordpress.com.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.

:: Promessa di sangue (Hugo Marston #3) di Mark Pryor a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2018

1Dopo Il libraio di Parigi e Il mistero della cripta sepolta, già recensiti sul nostro blog, esce in Italia Promessa di sangue di Mark Pryor (The Blood Promise, 2014), tradotto da Barbara Cinelli e pubblicato nella collana TimeCrime di Fanucci Editore.
Nuova indagine per Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi, ex profiler dell’ FBI, americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, mente perspicace e sempre pronto a sbrogliare le matasse più ingarbugliate che possono creare grattacapi al suo capo, il placido e bonario ambasciatore Taylor.
Oltre a Taylor ritroviamo anche i personaggi delle scorse avventure: Tom Green agente della CIA, eccezionalmente sobrio, la bella giornalista Claudia Roux, di cui Hugo è sempre innamorato, anche se lei preferisce una simpatica amicizia, l’amico poliziotto Raul Garcia sempre in lite con la moglie che lo vorrebbe più a casa e meno in giro alla caccia di criminali, e soprattutto Parigi, la città più bella del mondo, con i suoi caffè e i suoi croissant al burro (i veri croissant francesi sono senza marmellata o cioccolato), il lungo Senna popolato di bouquiniste, i suoi parchi, le sue strade affollate di automobili, i suoi palazzi antichi, i cimiteri carichi di storia, i suoi castelli in periferia.
Era da tanto che aspettavo questo libro, il terzo, Il mistero della cripta sepolta era uscito in Italia nel 2014, che prosegue la serie che vede protagonista Hugo Marston (simpatico cowboy alla Cary Grant) e soprattutto unisce alle indagini poliziesche fatte con gli strumenti di ultima generazione, sempre un particolare bizzarro che ci porta al passato, prima alla Seconda Guerra Mondiale, poi alla Belle Epoque, e questa volta addirittura alla Rivoluzione Francese.
Pryor ama costruire trame che intrecciano presente e passato, da americano sempre ammirato della storia europea, mettendo sempre quel tocco di avventura e di mistero che trasforma dei semplici thriller d’azione in vere e proprie cacce al tesoro.
Tesoro questa volta racchiuso in un baule da marinaio della fine del XVIII secolo, pieno di doppi fondi e scomparti segreti, che appare quasi per caso in un castello di campagna dove si tengono i colloqui per dirimere una delicata faccenda territoriale tra Francia e Stati Uniti. Hugo Marston ci finisce in mezzo perché incaricato di proteggere Charles Lake, senatore in missione a Parigi per conto del suo governo e ospite del castello dei Tourville, dove si tengono appunto le trattative.
Una storia complessa, intricata, comunque dove tutto combacia come i meccanismi di un orologio svizzero, che si complica ancora di più quando nella stanza al castello di Charles Lake vengono rinvenute alcune impronte rinvenute a loro volta in una scena del crimine di una rapina-omicidio avvenuta nei pressi di Troyes. Raul Garcia verrà a dar man forte e inizierà una sciarada di difficile risoluzione.
Da segnalare la presenza di Camille Lerens, abile poliziotta francese transgender, che collaborerà non poco con Hugo Marston e Tom Green nella risoluzione del caso.
A voi la lettura nell’attesa di un nuovo episodio, che si spera di non dover aspettare troppo a lungo.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D.A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con la sua serie di thriller aventi come protagonista Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi. Di questa serie, nella collana Timecrime, Fanucci Editore ha già pubblicato Il libraio di Parigi (2013), Il mistero della cripta sepolta (2014) e Promessa di sangue (2018).

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani dell’ Ufficio stampa Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Le nebbie di Massaua. La nuova indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2018)

6 settembre 2018

massauaQuarto noir coloniale del ciclo del maggiore Morosini, Le nebbie di Massaua ci porta in Eritrea, colonia fascista dell’Africa Orientale Italiana, nel luglio del 1936, anno dell’annessione dopo la conquista dell’Etiopia.
Un viaggio nel passato dunque che ci mostra le luci e le tante ombre del colonialismo, non solo italiano, passato di moda, ma non del tutto dimenticato, anche se con nuovi nomi e nuove dinamiche. L’Africa terra di grandi risorse naturali, giacimenti, ricchezze resta ancor oggi al centro di mire espansioniste, saccheggi, traffici più o meno leciti, che portano alla popolazione indigena povertà, miseria e disperazione.
Il maggiore Morosini in questo episodio cade vittima di un male quasi inevitabile per un europeo in quelle terre: contrae la malaria. Debilitato, spossato, quasi inerme si trova a condurre la sua nuova indagine da un letto di ospedale dell’ Umberto I di Massaua (e da sotto l’ombra di un sicomoro), coadiuvato dai suoi storici assistenti: il maresciallo piemontese Eusebio Barbagallo e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì.
Le indagini vertono sulla morte, per certi versi oscura, di Ermanno Cacciavillani, ingegnere minerario ferrarese confinato nel buen retiro di un’ isolata villa affacciata sulla spiaggia di Gurgussum, trovato impiccato a una trave della casa dal suo anziano domestico, Gherem Neussè, un ascaro reduce di Adua. Tutto fa pensare a un suicidio, ma alcuni indizi e alcune discrepanze portano a ritenere che non sia proprio andata così. Manca infatti per esempio una sedia o uno sgabello sul quale il Cacciavillani possa essere salito per impiccarsi.
Con il solo conforto della lettura del Corriere Eritreo (l’autore spiega in un’ intervista che questo era il giornale più diffuso nelle colonie, ma i brani estrapolati e citati nel suo romanzo, sempre del periodo, sono invece tratti dall’ archivio de La Stampa che lui ha consultato), e qualche Macedonia fumata di nascosto dalla terribile suor Gianna, caposala inflessibile ma dal cuore d’oro, Morosini e i suoi aiutanti dovranno indagare su questa morte, fino alle più inimmaginabili conclusioni.
Come nei precedenti romanzi il quadro di insieme e realistico e nello stesso tempo vintage. Con pazienza certosina Ballario ricostruisce un mondo perduto, con dovizia di particolari e fantasia. Le canzoni d’epoca, le marche della birra, delle sigarette, delle medicine, tutto è autentico e frutto di studi e ricerche, che rendono la lettura di questo libro una specie di viaggio nel tempo.
L’indagine poliziesca come sempre è scandita dai tempi della burocrazia e della caparbietà del nostro Morosini, molto più attento a fare giustizia che ad assicurare i colpevoli alla legge. In un’ indagine parallela, sul furto di alcuni medicinali avvenuto nell’ ospedale dove è ricoverato, lo vedremo infatti dibattersi in dolorosi dilemmi morali, e alla fine fare la cosa giusta forse illuminato dalla lettura del suo amato Seneca.
Anche i personaggi minori sono giustamente valorizzati, non semplici comparse ma parte di un affresco corale tipico dell’ epoca: suor Gianna, il dottor Calvarese, il capitano Ragazzoni, Gherem Neussè. A questi si aggiungono personaggi davvero esistiti, da Arthur Rimbaud, leggendario poeta francese che visse in quelle terre qualche generazione prima dei personaggi della storia, a Mario Gramsci, fratello del ben più celebre Antonio, fino a Henry De Monfreid, avventuriero, mercante e spia francese, che acquisterà un ruolo importante nel romanzo affiancando Morosini in una delicata missione.
Romanzo molto salgariano nello stile, si vede che è stata una lettura di formazione dell’autore, che gli ha lasciato cadenze classiche e vintage, con un certo spirito d’antan.
C’è comunque da sottolineare che ne Le nebbie di Massaua troviamo un Morosini più malinconico, quasi rassegnato, che sente il tempo che passa, e si interroga sul suo incerto futuro. Una passione fugace per una fotografa e spia tedesca occupa un po’ la sua mente, ma è ben conscio che è una storia che difficilmente può avere un futuro. Forse il suo destino è restare solo, senza una famiglia, in quella colonia lontano dalla sua patria, dalla sua famiglia, dai suoi affetti ormai sempre più sbiaditi.
Che la malaria non lo abbandonerà più e sarà sempre costretto a cadenzate dosi di chinino è un’ altra consapevolezza che lo amareggia e lo prostra. La giovinezza sta sfumando, il suo futuro si fa incerto e lo spettro di un ritorno in patria, relegato magari in un ufficetto sperduto a passare carte si fa sempre più vivo.
Ma il maggiore Morosini è un uomo pieno di risorse, sicuramente saprà riprendersi anche questa volta e proseguire nella sua missione, fare il carabiniere, ma con umanità e senso della misura.
E’ un po’ presto per pensare a un nuovo episodio della serie, ma sicuramente sarà interessante a suo tempo scoprire i nuovi sviluppi e immergersi di nuovo in questo mondo dai colori seppiati, ma ancora così vivido.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2010), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa dell’ Edizioni del Capricorno.

:: Non sfidarmi di Lee Child (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2018

Non sfidarmi di Lee ChildNuova avventura per Jack Reacher eroe, senza (troppe) macchie e senza paura, nato dalla penna inarrestabile di Lee Child. Per chi conosce la serie, ormai giunta al diciassettesimo romanzo per Longanesi, una garanzia. Passano gli anni, e nessun cedimento, nelle sue storie c’è sempre quel mix di avventura, suspense, disincanto che ci porta al centro dell’azione nei quattro angoli del mondo.
Se amate gli action thriller insomma è difficile che non conosciate Lee Child e la sua serie, specie ancor più da quando Tom Cruise ha portato ben due episodi, La prova decisiva e Punto di non ritorno, sullo schermo. E non sembra intenzionato a smettere.
Questa volta assistiamo a un ritorno al passato, torniamo infatti al tempo in cui Jack Reacher era nell’esercito, per l’esattezza era un maggiore della polizia militare alle prese con l’incubo degli incubi di ogni responsabile della sicurezza (sano di mente).
Il romanzo si intitola Non sfidarmi (Night School 2016) ed è sempre tradotto dalla veterana delle traduzioni della serie, la bravissima Adria Tissoni.
Dunque andiamo con ordine. Jack Reacher di ritorno da una missione all’estero, di routine ma che ha portato a termine brillantemente, riceve una medaglia e un invito piuttosto bizzarro: tornare sui banchi di scuola. Corsi di aggiornamento si chiamano, dai nomi abbastanza folcloristici, dai quali sembra che anche il nostro non possa sfuggire. E in effetti si trova davvero in un aula di scuola con un tizio dell’ FBI e uno della CIA, anche loro studenti piuttosto perplessi, anche loro di ritorno da missioni di successo.
Nel giro di poco però tutti capiscono che è solo una copertura, perchè in realtà sono stati scelti come membri di una task force antiterroristica per sventare qualcosa che sembra mettere a repentaglio le sorti del mondo. Letteralmente.
Dire altro sulla trama in sé sarebbe criminale, sta di fatto che la storia scorre su binari ben oliati, fino all’ inevitabile lieto fine che vedrà il nostro eroe prevalere in una vicenda che dire poco è dire che è disperata.
Forse più spy-story da post guerra fredda, che thriller investigativo con vittima e assassino, ma tutto si gioca su una caccia all’ uomo in una Germania piena di rigurgiti xenofobi e neo nazisti. I colpi di scena non mancano, pure l’ossatura investigativa se vogliamo, inoltre Jack Reacher si guadagna pure una parentesi rosa con una bella bionda, ma l’importante è che per buona parte del libro siamo al buio, e le ipotesi che si susseguono nelle nostre teste sono le più fantasiose. Poi quando scopriamo quale è l’ oggetto del contendere, inizia una carambola di colpi di scena che scoppiano in serie come fuochi d’artificio.
Lee Child non delude, come dicevo all’inizio. La cronaca gli dà nuova linfa per le sue avventure, e di materiale incandescente in giro per il mondo ce ne è parecchio, quando si ha la facilità di imbastire storie, che ha lui. La penna è fluente e tutti i meccanismi combaciano come ingranaggi di un orologio di precisione. Più quel giusto mix di eroismo e cattiveria, che rende il personaggio di Jack Reacher diverso dai suoi consimili. Insomma Jack Reacher è un duro, non esita a menare le mani, dire battute taglienti se non offensive, uccidere se è il caso, e anche se molto spesso agisce per buone cause, ma in alcuni casi le sue azioni non lo fanno proprio brillare come il classico eroe della porta accanto.
Da inglese trapiantato in America, Lee Child si è integrato benissimo, e a volte sembra più realista del re, non tralasciando alcune osservazioni da straniero sul modo di agire americano piuttosto critiche. Ma il patriottismo anche se amaro con cui riveste le scelte del suo Jack Reacher non portano mai a scelte di posizione. Jack Reacher lotta pro domo sua. Accetta le regole, fino a che non mollerà tutto per fare a modo suo, fuori dai vincoli della disciplina e dell’ esercito.
Jack Reacher è e resta un cane sciolto. Privo di legami e di vincoli. Non prova piacere nel recare danno ai suoi nemici, ma neanche eccessivo rimpianto. Se deve uccidere uccide e noi non siamo sua madre per chiedergli come si sente dopo.
Alla prossima.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dal 1977 lavora come autore televisivo, ma nel 1996 perde il lavoro presso una società di produzione televisiva e decide di dedicarsi alla letteratura. Il suo primo romanzo, Zona pericolosa, vince l’Anthony Award per la miglior opera prima; il suo secondo romanzo, Destinazione Inferno, vince il W.H. Smith Thumping Good Read Award.
Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti. Vive tuttora a New York City.
I suoi romanzi hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex ufficiale della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita di vagabondaggi attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Duro come pochi e dotato di un innato senso di giustizia, Reacher si presenta come un cavaliere solitario di altri tempi, che pur non cercando guai è sempre pronto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: 13 anni dopo di Kerry Wilkinson (Newton compton 2018) a cura di Federica Belleri

30 luglio 2018
13 anni dopo

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Stoneridge, una piccola cittadina inglese dove di solito nulla accade. Dove tutti si conoscono e il diverso, l’insolito, vengono additati e marchiati a fuoco. A vita. Impossibile scappare da lì, ci si sente accerchiati anche se desiderosi di scoprire altro.
Olivia ritorna a casa, dopo tredici anni. Era scomparsa nel nulla a soli sei anni. Stava giocando in giardino, il padre era in casa e poi il nulla. Sparita. Rapita? Chi è il colpevole? Quante sono le mancanze o le sviste legate all’indagine che la riguarda? Chi ha delle responsabilità?
Da quel giorno solo sofferenza e dolore, alternati. La forza di voler scoprire la verità e lo struggimento di non poter piangere nemmeno su dei piccoli resti. Il vuoto, il silenzio. La ricomparsa di Olivia è un colpo al cuore, tutto viene rimesso in discussione. La madre alterna momenti di felicità ad altri di angoscia. Ha paura a riabbracciarla ma non vuole perderla di nuovo. Che fare?
Olivia Adams deve ricostruire ciò che ha perso, a partire da se stessa. Fatica a raccontare di sé, non sa da dove cominciare. O forse sì. La sua persona e la sua storia sono sulla bocca di tutti, la comunità è piccola ed è complicato andare in giro normalmente senza sentirsi osservati. C’è curiosità, ma anche il gusto macabro di scoprire i particolari di una vicenda che ha troppe ombre. C’è il desiderio di ritrovare le amicizie perdute e di ricomporre un puzzle al quale mancano alcuni pezzi importanti. Perché di giorno le cose assumono un aspetto prevedibile, di notte si trasformano in pericolose. Qualcuno osserva Olivia, è diffidente, è strano. Qualcuno la protegge, perché non vuole perderla. Qualcuno insinua dei dubbi e delle perplessità. Perché?
13 anni dopo è un thriller volta pagina, scritto su due piani temporali diversi ma strettamente collegati. Due storie in una che si intrecciano e portano ad un finale decisamente azzeccato. Due storie, dicevo, legate alla ricerca di sé, all’amore genitoriale e alle bugie. Perché non tutto può essere raccontato, anche se ha una motivazione precisa.
Buona la traduzione, seppur con qualche imprecisione. Da leggere.

Kerry Wilkinson è uno scrittore di thriller diventati bestseller in Inghilterra, America, Canada, Sud Africa, Singapore e Australia, con un milione di copie vendute nel mondo. È originario del Somerset, ma ha passato gran parte della sua vita nel nord dell’Inghilterra. Quando è a corto di idee per scrivere, va in bicicletta o inforna dolci. 13 anni dopo è il primo libro pubblicato in Italia dalla Newton Compton. Per saperne di più visitate il suo sito: kerrywilkinson.com

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Notturno metropolitano di Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli Editori 2018) a cura di Nicola Vacca

30 luglio 2018
Notturno metropolitano

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Il commissario Davide Ferrazza è alle prese con un caso complicato. In una Milano notturna si consumano crimini atroci.
Notturno metropolitano è il nuovo noir di Alessandro Bastasi. Un altro avvincente capitolo in cui lo scrittore mette a fuoco questo nostro tempo che sembra non sfuggire all’escalation di una violenza che non conosce tregua.
Dopo Era la Milano da bere e Morte a San Siro, arriva Notturno metropolitano e Alessandro Bastasi continua il suo viaggio nel cuore della notte milanese, dove la cronaca nera impazza e sull’asfalto lascia vittime.
Cosa si nasconde dietro la morte del brigadiere Tarantino e di sua moglie? Davide Ferrazza si trova nel bel mezzo di una bufera con un caso di omicidio che nasconde altri risvolti che lo porteranno a indagare nella direzione di personaggi insospettabili.
Bastasi porta il lettore nella realtà della Milano criminale, ne racconta gli aspetti più cruenti.
Nel cuore di una Milano violenta, notturna e avvolta nell’oscurità surreale di un gelido gennaio, si svolgono i fatti del romanzo e il commissario e alle prese con una reste complessa di crimini collegati con l’omicidio del brigadiere e di sua moglie che lo porteranno a essere coinvolto in una serie di vicende che avranno a che fare con organi dello Sato reticenti e lo spaccio di droga.
Anche questo come i precedenti è un noir a sfondo politico. In una Milano che da tempo ha smesso di essere capitale morale, Alessandro Bastasi è abile nell’intrecciare un racconto avvincente in cui la verità non esiste, esistono solo i punti di vista.
I colpi di scena sono numerosi, la narrazione è incalzante, i personaggi sono calzanti alla serie di eventi che si susseguono nella soluzione del caso.
Al centro come sempre c’è Milano città metafora di una decadenza tutta italiana.
Notturno metropolitano è un romanzo nero e duro che racconta anche la deriva di questo nostro paese. Un noir sociale e politico. Un altro tassello fondamentale della produzione letteraria di Alessandro.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia aveva recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri. Ha continuato in seguito a calcare le scene, ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (Sipario, La Ribalta), per il periodico “Fronte popolare” e per il quotidiano “La sinistra”. Tra il 1990 e il 1993 vive a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli danno materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito pubblica: 2010 – La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice) 2011 – Città contro (romanzo, Eclissi Editrice) 2012 – Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni) – La caduta dello status (racconto, quotidiano Il Manifesto) – Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni) 2013 – La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore) 2014 – Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore). 2016 – Era la Milano da bere (romanzo, Fratelli Frilli Editori) 2017 Morte a San Siro (romanzo, Fratelli Frilli Editori) Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.