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:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Elena Bibolotti

12 maggio 2020

 

Ecco il resoconto fedele dell’incontro tenutosi ieri, 11 maggio, sul nostro Gruppo Facebook. In tanti ci hanno seguito con affetto, molti lettori sono intervenuti, ed Elena è stata davvero in gamba a rispondere in tempo reale, con grande spirito di improvvisazione, a tutte le domande anche a quelle più impegnative. L’incontro è durato circa un’ora, ma il tempo è davvero volato. Io ero molto nervosa prima dell’inizio, ma tutto e andato bene. Ringrazio anche qui tutti i partecipanti, sono stati loro ad avere reso l’incontro davvero speciale. E ora buona lettura! 

Io e il Minotauro, edito da Giazira Scritture è il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Cosa ti ha spinto a scriverlo? Quale è stata la motivazione profonda che ti ha fatto decidere di scrivere una storia così emotivamente impegnativa?

Io e il Minotauro è la naturale prosecuzione di Conversazioni sentimentali in Metropolitana uscito per Castelvecchi nel 2017, ma è un passo avanti. Mi spiego meglio: se Conversazioni parlava di violenza domestica da parte di un fratello nei confronti della giovane protagonista, questo secondo lavoro affronta il tema della “manipolazione relazionale” all’interno di una coppia, ossia del meccanismo che conduce a un rapporto non più paritetico ma vittima/carnefice.

L’ho scritto perché mi occupo fondamentalmente di rapporti “estremi”. Dal sadomasochismo di cui parlo in Justine 2.0, alle parafilie di Pioggia Dorata.

La motivazione profonda che mi ha spinta a affrontare un tema così delicato e un tipo di relazione “squilibrata” dove giocoforza qualcuno uscirà perdente, è che io l’ho vissuta. È l’ultima zavorra di cui dovevo liberarmi prima di affrontare temi completamente distanti da me.

Quanto lavoro ti ha richiesto la stesura di questo libro e quanto impegno emotivo?

Pochissimo tempo, ho impiegato meno di sei mesi per la prima stesura, per me un tempo record, ma moltissimo impegno emotivo. Poco tempo perché non è un romanzo dalla struttura complessa. Avviene tutto davanti agli occhi del lettore, è scritto in forma presente e in prima persona. Piuttosto ci ho messo molto a decidermi a pubblicare. Essere arrivata in finale al Premio Walter Mauro 2017 è stato un fattore decisivo per la pubblicazione.

Un romanzo forte, che colpisce nel profondo i lettori e soprattutto le lettrici. Il tema della manipolatore relazionale da cosa si differenza dalla violenza domestica più diffusa?

Devo contraddirti: finora i più colpiti sono stati i lettori. Molti si sono confessati, hanno visto dentro di sé il germe del Minotauro, leggendo il romanzo si sono spaventati di se stessi.

Le lettrici si stanno manifestando più lentamente e con timidezza, forse perché come qualcuna mi ha scritto “il romanzo scava nel cuore delle donne”, in quelle che leggendolo si scoprono vittime e magari non lo sapevano o non volevano riconoscerlo, in quelle che sono state manipolate e hanno voluto dimenticare. Però, è vero, è un romanzo in grado di graffiare. E in qualche modo era quello che volevo.

Quello della manipolazione è un percorso lungo, fatto di trabocchetti, di giochi di potere, di strategie. La manipolazione trasforma. Adele, per esempio, pensava di essere sovrappeso, di essere poco attraente. Gimmi l’aveva trasformata. Il manipolatore tende ad allontanare la vittima da chiunque possa aiutarla a uscire dal labirinto emozionale. Talvolta ci mette anni a rendere la vittima completamente asservita. La violenza domestica è forza bruta e irrazionale, non cerca la dipendenza psicologica, crea soltanto paura.

Io e il Minotauro avrebbe dovuto essere il secondo episodio di una trilogia iniziata con Conversazioni sentimentali in metropolitana, poi cosa è successo?

È successo che se non hai poteri contrattuali e non sei un “prodotto” nessuno ti dà l’attenzione che una trilogia viceversa vorrebbe. Per cui i romanzi sono due romanzi distinti con temi affini, cui forse seguirà un terzo, che affronterà il tema del potere all’interno della coppia da una nuova angolazione.

Adele e Gimmi, i tuoi personaggi, come li hai costruiti? Come hai sviluppato la loro dinamica relazionale? Hai utilizzato qualche modello comportamentale, o hai seguito l’intuito?

Non uso schemi né preparo prima la trama. Generalmente il finale lo scrivo quando sono in procinto di pubblicare. Il lavoro di scrittura creativa fa sì che siano i personaggi a condurmi. Soltanto per alcune scene ho voluto verificarne personalmente la plausibilità di azioni e reazioni dei protagonisti, per esempio per quella degli slip al ristorante.

Modelli comportamentali, purtroppo, ne ho avuto uno ben preciso da ricalcare, oltre ad aver letto molte storie di donne manipolate e aver scoperto che il modus operandi è più o meno sempre lo stesso da parte del carnefice.

Ciò che emerge in questa vicenda di inferno coniugale è la grande solitudine in cui entrambi i personaggi gravitano. È un tema centrale del tuo libro la solitudine e l’isolamento in cui spesso le vittime si trovano imprigionate?

Be’, sì, Gimmi non ha una famiglia solida alle spalle, è in definitiva completamente dipendente da Adele, non ci fosse lei lui non saprebbe dove andare. Adele ha un passato terrificante, oltre il peso di portare il nome di due genitori famosi nell’ambiente cinematografico. Non so se ricordi quando la protagonista racconta dell’amicizia con Silvia… Adele si sente in colpa per essere una privilegiata, quindi anche lei è sola. Ma tutti i miei personaggi sono soli. è complicato far scaturire un dramma da una famiglia felice, da un’esistenza priva di drammi.

Se non sono sole in partenza, le vittime di manipolazione a un certo punto lo diventano, il loro inferno diventa l’unico argomento di conversazione, il dramma di un amore così prende tutto lo spazio di un incontro. Adele non prova dolore nemmeno per morti in Siria. Il suo malessere finisce per essere omnicomprensivo, universale, le amiche si segnano al rovescio quando la vedono arrivare al Circolo.

Nel tuo libro c’è uno spaccato piuttosto critico del mondo televisivo e cinematografico, un dietro le quinte piuttosto graffiante, hai calcato la mano per esigenze narrative o ti sei ispirata alla realtà?

Mi sono ispirata alla realtà, almeno a quella che io ho conosciuto nella mia esistenza di attrice. È la faccia quella che conta, e anche qualche appoggio politico. Per me è stato molto faticoso farmi largo senza cedere a ricatti. E poi era importante che Adele svelasse anche il proprio aspetto cinico. Viceversa sarebbe stata una povera vittima priva di complessità e contraddizioni. Io amo i personaggi contraddittori.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo? Pensi che il tuo libro possa contribuire a migliorare le condizioni di vita di tante donne vittime di manipolazione relazionale?

Credo che la letteratura possa aiutare l’umanità a decifrare il mondo, non so se possa cambiarlo. L’intento del mio romanzo è quello di dire a chi sta vivendo il dramma: ecco dove sei, ecco come ti vedono gli altri. Vorrei che facesse da specchio sia per la vittima sia per il carnefice. Esattamente come Freeda, il personaggio che Adele crea on line, diventa uno specchio per lei. Ecco perché non ho creato complessità di trama. Perché la complessità avrebbe distolto il lettore dal procedere dei personaggi.

La tua scrittura ha una funzione sociale? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Non parto mai con finalità umanitarie, sebbene abbia fatto tanto teatro politico. È chiaro che interessandomi alle cose del mondo, di politica e società, di cambiamenti comportamentali, parto di quello che ho intorno, anche perché un romanzo deve coinvolgere il lettore, e può farlo solo se il tema in qualche modo lo tocca più o meno da vicino. Justine 2.0 era tutto sul sexting, nel 2013 era ancora una novità, con Pioggia Dorata ho tentato di far comprendere che il sesso estremo non si pratica soltanto nei romanzi rosa. Sicuramente so che amo l’altro da me, cerco la catarsi in un libro, e mi piacerebbe incidere almeno un poco nella vita degli altri.

So che hai ricevuto molti messaggi da lettrici che si sono sentite particolarmente toccate dal tuo romanzo. Quale messaggio, senza violare il diritto alla privacy, ti ha più emozionato?

Quello di un’amica che non sentivo da anni e che dopo avermi scritto: ho deciso di aspettare a suicidarmi, mi ha telefonato e ha pianto. È stato straziante.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Da quel che ho letto, ho intuito che il tuo ultimo romanzo, “Io e il Minotauro”, parla di una storia d’amore molto complessa, e mi sono incuriosito: posso chiederti di darmi qualche indicazione, senza ovviamente rivelare troppo per non rovinare la sorpresa di un tuo possibile futuro lettore?

Ciao Michele, qui di cosa parla il libro. https://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito/io-e-il-minotauro

Guido Guidi

Ho letto il tuo precedente libro… e sto leggendo con piacere “Io e il Minotauro”. Come tuo lettore ritengo che sia giusto che passi meglio il messaggio che i tuoi non siano solo romanzi con uno “sfondo erotico” ma pure una analisi della condizione psicologica femminile quanto sottomessa ad una dipendenza affettiva dall’uomo. (Gs)

Purtroppo l’editoria italiana taglia tutto con l’accetta. E soprattutto non considera le donne in grado di parlare di eros e politica, eros e tematiche sociali. Ti attaccano un’etichetta e quella ti resterà addosso per sempre.

Alessandro Della Solidea

Elena non è possibile attuare una crowdfunding editoriale ?

Non m’interessa. Voglio chi investa su di me di tasca propria. Vorrei che la mia funzione fosse soltanto quella di “essere scrivente”.

Linda Balice

I personaggi del tuo romanzo appartengono a un ceto medio alto e ambedue lavorano nel mondo dello spettacolo, è stata una scelta casuale o voluta?

Una scelta voluta. In primo luogo perché a ispirarmi è stato un mio ex collega arrestato anni fa per aver marchiato a fuoco la sua compagna e averla ridotta in schiavitù, poi perché mi piaceva ambientarlo in luoghi che ho frequentato e di cui si parla poco, una casa di Produzione cinetelevisiva non si legge spesso nei romanzi, così come i meccanismi interni alla pre e post produzione, che fanno da contrappunto al dramma della protagonista, relegato infatti nel suo appartamento a Monverde Vecchio, quartiere romano storicamente abitato da attori. Inoltre mi serviva che quello di Adele fosse un personaggio fortemente ancorato alla realtà, che fosse integro e razionale. Proprio per sottolineare che a chiunque può capitare di finire nel labirinto del Minotauro.

Michele Di Marco

Elena, mi permetto una seconda domanda, sperando di non abusare della tua pazienza e di quella degli altri utenti del blog.
Leggo come incipit del tuo sito una citazione di Sylvia Plath: “A darmi il via fu l’amore”. Per quel che ne ricordo, Sylvia Plath visse una vita molto travagliata (fino a suicidarsi, forse per errore, molto giovane), e proprio l’amore contrastato verso il marito fu una delle cause della sua crisi.
Non so se queste vicende biografiche della Plath siano correlate alla tua opera, ma come mai hai scelto proprio quella frase?

Lessi La campana di vetro a 13 anni, da allora non ho mai smesso di leggere. E poi sì, anche perché era una donna fortemente debilitata dall’amore, come me. Bella domanda, grazie.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Elena Bibolotti

9 maggio 2020

La prima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è la bella e brava Elena Bibolotti, che sarà con noi lunedì 11 maggio alle ore 18,30 nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autrice potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche io domande all’autrice. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

È un nuovo modo di fare interviste che mi è stato suggerito dall’osservazione che a volte le domande dei lettori sono altrettanto o forse più interessanti di quelle degli intervistatori di professione, ma spesso vanno perdute.

Elena Bibolotti

Ma ora scopriamo insieme chi è Elena Bibolotti:

Elena è nata a Bari, e ha trascorso l’infanzia in una casa piena di libri. Fondamentale per lei il contatto con la natura e l’amore per gli animali, lo spirito d’osservazione verso il mondo che la circonda; la cura verso il proprio corpo e la propria mente, accresciuta anche attraverso la meditazione.
Durante il liceo entra a far parte della Compagnia del Teatro Abeliano partecipando a diverse produzioni di Teatro per ragazzi. Da studentessa lavoratrice ottiene la Maturità Classica. Raggiunta la maggiore età si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte drammatica Silvio D’amico.
Il Jazz influenza la sua scrittura e nei contenuti e nel ritmo.
Nel 2009 collabora al Master in Scrittura creativa e Editoria come assistente di Roberto Cotroneo presso la prestigiosa Università Luiss Guido Carli. Lì rincontra Alberto Castelvecchi, con il quale aveva fatto un colloquio di lavoro poche settimane prima, che le suggerisce di scrivere un romanzo e come intitolarlo. Nasce così Justine 2.0
L’esperienza in Luiss sarà determinante nel suo nuovo lavoro.
Apre un blog. Pubblica diversi racconti per la l’editore Paolo Baron, 80144 Edizioni. Con il racconto “Campo di carne” ottiene il secondo posto al Premio Damiani 2017, con il romanzo “Io e il Minotauro” entra nella cinquina dei finalisti al Premio Walter Mauro 2017. Quattro sono le opere a suo nome: Justine 2.0 (Il cuore è soltanto un muscolo) INK Edizioni, Milano 2013; Pioggia Dorata (Sei storie amare) Giazira Scritture, Bari, 2015; Conversazioni sentimentali in Metropolitana, Castelevecchi Editore, Roma 2017; Io e il Minotauro, Giazira Scritture, Bari, 2020.
Elena Bibolotti lavora come editor free lance e consulente.

Per conoscerla meglio il suo blog:

https://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito

Il libro di cui parleremo: Io e il Minotauro

Per chi volesse approfondire ecco anche una mia precedente intervista all’autrice:

Liberi intervista Elena Bibolotti

Ecco è tutto, spero parteciperete numerosi, è la prima iniziativa così strutturata, se funziona seguiranno altri incontri con gli scrittori che accetteranno il mio invito. Un ultima cosa, non saranno incontri a cadenza fissa, un po’ perchè ci vuole tempo per organizzarli, un po’ perchè preferisco conoscere le opere degli scrittori di cui modero gli incontri. Ecco detto questo, buone letture a tutti!

:: Io e il Minotauro di Elena Bibolotti (Giazira Scritture, 2020) a cura di Giulietta Iannone

1 maggio 2020

Io e il MinotauroIo e il Minotauro, edito da Giazira Scritture, è il nuovo romanzo di Elena Bibolotti, già autrice di Justine 2.0., Pioggia dorata e Conversazioni sentimentali in metropolitana.
Autrice interessante la Bibolotti, coniuga il rigore e la disciplina appresa nel suo precedente percorso teatrale a una spontaneità e sincerità, quasi dolorosa, quando si tratta di sondare le pulsioni e i sentimenti dell’animo femminile.
Io e il Minotauro avrebbe dovuto essere il secondo episodio di una trilogia iniziata con Conversazioni sentimentali in metropolitana, ma sembra che non ci sarà mai il terzo per una questione di continuità editoriale. Premesso questo esiste pur tuttavia un senso di continuità in tutti i lavori della Bibolotti, capace come pochi autori in questi anni di analizzare contraddizioni e discordanze presenti nell’animo femminile, a torto ignorate se non eluse.
Protagonista di Io e il Minotauro è una coppia borghese, economicamente benestante, di professionisti in carriera. Lei, Adele, sicuramente più ricca e realizzata di lui, Gimmi, frustrato attore di scarso talento pur se bellissimo e affascinante come spesso i narcisisti sanno essere.

«Sveglia, cretina, quel narcisista malato di Gianmaria non cambierà mai e te la farà pagare per tutto il mese di agosto per qualcosa che non hai detto né fatto».

La loro relazione si basa su un complesso meccanismo di violenza e sottomissione, non solo fisica ma mentale e spirituale, le cui valenze e sfumature sono molto difficili da determinare e analizzare.

Appena Giulia esce, apro un file di word. Devo scrivere la sinossi perfetta per il mio alias, devo costruire l’esistenza di una donna sensibile, empatica. La preda giusta per un manipolatore relazionale.

Essenzialmente Gimmi è un manipolatore relazionale, ossessionato dal controllo che vuole avere su sua moglie, donna affatto debole o sprovveduta, ma incapace di uscire da questo labirinto emozionale, per fragilità familiari sue pregresse e per un insano spirito da crocerossina che le fa dire “io lo salverò”.
Comunque la loro relazione, pur tossica come tutte le relazioni prive di reali e autentici sentimenti corrisposti, è più complessa di quanto possa sembrare a prima vista. Gimmi ha a sua volta fragilità e debolezze, che ne determinano la sua aria tormentata e infelice, che affiorano in sprazzi di dolcezza soffocata dalla paura, di perdere lei, di essere abbandonato dall’unica donna da cui dipende la sua sopravvivenza anche materiale.
La sofferenza che infligge alla moglie sembra il riflesso di una sofferenza più profonda che ne delimita il carattere e le aspirazioni, e senza giustificarlo, chi usa violenza contro un suo simile che sia verbale o fisica infrange la sacralità e il rispetto che dovrebbe caratterizzate anche i più elementari rapporti umani, ne fa anch’egli una vittima di un meccanismo perverso e autodistruttivo.
Ma Adele non ha gli strumenti né la forza per salvarlo, può solo alla fine cercare di salvare se stessa, e così avviene.
La Bibolotti narra tutto questo tormentato percorso esistenziale con stile fluido e pacato, in cui l’analisi puramente razionale non prende mai del tutto il sopravvento in favore di una profonda compassione per entrambi i personaggi.
Non giudica in un certo senso né l’incapacità di Adele di lasciare il suo carnefice, né la debolezza caratteriale e morale di lui, che vede nella violenza fisica e mentale, alternata a un’intensa dipendenza sessuale, l’unico strumento di controllo a sua disposizione per affermare principalmente se stesso.
Come in tutti i rapporti umani non ci sono solo ombre, nei momenti felici, anche se pochi e rarefatti, anche lui appare come l’uomo che avrebbe potuto essere: affascinante, sensuale, anche sensibile. Ma la sua volontà di prevaricare l’altro ne determina la caduta inarrestabile verso un finale inevitabile che non anticipo, ma che giunge come una liberazione.
Ciò che emerge in questa vicenda di inferno coniugale è la grande solitudine in cui entrambi i personaggi gravitano: né gli amici, né i familiari, né persone esterne intervengano per spezzare le catene di questa prigionia psicologica e mentale, e la stessa Adele tarda a chiedere aiuto arrivando a mentire per giustificarlo, imprigionata in un ulteriore labirinto di ipocrisia sociale che sembra immobilizzarla.
Una lettura senz’altro impegnativa, per alcuni tratti anche sgradevole, che ci porta ad affrontare tematiche complesse e spesso solo superficialmente considerate arrivando quasi a colpevolizzare entrambe le vittime (non solo quelle che infliggono violenza, ma anche quelle che la ricevono). La Bibolotti attinge dal suo bagaglio emozionale personale e quasi in modo catartico dona a molte donne, che possono riconoscersi nella sua protagonista, gli strumenti per una positiva autocoscienza. Primo passo per una reale liberazione. Potere della vera letteratura.

Elena Bibolotti autrice pugliese trapiantata a Roma. Dopo aver frequentato la Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico si è dedicata alla scrittura. Tra le sue opere Justine 2.0., Pioggia dorata, Conversazioni sentimentali in metropolitana e Io e il Minotauro.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa di Giazira Scritture.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

6 febbraio 2018

Conversazioni sentimentali in metropolitanaBenvenuta Elena su Liberi di scrivere. Sei già stata nostra ospite sul mio blog come intervistata nel 2016, allora per l’uscita di Pioggia dorata, quindi il tuo è più un bentornata. Cosa è successo in questi due anni? Noti dei cambiamenti nel mondo editoriale?

Intanto grazie, Giulia, per la preziosa opportunità e per le domande ancora una volta interessanti. Durante questi due anni ho continuato a scrivere, e poiché le mie ore più creative sono quelle pomeridiane serali è raro che possa muovermi dal paese sul lago dove vivo per spostarmi nella capitale, come dice Carola “è difficile passare in soli quaranta minuti dalla calma bucolica della stazione di Cesano all’inutile fretta della città”. Così, ecco, non mi occupo molto di quello che succede in Editoria, delle presentazioni, dei festival. Ciò che non è cambiato, piuttosto, è che tanti editori investono sempre meno sugli autori (non tutti, ovvio) pretendendo sempre di più, in nome di una visibilità che, tra l’altro, non offrono. Tanti altri cercano personaggi, storie da “una notte e via”.

Hai appena pubblicato per Castelvecchi Conversazioni sentimentali in metropolitana. Ce ne vuoi parlare? Quale è stato lo spunto, la suggestione da cui sei partita per scriverlo?

La cronaca, sicuramente, che ci mostra giovani arse vive e fatte a pezzi e che, in questa storia, abbiamo modo di conoscere prima che il dramma si consumi, quando la violenza sembra ancora parte di un gioco. Lara nasce dall’immagine un po’ sognata un po’ vera di ragazza bellissima ma inconsapevole del proprio fascino, ingenua e pura ma allo stesso tempo cinica, come diciamo a Roma: scafata, che vive tra le urla dei genitori da quando è nata, che è abituata a un certo tipo di relazione insana e non ci trova nulla di strano.

Come l’ha accolto la critica, come l’hanno accolto i lettori?

Senza nulla togliere ai valorosi blogger (te compresa) che mi sostengono con incoraggiante affetto a ogni uscita editoriale, ciò che più mi ha sorpreso è stata l’accoglienza dei lettori, e il fatto che molti di loro mi seguissero da anni senza però manifestarsi, per quella pudicizia cattolica che, nonostante i tempi moderni, ancora ci intrappola nel perbenismo di facciata: Justine 2.0 e Pioggia Dorata andavano forse letti di nascosto, lo dico con affetto, ovviamente.

L’erotismo presente nel libro è molto più sfumato rispetto ad altri tuoi libri, anche se è sempre presente. Come mai questa scelta? Volevi dare priorità ad altri temi, o è stata una scelta maturata nel tempo?

Avevo altre priorità, sì. Senza contare che Lara e Carola, ma anche i personaggi minori della storia, usano il sesso in modo opportunista, in definitiva soltanto per ottenere favori, ed è quindi una sensualità che non va svelata ai lettori, a mio avviso poco autentica rispetto a quella della Slave con il Master del mio primo romanzo o dei protagonisti dalle profonde turbe interiori di Pioggia Dorata. E poi mi piace esplorare altri generi. È stato da poco pubblicato su Crapula Club “Centrioli alla russa”, un mio racconto che parla di bulimia esistenziale e di Romain Gary, un autore che amo molto, e a breve, per un’altra raccolta, uscirà un mio racconto del terrore. Insomma, non si può restare intrappolati in un genere. Io, almeno, fondamentalmente volubile e inquieta. Almeno finché potrò mi divertirò a esplorare.

Carola e Lara, le due protagoniste, rispecchiano se vogliamo due tipi di donna piuttosto definiti: Carola è una giornalista, intellettualmente evoluta, una donna forte, scrive, sebbene con mille ostacoli e difficoltà, mentre Lara, una ragazza di Centocelle, quasi un personaggio pasoliniano, è più vittima delle circostanze. Come hai creato questi personaggi, come hai creato l’interazione tra loro?

Lara e Carola hanno una cosa in comune, ed è il sentimento, il sogno dell’amore, di qualcuno o qualcosa che eviti loro di scendere in battaglia. Hanno in comune il desiderio di tenersi occupate con l’amore anche quando non c’è. Ed è anche il mio desiderio, che infatti sul frontespizio cito Sylvia Plath, “A darmi il via fu l’amore”, e più avanti Philip Roth e il teatro di Sabbath, per spiegare quanto per Carola (e per me che ho molto in comune con lei), il sesso non sia l’orlo dell’esistenza ma la trama, che c’è anche quando non si vede.

La metropolitana di Roma diventa un luogo totemico, gente che si incontra e si sfiora senza un’occhiata, sconosciuti seduti fianco a fianco per il tempo di un tragitto. Precarietà, provvisorietà, fretta. Possono davvero iniziare amicizie, amori, complicità?

Anche in Justine 2.0 la Metropolitana di Roma e Stazione Termini erano presenti. Forse perché sono venuta a vivere qui giovanissima, per studiare all’Accademia di Arte Drammatica, e ho sostato a lungo nelle stazioni che perciò mi sono diventate familiari, o forse per l’eredità ligure di mio padre che diceva sempre che le regioni di frontiera hanno caro il viaggio, l’esplorazione, ma anche perché sono attratta dalla transitorietà dei rapporti umani, da certi incontri anche erotici consumati, o solo immaginati, in queste zone di passaggio, o di fuga. Termini è anche la casa dei senzatetto, degli spacciatori, delle persone al margine come gli scrittori, parlo di quelli che non trovano mai soddisfazione.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

In questo caso moltissimo. Volevo rendere il ritmo della metropolitana, la fretta, appunto, la transitorietà, e al contrario del passato ho usato il presente indicativo, frasi brevi, brevi digressioni e flash back, capitoli di cinque pagine al massimo che potessero essere letti dall’inizio alla fine anche durante un viaggio in Metro. I titoli dei capitoli, che sono alcune stazioni della Metropoiltana di Roma e nemmeno le più centrali, segnano la mappa della storia e dei sentimenti della protagonista, ogni luogo è un incontro, con Lara o con gli altri personaggi del racconto.

Mi piace molto il tuo tipo di scrittura, molto personale, sei una delle autrici più interessanti che ho letto. Pensi che la scrittura femminile in Italia sia giustamente valorizzata? Come scrittrice ti sei mai sentita vittima di sessismo?

Intanto, grazie di cuore, Giulia. Ma no, vittima non direi, anche perché finora non sono entrata in contatto con i Big dell’editoria. Credo, piuttosto, che questo mondo sia occupato sempre più frequentemente, per fortuna non sempre, da persone che con la letteratura hanno poco a che vedere, addetti ai lavori che scambiano sinossi per quarte di copertina, editor e Agenti che non per demerito, ma per età e mancanza esperienza, si permettono di trattare tutti come esordienti, quasi fossero investiti da un ruolo divino, quando l’unico merito che hanno è quello di aver frequentato una scuola di scrittura creativa che costa tantissimo. Ecco, ti garantisco che, avere a che fare con persone inesperte che valutano un autore solo in base alle mode letterarie e non al proprio fiuto, è frustrante quanto doversi concedere a un regista. Forse di più, perché nel secondo caso una possibilità di riuscita ce l’hai.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sul comodino ho Fantasmagonia, il quarto consecutivo di Michele Mari. Lo splendido Tutto il ferro della torre Eiffel, sempre suo, con la deprimente carrellata di scrittori morti pazzi o suicidi, mi ha ricondotta a un pensiero positivo sulla scrittura: si scrive per divertirsi, intanto. Il prossimo sarà Buzzati, i racconti, già letto integralmente quand’ero ragazza e che Mari mi ha ispirato a rileggere. Non sono una lettrice onnivora né modaiola, quando scopro un autore devo leggerlo tutto e con calma. Mi è successo con la Morante, con Gary, Hemingway, Calvino, Gombrowicz, de Sade, Celine eccetera. Quando mi sento orfana di storie torno sempre ai grandi classici.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Attraverso la pratica spirituale che frequento abitualmente da trent’anni, intanto, e poi non piegandomi a firmare contratti iniqui e non cedendo alle mediazioni, al gusto degli altri, ai temi e alla scrittura ammiccante.

Provieni dal teatro, quale l’opera teatrale che hai amato di più?

Sicuramente il teatro Mittleuropeo, il monologo interiore e rivoluzionario di Signorina Else, o Girotondo, sempre di Schnitzler, che hanno a che fare con un’altra materia che amo, cioè la psicanalisi, e che ha lasciato qualche traccia anche in Conversazioni Sentimentali, sia nel personaggio di Franco, l’amante di Carola sia nell’elaborazione dei rapporti di potere che non hanno appartenenza di genere, ma sono microrelazioni di forza, naturali e umane, anche inconsapevoli, talvolta scandalose.

Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?

Ian McEwan, Romain Gary, Javier Marias. Tra i moderni. E non sono nemmeno tutti. Sì, la lista sarebbe ben più lunga.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo siano indispensabili una buona dose di memoria storica, curiosità, fantasia, empatia e umanità.

Ti piace la letteratura russa?

Avendo lavorato in teatro non ho potuto prescindere dallo studio dei grandi padri russi. Ho anche lavorato con dei Maestri russi durante l’ultimo anno alla Silvio d’Amico e trascorso alcune settimane a Mosca. Sul comodino ho un manualetto preziosissimo di Anton Cechov, grande Maestro nella scritura di racconti, Né per fama, né per denaro, una lettura che consiglio a tutti gli scrittori alla ricerca del successo. Del successo, eh, non della celebrità.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Pur cercando disperatamente e da anni un Agente o un Editor Agente (anche pagando) non ho mai avuto questa “grazia sublime”, sebbene abbia un desiderio immenso di lavorare con qualcuno che sappia incanalare le mie energie, e magari aiutarmi a sistemare l’enorme quantità di materiale che nelle mie cinque ore di scrittura quotidiana si è accumulato. In Luiss, quando ero assistente di Roberto Cotroneo, ho vuto la fortuna di conoscere e lavorare con Agenti del calibro di Santachiara, ma quello è un altro pianeta, un sogno, un colpo di culo (lasciami passare il termine). Insomma no, ancora nessun colpo di fortuna.

Con i tuoi romanzi vuoi intrattenere i tuoi lettori o vuoi mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Per me non c’è una letteratura di intrattenimento. Esiste la Letteratura che mi dà da pensare, divertirmi, sognare, e poi una grande quantità di storie inutili. Racconto le mie esperienze, ciò che vedo e non mi piace e che nella realtà del racconto posso anche cambiare. Ho sicuramente un pensiero ben definito, dovuto all’esperienza, alle letture, all’interesse per la politica e alla enorme quantità di ore che trascorro in solitudine a pensare, e credo che, volontariamente o involontariamente, tutto questo finisca per far parte delle storie che racconto.

In Italia la gente non legge. Questo dicono le statistiche, le librerie che chiudono, il livello piuttosto basso di comprensione di un testo di significative percentuali di italiani. Da cosa pensi sia dovuto? E’ un problema interno dell’editoria tutta? O è legato più pragmaticamente alla crisi economica in atto?

A questo proposito mi piace citare Bianciardi, autore tra gli altri de “La vita agra”, e che ne “Il lavoro culturale”, era il 1957, lamentava la stessa situazione: librerie che chiudono, troppi scrittori e pochi lettori. Sicuramente i Social tolgono tempo alla lettura. Quando chiudo gli account, io che mi ritengo una buona lettrice, riesco a leggere il triplo. Ci sono poi le grandi catene di negozi, i supermercati del libro, la distribuzione in mano ai colossi che impedisce l’arrivo in libreria di romanzi diversi, magari più belli di quelli proposti dai Cartelli editoriali, magari no, chissà. Ma penso che l’errore sia anche nel tentativo di voler replicare certi successi, di mettere il libro in competizione con le serie TV, di confondere i generi, i mezzi, alla ricerca del “botto”e non della qualità. Credo che la gente sappia riconoscere le belle cose. Credo ci sia spazio per tutti.

Grazie Elena del tuo tempo e della tua disponibilità, nel ringraziarti ecco la mia ultima domanda. Mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Tra pochi mesi pubblicherò, stavolta senza editore e per scelta, una raccolta di racconti che si svolgono a Roma negli anni ’50, ritratti di uomini e donne che, nel segreto della propria esistenza e con il pudore tipico dell’epoca, coltivano con cura, ma anche con semplicità, certe scandalose manie. Come già detto, al momento non ho un porto sicuro dove ormeggiare, sono i lettori che mi indicano la direzione e che mi chiedono altre storie, e saranno loro a scrivere qualcosa sulla quarta di Proibito ‘50. Nell’attesa che scenda su di me la grazia sublime dell’Editor o dell’Agente, mi diverto.
Grazie infinite, Giulia, e complimenti per il Blog e la tua attività social.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

28 gennaio 2016

17Grazie Elena di aver accettato la nostra intervista, e benvenuta su Liberi di scrivere. Innanzi tutto presentati ai nostri lettori. Chi è Elena Bibolotti?

Grazie a te, Giulietta, e ai lettori di Liberi di Scrivere.
Sono una persona che osserva, un po’ per mestiere molto per indole, sono curiosa, amo gli animali e la natura, corro ogni mattina e da vent’anni pratico la meditazione trascendentale, tengo in grande conto la cura del mio corpo, guardo poca televisione, un paio d’ore la sera, e curo il mio giardino. Scrivo per molte ore al giorno e curo i miei blog.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dell’ambiente in cui ti sei formata.

Ho avuto un’infanzia agiata e felice, sono cresciuta libera -almeno nella mia percezione- nella campagna pugliese, dove giocavo per lo più da sola, accrescendo forse così la mia dote immaginativa, lontana dai cortili pieni di bambini che comunque, quando potevo, frequentavo con gioia. Ho sempre odiato la competizione, le alzate di mano e le gare di tabelline, perciò non andavo volentieri la scuola. Ho frequentato il liceo classico anche se saltuariamente, impegnata nell’allestimento di spettacoli teatrali di nascosto dai miei. Seguendo le orme di mia zia che lavorava in teatro, appena maggiorenne sono venuta a Roma dove ho frequentato la Silvio d’Amico.

Come è iniziato il tuo amore per la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

Non ho mai visto mia madre senza un libro tra le mani. I miei si rifiutavano di comprarmi giocattoli che limitassero la mia fantasia, e così fabbricavo la casa per le mie Barbie con i libri, che erano un po’ ovunque. Dopo “Piccole donne” sono passata a “Cime tempestose”, e non mi sono più fermata. Ho amato la letteratura del ‘700, de Laclos, Voltaire, Diderot, di conseguenza De Sade, che leggevo di nascosto dai miei che giustamente non mi ritenevano in grado di capirlo. Credo che questi autori mi abbiano fortemente influenzata, sia nella scrittura sia nella mia condotta esistenziale. Poi la drammaturgia, classica e contemporanea. L’incontro con la scrittura è stato invece casuale. Certo ho sempre scritto, si trattava di impressioni e diari, ma avevo troppo rispetto per la letteratura per pensare di scrivere, finché nel 2009, dopo un fallimento aziendale che mi aveva ridotta sul lastrico e dopo aver inviato circa 500 curriculum, fui assunta alla Luiss, come assistente al Master di scrittura diretto da Roberto Cotroneo. Avevo aperto quel giorno il file intitolato “Justine 2.0”, il mio primo romanzo.

Hai da poco pubblicato Pioggia dorata. Ce ne vuoi parlare?

Fulvio Abbate, nella sua bella prefazione, lo ha definito il libro dell’attesa. È un libro che, nonostante il titolo, scontenterà sicuramente gli urofiliaci e gli amanti dell’erotismo di genere, giacché la pratica in questione è trattata con delicatezza e per ciò che è, ossia una pratica “estrema”, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa. Il libro, pubblicato da una Casa Editrice pugliese, GiaZira Scritture, contiene “sei storie amare”, amare perché raccontano vite vissute consapevolmente, vite sofferte, infanzie segnate da eventi drammatici e quindi da rimozioni, e che quantunque avranno un lieto fine, porteranno per sempre i segni del “danno”, per citare un’autrice a me cara, Josephine Hart.

Erotismo e pornografia sono due temi molto attuali e discussi, in cosa consiste l’uno e in cosa l’altra?

L’erotismo è tutto ciò che c’è attorno al disegno, al graphè, all’atto nudo e crudo, che, francamente, sia come donna che come scrittrice m’interessa poco. L’erotismo è il modo in cui la sessualità si manifesta, ciò che si muove dentro i personaggi, che ci conduce alla scelta di una persona piuttosto che di un’altra, di un luogo d’incontro, di un abito da indossare. La pornografia è passiva, esclusivamente fisica, artefatta, ben distinguibile attraverso le categorie di Youporn, l’erotismo è attivo, sorprendente. Leggere che ci sono uomini che fanno sesso con la marmitta calda di un’automobile o donne che fanno l’amore con pezzi del muro di Berlino mi apre un mondo.

Essere considerata un’autrice di romanzi o racconti erotici pensi sia una limitazione? C’è ancora una sorta di ghettizzazione per chi si occupa di questo tipo di narrativa? L’ hai notata nella tua esperienza personale?

Sì, è limitativo, soprattutto se intendiamo l’erorismo come parte dell’esistenza e non come appendice. La narrativa, e buona parte della critica, ha la brutta abitudine a voler etichettare tutto, correndo il rischio di mettere i libri sugli scaffali sbagliati. Mary Gaitskill, per esempio, ha scritto racconti e romanzi bellissimi, tra cui Secretery, tra l’altro sfregiato nel finale dai produttori dell’omonimo film, ma non ha mai avuto la pubblicità di un prodotto da banco come le “50 sfumature”. E certamente la Gaitskill non parla di autoreggenti e corpettini contenitivi, parla di vuoti e mancanze, di disturbi alimentari, di tabù. Ho la sensazione che chi si occupa di narrativa preferisca tenere al riparo i lettori dall’attività della scoperta personale e del libero pensiero, facendo sì che rimangano su strade già battute, all’interno del recinto di “generi” ben definiti e che non riservano sorprese.

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

Non posso prescindere dalla realtà. Per me sono erotiche le calze velate color carne, per esempio, e su una calza color carne smagliata potrei costruire un intero romanzo. Sono erotici gli uomini grassi, gli uomini pieni di difetti. Non m’interessa entrare nel privato di una donna bella, fortunata, ricca, come quelle descritte nei Romance di ultima generazione, è più eccitante cercare la bellezza nell’imperfezione, la forza della passione che si scatena tra due persone in fila alla cassa di un supermercato.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Mi piace chiamare le cose con il loro nome quando è il momento di farlo. Come ha dichiarato in un’intervista il mio ex insegnate di recitazione alla Silvio D’amico, Andrea Camilleri, il culo si chiama culo e si scrive culo. Una delle sei storie, s’intitola, infatti, “Il culo di Marisa” e, contro ogni previsione, racconta l’amore tra due uomini.
La vera trasgressione oggi è la normalità, la mancanza di ambizioni, il desiderio di restare anonimi.

Come definiresti la sensualità?

È un atteggiamento psichico, una facoltà mentale, un’arma. È sicuramente innata. Non si può comprare.

E la libertà?

La libertà si conquista con la cultura, le buone letture, attraverso la consapevolezza di chi siamo e dove possiamo arrivare. Sicuramente siamo liberi se risuciamo a capire che la maggior parte dei desideri che oggi assediano i nostri pensieri sono indotti dalla società dei consumi e non dalla nostra volontà.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

No, credo sia più tabù la parola “compassione”.

Tutto quanto rientra nell’ambito della sessualità possiede ancora un’aura sacra, come era nell’antichità? Noti un crescente paganesimo nei costumi, ovvero siamo più liberi o più imbrigliati dalla morale corrente?

Oggi abbiamo due realtà, che non sono uno lo specchio dell’altra checché ne dicano alcuni, la realtà dei Social Network è in apparenza libera, donne e uomini nascosti da pseudonimi si lanciano in pubbliche dichiarazioni che spesso mi lasciano esterrefatta. Nella realtà siamo invece lontanissimi sia dalla sacralità di un tempo, sia dalla carnalità gioisa del sesso che abbiamo vissuto, io non di persona, durante gli anni sessanta. Guardiamo quello che sta succedendo con la legge sulle Unioni Civili. Viviamo in una società perbenista e superficiale, che per lo più non ha voglia di approfondire né di dialogare, che si ferma al titolo di un libro. Che si entusiasma soltanto davanti a ciò che ottiene consenso.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade. Pensi che anche nella letteratura contemporanea ci sia questa tendenza?

Non in quella che oggi va per la maggiore. E ho paura che molti preferiscano evitare la profondità per andare incontro alle esigenze del mercato. Quelli che non lo fanno, infatti, non emergono.

Ti senti una scrittrice femminista? Nelle tue opere emerge questa componente?

Non amo le etichette, ma da donna cui hanno insegnato a essere autonoma sin da piccola, cerco di far emancipare tutti i miei personaggi dalla condizione di sottomissione nella quale si trovano. Non posso creare un personaggio senza raccontare i condizionamenti sociali o familiari in cui vive. Nei due racconti scritti per 80144 Edizioni, per esempio, racconto di un capo frustrato e di una Manager sottomessa, in Justine 2.0 una “Submissive” che si emancipa dal “Master”. Così in “Pioggia Dorata”.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Pensi sia causata da una sorta di repressione sessuale, dall’educazione o da altre cause?

Penso ci sia molta confusione tra emancipazione della donna e mascolinizzazione. Essere donne emancipate non significa buttare alle ortiche la nostra indole, la nostra femminilità. Credo che sia un senso di frustrazione e d’inferiorità che spinge un uomo a picchiare una donna, ma penso che la dolcezza, che non è debolezza, oggi sia latitante in entrambe la fazioni.

Scrivi anche libri non erotici, quale genere ti appassiona di più?

Nessun genere. Sperimento ogni volta. Ma nella mia ricerca, tolte di mezzo le mode e le preferenze del pubblico (che non mi appassionano), mi sto avvicinando sempre di più a ciò che sento affine al mio carattere. Il grottesco, per esempio, già praticato in Justine 2.0, il tratto forte, l’assurdo. Ho scritto un romanzo, ancora inedito, dove ho rispolverato il mio vecchio interesse per l’occulto, la magia e il soprannaturale, ma che in realtà racconta la storia di una donna che non vuole avere figli e il senso di colpa che la porta a immaginare un viaggio nell’aldilà. È una continua ricerca la mia, appunto, la scrittura è una scoperta, il fine stesso.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

È un romanzo che si svolge a Roma nel 2030, dove ho immaginato una società uguale a quella di oggi ma più malata, divisa in Prodotti e Consumatori, in cui le vite di tutti sono controllate da un Social Network in grado di leggere i pensieri degli utenti, e dove l’unica condanna che il Sistema infligge a chi è libero, o vuole esserlo, è l’anonimato, la perfetta assenza.