Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: L’arte del delitto di Letizia Triches (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

11 settembre 2026

Ottobre 1995. Sandra ha solo dodici anni quando sopravvive miracolosamente a una spaventosa scossa elettrica. Uno choc dal quale faticherà  a lungo prima di riprendersi. Da quel momento in poi per lei molto cambia. Il suo olfatto é diventato finissimo e quello che per gli altri rappresenta solo un profumo, un aroma o un odore spiacevole, per lei ha acquisito altre peculiarità, in grado di stimolare l’immaginazione e raccontare molto più di quanto mai si possa immaginare. Un dono ingombrante, difficile da gestire, compreso a fondo soltanto dalla nonna, con la quale Sandra ha vissuto in campagna. Ed è stata proprio lei a insegnarle come riconoscere le essenze naturali, interpretarle e utilizzarle. Un’insolita e straordinaria capacità destinata, con il tempo, a diventare il suo lavoro.
Vent’anni dopo infatti  Sandra ha trovato la propria strada nel mondo delle fragranze. È diventata un Naso, cioè una profumiera.  Molto apprezzata nella sua professione, ha firmato un contratto a tempo con la Kimera, famosa società del settore che l’ha portata da Roma, dove abitualmente risiede e finanzia una band , a Torino. Dovrà fermarsi alcuni mesi e impostare la creazione di una nuova essenza.
Nella capitale del Piemonte ha trovato affettuosa ospitalità nel quartiere di San Salvario, nella casa di famiglia di un vecchio e caro amico torinese, Tommaso Marini. Loro due sono amici da sempre, e Tommaso, noto e stimato restauratore è impegnato nel restauro di una pala d’altare nella chiesa della Misericordia.
Con Tommaso per guida, Torino si mostra elegante e maestosa. Sandra è affascinata dalle sue atmosfere anche se «non è abituata ad aggirarsi in una città quadrata come una scacchiera». All’inizio stenta addirittura a orientarsi.
Ciò nondimeno sarà proprio in questo scenario, tra autoritarie file di palazzi molto diversi per colore e sapore da quelli romani, mostre e indefinibili personaggi, che partirà la storia. Un pomeriggio accompagnando Tommaso a un’esposizione, verrà proiettata in un ambiente particolare, legato all’esposizioni d’arte, ai collezionisti e ai quadri antichi.
Tramite l’amico, conoscerà la bella e giovane critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris, uomo ben portante ma molto più anziano di lei. E proprio quel giorno, intervenendo alla mostra organizzata dalla donna e dedicata ai gettonatissimi falsi d’autore, scoprirà un altro mondo in cui il confine tra autenticità e inganno diventa molto sottile. Le opere esposte sono perfette copie di antichi capolavori, realizzate dal pittore Beltrami, ormai da anni ricoverato in una casa di riposo. Un artista diventato celebre, tanto da trasformare i suoi quadri in oggetti contesi da collezionisti disposti a pagarli cifre molto importanti.
Quelle tele sono perfette riproduzioni della grande pittura del passato, come la Donna allo specchio di Tiziano e il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Ma dietro l’indiscussa bellezza delle  immagini si cela qualcosa di meno rassicurante. Intorno alle opere di Beltrami si muovono interessi, rivalità, gelosie, vecchi rancori e dolo.  Il mondo dei falsi non vive soltanto di talento e denaro.
Vittoria Musso Ferraris, appresa l’esistenza della band di Sandra, e il suo desiderio di suonare a Torino, le suggerisce cortesemente, di prendere contatto con l’Hiroshima Mon Amour un locale di periferia, zona Mirafiori, forse adatto al loro genere. A prima vista è tutto impegnato ma l’improvvisa defezione di un gruppo irlandese offrirà  al gruppo romano l’occasione per esibirsi. Una parentesi lontana dalla realtà torinese e dai suoi intrighi. E invece…
La  serata, musicale sarà lunga e avrà gran successo. Interverrà anche Vittoria Ferraris che resterà con Sandra e Tommaso fino a quasi le quattro. Ma al suo ritorno a casa, accompagnata dagli amici, scoprirà la morte del marito. L’avvocato giace scompostamente a terra, è stato avvelenato dalla  colchicina contenuta in una bottiglia di vino. A terra un biglietto…
A prendere in mano l’omicidio, saranno due poliziotti, un commissario e un ispettore, ai quali finiranno per affiancarsi Sandra e Tommaso. Quattro persone  molto diverse, tutte unite dalla curiosità e dalla voglia di capire. La morte di Ferraris inquieta. Chi poteva volerla? E perché? La vedova? Oppure si mira a incastrarla?  Lei però, con la presenza al concerto, ha apparentemente un alibi perfetto.
L’indagine si dilata e comincia a far emergere quanto si vorrebbe tenere nascosto. Il secondo delitto poi avvenuto, pochi giorni dopo con le stesse modalità, renderà più difficile scovare l’assassino. La faccenda si complica e le possibili piste si moltiplicano, indirizzando verso un giro torinese nel quale esoterismo, enigmatici rituali e strani personaggi finiranno con intrecciarsi con il mercato delle opere false.
Tutto parrebbe ruotare intorno ai quadri di Beltrami e alla strana cerchia di collezionisti che li compra e forse li utilizza per altri scopi da quelli dichiarati.
Sandra Vento si troverà impelagata in una storia in cui, a conti fatti, niente è come sembra e il suo prodigioso olfatto si trasformerà nella chiave dell’indagine. Lei, che può percepire ciò che gli altri non sentono, pare l’unica in grado di raccapezzarsi, far tornare a galla il passato e ricostruire una verità sepolta sotto le bugie…
Sandra Vento il nuovo personaggio di Letizia Triches, diverso dai precedenti ma che fa intuire la voglia di una nuova serie,  mettendo in tavola buone carte per diventare una protagonista.
Auguro a lei e alla sua autrice buona fortuna.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.

:: Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2026) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2026

Era quello, il tempo dell’orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell’orologiaio è un orologio fermo.

Con la strage di Piazza Fontana a Milano, alla fine degli anni ’60, se vogliamo, iniziarono gli Anni di Piombo, un periodo della storia recente italiana segnato da grandi tensioni sociali, scioperi, lotte operaie, contestazione studentesca e crisi economica, inserito nel clima gelido della Guerra Fredda che vedeva il pericolo atomico come un rischio incombente oltre che una contrapposizione ideologica.

Sebbene quel periodo si sia concluso negli anni ’80, ancora oggi è difficile fare un bilancio e venirne a patti. Fu un periodo di grandi ideali, di lotta armata, di lealtà ma anche di tradimenti, soffiate, instabilità, coraggio e vendetta.

Maurizio de Giovanni, dopo L’orologiaio di Brest, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori, chiude la serie dell’Orologiaio con Il tempo dell’orologiaio, sempre pubblicato da Feltrinelli, e ci riporta in quegli anni, raccontandoci la storia di alcuni sopravvissuti agli Anni di Piombo, dei loro figli e nipoti e di chi patì le conseguenze di quegli anni violenti.

Un noir atipico, contemporaneo, molto diverso dalle serie storiche di de Giovanni, ma capace di raccontare alcune pagine insanguinate della storia italiana con un certo coraggio e attraverso una prospettiva scevra da giudizi postumi di maniera.

De Giovanni, ispirandosi a fatti realmente accaduti, narra circostanze e storie credibili che permettono, in un certo senso, riflessioni anche profonde sull’animo umano e sulle sue derive, non sempre limpide e lineari.

È un romanzo, non ha pretese di saggio sociologico, ma nello stesso tempo l’autore aggiunge alla narrazione riflessioni che ci portano ad analizzare quel periodo con occhi nuovi e a comprendere, secondo l’interpretazione dell’autore, che dietro ai ragazzi che compivano materialmente determinate azioni c’erano mandanti e centri di potere che, nell’ombra, orchestravano quella che viene definita la strategia della tensione.

In questo secondo romanzo è il tempo il vero protagonista: tempo di bilanci, di rese dei conti, di verità che tornano a galla e di conseguenze che, a distanza di decenni, non hanno ancora smesso di pesare.

Insomma, un noir impegnato, più politico dei precedenti, una scelta di campo e, nello stesso tempo, un’analisi attenta di quelle dinamiche e di quanto abbiano pesato successivamente sulla vita di chi le ha attraversate e sulle generazioni che ne sono venute dopo.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

:: Il Giardino delle ombre di Mirko Zilahy (Mondadori, 2026) a cura di Patrizia Debicke

24 agosto 2026

In Il giardino delle ombre Mirko Zilahy riporta in scena Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di esaminare una scena del crimine come fosse un quadro, per coglierne dettagli e simboli destinati a sfuggire a uno sguardo razionale.
Fulcro della nuova indagine sarà Hieronymus Bosch, controverso e visionario pittore fiammingo del Cinquecento, autore del Giardino delle Delizie, opera splendida ma inquietante, popolata da creature deformi, allegorie e peccati in grado di disturbare e affascinare. E proprio nelle sale del Prado di Madrid prende il via una trama che spazierà tra arte, mistero e delitti. Tessa Vanetti, restauratrice specializzata in pittura fiamminga, sta lavorando sul famoso trittico quando nota un’imperfezione in corrispondenza di una delle figure dell’opera e sotto la superficie del dipinto affiora qualcosa destinato a mettere in discussione quanto pareva noto.
Quasi contemporaneamente, a Roma, l’ispettrice capo Miriam Tiberi scopre un cadavere disposto artisticamente ma in maniera talmente strana da sembrare una provocazione. Il corpo di un uomo, infatti, trovato nella vasca all’interno del parco della Caffarella, ha una maschera animalesca. La foto della vittima giunta alla squadra investigativa, causerà il ritorno in scena di Nemo Sperati.
Nemo non è un normale investigatore. È un uomo inquieto, ancora prigioniero di un ingombrante passato legato alla figura del padre Rufo Sperati. La sua bravura sta nel riconoscere ciò che gli altri non vedono: tracce cancellate dal tempo, segni apparentemente insignificanti. La scena del crimine, per lui, non è solo un posto dove trovare prove, ma qualcosa da interpretare.
Come sempre, Zilahy non usa l’arte solo per arricchire la trama, ma la trasforma nella forma stessa dell’indagine. I delitti diventano installazioni mortali, costruite dal killer secondo una precisa  logica. Ogni posizione, ogni oggetto, ogni dettaglio pare rimandare alla pittura di Bosch e al suo universo. Per risolvere il mistero non basterà quindi cercare indizi: bisogna leggere le immagini, mentre il romanzo  ondeggia tra vero e falso, realtà e visione. Il ritrovamento dell’elemento celato nel dipinto sarà solo l’ideale passaggio. L’invenzione narrativa è talmente plausibile da porre un’inquietante domanda: Bosch potrebbe davvero aver lasciato tra le ombre del suo capolavoro un messaggio destinato a riemergere secoli dopo?
La risposta attraversa una lunga scia di sangue che passa tra Madrid, Roma e Venezia, città diverse ma accomunate da storia stratificata, da luoghi carichi di memoria e da un’atmosfera in grado di accrescere il senso di mistero.  
Zilahy  racconta Roma soprattutto nei suoi angoli meno prevedibili, lontano dall’aspetto stereotipato. Al fianco di Nemo, Tessa Vanetti ha un ruolo sostanziale. La sua conoscenza della pittura fiamminga è il perfetto contrappunto alle intuizioni dell’esperto d’arte. Due diversi modi di sentire l’opera finiscono per confluire nella stessa ricerca della verità. Miriam Tiberi, invece, porta nell’inchiesta il rigore della razionalità,  anche se certe sue certezze iniziano a incrinarsi.
Nemo, tuttavia, é il protagonista. È lontano dall’eroe infallibile tipico della narrativa di genere. Tentenna, dubita, supera le proprie ferite ma spesso sembra agire avvolto in una specie di nebbia dalla quale non riesce a liberarsi. Il rapporto irrisolto con il padre continua a condizionarlo. La ricerca della verità diventa pertanto indispensabile per affrontare un passato ancora capace di ferirlo.
Zilahy tratteggia con cura questa complessità psicologica. Nemo è un uomo in equilibrio precario, apparentemente refrattario alle certezze, ma forse questa instabilità risulta la sua forza. Sa che la realtà non è mai del tutto leggibile e accetta di muoversi nell’incertezza. Il suo talento nasce dalla capacità di osservare ciò che resta quando tutto sembra scomparso. Non ricostruisce solo i fatti: ricostruisce le assenze.
Anche il killer sembra conoscere bene il potere dell’apparenza. I suoi omicidi non sono esecuzioni, ma rappresentazioni. Le vittime vengono trasformate in figure di un quadro oscuro, mentre Roma diventa il palcoscenico di una folle installazione del male. In questa componente visiva si percepisce una suggestione cinematografica, vicina a Dario Argento, soprattutto nella fiducia attribuita all’immagine nel raccontare l’orrore più che le parole.
La scrittura di Zilahy sostiene bene questa costruzione. È asciutta, precisa, visiva. Le descrizioni delle opere di Bosch, dei luoghi e delle scene del crimine sono ricche di particolari, ma non appesantiscono il ritmo.. Ogni ambiente sembra costruito per essere visto, quasi il lettore fosse chiamato a muoversi dentro il quadro con i personaggi.
“In falsitate veritas. In veritate falsitas.” La verità nella menzogna, la menzogna nella verità: è questo il gioco di specchi con il quale il romanzo trova la propria chiave.
Mirko Zilahy costruisce dunque un thriller sanguinoso e visionario, nel quale arte, memoria, follia e indagine paiono confondersi. Il risultato è una storia in grado di accompagnare il lettore dentro un mondo dove nulla è davvero ciò che appare. E anche quando l’indagine giunge  alla conclusione, resta davanti a noi l’enigma  Bosch, mentre ci chiediamo cosa abbiamo davvero visto mentre pensavamo di guardare.

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano.

:: E così per non morire di Paolo Roversi (SEM, 2026) a cura di Patrizia Debicke

5 agosto 2026

Paolo Roversi torna con un thriller, costruito attorno a una delle pagine più oscure della cronaca nera milanese: il mistero del cosiddetto “Mostro di Milano”, un serial killer rimasto senza volto, responsabile dell’uccisione di numerose donne fra gli anni Sessanta e Settanta. Da questa vicenda realmente esistita, l’autore trae spunto per costruire una trama nella quale realtà e finzione si fondono, dando vita a un’indagine capace di attraversare il tempo e dimostrare come il male non scompaia mai davvero, ma resti in attesa dell’occasione giusta per riaffiorare.
La storia parte dal febbraio del 2020, mentre Milano e il resto del mondo stanno per essere travolti dall’emergenza sanitaria. Quattro donne sole vengono assassinate nel giro di poche settimane. Delitti efferati, quasi ignorati dall’opinione pubblica perché l’attenzione è ormai monopolizzata dal Covid. È proprio in questo scenario sospeso e irreale vediamo arrivare  in città Gaia Virgili, profiler dell’Europol giunta alla quarta indagine della serie. Richiamata dal direttore dell’UACV Renato Bernardi, da sempre suo mentore e punto di riferimento, comprenderà presto che gli omicidi contemporanei riproducono con inquietante precisione una lunga sequenza di cold case rimasti irrisolti decenni prima.
Gaia è una protagonista moderna, intelligente, in grado di leggere la mente criminale senza perdere la propria umanità. Lontana dalla sua squadra “Beccaria”, dovrà confrontarsi con un’indagine molto complessa che la porrà in una specie di viaggio dell’eroe, nel corso del quale emergeranno anche inediti aspetti della sua personalità. Al suo fianco, giunta inattesa dall’Aia ci sarà Karen,  la bella la poliziotta olandese dalla pelle ambrata e gli occhi smeraldo molto diversa per formazione, quasi il suo opposto per sfumature caratteriali e differenti approcci investigativi. Dal confronto fra le due nascerà tuttavia un’ efficace dinamica narrativa.
L’indagine si sviluppa su due livelli temporali perfettamente intrecciati. Da una parte la Milano del boom economico e degli anni di piombo, attraversata dalla criminalità, dalla paura e da profonde trasformazioni sociali; dall’altra la metropoli svuotata dalla pandemia, silenziosa, immobile, privata della sua vitalità. Roversi imposta un affascinante scambio fra queste due città. Le strade deserte del lockdown diventano così il nuovo ideale palcoscenico per un assassino che pare muoversi sulle orme  di un fantasma riaffiorato dagli archivi della memoria.
Milano non è un semplice sfondo, ma quasi una presenza per cambiare il volto  degli eventi. La città operosa, frenetica e luminosa lascia progressivamente spazio a un paesaggio quasi spettrale, dominato dal silenzio, dalle ossessive sirene delle ambulanze, dalle strade vuote e dalla paura del contagio. Il virus diventa una seconda minaccia, invisibile quanto il serial killer, e Roversi imposta un parallelismo fra due diverse forme di male, entrambe capaci di modificare radicalmente la vita delle persone. Da una parte un assassino che colpisce donne vulnerabili, dall’altra una pandemia che rende tutti fragili, cancellando certezze e abitudini. Interessante è la riflessione sulla memoria. Attraverso il faticoso recupero dei vecchi fascicoli investigativi, l’autore restituisce voce a vittime ormai dimenticate, ricordando quanto troppo spesso la giustizia non riesca a dare un nome ai colpevoli, mentre il tempo finisce per cancellare anche il ricordo delle vittime, Quasi un sacrosanto omaggio a coloro che la cronaca aveva relegato nell’oblio.
Come sempre, Roversi dimostra una notevole abilità nel governare lo sviluppo della trama. Alterna continui cambi di prospettiva, dissemina false piste, alimenta dubbi e sospetti. Ogni nuovo indizio apre inattesi scenari e costringe il lettore a rimettere in discussione ogni certezza. La tensione cresce pagina dopo pagina fino a un finale sorprendente ma coerente.
E così per non morire conferma la bravura di Paolo Roversi nel coniugare thriller, cronaca e memoria storica. Roversi utilizza una leggenda nera della Milano criminale per raccontare non soltanto la caccia a un serial killer, ma anche il peso dei ricordi, il valore della giustizia e la necessità di non dimenticare. Ne nasce un romanzo, ricco di suspence e di suggestioni, nel quale il passato continua a dialogare con il presente ricordandoci quanto il male sappia mutare forma senza mai estinguersi davvero.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta: Milano criminale e Solo il tempo di morire…

:: Solak di Caroline Hinault (Gallucci, 2026) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2026

Sulla penisola di Solak, da qualche parte a Nord del Circolo polare artico, c’è un avamposto militare in mezzo al nulla dei ghiacci dove vengono spediti i soggetti che hanno colpe da espiare. Solo uno dei quattro residenti è lì per scelta: scienziato climatico, cerca le prove dell’imminente collasso del Pianeta. Dopo il suicidio di uno dei compagni, i tre rimasti accolgono una nuova recluta misteriosa: un ragazzo muto. Chi arriva a Solak è un colpevole, come loro. Ma di cosa può essersi macchiato un tipo così gracile e mite? Con l’avvicinarsi della grande Notte polare le condizioni di vita alla base si fanno ancora più dure e gli uomini sono costretti a una convivenza sempre più tesa, che smaschera gli istinti peggiori rivelando gli inquietanti segreti del passato. Ma il destino li troverà anche in quell’oltremondo senza pietà dove nessuna apparenza può più ingannare.

Solak (Solak, 2021) della bretone Caroline Hinault, tradotto in italiano da Maria Laura Capobianco ed edito da Gallucci, è un romanzo breve molto particolare giunto dalla Francia fino a noi sull’onda di un grande successo di pubblico e di critica.

Vincitore di ben 8 premi letterari Solak ci porta la voce di un’autrice molto singolare, capace di graffiare e nello stesso tempo evocare atmosfere anche liriche dell’estremo Nord.

Voce narrante quella di un soldato Piotr, da vent’anni confinato a Solak per qualche oscura colpa che sembra segnare le vite di tutti i personaggi, oltre a lui un altro militare Roq, e Grizzly uno scienzato attento a studiare i cambiamneti climatici in attesa di un imminente Apocalisse che spera coi suoi studi di scongiurare. Un altro militare Igor, si fa saltare le cervella con un fucile e quando arrivano le scorte, prima della lunga notte artica, viene raccolto e in cambio viene lasciata una Recluta, un ragazzino smilzo, con gli occhi come spilli di acciaio chiaro, muto ma non sordo, che scrive freneticamente chissà cosa su alcuni fogli.

La Hinault ne riporta il linguaggio, ruvido se non greve, e la psicologia di uomini temprati da mille vicessitudini e avversità. L’ambiente è ostile, più si avvicina la notte artica più la lotta per la sopravvivenza si fa serrata in attesa di un evento tragico che sembra gravare come una maledizione.

Chi sarà a soccombere? Chi riuscirà a sopravvievre, e quali sono i segreti e le tragedie che i personaggi meticolosamente nascondono?

In attesa dell’inaspettato colpo di scena finale l’aria si fa tesa, frenetica in un crescendo di tensione e di angoscia.

Noir per adulti, nella collana Glifi di Gallucci, Solak è un romanzo difficile da definire, lo si potrebbe descrivere come un lungo monologo e flusso di coscienza della voce narrante, in cui l’autrice si immedesima alla perfezione nel descriverci la psicologia di uomini al limite.

E’ un romanzo molto muscolare, ruvido, maschile, sebbene l’autrice sia una bella e giovane e affascinante professoressa di lettere, utilizza un linguaggio greve, anche volgare, specchio delle anime tormentate dei personaggi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla superficie di questo linguaggio spigoloso.

Sotto la scorza ruvida emerge tuttavia una riflessione profonda sulla colpa molto dostoevskijana, sull’isolamento, sulla memoria e sul rapporto tra l’uomo e una natura che non è più madre, bensì forza indifferente e inesorabile. Solak diventa così un luogo dell’anima prima ancora che uno spazio geografico: un confine estremo dove ogni certezza vacilla e dove i protagonisti sono costretti a confrontarsi con ciò che hanno cercato di seppellire dentro di sé.

Solak è una lettura intensa, inquietante e fuori dagli schemi, capace di lasciare il lettore immerso in un senso di gelo e di sospensione anche dopo aver voltato l’ultima pagina. Un romanzo breve ma densissimo, che dimostra come Caroline Hinault sappia fondere tensione narrativa, introspezione psicologica e grande forza evocativa in una storia destinata a lasciare il segno.

Caroline Hinault (Saint-Brieuc, Bretagne, 1981) insegna Letteratura a Rennes, dove vive. Solak, il suo primo romanzo, ha riscosso un gran successo di critica e di vendite e ha conquistato otto premi letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Quando finisce la tempesta di Manel Loureiro (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

4 aprile 2026

Nel panorama del thriller contemporaneo non sono rari i romanzi ambientati in luoghi isolati, spazi naturali dove il paesaggio diventa parte integrante del mistero. In Quando finisce la tempesta  di Manel Loureiro questo elemento assume però un ruolo centrale e quasi simbolico: l’isola galiziana di Ons non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, bensì un microcosmo chiuso in cui rancori antichi, rivalità familiari e segreti mai sopiti riaffiorano con la forza distruttiva di una mareggiata. Il protagonista, Roberto Lobeira, è uno scrittore in cerca di quiete e di ispirazione per il suo secondo romanzo. L’idea di trascorrere l’inverno su quell’isola remota sembra all’inizio una scelta quasi ascetica, una fuga dal rumore del mondo e dalle aspettative editoriali. Tuttavia Ons non è il rifugio pacifico immaginato: il mare che la circonda diventa presto una invalicabile barriera quando una violenta tempesta cambierà tutto, interrompendo ogni e qualunque  collegamento con la terraferma e  imprigionando i pochi abitanti in un fragile equilibrio, carico di segrete tensioni.
E sarà  proprio il mare, elemento onnipresente e quasi vivo, a innescare il meccanismo della storia. Le onde trascineranno  a riva un misterioso fagotto, destinato a scatenare una serie di conflitti e scoperchiare un passato fatto di gelosie, vendette e vecchi conti mai saldati. Da quel momento la narrazione accelera e la piccola comunità dell’isola si trasforma in un inquietante teatro dove ogni sguardo sembra nascondere un sospetto e ogni gesto può diventare una minaccia. L’atmosfera si fa via via più cupa, mentre una enigmatica presenza lascia davanti alla porta dello scrittore un’offerta di sangue, oscuro segno che suggerisce arcaici rituali o incomprensibili messaggi.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo si rifà proprio alla costruzione di questo microcosmo umano. Gli abitanti di Ons non appaiono mai come semplici comparse, bensì come tasselli di una comunità segnata da profonde divisioni. Le famiglie rivali, con la loro storia di vecchi e accumulati rancori, incarnano un conflitto quasi ancestrale, capace di trasformare l’isola in un luogo sospeso tra leggenda e realtà. In mezzo a queste complesse dinamiche dovrà muoversi Lobeira, figura esterna e vulnerabile, involontario spettatore di tensioni che non comprende fino in fondo e in grado di travolgerlo.
Manel Loureiro costruisce la narrazione con ritmo incalzante. Gli eventi si susseguono con sorprendente rapidità, senza lunghe introduzioni né pause contemplative. Fin dalle prime pagine il lettore viene scaraventato nel cuore dell’azione e la trama procede con una serie di svolte che mantengono di continuo la curiosità. La trama prende la forma di un libro coinvolgente, una storia progettata per spingere il lettore a divorare i successivi capitoli nel tentativo di ricomporre un mosaico sempre più complesso.
A sostenere il ritmo contribuisce anche l’ambientazione. Loureiro descrive Ons con uno sguardo capace di cogliere l’aspra  bellezza  della costa atlantica: scogli battuti dal vento, sentieri isolati, case che sembrano resistere a fatica alla furia dell’oceano. Il paesaggio poi, amplificando  la sensazione di isolamento, crea una sensazione quasi claustrofobica. Il mare diventa  una  costante presenza, un’imprevedibile forza pronta a chiudere ogni via di fuga.
Naturalmente una struttura narrativa tanto ricca di colpi di scena comporta anche qualche squilibrio. Alcuni punti risultano più convincenti di altri e certi passaggi appaiono volutamente sopra le righe, come se l’autore privilegiasse l’effetto spettacolare rispetto alla piena credibilità. Questo vale soprattutto per il finale, dove la complessità accumulata lungo la storia trova una soluzione forse troppo rapida, in grado di lasciare un lieve senso di incompiutezza.
Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questo aspetto. “Quando finisce la tempesta” funziona soprattutto come romanzo di intrattenimento, costruito per tenere il lettore dentro un vortice di eventi, misteri e rivalità. Loureiro dimostra una notevole abilità nel creare suspence e nel popolare la storia di memorabili figure, spesso ambigue, raramente innocenti.
Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta l’immagine di un’isola battuta dal vento, luogo in cui il passato non smette mai di reclamare il proprio spazio. La tempesta che incombe su Ons non è soltanto quella meteorologica ma anche la tempesta morale di una comunità incapace di dimenticare. Ed è proprio questa miscela di paesaggio, segreti e violente passioni a rendere il romanzo un thriller coinvolgente, imperfetto forse, ma in grado di trascinare il lettore dentro una storia dove la quiete sembra sempre soltanto apparente.

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è scrittore, avvocato e conduttore televisivo e ha lavorato anche come sceneggiatore in numerosi progetti. Attualmente collabora come editorialista per diversi quotidiani nazionali, oltre che per emittenti radiofoniche e televisive. È uno dei pochi autori spagnoli contemporanei ad aver raggiunto la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti. Quando finisce la tempesta è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

:: Tutte le ragazze mentono di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli, 2026) a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2026

Nel cuore di una Sardegna lontana dalle cartoline, con Tutte le ragazze mentono Piergiorgio Pulixi costruisce un thriller che affonda le radici nel disagio adolescenziale e nell’ipocrisia di provincia, offrendo un quadro teso, emotivamente denso, in cui il mistero si intreccia con il dolore e con l’ostinato bisogno di verità. Il romanzo è ambientato a  Saruxi, cittadina  sarda ex importante polo industriale dell’isola, che  emerge come un luogo sospeso, dove il tempo potrebbe  essersi fermato e ogni rapporto umano si nutre di sguardi, sospetti e silenzi. Le strade, le case, la foresta di lecci spesso avvolta nella nebbia contribuiscono poi a creare un senso costante di oppressione, come un’invisibile gabbia dalla quale non si può fuggire. In questo spazio chiuso, in cui tutti conoscono tutti, la verità può deformarsi  fino a diventare irriconoscibile e le apparenze invece assumere assoluto valore.
Sarà proprio da questa tensione che nasce e si sviluppa la trama. La morte di Denise, la “ragazza perfetta”, ritrovata sui binari del treno, rappresenta un’insanabile  frattura. Il suicidio, accettato senza troppe domande dalla comunità, diventa però per la sorella minore Melissa, Sissy, un insopportabile mistero. E sarà la sua voce, diretta e priva di filtri, a guidare il lettore dentro la sua personale indagine, provocata da un forte impulso emotivo. Perché istintivamente  lei non crede che sua sorella si sia tolta la vita.
Sissy è una protagonista ben calibrata: fragile, insicura, spesso sopraffatta dal dolore, ma incapace di arrendersi. Non dispone delle certezze di un’investigatrice, va avanti per intuizioni, errori e ossessioni. Il lutto della sua famiglia si riflette in ogni gesto, trasformando la casa in uno spazio svuotato, dove la vita sembra essersi ritirata lasciando solo un’eco di ciò che era prima.
Accanto a lei un insieme di ambigui personaggi, mai del tutto leggibili. Il gruppo delle ragazze più popolari incarna alla perfezione il tema centrale del romanzo: la distanza tra immagine pubblica e realtà interiore. Belle, ammirate, apparentemente invincibili, celano invidie, rivalità e sottili crudeltà, alimentate da tossiche dinamiche e dal costante bisogno di apparire. Pulixi tratteggia queste figure, evitando caricature ma lasciando emergere credibili contraddizioni.
Anche i personaggi maschili contribuiscono al quadro emotivo. Thomas, il fidanzato di Denise, pareva un ragazzo perfetto, ma la sua trasformazione dopo la tragedia propone dubbi. Loris, angelo biondo, presenza quasi favolosamente evocata, aumenta l’ inquietudine, proponendo  collegamenti che allargano il mistero.
L’intreccio s’impone  con una progressiva accumulazione di indizi, sospetti e parziali  rivelazioni. L’indagine di Sissy procede a zig zag tra fotografie, messaggi e ricordi, creando un mosaico con ogni tessera che sembra rimandare a un’altra verità. La storia poi si complica ancor più con la sequela di presunti suicidi che colpiscono la comunità, amplificando la sensazione di pericolo e trasformando il dubbio in certezza: dietro quelle morti si cela per forza qualcosa di oscuro.
Il ritmo narrativo è incalzante, la scrittura asciutta e coinvolgente, in grado di tenere alta la tensione senza rinunciare a momenti di introspezione. Le descrizioni, mai ridondanti, evocano immagini essenziali e un’atmosfera carica di inquietudine. La nebbia, il freddo, il buio si trasformano in elementi simbolici che riflettono lo stato d’animo della protagonista.
Tra i temi più forti risaltano la menzogna, il peso delle apparenze e la fragilità delle relazioni adolescenziali. L’amore, vissuto in modo assoluto e totalizzante, si intreccia con gelosia e paura, fino a toccare pericolose derive. Il romanzo esplora anche il dolore del lutto, mostrando come una perdita soprattutto violenta possa disgregare gli equilibri familiari e lasciare profonde cicatrici.
Il titolo ha un valore provocatorio e simbolico : In questo contesto locale forse  nessuno è davvero innocente, e la verità qualcosa di difficile da raggiungere.
A conti fatti un vero  thriller psicologico, capace di coniugare tensione e introspezione. Pulixi costruisce una storia che cattura e inquieta, accompagnando il lettore fino a un finale che mischia tutte le carte e costringe a rileggere ogni dettaglio sotto una luce diversa.
Un romanzo che, dietro la struttura del giallo, nasconde un’indagine più approfondita sulle pieghe  che si annidano nelle relazioni umane e su quanto spesso separano ciò che siamo da ciò che vogliamo dimostrare.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, dopo anni di lavoro  a Londra  si è spostato  a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O). Dal 2018 inizia la sua collaborazione anche con Rizzoli.

:: L’ultimo colpo di Don Winslow, traduzione di Alfredo Colitto, (HarperCollins, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

26 febbraio 2026

California del Sud e New England. Ultimi decenni. John Highland lavora e veste bene, legge molti libri di storia, si tiene in forma con un po’ di palestra ogni mattina; ormai sa che quasi certamente morirà in prigione, visto che è vicino ai sessanta ed è stato dichiarato colpevole di rapina a mano armata ai danni di un furgone blindato; appare probabile che il giudice sfrutti la legge dei tre colpi che inasprisce la pena di chi commette tre volte un reato grave; ora è fuori su cauzione fino alla sentenza ufficiale, prevista tra un mese. La sua principale preoccupazione è la cara moglie Jewel, si sono sposati quando erano ragazzi, a diciannove anni, lei gli è rimasta accanto per tutto quel tempo e lui deve assicurarsi che possa invecchiare a casa propria. Vuole mettere a segno un colpo fruttuoso e clamoroso, “il” colpo; quando passerà in galera il resto dei giorni lo farà così forse come una leggenda e saprà che lei sopravvive con dignità. Ne discute col l’antico amico e complice Jamal, menziona il sorprendente bersaglio che intende colpire: il casinò Castle, fortezza situata in cima a una collina nel bel mezzo del nulla, in una riserva nelle campagne a est di San Diego, dove entra il denaro della droga dalla porta di servizio, se così si può dire. Sta provando a coinvolgere Summer Redbird, affascinante intelligente matematica executive manager del locale: 32enne alta e slanciata, capelli neri e occhi scuri, tipa brillante e forse sprecata, agli ordini di un gestore stronzo. Dovranno tutti rischiare al massimo per quell’ultimo colpo (titolo del primo racconto e dell’intera raccolta, sei ottimi testi originali).

Don Winslow (New York, 1953), il migliore scrittore americano dell’ultimo quarto di secolo, è tornato! Non si tratta di un libro minore o di transizione; sono sei ritmate novelle o romanzi brevi, uscite a fine gennaio 2026 in contemporanea mondiale (una quindicina di paesi, compresi gli Stati Uniti); crime stories tecnicamente, attente alle sfumature del mondo criminale, questa volta senza tanti delitti e violenze in primo piano. Il volume è dedicato al nipote Perry “con l’augurio che la sua vita sia piena di storie meravigliose”; in esergo Shakespeare sui “giullari del Tempo” che hanno vissuto nel crimine e muoiono nel bene: la probabile assenza di redenzione, l’estrema speranza di riscatto. La seconda novella è ambientata a Rhode Island nel 1970: ogni domenica il giovane Nicholas Nick McKenna, appena maggiorenne, consegna alcolici a domicilio con pagamento in contanti, visto che i negozi di liquori sono chiusi; prende la “Lista della Domenica” (da cui il titolo) e fa quasi sempre lo stesso giro di clienti abituali; sarebbe una cosa illegale ma quasi tutti chiudono gli occhi e lui conta sulle mance per iscriversi all’università; i genitori sono poco affidabili (artista e musicista) e hanno due gemelle più piccole; l’economia cittadina traballa e Nick vorrebbe farsi una studiosa vita altrove; non andrà proprio subito per il verso giusto ma lo ritroveremo lì nel 2021, cliente della stessa lista. Anche le due novelle successive sono ambientate nel medesimo contesto urbano: “L’ala nord” (di un carcere) e “Una storia vera” (dialogo al bar fra due criminali efficienti, la più breve). Per le ultime due novelle si torna in California e la quinta (“La Pausa Pranzo) ripresenta la “pattuglia dell’alba” (amata dai lettori di precedenti romanzi) in splendida forma: Boone viene incaricato di garantire protezione e assistenza alla bellissima insopportabile attrice Brittany McVeigh, un metro e sessanta per cinquantacinque chili, e chiede la collaborazione degli amici surfisti (fra l’altro forse c’è uno stalker). La sesta e ultima novella è la più lunga: Brad McAlister è un campione nella gestione dei resort di lusso, felicemente marito dell’ottima Rachel e padre di Wyatt (5 anni); la sera dell’ulteriore promozione beve troppo e con un pugno di reazione colpisce male un provocatore, che muore cadendo; dovrà scontare la pena e, in carcere, allearsi necessariamente con una delle bande di brutti ceffi; gli chiederanno di uccidere e non sarà facile farsi poi dimenticare una volta uscito (in copertina le sue due diverse metà, con la cravatta o con i tatuaggi). Winslow narra sempre in terza persona al presente, frasi brevi e lucenti. Si beve di tutto ma Brad ordina un Grand Siècle n.23 per far colpo sugli amministratori delegati. Ogni storia ha la sua musica, da Chopin al jazz.

DON WINSLOW Ex investigatore privato, esperto di antiterrorismo e consulente giuridico, è l’autore di ventuno romanzi che sono diventati bestseller mondiali vincendo innumerevoli premi. Tra le sue opere spiccano Corruzione, Il cartello, Il potere del cane, L’inverno di Frankie Machine e Le belve, da cui il premio Oscar Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Dalla trilogia con protagonista Art Keller (Il potere del cane, Il cartello e Il confine) sarà tratta un’importante serie tv che andrà in onda a partire dal 2020. Vive tra la California e il Rhode Island.

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:: Jeffery DEAVER e Isabella MALDONADO, Tutta la morte davanti, in libreria da oggi

24 febbraio 2026

Se il giorno più bello diventa l’ultimo…
Tra le colline dorate di Hollywood, un elegante ricevimento di nozze si trasforma in incubo quando uno degli sposi muore per un incidente. Le risate si spengono in pianti, i balli cedono il passo alla fuga, la gioia più grande si trasforma nell’orrore più puro. Sul luogo della tragedia sopraggiungono l’agente Carmen Sanchez e il suo collega Jake Heron, esperto di sicurezza digitale. Ciò che inizialmente appare come una crudele fatalità rivela presto una verità ben più inquietante: questo infatti è il terzo matrimonio che si conclude con la morte di uno degli sposi. E il filo rosso sangue che lega tra loro questi omicidi porta dritto a un serial killer spietato, ossessionato non solo dalla morte, ma dalla distruzione emotiva che ne deriva. Un artista del dolore che colpisce dove l’amore è più luminoso. Mentre Carmen e Jake cercano di scoprire la sua identità per poterlo fermare, il killer ha già scelto la prossima coppia perfetta da distruggere… ed è proprio la loro. In questa caccia mortale dove i ruoli si confondono e gli inseguiti diventano inseguitori, l’amore diventa l’arma più pericolosa di tutte. Perché il killer non vuole solo uccidere: vuole assistere alla sofferenza di chi resta, goderne e firmare con il dolore il suo più grande capolavoro.

Jeffery Deaver è uno dei più famosi scrittori viventi, autore di thriller da milioni di copie che finiscono puntualmente in cima alla classifica del New York Times, tradotti in venticinque lingue e stampati e venduti in 150 paesi. Ex cantautore, ex giornalista ed ex avvocato, ha raggiunto la fama nel 1997 grazie a Il collezionista di ossa (da cui è stato tratto il film con Angelina Jolie e Denzel Washington) che ha rappresentato il punto di partenza per una produzione letteraria prolifica e di alta qualità, capace di conquistare i lettori di tutto il mondo. Recentemente è stato insignito del titolo di Grand Master of ­Mystery Writers of America, un riconoscimento ottenuto in precedenza da autori del calibro di Agatha Christie, Elmore Leonard e Mickey Spillane. Con Fatal Intrusion (2025), scritto con Isabella Maldonado, èapprodato per la prima volta in Longanesi.

Isabella Maldonado prima di impugnare una penna impugnava pistola e distintivo. Si è diplomata all’Accademia Nazionale dell’FBI di Quantico ed è stata la prima donna latinoamericana del suo dipartimento a ottenere il grado di capitano. Durante gli anni nelle forze dell’ordine ha ricoperto ruoli diversi, tra cui ufficiale di pattuglia, negoziatrice di ostaggi e portavoce. Sulla base della sua esperienza decennale ha ideato il personaggio di Nina Guerrera, protagonista del suo primo romanzo edito in Italia, La superstite (Longanesi 2023). Vive a Phoenix (Arizona) con la famiglia.

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:: Via delle Streghe di Marilù Oliva (Solferino, 2026) a cura di Paola Rambaldi

21 febbraio 2026

Di notte Serena segue il ragazzo nel parco per coglierlo alle spalle. Non riesce a perdonargli di aver ucciso sua sorella. Gaia si fidava ma lui, con la scusa di portarla a cena, l’aveva trascinata nel bosco per ucciderla ed era stato assolto per mancanza di prove. Gaia non lo amava più ma sperava ancora di trasformare il rapporto in amicizia, di allontanarlo con le buone. Pensava che col tempo se ne facesse una ragione anche se continuava a tempestarla di messaggi lamentosi. E Serena, che non riesce a togliersi dagli occhi il corpo martoriato della sorella, vuole solo vendetta.

Le basta un balzo per stordirlo con una mazzata prima di sgozzarlo.  

Femminicidi. Patriarcato. Uomini che non accettano rifiuti. Denunce prese sottogamba. Braccialetti elettronici che non servono. Ergastoli annullati per immotivate mancanze di premeditazione. Ormai uccidono una donna al giorno. Ma cosa si fa di concreto per combattere questa piaga?

Marilù Oliva ne parla nel suo ultimo romanzo Via delle Streghe attraverso la storia di quattro donne ferite che si adoperano per cambiare il corso degli eventi con la vendetta. Una vendetta che ben comprendo nel veder scorrere troppi femminicidi impuniti al telegiornale. Quattro donne, vicine di casa, che vivono in un’immaginaria Via delle Streghe a Bologna, che si incontrano ogni sera dopo cena per una tisana, per confrontarsi, ma soprattutto per pianificare omicidi per eliminare i responsabili di femminicidi che l’hanno fatta franca.

Zulmira, Serena, Magalie ed Iside, quattro donne unite da un’amicizia incrollabile.

Zulmira, 70 anni è la veggente del quartiere. Vedova. Ha cominciato ricevendo clienti in garage e ora la cercano in tanti, anche se suo figlio si vergogna di lei.  Per lei le erbe sono fondamentali. Ne coltiva in terrazzo e ne procura in internet per farne veleni. Ha appena avuto una pessima notizia, di quelle che ti cambiano la vita, ma non ne ha ancora parlato nemmeno alle amiche.

Serena, 30 anni, appassionata di kung fu e felicemente fidanzata a un poliziotto, ha avuto la sorella Gaia uccisa senza giustizia.

Magalie, 44 anni, docente universitaria di Storia medievale specializzata in Storia delle streghe, è stata adottata a sei anni dopo che il padre ha ucciso sua madre sotto i suoi occhi.  

Iside, 20 anni, trans che non si è mai sentita maschio, è la hacker del gruppo finita in sedia a rotelle dopo aver tentato il suicidio gettandosi dal quinto piano per le troppe angherie subite.

Quattro donne determinate in cerca di riscatto. Ognuna segnata da un trauma e con ottimi motivi per vendicarsi. Quattro donne che ancora non sanno che la violenza ti può prendere la mano, che contempla imprevisti e che può diventare molto pericolosa.  Ma uccidere un autore di femminicidio forse non cambierà niente, sanno che ne arriveranno altri, ma sono sicure che ci sarà un bastardo in meno sulla terra.

Marilù Oliva, da brava insegnante, vorrebbe tanto vedere l’ora di Educazione affettiva nelle scuole di cui tanto si parla. L’unico modo per contrastare il patriarcato sarebbe educare alla civiltà e il senso del suo romanzo è sensibilizzare. Le sue quattro vendicatrici vogliono scuotere l’opinione pubblica e indurre i governi a nuove misure. Non credono nella bacchetta magica ma nel potere della volontà. Sanno che non si può sostituire la legalità ma sanno anche che urge un cambiamento culturale affinché certi casi di cronaca non siano più all’ordine del giorno.

I criminali impuniti non devono farla franca.

Quattro donne che vogliono mutare il corso degli eventi con la loro magia, che cercano di riscattare le troppe donne finite sul rogo, che sanno che la loro missione è sbagliata, ma sono esasperate dai troppi casi di cronaca.  Attraverso i delitti il mondo della magia diventa metafora di una ribellione estrema per Marilù Oliva che da una vita si batte in difesa delle donne. Un romanzo da non perdere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di tre dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021), Repetita (2023) e Questo libro non esiste (2025, Premio Scerbanenco dei Lettori). Con il saggio Atlante goloso del mito (Rizzoli 2024), ha vinto il Premio Bancarella Cucina 2025.

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:: Il silenzio che resta di Giuliano Pasini (Piemme, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

19 febbraio 2026

Elena Dal Pozzo è stata, tempo addietro, una brava giornalista del Corriere della Sera, con una folgorante carriera in arrivo. Poi è nato Mattia e la donna ha deciso di occuparsi solo della famiglia. All’inizio del romanzo la troviamo nello studio di una nota dottoressa che la sta sottoponendo a una seduta d’ipnoterapia. Questo perché un anno prima, nel 2017, Mattia è sparito, lasciando Elena nello sconforto. Per cercare di distrarsi, adesso lavora in un’emittente locale che il suo nuovo compagno ha creato appositamente per lei. Quando il dolore si fa insopportabile, Elena ricorre a un mix di farmaci e di alcolici che, di certo, non l’aiuta. A peggiorare le cose, nel giorno del primo anniversario della scomparsa di Mattia, si perdono le tracce di un altro bambino. Stesso nome, stessa età (sei anni) e stesso luogo, a Treviso lungo il fiume Sile. Il caso viene seguito da due persone che la donna conosce bene: il borioso questore Sernagiotto e il vice questore Santo Mixielutzi. Il primo non ha mai perdonato la giornalista per alcuni articoli scritti in passato. L’altro, un sardo tutto d’un pezzo, è soprannominato la Sfinge, perché sembra non lasciar trasparire alcuna emozione. La sparizione del secondo bambino rischia di far crollare il castello accusatorio che aveva portato all’arresto di un colpevole. Le nuove indagini faranno venire a galla alcune scioccanti verità che riguardano tutti i protagonisti della vicenda.

Il silenzio che resta potrebbe, in parte, spiazzare i lettori di Giuliano Pasini. Questo è un vero e proprio thriller psicologico, che si discosta un po’ dai romanzi precedenti. In realtà, l’autore è sempre stato molto attento alla caratterizzazione interiore dei personaggi e lo dimostra ancora di più nel suo ultimo lavoro. Le figure che emergono maggiormente sono due, entrambe segnate da dolorose vicende personali. Elena è una donna fragile, con un padre assente e una madre che non l’ha mai sostenuta. Attanagliata dal senso di colpa per aver perso di vista il figlio, giusto il tempo che sparisse, trova conforto solo nelle lunghe telefonate con la misteriosa amica Giulia, che vive in Grecia. Insieme alla dottoressa che l’ha in cura, sta cercando di attraversare le cinque fasi del lutto, che sono anche le parti in cui è suddiviso il romanzo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’altra figura centrale è quella di Santo Mixielutzi, già presente, anche se non come protagonista, in alcune opere precedenti. Legato alla sua terra da un rapporto di amore e odio, il vice questore reca sulle spalle un tragico evento del passato, legato all’ex compagna Dora. Per tale motivo comprende il dolore di Elena e si avvicina sempre di più a lei, fin quasi a superare i limiti imposti dalle circostanze. Al romanzo fa da sfondo Treviso (con una breve “parentesi” veneziana), città che l’autore conosce molto bene. Lo stesso Pasini ha raccontato che l’idea di questo lavoro gli è balenata in testa dieci anni fa e che non l’ha mai abbandonato, pur scrivendo altro nel frattempo. Noi lettori dobbiamo ringraziarlo per la sua testardaggine nell’aver voluto portare alla luce la storia di Elena e per averla narrata in modo così intenso e profondo.

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti.

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:: L’impronta del lupo di Jo Nesbø (Einaudi 2026) a cura di Valerio Calzolaio

18 febbraio 2026

Minneapolis. Settembre 2022 (e ottobre 2016). Lo scrittore norvegese Holger Rudi arriva a Minneapolis dall’aeroporto di Oslo per fare ricerche su un caso di omicidi avvenuto lì sei anni prima. Il suo romanzo di true crime è già a buon punto, si è dato otto giorni di lavoro sul campo fra quartieri, edifici, strade e locali dei fatti accertati. Del resto, la metropoli statunitense è piena di immigrati, famiglie e accenti norvegesi, c’era già stato, si trova a suo agio. Il romanziere intende cercare di capire meglio come e perché l’accaduto è accaduto, di entrare un poco nella testa dell’assassino e di altre persone coinvolte, di narrare da tassidermista, di individuare forse l’umano nel disumano. La scena torna così indietro nel tempo, al 2016 (alla vigilia del convegno annuale Nra, la lobby dei produttori d’armi): da una parte il colpevole racconta in prima persona il tentativo di uccidere un mercante d’armi legato alle gang, mirando a distanza con la carabina M24 da un palazzo dove è conosciuto come Tomas, poi la fuga e il suo piano da adattare, visto che Marco Dante (grasso e scemo, che veste italiano, mangia italiano e parla con un finto accento italiano) è stato colpito ma non ucciso, ora resta in coma all’ospedale; dall’altra seguiamo i detective che indagano, in particolare l’agente investigativo della Omicidi Bob One-Night Oz (anche lui con bisavoli norvegesi, cacciati da fame e tempi grami), rabbioso dopo che Alice lo ha lasciato (insieme per dodici fedeli anni), collezionista di donne-da-una-notte e gran bevitore (formalmente così estromesso dal caso), brava persona, chiacchierone, basso e bruttino, occhi azzurri e capelli rossi, testardo più che geniale, insistente più che affascinante, sulla scia della “tosta” bartender Liza, capelli neri e frangetta, sfacciata aria sicura di sé nonostante la leggera zoppia.
L’ottimo talentuoso fortunato Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, agente di borsa, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), padre cresciuto a Brooklyn, da circa trent’anni è famoso nel mondo soprattutto per gli ottimi lunghi tredici noir (1997 – 2022) della serie Harry Hole (da tempo siamo tutti tragici holeomani), ma scrive spesso altre interessanti narrazioni di genere (quando non ha da suonare o arrampicarsi). Quest’ultimo godibile romanzo è ambientato a Minneapolis (la città dei noti omicidi contemporanei, George Floyd nel 2020 e ora quelli provocati dall’Ice), a inizio 2026 ecosistema umano complessivamente meno violento di altri, con popolazione molto eterogenea dal punto di vista etnico (ben spiegata). Del resto, probabilmente non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di ispirare buone storie noir e crime, o gialle. Le peculiarità stilistiche restano efficaci: la narrazione alterna una terza persona varia al passato (Bob più spesso) a una prima persona al presente (più rara e breve, lo scrittore nel 2022 e l’assassino nel 2016). Frequenti i riferimenti alle presidenze Usa di Obama e Trump in quel decennio; oltre che al Sindaco e agli amministratori pubblici di Minneapolis. Nesbø non è certo di centrodestra, apprezza Piketty, si documenta, mira comunque all’intrattenimento e ritiene saggiamente che “la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi”. Utili riflessioni sull’ideazione, su pregi e difetti, richiami e rischi, colori e rumori dei centri commerciali, a partire dal Southdale Mall. Come altre volte, la gestione dei diabetici gioca un certo ruolo. Whisky a gogo. Bob Dylan e Prince sono nativi del Minnesota, considerati di Minneapolis, lo scrittore ben lo sa. Oz guadagna un punto con la playlist del cellulare (versione di Emmylou Harris di Tougher Than The Rest, a volume basso).

Jo Nesbø è uno dei piú grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete, L’uomo di neve, Il coltello e Luna rossa. Presso Einaudi ha pubblicato anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve, Sole di mezzanotte (da cui l’omonimo film con Alessandro Borghi), Il fratello,La famiglia, la raccolta di racconti Gelosia, l’horror La casa delle tenebre e L’impronta del lupo (2026). Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete, L’uomo di neve, Il coltello, Il fratello, Gelosia e La casa delle tenebre.

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