Posts Tagged ‘Elliot Edizioni’

:: La dottrina del male di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2019) a cura di Federica Belleri

17 aprile 2019

La dottrina del maleTorna Alessandro Berselli con un nuovo libro. Piccole dimensioni, grande contenuto. La vicenda che ci racconta è centrata su Ivan Cataldo, trainer aziendale specializzato in marketing partitico. Uomo piacente, abbigliamento ricercato, amante della cucina raffinata e alternativa. Una moglie, una figlia vicina alla maggiore età e una in arrivo. Cosa gli manca? In apparenza nulla. È realizzato, i soldi non sono un problema, tutto sta procedendo al meglio. Finché … gli viene fatta una proposta lusinghiera, legata a nuove e ambiziose idee politiche. La sua curiosità si accende, i suoi equilibri diventano incerti. Superare o no la sottile linea che ha curato giorno dopo giorno in modo quasi maniacale? Non vi svelo altro.
La dottrina del male smuove ogni cosa. L’affetto e l’amore, la fiducia incondizionata e il tradimento, l’idealizzazione e la paura di fallire. La dottrina del male controlla ogni cosa, facendo pressione psicologica. Fa a pezzi la coscienza per seguire un delirio politico. Inganna, uccide e non lascia spazio alle alternative. La dottrina del male mette in discussione i rapporti di coppia e quelli tra genitori e figli, a più livelli di generazione.
Linguaggio attuale, ritmo incalzante, non una parola fuori posto. Toni legati al noir. Ottima la chiave di lettura relativa al mondo dei social e alla struttura piramidale che domina l’intera storia.
Assolutamente consigliato.

Alessandro Berselli è nato a Bologna nel 1965. Umorista, scrittore, docente di tecniche della narrazione, inizia la sua attività negli anni Novanta, collaborando con le riviste «Comix» e «L’apodittico». Dal 2003 intraprende una carriera parallela come romanziere noir. Oltre alle raccolte di racconti Storie d’amore, di morte e di follia (Arpanet, 2005) e Anni zero (Arpanet, 2012), ricordiamo i romanzi Io non sono come voi (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009), Non fare la cosa giusta (Perdisa Pop, 2010), Il metodo crudele (Pendragon, 2013), Anche le scimmie cadono dagli alberi (Piemme, 2014) e Kamasutra Kevin (Pendragon, 2016). Dell’autore, Elliot ha pubblicato il romanzo Le siamesi (2017).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

Tutto quel buio di Cristiana Astori (Eliot 2018) a cura di Elena Romanello

29 maggio 2018

14198-tutto-quel-buioCristiana Astori torna con un nuovo capitolo delle avventure di Susanna Marino, non più uscito per Mondadori in una collana da edicola, ma per Eliot edizioni in libreria.
Tutto quel buio vede Susanna, ormai laureata ma sempre alle prese con problemi di lavori precari e disoccupazione, oltre che con una famiglia che non capisce il suo desiderio di lavorare nel cinema, che resta il suo grande amore, di nuovo in cerca di un mistero legato ad un film perduto.
Stavolta Susanna viene mandata a Budapest sulle tracce di quello che sarebbe il primo, vero film su Dracula, Drakula halála di Károly Lajthay, girato negli anni Venti e dato per perduto, e si immergerà nella capitale ungherese, in un’atmosfera che ricorda gli horror dell’espressionismo tedesco, tra i primi film di genere fantastico ad essere realizzati. Tra cinici cacciatori di pellicole, folli collezionisti, ricordi delle dittature del Secolo breve e la presenza dell’affascinante gruppo ungherese dei Bela Lugosi’s Quartet, Susanna dovrà faticare non poco a portare a termine una missione da cui dipende la sua prossima sopravvivenza, rischiando anche non poco e scoprendo una storia man mano più intricata, toccante e agghiacciante legata al film.
Susanna Marino non è una vera investigatrice né una donna d’azione, ma un’eroina per caso, curiosa e testarda, guidata da una grande passione per il cinema, con problemi di narcolessia, con accanto spesso il personaggio ambiguo ma divertente di Steve Salvatori, un misto tra Tarantino e i Manetti Bros, anche lui cercatore di pellicole ma meno cristallino di lei.
Tutto quel buio è un thriller originale e insolito, ma anche un tributo al cinema: Drakula halála è un film realmente esistito, anche se è perso per sempre nella realtà, e molte delle circostanze raccontate nel libro sono reali. D’altro canto nei precedenti romanzi dedicati alle indagini cinefile di Susanna, Tutto quel neroTutto quel rosso e Tutto quel blu editi dal Giallo Mondadori si è parlato di film leggendari. Tutto quel rosso è un tributo a un cult riconosciuto come Profondo rosso di Dario Argento, mentre Tutto quel nero ha portato lo sguardo su un film che è stato davvero recuperato, (Un día en Lisboa con la bellissima e morta prematuramente Soledad Miranda), mentre in Tutto quel blu ha fatto riscoprire L’Autuomo film di fantascienza ritirato dalla circolazione dal regista Marco Masi.
Un libro per cinefili, curiosi e cultori del thriller, con una grande protagonista, oltre che Susanna, la città di Budapest, e un tributo all’immaginario sui vampiri, tra i più potenti ancora oggi.

Provenienza:  acquisto personale.

Cristiana Astori è bibliotecaria,  scrittrice, saggista e traduttrice, ha pubblicato su varie antologie, tra cui Eros e Thanatos (Supergiallo Mondadori, 2010), La Sete(Coniglio Editore, 2009), Anime Nere Reloaded (Mondadori, 2008) ed è autrice della graphic novel L’amore ci separerà (De Falco, 2003) e la raccolta di racconti Il re dei topi e altre favole oscure (Alacràn, 2006).
Nel 2011 è uscito il suo primo romanzo Tutto quel nero, seguito da Tutto quel rosso (2012 ) e Tutto quel blu (2014), nella collana Giallo Mondadori.

:: Un’ intervista con Pietro De Angelis, a cura di Elena Romanello

6 marzo 2017

deangelis1Pietro De Angelis ha recentemente pubblicato presso Elliot Il mistero di Paradise Road, recensito su Liberi di scrivere qualche tempo fa. Un libro insolito e originale, ed è per questo che è interessante sentire cosa racconta l’autore stesso sulla sua genesi.

Come è nata l’idea de Il mistero di Paradise Road?

Ogni libro nasce da una scintilla diversa; a volte è un luogo, altre un’idea di trama, altre ancora un personaggio. In questo caso, tutto ha avuto inizio dalla folgorazione di un’immagine, l’immagine di un oggetto, che sarebbe poi diventato l’invenzione al centro della storia. Da lì, il resto è venuto in modo conseguenziale. C’era solo un tempo e un luogo in cui quell’immagine, cioè quell’invenzione, sarebbe risultata credibile per un lettore: la Londra dell’800.

Perché, secondo lei, l’Inghilterra vittoriana continua ad affascinare così tanto?

Personalmente, ma la mia è una risposta parziale, da puro appassionato del periodo, sono convinto che siamo un po’ tutti figli dei Vittoriani. L’epoca vittoriana è stata un periodo di continua, esasperata evoluzione, esattamente come il nostro, in cui si sono vissute e sperimentate fortissime contraddizioni, e si sono formati in nuce alcuni dei caratteri sociali e culturali che poi abbiamo ereditato, e che continuano ancora oggi a segnarci in positivo o negativo. Il moralismo e l’individualismo borghese, la rigida divisione in classi, il culto del successo materiale, la separazione delle pulsioni inconsce dalla vita pubblica, con lo spostamento di tutto ciò che era considerato proibito in una dimensione parallela e sotterranea, l’inibizione e la repressione feroce degli aspetti ritenuti non vantaggiosi per l’affermazione mondana, il ruolo subalterno della donna e insieme la sua lotta per l’emancipazione, sono tutti aspetti ancora vivi nella nostra società attuale. Al tempo stesso, è stata un’epoca di incredibili scoperte e invenzioni tecnologiche, che hanno animato una grande fiducia nel progresso scientifico, e anche un periodo in cui il diverso, il deforme, l’insolito sono stati venerati in circoli ristretti, elitari, quasi come una forma di resistenza, un marchio di distinzione.

Pensa di tornare in questo mondo con altre storie?

Sì, come scrittore mi affascina molto la tensione tra Ordine e Caos, tra Legge e Natura, tra Repressione e Libertà, e come ho detto quest’epoca è il setting perfetto per storie che vogliano trattare temi simili.

Quali sono i suoi maestri e fonti di ispirazione per questo e altri libri?

La stesura de Il mistero di Paradise Road è stata lunghissima, ed estenuante. Quasi dieci anni di lavoro, tra ricerche, traduzioni, scrittura e editing. Ho consultato moltissimi testi, dai grandi classici vittoriani, ai romanzi neovittoriani, a saggi a tema vittoriano. Non potrei indicarne uno, senza far torto a tutti gli altri. Ma ci sono stati due libri in particolare senza i quali non avrei mai potuto scrivere il mio: Rooms near Chancery Lane, un libro particolarissimo, che descrive le vicissitudine del primo Ufficio Brevetti della Corona, ovvero il luogo dove lavora il mio protagonista; e i due pamphlet let Le quattro età della poesia di Peacock e Difesa della poesia di Shelley, che mi hanno fornito lo scenario culturale per incarnare il conflitto tra Prosa e Poesia, il cuore pulsante del romanzo.

Come vive la sua realtà di scrittore oggi in Italia e in una zona terremotata?

Viviamo in un momento molto strano, in cui si pubblicano moltissimi libri, e se ne leggono pochi. Ormai la sfida maggiore, per uno scrittore, non è diventata farsi pubblicare, ma tentare di assicurare visibilità e longevità al proprio lavoro. I nuovi social sono un grande aiuto, in questo, ma trovo che siano anche una grande distrazione, sottraendo spazio a quel silenzio, necessario per chi scrive, dal quale soltanto nascono le parole. Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, temo non ci sia una vera risposta. Per chi ha vissuto la tragedia del terremoto, niente sarà più uguale a prima. La nostra geografia del cuore è stata di colpo distrutta, cancellata da un giorno all’altro. Viviamo come all’indomani della fine di una guerra, con tutte le sensazioni e le emozioni contrastanti di un momento del genere. A volte prevale il dolore della perdita, altre volte la speranza e il desiderio di riscatto, ma siamo tutti consapevoli, in cuor nostro, che qualcosa di immensamente prezioso è andato perduto, e che non ci sarà mai più restituito, almeno nell’arco della nostra vita; ci vorranno molti, molti anni per tornare alla normalità. Queste macerie, però, sono pezzi della nostra storia, e tutto ciò che si può fare è amarle con ancora più forza e intensità delle case e delle strade che furono. Essere scrittori qui significa sentire tutto questo dolore, tutto questo amore, e lasciarsene colmare; significa sapere che, un domani, quando sarà il momento, se ne scriverà, e si darà forma e senso a ciò che ora appare come impossibile persino da descrivere.

:: Il cormorano, Stephen Gregory, (Elliot, 2016)

18 aprile 2016
CORMORANO_Layout 1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Archie è un cormorano, brutto, nero, agressivo, puzzolente, sparge guano ovunque al suo passaggio con l’arroganza di un piccolo gangster. Niente è più lontano da lui del placido animale da compagnia, e nello stesso tempo esercita un fascino quasi ipnotico sulle persone che incontra sul suo cammino di volatile. Almeno, quasi in tutte. Specialmente quelle di sesso maschile. Come entra nella vita di una simpatica e giovane famiglia inglese, John il marito, Ann, la moglie, il piccolo Harry di 11 mesi e un gatto? In modo bizzarro, se vogliamo per uno scherzo del destino. Uno scherzo crudele e malefico che porterà con sé un’ immancabile tragedia, e la cappa opprimente e claustrofobica di questo senso di imminente rovina ci accompagna per tutto il libro, prima come un presentimento, poi in modo sempre più concreto.
Ma andiamo con ordine. Lo zio di John, Ian, anche lui insegnante frustrato, un giorno salva da una chiazza di petrolio un cormorano. Da quel giorno l’adotta, provvede alla sua sussistenza passando sul fatto che l’animale è ben poco riconoscente: è prepotente, ingordo, violento. Ma esercita su Ian un’ influenza misteriosa che sembra destinata ad essere ereditata dal nipote. A un funerale infatti Ian lo incontra e intravede una sorta di fratellanza. Capisce che è la persona giusta per occuparsi di lui, una volta morto. Quindi fa testamento e ditribuisce i suoi beni, tra i componenti della famigliola: al piccolo Harry i contanti, a John un cottage nel Galles. Sia John che Ann non vedono l’ora di lasciare la città per la pace e l’isolamento di questo borgo pittoresco, dove John potrà finalmente scrivere il manuale che ha sempre sognato di poter portare in classe, scontento dei testi inadeguati e superati su cui è costretto a insegnare. Unica clausola, occuparsi del cormorano. Chi di noi non lo farebbe in cambio di un anche piccola eredità? (Attenti a rispondere sì, che qui scatta l’immedesimazione tra lettore e voce narrante, e poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
Allora John accetta l’eredità, vende la casa in città e con il ricavato fa ristrutturare il piccolo cottage, lo rende accogliente (con libri, tappeti, un bellissimo camino) e ci si trasferisce con tutta la famiglia. Lui può lavorare al suo libro, mentre Ann lavora in un pub del piccolo borgo. Una sistemazione ideale. La calma prima della tempesta, direbbero i più scafati.
E infatti una sera di pioggia arriva in una cassa di legno bianco il cormorano. John si crede preparato all’incontro, ha letto in alcuni libri cosa mangia, non pensa sia più difficile che occuparsi di una grossa oca, e commette l’imprudenza di aprire la cassa in salotto. Non l’avesse mai fatto. E’ il caos. Guano dappertutto, sui libri, sulle pareti, sul divano, e una puzza di alghe e decomposizione invade il locale. Ann è terrorizzata, Harry piange, il gatto corre a nascondersi e John traffica un po’ per rimetterlo nella scatola e portarlo fuori, improvvisandogli una gabbia di fortuna. A questo punto meglio avrebbe fatto a mollare tutto, cottage, soldi, promesse mute allo zio defunto (entità inquietante e malefica che infesterà l’intero romanzo, ogni volta che si sente puzza di sigari) e prendere la sua famiglia e scappare via. Ma naturalmente non lo fa. Sarà l’avidità, sarà l’attaccamento che già prova per il volatile, sarà che il male spesso ci attrae più di quello che ci ripugna, e spesso non lascia scampo.
Ora non vi racconto altro della trama, starà a voi leggere il libro, (sono poco più di 100 pagine, più che altro una novella) ma sta di fatto che sarà difficile che non cadiate anche voi nella tela che l’autore ha tessuto. Il cormorano, (The Cormorant, 1986) di Stephen Gregory, edito in Italia da Elliot e tradotto da Daniela e Monica Pezzella, è un classico horror anni ’80. Di quelli che più che spaventare o spargere terrore con trucchetti a effetto o sangue a profusione (a parte la scena dell’aggressione al gatto, non c’è altro di veramente gore), creano un’ inquietante aura di malvagità e dannazione che evapora dalle pagine. A un certo punto mentre leggevo mi è caduto il caffè che stavo bevendo, per precisione tra pagina 109 e 110, ora lì c’è una bella macchia proprio a forma di cormorano, giuro. (Ricordatemi di non bere caffè mentre leggo un romanzo di tensione).
Prima dell’incidente ho pensato che la storia potesse essere una metafora ambientalista, un elogio della natura madre – matrigna (sono bellissime le descrizioni naturalistiche che l’autore fa, facendoci conoscere il Galles più selvaggio). La scena dei gabbiani, poi, che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage, molto ricorda le atmosfere de Gli uccelli di Hitchcock. Ma pian piano che leggevo, il cormorano perdeva la sua aura malvagia, (anche il rapporto di fiducia e amicizia con John, contribuisce in questo), per acquaistare un che di eroico. Prima vittima dell’uomo, (ricordiamo la chiazza di petrolio), poi messo in cattività in una gabbia di polli, poi portato a pescare, dove finalmente può far emergere la sua natura ( e diventa, fin bello, aggraziato, abile, coraggioso) e pure Ann suo malgrado lo nota. Ma la malvagità risiede nel patto mefistofelico contratto con lo zio Ian, un grumo nero che farà scivolare la storia vervo l’inevitapile epilogo finale.
Ci ha messo trent’anni ad arrivare in Italia questo libro, ora speriamo che anche altri libri di Gregory vengano tradotti. Evito di recriminare su queste lentezze editoriali, ormai il discorso si è anche fatto ripetitivo, e si ha sempre la sensazione che a noi delle colonie non arrivino mai i libri veramente belli. Il cormorano è un’ eccezione, a cui dobbiamo dire grazie anche alle due coraggiose traduttrici, che oltre ad avere fatto una efficace traduzione, l’hanno fortemente voluto e proposto alla Eliot. Forse solo la spaziatura in paragrafi l’ho trovata un po’ pesante, ma penso rispecchi fedelmente il testo originale. Ora vi lascio, buona lettura e ricordatevi che la cattiveria degli animali non è mai minimamente paragonabile a quella vera dell’uomo.

Stephen Gregory Nato a Derby, in Inghilterra, nel 1952, si è laureato in legge all’Università di Londra e ha lavorato come insegnante in diversi paesi. È autore di numerosi romanzi tradotti in varie lingue. Ha vissuto per un periodo a Hollywood, lavorando come sceneggiatore con William Friedkin.

Source: libro inviato dal traduttore, ringraziamo Monica Pezzella per avercelo proposto e fatto conoscere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)

9 luglio 2015
Z

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).

Source: libro inviato dall’ autore.

Disclousure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La vendetta degli innocenti di Joseph Hansen (Elliot, 2013)

2 settembre 2013

VENDETTA (LA)_Layout 1Forse il più politico dei romanzi hardboiled della Dave Brandstetter Mystery series di Joseph Hansen.
La vendetta degli innocenti (The Little Dog Laughed,1986), edito da Elliot nella collana Raggi Gialli, e tradotto da Luciano Lorenzin, ci catapulta verso la metà degli anni ’80, in pieno Irangate. Certo il nome di Oliver North da Hansen non viene fatto, ma un suo personaggio, il Colonnello Zorn, lo richiama in un certo senso alla mente e l’intera vicenda è un’aperta denuncia, con toni non certo estremistici come è nello stile pacato dell’autore, contro le attività più o meno occulte e legali che il governo americano svolse in Centroamerica, nella sua incessante guerra al comunismo.
Passati gli anni la vicenda ha naturalmente perso gran parte della sua carica sovversiva e di denuncia, Oliver North è ormai un bolso e pacato commentatore televisivo dedito a istituire borse di studio per i figli dei militari morti o invalidi e, probabilmente, le nuove generazioni neanche l’hanno sentito mai nominare, sta di fatto che quando uscì il romanzo era scottante attualità, difficile e scomoda. Quest’ incursione nella spy story, o meglio nella fantapolitica, forse non rappresenterà la vena più felice di Hansen, che dà il suo meglio nei ritratti di caratteri e di ambienti, tuttavia è per lo meno insolita e curiosa e arricchisce di sfumature e profondità un autore non scontato né prevedibile.
Ambientato come sempre nella California del Sud, La vendetta degli innocenti, ottavo episodio della serie, già uscito nel 1989 nella collana del Giallo Mondadori con il titolo Silenzio di piombo, vede Dave Brandstetter indagare, per conto di una compagnia di assicurazioni, sulla morte di Adam Streeter, famoso corrispondente estero, abituato a scrivere reportage per i maggiori giornali del paese sui fatti più scottanti e controversi accaduti nel mondo. In un primo momento la morte sembra un evidente caso di suicidio, ma alcuni particolari sembrano non convincere Brandstetter.
Innanzitutto una coppia di vasi di fiori in frantumi sembra suggerire la presenza di un intruso. La coppia di vicini della casa di fronte con un’ ottima vista sullo studio, sembra essere sparita nel nulla in fretta e furia e soprattutto mancano i fogli, i dischetti, e gli appunti su cui Streeter stava lavorando. A detta della figlia, che aveva anche trovato il cadavere, infatti suo padre stava indagando su alcuni avvenimenti scottanti legati a Los Inocentes, un paese immaginario del Centroamerica, molto simile al Nicaragua, in cui governativi, appoggiati segretamente dagli americani, e ribelli, tacciati di essere comunisti, si fronteggiano senza esclusioni di colpi.
Brandstetter ci mette poco a dimostrare, contro gli interessi della sua compagnia, (se fosse un suicidio la Banner Insurance Company non dovrebbe pagare la polizza sulla vita di Streeter), che è avvenuto un delitto, ma sfortunatamente la polizia arresta l’uomo sbagliato, Mike Underhill, un assistente di Streeter trovato con un’ ingente quantità di denaro, a suo dire in suo possesso per comprare un aereo necessario per gli spostamenti in Centroamerica (e Brandstetter sa che è la verità).
Poi un testimone sembra aver notato un mezzo militare davanti alla casa del presunto assassino e sebbene per la sua compagnia il caso sia chiuso Brandstetter decide di continuare una sua indagine personale in cerca della verità, aiutato dal suo compagno e stretto collaboratore Cecil Harris, tornato al suo vecchio lavoro di giornalista televisivo, che sembra aver assistito involontariamente ad un anomalo episodio accaduto nei suoi studi televisivi la notte della morte di Streeter.
Di presunti colpevoli ne troverà in abbondanza, a partire dall’avida ex moglie di Streeter, forse quella con il movente più evidente, dedita ad alcool, psicofarmaci e  amanti giovani, in lotta con l’ex marito per l’affidamento della figlia Chrissie, beneficiaria di un ingente patrimonio ereditato dalla nonna. Per arrivare a Fleur, giovane cambogiana, legata a Streeter da un rapporto di dipendenza e interesse, amante dello stesso testimone che Brandstetter credeva così fondamentale. Poi c’è sempre l’assistente a cui l’investigatore tende a credere, ora al sicuro nelle celle delle prigioni di stato. Chi può dirlo che non riservi sorprese? Per non parlare del Colonnello in pensione Zorn, legato alla sparizione dell’ ex ministro degli esteri di Los inocentes, il Generale Cortez-Ortiz, un uomo sanguinario e spietato conosciuto col soprannome di El Carnicero, il macellaio, con tutto l’interesse a far tacere Streeter sulle sue attività in Centroamerica.
Come sempre sarà l’interesse a guidare la mano dell’assassino e a Brandstetter non rimarrà che vedere la pista dei soldi dove porta.
La vendetta degli innocenti titolo enigmatico quanto l’originale The Little Dog Laughed, (che probabilmente rimanda al nome di qualche operazione sotto copertura), è come sempre un romanzo piacevolmente ben scritto, e tradotto, ricco di quella calda umanità che il protagonista, ormai invecchiato, (non ha più il fisico per fughe e inseguimenti), sa trasmettere. La sua relazione con Cecil Harris, personaggio che nel finale riserverà una piccola sorpresa, (oltre ad arrivare fortunosamente in tempo), procede placida e rilassata, cadenzata dal trantràn quotidiano, da gesti trattenuti d’affetto, da cene romantiche, e rassicuranti battibecchi coniugali.
Come sempre gli squarci sulla vita privata del protagonista e del suo compagno allentano la tensione drammatica e danno un senso di vita vissuta realistico e piacevole, alternati a descrizioni di ambienti e paesaggi vivide e efficaci che elevano a vera letteratura romanzi apparentemente solo commerciali e destinati ad un mercato di massa.
La bellezza dei romanzi di Hansen risiede infatti nella capacità di non essere unicamente destinati ad un pubblico settoriale di lettori, ma di conservare caratteristiche universali in cui cultura, tendenze sessuali o politiche, colore della pelle, generi non assumono la minima valenza. La caratterizzazione dei personaggi, non solo principali ma anche di contorno, è sempre onesta e accurata, capace di far restare nella mente personaggi che entrano in scena anche per sole poche pagine pensiamo a McGregor,  a Porfirio, o a Harry Gernsbach.
La parte puramente investigativa, con sullo sfondo il pigro sergente Jeff Leppard della polizia di Los Angeles, forse più interessato alla sua vita sentimentale che al caso, si basa principalmente sull’interrogazione di testimoni, conoscenti, familiari che Brandstetter incontra a volte casualmente, a volte con il preciso obbiettivo di raccogliere informazioni e isolare il movente di questo delitto che pian piano che si avanza nella lettura si rende sempre più evidente.
Alcune sottotrame si inseriscono discrete e delicate come il dolore del reverendo per la morte del figlio, o la modesta vita familiare della sorella di Porfirio, ottima cuoca di piatti messicani, capace di accendere un cero in chiesa sia per il fratello che per Brandstetter. Funambolico e caciarone il finale, ironicamente action, con Brandstetter che arranca, conscio di non avere più l’età per queste cose, salvato in extremis dall’arrivo di Cecil Harris con tutta la cavalleria.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012)

7 dicembre 2012

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a Il Giallo Mondadori con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che dopo Scomparso e Atto di morte ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini sembra infrangere ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio e ben poco glamour della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia ad indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso.Poi anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari non solo i principali come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentate Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Il gioco degli occhi di Sebastian Fitzek (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2011

Il gioco degli occhi di Sebastian FitzekAlexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il  gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Diciamolo subito Sebastian Fitzek non è un autore che ama il lieto fine. Immaginatevi dunque quando l’epilogo ve lo mette all’inizio e i capitoli vanno a ritroso. Una follia direte come quella di creare un personaggio che al semplice tocco vede le cose che succedono, un azzardo, per lo meno inverosimile e invece sembra che nasca tutto da un fatto reale. Nei ringraziamenti finali, che consiglio davvero di leggerli e non saltarli perché sono davvero divertenti, veniamo a sapere che principalmente l’idea per Il gioco degli occhi è stata data a Fitzek  dalla sua fisioterapista Cordula Jungbluth che davvero mentre manipola i suoi pazienti in complicate pratiche shiatsu sente le cose e Fitzek ne ha avuto la prova in svariate occasioni. Siete propensi a credergli? Non so, sono anche io dubbiosa come voi ma so per certo che la polizia americana si avvale di sensitivi nella ricerca di persone scomparse per cui un fondo di verità ci sarà senz’altro anche se sono scettica di natura. Ma torniamo a parlare del libro dopo questa piccola digressione che mi sembrava necessaria. Innanzitutto lo stile di Fitzek fluido e dinamico non è cambiato. Chi ha amato i suoi libri precedenti troverà un Fitzek in gran forma, amante della tensione, e del gioco psicologico portato all’estreme conseguenze. Il personaggio del serial killer che ha subito traumi e sevizie da bambino e per questo fa le cose che fa è un po’ abusato e tipicamente americano quindi l’originalità diciamo è quella di vedere all’opera un serial killer tedesco, decisamente propenso a dare troppe spiegazioni nell’email finale. Dunque vanitoso, egocentrico, sadico, affatto simpatico, un cattivo tout court senza spiragli di umanità. Forse è un limite, forse è necessario all’economia della trama, tutto dipende dai punti di vista. Va anche considerato che è difficile provare simpatia per un pazzo che toglie un occhio ad un bambino morto, anche se personaggi all’ Hannibal Lecter erano capaci di creare una sorta di empatia con il lettore pur dopo mille efferatezze. Fitzek preferisce concentrarsi nella creazione del protagonista dotandolo di varie sfumature e preso atto di questo la lettura scorre veloce e sicura. Si legge davvero in poche ore e arrivati all’ultima pagina si comprende con certezza che ci sarà una seconda parte. Fitzek ama giocare con i suoi lettori, e per divertirsi bisogna stare alle sue regole, accettato questo è un libro intrigante sicuramente di qualità superiore rispetto ai consueti thriller. Traduttore Claudia Crivellaro.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Recensione di ¡Tu la pagaràs! di Marilù Oliva a cura di Giulia Guida

5 luglio 2010

“E’ nelle notti senza pietà che devi continuare a ballare.” [Rileggendo “¡Tu la pagaràs!”, M. Oliva]

Gabriele Basilica segue da lontano il contorno accidentato del suo viso. Nascosto in un angolo buio della sala da ballo, lascia scivolare il suo sguardo sul sorriso fiero della Guerrera, sui suoi capelli arrabbiati, sulle cicatrici inchiostrate a dovere che le rigano la pelle come trincee di una terra deturpata, abbandonata da tutti, su cui le piante crescono forti per sopravvivere all’orrore del ricordo. E non ha ancora incontrato i suoi occhi, due diamanti neri, spezzati nel mezzo, lucidati da una passione irrequieta, che non trova tregua. Se non quando pratica la capoeira, arte marziale brasiliana spesso scambiata per una forma di danza. Se non quando balla nelle notti di salsa, lasciando che le sue mani e le sue gambe disegnino traiettorie sempre nuove, sconosciute anche a lei stessa. Mentre il suo corpo si trasfigura, riesce a sentirsi al centro e alla deriva di ogni cosa, perde il contatto con la realtà che la circonda, sente il battito del suo cuore sempre più veloce, che le ricorda che non sarà mai viva come in quei momenti. Perciò si fa dea tribale, fenice immortale, amazzone rapace, grido di guerra. E balla. Sotto il sole artificiale di una discoteca di Bologna, mentre il tempo si scheggia, gli spazi si mescolano, i corpi si sfiorano, i ballerini in pista cambiano maschera, almeno per una sera avranno un altro nome, un’identità diversa, una storia da raccontare che non sia quella della propria vita. E la Guerrera cambia forma: i muscoli si distendono, i tendini si sfilacciano, il sangue diventa elettrico. Elisa è pura energia, Basilica ne è come aggredito. E’ più di una donna, è una forza primitiva, un terremoto delle viscere, è una femmina di lupo. Inavvicinabile.
E intorno a lei si dimena quel bollente e stravagante universo latinoamericano che brucia di gelosie, vendette passionali, amori alcolici usati e poi chiusi a chiave chissà dove. E’ l’unica parte di mondo in cui Elisa sente di potersi liberare dal peso della sua infanzia di orfana, dalle intermittenze grigie del presente, dalle giornate stinte passate dentro la redazione-garage del temibile Torinelli ad accatastare notizie su notizie per la sua sottospecie di giornale locale. La salsa è il regno della “regla de ocha”, la santerìa, la religione africana esportata a Cuba dagli schiavi del continente, con il suo complesso santuario “yoruba” e i suoi numerosissimi “orishas”, divinità immateriali, impercettibili per l’uomo. E’ l’unico luogo in cui Elisa non deve giustificarsi, perché niente del mondo fuori ha importanza lì dentro. Quella è la sua gente, quelle sono le sue divinità. Tra il bancone di Azùk e i divanetti dove sta seduta per ore a chiacchierare con la sua coinquilina Catilina, cartomante e visionaria, vede gravitare sotto i suoi occhi tutta quella vita che non può morire né temere niente fin quando ci sarà musica su cui ballare. C’è El Cubano, il ballerino pugliese che si spaccia per nativo cubano e nasconde la sua ossessione per le donne super- size, Princesa nella sua pelliccia bianca di ermellino, vanitosa salsera dalla pelle bruna divorata dal sole, Manuela, l’insegnante di danza che dirige il locale insieme al dj El Pony, e nonostante abbia già una figlia e troppi anni per non sentirsi sola, non vuole essere messa da parte, deve avere la certezza di riuscire a piacere ancora.

E poi c’è  Thomàs Delgado sulla pista, spietato don Giovanni dei bassifondi, con cui la Guerrera porta avanti da un pò di tempo una relazione di sesso. E poi c’è Thomàs nel bagno, gli occhi forati, due buchi vuoti senza più sangue, infilzati da un oggetto contundente a due lame.
Ed ecco apparire sul luogo del delitto il fedele Mussito al fianco dell’ispettore Gabriele Basilica, personaggio maschile di primo piano in questo secondo lavoro di Marilù Oliva, già presente, seppur come figura di sfondo nel romanzo d’esordio dell’autrice bolognese, “Repetita” (Perdisa Pop, 2009, finalista premio Camaiore), nominato solo attraverso articoli di giornale. Tra le pagine di “¡Tu la pagaràs!” “Basilica assume uno spessore psicologico diverso, a tutto tondo, quello di un uomo che attraversa una profonda crisi matrimoniale e assiste stordito al crollo di tutti i suoi punti fermi. Marilù Oliva riesce a tratteggiare abilmente le debolezze, le insicurezze e il senso d’inadeguatezza di quest’uomo incamiciato, tutto d’un pezzo, che si ritrova catapultato in una dimensione da cui non potrebbe essere più lontano. Imparerà a conoscerne i meccanismi, le dinamiche umane, i rapporti di sangue grazie all’aiuto della Guerrera, valida collaboratrice nel corso delle indagini, ma anche probabile indiziata dell’omicidio di Delgado.
Per il suo secondo romanzo Marilù Oliva sceglie un approccio più diretto, che ben si adatta al ritmo movimentato del  noir d’azione, con uno svolgimento dinamico, denso di avvenimenti, in un susseguirsi di storie sapientemente intrecciate e di incontri-scontri tra i personaggi. Un romanzo, dunque, che si discosta dalla tendenza all’approfondimento psicopatologico, dettata dalla natura stessa del personaggio di  Lorenzo Cerè, ma che permette all’autrice di dar prova di un aspetto diverso della sua scrittura, meno riflessivo e più narrativo, che non lascia spazio all’approssimazione e si accompagna ancora una volta ad un’accurata conoscenza delle ambientazioni e della materia narrativa di cui si sta parlando. Un noir con i crismi, come lei stessa l’ha definito, in cui tutti i personaggi vengono spinti a forza sotto i riflettori in un barbaro faccia a faccia contro la loro imperfezione.

Autore: Marilù Oliva
Editore: Elliot
Collana: Scatti
Pp: 275
Euro: 16, 50

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).