Posts Tagged ‘letteratura americana’

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
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Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animiamo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

27 novembre 2018
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Peter Cameron è un genio nell’arte del raccontare. La sua scrittura è sempre un’esperienza straordinaria di sottrazioni nella quale il dettaglio essenziale diventa grande letteratura.
Gli inconvenienti della vita è il nuovo libro dello scrittore americano uscito in questi giorni da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto).
Due splendidi e intensi racconti in cui Cameron si conferma uno dei più rappresentativi autori della grande stagione del minimalismo americano.
Due storie che raccontano l’inquietudine, il malessere e il disagio che scaturiscono dall’ostinata voglia di essere presenti in un mondo in cui quotidianamente si fanno i conti con le assenze.
Gli inconvenienti della vita, in questi racconti di Carmeron, è la vita stessa che diventa il più assurdo e misterioso contrattempo con cui si fanno i conti.
La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione, in poco più di cento pagine, mostrano il talento immenso di Peter Cameron, uno scrittore che sa arrivare al cuore dei lettori senza mai usare una parola di troppo e soprattutto riuscendo a toccare le corde giuste inventando storie che giungono dal vero di una condizione umana provvisoria che coinvolge tutti.
Come accade proprio in questi due piccoli gioiellini di narrazione.
Nel primo racconto troviamo un scrittore in crisi creativa in una New York fredda e inospitale.
Una crisi che coinvolge anche il suo rapporto con Stefano, il suo compagno e avvocato in carriera con cui convive.
Tra vuoti difficili da riempire e promesse mancate, Cameron mette a fuoco il crollo esistenziale di questa coppia che si infrange davanti alle infinite difficoltà di arrivare a una soluzione.
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto viene a mancare, dove l’esistenza stessa diventa quel drammatico inconveniente che non suggerisce nessuna via di fuga. Anche nel secondo racconto Peter Cameron ci mette davanti al dramma esistenziale di una coppia.
In una piccola città della provincia americana priva di tutto, che sembra uscita da un quadro di Hopper, un marito e una moglie vivono la crisi del loro rapporto. Dopo una vita intera passata insieme, si accorgono di quando sia difficile colmare i vuoti di una relazione che ha da tempo esaurita la sua vena d’affetto.
La loro esistenza è scandita solo dall’inondazione del fiume vicino. Tra le mura della loro grande casa pesa il vuoto di loro due che non hanno accettato la scomparsa prematura della giovane figlia.
Il dolore è l’inconveniente della vita che non sempre torna utile e spesso, come accade ai due coniugi, travolge tutto lasciando nelle relazioni solo macerie.
Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron è un libro che resta sulla pelle come un tatuaggio.
Ancora una volta lo scrittore americano è riuscito a conquistarci con una grande lezione di scrittura sulla vita, facendoci toccare con mano quel vuoto atroce che minaccia l’esistenza con le sue trappole infinite.

Peter Cameron è nato a Pompton Plains, nel New Jersey, nel 1959. Ha frequentato per due anni la American School a Londra, dove ha scoperto la passione per la lettura e ha iniziato a scrivere racconti, poesie e pièce teatrali. Nel 1982 si laurea all’Hamilton College, nello stato di New York, in Letteratura inglese. Nel 1983 ha venduto il suo primo racconto al «The New Yorker», rivista con cui collabora per diversi anni. Il suo primo romanzo In un modo o nell’altro è stato pubblicato in Italia nel 1987 da Rizzoli. Di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato Quella sera dorata (2006), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) – da cui è tratto l’omonimo film di Roberto Faenza – e Paura della matematica (2008). Il suo ultimo romanzo Coral Glynn (edito da Adelphi) è uscito nel maggio 2012.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Omicidio a Mosca di Joseph Kanon (Newton compton, 2018) a cura di Federica Belleri

26 novembre 2018
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Mosca, 1961. Simon Weeks raggiunge suo fratello Frank dopo dodici anni di lontananza. Forzata, perché Frank ha tradito la Cia e si è rifugiato in Unione Sovietica. Simon, dopo aver lavorato per il Dipartimento di Stato a New York, è ora un editore e si sta occupando del libro scritto da Frank. Tutto sembra apparentemente normale e Simon un turista qualsiasi.
Non è così. La vita di Frank e della moglie Jo è scandita da ritmi precisi, è controllata in ogni dettaglio. La loro intimità non esiste, e a questo punto, nemmeno quella di Simon. Il Kgb è ovunque. Sono spiati. Il libro farà sicuramente scalpore. Simon si rende conto di essere andato a trovare dei rifugiati, dei reietti, abbandonati dall’America e segnalati a vista.
Le frequentazioni sociali fra loro e i russi sono rare e ben costruite, ognuno pensa a se stesso. Tutti hanno paura e si guardano alle spalle. Com’è cambiato Frank dopo tutti questi anni? Simon può ancora fidarsi di lui? Qual è il vero motivo del viaggio di Simon, perché Frank lo ha voluto a Mosca?
I ricordi americani sono ancora vivi tra i due e sono dolorosi. Il bisogno di poter trascorrere una vita normale si fa pressante e emergono le fragilità di Jo, cognata di Simon. Cosa le manca? Cosa desidera davvero?
Omicidio a Mosca racconta spionaggio e contro-spionaggio. Porta alla luce anni difficili, dove spostarsi solo per comprare della verdura era impensabile. Dove nella dacia si entrava da un cancello, controllato da soldati. Dove la vodka scorreva senza limiti e aiutava a dimenticare. Dove si aveva sempre una “guardia del corpo” come protezione.
Messaggi e messaggeri, osservatori all’ombra di una colonna, sguardi che si incrociano furtivi, ansia da tenere sotto controllo.
Un romanzo, questo, dove l’adrenalina è parte integrante della storia, in ogni pagina. Dove qualcuno ha un piano, non prevedendo un contro-piano. Dove i segreti e le terribili rivelazioni proveranno a attraversare il mare, verso la libertà, verso una dignità diversa, per non morire nell’angoscia. O forse sì? A voi scoprirlo. Buona lettura.

Joseph Kanon vive con la moglie e i due figli a New York, dove ha lavorato nel campo dell’editoria prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. È autore di cinque romanzi tra cui The Good German, da cui è stato tratto il film Intrigo a Berlino con George Clooney e Cate Blanchett. La Newton Compton ha pubblicato Omicidio a Istanbul, Omicidio a Berlino e Omicidio a Mosca. Per saperne di più: josephkanon.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: La strana scomparsa del Signor Goody di Natalie Babbitt (Il Battello a Vapore, 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 settembre 2018

imagesNatalie Babbit ha scritto per la Piemme edizioni un romanzo ad ampio respiro “La strana scomparsa del Signor Goody“, costo al pubblico euro 9.90, che ha il pregio di essere una sorta di favola moderna, non solo adatta ad un pubblico ancora verde.
Una favola tenera, che allo stesso tempo, causa sua stessa costruzione … a là mode di un thriller, ben architettato e confezionato, ti cattura parola dopo parola e ti costringe ad una sorta di intrigante lettura forzata. Ma non fai fatica certamente a leggere questo breve romanzo, perché è così ben scritto che tu stesso, nolente o volente, rimani intrappolato con grande piacevolezza nelle pagine di quest’opera: sembra quasi che tu stesso faccia parte della stessa economia del racconto.
Hercules Feltwright è un giovane e volenteroso precettore, ancora alle prime armi, e non svezzato alle difficoltà di questo oneroso lavoro. Viene assunto da una ricca famiglia perché sua incombenza diverrà la medesima educazione del piccolo Willet.
Willet è dunque un bambino orfano di padre, che è andato a vivere con la madre vedova in una grande tenuta.
Il bambino però ha un tarlo, sostiene, con certezza di cognizione, che il suo stesso babbo non è defunto come si pensa o per lo meno come qualcuno ha grande convenienza a farlo credere; per lui è solo e semplicemente una grande sciarada da smascherare e da dipanare!
Ben presto anche il giovane precettore verrà contagiato dalla verità del bimbo … che ormai pensa che la tomba del suo genitore nasconda in realtà la sola e vera chiave di svolta dell’intera faccenda.
Hercules a questo punto diventerà complice-amico di questo bambino, condividendo a tutto tondo i suoi sospetti. Cominceranno così quelle minuziose indagini, che accompagneranno lo stesso nostro complice virtuale alla scoperta della verità.

Natalie Babbit ha scritto e illustrato numerosi libri per ragazzi ed è considerata una della più importanti scrittrici americane. La fonte magica, pubblicato per la prima volta nel 1975, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è diventato un classico della letteratura per l’infanzia.

Source: copia acqusitata dal recensore.

:: Promessa di sangue (Hugo Marston #3) di Mark Pryor a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2018

1Dopo Il libraio di Parigi e Il mistero della cripta sepolta, già recensiti sul nostro blog, esce in Italia Promessa di sangue di Mark Pryor (The Blood Promise, 2014), tradotto da Barbara Cinelli e pubblicato nella collana TimeCrime di Fanucci Editore.
Nuova indagine per Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi, ex profiler dell’ FBI, americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, mente perspicace e sempre pronto a sbrogliare le matasse più ingarbugliate che possono creare grattacapi al suo capo, il placido e bonario ambasciatore Taylor.
Oltre a Taylor ritroviamo anche i personaggi delle scorse avventure: Tom Green agente della CIA, eccezionalmente sobrio, la bella giornalista Claudia Roux, di cui Hugo è sempre innamorato, anche se lei preferisce una simpatica amicizia, l’amico poliziotto Raul Garcia sempre in lite con la moglie che lo vorrebbe più a casa e meno in giro alla caccia di criminali, e soprattutto Parigi, la città più bella del mondo, con i suoi caffè e i suoi croissant al burro (i veri croissant francesi sono senza marmellata o cioccolato), il lungo Senna popolato di bouquiniste, i suoi parchi, le sue strade affollate di automobili, i suoi palazzi antichi, i cimiteri carichi di storia, i suoi castelli in periferia.
Era da tanto che aspettavo questo libro, il terzo, Il mistero della cripta sepolta era uscito in Italia nel 2014, che prosegue la serie che vede protagonista Hugo Marston (simpatico cowboy alla Cary Grant) e soprattutto unisce alle indagini poliziesche fatte con gli strumenti di ultima generazione, sempre un particolare bizzarro che ci porta al passato, prima alla Seconda Guerra Mondiale, poi alla Belle Epoque, e questa volta addirittura alla Rivoluzione Francese.
Pryor ama costruire trame che intrecciano presente e passato, da americano sempre ammirato della storia europea, mettendo sempre quel tocco di avventura e di mistero che trasforma dei semplici thriller d’azione in vere e proprie cacce al tesoro.
Tesoro questa volta racchiuso in un baule da marinaio della fine del XVIII secolo, pieno di doppi fondi e scomparti segreti, che appare quasi per caso in un castello di campagna dove si tengono i colloqui per dirimere una delicata faccenda territoriale tra Francia e Stati Uniti. Hugo Marston ci finisce in mezzo perché incaricato di proteggere Charles Lake, senatore in missione a Parigi per conto del suo governo e ospite del castello dei Tourville, dove si tengono appunto le trattative.
Una storia complessa, intricata, comunque dove tutto combacia come i meccanismi di un orologio svizzero, che si complica ancora di più quando nella stanza al castello di Charles Lake vengono rinvenute alcune impronte rinvenute a loro volta in una scena del crimine di una rapina-omicidio avvenuta nei pressi di Troyes. Raul Garcia verrà a dar man forte e inizierà una sciarada di difficile risoluzione.
Da segnalare la presenza di Camille Lerens, abile poliziotta francese transgender, che collaborerà non poco con Hugo Marston e Tom Green nella risoluzione del caso.
A voi la lettura nell’attesa di un nuovo episodio, che si spera di non dover aspettare troppo a lungo.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D.A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con la sua serie di thriller aventi come protagonista Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi. Di questa serie, nella collana Timecrime, Fanucci Editore ha già pubblicato Il libraio di Parigi (2013), Il mistero della cripta sepolta (2014) e Promessa di sangue (2018).

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani dell’ Ufficio stampa Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Non sfidarmi di Lee Child (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2018

Non sfidarmi di Lee ChildNuova avventura per Jack Reacher eroe, senza (troppe) macchie e senza paura, nato dalla penna inarrestabile di Lee Child. Per chi conosce la serie, ormai giunta al diciassettesimo romanzo per Longanesi, una garanzia. Passano gli anni, e nessun cedimento, nelle sue storie c’è sempre quel mix di avventura, suspense, disincanto che ci porta al centro dell’azione nei quattro angoli del mondo.
Se amate gli action thriller insomma è difficile che non conosciate Lee Child e la sua serie, specie ancor più da quando Tom Cruise ha portato ben due episodi, La prova decisiva e Punto di non ritorno, sullo schermo. E non sembra intenzionato a smettere.
Questa volta assistiamo a un ritorno al passato, torniamo infatti al tempo in cui Jack Reacher era nell’esercito, per l’esattezza era un maggiore della polizia militare alle prese con l’incubo degli incubi di ogni responsabile della sicurezza (sano di mente).
Il romanzo si intitola Non sfidarmi (Night School 2016) ed è sempre tradotto dalla veterana delle traduzioni della serie, la bravissima Adria Tissoni.
Dunque andiamo con ordine. Jack Reacher di ritorno da una missione all’estero, di routine ma che ha portato a termine brillantemente, riceve una medaglia e un invito piuttosto bizzarro: tornare sui banchi di scuola. Corsi di aggiornamento si chiamano, dai nomi abbastanza folcloristici, dai quali sembra che anche il nostro non possa sfuggire. E in effetti si trova davvero in un aula di scuola con un tizio dell’ FBI e uno della CIA, anche loro studenti piuttosto perplessi, anche loro di ritorno da missioni di successo.
Nel giro di poco però tutti capiscono che è solo una copertura, perchè in realtà sono stati scelti come membri di una task force antiterroristica per sventare qualcosa che sembra mettere a repentaglio le sorti del mondo. Letteralmente.
Dire altro sulla trama in sé sarebbe criminale, sta di fatto che la storia scorre su binari ben oliati, fino all’ inevitabile lieto fine che vedrà il nostro eroe prevalere in una vicenda che dire poco è dire che è disperata.
Forse più spy-story da post guerra fredda, che thriller investigativo con vittima e assassino, ma tutto si gioca su una caccia all’ uomo in una Germania piena di rigurgiti xenofobi e neo nazisti. I colpi di scena non mancano, pure l’ossatura investigativa se vogliamo, inoltre Jack Reacher si guadagna pure una parentesi rosa con una bella bionda, ma l’importante è che per buona parte del libro siamo al buio, e le ipotesi che si susseguono nelle nostre teste sono le più fantasiose. Poi quando scopriamo quale è l’ oggetto del contendere, inizia una carambola di colpi di scena che scoppiano in serie come fuochi d’artificio.
Lee Child non delude, come dicevo all’inizio. La cronaca gli dà nuova linfa per le sue avventure, e di materiale incandescente in giro per il mondo ce ne è parecchio, quando si ha la facilità di imbastire storie, che ha lui. La penna è fluente e tutti i meccanismi combaciano come ingranaggi di un orologio di precisione. Più quel giusto mix di eroismo e cattiveria, che rende il personaggio di Jack Reacher diverso dai suoi consimili. Insomma Jack Reacher è un duro, non esita a menare le mani, dire battute taglienti se non offensive, uccidere se è il caso, e anche se molto spesso agisce per buone cause, ma in alcuni casi le sue azioni non lo fanno proprio brillare come il classico eroe della porta accanto.
Da inglese trapiantato in America, Lee Child si è integrato benissimo, e a volte sembra più realista del re, non tralasciando alcune osservazioni da straniero sul modo di agire americano piuttosto critiche. Ma il patriottismo anche se amaro con cui riveste le scelte del suo Jack Reacher non portano mai a scelte di posizione. Jack Reacher lotta pro domo sua. Accetta le regole, fino a che non mollerà tutto per fare a modo suo, fuori dai vincoli della disciplina e dell’ esercito.
Jack Reacher è e resta un cane sciolto. Privo di legami e di vincoli. Non prova piacere nel recare danno ai suoi nemici, ma neanche eccessivo rimpianto. Se deve uccidere uccide e noi non siamo sua madre per chiedergli come si sente dopo.
Alla prossima.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dal 1977 lavora come autore televisivo, ma nel 1996 perde il lavoro presso una società di produzione televisiva e decide di dedicarsi alla letteratura. Il suo primo romanzo, Zona pericolosa, vince l’Anthony Award per la miglior opera prima; il suo secondo romanzo, Destinazione Inferno, vince il W.H. Smith Thumping Good Read Award.
Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti. Vive tuttora a New York City.
I suoi romanzi hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex ufficiale della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita di vagabondaggi attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Duro come pochi e dotato di un innato senso di giustizia, Reacher si presenta come un cavaliere solitario di altri tempi, che pur non cercando guai è sempre pronto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2018

 

Furore di John Steinbeck“… Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo”.

Recensire un capolavoro – e “Furore” (Bompiani) di John Steinbeck lo è senza alcun dubbio – è sempre faticoso perché gli elogi si sprecano e diventano inutili, le parole sono mozze, prevalgono i sentimenti, la commozione, il pathos, l’entusiamo ma non esattamente traducibili in frasi connesse. Insomma, di questo romanzo potrei ben dire anche solo un “oh!” di stupore, e tanti saluti all’ampollosità. Prima di parlare di trama e dintorni, poche righe per inquadrare i connotati ideologici:

Erede di Emerson e Thoreau più che di Marx, Steinbeck scrisse in un articolo del 1952 che “la rivoluzione più grande e più stabile che si conosca ha avuto luogo quando tutti gli uomini hanno finalmente scoperto di avere singole anime, importanti nella loro individualità. Questo concetto”, concludeva, “ha cambiato in modo permanente la faccia del mondo”.

La storia è di quelle comuni a ogni migrante, di ogni epoca, di qualsiasi parte del globo. La famiglia Joad è costretta a partire: alla ricerca disperata di un nuovo lavoro, nuova casa, nuova vita.

Sono il coraggio e la determinazione a trasfigurare questi diseredati negli eredi del popolo dell’Esodo, così come lo erano stati i pionieri del West, nonché gli emigranti sbarcati a Castle Garden ed Ellis Island; e, prima ancora, quei dissidenti che, nel Seicento, avevano attraversato l’Atlantico per realizzare il regno di Dio sulla Terra. La prosa di Steinbeck, frutto dell’impeto e dello sdegno contro le conseguenze della Grande depressione accompagna, sostiene e mitizza il loro cammino verso una nuova casa. Ma, arrivati in California, i Joad scoprono di essere stranieri in patria.

I Joad perdono pezzi di famiglia strada facendo, si tramutano in esseri nomadi, degradano alla condizione quasi bestiale ma non perdono quella piccola fiamma che ancora li fa respirare sulla Terra. Con inconscienza, più che con coraggio, affrontano le traversie del destino e arrivano ad un passo prima della fine del tunnel. Un libro (la cui traduzione è affidata a Sergio Claudio Perroni, l’introduzione a Luigi Sampietro, la postfazione a Mario Andreose) che racchiude mille risvolti interpretativi, come una matrioska, come una scatola cinese. Si prende coscienza che l’uomo e la donna sono essere speculari, non identici ma intersecanti:

Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai”.

E’ l’America del viaggio verso il sogno che fa da sfondo a pagine frizionate con l’olio del pericolo, della speranza, del rigetto del passato. Da quando l’uomo è apparso sul mondo, è stato sempre in cammino, una viandanza che aveva lo scopo di raggiungere una meta, e questo traguardo è qualcosa che non si concepisce con la mente, l’intelletto, la memoria. E’ l’ignoto, si chiama non conoscenza di quello che desideriamo, ma anche liberazione perché “le rogne nascono tutte dal bisogno”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

:: La duchessa di Danielle Steel (Sperling & Kupfer, 2018) a cura di Marcello Caccialanza

2 luglio 2018

La duchessaUn’ altra appassionante vicenda narrativa offerta al suo vasto pubblico dall’irriducibile Danielle Steel che stavolta si butta a capofitto in una storia piccante ed ambigua: nel riscatto osé della protagonista, la procace e provocante Angélique.
Il romanzo si intitola semplicemente “La Duchessa” ed è edito dalla Sperling & Kupfer.
Ci troviamo catapultati, con grande dovizia di mestiere, nell’Inghilterra del XIX° secolo. E lei, la nostra eroina all’anagrafe Angélique Latham, dopo un’esistenza alquanto dissoluta e discutibile, dove il denaro ed una sorta di potere personale la rendono, in un certo senso, privilegiata in seno alla medesima società inglese, senza un vero e proprio perché, viene dunque estromessa dall’asse ereditario familiare.
Sconvolta ed offesa nel suo intimo, la donna decide di lasciare la sua amata patria per costruirsi una nuova vita nel capoluogo francese. Si può dire che Parigi diventi per lei una sorta di strumento provvidenziale per riprendere fiducia nelle sue proprie capacità e per dimostrare in questo modo la sua caparbietà e la sua contagiosa voglia di rivincita su tutto e tutti!
In questa città Angélique aprirà al pubblico Le Boudoir, una specie di raffinata casa di piacere, nella quale – come è prevedibile- orbiteranno grandi nomi di facoltosi industriali, politici e nobili.
Ma questa nuova esistenza, sicuramente alquanto discutibile e sotto certi versi anche un po’ scandalosa è davvero per Angélique una reale fonte di riscatto? Agli attenti lettori l’ardua sentenza!

Danielle Steel vive tra gli Stati Uniti e la Francia. È la scrittrice più popolare del mondo, con oltre 650 milioni di copie vendute in 69 Paesi. I suoi romanzi pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer sono tutti bestseller internazionali e dal 1981 l’autrice è sempre presente nella classifica del New York Times. Nel 2014 le è stata conferita la più alta onorificenza francese, la Legion d’Onore.

Source: libro del recensore.

:: La ragazza che hai sposato di Alafair Burke (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 aprile 2018
La ragazza che hai sposato

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Libro assai intrigante ed avvincente è il romanzo scritto da Alafair Burke dal titolo “La ragazza che hai sposato” edito dalla Casa Editrice Piemme.
L’ autrice de “La ragazza che hai sposato”, statunitense di nascita, vanta nel suo ipotetico palmares best seller internazionali, quali “La ragazza nel parco” e “Una perfetta sconosciuta”.
In questa sua nuova fatica, la Burke pone al centro dell’intera questione un quesito che molto spesso noi creature fragili ci poniamo giorno dopo giorno:“quanto ci fa paura la verità?” Una domanda fondamentalmente angosciosa che ci pone davanti allo specchio spietato della nostra anima. E anche Angela, eroina di questo romanzo, è logorata dentro…non si sente né colpevole, né innocente…né vittima, né carnefice. Angela non è altro che umana, perfettamente attendibile e credibile!
Angela ha avuto una vita piena di dolori e di sfide sfiancanti e a causa del suo passato oscuro sogna una vita futura rassicurante, di certo non emozionante, ma votata alla più anonima routine.
Del resto non si è mai aspettata niente dalla vita neppure nel momento in cui è convolata a nozze con Jason Powell, un brillante docente di economia impiegato alla New York University. Eppure qualcosa era cambiata in lei quando ha dato alla luce il figlioletto, l’adorato Spencer…è come se un barlume di improvvisa felicità avesse colpito all’improvviso il suo arido e timido cuore di donna complicata.
Ma Angela, eroina moderna de “La ragazza che hai sposato”, non può di certo permettersi l’oneroso lusso di essere finalmente felice.
Infatti nella parte centrale di questa avvincente narrazione il marito viene accusato di essere esecutore materiale di una orribile e scellerata vicenda: lo stupro di una studentessa. E proprio a questo punto va da sé che qualunque equilibrio, di per sé già precario, è destinato inesorabilmente ad implodere.
Angela, a torto o a ragione, indossa l’abito stretto della vittima di un osceno tradimento che sicuramente va minando la sicurezza della sua stessa famiglia. Ma Angela capisce bene che proprio lei è l’ultima persona che può permettersi di giudicare gli altri. Dal momento che proprio lei, moglie tranquilla e perfetta…fino a risultare nauseante, nasconde dentro di sé un indicibile segreto che, con maestria e falsità, è riuscita a celare a quanti la circondavano creando così anni e anni di finta armonia conviviale.
Le costanti menzogne che la medesima protagonista ha ben confezionato per nascondere ai benpensanti la verità ultima vengono lentamente a galla accompagnando il lettore morbosamente curioso in un labirinto scandaloso. Un mondo parallelo fatto di sorprese amare! Sorprese inaudite come quelle relative alle molestie sessuali di Jason e quelle inerenti al lato oscuro di un’anima che era sempre apparsa fallacemente candida…
Perché leggere questo romanzo della Burke? Perché con un lavoro certosino la stessa autrice riesce a costruire intorno alla sua eronia un mondo a parte che ha la capacità di dimostrare quanto l’uomo sia ben lontano dal conoscere, ma anche dal solo immaginare, il vero.
Non deve perciò stupire come il collega Michael Connelly il famoso re del giallo sia grande estimatore della Burke, autrice che continua a sorprendere pubblico e critica con le sue vicende assai ricche di colpi di scena e di grande umanità.

Alafair Burke, autrice de La ragazza nel parco, bestseller pubblicato in Italia da Piemme, è un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi, sia crime che thriller psicologici, sono bestseller del New York Times, elogiati da autori come Michael Connelly e Dennis Lehane.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La lunga vallata di John Steinbeck – curato da Luigi Sampietro (Bompiani 2017) a cura di Daniela Distefano

19 aprile 2018
STEINBECK - LA LUNGA VALLATA

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I crisantemi, La quaglia bianca, La fuga, Il serpente, La colazione, L’assalto, Il finimento, Il vigilante, Johnny Orso, L’omicidio, Santa Katy vergine, Il pony rosso: sono i titoli che compongono “La lunga vallata”, una raccolta di racconti apparsi separatamente in varie riviste negli anni Trenta e messa insieme da John Steinbeck su consiglio dell’amico Pascal Covici, dopo il grande successo di “Pian della Tortilla” (1935). Il volume fu pubblicato da Viking nel 1938 e divenne subito un bestseller. Steinbeck era un poeta dell’ordinario – di ciò che in inglese va sotto il nome di “basic grit and grime”, ovvero: “della polvere e della sporcizia di tutti i giorni” – a cui mal si adattano, se non altro per una questione di stile, le speculazioni astratte. In questi racconti si avverte però uno studio, una ricerca sul comportamento degli uomini in gruppo, ovvero di quell’istinto segreto che li guida quando vengono a trovarsi in uno stato di necessità. Spunti e varianti che torneranno spesso nella narrativa dello scrittore, come il perseguimento patologico di una impossibile perfezione, tema dominante di “La quaglia bianca” e di “Il finimento”; mentre “La fuga”, “L’assalto” e “Il pony rosso” sono costruiti sul motivo comune del rito di passaggio dei tre giovani protagonisti dallo stato di innocenza a quello di coscienza. Ed è su quest’ultimo racconto che oso soffermarmi. Si tratta di un racconto di formazione, una storia solida nella sua delicatezza. Un ragazzo riceve in dono dal padre un pony perché lo aiuti a crescere, cioè perché il bambino cresca allevando il suo piccolo cavallo. Jody si sente investito di una enorme responsabilità, e si sente fiero e orgoglioso nel riporre la sua fiducia in un mondo degli adulti ancora intoccabile. Scoprirà che anche i grandi, anche suo padre, anche Billy Buck (l’aiutante della fattoria), sono esseri senza arbitrio: non possono decidere sul destino di un animale, figurarsi su quello di un uomo. Siamo esseri deboli, impotenti, che però vivacchiano nell’altruismo e nella bontà, quando c’è, quando non è sprecata. Una storia scritta con acume, con particolarità di dettagli, di risvolti psicologici, con maestria e perizia. No, Steinbeck odiava la fuffa delle immaterialità, ma quanto idealismo in certe descrizioni vivide, in certi accorgimenti che la mente coglie come ciligie nel giardino della fantasia. Questo ragazzino – che si diverte a tirare sassi ai nidi delle rondini sotto le gronde; che si annoia nella ronzante calura di un pomeriggio d’estate; che gira attorno al ranch di famiglia , distrattamente, in cerca di qualcosa da fare – diventa adulto scoprendo la piccolezza del mondo maturo. E’ un frutto che già pesa, che va colto. Per lui l’estate agreste dell’infanzia è già finita , e

L’inverno arrivò di colpo. Cominciò con qualche raffica, e poi giù, una pioggia dirotta e inesauribile. Le colline persero il loro color paglia e annerirono sotto l’acqua, e i torrenti invernali cominciarono a scendere fragorosamente giù per i canyon. I funghi e le vesce apparirono sul terreno e, prima di Natale, si vide spuntar l’erba novella”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta.” Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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