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:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animiamo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017)

15 aprile 2018
L'altro addio

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Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Il suo nome quel giorno di Pietro Spirito (Marsilio 2018) a cura di Viviana Filippini

28 marzo 2018
Il suo nome quel giorno

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Vi siete mai chiesti come sarebbe scoprire che il vostro vero nome non è quello che avete sempre usato, e che le persone che avete sempre chiamato mamma e papà, in realtà non sono i vostri genitori? È lo shock che accade a Giuliana la protagonista di “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito, edito da Marsilio. Giuliana, sposata con un bambina, vive in Sudafrica, dov’è cresciuta in armonia grazie ad  una famiglia benestante di origini italiane. Quando i genitori muoiono, Giuliana scopre, non solo che la madre e il padre non sono i suoi veri genitori, ma che il suo nome non è quello da sempre usato. Giuliana in realtà si chiama Giulia ed è figlia di una donna che l’ha concepita in un campo di profughi della Venezia Giulia e che non ha esitato a venderla, come un mero oggetto, per avere dei soldi in cambio. Giuliana resta sconvolta da tale verità, ma questo non le impedisce di raccogliere le sue cose e di partire alla ricerca della sua vera madre. Prima di lasciare l’Africa, la protagonista usa il web per contattare tutti gli archivi possibili e immaginabili per trovare informazioni, e dopo centinaia di migliaia di mail, finalmente, una risposta arriva. Lui è Gabriele -archivista alla cassa pensionistica dei marittimi- pronto ad aiutarla. Quello compiuto da Giuliana/Giulia è un viaggio alla ricerca delle proprie radici, per dare un senso ad un passato che credeva di conoscere, ma che non è quello che ha sempre creduto. La protagonista è determinata, lei vuole scoprire e incontrare i suoi veri genitori. Questo suo bisogno non avrà vita facile, perché dovrà scontrarsi con la chiusura di Vera, sua madre biologica che non sarà così contenta di rivedere quella bambina, diventata donna, che lei abbandonò quaranta anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è costruito con una perfetta alternanza tra presente e passato, dove la vita di Giuliana/Giulia si alterna a quella della madre biologica Vera nel campo profughi negli anni Cinquanta. Pagina dopo pagina il lettore scopre la dura vita che Vera fu costretta ad affrontare in quanto sfollata e esule. Povertà, ristrettezze economiche, un lavoro che non sembrava mai arrivare, relazioni non sempre d’amore saltuarie, incomprensioni con i genitori e con il mondo che sembrava non volere, o meglio, riposizionare nella società gli esuli. Poi l’inaspettata gravidanza che mette in crisi, in modo ancora maggiore, l’esistenza di Eva. Una vita nuova che arriva ma che non si è pronti ad accogliere e crescere. Una madre troppo giovane (Eva) che, nonostante tutto, decide di far nascere la figlia e di cederla ad altri, forse non per non amore, ma per dare un domani migliore alla piccola Giulia. Il romanzo di Pietro Spirito analizza il vissuto di diverse generazioni e quando figlia e madre si troveranno a confronto, per Giuliana/Giulia tante verità saranno svelate, ma tanti altri dubbi e perplessità verranno a galla. Di certo è che la voglia di conoscere le proprie origini da parte della protagonista non trova lo stesso entusiasmo nella madre Vera, che sembra chiudersi sempre più in se stessa, dimostrando di essere ben decisa nel non voler riallacciare i rapporti con Giuliana/Giulia cresciuta nel suo corpo anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è un romanzo che affronta una parte della storia italiana non ancora abbastanza conosciuto. Allo stesso tempo ci presenta un umanità fragile, messa a dura prova dalla vita, dove nessuno è davvero vincitore e vinto, eroe o colpevole. Direi che tutti i personaggi sono dei sopravvissuti al corso della vita, che a volte prende pieghe inaspettate e ben diverse da quello i personaggi – e anche noi- vorremmo.

Pietro Spirito nato a Caserta nel 1961, vive a Trieste. È giornalista alle pagine culturali del «Piccolo». Collabora con la Rai per programmi radiofonici e televisivi. Tra i suoi libri più conosciuti: Le indemoniate di Verzegnis (Guanda 2000, Premio Chianti), Speravamo di più (Guanda 2003, finalista al Premio Stega), Un corpo sul fondo (Guanda 2007), Il bene che resta (Santi Quaranta 2009), L’antenato sotto il mare (Guanda 2010). Fra i reportage ha pubblicato Squali! Viaggio nel regno del più grande e temuto predatore dei mari, diario di una spedizione in Sudafrica (Greco&Greco 2012) e Nel fiume della notte, viaggio dalle sorgenti alla foce del Timavo, tra Italia e Croazia (Ediciclo 2015).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: I prescelti di Steve Sem-Sandberg (Marsilio 2018) a cura di Micol Borzatta

14 febbraio 2018
I prescelti

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L’ospedale viennese Spiegelgrund non esiste più.
Famosissimo negli anni tra il 1940 e il 1945 come istituto per raddrizzare i bambini ribelli e assistere quelli affetti da malattie mentali.
Adrian è uno di questi bambini. Dopo un’infanzia piena di problematiche molto forti viene rinchiuso nell’istituto nel 1941.
Mentre la persone fuori pensano che, una volta entrati, i bambini vengano seguiti e veramente curati, nella realtà dentro a quelle mura è un vero inferno, dove i medici si dedicano a torture di ogni genere e all’eutanasia infantile che Berlino pretende e obbliga di effettuare.
Ovviamente tutti i sensi di colpa vengono sopiti con la scusante che si stanno solo seguendo degli ordini, così che i coinvolti possono andare avanti con le loro vite senza dover prendere atto delle loro azioni.
Romanzo molto forte che dopo una partenza lenta in cui conosciamo il passato di Adrian, prende il via con toni pesanti e duri quando inizia la sua vita dentro all’istituto.
Molto ben descritto anche il personaggio dell’infermiera Anna Katschenka, che ci trasmette la dualità dei suoi sentimenti. Infatti Anna ama moltissimo i bambini, li ha nel cuore, però è anche fedele e leale al regime, con un forte senso del dovere che le fa eseguire tutti gli ordini che le vengono dati, facendola passare così come un mostro disumano, ma che dentro di sé è a pezzi dal dolore.
Un romanzo che narra una realtà diversa del tempo del nazismo, una realtà più pediatrica, più infantile, una realtà che non siamo abituati a sentire e che ci distrugge l’animo durante la lettura, nonostante sia intramezzata dalla finzione romanzata.
Un modo diverso per ricordare e vivere il periodo della guerra senza fossilizzarsi sempre e solo sui campi di concentramento.

Steve Sem-Sandberg nasce nel 1958 ed è uno dei migliori scrittori svedesi apprezzati. Ha già pubblicato il romanzo Gli spodestati che è stato pubblicato in oltre 20 paesi, ed è stato un caso internazionale vincendo l’August Prize, il più prestigioso premio letterario di Svezia.
I prescelti ha vinto in Francia il Prix Médicis come miglior romanzo straniero e il Prix Transfuge come miglior romanzo europeo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna Chiara dell’ Ufficio Stampa.

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:: Ballando nel buio di Roberto Costantini (Marsilio 2017) a cura di Federica Belleri

6 dicembre 2017
Ballando nel buio

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Torna Roberto Costantini con una nuova storia che vede protagonista Michele Balistreri. Due sono i piani temporali utilizzati dall’autore, come sempre accade nei suoi romanzi. Dal 1974 al 1986. Dodici anni che lo hanno visto ritornare a Roma da Tripoli, dopo l’arrivo in Libia del colonnello Gheddafi. Dodici anni durante i quali ha vissuto le ribellioni e i pestaggi ai “rossi”, le stragi dell’Italicus e di Piazza della Loggia. Anni nei quali insegnava arti marziali in una palestra e dove fare i soldi era l’unico modo per essere liberi. Ora Michele è commissario alla Omicidi e si confronta con il progresso tecnologico e l’arrivo dei primi pc, che lui chiama i “mostri”. Non ha dimestichezza con questi aggeggi e ne è quasi spaventato. È arrabbiato Michele, per ciò che ha vissuto in passato, per l’amore che non ha mai dimenticato e per il suo modo di chiudersi nei confronti degli altri. L’indagine che gli affidano è pericolosa e lo coinvolge nel profondo. Sarà in grado di gestirla? Balistreri non è più un ragazzo, ora è un uomo. È stato istruito in un certo modo, e sa come difendersi. Quando però inizia a scavare nel torbido dell’inchiesta, capisce di non poterla affidare a nessun altro, perché lui ne diventerà protagonista assoluto. Non ci saranno più bottiglie molotov da lanciare, ma dossier e fotografie scattate e segretate. Ci saranno bugie così ben costruite da ingannare tutti. Ci sarà la sua dannatissima rabbia, che tornerà con prepotenza, con forza … Non sarà più il tempo di lavare via le offese con il sangue, ma di individuare il colpevole che ha ucciso i suoi amici. E l’amicizia, conta ancora qualcosa? O è solo disperazione nascosta da falsi sorrisi?
Ballando nel buio ripercorre un’epoca, fra Nietzsche e citazioni musicali. È un’indagine che divora, per non essere divorata. È una lotta fra Servizi Segreti, legalità, politica, mafia e terrorismo. È l’amore ricevuto in maniera sbagliata che porta all’odio puro, senza possibilità di riscatto. È la capacità di Balistreri di affrontare la realtà chiudendo un occhio di fronte alla verità. Perché fa male, perché non si può cambiare.
Assolutamente consigliato. Ottima lettura.

Suorce: libro del recensore.

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:: Il poliziotto di Shanghai, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2017)

31 luglio 2017

1Mettetevi comodi, sarà una lunga recensione, l’ultima prima della chiusura del blog per agosto. Oggi vi parlerò di un libro molto particolare, per struttura narrativa, temi, stile, che ho avuto modo di leggere, un po’ perché apprezzo l’autore, di cui seguo la serie poliziesca dedicata all’ ispettore Chen Cao, un po’ perché amo l’Oriente, e per la precisione la Cina, la sua gente, la sua cultura, la sua cucina, e leggo libri che riguardano la sua storia, sia antica che contemporanea. Il libro di cui vi parlo oggi si intitola Il poliziotto di Shanghai – Come fu che Chen Cao divenne ispettore (Becoming Inspector Chen, 2016) di Qiu Xiaolong, edito in Italia da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella.
Decimo episodio della lunga e fortunata serie che ha permesso a un professore di letteratura della Washington University di Saint Louis, appassionato di poesia classica cinese ed di T. S. Eliot, di lasciare l’insegnamento e di scrivere a tempo pieno, (la scrittura come l’insegnamento sono per lui una missione, come ci ha detto in una nostra intervista), di girare il mondo tenendo conferenze e presentazioni, e perfino ritornare in Cina dopo l’esilio in America, forte del suo ruolo socialmente riconosciuto di scrittore apprezzato internazionalmente.
Inizio col dire, parlando del suo libro, che la parte più interessante e insolita è rappresentata dalla struttura narrativa. Abbiamo tre unità narrative separate: nella prima Chen Cao (il personaggio) racconta la storia in prima persona, e in seconda persona, il prima, la sua giovinezza, i suoi studi; nell’ unità centrale l’autore ci racconta la prima indagine dell’ispettore in terza persona; e infine l’ultima unità è spiccatamente autobiografica, l’autore ci parla di sé in prima persona e ci racconta, usando come specchio Lu un suo amico di infanzia, perché ha iniziato a scrivere, che peso ha avuto nella sua vita la serie da lui ideata. Nel post scriptum l’autore ci parla delle difficoltà riscontrate nel scrivere questo volume retrospettivo il libro si rifiutava di coagularsi in un insieme organico, sicuramente dovute al fatto che la complessità di ciò che si apprestava a fare, necessitava anche un complesso organismo narrativo, in cui arte, ispirazione e vita fossero strettamente connessi e correlati. hjDa qui l’insolita forma del romanzo, forse il più difficile complesso e drammatico che abbia scritto finora. Entriamo e usciamo dal personaggio, entriamo e usciamo dalla vita dell’autore come amici invitati a discutere di temi anche molto dolorosi come le ripercussioni della Rivoluzione Culturale sulla sua famiglia e la sua vita, o l’esilio in America dopo Tienanmen. Se la struttura può apparire insolita, lo stile è sempre lo stesso limpido e poetico, impreziosito da proverbi, citazioni di poesie, rimandi a saggi del pensiero filosofico e politico cinese.
La grande serenità raggiunta gli permette di narrare avvenimenti anche dolorosamente drammatici del passato, con una voce tranquilla e trasparente, che non perde di obbiettività e a tratti di imparzialità. Lo stile è piano, come un lungo fiume tranquillo, in cui passato e presente si uniscono senza cesure o interruzioni. Chen Cao più che un personaggio e un’ immagine riflessa dell’autore che gli permette di tornare indietro e fare i conti, forse scendere a patti, con fatti di cui lui stesso scopre le ripercussioni scrivendoli. Una forma originale di metanarrazione, dove l’autore parla anche di scrittura, di stile, di letteratura, (tanto sono i classici citati da Il conte di Montecristo a Bel Ami, a classici più recenti come L’insostenibile leggerezza dell’essere), di poesia dove cita poesie adatte al suo stato d’animo o che servono a esplicitare uno snodo della narrazione.
E nello stesso tempo fa conoscere ai lettori, a noi tutti, avvenimenti anche nascosti o trascurati della storia, del nostro presente più o meno recente. Vivere dal di dentro la Rivoluzione Culturale, dalla parte delle vittime è sicuramente straniante, ma nello stesso tempo un’ esperienza di crescita e di consapevolezza. jkQuando parla delle sedute di autocritica a cui fu costretto il padre del personaggio Chen Cao, non è difficile vedere i riflessi di avvenimenti simili capitati nella sua storia familiare. Perseguitato, e discriminato perché appartenente a una famiglia i cui membri erano definiti “nemici di classe del proletariato” borghesi, intellettuali, capitalisti, neri.

Di regola, durante una di queste sedute di critica rivoluzionaria il nemico di classe era costretto a sfilare fino a un palco o in uno spazio aperto sotto un grande ritratto di Mao, a capo chino in segno di pentimento e con il collo gravato da una lavagna su cui era scritto il nome del colpevole barrato da una croce; oppure talvolta, con la testa ricoperta da un alto cappello di carta bianca che simboleggiava gli spiriti maligni dell’aldilà.

Ma cosa fu la rivoluzione culturale, chi erano le Guardie Rosse, che ruolo giocò Mao in questo processo teso a sradicare gli ultimi residui delle vecchie idee borghesi e capitaliste, per il trionfo della rivoluzione comunista del proletariato? Si possono leggere numerosi libri sull’argomento, diari, articoli giornalistici, memorie di anziani protagonisti di queste vicende, ma è anche utile leggere un romanzo che utilizza la fantasia solo come collante di fatti reali o perlomeno percezioni personali. Quando i giovani studenti furono mandati in campagna per la rieducazione, sembra di vederli sradicati dalla loro realtà, trasformati in improbabili contadini. La frantumazione di un’ ipotetica classe intellettuale che in un modo o nell’altro avrebbe potuto opporsi e contrastare i piani politici di Mao, un capo assoluto, che scrive poesie, di cui Qiu Xiaolong cita dei brani che andavano recitati dagli studenti.
Mao Zedong in una foto del 1966, all'inizio della Rivoluzione culturlae cinese
Tornando alla trama puramente poliziesca, (della seconda parte) vi è descritta la prima indagine di Chen Cao, quando non era ancora l’ispettore Chen Cao, ma un semplice laureato che conosceva l’inglese, destinato a entrare nella polizia (il lavoro te lo sceglieva lo stato, il partito, nell’ottica della sua programmazione di ogni fase della vita), utilizzato per tradurre testi per il dipartimento di polizia. Chen Cao subito si mette in luce per acume, intraprendenza e doti investigative, brilla di luce propria, rendendosi subito utile ai superiori, ai piani alti della gerarchia.
Chen Cao risolve i casi e non se ne prende manco il merito, sembra dirci divertito l’autore. È un meccanismo perfetto nell’ oliata macchina governativa. È un probo dipendente dello stato, fedele, efficiente, per nulla inquinato da sete di rivendicazione o vendetta. Pur tuttavia resta essenzialmente un poeta, che ama la buona cucina cinese (deliziosi sono le descrizioni della cucina tipica regionale, le ombrine al cartoccio da provare), la letteratura anche Occidentale, si innamora delle ragazze (anche di quelle che magari interroga per un’ indagine), ama far collimare i pezzi di un’ indagine investigativa, scagionando gli innocenti e assicurando alla giustizia i colpevoli. Un burocrate forse, e per questo tollerato, anzi apprezzato.
Resta interessante scoprire come è la vita quotidiana dei cinesi, in bilico tra tradizione e modernità, tra lealtà e corruzione, tra comunismo teorico e capitalismo pratico. In un susseguirsi di contraddizioni, incoerenze, irrazionalità. Ma resta un popolo vivo e vitale, in cui il comunismo non ha fatto solo danni, esaltando lo spirito comunitario e solidale, nelle riunioni serali lungo la via, nel coraggio individuale, nel rispetto degli anziani, nell’amore per la natura sebbene i tassi di inquinamento siano i più alti del pianeta. Non è tutto buio in questo libro, c’è molta luce, allegria, voglia di cambiare.
E c’è nostalgia, dell’autore per un paese che ha dovuto lasciare ma non ha mai dimenticato, e quando può rivisita, anche se tutto cambia, in una continua e mutevole corsa verso il futuro. Dove prima sorgevano i vicoli o le case coloniali, ora ci sono grattacieli e parcheggi, i vecchi negozi vengono sempre più sostituiti dalle catene internazionali, dal cibo all’abbigliamento, dall’arredamento alle librerie, dove si trovano anche i libri di Qiu Xiaolong.
Da leggere.

Xiaolong Qiu scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre ai dieci episodi della serie dell’ispettore Chen, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa.

Source: acquisto personale.

:: La moglie perfetta, Roberto Costantini (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017
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Nel 2001 in una Roma assolata si intersecano le vicende di due coppie: da un lato il professore italoamericano di matematica Victor Bonocore, in Italia per impegni accademici, con la moglie Nicole Steele, dall’altra il pubblico ministero Bianca Benigni e il marito Nanni, psicoterapeuta. Due coppie che nascondono non pochi segreti, come le violenze di Victor su Nicole, che spinge la donna a chiedere l’aiuto di Nanni come terapeuta, attratto da lei ma anche dalla sua sorella sexy e pericolosa, Scarlett, che fa emergere i suoi mai sopiti problemi coniugali.
In parallelo compare il commissario Michele Balistreri, alle prese con il suo passato mai risolto legato anche ai legami poco chiari di suo padre con la mafia e ai suoi con l’eversione di estrema destra. Balistreri si trova a dover investigare sulla morte atroce di una ragazza, Donatella, che sembra risolta come un fatto di cronaca legato agli ultras fascisti e ad uno di loro particolarmente pericoloso. Il tutto sembra chiudersi con la morte del principale indiziato, ucciso dal padre di Donatella che poi si suicida, ma Balistreri sente che forse c’è dell’altro a cui non riesce ad arrivare.
Tutto viene sconvolto dalla morte di Victor Bonocore, dopo gli ennesimi maltrattamenti contro la moglie Nicole, che ha cercato protezione da Nanni: il commissario Balistreri indaga insieme a Bianca Benigni, credendo di aver trovato la colpevole in Scarlet Steele e coinvolgendo nell’arresto anche Nicole. Ma tutto precipita, Nicole sparisce, Scarlett si prende quattro anni per falsa testimonianza e quello che poteva nascere tra Bianca e Balestreri rimane in un limbo perché lei preferisce trasferirsi da Roma per amore del figlio leggermente autistico.
Passano dieci anni, a Balistreri capitano tante cose, compreso il ritrovare una figlia che non conosceva: un giornalista che indagava sul caso, ormai malato, lo contatta e gli dà nuove dritte. Per il commissario è giunto il momento della verità, oltre che di reincontrare Bianca Benigni, un quasi amore mai dimenticato, ormai separata dal marito e con il figlio grande e finalmente autonomo.
Dopo la trilogia del male Roberto Costantini ripropone il suo antieroe, in un intreccio parallelo ai fatti raccontati nei precedenti libri, ma alla fine godibile anche senza conoscerli. Anche questa volta si mescolano passato e presente, un cold case mai risolto e il desiderio di giustizia, le manipolazioni e le bugie che ci sono in tutti i matrimoni, forse anche solo per amore o per un significato sbagliato dato a questo, gli errori che si vorrebbero nascondere e un futuro che potrebbe essere diverso, ma forse tutto è già deciso e impossibile da cambiare. Un romanzo più psicologico che d’azione, che racconta anche di certe realtà nascoste italiane, dove Michele Balistreri si conferma un personaggio complesso, certo scomodo, ma alla fine con una sua umanità che non possono non farlo apprezzare, circondato alla fine da gente molto peggiore di lui. Sperando ovviamente che questa non sia la sua ultima indagine.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), è ingegnere, è stato consulente aziendale e oggi è dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con protagonista il commissario Michele Balistreri, composta da Tu sei il male, Il male non dimentica e Alle radici del male, bestseller in Italia, già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, con cui ha vinto il premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”.

Source: acquisto del recensore.

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:: Nel nome di mio padre, di Viveca Sten (Marsilio, 2016) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 maggio 2016
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Micol Borzatta

Novembre 2006. Sandhamm. Una ragazzina, Lina Rosén, sparisce mentre tornava a casa in bicicletta dopo aver passato la serata a casa dell’amica del cuore. L’ispettore Thomas Andreasson viene chiamato immediatamente a investigare, ma purtroppo non c’è traccia di Lina. Le indagini rimangono bloccate e il corpo della ragazzina non viene mai ritrovato.
Febbraio 2007. Nora è costretta ad andare a una festa, non ha nessuna voglia, ha la testa piena di pensieri. Mentre sta cercando di sbrogliare la matassa che ha in testa un’altra partecipante alla festa le sta parlando. Le parole continuano a uscire velocemente, ma a un certo punto qualcosa attira l’attenzione di Nora. La signora sta infatti parlando di una sua amica infermiera che ha una relazione con un dottore sposato di nome Henrik. Peccato che Henrik è il marito di Nora.
Ritorna a casa il più velocemente possibile e sbatte fuori di casa il marito. Decide poi di approfittare delle vacanze dei figli per andare con loro a Sandhamm, l’isoletta in cui hanno la casa e dove Nora ci è cresciuta da piccola.
Arrivata sull’isola spera di passare qualche giorno tranquilla ma purtroppo non sarà così. I bambini infatti mentre giocano trovano un corpo sepolto dalla neve. Sembrerebbe una ragazzina.
Viene chiamato immediatamente Thomas Andreasson che inizia subito le indagini sempre più convinto che sia il corpo di Lina.
Nora, che conosce Thomas fina dall’infanzia, decide così di unirsi alle indagini e di far chiarezza su quel ritrovamento.
Un romanzo dal classico stile nordico, non solo per le ambientazioni, ma anche dal ritmo di narrazione.
Si nota fin da subito che Sten Viveca è stata molto ispirata da Camilla Lackberg, non solo dalla presenza di una coppia di investigatori che si conoscono fin da bambini, ma anche dallo stile delle descrizioni.
I luoghi e i personaggi infatti non sono per niente originali, molto stereotipati, anche se comunque ben definiti, tanto che il lettore riesce subito a immedesimarsi e a legare con loro, che tutto sono tranne che semplici comparse.
Un’altra bravura da riconoscere a Viveca è la capacità di mischiare la storia di base con le vicende personali dei personaggi, creando così linee secondarie che portano il lettore ad avere dubbi e a essere depistato dalla soluzione del mistero che non capirà per certo se non alla fine del libro.
Un romanzo adatto a qualsiasi lettore che voglia avvicinarsi alla narrativa gialla scandinava.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Anna Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Elena Romanello

Dalla Svezia arriva per Marsilio una nuova voce del thriller, già definita la nuova Lackberg, che non vuol dire comunque essere un suo clone.
L’isola di Sandön, chiamata Sandhamn da chi ci vive, esiste veramente, ed è sul Mar Baltico al largo di Stoccolma. Nei mesi estivi è una rinomata località turistica, tra spiagge bianche e un cuore di boschi, d’inverno ha gli stessi problemi della terraferma a quelle latitudini. In un novembre gelido, quando sull’isola sono rimasti solo i residenti, una sera scompare Lina, vent’anni, dopo una serata passata con la sua migliore amica. La madre dà subito l’allarme, anche perché non si capisce cosa possa esserle successo in un posto così tranquillo, e a Sandhamm arriva l’ispettore Thomas Andreasson, originario dell’isola, che si trova a dover fare i conti con un clima non certo amichevole per girare e fare ricerche. A lui si unisce Nora, sua amica d’infanzia, avvocato in fuga da un matrimonio infelice, che si è rifugiata a Sandhamm e che si rivelerà una valida alleata, soprattutto quando alcuni mesi dopo un gruppo di bambini dell’isola farà una macabra scoperta nei boschi.
Il tema dei delitti che si nascondono dietro ad un luogo idilliaco non è nuovo e Camilla Lackberg è stata maestra a raccontare questo, tenendo conto che le democrazie scandinave hanno rivelato nei loro thriller tanti lati oscuri nascosti nelle pieghe della società, tra estremismi politici, violenza contro le donne, razzismo, discriminazioni e conti mai fatti con il passato, soprattutto con il periodo nazista dove nel Nord Europa ci furono non pochi fiancheggiatori. In questa storia, tra un inverno gelido che ridimensiona un piccolo paradiso e un’estate in cui il paradiso è contaminato dall’inferno, è il passato che torna il grande responsabile, un ricordo di quando Paesi all’avanguardia oggi comunque nei costumi e nelle libertà erano decisamente bigotti e legati a schemi arcaici, cose che possono anche a distanza di anni scatenare rabbie e rancori.
Nel nome di mio padre è l’ennesimo titolo di un filone che non stanca, che riesce comunque a raccontare storie interessanti, forse anche perché sa entrare nell’animo umano, uguale anche in un’isola che oscilla tra inverno e estate, tra inferno e paradiso. I due protagonisti, che si ritroveranno in altre storie, sono un’altra di quelle coppie riuscite, anche loro alla fine legati al passato e a un luogo da cui non riescono a staccarsi.

Provenienza del libro: dono dell’ufficio stampa, si ringrazia Chiara Tiveron

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Viveca Sten è nata a Bergstedt nel 1959 ed è una scrittrice e avvocato svedese. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva Omicidi a Sandhamn, con protagonisti il detective Thomas Andreasson e la sua migliore amica Nora Linde sull’isola di Sandhamn. Viveca vive a Stoccolma con il marito e i tre figli ma trascorre lunghi periodi sull’isola di Sandhamn dove la sua famiglia possiede una casa da generazioni.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016)

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

Source: acquisto personale

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:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015
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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

Source: acquisto personale

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:: Dal 27 agosto “Quello che non uccide” di David Lagercrantz (Marsilio, 2015), quarto capitolo della saga Millenium

12 agosto 2015
QUELLO CHE NON UCCIDE

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L’attesa sembra stia per finire (sempre che qualche colpo di scena non blocchi tutto all’ultimo minuto) il 27 agosto esce in contemporaea mondiale, – in Italia per Marsilio-, Quello che non uccide (titolo originale Det som inte dödar oss), quarto capitolo della saga Millenium, questa volta non più scritto da Stieg Larsson (con la collaborazione della compagna Eva Gabrielsson) ma da David Lagercrantz.
Tutto è avvolto dalla massima segretezza, forse paragonabile a quella durante gli studi sulla macchina Enigma a Bletchley Park, ma qualcosa è trapelato, a patto di conoscere lo svedese.
Innanzitutto sappiamo che sarà un tomo di 500 pagine, in piena tradizione Larsson, che la copertina almeno dell’edizione italiana è questa affianco, che le strade di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander si rincontreranno, lei sempre impegnata nel suo ruolo di hacker e lui a cercare scoop, che ci sarà un professore principale autorità nella ricerca sull’ Intelligenza artificiale pronto a fare scottanti rivelazioni. E poi ci saranno Erica Berger, Holger Palmgren, l’ispettore Jan Bublanski, Sonja Modig, e molti altri, insomma tutto il cast letterario che i fan della serie hanno imparato ad amare.
Trovata pubblicitaria, frutto del marketing più estremo o libro di reale spessore letterario? Beh mancano pochi giorni per svelare questo mistero dell’estate. Non è sicuramente le prima volta che una serie iniziata da un autore, che nel frattempo è morto, è continuata da un altro scrittore, anche se questa volta tra beghe legali, risse tra eredi, e scrupoli morali, tutto assume un sapore più amaro.
Delle 200 pagine di Larsson per l’abbozzo del “suo” quarto capitolo David Lagercrantz non se ne è servito (come poteva?) è tutto insomma farina del suo sacco. Ma vediamo di saperne di più di David Lagercrantz. Innanzitutto è nato nel 1962, qualche anno dopo Larsson che era del 54, è un giornalista e uno scrittore. Ha debuttato nel 1997 con un libro sull’ ascesa del Monte Everest dell’avventuriero svedese Goran Kropp. Il suo romanzo più recente Syndafall i Wilmslow ha per protagonista lo scienziato britannico Alan Turing famoso per aver lavorato per il controspionaggio inglese e aver decifrato la macchina Enigma dei tedeschi, personalità che forse l’ha ispirato per il personaggio di Frans Balder. Il suo più grande successo è un libro su Zlatan Ibrahimovic, Io sono Zlatan, che è uscito nel 2011.
Il libro, come tutti voi, naturalmente non ho avuto modo di leggerlo, ma il titolo mi ha fatto sorridere e ricordato una frase che diceva sempre mia nonna: “Quello che non ammazza ingrassa“. Modo di dire più grezzo di “Quello che non mi uccide, mi fortifica” di Friedrich Nietzche. A risentirci allora dopo il 27 agosto.