Posts Tagged ‘Fratelli Frilli Editori’

:: Morte ad Asti – La nebbiosa domenica dell’investigatore Martinengo di Fabrizio Borgio (Fratelli Frilli Editore 2017)

14 dicembre 2017
morte ad asti

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Morte ad Asti, terzo romanzo della serie dedicata all’ investigatore privato Giorgio Martinengo, è un romanzo dalla scrittura lineare che indaga sulle luci (poche) e le ombre (molte) della provincia italiana dagli anni ’90 a adesso. Abbiamo un investigatore privato piemontese, ex poliziotto, di origini contadine (sarebbe stato destinato a dirigere un’azienda vinicola se i dissidi col padre non l’avessero portato a cercare altro) e un caso a lui affidato da una banca d’affari tedesca con filiale a Milano, la MidaGest. Proprio il losco e mellifluo dottor Cazzaniga, safety manager di questa azienda, lo ingaggia per investigare su una dipendente che è implicito gli sta creando un mucchio di guai. Martinengo sa che è un lavoro sicuro, queste grandi aziende pretendono risultati ma pagano sull’ unghia, ma presto scopre che la donna oggetto di questa indagine è proprio Vittoria Squassino, suo grande amore di gioventù, donna bellissima e affascinante che in un certo senso non ha mai dimenticato. La morte della donna spariglia le carte e toccherà a Martinengo tirare le fila di questa oscura vicenda portando il colpevole del delitto a confessare e aiutando gli inquirenti a far luce sui maneggi finanziari all’origine di tutto. Tra passato e presente la narrazione si alterna fluida fino al concitato finale. Fabrizio Borgio ha uno stile piuttosto personale, e una buona padronanza dei tempi narrativi. I personaggi sono sottilmente caratterizzati, soprattutto il dottor Cazzaniga, il villain della situazione, che ci riporta ai cummenda di tanta narrativa, penso a Scerbanenco soprattutto. Nel complesso un buon noir regionale, non eccessivamente insolito nella trama, ma inserito nel solco della tradizione giallistica italiana.

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario Il nocciolino di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Asti ceneri sepolte è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editori. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Nel 2017 partecipa all’antologia in ebook Spettrale con il racconto Il tempo delle spigole. Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tredici giorni a Natale di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori 2017)

7 dicembre 2017
tredici giorni a Natale

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Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.

Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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:: Intervista ad Armando d’Amaro per “La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

:: Intervista a Maria Masella per Testimone (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

6 ottobre 2016

nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

:: Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”, a cura di Irma Loredana Galgano

5 maggio 2016

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Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.