Posts Tagged ‘Irma Loredana Galgano’

:: “La forza della necessità. Antologia del radicalismo inglese dei secoli XVIII e XIX” di Mauro Cotone (Rogas Edizioni, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

31 ottobre 2017

1

forza della necessità

Pubblicato con Rogas Edizioni La forza della necessità di Mauro Cotone si presenta proprio come una classica antologia. Dopo la prefazione, curata Adolfo Noto, e una introduzione al periodo storico il testo è strutturato in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un singolo autore. L’idea è quella di ripercorrere, attraverso le singole elaborazioni, il pensiero e i movimenti che hanno portato, più o meno pacificamente, alla nascita del radicalismo sociale. Tesi e proposte che «esulino dall’ambito agrario» e che spazino «dalle esigenze del movimento femminile, fino alla condanna dello schiavismo, per arrivare persino alla semplificazione linguistica».

Leggendo il testo di Cotone si ripercorre mentalmente tutta la storia delle travagliate lotte, giurisdizionali e sociali, combattute dalle popolazioni per vedere riconosciuti i propri diritti. I medesimi che oggi, purtroppo, vengono dati per scontati, accantonati o non giustamente considerati.

La forza della necessità, pur trattando argomenti che facilmente possono risultare tediosi o ostici per il grande pubblico, risulta ben strutturato, chiaro e interessante. In diversi punti la narrazione si fa talmente sublime che il lettore quasi dimentica di stare leggendo. Gli sembra di trovarsi in un’aula accademica e di stare ascoltando una lezione o una conferenza sul tema dello «sviluppo di alcune linee di pensiero politico che cominceranno così a definirsi e a essere definite ‘democratiche’».

2

Source: pdf inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Rogas.

:: Chi tutela questi bambini? Bellissime – Baby Miss giovani modelli e aspiranti lolite – l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

18 settembre 2017

bellissimeStendhal affermava che «la bellezza non è che una promessa di felicità». Già, semplicemente una promessa.

Con le parole del noto scrittore francese si apre al lettore il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite, edito quest’anno da Fandango Libri. Un “documentario” di parole che racchiude più di quanto ci si aspetti, che racconta più di quello che si vorrebbe sapere e vedere, che lascia poco spazio a fraintendimenti e ipocrisie. Insomma, un libro necessario.

La Piccinni condensa nelle pagine di Bellissime il risultato delle sue ricerche sul campo, delle sue ricerche documentarie, delle sue esperienze dirette, il racconto di testimoni e testimonianze varie nonché i suoi personali ricordi d’infanzia… al punto da conferire all’intero testo un’impostazione che non è quella del saggio tecnico in senso stretto, piuttosto di un dettagliato reportage giornalistico. La scrittura rimane sempre semplice, lineare, quasi colloquiale.

Va riconosciuto anche all’autrice il merito di essere riuscita, nonostante la costante personalizzazione del racconto, a far rimanere le sue opinioni e le sue esperienze marginali rispetto al racconto principale del testo. E così Bellissime permette al lettore di «guardare oltre la superficie» glitterata e “sorridente” del mondo della moda-bimbi, emblema e simbolo, come il campo della moda in generale, del «culto della grazia e della necessità di piacere». Il che non sarebbe neanche così tanto da recriminare se la bellezza fosse «fine a se stessa», invece «diventa espediente per arrivare a qualcosa».

Questo, associato al fatto che parliamo di minori, di piccoli che non superano il metro e venti di altezza e i dodici anni di età, inizia già a rendere chiaro quanto pericoloso sia il quadro che si delinea in questo “universo” nel quale scarsissima importanza viene data al «labirinto emotivo» della «necessità di piacere agli altri» e alle conseguenza cui vanno o possono andare incontro questi cuccioli, necessari e sacrificabili a quanto pare in nome del marketing e della pubblicità.

Leggendo Bellissime si viene catapultati in un mondo pressoché sconosciuto a chi non segue molto la moda, le sfilate, le tendenze, gli eventi… un mondo di finzione, come il cinema, i film e le serie tv, dove i “modelli” e le “modelle” vengono travestiti per apparire altro rispetto a quello che sono fuori dai set e dalle passerelle. Dove questa finzione però arriva finanche a prendere il sopravvento sulla realtà e sulla reale necessità dei bambini a cui, a volte, viene negato anche di bere e andare in bagno. Per rispettare i tempi. Non si può non chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?!

Il lettore più volte si chiede, insieme alla Piccinni, quando i genitori hanno «smesso di fantasticare su figli medici o avvocati, per cominciare a vaneggiare sullo showbiz».

La situazione è molto più complessa, è vero, e l’autrice la analizza da svariate angolazioni portando avanti un gran bel lavoro di ricerca e sintesi, entrando in punta di piedi in questo mondo pieno di paillettes e lustrini, mossa forse da un innato e assolutamente motivato rispetto per l’infanzia che accompagna e vigila sulla scrittura dell’intero libro. Un rispetto che mai andrebbe calpestato o messo in discussione, figuriamoci poi per il mero tornaconto economico di un brand di moda o dell’etichetta sponsorizzata in pubblicità.

Bellissime è un pugno nello stomaco del lettore, il quale all’improvviso realizza, o meglio rammenta, di essere troppo spesso spettatore, osservatore o telespettatore di immagini, video, spot, serie tv, film o spettacoli di vario genere in cui “protagonisti” sono dei minori… e tutto appare sempre talmente normale, ordinario da passare quasi inosservato. La Piccinni ci ricorda tutto quello che c’è dietro. Il delirio. La «retorica dell’apparenza» di questo «mondo adulto miniaturizzato», dove, soprattutto le bambine, subiscono una precocissima sessualizzazione, «giovanissima carne addobbata da donna» e incitata a imitarne gli atteggiamenti più sensuali.

E allora ci si chiede perché in un mondo, quello vero, martoriato dalla piaga della pedofilia, si invogliano giovani ragazze e bambine ad attirare l’attenzione su una versione sexi e provocante di se stesse?

Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite si rivela fin dalle prime pagine una lettura interessante, necessaria che illumina, come un faro, i lati bui di un mondo scintillante ma dal verso sbagliato e che invoglia il lettore a riflettere sui molteplici aspetti di questo fenomeno sociale, come di tutti gli altri ad esso direttamente o indirettamente collegati. A metabolizzare il concetto che la bellezza oggi altro non è che «l’eredità di un mondo fallito».

Flavia Piccinni: Nata a Taranto, è una scrittrice e giornalista italiana. Ha pubblicato numerosi romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. Collabora con diversi giornali, è autrice di documentari per Rai1 e Radio3 e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Source: pdf inviato al recensore, da parte di Simonetta Simonini per conto di Fandango Libri, che ringraziamo.

:: Il ritorno delle tribù di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

15 luglio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.
Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.
Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.
Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.
Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?
La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.
La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».
Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo. I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: “L’Ammerikano” di Pietro de Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 giugno 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

È lo stesso autore, nella prefazione al libro, a indicarlo come fondato sui contrasti: «tra epoche diverse, diverse aree del mondo e soprattutto tra il solitario e doloroso percorso di vita del protagonista, l’Ammerikano, e la storia del suo antagonista, Vincenzo». Un libro che in origine ne sembrano due, le cui storie e vite solo in apparenza separate pian piano si tessono e si intrecciano come una trama (accattivante) e un ordito (fitto), il tutto scritto con un registro narrativo interessante. In più occasioni sembra che l’autore si rivolga direttamente al lettore attraendolo nella storia, nelle vicende narrate.
L’Ammerikano di Pietro de Sarlo è un libro a cavallo tra un romanzo-commedia e un giallo che, raccontando una storia immaginaria, descrive innumerevoli sfaccettature di vite reali o possibili. Un libro pensato per i coetanei dell’autore costretti a lasciare la propria terra di origine come i loro padri e nonni, motivati dalla «speranza di una vita migliore per i propri figli». Una narrazione che dà adito a riflessioni amare, ma vere, sulla situazione politica ed economica della Basilicata, che rispecchia e riflette quella del Sud e dell’Italia intera.
La Basilicata da una parte, con il «sogno texano della regione e dei suoi abitanti» ben presto tradottosi «nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero», e l’America dall’altra, con tutta la potenza del suo mainstream che ha contagiato l’intero pianeta e in grado di convincere tutti e ognuno che qualsiasi cosa o persona proviene da lì sia inopinabile e quasi magica. Due universi talmente opposti che, alla fine e paradossalmente, finiscono per somigliarsi. Ben rappresentati e delineati dall’autore a cui va riconosciuto anche il merito di aver creato, con i suoi personaggi, i ‘tipi’ perfetti per l’ambientazione e le scene narrative e di aver raccontato le loro storie con uno stile di scrittura piacevole e scorrevole, infarcito di termini dialettali che se da un lato potrebbero rallentare la lettura e scoraggiare i lettori non meridionali dall’altro la rendono a questi ancor più gradevole.
Un buon libro, L’Ammerikano di Pietro de Sarlo. Un testo che racconta una storia originale e curata nei dettagli. Leggera e a tratti divertente ma che consente lo stesso all’autore di immettervi considerazioni, anche importanti, sullo stato di degrado e abbandono della propria terra natia, sull’emigrazione e l’immigrazione, la politica e la cultura della società non solo lucana e, di rimando, invoglia il lettore a riflettere, regalandogli così non solo una bella storia da leggere e raccontare ma un’eredità di riflessioni da portare avanti.

Pietro De Sarlo, sessantenne lucano, laureato in ingegneria ha sviluppato una importante carriera manageriale nei principali gruppi italiani e esteri operanti in Italia. è autore di numerosi articoli di economia e politica su alcune testate on line come Basilicata24, Economia Italiana, Scenari Economici e Il Giornale Lucano. Già fondatore dell’associazione Pinguini Lucani ha pubblicato, nel 2010, un saggio (Si può Fare!) sull’emergenza economica e ambientale derivante dalle estrazioni petrolifere e sulle possibilità di sviluppo economico e sociale della Lucania.

Source: libro inviato dall’ autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’importanza di indagare sul senso della vita ne “Il coltivatore di rose” di Antonino La Piana (Falco Editore, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

26 aprile 2017
cop

Clicca sulla cover per l’acquisto

Esce con Falco Editore a maggio 2016 il romanzo di formazione di Antonino La Piana, Il segreto del coltivatore di rose. Un libro di poco oltre duecento pagine nel quale l’autore mette nero su bianco tutti i pensieri, le riflessioni, le argomentazioni e gli interrogativi che lo hanno accompagnato dalla giovinezza, trascorsa tra le aule della Facoltà di Filosofia all’età adulta, vissuta in vari paesi soprattutto dell’Africa. E ritornando in maniera fors’anche più acuta nel momento del suo rientro in Italia.
Il segreto del coltivatore di rose pur trattando di temi esistenziali, di religione e filosofia sembra ruotare interamente intorno alla figura del protagonista, che altri non è che lo stesso autore, e spesso la narrazione si perde nel dettagliato racconto di episodi ordinari e quotidiani che non riscontrano molto interesse in chi li legge. Come la rocambolesca rincorsa per non perdere la corsa del tram o l’iter della rottura del fidanzamento, o meglio di quando il protagonista è stato lasciato dalla fidanzata. Il lettore non riesce a ben comprendere il fine ultimo di queste prolungate narrazioni che a volte addirittura interrompono il racconto di altre vicende, in considerazione anche del fatto che esulano dal ragionamento che l’autore porta avanti nel suo libro e che trova la sua conclusione nell’ultimo capitolo.
Tutto questo va un po’ a inficiare il tono e il senso del libro, che a tratti risulta confusionario. Scritto come fosse la trascrizione simultanea dei pensieri e delle riflessioni dell’autore che spaziano e saltellano tra i vari argomenti. Maggiore ordine avrebbe potuto coincidere con un più alto gradimento e interesse in chi legge e, al contempo, avrebbe garantito più spazio alle valide conoscenze ed esperienze che La Piana dimostra di avere e aver fatto.
Interessante risulta il racconto dell’incontro-scontro tra le varie culture, lo stridente contrasto tra le futilità del vivere occidentale e il forte legame con la Terra che ancora conservano le etnie “primitive” che l’autore ha avuto modo di conoscere nei lunghi soggiorni nel continente africano. Traspare dagli aneddoti trascritti ne Il segreto del coltivatore di rose quella corrente che trascina tutti, chi più chi meno, nel vortice dei legami morbosi con gli oggetti solo in apparenza utili e necessari, nell’inutilità del pensiero rivolto solo alla materialità del ‘possedere’ senza la benché minima cura del proprio essere e del proprio pensiero. Un vortice che non lascia indenne neanche lo stesso autore. Accusa La Piana tutti coloro che scelgono di vivere «senza comprendere la ragione ultima per la quale si vive», che sono in buona sostanza il suo esatto contrario, tormentato invece dagli interrogativi esistenziali fin da giovanissimo. «Porsi delle domande, porsi le domande giuste e nel modo giusto, per tentare di cominciare a svelare, almeno in parte, il mistero nel quale siamo immersi», sembra essere il suo mantra.
Un libro particolare, Il segreto del coltivatore del rose di Antonino La Piana, che si ‘insinua’ nella mente di chi legge, nonostante i suoi limiti, e lo accompagna in riflessioni sul senso della vita e sulla vita stessa. Un libro con un finale dichiarato sensazionale dallo stesso protagonista. Il lettore potrebbe non concordare con le conclusioni cui giunge l’autore ma ne apprezza di certo l’entusiasmo. Un libro che nonostante tutto ha il suo perché. E questo, in un ragionamento sugli interrogativi esistenziali, potrebbe anche bastare.

Antonino La Piana: nato a Messina, ha vissuto molto all’estero, soprattutto in Africa. Ha sempre continuato a coltivare la sua passione per la Filosofia. La professione di Funzionario Diplomatico gli ha permesso di entrare in contatto con diverse culture, stimolando ulteriormente la curiosità sui grandi perché della vita.

Source: pdf inviato dall’autore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Falco editore”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

14 marzo 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

Source: ebook inviato al recensore dall’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 febbraio 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Rosso Parigi di Maureen Gibbon (Einaudi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

30 gennaio 2017
gty

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo? “Non tutto si dimentica” di Wendy Walker (Nord, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

16 gennaio 2017
non

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non tutto si dimentica dell’avvocato e scrittrice americana Wendy Walker ruota interamente attorno alla domanda: “Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo?” Il perché lo si scopre nello struggente finale che induce nel lettore ulteriori interrogativi sugli effetti, a livello psichico, del male, inferto e subito.
Il romanzo, uscito negli Stati Uniti col titolo All is not forgotten e tradotto o in corso di traduzione in oltre venti Paesi, arriva in Italia edito dalla Editrice Nord nella versione tradotta da Barbara Ronca, in prima versione digitale a ottobre 2016.
Il libro ha una trama che non può non far presa sul lettore. Adolescenza violata, disperazione dei genitori, segreti, relazioni extraconiugali, personalità borderline, vecchi misteri e crimini irrisolti che si intrecciano con i nuovi… c’è tutto quello che un lettore può chiedere a un thriller psicologico. Lo stile di scrittura è schietto ma la narrazione subisce dei cali di scorrevolezza dovuti alla volontà ripetuta di creare suspense utilizzando dei “diversivi”. Più volte il racconto di quanto accaduto e dei possibili indizi per arrivare alla risoluzione del mistero viene bruscamente interrotto per essere ripreso solo in seguito, spesso in un differente capitolo del libro, oppure “deviato” dalle informazioni circa le abitudini della cittadina e dei cittadini di Fairview, una piccola comunità che nasconde innumerevoli segreti ma che molti di essi non hanno nulla a che vedere con il delitto oggetto delle indagini.
Un lettore che vuole appassionarsi al libro avendolo scelto perché è un thriller e non “solo” un romanzo a tratti si infastidisce per queste dispersioni narrative volendo egli, come consuetudine per gli amanti del genere, riuscire a entrare fin da subito nel crimine e nelle indagini e realizzando solo all’incirca a metà libro che la sfida per lui può essere ancora più interessante del solito, in quanto deve giocarsela con un “professionista” delle turbe mentali.
L’io narrante è lo psichiatra Alan Forrester che segue “la vittima” Jenny Kramer, i suoi genitori, il suo migliore amico e il suo aggressore.
Lo sviluppo della trama e la sua risoluzione invitano chi legge a riflettere sulla reale necessità della “condivisione” di un crimine o di una violenza, inflitti o subiti.
Studi psicologici ipotizzano un “ambivalente piacere” procurato dalla sofferenza altrui. E se ciò vale per le persone “normali” non si può non chiedersi cosa provoca la “spettacolarizzazione pubblica” di crimini e violenze sempre più diffusa, in nome dell’imperativo che vuole il silenzio un’arma ancor più affilata in mano agli aggressori, in personalità al limite, in bilico o già criminali.
Non tutto si dimentica di Wendy Walker ci dimostra che l’eccessivo bisogno di “condividere” può causare e causa addirittura emulazione, che gli effetti di un grosso trauma non si riescono a cancellare nemmeno con una terapia farmacologica studiata ad uopo, che neanche il tempo ci riesce del tutto, che un buon libro, anche se è un thriller, non deve limitarsi a rispondere a degli interrogativi bensì generarne degli altri.

Wendy Walker: È un avvocato specializzato in diritto famigliare dello Stato del Connecticut. Non tutto si dimentica è il suo romanzo d’esordio.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Laura dell’Ufficio stampa Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: “Dimmi che c’entra la felicità” di De Filpo e Corraro (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

10 gennaio 2017
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dimmi che c’entra la felicità di Margi de Filpo e Vincenzo Corraro è una silloge di 18 racconti, alternati per autore, che in punta di piedi e con un linguaggio pacato e misurato accompagnano il lettore nei mille mondi descritti. Piccoli universi di storie di vita ordinaria. Infiniti microcosmi di una quotidianità a volte struggente altre accompagnata da una profonda leggerezza che comunica, in ogni caso, una vocazione alla parola come narrazione di fatti sentimenti riflessioni e denuncia.
Il libro si apre al lettore con un testo di Corraro. La collina davanti al mare racconta la parabola di un uomo del Sud che le ha provate tutte, compresa l’emigrazione, prima di gettare la spugna e arrendersi. Una resa che nel protagonista equivale a una rinascita, una voglia di riscatto che si concretizza nel desiderio di azzerare tutto e ripartire, cercando di non sprecare di nuovo ciò che la vita offre o che a questa si riesce a strappare.
Una riflessione amara, quella condotta da Corraro, sulle psicosi e nevrosi della vita moderna. Sul desiderio sfrenato di “possedere”: una casa, una famiglia, dei figli, del denaro, una posizione sociale… Sul ruolo che in questa vorticosa giostra viene dato agli affetti e all’amore. Sulla vita che può essere un rettilineo oppure una curva mal progettata dove basta un attimo, un granello di brecciola, un rivolo d’acqua o una piccola distrazione per farti precipitare nel vuoto.
Se Corraro descrive la “periferia” dello Stato nella sua marginalità di luoghi dimenticati, per certi versi, dal progresso e dalla modernità, la De Filpo racconta invece quella di una grande metropoli come Roma dove “combattono” per sopravvivere giovani e meno giovani formatisi in tutti i gradi (lauree, dottorati, master…) e che lottano per un misero posto in qualche anonimo call center sempre in bilico tra il rinnovo del contratto e il licenziamento, spesso dovuto alla “necessità” di una delocalizzazione dell’azienda per ridurre i costi e poter restare sul mercato. Assurdità e contraddizioni di luoghi dove invece il progresso e la modernità sono entrati a gamba tesa e hanno manifestato il loro lato più nero. Questo raccontano i protagonisti di L’ultima chiamata al call center.
Diego de Silva ha sapientemente sintetizzato in poche battute ciò che il lettore trova in Dimmi che c’entra la felicità quando ha descritto gli autori «pazienti e sapientemente incostanti» in grado di comprendere da soli quando è il momento giusto per “affacciarsi” al pubblico, ovvero quando il loro lavoro è abbastanza maturo.
Non si trova alcunché di “acerbo” nei racconti di De Filpo e Corraro. Anzi la narrazione scorre fluida, i personaggi sono ben caratterizzati al punto che nei racconti successivi più volte chi legge spera di rincontrarli.
Il tema centrale del libro è naturalmente la felicità. Questa chimera che ognuno rincorre a proprio modo e che in pochi riescono a intuire che «non è un accidente come la tragedia, che quando la eviti arriva da un’altra parte». La felicità si nasconde «lungo la strada, dietro l’ultima curva prima del mare».

Margi de Filpo: Di origini lucane, vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Nero di lacrime e luoghi comuni e Liza, oltre alla short story Sensation.

Vincenzo Corraro: È nato e vive a Viggianello, in Basilicata. Ha scritto i romanzi Isabella e Sahara. Vincitore del premio “Nati 2 volte” per l’opera prima, i suoi racconti sono apparsi anche in varie antologie e su testate giornalistiche.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Cristina della Sala stampa Ensemble.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cosa accade quando i diversi siamo noi? Intervista a Riccardo de Torrebruna per “Mardjan” (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

20 dicembre 2016

riccardo-de-torrebrunaCosa accade se si immagina, anche solo per un istante, di vivere in un mondo dove le parti sono invertite? Dove i diversi siamo noi occidentali che ancora ci sentiamo padroni dell’universo?
Riccardo de Torrebruna lo ha fatto in Mardjan, un libro intenso profondo che raccontando una storia ne scopre un’altra al lettore. Una “Storia” che deve essere scritta e narrata per non essere dimenticata.
Ne abbiamo parlato durante l’intervista che gentilmente ha accettato di fare.

Mardjan accompagna il lettore in un intenso viaggio alla scoperta dell’Africa vera nascosta ignorata… Perché ha scelto di portare la scena nel Continente Nero?

Credo che l’Africa sia un luogo dello spirito, oltre che un continente e m’interessava raccontare una qualità specifica di quello spirito, qualcosa che in Europa è andato perduto. Inoltre, volevo raccontare dei personaggi africani che hanno tutta l’intenzione di restare nel loro paese e magari migliorarlo.
Sembra che oggi parlare di Africa significhi necessariamente fare un riferimento al tema dell’immigrazione. Siamo sovrastati mediaticamente da questa immagine, un’Africa che vuole invaderci. Nei miei sopralluoghi a Zanzibar e in Tanzania ho incontrato molte persone e la maggior parte di loro voleva restare, malgrado le condizioni siano difficili per tante ragioni.
L’Europa ha prima colonizzato e poi sfruttato in maniera subdola le risorse minerali ed energetiche dell’Africa. Ma questi atti hanno un prezzo, determinano delle conseguenze. In Mardjan, i personaggi di una troupe cinematografica entrano in rapporto con il magma di contraddizioni che la colonizzazione (anche quella musulmana e indù, oltre a quella europea) ha lasciato. Lo fanno in maniera inconsapevole, con la rapacità tipica dei predatori. Da quel momento in poi, il film che sono venuti a girare li condanna a un cambiamento ineluttabile. Le loro vite non riusciranno più a liberarsi da questa esperienza, dalle ramificazioni del corallo (mardjan significa, appunto, “corallo” in arabo), e saranno costretti a fare i conti con l’incertezza della loro identità.
È la sensazione tipica che si prova, come bianchi, a camminare in un bazar africano, dove i diversi siamo noi. Veniamo scossi dalla relatività del colore della pelle, dall’inappropriata accuratezza di ciò che indossiamo, tutto sembra stridere con la realtà che ci troviamo di fronte. Siamo sconcertati dalla potenza della natura, degli odori, dalla vitalità e dalla pazienza degli africani che sciamano lungo le strade. Ecco, m’interessava raccontare cosa succede dopo, al rientro nella comodità e nel confortante progresso di cui ci sentiamo protagonisti. La storia tormentata di questo film, Mardjan, è un pretesto per raccontare anche questo.

Un legame sottile ma resistente e persistente unisce i fatti dell’11 settembre alle vicende del libro. Gli attacchi terroristici del nuovo millennio hanno cambiato la Storia oppure hanno contribuito a svelarne aspetti reconditi?

Mardjan è ambientato all’indomani dell’11 settembre in un’isola, Zanzibar, che ha forti radici e una maggioranza di religione musulmana. I francesi della troupe non sono ben visti in un momento del genere, non si va per il sottile, ci sono forti pulsioni antioccidentali. Questo acuisce la tensione e descrive i germi di ciò che 15 anni più tardi è diventato un repertorio di violenza inaudita.
La collisione imminente si percepisce nell’aria, anche se non è ancora strutturata nelle forme che i media ci descrivono oggi. Una cosa è certa, l’indole africana sarebbe estranea al fanatismo terrorista. Solo la deriva dei campi profughi delle guerre interne veicolate dall’Occidente per interessi economici e oggi anche dalla Cina, i giovani ridotti a larve senza futuro, hanno poi dato vita (strano parlare di vita in questo caso) al fenomeno, hanno permesso che attecchisse anche in Africa.
È un ulteriore scempio che si è prodotto. Con questo non voglio dire che l’indole africana sia immune dal seme della violenza, ci sono esempi eclatanti in proposito, ma dal terrorismo e dal fanatismo di matrice islamista, sì, lo sarebbe stata senza l’avvento di certe condizioni.

Dominic e Milton, i protagonisti del libro, si sentono inversamente attratti rispettivamente dall’Africa e dalla Francia. In entrambi i casi il loro si rivelerà un viaggio di ritorno. Cosa voleva comunicare al lettore raccontando così in dettaglio gli stati emozionali dei due?

Dominic è un attore che vive nella precarietà, un idealista a cui è sempre mancata la giusta dose di cinismo per avere il successo a cui segretamente ambisce. Milton è un ispettore di polizia africano, un outsider che non ha amici tra i quadri corrotti del sistema, non è un eroe, ma non ha simpatia per gli africani che s’ingrassano con la corruzione, è uno che cerca di non sporcarsi, di mantenere una sua integrità. La lavorazione del film determina l’incontro delle loro vite. Uno è bianco, uno è nero. Dominic inizia un lavoro che solo Milton proverà a portare a termine, anche se non del tutto. Mi sono chiesto spesso: e se ognuno di noi, da qualche parte nel mondo, avesse un doppio, uno che non gli somiglia affatto, un “altro” che senza neanche saperlo è destinato a raccogliere il testimone di ciò che avremmo voluto realizzare, chi potrebbe essere?

Nella sua carriera ha avuto modo di confrontarsi con diversi mezzi comunicativi ma sembra che preferisca di gran lunga la parola scritta, perché?

Ho finanziato il privilegio di scrivere con vari mestieri. Il lavoro di attore in cinema è stato quello più redditizio; ma non sempre, anzi, quasi mai, si riesce a interpretare i ruoli che si vorrebbero. In teatro è diverso, ma si guadagna molto meno. In ogni caso, l’attore è esposto, non ha protezione, è sempre nudo in scena, se vuole fare sul serio. La scrittura è altrettanto rivelatoria, ma permette di non essere fisicamente davanti al lettore, gli si lascia il libro e ci si mimetizza. Ci si può permettere più tempo per elaborare la materia della scrittura. La vanità dell’attore si spegne appena le luci si spengono, quella dello scrittore dura finché qualcuno ha il tuo libro tra le mani e ci si può illudere che questo duri a lungo. Mettiamola così, anche se si potrebbe ribaltare l’intera faccenda.

Riccardo de Torrebruna: È nato a Roma, dove attualmente vive. Ha lavorato come attore di cinema e teatro in Italia e all’estero per poi dedicarsi alla scrittura (romanziere, drammaturgo, sceneggiatore) e alla regia.
Vincitore dei premi Enrico Maria Salerno e Oltreparola per la drammaturgia.
Esordisce come autore nel 2000 con Tocco Magico Tango (Minimum Fax). Pubblica poi Storie di Ordinario Amore (Fandango, 2003), con Luigi Turinese Hahnermann. Vita del padre dell’omeopatia (E/O, 2007), Blood&Breakfast (Ensemble, 2014), Hahnermann. Diario di un guaritore (Mincione, 2015) da poco tradotto in Messico.

:: Il giorno del giuramento di Steve Berry (Nord, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 dicembre 2016
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Steve Berry, come diversi altri autori americani, può vantare il fatto di avere libri pubblicati in tutto il mondo considerati bestseller internazionali. The 14th colony edito in Italia da Nord nella versione tradotta da Alessandro Storti non sarà da meno.
Ne Il giorno del giuramento si trova tutto quello a cui già Ian Fleming ha abituato i lettori, amanti del genere e non, con i libri che narrano le strabilianti avventure e prodezze dell’agente dell’MI6 James Bond.
Spionaggio, avventura, amori, paesaggi e lande sperdute, pericoli intrighi e cospirazioni ordite contro la ‘democrazia occidentale’ svelate e sconfitte sempre sul filo di lana.
La guerra fredda ha caratterizzato tutta la geopolitica della seconda metà del secolo scorso e il braccio di ferro tra gli Stati Uniti d’America e l’allora Unione Sovietica è sempre stato visto e vissuto come l’ago di una immaginaria bilancia che soppesava l’imminente scoppio o meno del terzo conflitto mondiale, di una guerra nucleare, di una temibile e terribile distruzione del ‘mondo occidentale’.
Berry ne Il giorno del giuramento immagina che non sia mai stata del tutto superata e che in un paese sperduto della Siberia il fuoco del conflitto sia perennemente alimentato al pari dell’odio contro il nemico temuto, ovvero gli americani.
Una vicenda che trova le sue origini nell’incontro avvenuto tra l’allora presidente Ronald Reagan e papa Giovanni Paolo II. Un’udienza troppo privata che viola i protocolli di sicurezza ma che garantisce agli astanti la massima riservatezza. Nessuno deve venire a conoscenza del loro segreto… della volontà condivisa di sconfiggere il nemico comune: il comunismo russo. Considerato il male più temibile del 1900 al pari del terrorismo islamico nel nuovo millennio.
Cotton Malone, l’ex agente operativo del dipartimento di Giustizia americano che si è trasferito a Copenaghen per gestire una libreria antiquaria, è richiamato in servizio, spedito nella taiga siberiana e costretto a rischiare di nuovo la vita per salvare il suo paese e fare in modo che tutto fili liscio come l’olio, soprattutto in uno dei giorni considerati tra i più importanti per gli Stati Uniti, il giorno del giuramento appunto.
Agli incombenti eventi di importanza mondiale Steve Berry affianca i più o meno gravi problemi della quotidianità raccontando, tra l’altro, dell’ansia di Stephane Nelle costretta alle dimissioni, in seguito alla decisione di sciogliere la Sezione Magellano, e quindi all’abbandono dell’unico agente ancora attivo, Malone.
Il ritmo del libro di Berry è incalzante, le vicende si rincorrono e si accavallano, il countdown prosegue impietoso ma, ovviamente, alla fine tutto si risolve per il meglio e Cotton Malone riesce a fare in modo che il giorno del giuramento sia memorabile per il presidente e il suo vice, entrambi minacciati di morte, e per tutti gli americani.

Steve Berry: Da oltre venti anni svolge la professione di avvocato nella Camden County. Grande appassionato di Storia e di narrativa a partire dagli anni ’90 ha dedicato sempre più del suo tempo alla scrittura di romanzi e racconti. Dopo che i diritti di Terzo segreto e Profezia del Romanov sono stati venduti in tutto il mondo, Berry si è confermato un autore di bestseller internazionale grazie al successo dei romanzi che vedono come protagonista l’agente Cotton Malone.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.