Posts Tagged ‘letteratura americana’

:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico

29 novembre 2019

Robert CooverDa colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.

:: Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

6 novembre 2019

BiancoBret Easton Ellis da tempo non scrive più romanzi. Il grande scrittore americano, autore del fortunato Meno di zero, ha deciso così. Da poco è uscito Bianco (traduzione di Giuseppe Culicchia).
Il suo ultimo libro non è un romanzo, anche se Ellis si racconta a cuore aperto come se avesse voluto scrivere un romanzo di formazione.
Il protagonista di Bianco è lui e in queste pagine si mette a nudo raccontandosi.
Tra autobiografia e saggio, lo scrittore critica la società, è censore spietato dell’ipocrisia del suo e nostro tempo, se la prende con l’omologazione culturale che ha annullato il pensiero critico e l’intelligenza di chi ama pensare con la propria testa.
Ricorda gli anni Ottanta, dove le persone si ascoltavano, mostra una nostalgia fondata per un’età dell’innocenza che passava attraverso un’epoca in cui c’era ancora ancora qualche motivo per discutere.
Poi arrivano i tempi dei social e la menzogna corre sul web, l’ipocrisia è il nuovo dizionario delle buone maniere, tutti piacciono a tutti e soprattutto tutti pensano come tutti. Nessuno ha il coraggio di scrivere e dire come la pensa, esprimere la propria opinione all’epoca di Facebook e Twitter significa essere considerato un appestato da emarginare.

«Tutto quello che abbiamo ottenuto in effetti è ritrovarci incasellati – per essere venduti, brandizzati, usati come target pubblicitari o fonti di dati».

La drammatica democratizzazione della cultura con il suo terribile culto dell’inclusione, una moda demenziale per cervelli asfittici che non hanno nessuna intenzione di pensare.
Ciò che le persone sembrano dimenticare, sostiene Easton Ellis, tra questi miasmi di narcisismo fasullo e, nella nostra nuova cultura dell’ostentazione, è che l’autoaffermazione non deriva dal mettere «mi piace» a questo o a quello, ma dell’essere fedele al tuo incasinato e contraddittorio io – il che talvolta, in realtà, significa essere un hater.
Con Bianco lo scrittore americano firma una tagliente reprimenda del tempo presente. Come sempre se ne infischia del politically correct e invita a riscoprire una forma di autenticità, anche se oggi sembra impossibile. Gli elementi del disastro ci dicono che non è consentito tornare indietro, la nostra innocenza l’abbiamo già perduta.
È raro incontrare persone che ascoltano persone, individui fieramente convinti delle proprie opinioni e pronti a difendere le sue idee diverse dalla maggioranza.
Bret Easton Ellis non le manda a dire e coraggiosamente ci invita a ridere di tutto, o finiremo per non ridere di niente. Poi fa sue le parole di un giovane James Joyce:

«Sono arrivato alla conclusione che non riesco a scrivere senza offendere qualcuno».

Lo scrittore, come ai tempi di Meno di zero, formula la sua denuncia. Questa volta se la prende con il nuovo mondo, colpevole di stroncare la passione e ridurre al silenzio l’individuo.

Bret Easton Ellis è nato a Los Angeles nel 1964. A ventuno anni pubblica il suo primo romanzo, Meno di zero, da cui verrà tratto un film con Robert Downey Jr. e che impone il suo autore come uno dei piú importanti della sua generazione. Seguiranno Le regole dell’attrazione, American Psycho, la raccolta di racconti Acqua dal sole, Glamorama, Lunar Park e Imperial Bedrooms. In Italia tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

Isabel Allende a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019

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In occasione dell’uscita del suo ultimo libro per Feltrinelli, Lungo petalo di mare che racconta le vicende dei richiedenti asilo sul piroscafo Winipeg nel 1939, la scrittrice Isabel Allende ha incontrato a Torino il pubblico, intervistata da Rosella Postorino, parlando del libro e della sua vita.

Lungo petalo di mare racconta una vicenda di ottant’anni fa, ma sembra che parli del nostro tempo, dell’immigrazione e dei richiedenti asilo, attraverso la vicenda di un gruppo di spagnoli in fuga dalla Spagna di Franco. Conoscevi questa storia da molto tempo, grazie ad una persona che era sul piroscafo Winipeg  e che ha ispirato il personaggio di Victor, come mai la racconti solo oggi?

Conosco infatti la storia del Winipeg da quarant’anni, Victor Rey me la raccontò in Venezuela allora, dove vivevo in esilio dopo essere fuggita dal Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Ne parlo oggi perché il tema dei rifugiati è di attualità adesso, e grazie a Victor ho avuto modo di conoscere dettagli che non ci sono scritti da nessuna parte, sul cibo, su come soffrivano il freddo, sul terrore, sul senso di allontanamento dalla propria patria. Ho tenuto una corrispondenza con lui mentre scrivevo il libro e Victor è morto sei giorni prima che gli potessi mandare il manoscritto, aveva 103 anni ed era lucido.

Nel libro si racconta di questo gruppo di rifugiati spagnoli che scappano dalla dittatura, vanno in Francia dove vengono respinti e chiusi in campi di prigionia, poi grazie a Pablo Neruda arrivano in Cile, dove però trovano difficoltà, a causa della crisi economica ma anche dell’atteggiamento della Chiesa cattolica, che li vedeva come atei, comunisti, anarchici e violentatori di suore. 

Queste cose sono vere, certo, ma va detto che invece la popolazione cilena accolse i rifugiati a braccia aperte, e oggi i loro discendenti sono musicisti, artisti, filosofi, scienziati e hanno dato un apporto al Cile enorme. Purtroppo oggi non succede più questo con i nuovi profughi e rifugiati.

Nel libro ad un certo punto il destino di Victor viene scelto quando soccorre con un massaggio cardiaco d’urgenza salvandolo un giovanissimo soldato, facendo vedere quanto la vita sia fragile ma anche meravigliosa, e come le cose belle possano capitare anche quando non le si è scelte.

La vita di Victor è sempre molto fragile, rischia più volte ma si salva sempre e quell’atto sul cuore di quel ragazzo è un simbolo dell’amore che ha per sé e per gli altri, ma credo che queste siano interpretazioni da critiche, ai lettori piacerà la vicenda nel suo complesso.

Lungo petalo di mare parla di un’identità spezzata, dello sradicamento, ad un certo punto Carmen, la madre di Victor, si chiede dove sarà sepolta, in un’angoscia di sentirsi divisi e di non appartenere a nessun posto.

Il problema di quando si deve fuggire e andare in un altro Paese è il doversi creare nuove radici: anche per me è così, non ho radici da nessuna parte, sono nata in Perù, ho vissuto pochi anni in Cile, poi sono scappata in Venezuela e adesso abito negli Stati Uniti. Comunque quando mi chiedono di dove sono dico che sono cilena. Il Cile ha un magnetismo speciale, anche in un momento difficile come questo, e infatti c’è gente che ci va e ci resta. I passeggeri della Winipeg erano stati messi infatti in guardia dalle donne cilene, molto affascinanti e autoritarie, e del resto anch’io ho detto questo al mio nuovo marito come prima cosa, che sono molto autoritaria e non cambio.

Stiamo assistendo ad un momento difficile per il Cile, tra manifestazioni e repressione della polizia, che non può non ricordare eventi passati ma sempre presenti nella memoria.

Il Cile fino a qualche tempo fa appariva come un Paese stabile e in crescita economica, ma le statistiche non tengono mai conto delle disuguaglianze sociali. L’un per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza e il 10 per cento, compreso l’uno di sopra, il 60 per cento della ricchezza. Per gli altri ci sono solo ingiustizie e povertà, è un sistema economico che non funziona e deve cambiare, e mi fa piacere che i giovani siano in prima fila. Tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa, sono state causate dalla diseguaglianza più che dalla povertà: se tutti sono poveri ci si accontenta, ma se pochi hanno tutto la situazione è insostenibile.

Nel libro è fondamentale il tema della memoria.

Vero, è un romanzo sulla memoria, che è un qualcosa che costruiamo ogni giorno, del resto la Storia è un riflesso del presente.

Nei tuoi libri si parla d’amore, ci puoi dire qualcosa della tua ultima storia sentimentale?

Mi chiedono come è innamorarsi alla mia età, ho 77 anni, ma non è che sono una mummia. Io rispondo che è come innamorarsi a 18 anni, solo che in più c’è l’urgenza di non avere più tempo da perdere, perché non so quanti anni mi possano rimanere. Ho conosciuto Roger, il mio attuale marito, a 72 anni, l’anno prima avevo divorziato da Willy, il mio precedente marito, e pensavo che non avrei più avuto altre storie con uomini. Avevo infatti comprato un piccolo appartamento dove vivere sola con il mio cane.
Un giorno ero a New York  e Roger, rimasto vedovo da un po’ di tempo, mi ha sentita in radio e per cinque mesi mi ha scritto tutti i giorni. Sono tornata in città qualche mese dopo, sono andata a cena con lui e mentre mangiava il primo credo di avergli fatto andare per traverso i ravioli chiedendogli che intenzioni aveva perché io non avevo tempo da perdere. Dopo poco è venuto a vivere con me, e ci siamo sposati qualche mese dopo.

Anche in questo tuo ultimo romanzo si parla molto d’amore, in tutti i suoi tipi, quello adolescenziale, quello duraturo, quello a cui appoggiarsi durante le difficoltà e  quello fatto di pura passione.

Oggi le nostre vite sono molto più lunghe, e in una vita possono starci più amori, e l’amore deve essere in grado di cambiare e rinnovarsi, anche per consolidarsi.

Le tue storie sono piene di personaggi femminili forti e indimenticabili, e anche questo non fa eccezione.

Rosen è diventata forte perché fin da bambina ha dovuto fare i conti con la povertà, lavorando come pastorella per mantenersi, ha conosciuto poi la guerra, ha amato un uomo che è morto e ha messo al mondo un figlio senza padre. Ofelia invece è cresciuta in una famiglia ricca, ha avuto tutto e per questo è fragile, anche perché in realtà è sempre stata succube di una mentalità patriarcale.

Tra l’altro è curioso scoprire che le donne spagnole dell’epoca fossero così emancipate.

La guerra civile spagnola aveva respinto tutta una serie di valori conservatori della Chiesa e delle forze fasciste ed erano emerse le miliziane, donne che ebbero un ruolo fondamentale nella società, rifiutando tutta una serie di ruoli e stereotipi. Rosen si sente dire quando nasce suo figlio senza padre che questo non importa, perché è spagnolo e questo basta.

I rifugiati del Winipeg arrivano in Cile grazie a Pablo Neruda, che rapporto hai avuto con questo personaggio fondamentale della cultura del Ventesimo secolo?

Neruda organizzò lui tutto per far scappare i rifugiati con il Winipeg: personalmente lo incontrai quando ero una giovane giornalista, andai a casa sua per intervistarlo, e lui mi disse che mi trovava pessima, raccontavo falsità e volevo essere al centro dell’attenzione, e che forse avrei dovuto dedicarmi alla letteratura, dove questi non erano difetti ma pregi. E forse la mia carriera di scrittrice è iniziata allora.

“Lettere a Hawthorne”, Herman Melville, a cura di Giuseppe Nori (LiberiLibri 2019) a cura di Viviana Filippini

5 ottobre 2019

lettere H.Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti  scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato  uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.

Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).

Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994). 

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.

:: Il movimento delle foglie di Tom Drury (NN Editore 2019) a cura di Fabio Orrico

12 settembre 2019
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Dopo la bellissima trilogia di Grouse County Tom Drury continua a illuminare angoli perduti d’America con la sua prosa limpida e partecipe. Il movimento delle foglie racconta la storia di Pierre Hunter, giovane barista con qualche talento musicale (suona la batteria e il violoncello, a dimostrazione del fatto che gli abbinamenti banali non fanno per lui) e abita in una regione del Midwest chiamata Driftless Area, un luogo la cui superficie geologica è costellata di burroni, canyon e foreste. Non è un particolare secondario perché, oltre a occupare la copertina dell’edizione americana in quanto titolo originale, questa Driftless Area, con la sua geografia inospitale gioca un ruolo decisivo nella vicenda terrena di Pierre. Se dico vicenda terrena è perchè questa volta Drury tenta un affondo ulteriore. A differenza del ciclo di Grouse County, tenacemente realista, Il movimento delle foglie ci porta in territori che flirtano col sovrannaturale. Sarebbe sbagliato però, inquadrare questo romanzo, gentile ma implacabile, come una storia dai risvolti horror. A tratti, Il movimento delle foglie, mi ha richiamato alla mente il capolavoro di Frank Capra, La vita è meravigliosa, per la capacità di aprire un punto di osservazione sulla vita degli uomini partendo dalla loro morte, facendo epica di quel complesso meccanismo di più o meno meditate scelte e false piste che spesso sembra essere l’esistenza. Il movimento delle foglie inanella senza un ordine preciso pezzi della vita di Pierre Hunter, la sua storia d’amore con la bellissima ed enigmatica Stella Rosmarin e, una volta scelto il focus del racconto, si concede una deriva crime che scuote le giornate di un ragazzo qualunque come Pierre, un ragazzo nel quale identificarsi è davvero molto facile.
Prima ancora del cosa si mette in scena, in Drury diventa importantissimo il come. Scrittore tenero e anarchico, innamoratissimo dei suoi personaggi, Drury illumina il personaggio di Pierre attraverso la descrizione, di volta in volta quasi impressionistica poi più accurata, di fasi cruciali della sua vita. Si parte con l’adolescenza e il primo amore, per poi riferire di un incidente che agisce da acceleratore per il suo destino. Libro stratificato eppure di cristallina semplicità, Il movimento delle foglie è un anti-manuale di scrittura creativa, idiosincratico e poetico, nel quale Drury si prende tutto il tempo che gli serve per dire ciò che gli preme dire e dà prova di una libertà stilistica senza pari.
Abilissimo nello scolpire il carattere e la fisionomia di una personaggio con due frasi, Drury crea in quest’ultimo romanzo un’altra memorabile galleria di tipi. Non solo Pierre ma anche il suo antagonista Shane Hall, criminale scalcinato e senza sensi di colpa, una versione più dark del Tiny de La fine dei vandalismi, e poi il misterioso Tim Geer, sorta di deus ex machina su cui Drury mantiene un riserbo che è dei grandi narratori, quelli che per comunicare non hanno bisogno di spiegare nulla.
Nota a margine preziosa e prismatica del mondo descritto in Grouse County, Il movimento delle foglie è il segnale della spigliatezza e del coraggio di uno scrittore come Tom Drury, tra i più imprevedibili in circolazione.

TomDrury_sitoTom Drury (Iowa 1956) è uno scrittore americano che ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui la fellowship della Fondazione Guggenheim. Dopo aver insegnato nelle università americane, attualmente vive e insegna a Berlino. La fine dei vandalismi, il suo primo romanzo, è uscito negli Stati Uniti nel 1994 ed è stato subito acclamato come miglior libro dell’anno dalle maggiori testate americane.
Uscito a puntate sul New Yorker, ha ricevuto il premio come Notable Book dell’Ala, l’associazione delle biblioteche americane.
NN Editore ha pubblicato anche gli altri due volumi della trilogia ambientata a Grouse County: A caccia nei sogni e Pacifico; nel corso dei prossimi anni pubblicherà la sua intera opera.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ben Pastor – La canzone del cavaliere (Sellerio 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2019

10611-3Esce oggi, 5 settembre, la nuova edizione Sellerio de “La canzone del cavaliere”, che ho avuto modo di leggere nell’edizione precedente, in cui troviamo un giovane, e ancora inesperto, Martin Bora sullo sfondo della sanguinosa guerra civile spagnola,  una sorta di battesimo del fuoco per il giovane tenente ancora idealista e non temprato dalle asperità della vita militare.
Ma già alle prese con un delitto eccellente: quello di Federico Garcìa Lorca.
Siamo nel 1937, Bora viene mandato in Spagna tra le file di Francisco Franco, ed è qui che si trova a indagare sulla morte del celebre poeta. Una morte scomoda, per molti versi, sia per i fascisti che per i repubblicani. Ma a Bora non interessa strumentalizzare l’omicidio come arma politica, lui molto più filosoficamente vuole scoprire la verità, e per quanto possibile consegnare il colpevole alla giustizia.
E in questa lotta contro il tempo si troverà un insolito alleato in Philip «Felipe» Walton, americano, maggiore delle Brigate Internazionali, anche lui impegnato, per la parte avversa, a cercare di capire cosa sia successo.
Sotto il sole rovente della Spagna, Bora farà anche un altro incontro inaspettato che influenzerà la sua vita futura, quello con Remedios, donna enigmatica e misteriosa, che almeno nei ricordi resterà sempre legata a Bora.
Come il paesaggio è una storia aspra e ruvida, che rappresenta bene la giovane età del protagonista, in cui vediamo già presente però la tenacia e l’impulsività che caratterizzeranno poi la sua età adulta. Se amate la serie di Martin Bora da non perdere. Traduzione dall’inglese di Paola Bonini. Titolo originale: The Horseman’s Song.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018.

:: Lee Child: Inarrestabile (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2019
Lee Child

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I vagabondaggi di Jack Reacher nell’America più profonda proseguono in Inarrestabile (The Midnight Line 2017), il titolo originale allude a un fatto fondamentale della storia che porterà all’ipercinetico finale.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato da Longanesi il romanzo se vogliamo è un classico alla Reacher: pullman nella notte, campi di grano sconfinati, dinner e motel polverosi, autostop, luoghi dimenticati da Dio, giusto un puntino sulla cartina.
Questa volta Jack Reacher trova in un banco di pegni un anello. Ma non è un anello qualsiasi: è un anello di West Point, con all’interno un’incisione “s. r. s. 2005”. Basta quello per fargli capire che c’è qualcosa che non va. Per ottenere quel gingillo bisogna sputare lacrime e sangue, e un militare che si diploma a West Point non vende il suo anello commemorativo a un banco dei pegni. Le alternative sono poche: o è stato rubato, o è stato perso, o c’è sotto una storia molto più sinistra.
Anche solo il sospetto che il proprietario di quell’anello possa essere in pericolo, gli suggerisce di cercarlo, al limite se tutto va bene per restituirglielo, per cameratismo o spirito di corpo o come volete chiamarlo. Si sa Reacher ha leggi e regole tutte sue, di onore e lealtà, che ai comuni mortali possono sembrare bislacche o strambe, ma in realtà assolutamente in sintonia col personaggio.
E così inizia a seguire le tracce, il percorso a ritroso di quell’anello, che lo portano prima in un rifugio per biker, e da lì a Rapid City, in una lavanderia gestita da un tipo equivoco, tenuto sottocontrollo dalla polizia locale.
Dopo interrogatori sempre alla sua maniera, un’altra traccia, un altro viaggio, finchè non si aggiungono a lui altri personaggi: un investigatore privato e la sua bella cliente, alla ricerca di sua sorella.
Tassello dopo tassello il mistero si dipana, e non è una bella storia, il peggio del peggio sembra emergere dalle persone, e dirvi di più della trama sarebbe come privarvi del piacere del viaggio.
Viaggiare con Reacher è sempre interessante, per i luoghi che si visitano, per le persone che si incontrano, per il senso di libertà che si respira nei suoi romanzi, seppure i lati oscuri dell’America non siano pochi. Insomma è un thriller action on the road, dove il viaggio in sé è il bello della storia, l’avventura è parte del divertimento, e scoprire dove il mistero porta, il motore che ti fa voltare le pagine, questa volta ben 367, neanche troppe direte voi.
Ben scritto, ben tradotto, ci porta in posti che non frequenteremo mai, che non appaiono nei percorsi turistici, in compagnia di gente perlopiù poco raccomandabile, ma lo fa con una certa dose di realismo e anche molta divertita ironia.
Sempre in bilico tra il cavaliere senza macchia, e il killer senza pietà Reacher è un personaggio anomalo tra i buoni, e non un vero antieroe nel senso classico del termine. Non ha secondi fini, non ha loschi piani o vendette da attuare, non è la sete di guadagno che lo muove. Reacher resta tutto sommato un mistero, indecifrabile come una sfinge.
E una benedizione per i buoni che lo incontrano, che avranno in lui un aiuto ben poco convenzionale. Non segue leggi scritte, non giudica debolezze altrui, non evita di commettere crimini, dal furto all’omicidio, perché appunto conosce una sola giustizia, la sua.
Lee Child insomma ha rivisitato il genere western al tempo di computer, smartphone e armi moderne. E alla fine di ogni viaggio c’è un nuovo pullman da prendere, o un autostop da chiedere. E l’avventura continua.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il naufragio della ragione – Reazione politica e nostalgia moderna di Mark Lilla (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2019

Il naufragio della ragioneMark Lilla saggista americano, docente universitario, collaboratore di riviste americane e inglesi, intellettuale eclettico e stimato è l’autore di Il naufragio della ragione un libro quanto mai necessario nei nostri tempi confusi per capire quali forze, idee, strutture di pensiero sono alla base della sfiducia, del pessimismo, se non del vero e proprio catastrofismo che intride la nostra epoca.
Il naufragio della ragione, composto da una prefazione dell’autore, tre sezioni: pensatori, correnti e eventi, e una postafazione, racchiude tre saggi su pensatori del primo Novecento: Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, poi l’autore analizza due movimenti intellettuali contemporanei: i teo-con un importante filone della destra americana, e un piccolo ma interessante movimento dell’estrema sinistra accademica, devoto a un “nuovo ordine” capace di sfidare l’apparente deriva della storia che vede profonde affinità tra san Paolo, Lenin e Mao. Infine troviamo un saggio relativo a un singolo evento, i terribili attentati jihadisti francesi a Parigi nel gennaio 2015 che contiene due articoli che Lilla scrisse per il “New York Review of Books” relativi a due libri Il suicidio francese di Eric Zemmour e Sottomissione di Michel Houellebecq in cui i francesi, e il mondo intero con loro, cercarono una chiave di lettura illuminata per dare senso ai drammatici fatti appena trascorsi.
Il naufragio della ragione in sintesi analizza con acume e perspicacia una forza tellurica che sembra scuotere in modo sempre più incisivo il dibattito sociale e politico di questi anni difficili che stiamo vivendo: la nostalgia. Per un passato, per un Eden perduto di cui non ci restano che le macerie. La nostalgia, questo sentimento tardo romantico sembra il carburante propulsore dello “spirito reazionario”, spirito che ha attraversato tutta la storia contemporanea, ma proprio a causa della sua immaterialità e indefinitezza non è mai stato sconfitto dalla storia a differenza dello spirito rivoluzionario, che ha portato nel Novecento a tragedie e derive totalitaristiche, di cui è il contraltare.
Ma quando le cose iniziarono ad andare male, quando la storia prese l’accidentata strada che la sta portando verso l’abisso? Su questo i cosiddetti teorici della reazione sono divisi: per alcuni l’après moi le déluge va ricercato a partire dall’illuminismo, altri alla Controriforma, per altri ancora prima a partire dal Medioevo.
Per capire tutto ciò Lilla sceglie tre pensatori del Novecento, i su citati Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss e ne studia il pensiero, le origini familiari, e li mette confronto. Poi analizza le correnti intrise di nostalgia, animate e vivificate dallo spirito reazionario così volubile e volatile, attaccato per molto tempo come retrivo e oscurantista, relegato ai margini del discorso pubblico, e invece oggi quanto mai vitale e quasi riabilitato.
Interessante lo sguardo che dà ai fatti di gennaio 2015 occasione per un’amara riflessione su dove stia andando la società Occidentale e su quali siano stati i germi intellettuali, le idee che hanno portato a questa deriva, questa indubbia crisi che stiamo vivendo. Nella postfazione poi termina con un affascinante parallelismo letterario che ci porta a confrontare Don Chisciotte e Madame Bovary.
Tanti dunque sono i concetti analizzati con spirito lucido e partecipe, tanti i fraintendimenti in cui spesso cadiamo che Lilla stigamatizza e disvela. Innanzitutto pone come punto fermo la sostanziale differenza che esiste tra conservatori e reazionari, spesso confusi. Chiarito questo concetto tutto acquista nuova luce e maggiore chiarezza.
Certamente va ammirata la vasta cultura di Mark Lilla che passa elegantemente e senza apparente sforzo intellettuale da riflessioni teologiche, storiche, letterarie, filosofiche, politologiche rendendo però il testo di fatto complesso, un tantino ostico per il lettore non avvezzo a queste tematiche. Usa un linguaggio abbastanza settoriale il cui intento non è certo quello di farsi capire da tutti ma solo da persone culturalmente preparate per non perdersi tra accenni, ironiche sfrecciatine, riflessioni e sottintesi.
Un po’ del sapore iniziatico dello gnosticismo è calato anche su di lui, anche se forse non del tutto consapevolmente. Tuttavia io ho trovato il testo una lettura stimolante e ricco di rimandi e approfondimenti su concetti che forse non avevo mai messo in relazione a tematiche politiche o politologiche.
Propedeutiche alla lettura di questo testo sono molte letture dalle Lettere di San Paolo, al Corano, alla Città di Dio di sant’Agostino, al Libretto Rosso di Mao, davvero troppe per una sterile elencazione ma Lilla parla a lettori che questi testi li conoscono e possono seguire le sue divagazioni sempre intelligenti e mai avulse da una anche divertente verve polemica.
Destra e sinistra, Europa e America, mondo accademico e opinione pubblica, Islam e cristianesimo, sembra che il mondo contemporaneo viva di blocchi contrapposti antinomie pervase da una nostalgica tensione verso una mitica e immaginaria età dell’Oro, un mondo ideale intriso di valori tradizionali dall’onestà alla purezza di intenti, alla rettitudine che virtuosamente governavano l’agire umano.
Non si può non rivolgerci all’origine delle religioni o per meglio dire dei miti ancestrali che lasciano nell’uomo contemporaneo alcune delle poche certezze che ancora gode, preoccupato dalle incognite del futuro.
Sottovalutare questo significa precludersi una delle chiavi interpretative più che mai necessarie per comprendere il mondo contemporaneo, dalla Russia di Putin all’America di Trump, e le loro politiche di restaurazione e ordine, che sembrano attrarre tanti consensi, ma possono nello stesso tempo contenere i germi di derive dagli sviluppi ancora non del tutto prevedibili. Traduzione dall’inglese di Stefano Travagli e Anita Taroni.

Mark Lilla (1956) insegna al Dipartimento di Storia della Columbia University. Collabora con la «New York Review of Books» e altre riviste americane e inglesi. Autore di diversi volumi, in Italia sono usciti Il Dio nato morto. Religione, politica e Occidente moderno e Il genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin, Kojève, Foucault, Deridda e i tiranni moderni (2010). Con Marsilio ha pubblicato L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Marsilio.

:: Questa parola fidata di Emily Dickinson, curato e tradotto da Silvia Bre (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

14 giugno 2019

cedSilvia Bre continua il suo eccellente lavoro di traduzione della poesia di Emily Dickinson. Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio, esce Questa parola fidata. Sempre per Einaudi.
Il terzo volume in cui la scrittrice e poetessa lombarda si cimenta con le parole della grande poetessa americana.
La traduttrice mostra empatia con Emily e nel suo impegno di portarla nella nostra lingua è fedele al testo originale e ai temi.
La scelta di questa terza centuria di poesie infatti è stata fatta come sempre dalla traduttrice, nel segno del suo personale scavo delle vastità dickinsoniane.
Il bisogno d’assoluto, l’amore per la natura, la sete di Bellezza, sono i valori delle sue più profonde riflessioni. In un mondo dissacrato dalla stupidità, dilaniato da un globale materialismo effimero, il fascino magnetico della sua grande poesia è la risposta che contiene un’eterna luce di verità.
Il rigore assoluto di Emily c’è tutto in queste nuove traduzioni. Nelle versioni della Bre troviamo il doveroso rispetto per il forte sentire della parola asciutta che sulla pagina entra nel cuore del mondo. Traducendo Emily Dickinson, lei ha tentato (e ci è riuscita) di aderire al massimo al suo poetare.
Alla fine Silvia Bre è l’umile annunciatrice dei fecondi frutti poetici di Emily.
Questa parola fidata è un lavoro importante. La traduttrice ce la mette tutta per dirci che oggi vale ancora la pena leggere la poesia di Emily Dickinson.
Le sue sillabe di seta continuano a giungere fino a noi. La bellissima traduzione curata da Silvia Bre conferma l’immensa levatura della grande e immensa poetessa che considerava la propria vita un

«fucile carico / Nell’angolo-fino al giorno in cui /Passò il proprietario-mi riconobbe/E mi portò via».

La Dickinson oggi (più di ieri) è in mezzo a noi con la sua opera e parla alle nostre coscienze. Ci suggerisce di guardarci dentro. Cosi scopriremo di essere stanchi di vivere sofferenti, ingessati in un gelatinoso abito di nulla. La sua poesia viaggia nel senso dell’irrealtà del tempo e dello spazio con le speranze che si alternano alle malinconie. Vuole liberare un sogno di immortalità. E alla fine sprigionare il soffio di eternità impresso nel cuore di tutti.
Ha saputo volare fino agli estremi confini della parola poetica, superandoli. Ha, inoltre, raggiunto la certezza di una spiritualità assoluta.
La Dickinson ci ha insegnato che il poeta ha le chiavi per aprire l’altro mondo. Reclusa nella geometria dell’Estasi ha abbracciato la parola naturale con la contiguità al verso. Tutto ciò che c’è nell’amore nella sua poesia si fa poesia. Soltanto tutto ciò che è poesia giunge al cuore degli elementi, come l’amore è un dardo che raggiunge l’attrito delle passioni. Questa è Emily Dickinson.

Emily Dickinson (1830-1886) ottenne una fama postuma con le sue 1775 brevi liriche. L’edizione completa è pubblicata nei «Meridiani» Mondadori a cura di Marisa Bulgheroni. Per Einaudi sono state pubblicate le Lettere a cura di Barbara Lanati (2006), e le raccolte Centoquattro poesie (2011), Uno zero più ampio (2013) e Questa parola fidata (2019), tutte a cura di Silvia Bre.

Silvia Bre è nata a Bergamo ma è romana di adozione. Tra le sue raccolte di versi: Le barricate misteriose, Marmo e La fine di quest’arte, tutte e tre pubblicate da Einaudi.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Tornano a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: Afrodita di Isabel Allende (Universale Economica Feltrinelli, 1998) a cura di Elisa Napoli

25 marzo 2019

afrodita imageAfrodita, un viaggio tra i sensi, tra le fantasie più perverse e goderecce della tavola e della vita, un mémoire di ricordi e racconti personali condito da ricette succulente e gustose. L’amore e la cucina si uniscono in un mélange perfetto nel quale erotismo e cibo sono per la Allende un binomio prelibato ed irrinunciabile, il cui confine è talmente labile da confondersi. Afrodita vuole essere un viaggio guidato dal piacere del palato e dalle tre guide che hanno accompagnato la stesura dello stesso: Isabel, straordinaria e divertente nella sua inclinazione ciceronica, Panchita, fantasiosa ed intuitiva cuoca nonché madre dell’autrice, e Robert, amico e abile disegnatore di ninfe e satiri baccanti protagonisti del libro. Non è un ricettario ma un qualcosa di unico, di atipico, un testo nel quale la lussuria e l’erotismo accompagnano questa interessante lettura, sapientemente indirizzata dalla sensualità e dall’autoironia di una scrittrice che, per la prima volta, si mostra per come è. Non solo una delle autrici latinoamericane di maggior successo ma la regina della cucina che, rifuggendo dall’archetipo domestico, spazia nelle perversioni e nei piaceri risvegliando nella nostra mente desideri voluttuosi sapientemente accostati a succulenti piatti. Ciliegie civettuole, pere ubriache, sospiro di carciofi, mele stregate, salse ed entrées sono dei veri e propri inviti al peccato che noi tutti aneliamo volendone cibarci. Ma il vero piatto forte è l’amore, vissuto senza paracadute, senza freni, regole, con una buona dose di romanticismo e, perché no, di simpatia. Isabel Allende è estremamente esilarante, cinicamente divertente, capace di risvegliare primitivi istinti, ridestando ad uno ad uno i nostri sensi conducendoci verso il peccato originale che, a ben pensarci, altro non è che la disobbedienza di cui possiamo servirci in piccole dosi, in amore ed in cucina.

Isabel Allende è nata a Lima nel 1942, vivendo poi in Cile fino al 1973. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. È una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola.

Source Acquisto personale.

:: Il ritorno e altre prose di Thomas Wolfe a cura di Francesco Cappellini (Via del Vento Edizioni) a cura di Daniela Distefano

22 febbraio 2019

THOMAS WOLFE 1Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:

Sette anni lontano da casa, e ora sono tornato. Che c’è da dire? Il tempo passa e mette un cappio alla discussione. C’è troppo da dire; c’è così tanto da dire che deve essere detto; c’è così tanto da dire che non sarà mai detto: lo diciamo nella solitudine appassionata della gioventù, o delle diecimila notti di assenza e poi ritorno. Ma alla fine, la risposta a tutto è che tutto è tempo e silenzio, basta; dopo non rimane più nulla da dire”. IL RITORNO

THOMAS WOLFE 2Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.

Perché dappertutto, in mezzo a queste tenebre immortali che attraversano la terra, c’è stato qualcosa che si muoveva nella notte, e qualcosa che si agitava nel cuore degli uomini, e qualcosa che piangeva nelle grandiose profezie di quelle lingue mute, di quel sangue selvaggio rimasto inespresso. Dove andremo ora? Che faremo? Il blu grigiastro del mattino tra gli scoscesi pendii, accelerazione del tempo nei passi svelti, fino alle vette di mezzogiorno; quotidiano e incessante il traffico furioso sulle strade affollate; ora e per sempre, a tirar su edifici oltre la cresta della marea che monta di questi tempi; sospese nel cielo contro il cristallo di questo blu così fragile, zanzariere che sbattono, dalle griglie in acciaio, l’ottuso rumore ritmico dei macchinari”.

Questa raccolta costituisce il prologo di una produzione che ha preannunciato una poetica d’oro. Non c’è un “purtroppo” ma solo un “destino”: Thomas Wolfe è stato il gigante con il cervello che era una miniera di immagini luminose e parole incisive, perforanti la nostra mente, il nostro pensare. Ha detto tutto quello che aveva da dire e da tacere, poi se ne è andato senza avere nemmeno quarant’anni, troppo o troppo poco per comprendere il perché della Vita.

Thomas Wolfe nacque il 3 ottobre 1900 ad Asheville, città turistica della Carolina del Nord. La famiglia si spostò di frequente nei suoi primi anni di vita, contribuendo allo spaesamento e al senso di inadeguatezza del piccolo Thomas, segnato peraltro dalla morte per tifo del fratello Grover. Iscritto presso le scuole pubbliche, Wolfe ebbe la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e di appassionarsi velocemente alla letteratura, avvicinandosi alle opere di Walter Scott, Dickens, Stevenson, Allan Poe e molti altri. Dopo il diploma, Thomas Wolfe cominciò a frequentare la North Carolina University, dove inizialmente ebbe a scontrarsi con i pregiudizi e l’ostilità dei compagni, avversi alle sue origini provinciali e alle sue stranezze fisiche (il giovane misurava più di due metri d’altezza). La sua situazione migliorò l’anno seguente, quando iniziò a distinguersi scrivendo per il giornale della scuola, il Tar Heel Magazine, su cui comparve un suo componimento dedicato alla Grande Guerra. Lo stesso anno segnò un nuovo lutto nella vita del giovane scrittore, che perse il fratello Ben, cui era fortemente legato e di lì a poco, dopo aver ottenuto dai genitori il permesso di frequentare un anno ad Harvard, un’altra tragedia colpì la sua famiglia con la morte del padre. Nel frattempo il suo talento andava sviluppandosi, soprattutto nella drammaturgia, ma quando diede alle stampe Welcome to our city, una pièce autobiografica ambientata ad «Altamont» trovò di fronte a sé una forte opposizione da parte della classe editrice. Sconfortato, accettò un posto come insegnante alla New York University e lì rimase per sei anni. Nel 1924 affrontò per la prima volta un viaggio nel vecchio continente: visitò Inghilterra, Francia e Italia, e durante il viaggio di ritorno conobbe il suo grande amore, Aline Bernstein, sposata e di venti anni più grande di lui. Fu in questo periodo che Wolfe cominciò a stendere O lost, portato a termine solo nel 1928 e per il quale l’autore ebbe molto a lavorare per trovare una casa editrice, infine individuata nella newyorchese Scribner’s Sons. Una fortuna non da poco, considerando che tra gli impiegati figurava Maxwell Perkins, curatore di Hemingway e Scott Fitzgerald. Lo stesso Perkins propose al giovane Wolfe di lavorare alle sue opere, e gli suggerì alcune modifiche strutturali al romanzo presentato, nonché la sostituzione del titolo con Angelo, guarda il passato, sulla scorta del poema di Milton. Il romanzo fu un successo e spinse Wolfe a lavorare duramente alla scrittura. Per ovviare alle distrazioni mondane della Grande Mela, lo scrittore si trasferì a Brooklyn e interruppe la relazione con Aline. Tuttavia, tutte le bozze presentate non convinsero Perkins, che le rigettò puntualmente, fino a proporgli nel 1933 di stendere il seguito di Angelo, guarda il passato. Thomas Wolfe accolse l’idea e stese un’epopea in più volumi sul modello de Alla ricerca del tempo perduto dal titolo The October fair.Ancora una volta, Perkins non ne fu entusiasta e operò tagli drastici, fino a ridurre l’opera monumentale a un solo volume, cui diede il nome di Il fiume e il tempo. Wolfe poi decise di tornare in Germania. Correva l’anno 1936, e il Terzo Reich ospitava le Olimpiadi. Il clima di oppressione, di violenza, che le strade tedesche sperimentavano spinse Wolfe a scrivere una storia ispirata al regime nazista intitolata Have a thing to tell you. Pur continuando la sua attività di scrittore con grande regolarità, Wolfe non diede mai più nulla alle stampe, accontentandosi di raccogliere manoscritti, pubblicati postumi: The web and the rock, You can’t go home again e A western journal. Quest’ultimo romanzo in particolare fu steso a partire dall’esperienza dei suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti intrapresi nel 1938 e, sfortunatamente, rivelatisi fatali. Nel corso di una delle sue avventure contrasse, infatti, l’influenza bevendo del whiskey con un vagabondo, ma il virus andò a peggiorare una tubercolosi cerebrale latente che lo condusse nel giro di un mese alla morte. Il suo stile è stato da molti definito “romantico” per gli estremi emotivi cui va incontro, in parte mutuati anche dalla sua vicinanza a letterature più europee. Il risultato è un andamento unico ed estremamente variegato, capace di scivolare dal regime torrentizio dello stream of consciousness all’asciuttezza dell’asserzione scientifica passando per l’opulenza di un dettato barocco. A seconda della stima che di lui ebbero critici e lettori, la sua opera è stata variamente descritta come tediosa, pesante ed eccessivamente focalizzata sul sé o come intensamente introspettiva, con notevoli picchi poetici. In Italia, le sue opere cominciarono a essere tradotte non prima degli anni Cinquanta, e comunque con una scarsa sistematicità.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento Edizioni”.