Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Una ragazza malvagia di Alex Marwood (Newton compton 2019) a cura di Federica Belleri

19 ottobre 2019

ragazza malvagiaRitrovo con piacere questa giornalista inglese che scrive sotto pseudonimo. Ritrovo la sua scrittura dettagliata e sentita legata a una storia pesante da digerire. Una storia legata a un errore madornale, dal quale non si può tornare indietro. Un errore che cambia il percorso di due bambine, le costringe a fare i conti con il dolore e la rabbia, la solitudine e la mancanza di empatia. La cittadina inglese nella quale è ambientato questo thriller è viva e sa di salmastro e umido. Il mare è sempre presente e il clima è uno dei personaggi che avvolge il tutto. Il buio e una gioventù che si diverte solo ubriacandosi, fanno il resto.
La morte si mescola al quotidiano, qualcuno uccide delle giovani donne che vengono trovate brutalmente picchiate e deturpate. Qualcuno osserva e si sente un “signor nessuno”. Qualcun’altro trova i loro poveri corpi e non sa come comportarsi. Qualcun’altro ancora conosce segreti orribili e li usa a proprio vantaggio.
A colpire in questo libro non è solo la trama, ma è il contesto generale: giornalisti buoni o sciacalli, identità nascoste, famiglie da proteggere, lavoratori precari o sottopagati. Non manca la lotta quotidiana per sopravvivere a un’esistenza complicata, l’inganno di non sapere chi ci sta accanto, il risentimento e l’odio per le bugie che si è costretti a dire continuamente. Sappiamo davvero chi è la persona che ci sta vicino? Possiamo dimenticare ciò che è stato? Riusciamo a proteggere chi amiamo?
Una ragazza malvagia mi ha ricordato in alcune sfumature Stephen King. Nel modo di affondare nell’oscurità di ognuno, di essere sommersi dal fango per poi riemergere, nell’intensità delle emozioni che è provoca o esalta.
A un dolore ne segue troppo spesso, un altro. Quale sarà la via d’uscita?
Buona lettura.

Alex Marwood è lo pseudonimo di una giornalista inglese. Il suo libro di esordio, Una ragazza malvagia, ha vinto il premio Edgar ed è stato scelto da Stephen King come miglior romanzo dell’anno. Gli insospettabili delitti della casa in fondo alla strada ha vinto il premio Macavity come Miglior Romanzo Mystery, ed è stato selezionato per i premi Anthony e Barry come miglior Paperback Originale. James Franco e Ahna O’Reilly hanno acquisito i diritti per realizzarne un film. La Newton Compton ha pubblicato anche Oscuri segreti di famiglia.

Source: omaggio dell’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Ben Pastor – La canzone del cavaliere (Sellerio 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2019

10611-3Esce oggi, 5 settembre, la nuova edizione Sellerio de “La canzone del cavaliere”, che ho avuto modo di leggere nell’edizione precedente, in cui troviamo un giovane, e ancora inesperto, Martin Bora sullo sfondo della sanguinosa guerra civile spagnola,  una sorta di battesimo del fuoco per il giovane tenente ancora idealista e non temprato dalle asperità della vita militare.
Ma già alle prese con un delitto eccellente: quello di Federico Garcìa Lorca.
Siamo nel 1937, Bora viene mandato in Spagna tra le file di Francisco Franco, ed è qui che si trova a indagare sulla morte del celebre poeta. Una morte scomoda, per molti versi, sia per i fascisti che per i repubblicani. Ma a Bora non interessa strumentalizzare l’omicidio come arma politica, lui molto più filosoficamente vuole scoprire la verità, e per quanto possibile consegnare il colpevole alla giustizia.
E in questa lotta contro il tempo si troverà un insolito alleato in Philip «Felipe» Walton, americano, maggiore delle Brigate Internazionali, anche lui impegnato, per la parte avversa, a cercare di capire cosa sia successo.
Sotto il sole rovente della Spagna, Bora farà anche un altro incontro inaspettato che influenzerà la sua vita futura, quello con Remedios, donna enigmatica e misteriosa, che almeno nei ricordi resterà sempre legata a Bora.
Come il paesaggio è una storia aspra e ruvida, che rappresenta bene la giovane età del protagonista, in cui vediamo già presente però la tenacia e l’impulsività che caratterizzeranno poi la sua età adulta. Se amate la serie di Martin Bora da non perdere. Traduzione dall’inglese di Paola Bonini. Titolo originale: The Horseman’s Song.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018.

:: Ilaria Tuti: Ninfa dormiente (Longanesi 2019) a cura di Federica Belleri

15 luglio 2019
Ninfa Dormiente di Ilaria Tuti

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Secondo romanzo edito da Longanesi e scritto dall’autrice Ilaria Tuti. Anche questa volta la storia è ambientata in Friuli, terra della scrittrice, illuminata dai colori primaverili e dai profumi legati al risveglio della natura. L’inverno è passato e il commissario Teresa Battaglia deve ricostruire una morte misteriosa, antica, legata a un disegno di una bellissima donna. Che sembra pulsare, uscire dal foglio ed è in grado di catturare lo sguardo di tutti. Lei è la Ninfa Dormiente. Non è facile per Teresa contattare l’autore del disegno e non è facile comunicare con lui. La sua capacità di entrare in empatia con l’altro, la ripagherà. E sarà il punto di partenza.
Non è affatto semplice per me scrivere di questo libro, la paura di svelare è tanta. Mi limiterò all’essenziale che, credetemi, è già immenso. Perché correrei il rischio di aggiungere particolari che invece vanno scoperti man mano. Come la vita e la salute di Teresa, il suo rapporto bellissimo con l’ispettore Marini, la simbiosi avvolgente con la sua squadra. Come i nuovi personaggi creati da Ilaria Tuti, in grado di affascinare e stupire, anche in senso negativo. Come un popolo unico, da proteggere. Come i morti, che forse andrebbero trattati con rispetto.
Ninfa Dormiente parla soprattutto di donne, di tradizione. Di amore e odio, di possesso e gelosia. Di vita e di morte. Di culto e di elementi naturali. Del buio che sta intorno, che ci abbraccia e ci nasconde ciò che non si dovrebbe mai trovare. È una storia completa nei sentimenti, visti da varie angolazioni, anche da lontano. È una storia di segreti ed è ricca di colori e sfumature. Esprime la forza destabilizzante di qualcosa da tramandare, di un’eredità antica, di un dolore che strazia fino ad ammutolire, di una guerra impossibile da dimenticare. Prende il lettore sotto braccio verso una vita nuova, o la fine della vita stessa. Ci fa capire il vero significato della parola “affetto” e del “silenzio”.
In corso di lettura ci si commuove per l’intensità e la cura delle parole usate dall’autrice. Non è sufficiente essere curiosi e desiderare di voltare pagina per sapere come procede il racconto, bisogna farsi portare nel bosco, per mano. Nessuna luce a illuminare il sentiero o il groviglio dei rovi. Ci saranno occhi che vedranno al posto nostro, con una sensibilità incredibile. Bisogna ricucire pian piano il tessuto lacerato e bruciacchiato di chi ha sofferto come non mai, ed è stato succube di qualcosa di troppo grande e difficile da governare. Perché qualcuno osserva Teresa, osserva la Ninfa. Custodisce e protegge. Spaventa quando si mostra. Dal 1945 o forse da prima. Perché il tempo in alcuni luoghi chiusi, non è mai davvero trascorso.
Editing perfetto, trama che non presenta nessun cedimento. Il mio personale complimento alla scrittrice.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Da ragazzina voleva fare la fotografa, ma ha studiato Economia. Ama il mare, ma vive in montagna. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il suo romanzo d’esordio, Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), è stato un vero e proprio caso editoriale in Italia e all’estero, selezionato come Crime Book of the Month dal Times nel marzo 2019. Tra i punti di forza, un’ambientazione suggestiva e inquietante, uno stile fresco e maturo allo stesso tempo, un meccanismo narrativo impeccabile e una protagonista, Teresa Battaglia, da subito indimenticabile.

Fonte: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Piergiorgio Pulixi: L’isola delle anime (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

12 luglio 2019

L'isola delle anime di Piergiorgio PulixiPiergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
La questura di Cagliari si trova di fronte alla leggenda, alla forza impressa dalla tradizione sarda, alla brutalità inaudita di una morte quasi annunciata. Da questo punto di partenza si torna indietro nel tempo e si procede in avanti attraverso il sangue che scorre e che viene donato alla terra. Senza scampo, come se fosse normale. E allora ecco comparire una lama affilata, una maschera con corna caprine e una pelle di pecora a coprire un giovane corpo. Perché e da dove arriva questo omicidio?
L’autore ci presenta due ispettrici, Eva e Mara, che dovranno affiancarsi in questa complessa indagine. Due donne che hanno ferite aperte ma sono determinate e preparate. Due caratteri opposti che non mancheranno di stuzzicarsi e di mandarsi tranquillamente a quel paese. Due protagoniste, come altri in questo noir, che devono rinascere in ogni modo e ritrovare se stesse prima di realizzare in che modo sono state “punite”. Ogni dettaglio in questo libro ha un’origine, un punto in cui si è formato. Ogni momento di sfiducia deve essere studiato senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Ogni persona sospetta ha un passato, ha paura, è ossessionata da qualcosa o qualcuno.
Ma la terra ha bisogno di mangiare e di bere se deve proteggere, e le anime che le vengono donate servono a questo.
Sacrificio, rabbia incontenibile, imprevisto, panico, misteri o maledizioni, tradimento. Sono altri temi affrontati in questo libro ricco e intenso, caldo e freddo come solo la lingua sarda sa essere, spigoloso, dallo sguardo granitico. Nessuno sconto, la posizione di ognuno deve essere mantenuta. Finché …
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Lee Child: Inarrestabile (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2019
Lee Child

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I vagabondaggi di Jack Reacher nell’America più profonda proseguono in Inarrestabile (The Midnight Line 2017), il titolo originale allude a un fatto fondamentale della storia che porterà all’ipercinetico finale.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato da Longanesi il romanzo se vogliamo è un classico alla Reacher: pullman nella notte, campi di grano sconfinati, dinner e motel polverosi, autostop, luoghi dimenticati da Dio, giusto un puntino sulla cartina.
Questa volta Jack Reacher trova in un banco di pegni un anello. Ma non è un anello qualsiasi: è un anello di West Point, con all’interno un’incisione “s. r. s. 2005”. Basta quello per fargli capire che c’è qualcosa che non va. Per ottenere quel gingillo bisogna sputare lacrime e sangue, e un militare che si diploma a West Point non vende il suo anello commemorativo a un banco dei pegni. Le alternative sono poche: o è stato rubato, o è stato perso, o c’è sotto una storia molto più sinistra.
Anche solo il sospetto che il proprietario di quell’anello possa essere in pericolo, gli suggerisce di cercarlo, al limite se tutto va bene per restituirglielo, per cameratismo o spirito di corpo o come volete chiamarlo. Si sa Reacher ha leggi e regole tutte sue, di onore e lealtà, che ai comuni mortali possono sembrare bislacche o strambe, ma in realtà assolutamente in sintonia col personaggio.
E così inizia a seguire le tracce, il percorso a ritroso di quell’anello, che lo portano prima in un rifugio per biker, e da lì a Rapid City, in una lavanderia gestita da un tipo equivoco, tenuto sottocontrollo dalla polizia locale.
Dopo interrogatori sempre alla sua maniera, un’altra traccia, un altro viaggio, finchè non si aggiungono a lui altri personaggi: un investigatore privato e la sua bella cliente, alla ricerca di sua sorella.
Tassello dopo tassello il mistero si dipana, e non è una bella storia, il peggio del peggio sembra emergere dalle persone, e dirvi di più della trama sarebbe come privarvi del piacere del viaggio.
Viaggiare con Reacher è sempre interessante, per i luoghi che si visitano, per le persone che si incontrano, per il senso di libertà che si respira nei suoi romanzi, seppure i lati oscuri dell’America non siano pochi. Insomma è un thriller action on the road, dove il viaggio in sé è il bello della storia, l’avventura è parte del divertimento, e scoprire dove il mistero porta, il motore che ti fa voltare le pagine, questa volta ben 367, neanche troppe direte voi.
Ben scritto, ben tradotto, ci porta in posti che non frequenteremo mai, che non appaiono nei percorsi turistici, in compagnia di gente perlopiù poco raccomandabile, ma lo fa con una certa dose di realismo e anche molta divertita ironia.
Sempre in bilico tra il cavaliere senza macchia, e il killer senza pietà Reacher è un personaggio anomalo tra i buoni, e non un vero antieroe nel senso classico del termine. Non ha secondi fini, non ha loschi piani o vendette da attuare, non è la sete di guadagno che lo muove. Reacher resta tutto sommato un mistero, indecifrabile come una sfinge.
E una benedizione per i buoni che lo incontrano, che avranno in lui un aiuto ben poco convenzionale. Non segue leggi scritte, non giudica debolezze altrui, non evita di commettere crimini, dal furto all’omicidio, perché appunto conosce una sola giustizia, la sua.
Lee Child insomma ha rivisitato il genere western al tempo di computer, smartphone e armi moderne. E alla fine di ogni viaggio c’è un nuovo pullman da prendere, o un autostop da chiedere. E l’avventura continua.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lei era nessuno di Letizia Vicidomini (Homo Scrivens, 2019) a cura di Federica Belleri

4 luglio 2019

Lei era nessuno di Letizia VicidominiCome si può classificare il romanzo di Letizia Vicidomini? Credo non sia definibile, perché la storia narrata è un miscuglio di noir, giallo e thriller. Ma è anche una storia di spessore e profondità emotiva non indifferente. Ci parla di una bella donna sui cinquantacinque anni, Ines. Lavora nei servizi sociali. Una donna che è rimasta vedova, che si è rimboccata le maniche e non ha avuto paura di crescere le sue figlie anche viziandole e proteggendole troppo. Ines ama Giuseppe da quasi vent’anni ormai, ma Giuseppe non le ha mai promesso un futuro insieme, perché lui una famiglia già ce l’ha. Lui le regala una passione quotidiana unica, ore dedicate a loro due, da trascorrere in modo travolgente. Lei si prepara per i loro incontri, ha cura di sé, attende quei momenti come fossero ossigeno puro. Vuole essere bella e desiderabile solo per lui. Quasi in modo ossessivo. Non importa se non ne può parlare con nessuno, a lei va bene così. È felice, appagata, sembra non mancarle nulla. Sembra …
E se Giuseppe non si presentasse al loro consueto appuntamento? E se fosse impossibile raggiungerlo al cellulare? E se tutto il mondo di Ines crollasse in pochi istanti?
Questa è la storia di Ines, di Napoli, di un amore sbagliato e profondamente falso. Ines, una donna nell’ombra, costretta ad aggrapparsi ai ricordi belli per non crollare. Obbligata ad andare avanti nonostante il cuore le si spacchi in due. Ines, scaraventata di fronte a qualcosa che non avrebbe mai immaginato. Ines, stravolta dall’assurdità di una relazione con un uomo capace di ferire come nessun’altro.
Lei era nessuno, è vero. Ma ha la capacità di rialzare la testa e procedere dritta. Per nascere ancora una volta, per superare l’orrore, per aiutare donne nella sua stessa condizione. L’autrice si addentra nei sentimenti limpidi e nei loro punti oscuri senza dimenticare il rispetto di sé e degli altri. Ogni personaggio è “persona” e “protagonista” in egual misura. L’amicizia e l’affetto vengono sottolineati in modo particolare, nonostante la follia totalizzante.
Lei era nessuno, sì. È così. Ma ha un nome … Ines. Come ogni donna, come tante altre donne.
Ottima lettura.

Letizia Vicidomini si definisce: scrittrice, speaker radiofonica e presentatrice, attrice per diletto e per amore. Le sue opere pubblicate sono “Nella memoria del cuore” – Ed. Akkuaria 2006; “Angel” – Ed. Akkuaria 2007; “Il segreto di Lazzaro” (prefazione di M.de Giovanni) Ed. CentoAutori 2012; “La poltrona di seta rossa” – Ed. Homo scrivens 2013; “Nero. Diario di una ballerina” – Ed. Homo Scrivens 2015; “Notte in bianco” – Ed. Homo Scrivens 2017. Suoi racconti in antologie varie. Tra le altre “Una mano sul volto” a cura di Maurizio de Giovanni (Ed. Ad est dell’equatore); “Napoli in cento parole” (Ed. Perrone); “Napoli a tavola in cento parole” (Ed. Perrone); “Free zone” – Echos Edizioni.
Attrice protagonista nel cortometraggio “Oltre la porta” diretto da A. Balzano.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: I Maigret 6 di Georges Simenon (Adelphi, 1999-2002) a cura di Daniela Distefano

3 luglio 2019

I MAIGRET 6(1)Se quel piccolo commissario dalla testa grossa avesse conosciuto meglio Maigret, si sarebbe accorto del cambiamento che si era prodotto nel celebre collega durante gli ultimi minuti. Fino a qualche momento prima era un omone tarchiato, dall’aria un po’ svagata, che fumava senza convinzione la pipa guardandosi intorno con espressione annoiata. Ora appariva più concentrato. Perfino il passo era più pesante, e i gesti più lenti. Lucas, per esempio, che conosceva il suo capo meglio di chiunque altro, si sarebbe subito rallegrato del cambiamento” – “Le vacanze di Maigret”

Composti tra il 1947 ed il 1949, i racconti “La furia di Maigret”, “Maigret a New York”, “Le vacanze di Maigret”, “Il morto di Maigret”, “La prima inchiesta di Maigret”, formano un ascensore di sensazioni, come se Georges Simenon si sia proprio divertito a seguire le vicende – a volte irriverenti- del suo personaggio che tra un’indagine a rilento e un caso da rompicapo sgattaiola dal plot per allietarci nelle ore di canicola di questi giorni.
Ma andiamo con ordine, la prima storia rivela “La furia di Maigret” e vede un Maigret insolito, nelle vesti di neo-pensionato (l’ultimo racconto invece ci parla della prima inchiesta del celebre Commissario, quasi a costituire un cerchio che racchiude vicende, fatti, paure, intrighi e poi la flemma catartica consueta di Simenon). Da poco andato in pensione e ritiratosi a Meung-sur-Loire, dunque, Maigret riceve la visita di Bernadette Amorelle, una ricca signora ottuagenaria che lo convince a indagare sull’improvviso suicidio per annegamento di sua nipote Monita. L’inchiesta, seppur non ufficiale, si svolge a Orsenne, paese di invenzione di Simenon, dove vivono gli Amorelle, una ricca famiglia di imprenditori. Qui, oltre all’anziana signora, vivono le due figlie, una delle quali è sposata con Ernest, un vecchio compagno di scuola di Maigret.
Nel secondo racconto siamo con “Maigret a New York”, in un concitato marasma americano che lascerà indelebile nella nostra memoria situazioni al limite del grottesco (da rileggere il passo con l’incontro tra Maigret ed una veggente nonché cartomante ed ex funambola) e della sottocutanea, amara, ironia dello scrittore. Ecco il plot: Durante il suo primo anno di pensionamento a Meung-sur-Loire, l’ex-commissario Maigret riceve la visita del giovane Jean Maura, figlio di un ricco uomo d’affari, John Maura, di New York. Il giovane, con l’aiuto del suo avvocato, convince Maigret a partire in nave con lui alla volta di New York, dove egli crede che suo padre sia in pericolo. Al momento dell’arrivo però, Jean scompare. Maigret incontra un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien, che aveva conosciuto a Parigi durante un’inchiesta, il quale gli dice che Maura, da giovane immigrato proveniente da Bayonne, aveva vissuto nel quartiere povero del Bronx con un amico violinista, Joseph Daumal. Il commissario non esita ad andarci in taxi per capire meglio il vissuto di questi strani individui.
Nel terzo racconto, “Le vacanze di Maigret” ci regalano un noir dai toni più oscuri e sofferti. Maigret e la moglie sono in vacanza a Les Sables-d’Olonne, ma un attacco di appendicite costringe la signora Maigret a sottoporsi ad un intervento chirurgico urgente. Una sera, rientrando in albergo dopo aver fatto visita alla moglie in ospedale, Maigret si accorge di avere nella tasca della giacca un messaggio anonimo che lo prega di andare a visitare la paziente della stanza numero 15. La paziente muore il giorno successivo, dopo essere stata in coma per giorni a seguito, stando alle testimonianze raccolte, di un incidente d’auto. Maigret non può indagare formalmente, essendo in vacanza fuori dalla sua giurisdizione, tuttavia non può fare a meno di investigare sul caso e seguire le tracce che partono dal messaggio anonimo che gli è stato infilato in tasca a sua insaputa.
Il quarto racconto ha un titolo assai esplicativo: “Il morto di Maigret”. Un uomo chiama al Quai e chiede di poter parlare con il commissario Maigret. Sta telefonando da un bistrot e dice di essere seguito da qualcuno che vuole ucciderlo. L’uomo afferma che Maigret conosce sua moglie Nine, ma prima di finire la comunicazione riaggancia per poi richiamare da un altro bar. Richiama da diversi café, fino a quando, tardi, le chiamate cessano. Quella stessa notte il suo cadavere viene ritrovato in place de la Concorde, con il volto tumefatto e irriconoscibile, accoltellato a morte. Qualcuno l’ha spinto fuori da un’auto. Viene pubblicata la sua foto sui giornali ma –perlomeno all’inizio – non vi è alcun indizio, né alcuna informazione sull’identità della vittima.
A concludere i Maigret 6, “La prima inchiesta di Maigret”. Nella notte tra il 15 al 16 aprile 1913, Justin Minard, un giovane flautista, entra nel commissariato di quartiere di Saint-Georges nel IX arrondissement. Dice di avere udito un grido di donna e poi uno sparo provenire dall’interno di una villa in rue Chaptal. Maigret accompagna Minard alla villa per effettuare lui stesso un sopralluogo. Parte così il volo di Maigret nell’attività che lo ha reso il Commissario più famoso al mondo. Un tragitto pieno di buche e tante felici intuizioni.
Queste cinque narrazioni confermano – ove ce ne fosse il bisogno – la ricercatezza nel dettaglio, la raffinatezza dello stile, non per forza ricercato, il profumo delle invenzioni di Simenon, la cui corda creatrice non ha conosciuto da vivo e da morto l’usura del tempo. Poco importa se ad essere osannato in tutto il pianeta è un protagonista affatto seducente, grande e grosso come un orso, semi-alcolizzato, che tratta la moglie come un robot che sorride sempre e non si ribella mai. Maigret è Maigret, è lo scrigno ideativo di Simenon che ha fatto il “Miracolo di Cana”: il suo è un vino che si è conservato buono fino alla fine, la sua ispirazione è eternamente attuale.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Una furia dell’altro mondo, Lisa de Nikolits (Edizioni Le Assassine 2019) a cura di Viviana Filippini

2 luglio 2019

Copertina Nikolitis_Una-furia-dellaltro-mondoMi sveglio, ho dolori da tutte le parti. Sono intrappolata nell’oscurità, come se fossi sott’acqua … Sì … respiro, ma il bruciore mi morde la carne fino alle ossa. Cerco di sollevare la testa, ma è troppo pesante, è come un enorme ceppo d’albero in cui sono piantate le braccia che mi formicolano mentre i gomiti sono rottami in mille pezzi. Ho qualcosa di rotto? Perché non riesco a muovermi? Mi concentro sulla bocca. I denti sono serrati, la mascella è bloccata”.

Questi i pensieri di Julia Redner la protagonista del romanzo “Una furia dell’altro mondo” edito da edizioni Le Assassine. Julia è una donna in carriera, pronta a tutto raggiungere il massimo successo. Julia però si trova in una sorta di strano aldilà che, a tratti, ricorda un aeroporto, ma si sente a pezzi, completamente dolorante e fuori luogo. In realtà questo posto di attesa, dove non mancano i comfort come la sala per rilassarsi, quella dover farti fare trattamenti di bellezza e pure una sala bowling, è una sorta di dimensione sospesa tra quello che è l’aldilà e l’aldiquà. Sì, perché leggendo il romanzo della Nikolits, si ha come la sensazione che a Julia sia accaduto qualcosa di tremendo ma, non essendo ancora del tutto giunta la sua ora, la donna riceverà una seconda possibilità. Volto nuovo – quando tornerà a casa i nipoti non la riconosceranno nemmeno – e pure nome rinnovato aiuteranno Julia, pian piano, a ricordarsi chi l’ha aggredita (il suo ex amante e datore di lavoro). L’evento traumatico emerge grazie ad uno psicoterapeuta che è, allo stesso tempo, umano e ha in sé tratti che lo fanno assomigliare ad un angelo. Il ritorno nell’aldiquà, ossia sulla Terra, nella vita quotidiana di ogni giorno, permetterà alla protagonista di sistemare non solo il suo aggressore, ma anche tante situazioni irrisolte che la donna aveva lasciato lì sospese prima della brutale aggressione. “Una furia dell’altro mondo” è un thriller surreale, è un romanzo pieno di colpi di scena imprevisti e inaspettati. Quella della Nikolits è una storia nella quale grazie all’atmosfera onirica che lo caratterizza il lettore viaggia in una dimensione strana a tal punto, da non comprendere se è realtà e quindi se Jane si trova in essa davvero o se tutto è una sua proiezione mentale, un lungo sogno nel quale la donna comprende che deve cambiare le cose e le azioni per tornare a vivere. Accanto a Jane, piena di lividi, ematomi, rabbia e dolore, ci sono strane figure che la aiutano, compresa quella Beatrice dal sentore vagamente dantesco. Certo è che il romanzo della De Nikolits fa riflettere sulla violenza che le donne subiscono e su quanto sia difficile fare i conti con se stessi e con chi ti ferisce nella psiche, nei sentimenti e nel corpo. Julia ha un carattere forte, ma l’aggressione subìta e il cammino di ripresa pieno di intoppi e di una non facile presa di coscienza di sé, uniti alla nuova occasione concessa, permetteranno alla protagonista di “Una furia dell’altro mondo” di provare a mettere in ordine le cose e comprendere che chi ama davvero non ti riduce in fin di vita, ma ti salva e sostiene nel cammino del vivere. Traduzione dall’inglese Tiziana Prina.

Lisa De Nikolits Originaria del Sud Africa, ha vissuto e lavorato come art director negli Usa, in Gran Bretagna e in Australia. Qui dopo essere stata licenziata da una società dei media, decide di trasferirsi in Canada, che considera un Paese molto più aperto e multietnico. Nel 2003 prende la cittadinanza canadese e si dedica in modo professionale e continuo alla scrittura: “Do One Thing A Day For Your Writing” (Fai ogni giorno qualcosa per la tua scrittura), sebbene fin da giovanissima abbia riempito i cassetti con i suoi manoscritti. Una furia dell’altro mondo è il suo settimo romanzo e ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Lisa de Nikolits è molto attiva e impegnata nel valorizzare e sostenere la scrittura femminile di gialli, per cui con altre scrittrici anima diversi gruppi: Sisters in Crime, Mesdames of Mayhem, a cui si aggiungono Crime Writers of Canada e The International Thriller Writers.

Source testo ricevuto dall’autore. Grazie a Francesca Ghezzani, dell’ufficio stampa Francesca Ghezzani.

:: La maledizione delle ombre di Jean Christophe Grangé (Garzanti 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2019

La maledizione delle ombre di Jean Christophe GrangéChe Jean Christophe Grangé sia un outsider, un fuori casta, non è una novità. Come Grangé c’è solo lui. Se i suoi libri sono molto differenti dal nostro classico giallo all’italiana, dubito che rientri neanche nel giallo alla francese, Grangé naviga in acque tutte sue.
A suo modo è una versione europea, e spiccatamente francese, di James Ellroy, stessa abilità narrativa, stessa padronanza lessicale, stessa vena di temerarietà oltre le righe, stesso senso del ritmo e della suspense, e stessa prolificità, sono entrambi capaci di sfornare tomi da 500 pagine e più con praticamente poche pagine superflue, sebbene forse qualche sforbiciata qui e lì renderebbero i romanzi più maneggevoli.
Certo non sono libri per tutti, dire che i suoi libri sono adatti a stomaci forti è un eufemismo, e che le tematiche siano esclusivamente per adulti e ben poco influenzabili idem, non vorremmo mai che frotte di adolescenti in via di emulazione si tagliassero un fianco per esporre gli intestini a un particolare genere di voyeur.
Insomma ci siamo capiti La maledizione delle ombre (La terre des morts, 2018) edito da Garzanti e tradotto da Doriana Comerlati e Giuseppe Maugeri, è un libro da trattare con cautela.
Sebbene ami Grangé come autore, ecco mi pare doveroso avvertire i lettori che tra perversioni, droga, violenza, traumi, deliri etc.. qui Grangé ne ha fatto come una sorta di campionario, e se amate i thriller diciamo più tranquilli, bene forse è meglio che vi dirigiate verso altri lidi.
Non è tra i miei suoi libri preferiti, però non si può dire che non sia originale come costruzione della trama e dei personaggi, e inquietante, con tutto il torbido mondo legato a club sadomaso, esperti di shibari e bondage estremo, violenze e perversioni varie, e tutto quello insomma che dovrebbe shoccare, sconvolgere e scandalizzare il placido mondo borghese. Ma come si suol dire finchè si è adulti e consenzienti, tutto va bene, o quasi.
La sensazione che ho avuto, al netto della trama diciamo poliziesca, che analizzerò in seguito, (e vi preannuncio già geniale sia per come depista investigatori e lettore, per poi servire il colpo di scena finale secco come la lama della ghigliottina che cade) è che Grangé abbia voluto fare un viaggio personale nel misterioso e proibito mondo del sesso non omologato ed eretico, uno dei pochi campi dove sia ancora possibile una sorta di creativa ribellione e anarchia, col piglio indagativo di uno Stieg Larsson prima maniera, scrivendo una sorta di “Uomini che odiano le donne” contorto e psichedelico. Anzi introdurrei per lui il termine di acid thriller, se non l’hanno già coniato.
Eroe e protagonista della vicenda è Stephane Corso, capo della prima sezione della brigata Criminale del Trentasei parigino, un poliziotto sui generis, segnato da un passato difficile, senza famiglia, affidamenti familiari, droga, illegalità, abusi, preso per i capelli da Catherine Bompart, capo della Criminale, che l’ha letteralmente tolto dalla strada, salvato da un’accusa di omicidio e trasformato nel migliore poliziotto del Trentasei (non fatevi ingannare dal fatto che sembra che canni per tutto il romanzo ogni ipotesi investigativa possibile, in realtà sta lottando con una mente criminale al di là di ogni catalogazione, e alla fine scopre tutto, eccetto naturalmente il mistero finale che comunque Grangé ci serve in un piatto d’argento, e ormai molti lettori c’erano già arrivati o perlomeno ne avevano avuto il dubbio conoscendo i temi cardine dell’autore). Di destra, ma non così di destra come Catherine Bompart (che vota per il Front Nazional e auspica il ritorno della pena di morte), con un grumo di violenza compresso, che trova libero sfogo per esempio nell’operazione Pablo-Picasso, o quando pesta durante l’interrogatorio l’indiziato senza tante remore, (insomma rispetto per i diritti umani dei delinquenti pari a zero), con un unico e assoluto lato positivo, l’amore incondizionato e autentico per suo figlio Thaddée, l’unica luce in un mondo di oscurità, per cui lotterà contro l’ex moglie bulgara e dalla doppia vita, con gusti sessuali molto particolari. Insomma Corso è, pur con tutto quello che lo caratterizza, simpatico, nasce nel lettore per lui una certa empatia, non è insomma una carogna al cubo come avrebbe potuto essere. Grangé conserva qualcosa di sacro e positivo, e un barlume di speranza che racchiuderà un che di catartico nel finale. (Se no c’era davvero da dare la testa nel muro, credete a me).
Se il punto di forza del libro è il protagonista, anche il lato investigativo ha il suo fascino. Corso è a capo di una quadra formata da altrettanti validi poliziotti: Barbie, diciamo la sua vice, più acuta e sveglia di lui per molti versi, Stock, Ludo e Krishna.
Ma veniamo al caso che nasce dal ritrovamento, non lontano da place d’Italie, del cadavere di una spogliarellista dello Squonk, locale alla moda del X arrondissement, Sophie Sereyes, nome d’arte Nina Vice.
Già le modalità dell’assassinio e di come è stato composto il corpo (richiama alcune opere apocrife di Goya) fa capire che non siamo davanti a un assassino comune: i nodi con cui è stata legata la vittima, il volto sfigurato in maniera orribile e altri macabri dettagli lasciano gli investigatori sconcertati e perplessi.
Sulle prime il caso è affidato al comandante Patrick Bornek, vecchia guardia, uomo e poliziotto che segue la procedura, che non ne cava un ragno dal buco, allora per una sorta di avvicendamento il capo della Criminale affida il caso a Corso e alla sua squadra, ed è l’inizio di un tour degli inferi di prima grandezza.
Corso e i suoi rivedono punto per punto i passi condotti da Bornek (forti del fatto noi faremo meglio) finchè i nodi con cui era stata stretta la vittima li conducono da un vero maetro di shibari, l’arte della corda giapponese, che li illumina su alcuni particolari, tra cui la presenza di “nodi chiusi” che rimanda allo “shibari dei colpevoli” (confermando l’intuizione di Corso che quella morte sia una sorta di punizione), e soprattutto la presenza di un nodo aperto, a simboleggiare che è solo l’inizio e non si tratta di un omicidio isolato ma l’opera di un vero e proprio serial killer.
E infatti la seconda vittima arriva, sempre una spogliarellista dello Squonk, stesse modalità, stesso macabro rituale.
Indizi che si contraddicono, piste che non portano da nessuna parte, finchè un poliziotto ormai in pensione non arriva con un faldone e la sicurezza assoluta di sapere chi è l’assassino: un tale Sobieski, un vero pendaglio da forca, trent’anni prima giudicato colpevole di un omicidio molto simile per cui si è fatto una lunga sfilza di anni di carcere, per uscirne… redento, un’artista, un pittore quotato, beniamino di intellettuali, politici, e personaggi progressisti che ne hanno fatto un esempio di riabilitazione e rinserimento nella società.
Cose a cui Corso, non è manco il caso di dirlo, non crede affatto, insomma assassino una volta assassino per sempre, nessuna possibilità di redenzione, e infatti lo elegge a suo colpevole ideale, e per tutto il libro assistiamo a una sua personale, a volte scombiccherata, caccia per incastralo.
Ma Sobieski sarà davvero il colpevole?
Quando finalmente Corso riesce a arrestarlo e inizia il processo, l’apparizione del suo avvocato difensore Claudia Muller, paladina dei diritti degli indifendibili, donna bellissima e misteriosa, che non lo degna della minima attenzione (Corso si prende una scuffia pazzesca per la bella avvocatessa, così lontana dal suo modo di pensare e agire), le carte si ribaltano, tutto sembra perdere senso e anche in Corso si affaccia il dubbio, facendolo perdere nei meandri di un’indagine che ormai ha i connotati di un’ossessione.
Non posso dire di più ma la bravura di Grangé saprà governare questa massa apparentemente confusa e magmatica, tirando le fila e dando spiegazioni plausibili per ogni vicenda a prima vista inverosimile.
La cosa bella è che gli indizi rivelatori Grangé te li mette sotto il naso già dall’inizio (e insiste pure) e non li capisci. Corso non li capisce perché offuscato dalle sue ossessioni e dai suoi demoni interiori, il lettore perché in effetti chi regge il gioco non gioca pulito, anzi tutt’altro.
Al netto delle parti più macabre e splatter, non voglio sapere dove Grangé si è documentato per tutta la parte dedicata ai film gonzo e alla loro commercializzazione su internet, parti però funzionali a creare l’atmosfera nera che si respira per tutto il romanzo, non si può non ammirare la bravura di Grangé come scrittore. Alla fine della lettura comunque il dubbio che in giro di sciroccati che ce ne siano davvero tanti è legittimo, pur tuttavia è consolante che nasca tutto dalla fervida fantasia di Grangé, tipino da prendere con le pinze pure lui. Se dopo tutto quello che ho scritto non vi ho dissuaso definitivamente dal comprare il libro, vi auguro buona lettura, dopo tutto la realtà batte sempre qualsiasi fantasia. E c’è un limite pure a quello che si può scrivere in un romanzo. Grazie a Dio direte voi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale. Dopo l’esordio negli anni Novanta, giunge alla notorietà grazie al film di Mathieu Kassovitz tratto da I fiumi di porpora (Garzanti 1999) interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel, il primo di diversi adattamenti delle sue opere per il cinema e la televisione. Per Garzanti ha pubblicato anche Il volo delle cicogne (2010), Il concilio di pietra (2001), Amnesia (2012), Il respiro della cenere (2013) e Il rituale del male (2016), primo volume della saga nera che trova la sua conclusione nell’Inganno delle tenebre (2017). Sempre con il medesimo editore pubblica La maledizione delle ombre (2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

:: Una favolosa estate di morte di Piera Carlomagno (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

27 giugno 2019

Una favolosa estate di morteTerra di mezzo, di tradizione e di mistero. Terra di Basilicata, fra i Sassi di Matera e Potenza. Terra che sta per essere nominata Capitale della Cultura 2019. E terra protagonista di un duplice omicidio. Due corpi vengono ritrovati per caso, avvinghiati in un ultimo abbraccio all’interno di un’apertura di un calanco. L’atmosfera è tesa e silenziosa. La natura fitta e prepotente sembra fermarsi appena l’indagine ha inizio. Se ne occupano il magistrato Loris Ferrara e l’anatomopatologa Viola Guarino. Due personalità forti e competenti, in grado di osservare e delineare il percorso da seguire da poli opposti. Riusciranno a incontrarsi mai?
Chi sono le vittime? Si parla di amanti, di un uomo influente e di una ragazza bellissima ma sola. Si parla tra le vie e nei negozi, si ottengono piccole informazioni preziose. Si ricostruisce il loro passato e il loro presente. Si scattano fotografie, si preleva materiale utile e si cerca di entrare in contatto con i luoghi che li hanno visti in vita. Mentre il magistrato Ferrara segue la procedura e si affida alle carte, Viola segue anche l’istinto. Perché lei lo sa fare bene, sa che ogni indagine è una missione, le sue visioni le saranno utili. Perché lei ha un “dono” particolare.
In questo noir il male e la tradizione camminano paralleli, la prevaricazione psicologica ha un’importanza unica. La speculazione senza scrupolo alcuno lascia senza parole. L’autrice non dimentica l’amore e la gelosia, l’odio radicato da troppo tempo e il potere che può essere rappresentato in mille modi.
Questo romanzo è femmina, è donna. Con la capacità di dare e di togliere, con la forza di uno sguardo, con la cattiveria impressa in una parola. Con l’abitudine ad essere chiusa in sé e l’autonomia di confidarsi solo a pochi.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Piera Carlomagno è giornalista professionista e presidente dell’associazione noir “Porto delle nebbie”, che organizza il SalerNoir Festival.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Linea di sangue di Angela Marsons (Newton Compton 2019) a cura di Federica Belleri

19 giugno 2019

Linea di sangueTorna Angela Marsons con la sua detective di spicco Kim Stone. Impegnata in un susseguirsi di omicidi in apparenza scollegati fra loro ma studiati in modo preciso e pulito. Perché?
Perché Kim è in grado di trovare il responsabile, perché è capace di affrontare l’angoscia che le leva il respiro, perché sa cosa significa tornare sui propri passi anche se può farsi molto male. Kim ha una scorza dura ma i colleghi attorno a lei sanno come prenderla e quando è il momento di preoccuparsi per lei. Hanno il dubbio che qualcuno la stia riportando indietro nel tempo per manipolarla e renderla fragile e ossessiva. Ma Kim cerca di non farli preoccupare. Riuscirà a risolvere questa indagine?
Ancora una volta l’autrice ci parla di donne, perché loro sono le vere protagoniste insieme alla paura che le perseguita. Insieme al dolore che non si alleggerisce mai, alla voglia di dominare cercando un riscatto, una vendetta.
Ancora una volta, scava nella mente del più forte ma anche del più fragile, per farci scoprire che a volte i ruoli si possono stravolgere. Basta saper osservare i dettagli, le piccole cose che in apparenza scivolano davanti agli occhi.
Ottimo thriller volta pagina, ben strutturato. Un complimento alla scrittrice.

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone prosegue con Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta e Linea di sangue. Vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. I suoi libri hanno già venduto più di 3 milioni di copie. Per saperne di più: www.angelamarsons-books.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Il Montacarichi di Frederic Dard (Rizzoli, 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2019
Il Montacarichi

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Parigi, inizio anni’60, vigilia di Natale.
Albert Herbin, scontati gli anni di carcere per aver ucciso la sua amante, moglie del suo principale, torna nel suo vecchio quartiere, a Levellois, al confine con il XVII arrondissement di Parigi, nella casa di sua madre, nel frattempo morta (di dispiacere?)
I ricordi dell’infanzia lo assalgono, assieme alla solitudine e al rimpianto per tutto quello che non è stato. Non sopportando più quel claustrofobico e ristretto ambiente, esce per le strade addobbate di lucine e festoni e piena di gente che si affolla per i preparativi del pranzo della vigilia.
Vaga senza meta nel tentativo di sfuggire all’angoscia. Compra in una piccola cartoleria – libreria- emporio una gabbietta di cartone argentato spolverata di quarzo con all’interno un uccellino esotico di velluto blu e giallo che si dondolava sul trespolo dorato (che ritornerà nel romanzo, tenetevelo a mente).

Sembrava di essere in una grotta fatata piena di tesori inestimabili. Le decorazioni per l’albero di Natale riempivano gli scaffali: uccellini di vetro, Babbi Natale di carta, cestini di frutta di ovatta colorata e tutte quelle palline fragili come bolle di sapone che trasformano un semplice abete in una favola.

Entra in un bar tabacchi per bere un aperitivo. Cammina sotto la pioggia vischiosa. Poi il suo destino si compie: le terribili coincidenze del fato, che lo imprigionano più delle sbarre della prigione, si materializzano sul suo cammino. Entra verso le 8 in un grande ristorante del centro:

Era una trattoria tradizionale, con specchi, perlinato, portatovaglioli, lunghe panche sormontate da piante rampicanti, buffet e camerieri in pantaloni neri e giacca bianca. I vetri erano muniti di tendine, e d’estate le piante verdi venivano spostate sul marciapiedi. Era il tipico ristorante rinomato di provincia. E rinomato doveva esserlo. Quando da bambino storcevo il naso davanti ai suoi piatti, mia madre sospirava: «Vai a mangiare da Chiclet!»

Un miraggio di felicità borghese, in cui anche sua madre fantasticava di entrare ma avevano solo e sempre visto da fuori.
Ed è lì che la vede in compagnia di una bambina: lei, a cui basta un sorriso, uno sguardo per farlo innamorare. Lei così simile ad Anna, la donna che ha ucciso tanti anni prima. La donna di cui scoprirà il nome solo all’ultima pagina.

Era strano vedere una madre e una figlia al ristorante la vigilia di Natale. Quell’immagine mi strinse il cuore. In fondo, la loro solitudine a due era più tragica della mia, che tutto sommato era una solitudine vera, gestibile.

E mentre lui si innamora, lei tesse la sua tela, come una temibile vedova nera, di seduzione e ritrosia. Escono dal ristornate, si rincontrano davanti a un cinema, e il caso, sempre lui che gioca un ruolo temibile in questa storia, li fa sedere vicini. Da lì attrazione, complicità, mani sfiorate ed è fatta. Potrebbe essere l’incontro di due solitudini ma è ben altro. Albert le accompagna a case, sale sul montacarichi, che funge d’ascensore, (sarà il montacarichi perno di tutta la storia e del diabolico piano intessuto dalla donna) e a questo punto il destino di Albert è segnato. Come quello di tutti i personaggi.
Ingegnoso, malinconico, crudele, bizzarro, tipicamente francese, Il Montacarichi (Le montecharge, Trad. Elena Cappellini) è un breve romanzo noir pubblicato in Francia nel 1961 da quel genio eclettico che fu Frederic Dard, di cui Rizzoli sta riscoprendo la principale produzione che esula dalle inchieste del commissario Sanantonio (San-Antonio nell’originale francese), serie umoristico-poliziesca che ne decretò il successo ben oltre i confini d’oltralpe.
Come già ebbi a dire recensendo Gli scellerati, Il Montacarichi, ventitreesimo romanzo pubblicato da Dard con Fleuve Noir, fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon ma questo parallelismo di ferma ai termini di catalogazione, perché Dard senza volerlo contrapporre al genio di Simenon in sterili diritti di precedenza, ha caratteristiche sue proprie se non antitetiche, perlomeno discordanti.
Insomma Dard non è la brutta copia di Simenon, è altro. È un autore in cui l’ironia e il paradosso sono capaci di emergere nelle pieghe più amare della vita, dalla solitudine, al rimpianto, dall’amore impossibile, alla beffa più amara e tragica.
Questo breve romanzo, come molti dei romanzi di Dard, fu adattato per il cinema, questo  da Marcel Bluwal,  il padre del televisivo Vidocq, nel 1962, con Léa Massari nel ruolo di Marthe Dravet, Robert Hossein in quello di Albert Herbin, Maurice Biraud in quello di Ferrie, e Robert Dalban in quello dell’ispettore.
Antieroi di questo piccolo capolavoro del noir dunque sono due assassini che si incontrano e subito non si riconoscono. E questo fraintendimento condanna entrambi a commettere errori, a giocare male le loro carte, anche se l’ago della bilancia propenderà verso uno dei due. Albert Herbin paga per il suo delitto, con anni di carcere a Marsiglia, Marthe non lo sapremo mai.
Folgorante l’attimo in cui Albert scorge due gocce di sangue sulla manica della signora Dravet, basta quello per rivelare tutto al lettore, anche se non c’è ancora un corpo, non c’è ancora un movente, non c’è ancora un crimine manifesto.
Ma esiste il delitto perfetto? No, sembra dirci l’autore, anche il piano più perfetto, più machiavellicamente congegnato ha le sue crepe, le sue discordanze, e Marthe Dravet, femme fatale che se vogliamo cade sempre in piedi, difficilmente avrà quel rigurgito di coscienza che Albert vorrebbe, ma noi lasciamoglielo sperare. Lasciamogli questa ultima illusione.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, che conta quattrocento titoli. Nel 2018 è uscito per Rizzoli Gli scellerati.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.