Posts Tagged ‘Narrativa letteraria’

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
cop luisa

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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Anita di Alain Elkann (Bompiani 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2019

AnitaIeri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pen­savo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

Lungo monologo, forse più un racconto lungo che un romanzo, Anita è l’ultimo libro di Alain Elkann, uscito per Bompiani.

Mi chiamo Milan perché mia madre aveva una passione per i libri di Milan Kundera, ma siccome suo fratello, che si chiamava Misha, era stato ucciso in un campo di sterminio, mia madre mi ha sempre chiamato Misha, e così sono diventato per tutti Misha. Il mio nome si può scrivere in molti modi diversi, a seconda delle lingue. Io preferisco scriverlo Misha.

Così inizia, portandoci nella vita del protagonista, Misha, un uomo per cui la famiglia, come ogni ebreo, credente o no, resta la cosa più importante, l’ossatura, lo scheletro di tutta una vita. Scrittore, padre, nonno, viaggiatore, Misha racconta del suo incontro in età matura con una donna, Anita, di cui si innamora, ricambiato, e con cui si accompagna per qualche tempo.
Un amore destinato a finire, come tutti gli amori del protagonista, ma nello stesso tempo capace, nel breve tempo del suo svolgersi, di guidarlo in una delle scelte più difficili che la vecchiaia ci impone: come e dove essere seppelliti.
Anita vuole essere cremata, come suo padre e sua madre prima di lei, Misha è incerto, valuta anche la cremazione, ma per un ebreo anche solo l’idea di un tempio crematorio credo porti con sé ricordi se mai ancora più dolorosi della morte stessa.
Ridurre un cadavere in cenere diventa quindi rappresentazione di un’assenza, di un annullamento totale che il protagonista rifiuta, decidendo alla fine per una sepoltura tradizionale, accanto a suo padre nel cimitero parigino di Montparnasse.
Possono sembrare elucubrazioni oziose, e un po’ macabre, ma il tono lieve, l’ironia per le pratiche burocratiche a questo rito legate, la capacità di commozione che scaturisce dal suono della recita della preghiera dei morti ebraica, tutto concorre insomma a velare di malinconia la certezza che tutti moriremo, tutti smetteremo di essere cosa gli amici, i genitori, i compagni, i figli, i nipoti conoscono di noi.
Cosa sarà della nostra anima, di quel flatus vitale così effimero, resta un mistero. Ma per chi non crede a una vita dopo la morte l’importanza di un luogo dove i nostri amici, i nostri cari possano avere un segno tangibile del nostro passaggio su questa terra, resta un’esigenza forse ancora più necessaria. Un luogo dove possano pregare, anche se vogliono. Conforto più per i vivi che per i morti, ormai altrove, lontano o vicino non è dato sapere.
Pensare alla morte non credo sia così infrequente, tutti bene o male ci poniamo il problema di cosa ne sarà delle nostre spoglie mortali, quando saranno gli altri a doversene occupare, e noi non avremo più alcuna voce in capitolo. E proprio questa debolezza, questa fragilità credo ci accomuni più o meno tutti.
Ricordo le vivaci discussioni con mia madre, lei per la cremazione, sebbene cattolica, io incerta, forse più propensa a mantenere l’integrità del cadavere almeno finchè il disfacimento non arrivi in modo naturale, temendo, forse inconsciamente, che qualcosa dell’anima resti nel corpo dopo morti e possa soffrire nella combustione. Lo so è sciocco, quando si è morti si è morti.
Ora ho le ceneri di entrambi i genitori in salone, e per ora nessun parroco è venuto a reclamarle, anche se in effetti il tempo del distacco è passato e forse sarebbe giunto il momento che fossero messe in un luogo dove tutti possano appunto fermarsi a pregare, se vogliono, o per un saluto.
Mia madre avrebbe preferito che le sue ceneri fossero disperse nel suo giardino, come humus per le sue amate rose, i suoi fiori, le sue piante dove era stata felice e aveva goduto un po’ di pace, la cosa più vicina al Paradiso che potesse immaginare, ma sembra che in Italia non sia così facile disperdere le ceneri, e sia tassativamente vietato farlo nel proprio giardino. Per ora noi figli non abbiamo ancora infranto alcuna legge. Né penso la infrangeremo con buona pace dei ligi censori.
Comunque insomma la lettura di questo libro ha risvegliato anche miei ricordi personali, e la cosa mi ha fatto sorridere più di una volta più che rattristarmi. Potere dell’umorismo yiddish di cui il libro è intriso (pensate ai paradossi burocratici di dover dimostrare di essere figli di qualcuno per potere essere sepolti in un dato cimitero).
Anita, seppure nella sua brevità, resta una storia delicata e nello stesso malinconica che termina a Gerusalemme, la città dalle molte confessioni, la città in cui Dio sembra di casa:

Dopo sono andato a piedi per le vie in salita della città verso la Porta di Jaffa. Ho attraversato il quartiere arabo, il quartiere dove c’è il Santo Sepolcro e il quartiere armeno. Camminando ho provato nostalgia, tristezza, perché per le strade di Gerusalemme avevo camminato varie volte con Anita. Quattro anni prima eravamo venuti a stare lì per qualche mese. Era come se ogni pietra, ogni luogo, ogni negozio mi facesse pensare a lei. Camminando per le strade di Gerusalemme ho sentito che qualcosa di forte mi lega a quella città, a quelle religioni diverse, alle campane, alle preghiere. Una città governata dalle religioni, che sono tutte volute e fondate dagli uomini, ma è come se a Gerusalemme vigilasse la presenza di Dio, che è il Dio di tutte le religioni.
Anita si farà cremare e le sue ceneri verranno sparse nel luogo che sceglierà. Io andrò a Parigi, nella tomba di mio padre. Per ora i nostri destini si sono separati e dopo tante discussioni c’è bisogno di silenzio. Ed è così, in silenzio, a Gerusalemme, che finisce questa storia.

Se vi capiterà di leggerlo saprete dirmi, l’autore pur parlando di temi così difficili in un contesto sociale privilegiato, (ma passare l’infanzia in una pensione con una governante non è una cosa che invidierei) adotta uno stile semplice, in cui si evince una certa esigenza e ricerca di verità, di autenticità, che è la caratteristica principale della sua intera produzione letteraria.
Quanto questo testo sia autobiografico non lo so, conosco troppo poco l’autore, ma sicuramente molte riflessioni a margine sono vere, e inducono a riflettere anche il lettore.
Si legge velocemente, poco meno di cento pagine. Non così banale e superficiale come si possa pensare. Un lungo flusso di coscienza in cui ricordi, nostalgie, rimpianti, interrogativi di una vita si susseguono. Quasi un bilancio esistenziale, un testamento.
A fine lettura ci si sente un po’ storditi, ma è un attimo, si chiude il libro e la vita continua. Nota a margine bellissima la copertina.

Alain Elkann è nato a New York nel 1950, con Bompiani ha pubblicato molti libri, fra cui lo scorso anno la riedizione di Vita di Moravia, Piazza Carignano, Il padre francese, I soldi devono restare in famiglia e il romanzo più recente, Il fascista.

Source: pdf inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Bompiani.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

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Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’amante di Lady Chatterly di D.H. Lawrence (Universale Economica I Classici Feltrinelli 2013) a cura di Alexander Recchia

4 aprile 2019

LadyChatterleyL’amante di Lady Chatterly è la storia di un amore vero, autentico, fatto di spontaneità; opposto al sentimento contraffatto, fatto di auto imposizioni, che cela i veri desideri e passioni dell’uomo. L’Amore e soprattutto il sesso sono stati da sempre vittime di stigmatizzazioni e dogmi. Ciò ha fatto in modo che diventassero il surrogato mentale di quello che veramente sono e rappresentano per l’essere umano, come afferma D.H. Lawrence nella postfazione al suo romanzo. In tutte le epoche si è cercato di celare il vero eros nascondendolo attraverso convinzioni autoimposte, arrivando in alcuni casi a demonizzarlo. Queste hanno portato in maniera inevitabile ad una frattura tra quello che si deve, e, quello che si vuole essere. Scissione interna in cui si perde l’essenza del sentimento umano a scapito di una mera e inconsistente costruzione razionale.
Il romanzo ha come protagonista una giovane donna, Constance (detta Connie). Appartenente alla borghesia scozzese, Connie ha una mente brillante, idee progressiste ed un’infinita gioia di vivere. In Germania, dove studia, conosce per la prima volta i propri sentimenti. Successivamente torna in Inghilterra dove sposa Sir Clifford, divenendo così Lady Chatterly. La storia tra i due inizia già travagliata. Clifford tornato “mutilato” dalla guerra si rivela essere un egoista, cinico, interessato solo al proprio successo letterario. Il senso del dovere matrimoniale e delle norme sociali impone, inizialmente, a Connie di badare al marito ed alle sue necessità. Tutto ciò però non può portare alla vera realizzazione di sé. Il tormento e la catarsi giungono per la protagonista quando conosce Oliver Mellors, guardiacaccia del marito. Così diverso da lai per estrazione e cultura, ma così simile per passione. Insieme, i due, scoprono la loro vera essenza. I sentimenti quelli reali vengono così a galla nonostante le possibili opposizioni delle convenzioni sociali del tempo.
Lawrence, con L’amante di Lady Chatterly porta a ripensare se stessi e i propri surrogati esistenziali. Rivalutando il rapporto tra pensiero e sentimento conduce il lettore, di ogni tempo, a rivalutare la propria essenza di essere umano. Il messaggio dell’autore non va certo frainteso come un invito al libertinismo estremo, ma vuole piuttosto sottolineare come la vera sessualità sia legata profondamente e in maniera inscindibile all’amore. Solo dove questo ultimo ha trovato radici profonde garantirà una fedeltà delle carni e una reale fusione tra sentimento e ragione. Prima edizione italiana 1945. Traduzione di Silvia Rota Sperti.

David Herbert Lawrence (Eastwood, 11 settembre 1885 – Vence, 2 marzo 1930) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e pittore inglese, considerato tra le figure più emblematiche del XX secolo. Insieme a diversi scrittori dell’epoca, fu tra i più grandi innovatori della letteratura anglosassone, soprattutto per le tematiche affrontate.

Provenienza: acquisto del recensore.

:: La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano (Laurana editore 2019) a cura di Fabio Orrico

2 aprile 2019
La grammatica della corsa di Fausto Vitaliano

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Fausto Vitaliano è uno scrittore versatile e curioso, oltre ai romanzi già pubblicati lo dimostrano le sue collaborazioni con Walt Disney Italia e Sergio Bonelli Editore in qualità di sceneggiatore, nonché la militanza nella critica musicale. Questo background composito e disinvolto ha sicuramente contribuito all’eccezionale riuscita del suo La grammatica della corsa (il titolo si riferisce all’hobby del protagonista), romanzo solido e appassionante, costruito con certosina precisione ma allo stesso tempo lontanissimo dalle ricette da scuola di scrittura a base di caratterizzazioni esasperate e colpi di scena dosati col bilancino.
Al centro de La grammatica della corsa c’è Martti Corvara, nobile decaduto che torna, dopo un’assenza ventennale, al paesino che gli ha dato i natali, l’immaginario Pressi del Lago. Il ritorno dell’eroe alla sua terra, nella quale si ritrova inevitabilmente straniero, è di per sé un archetipo fondante di tanta letteratura e, declinato secondo la maniera di Vitaliano, assume quasi sfumature western. Dall’Odissea di Omero al Pistolero di Don Siegel, insomma.
Martti deve fare i conti con gli amici di un tempo, tre personaggi centrali nella trama e nell’economia del libro, ma soprattutto deve risolvere il mistero che aleggia intorno alla figura paterna, il conte Corvara, personaggio bigger than life, suicida per debiti di gioco che, prima di lanciarsi nel vuoto, ha lasciato al figlio un sibillino messaggio, riguardante qualcosa di importante che doveva dirgli. Martti vive praticamente l’intera esistenza nella convinzione che quello del padre sia un suicidio simulato. A complicare le cose c’è il delitto della giovane e bella Serena, figlia dell’amico d’infanzia Uliano. La struttura è quella del giallo che Vitaliano amministra con grande abilità. Ma la suspense, che pure c’è e costringe a voltare una pagina dopo l’altra, è secondaria rispetto alle traiettorie emotive ed esistenziali dei protagonisti. L’incontro con i vecchi amici di un tempo, ormai notabili del luogo, oltremodo corrotti dai compromessi fatti per la gestione del potere, ha il sapore di una vera e propria catastrofe generazionale. La rappresentazione della classe dirigente è agghiacciante ma nemmeno il proletariato (è bene usare questi termini perché La grammatica della corsa è un libro che nemmeno per un secondo dimentica quanto le differenze di classe siano una presenza immanente e determinante nell’Italia contemporanea) ci fa una bella figura. I giacimenti di gas presenti nella zona, motore di una nuova ripresa economica e, si spera, di un futuro benessere, spingono tutti, i poveri come i ricchi, a insabbiare le indagini che potrebbero restituire giustizia a Serena e alla sua famiglia. È un quadro desolante e squallido, filtrato dallo sguardo di Martti, non un eroe ma solo un testimone smagato, forse leggermente più consapevole dei suoi amici del mutamento industriale e antropologico che, inevitabilmente, trascinerà con sé il mondo come lo si conosceva. Le ultime dieci pagine del romanzo sono insieme uno straordinario pezzo di bravura e una chiusa durissima per questa storia di amicizie tradite e territori violati. Una storia di delitti veri o presunti, di camaleontismo e sospetto al termine della quale c’è, coerentemente, l’apocalisse.

Fausto Vitaliano (Olivadi, Catanzaro, 1962) è uno degli sceneggiatori di punta di Disney Italia e in particolare del settimanale Topolino edito da Panini Comics. Ha tradotto romanzi per Rizzoli e Feltrinelli e curato alcuni volumi antologici, tra cui quello di Beppe Grillo. Ha pubblicato due saggi per ragazzi, La Repubblica a piccoli passi e La musica a piccoli passi, per Giunti, e ha scritto insieme a Michele Serra il monologo teatrale Tutti i santi giorni, prodotto dal Teatro Filodrammatici di Milano. Per Laurana ha pubblicato: Era solo una promessa, Sex Pistols, la più sincera delle truffe e Lorenzo Segreto.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Valeria Conigliaro dell’Ufficio stampa.

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:: L’annusatrice di libri di Desy Icardi (Fazi 2019) a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2019
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Avete mai pensato di conoscere la trama delle centinaia di migliaia di libri che vi piacerebbe leggere solo annusandone le pagine? È quello che accade ad Adelina, la protagonista di “L’annusatrice di libri”, romanzo d’esordio della torinese Desy Icardi. Adelina ha 14 anni, vive nella Torino di fine anni Cinquanta con zia Amalia, ricca donna che non ama sprechi inutili e che è troppo concentrata su se stessa per rendersi conto quello che vive la nipote. A scuola Adelina non se la passa bene, nel senso che tutto quello che legge e studia non le resta in testa e allora diventa il bersaglio dei compagni e dei professori, padre Kelley compreso. Poi arriverà l’aiuto di Luisella e per la protagonista le cose cominceranno ad andare meglio ma, non sarà tanto l’aiuto della compagna di classe a migliorare i risultati di Adelina. La ragazzina scoprirà di avere una capacità che la rende unica, lei riesce ad apprendere le storie narrate nei libri – meglio se vecchi e antichi- solo annusandone le pagine. Il libro della Icardi è una narrazione fatta di tante storie che si intrecciano, nel senso che accanto all’avventuroso vissuto di Adelina, si sviluppa per flashback, la ricostruzione della vita della zia Amalia, da ragazza semplice arrivata a Torino negli anni Trenta, prima modista, poi innamorata di un musicista per il quale lascerà il lavoro per dedicarsi al varietà nell’attesa di sposarselo. La Storia, il Fascismo e altri ostacoli faranno prendere alla vita di Amalia una piega ben diversa da quella da lei immaginata. C’è la storia di Luisella – l’amica di Adelina- che vive con il papà affascinante ed esperto notaio, sempre impegnato a fare calcoli e a leggere libri antichi per decifrarli. Della mamma si sa poco e nulla, certo è che la donna c’è, ma non si capisce bene cosa le sia successo. C’è la storia narrata in testi di altri tempi di Santa Bibliana nata nel 1200 a Spoleto abile a leggere libri annusandoli. C’è la storia di padre Kelley amico del papà di Luisella, anche lui appassionato di letture antiche e di codici da comprendere. Saranno proprio il prete e il notaio a pensare di sfruttare il dono di Adelina per decifrare il celebre manoscritto Voynich, “il codice più misterioso al mondo”, composto in una lingua misteriosa e mai decifrato. Adelina si mostra come una ragazzina curiosa, tanto che per lei tutti i libri che le mostrano sono fonte di sapere e si lascerà trasportare dalle richieste di padre Kelley e del notaio. La protagonista annuserà libri su libri per imparare storie. Qualcosa però andrà storto e, ad un certo punto, la sete di potere e l’avidità del padre di Luisella rischieranno di mettere a repentaglio la vita di Adelina. “L’annusatrice di libri” è un romanzo nel quale ci sono tanti temi messi in campo: la voglia di conoscere per accrescere il proprio sapere, l’amore vero per la lettura e i libri, lo stimolare al leggere. A questi aspetti positivi si oppongono la smania del possedere per essere ricchi, il pensare solo a sé e non agli altri, lo sfruttare una qualità altrui per dare forma ai propri interessi. Tutti questi elementi caratterizzano la storia de “L’annusatrice di libri” e ne fanno un romanzo avvincente, nel quale sono presenti l’eterna lotta tra bene e male, ma anche il contrasto e conflitto tra innocenza del mondo infantile e malizia cinica di certi adulti con i quali la giovane Adelina dovrà fare i conti. “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi è un romanzo dinamico, avvincente e curioso, che punta a stimolare la passione per la lettura e per i libri, perché essi sono un po’ come le persone, devono essere conosciuti amati e rispettati.

Desy Icardi è nata a Torino, città in cui vive e lavora, è formatrice aziendale, attrice e copywriter. Nel 2004 si è laureata al DAMS e dal 2006 lavora come cabarettista con lo pseudonimo di “la Desy”; è inoltre autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Dal 2013 cura il blog “Patataridens”, espressamente dedicato alla comicità̀ al femminile.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi. Ringraziamo Cristina per la gentilezza e la pazienza.

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:: L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli (Mondadori, 2019) a cura di Eva Dei

29 marzo 2019

l'inverno di GionaVincitore lo scorso 22 maggio del Premio Calvino 2018, è uscito da circa un mese nelle librerie per Mondadori L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli. La giuria, composta da Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, ha premiato il romanzo d’esordio dello scrittore veronese

per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento”.

Giona vive con il nonno Alvise in un paese arroccato su una montagna. Un paese dove il cielo è sempre grigio perché la luce del sole non riesce a filtrare, dove le case sono di pietra viva, umida. Per qualche ragione inspiegabile tutti lì sembrano avere timore del vecchio Alvise, che si erge quasi a capo dell’intero paese.

Il paese funziona così e lo capisci solo se ci sei nato o se sei stato chiamato ad abitarci. Non è un luogo crudele. Non vi albergano malvagità, felicità o qualsiasi altro sentimento. Il paese si comporta come i suoi abitanti: elimina tutto ciò che non è utile o necessario alla sopravvivenza. Dalla morte di don Giovanni il paese non ha più avuto un prete. Ora è mio nonno a guidare tutto e tutti. Un pastore senza dio e senza rimorsi.

Un posto ai limiti dell’onirico, specchio e immagine dei suoi abitanti, ai cui destini sembra inesorabilmente legato. Un luogo, ma allo stesso tempo un personaggio della narrazione dal cuore pulsante, cupo, spietato e che per questo un po’ ci ricorda Le Case di Sacha Naspini.
Qui Alvise da sempre esercita con violenza il suo controllo su Giona, convinto che solo con il dolore si impara. Un’educazione instillata a suon di punizioni, ma soprattutto di pugni, calci, ferite e sangue. Ma un giorno, davanti all’ennesima sfida, qualcosa nella testa di Giona si risveglia. All’inizio è solo una voce, qualcuno con cui si confronta, qualcuno che lo spinge a riprendersi la sua libertà, la sua vita. Mettendo da parte per la prima volta la paura, quella paura che lo ha sempre accompagnato, Giona scopre qualcosa che era convinto di non avere, qualcosa di prezioso: i suoi ricordi.

“Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure deve essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.”

I ricordi dell’infanzia arrivano come i lampi prima di un temporale: improvvisi, scollegati, non del tutto chiari, si rivelano e prendono forma solo con il tempo. Sono però sufficienti per mettere in discussione l’autorità di Alvise, ma anche l’esistenza stessa di quel paese che sembra bloccato nel tempo; non è un caso che con la loro comparsa la montagna inizi a spaccarsi e a sgretolarsi.
Solo una resa dei conti con Alvise può essere risolutiva, solo in questo modo Giona, può uscire da questo mondo che lo imprigiona (così come il Giona biblico era imprigionato nel ventre del pesce) per tornare nel mondo reale e ritrovare il vero sé stesso.
Dopo questo confronto, il registro cambia completamente; al capitolo tredici passiamo da una narrazione in prima persona a una in terza, abbandoniamo qualsiasi ambientazione simbolica e onirica e ci ritroviamo nella concretezza di un mondo reale, ma non per questo meno angosciante o claustrofobico.
Tapparelli ci regala un capovolgimento inaspettato e ben congeniato, ma proprio quando siamo convinti di avere in mano la verità, qualcosa ci spiazza ancora. Da leggere fino all’ultima pagina.

“La realtà è migliore della malattia, dottore? E cos’è la pazzia, se non aver guardato in faccia la realtà senza mentirsi? Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.”

Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

:: Hotel Silence di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi 2018) a cura di Michela Bortoletto

17 aprile 2018
Hotel silence

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Che fare se a quasi quarantanove anni ti ritrovi divorziato, con un padre morto alla tua stessa età, una madre la cui memoria appare e scompare e scopri che tua figlia di ventisei anni in realtà non è tua figlia? Jónas, il protagonista di questo romanzo entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega Europeo, è un quarantanovenne la cui vita di colpo perde ogni punto di riferimento: il divorzio e la scoperta del segreto legato alla nascita della figlia fanno scomparire in lui ogni certezza. Jónas, che nella vita aggiusta le cose, si trova di colpo a dover aggiustare la propria esistenza. Ma Jónas si sente sopraffatto, non riesce più a riconoscersi, perde il senso della vita e decide quindi di porvi fine prima chiedendo il fucile al suo vicino, poi pensando di agganciare una corda al soffitto. Ma un dettaglio lo blocca: il suo corpo potrebbe essere trovato dall’amata figlia. E allora decide così di lasciare il Paese per andare a morire il più lontano possibile scegliendo come meta un luogo appena uscito da una violenta e sanguinolenta guerra. Arriva così all’Hotel Silence, un vecchio albergo recentemente riaperto, gestito da un fratello e una sorella, che al momento ospita solo altri due ospiti: un’attrice e un uomo. Poco importa a Jónas se la stanza che gli hanno assegnato ha qualche problemino con l’acqua calda, la carta da parati alle pareti si sta scollando e la lampadina va a intermittenza : niente potrà distoglierlo dal suo scopo. Niente tranne Mai, la ragazza che gestisce l’albergo insieme al fratello Fífí. Niente tranne Adam, figlio di Mai, il cui padre è stato barbaramente ucciso in guerra. Niente tranne il proprietario della locanda in cui pranza che gli chiede aiuto per costruire una porta. Ninete tranne la ristrutturazione di una casa per le donne. Niente tranne la fiducia che tutte queste persone cui la guerra ha portato via tutto sembrano porre in lui. Ed è così che Jónas si ritroverà a ricostruire un paese per ritrovare sé stesso.
Hotel Silence è il racconto di come si possa sempre trovare una ragione, una motivazione per andare avanti nonostante le difficoltà che la vita ci pone. È un romanzo essenziale, che non si dilunga in descrizioni di particolari ma porta avanti la storia attraverso le azioni e le richieste dei protagonisti secondari che salveranno, forse, la vita di Jónas.

Auður Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavík nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Per Einaudi ha pubblicato Rosa candida (Supercoralli 2012, Super ET 2014; tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti), La donna è un’isola (Supercoralli 2013, Super ET 2014), L’eccezione (Supercoralli 2014, Super ET 2015), Il rosso vivo del rabarbaro (Supercoralli 2016) e Hotel Silence (2018).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Gaia e Carla dell’ Ufficio Stampa Einaudi.

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:: L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017)

15 aprile 2018
L'altro addio

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Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Accerchiamento di Carl Frode Tiller (Stilo 2018) a cura di Federica Belleri

10 aprile 2018
Accerchiamento di Carl Frode Tiller

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Primo romanzo di una trilogia edita in Italia per Carl Frode Tiller. Scrittore, musicista e storico norvegese.
La perfetta traduzione, curata da Margherita Podestà Heir, ci porta nel 2006, nella periferia norvegese a contatto con diverse generazioni, costrette a confrontarsi. La causa di tutto è David, la cui foto appare su un quotidiano locale. Ha perso la memoria, si trova in isolamento e lo psicologo che lo segue consiglia di approcciarsi a lui attraverso racconti e lettere. Solo in questa maniera, a suo avviso, potrà recuperare un briciolo di sé. A mettersi in gioco saranno Jon, amico fin dal liceo, Arvid, patrigno di David e Silje, amica fidata.
Tre personalità diverse e speciali, che con lui hanno condiviso gioie e dolori. Hanno litigato e si sono ubriacati fino a perdere la ragione. Hanno discusso della morte, della felicità, dei gusti sessuali di ciascuno. Hanno mescolato emozioni assurde e riso fino alle lacrime per le peggiori banalità. Una vita trascorsa insieme a David alla ricerca di sé e dell’altro, con il desiderio di sicurezza e la voglia bruciante di trasgredire. Genitori e figli, razzismo e sorrisi di circostanza. Con la paura di non essere capiti o accettati. Anime fragili, al limite del patologico. Anime sfuggenti, a volte arroganti. Difficoltà a riconoscere il proprio corpo, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Il vuoto, lasciato dalla mancanza d’affetto. La solitudine, che provoca incubi terribili. La paura, di non essere mai adeguati …
Accerchiamento. Un intenso viaggio nella mente, nei sentimenti. Una scrittura tagliente, efficace. Una trama che non mostra cedimenti e non lascia spazio al respiro.
Accerchiamento. Un titolo. Una sensazione tangibile.
Buona lettura.

Carl Frode Tiller  (Norvegia, 1970) è scrittore, storico e musicista, considerato uno dei romanzieri norvegesi più importanti della sua generazione. Oltre ai romanzi, Tiller ha scritto diverse opere teatrali, racconti e brevi prose per varie riviste e giornali. Accerchiamento, pubblicato nel 2007 e primo volume di una trilogia, è il suo primo romanzo edito in Italia. Con questa opera ha vinto, nello stesso anno, il Norwegian Critics Prize for Literature e il Brage Prize, nel 2008 è stato nominato per il Nordic Council Literature Award e nel 2009 ha vinto l’EU Prize for Literature.

Margherita Podestà Heir è nata e cresciuta a Galliate (NO). Laureata in Lingue e Letterature  scandinave si è specializzata a Oslo dove dal 1994 insegna italiano. Dal 1998 si occupa di traduzione di testi letterari, gialli, saggi, film e opere teatrali, in particolare dal norvegese. Collabora con le più prestigiose case editrici italiane.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Nonnasballo di Mirko Zullo (Cairo Editore 2018) a cura di Marcello Caccialanza

10 aprile 2018
Nonnasballo di Mirko Zullo

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Mirko Zullo con il suo romanzo “Nonnasballo” ha scritto a mio modesto parere uno dei romanzi più appassionati di questi ultimi tempi, un piccolo capolavoro di emozioni veramente sentite e vissute, capace di regalarti toccanti atmosfere e una storia veramente coinvolgente che ti prende e ti avvolge, senza mai abbandonarti o tradirti.
Protagonista indiscussa di questa vicenda è Michelle, timida fanciulla tanto semplice quanto disarmante per la sua stessa timidezza. Lei non ha mai avuto uno straccio di ragazzo ed è costretta a lavorare in una trattoria, sebbene abbia la voglia di studiare e di migliorarsi.
Ma ha una nonna davvero super che tutti la conoscono come “ la Milva”: una donna focosa, fumantina che adora in un modo spasmodico ballare. È stata proprio lei, questo vulcano di donna, a crescere Michelle, nel momento in cui il padre se ne è andato, fregandosene della figlia!
Ma la vita come dà così toglie! Ed un giorno tutto cambia e la prospettiva della medesima esistenza si ribalta in modo definitivo. Nonna Milva è colpita dall’ Alzheimer e sarà dunque Michelle a doversi prendere cura di questa nuova e strana bimba.

Mirko Zullo è nato a Verbania il 4 febbraio 1983.
Conseguito il diploma in Grafica Pubblicitaria, s’iscrive alla facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano. Coltiva l’amore per diverse forme artistiche, poesia in primis, dall’età di quindici anni.
Ispirato da poeti esistenziali quali Hemingway, Whitman, Ungaretti, ma in particolar modo dal circolo francese di Rimbaud, Prevert, Maupassant, Baudelaire, la sua poesia diviene vera, cruda, determinata ma malinconica, a tratti aspra seppur sempre sognatrice e speranzosa.
Oltre che scrittore, è giornalista e critico su settimanali e free press.
È collaboratore della rete televisiva VCO AZZURRA TV, per la quale ha curato e diretto rubriche dedicate al mondo giovanile (“NGTV”, acronimo di New Generation TV) e di videopoesia (“Verbamanent”).
È chitarrista della band “Lake Boulevard”.

Source: libro del recensore.

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