Posts Tagged ‘letteratura tedesca’

:: Il grande amore di mia madre di Urs Widmer (Keller Editore 2019) a cura di Viviana Filippini

17 maggio 2019

2Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi. Nel catalogo Keller sono presenti anche Il sifone blu e Il libro di mio padre, sempre nella traduzione di Roberta Gado.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

:: Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

24 aprile 2019

Il silenzio dei satellitiClemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

Clemens Meyer è uno scrittore tedesco nato a Halle, in Germania, nel 1977 e residente a Lipsia. Il suo esordio è stato segnato nel 2006 con Eravamo dei grandissimi (Als wir träumten) dal quale, nel 2015, è stato tratto anche il film di Andreas Dresen, presentato alla 65esima Berlinale. In seguito ha pubblicato altri due romanzi e una raccolta di racconti ed è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea tedesca. Tra i premi ricevuti il Premio Salerno Libro d’Europa 2017. Finalista al Premio Gregor Von Rezzori 2017. Longlist Man Booker International Prize 2017. Bremer Literaturpreis 2013. Premio della Leipziger Buchmess 2008 e Clemens – Brentano- Preis der Stadt Heidelberg 2007.

Source: inviato dell’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa e staff Keller.

:: Il ponte e altri racconti di Franz Kafka, curato da Susanna Mati (Via del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

10 gennaio 2019

il ponte - franz kafka“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.

Il ponte”,”La sincope”,”La cicogna”, “Le mani”,”Le lampade”,”La preda”,”L’angelo”,”Il lupo”,”La fuga”,”Il conte”,”Riunione politica”,”Sogni”,”Una fanciulla”,”La lotta”,”La cella”,”Il leone”,”Il maestro”,”Il sepolcreto”: 18 micro-storie di un alieno della letteratura mondiale. In questi racconti, Kafka percorre inesorabile il limite terminale, l’ultimo margine di credibilità della tradizione, dei vecchi saperi, facendosi custode al varco della infernale soglia. Viene rimosso il mistero, il segreto, l’occulto: tutto è lì davanti, aperto come una cella. Se Leonardo da Vinci rifiniva fino allo sfinimento i suoi capolavori, limando le impefezioni, curando ogni minimo dettaglio, lasciando non concluso un dipinto per decenni, portandoselo dietro nei suoi viaggi esistenziali e fisici, sfumando, focalizzando l’attenzione su un dettaglio invisibile, impercettibile, su un’inezia di particolare, partendo da uno schizzo e senza mai smettere di smussarlo, così Franz Kafka ha gettato sul suo capolavoro “La Metamorfosi” lo scandaglio interiore dei suoi lavori meno noti, della sua vita a metà tra concretezza giornaliera e immaginazione astrale. Lo testimoniano questi piccoli simboli letterari, queste metafore di un pensiero rivolto verso un solo, inesorabile cammino, percorso: il viale verso l’accettazione dell’altro dentro se stesso. E la chimera dei sogni si fa materia del contendere dei riti dell’intelletto, laddove una imperizia, un necrologio dei nostri convincimenti muta e si trasforma nell’odio del nostro essere, dell’apparire che lo contrasta (a volte un apparire mostruoso o prodigioso o inverosimilmente reale).

“Sono arrivati dei sogni, risalendo all’indietro il fiume sono arrivati, per una scala salgono su per il muro della banchina. Ci si sofferma, si parla con loro, conoscono molte cose, solo non sanno da dove vengano. E’ davvero tiepida questa serata autunnale. I sogni si voltano al fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?”. – Sogni.

Franz Kafka – scrittore boemo di lingua tedesca – nasce a Praga il 3 luglio del 1883. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: I felici, Kristine Bilkau (Keller, 2018) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2018
I felici

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“I felici” è il romanzo d’esordio di Kristine Bilkau e quella felicità del titolo si scoprirà essere un qualcosa di costantemente ricercato dai due protagonisti. Loro sono Isabell e Georg, una violoncellista e un giornalista. La loro vita è fatta di musica, parole, concerti, articoli di giornale e di una casa che sperano di rendere dolce e calorosa, proprio come le abitazioni dei loro vicini. La situazione per i due cambia in modo improvviso quando diventano genitori del piccolo Matti. Il frutto del loro amore li conforta, ma la pace e l’armonia in famiglia comincia a vacillare in modo irreparabile. A mettere la crisi nella coppia non ci sono amanti o spasimanti, ma arrivano una serie di eventi esistenziali che destabilizzeranno la tranquillità, per altro già fragile, dei due. Isabell ad un certo punto smetterà di suonare perché minata da un tremore che la colpisce ogni volta che prende tra le mani il suo violoncello per fare prove o concerti. La giovane si prenderà del tempo per riposarsi e curarsi dal disturbo, ma esso sembrerà non volerla lasciare. La situazione non va molto meglio a Georg, in quanto il giornale per il quale lavora, con molta probabilità, sarà venduto e per lui, come per i suoi colleghi, il futuro diventerà qualcosa di molto incerto, nel senso che Georg e gli altri non sanno se avranno ancora il posto di lavoro o se saranno obbligati a cercare qualcosa d’altro da fare. Le incertezze relative al lavoro avranno una ricaduta nella vita di coppia e unite anche all’aumento dell’affitto e delle spese di gestione dell’appartamento dove la famiglia vive, porteranno Isabell e Georg a vivere con tormento. Il domani diventerà sempre più incerto e Isabel e Georg si renderanno conto che anche le cose più scontate- bersi un caffè o fare una passeggiata al parco- rischiano di diventare impossibili da fare senza una stabilità economica. Ecco che la coppia si incrina, nel senso che i due giovani vivono sotto lo stesso tetto sviluppando due esistenze dove la solitudine, la paura del domani, il sentirsi incompresi e incapaci lo sperimentano in modo del tutto personale, isolandosi nei loro mondi dove pensano e progettano cosa mettere in atto per trovare la vera felicità. “I felici” della Bilkau sono due giovani-adulti dell’era contemporanea le cui vite incarnano lo specchio di una parte della generazione di oggi chiamata a confrontarsi con precarietà lavorativa, alla quale si collega spesso quella esistenziale. Isabell e Georg sono quindi felici solo in apparenza, nel senso che nella vita che stanno cercando di creare arrivano intoppi vari, i quali allontaneranno sempre più la felicità da loro tanto desiderata. La crisi crea nella coppia incomunicabilità, incomprensioni, profondi stati di malinconia per qualcosa perso per sempre e difficoltà a parlarsi in modo chiaro e deciso per trovare una soluzione. Nonostante tutto questo, non mancano momenti di speranza, durante i quali il rimuginare e il riflettere su cosa fare evidenzia come Isabell e Georg siano pronti a mettersi in gioco per il figlio Matti, per loro stessi, per essere davvero, e forse per la prima volta, felici. Traduzione dal tedesco Fabrizio Cambi.

Kristine Bilkau è nata nel 1974. È stata finalista all’Open Mike nel 2008 e ha ricevuto numerose borse di studio letterarie e premi come la borsa di studio per la letteratura del Colloquium Berlin, l’Hamburger Föderpreis für Literatur, il Franz- Tumler- Prize e il Klaus-Michel- Kühne- Prize. Vive ad Amburgo con la sua famiglia.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe (Mondadori 2001) a cura di Marcello Caccialanza

3 ottobre 2018

GoetheEdoardo, ricco barone nel fiore della sua virilità, e Carlotta, sua moglie, vivono la loro affettuosa liaison a due in una tranquilla tenuta di campagna.
Carlotta da sposa assai devota ha l’oneroso compito di occuparsi della casa, mentre Edoardo passa le sue stancanti giornate nella virtuosa amministrazione delle questioni generali della medesima magione e del parco circostante.
Entrambi hanno quell’insaziabile e fortissimo desiderio di godere a pieno ed indisturbati della loro stessa felicità, felicità che un tempo i due avevano tanto ardentemente desiderato e che ora hanno finalmente raggiunto.
Il loro amore, infatti, pur avendo avuto i loro prodigiosi natali in gioventù, ha dovuto però sobbarcarsi diverse ed impreviste traversie, con conseguente attesa di un lungo periodo, prima di essere appagato completamente.
Edoardo era stato in passato instradato dal suo padre- padrone ad un matrimonio forzato con una donna più anziana di lui, ma decisamente molto più facoltosa e introdotta nella società di prestigio del tempo; allo stesso modo, Carlotta aveva dovuto andare in sposa con un uomo piacente per ricchezza e potere. Col risultato concreto di aver dato alla luce una figlia, Luciana, che ora vive in un collegio, affinché sua madre e il suo nuovo marito Edoardo, ormai liberi dai rispettivi coniugi, possano finalmente vivere soli.
La tranquillità in casa dei due sposi è però destinata a subire una inaspettata battuta d’arresto, quando lo stesso Edoardo comunica a Carlotta di voler ospitare per qualche tempo un suo amico, il Capitano, personaggio ambiguo ed affascinante, in quel frangente disoccupato. L’uomo infatti si trova a dover affrontare suo malgrado un momento difficile e necessita dunque di un luogo stabile ed accogliente.
I molti tentativi con cui il medesimo Edoardo prova a convincere la moglie di accogliere il suo amico forse, più caro, in un primo tempo non vanno a buon fine: Carlotta vede infatti in questa probabile convivenza un grave pericolo per il loro equilibrio relazionale.
Del resto la stessa donna avrebbe potuto decidere anche lei di ospitare tempo prima  Ottilia, sua giovane e amatissima nipote, che con difficoltà vive nello stesso collegio di Luciana.
Ma per il bene stesso della sua liaison con Edoardo ha però scelto di non assecondare i suoi desideri. Tale possibilità avrebbe potuto risultare nefasta per la coppia.
Ma, anziché dissuadere l’uomo nel suo atroce disegno, questa nuova informazione fornita da Carlotta si trasforma in una carta vincente nelle mani di Edoardo, che rassicura la consorte e la convince quindi ad aprire le porte della loro casa sia al Capitano che a Ottilia.
E da qui inizia una sorta di pericoloso gioco psicologico e fisico di coppie vecchie e nuove che si muovono su questa scacchiera di pagine e pagine in un pericoloso valzer senza più possibilità di alcun ritorno!
Un valzer fatto di amori e di tradimenti silenziosi ma inevitabili, di desideri torbidi e sensuali che coinvolgono i nostri pseudo- eroi in un tourbillon di vicende tormentate ed appassionate, corpi esplosivi in un fuoco che arde in pensieri segreti e segregati nella fredda e scostante affettazione di un’epoca bigotta che dell’amore dà una connotazione melensa e melodrammatica, senza però tenere conto delle pulsioni vere o presunte di quattro paladini alla ricerca di quella felicità eterna, che ti fa sfiorare il cielo con un dito, dove il respiro a due si spande come ambrosia in quell’aria complice.
Imperdibile da leggere almeno una volta nella vita!

:: Dentro il bosco di Lukas Erler (Newton compton 2018) a cura di Federica Belleri

17 maggio 2018

Dentro il boscoEstate 2012. Cornelius, professore di storia dell’arte, deve incontrare Henk, produttore e regista. Non si vedono da qualche anno e in occasione di un importante evento culturale hanno deciso di riallacciare i rapporti. Il loro appuntamento non verrà rispettato. Henk sarà ucciso in maniera brutale. Perché?
Cornelius è affascinante e colto. Ha una bellissima voce e tutti i sensi allertati, perché la sua cecità lo ha costretto ad affinarli in modo particolare. È orgoglioso della sua indipendenza e fatica a sopportare anche le richieste di aiuto mosse dalla sua fidanzata. Lui vuole fare da sé.
Si ritrova coinvolto in una serie di omicidi in apparenza assurdi, ma che hanno un filo logico inattaccabile. Qualcuno è diventato un assassino, qualcuno ha tenuto dentro un odio malato per vent’anni, meditando lentamente una vendetta precisa. Qualcuno, al contrario, non ha indagato come avrebbe dovuto, ha omesso, ha voltato la testa altrove, ha fatto finta di nulla. Perché?
Cornelius racconta il suo handicap attraverso questa storia, un disagio nel disagio. Cornelius ha conoscenze importanti, è in grado di ricattare e di usare i toni giusti, al bisogno… tutto per proteggere se stesso e la donna che ama.
Dentro il bosco è un thriller ben strutturato, che spazia dalla Germania all’Olanda, dal Belgio alla Bosnia. È la storia di una guerra assurda, dove chi è stato a guardare si è assunto una grave colpa. È una storia di sangue e di corpi da calpestare, di sopravvivenza e di terrore. È l’ennesima conferma di quanto i ricordi non sbiadiscano e certi traumi non si riescano mai a superare.
Consigliato. Buona lettura.

Lukas Erler è nato a Bielefeld, in Germania, nel 1953. Lavora come logopedista da più di vent’anni. I suoi romanzi sono stati selezionati per il premio Friedrich Glauser e nel 2015 ha ricevuto la prestigiosa “Piuma di Sageberger” per il suo primo romanzo. Attualmente vive in Nordhessen con sua moglie.

Source: omaggio dell’editore.

:: Il suono della vita di Hans- Josef Ortheil (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

10 maggio 2018

1Il suono della vita” di Hans- Josef Ortheil mi ha ricordato un partitura musicale con una melodia in crescendo. Il romanzo, edito da Keller, è la storia di una rinascita vissuta dal protagonista. Johannes adulto narra la sua esistenza trascinandoci in un vortice di eventi, rumori, suoni e vibrazioni che evidenziano come sia possibile superare l’incomunicabilità. Johannes bambino non parla. Il suo non dire parola non è determinato dal fatto che sia muto o affetto da qualche disturbo. Il motivo è che il piccolo è cresciuto con una madre che ha volontariamente smesso di parlare. Causa di tale shock per la donna, la morte dei figli (il protagonista è l’unico sopravvissuto) durante e dopo il Secondo Conflitto Mondiale. La madre non parla, il dolore l’ha portata a rifugiarsi nella lettura e a comunicare scrivendo biglietti che il marito (geodeta di professione) legge ogni volta che torna dal lavoro. Poi, un giorno, nella loro casa arriva un pianoforte e questo non solo smuoverà qualcosa nell’animo della madre, ma stuzzicherà la curiosità del piccolo Johannes. Il padre intuisce questo elemento e architetterà un piano per aiutare il figlio a scoprire la parola e la musica. Il piccolo protagonista affronta il suo cammino di formazione vocale non a Colonia, ma nel villaggio campestre dove il padre è nato e da questo momento per lui sarà una vera e propria meravigliosa scoperta del mondo. Il contatto diretto con la natura, lo studio della musica, il viaggiare tra Colonia e Roma e il cimentarsi con la scrittura sono gli strumenti che permetteranno a Johannes di diventare un giovane uomo e di prendere coscienza di sé e del proprio vissuto. “Il suono della vita” è un romanzo di formazione nel quale il protagonista affronta snodi cruciali nella e per la sua vita. Johannes ha un rapporto molto intenso con la madre. Non importa che loro due non parlino, ma sono i gesti a sottolineare l’intensità del legame madre-figlio, un qualcosa di perenne e indissolubile. Dal punto di vista del padre, l’uomo riesce un po’, ma a fatica, ad accettare il mutismo della moglie, ma quello del figlio no. Non è sopportabile. Il geodeta farà tutto il possibile per far parlare il figlio e lo farà portandolo a contatto diretto con la natura, facendolo disegnare, scrivere e suonare. Johannes ha quindi nei genitori due perni saldi ma, allo stesso tempo, il suo tentare di vivere in società senza parlare troppo gli creerà problemi. Per cominciare il ragazzo sarà spesso la vittima prescelta dei suoi compagni di scuola – a volte anche dei docenti- che lo derideranno e che non comprenderanno mai le cause vere del suo mutismo. Per loro Johannes è il tipo strambo, il debole da sbeffeggiare e prendere di mira. Johannes un po’ si ribella, ma molte volte subisce e vede nella musica una sorta di salvezza, una luce in fondo al tunnel. Una mera illusione perché quando si renderà conto di non avere le qualità per diventare un grande musicista, la delusione per questa presa di coscienza lo farà soffrire molto. Allora comincerà a scrivere (proprio come faceva la madre) e il mettere parole su carta tra Colonia e Roma, permetterà a Johannes non solo di esorcizzare le paure, ma di mettersi a confronto con il suoi io e il suo vissuto personale. “Il suono della vita” di Ortheil è un viaggio nel vissuto di un uomo che fa degli affetti, delle parole e della musica gli strumenti per affrontare l’esistenza quotidiana. Quel vivere pieno di esperienza e di suoni, nel quale però non manca mai il silenzio, poiché esso è per Johannes lo strumento migliore per ampliare i sensi e percepire le note più intime dell’animo umano. Traduzione dal tedesco Scilla Forti.

Hanns-Josef Ortheil è nato a Colonia nel 1951. È scrittore, pianista e professore di scrittura creativa e giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim. Da molti anni è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura tedesca contemporanea. È stato insignito di numerosi premi per le sue opere, tra cui il Thomas-Mann-Preis, il Nicolas-Born-Preis, lo Stefan-Andres-Preis e l’Hannelore-Greve-Literaturpreis. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue.

Source richiesto all’editore.

:: Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (Keller 2017) a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2018
Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell_URSS

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“Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS”, è un libro pubblicato da Keller, nel 2017. È il primo di una serie di volumi di reportage e letterature dentro e fuori i confini d’Europa che indagano con sguardo attento e acuto quelle parti del continente non sempre abbastanza conosciute. Il testo raccoglie una serie di scritti di scrittori, imbalsamatori, giornalisti e conduttori radiofonici, che durante gli anni della Guerra Fredda fecero un viaggio non solo come dice il titolo “contro vento” ma, direi controcorrente. Affermo questo perché negli anni di estrema tensione politica tra regime sovietico e USA, è risaputo come molte persone dell’Est scappassero nell’Ovest per assaporare una vita diversa e per sfuggire alle restrizioni del comunismo. Il libro curato da Cornelia Klauss e Frank Böttcher è differente, in quanto raccoglie le testimonianze di coloro che fecero il viaggio al contrario, ossia si addentrarono dall’Ovest nell’Est, per conoscere da vicino, e in loco, come la gente viveva in stretto contatto con il regime russo. Si parte con un vero e proprio dizionario creato all’epoca contenente tutta una serie di termini divulgativi che illustrano a noi lettori di oggi da cosa era composto il turismo di massa (per proletari, borghesi, intellettuali e nobili compresi) nella Russia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Si passa poi ai viaggi compiuti dai curiosi esploratori in Unione Sovietica. Pellegrinaggi illegali architettati alla perfezione (qualcuno si finse pure venditore di bibbie in incognito) pur di scoprire e conoscere la realtà russa. Ed ecco allora tra le pagine sfilare poliziotti e agenti dei servizi segreti prima molto rigidi nel far rispettare le regole, poi pronti a “chiudere un occhio” e lascia correre e passare i viandanti. Seguono le difficoltà di compiere il viaggio con mezzi di fortuna, l’incontro, scontro e dialogo con la gente, timorosa e incuriosita, da questi sconosciuti viaggiatori e la scoperta delle condizioni di vita, spesso precarie, della popolazione russa. Tutti i narratori qui raccolti partirono per viaggiare da soli, per soddisfare la proprio curiosità personale e capire cose ci fosse oltre la cortina di ferro. I racconti di viaggio di Michael Beleites, Gernot Friedrich, Wladimir Kaminer e Karsten Ekonig sono corredati da fotografie che mostrano ai lettori la diverse realtà, le persone, usi e costumi e storie di vita che gli esploratori dell’Ovest trovarono infiltrandosi all’Est. Per ora vi lascio questo di “Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS”, un viaggio letterario compiuto in un mondo, quello dell’URSS, scomparso ma forse ancora molto vivo nelle memorie di chi lo ha vissuto e conosciuto. (Traduzione dal tedesco: Giulia Bettiga, Giada D’elia, Verdiana Gghidotti, Valentina). Prossimo reportage proposto da Keller e del quale vi parlerò saranno i “Diari della Kolima” di Jacek Hugo- Bader.

Michael Beleites: nato nel 1964 a Halle e cresciuto a Trebnitz nei pressi di Zeitz. Si forma e lavora come imbalsamatore presso il Museo di storia naturale di Gera. Dal 1982 e attivista del movimento ecclesiastico per la pace e per l’ambiente. Nel 1988 mette a punto la documentazione Pechblenda – L’estrazione dell’uranio nella ddr e le sue conseguenze. Tra il 1982 e il 1989 viene perseguitato dalla Stasi. Nel 1990 e membro fondatore della sezione di Greenpeace della ddr. Dal 1995 vive a Dresda e lavora principalmente come pubblicista. I suoi libri trattano la rielaborazione della storia della ddr, la cultura del ricordo, la storia della biologia e dell’agricoltura biologica.

Gabriel Berger: figlio di un ebreo scappato dalla Germania nazista, nasce nel 1944 in un nascondiglio francese. Suo padre si trasferisce nel 1948 in Polonia per costruirvi il socialismo ma nel 1957 e costretto ad andarsene a causa del rinascente antisemitismo.
Si reca dunque nella ddr. Gabriel Berger frequenta le scuole superiori a Dresda dove studia fisica presso la Technische Universitat. Nel 1975 fa una richiesta di trasferimento nella Germania federale e nel 1976 viene arrestato con l’accusa di “vilipendio dello Stato”.
Dopo un anno di carcere si sposta a Berlino Ovest dove lavora dapprima nell’ambito dell’energia nucleare poi come docente di informatica. Negli anni Ottanta studia filosofia e scrive per i giornali e per la radio. Il suo primo viaggio illegale in Unione Sovietica risale al
1971.

Gernot Fiedrich: nato nel 1937 a Zeulenroda (Turingia). Figlio di un insegnante, studia pedagogia a Muhlhausen. Sara poi costretto a lasciare l’universita perche membro attivo della chiesa locale. Lavora per la dewag, l’agenzia pubblicitaria della ddr a Gera.
Vicario e predicatore aggiunto in alcuni comuni della Turingia, e in seguito per vent’anni parroco a Jena, poi per altri dieci a Gera. Prima del 1989 compie numerosi viaggi in treno, autobus, bicicletta e autostop in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco orientale.

Wladimir Kaminer: nato nel 1967 a Mosca. Dopo una formazione come tecnico del suono per il teatro e la radio, studia drammaturgia all’istituto per il Teatro di Mosca. Nel giugno del 1990 ottiene “asilo umanitario” nella ddr, che allora esisteva ancora, dopodiche diviene cittadino della Germania federale. Oggi vive a Berlino dove lavora come giornalista, scrittore e disc jockey. In italiano sono stati pubblicati da Guanda quattro suoi libri, tra i quali il piu noto e Russendisko.

Karsten Ekonig: nato nel 1960 a Dessau, cresciuto a Berlino Est, ha compiuto numerosi viaggi in Europa orientale e in Unione Sovietica. Ha organizzato incontri UDF, e fuggito in Cina nel 1989 con Reinhard Tauchnitz, unico cittadino della ddr ad aver superato gli ottomila metri (Shisha Pangma). Inquilino di una casa occupata. Laureato in fisica, microbiologo, fondatore e amministratore delegato della JENLAB GMBH di Jena, docente all’universita di Saarbrücken (esperto di microsensori) e caporeparto all’istituto di Tecnologia biomedica Fraunhofer (ibmt) di St. Ingbert.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Il tiranno (e Scena) di Heinrich Mann curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni 2018) a cura di Daniela Distefano

13 marzo 2018
IL TIRANNO di H. Mann

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Lei mi rende triste, altezza. Ma è davvero così convinto di quel che dà ad intendere? Io sono una donna e in questo preciso istante la vedo in tutto e per tutto come un bambino, esattamente come noi donne vediamo gli uomini; la vedo proprio come se fosse il mio bambino. Quindi non credo che lei si diverta”.

Due pezzi di virtuosismo letterario, una sapiente miscela di toni forti e assordanti. Parlo di questi due inediti narrativi in Italia – “Il tiranno” e “Scena” – di Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, e autore del romanzo “Il professor Unrat”, noto come “ L’angelo azzurro”, dall’adattamento cinematografico. A pubblicarli la casa editrice “Via del Vento Edizioni”, la traduzione è affidata a Claudia Ciardi. Nel primo racconto,viene esposto il dilemma di un uomo segnato da un destino implacabile. Potrebbe essere un tiranno di oggi, potrebbe suscitare la medesima viltà:

Quando cominciai a regnare, tutto era già accaduto (..) La protervia che è nella solitudine mi indurì e compresi la natura ingannevole di ciò che prova per la vita colui che si riduce a uccidere. Imparai a farmi beffe dei traditori(..) Io sono come la chimera tra le rocce del deserto. Sotto di me striscia il vermicaio degli uomini (..) Si crederebbe al tiranno pentito?”

Questo tiranno fuori posto, cerca una fuga improbabile e ridicola nella passione per una giovane cabarettista di facili costumi, rimanendo invischiato in una spirale di eventi negativi. Si avverte una profondità analitica acuta e sottile. C’è nel cuore dell’essere umano un ineluttabile verbo, uno scansare la fede, un riconoscersi bilancia del proprio equilibrio. Penso ai dittatori di ieri e di oggi, avvinti, avviluppati tra le spine che soffocano il fiorire del vero grano. Hanno tutto eppure possiedono solo il proprio orgoglio, la fortuna è il loro credo, il resto è teatralità, è invidia, è morte, è solitudine. Quando si diventa insensibili ai nostri difetti, quando le nostre manchevolezze, le vituperate debolezze, non ci scoraggiano anche se vorremmo la perfezione di una vita dorata, ecco che nascano le inimicizie, i tradimenti, i coltelli, i deliri, il veleno, e la punizione. Il tiranno di ogni epoca non perdona, mai.
Nel secondo racconto, “Scena”, assistiamo a due spettacoli, quello reale di una coppia in crisi, e quello recitato con maestria dalla protagonista che si riscatta dopo essere stata abbandonata dall’uomo che ama, in procinto di sposare un’altra donna. Un testo assolutamente attuale, vivo, delizioso. Questi due lavori fanno parte del cosiddetto ‘ Spielmaterial’, materiale di impianto teatrale. Si respira un’affilata critica sociale, si tocca con mano una falsificazione del reale, diviene necessario l’istinto di potere. Le tensioni che si riflettono sullo scenario politico dopo il 1914 sono rivelatrici di un impulso a uscire dalla realtà. Un opuscoletto da leggere e serbare nell’anima, coinvolgente, esperenziale, semplicemente da incorniciare.

Heinrich Mann – Scrittore tedesco (Lubecca 1871 – Santa Monica, California, 1950), fratello maggiore di Thomas. Sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia, offrì nei suoi romanzi (Im Schlaraffenland ,1900; Professor Unrat ,1905) un quadro critico, dai toni talvolta aspri, della società guglielmina. VITA. Dal 1893 visse a Monaco, con lunghi soggiorni in Italia e in Francia, poi a Berlino, dove nel 1930 divenne presidente della sezione letteraria dell’Accademia prussiana delle belle arti. All’avvento del nazismo si rifugiò in Cecoslovacchia, e fu quindi per otto anni in Francia, dove, insieme a Gide, Bloch, Aragon e altri, fu a capo di movimenti intellettuali antifascisti e dove, nel 1938, fu eletto presidente del Fronte popolare tedesco. Nel 1940 riuscì a fuggire in Spagna e di lì in America. OPERE. Esordì con il romanzo In einer Familie (1894) confermando la sua vocazione di scrittore satirico, impegnato nella critica della società guglielmina nei successivi Im Schlaraffenland (1900), Die Jagd nach Liebe (1905), Professor Unrat (1905: da cui fu tratto il famoso film di J. von Sternberg Der blaue Engel del 1930), e più tardi nella trilogia Das Kaiserreich (Der Untertan, 1914, il suo romanzo più famoso; Die Armen, 1917; Der Kopf, 1925). Alle suggestioni dannunziane della triade Die Göttinnen (1903) e alle istanze moralistiche di Zwischen den Rassen (1907) e Die kleine Stadt (1909) seguì la felice vena intimista dei romanzi scritti tra la fine dell’impero e l’avvento del nazismo (Mutter Maria, 1927; Eugenie oder/”>oder die Bürgerzeit, 1928; Die grosse Sache, 1930; Ein ernstes Leben, 1932). Il romanzo storico Heinrich IV. von Frankreich (1935-38) si pone come una parabola del buon governo. M. fu anche novelliere e saggista; fra le novelle, assai note Pippo Spano (1905), Die Bösen (1908), Kobes (1925); fra i saggi, quelli raccolti in Geist und Tat (1931) e Ein Zeitalter wird besichtigt (1945), in cui si fondono autobiografia e riflessione politica.

Source: Libro inviato dall’Editore all’autore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

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:: di notte di Mercedes Lauenstein (Voland 2017)

1 dicembre 2017

di notteDi notte si avverte il viaggio sulla superficie del mondo come se si fosse su una barca che scivola lenta attraverso un tunnel scuro alla volta di un luna park. Per un po’ è tutto in silenzio, e ci si può limitare a tacere e a guardare. Nelle cavità lungo le pareti del tunnel emergono di sfuggita figure e scenari fiabeschi, illuminati debolmente, e in sottofondo si sente una bizzarra e sinistra melodia. Quando poi il sole sorge di nuovo, insomma quando la barca esce dal tunnel e tutto ridiventa luminoso, chiassoso, urlante e comune e misto, e non si sa più da quale parte guardare – qua l’ ottovolante, lì i bambini con i palloncini colorati, là i bebè piagnucolanti e tutta una babele eccitata, non si riesce più a riconoscere niente di quello che dentro il tunnel sembrava così chiaro.

Monaco di notte. Una donna suona ai campanelli di casa di perfetti sconosciuti e sale nelle loro abitazioni. Con una spiegazione quantomeno bizzarra: sta conducendo una ricerca sulla notte e sullo stare svegli che prevede di intervistare la gente in una sorta di insolita indagine di mercato. Lei suona, dove vede finestre illuminate, e cosa sorprendente la gente le apre, la fa entrare, le offre anche succo di mela caldo alla cannella o tartine di burro con cipolla e noce moscata, e inizia a parlarle di sé, come in una sorte di comunione tra ubriachi, fino alla resa dei conti dell’ultimo incontro in cui i ruoli si ribaltano e sarà lei a dover fare i conti con la verità.

Di notte le succede spesso di rimanere sveglia a lungo. I numerosi viaggi e i jetlag hanno ridotto il suo bisogno di sonno. Di notte le piace stare di fronte al planisfero con gli spilli colorati, ne gioisce. Sfiora con le dita ogni singola capocchia e passa in rassegna i ricordi.

Tante notti dunque, tanti incontri, 25 per la precisione, che originano 25 racconti che uniti costituiscono il romanzo di esordio di Mercedes Lauenstein, di notte (nachts, 2015) edito da Voland e tradotto da Elisabetta Dal Bello.
Uomini, donne uniti dall’ insonnia, dal vivere di notte, quando tutto si fa più rarefatto, quando il silenzio è più profondo e la luce artificiale più giallastra e brillante. Ogni capitolo ha un titolo che riporta il nome dell’intervistato, il vero protagonista di ogni singola storia, al centro della narrazione, mentre la voce dell’intervistatrice si fa sfumata, un sussurro, scolorisce, quasi un pretesto che funge da filo conduttore.
E intanto il lettore si chiede: perché? Quale è il senso di tutte queste bugie che la protagonista racconta per entrare nelle vite altrui? Perché tutto questo? E’ un modo di esorcizzare la solitudine? Per cercare il contatto umano di sconosciuti, le cui vite altrimenti scorrerebbero parallele senza incontrasi mai? E nello stesso tempo un’ altra domanda si fa pressante: sta cercando qualcuno? Qualcuno che anche solo finalmente la comprenda, in una metropoli europea grande e depersonalizzante.

Premo un tasto sul suo telefono. Le 5 e 29. Esco di soppiatto dalla stanza e da quella casa. La luna è scomparsa. Sempre più luci alle finestre. La città si sveglia.

La scrittura è piana, ipnotica, uniforme, cadenzata dai ritmi della veglia forzata quasi che l’autrice scrivesse anch’essa di notte, quando il tempo è dilatato, onirico, attenuato. Ogni capitolo narra un rituale, un gioco di cui forse la protagonista si stancherà o forse no. A volte confessarsi a perfetti estranei è più facile, emergono verità sepolte, che di giorno si fatica pure ad ammettere con se stessi, si abbassano le difese di notte, si vive in una sorta di stato sospeso, alterato. La notte è fatta per dormire, il corpo si adegua all’assenza di luce, l’innaturale veglia fa emergere un malessere diffuso e un senso vuoto. Che la protagonista vuole riempire di parole, di ricordi, di esperienze di vite vissute. Da altri.

“Di giorno sarebbe stato impensabile. Ma sai, di notte, grazie alla mancanza di luce, la mia mente si distare meno, patisco meno il bombardamento di stimoli esterni. E stare svegli di notte” aggiunse” infondo ha qualcosa di elettrizzante proprio perché non viene visto di buon occhio. Non ci si sottomette alle costrizioni cui si sottomettono tutti: stare svegli di giorno, andare a dormire la sera, insomma rimanere dentro gli schemi”.

Romanzo filosofico e corale se vogliamo, di notte alterna i toni intimistici a quelli più distaccati e ci parla di quanto la solitudine pesi nelle nostre metropoli occidentali, di quanto sia difficile superare la diffidenza e il timore dell’altro. E più si avanza nella lettura e più si ammira il coraggio della protagonista, coraggio che forse è solo incoscienza o peggio disperazione. Ma di notte tutto è possibile.

Mercedes Lauenstein, nata nel 1988, vive a Monaco ed è autrice di saggi e reportage per diverse riviste e quotidiani tedeschi. Nel 2016, con il suo esordio letterario, di notte, si è aggiudicata numerosi premi ed è stata ospite dell’International Literary Festival di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio stampa Voland.

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:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: La colpa degli altri, Gila Lustiger (Neri Pozza, 2016)

8 ottobre 2016
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La colpa degli altri (Die Schuld der andern, 2015) di Gila Lustiger, edito in Italia da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb e Alessandra Baracchi, è un sofisticato ed elegante thriller investigativo, sorretto da una scrittura raffinata e decisamente anomala in un romanzo che vede al centro un cold case della Francia Mitterandiana. Dire che mi è piaciuto è poco, credo sia una delle letture più interessanti che ho fatto negli ultimi mesi, forse il mio thriller preferito del 2016.
Il mio entusiasmo credo sia giustificato dal fatto che è piuttosto insolito far luce su argomenti che si è davvero tentato di oscurare con una patina di dimenticanza. Ancora oggi qualcuno si ricorda dello scandalo del colosso chimico-farmaceutico Rhône-Poulenc, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta? Anche facendo ricerche su Google non è così immediato risalire ai fatti, in una specie di gioco di scatole cinesi. Negli anni le aziende si sono fuse, hanno cambiato nome, si sono trasferite all’estero, insomma risalire alla fonte diventa sempre più complicato.
Gila Lustiger, tedesca ma da anni in Francia, ispirandosi a quel caso ha costruito un thriller dal meccanismo perfetto: giusta suspense, ottimo disegno dei personaggi, anche minori, con l’aggiunta di un’ attenta analisi sociale, che si addentra nelle pieghe più nascoste della Francia di oggi, tra banlieue degradate, e ricchi arroccati nei loro fortini di lusso e indifferenza.
Marc Rappaport, il giornalista protagonista dell’indagine investigativa struttura portante del romanzo, è un’ anima divisa. Appartiene per nascita all’elite dei soldi e del potere, ma per scelta si ostina a indagare tra gli strati più bassi e violenti della società, per scoprire la verità, una verità che sente sua, perché lo riguarda molto da vicino.
Si può leggere questo romanzo insomma perché si ama seguire una pista investigativa e trovare un colpevole, o lo si può leggere per capire qualcosa di più della nostra società e delle nostre responsabilità, perché la conquista della ricchezza e del benessere ha sempre un prezzo, del quale non sempre siamo consapevoli. Scaricare poi molto spesso le colpe su gli altri è un gioco che alla fine può rivelarsi pericoloso, tanto quanto capire che quegli altri siamo noi.
Gila Lustiger costruisce dunque la sua storia approfondendo quel nucleo nero che aggrega scandali finanziari, salute, politica, compromessi e complicità, e lo fa senza marginali sbavature, con il piglio anch’essa del giornalista investigativo, sebbene la storia sia di finzione, e Emilie Thevenin non sia mai esistita. O forse sì, con un altro nome, con altre connotazioni caratteriali e sociali, qualcuno che sia morto cercando di dimostrare verità scomode ci sarà senz’altro. E questo dubbio rende reale e attuale tutto il romanzo, fin qui così abilmente costruito.
Siamo a Parigi nell’estate afosa del 2011. Gilles Neuhart, un insospettabile, di quelli i cui vicini assicurerebbero la totale onestà cadendo dalle nuvole, un impiegato di banca modello dalla vita regolare (e anche monotona) come un orologio, viene arrestato per l’omicidio di una prostituta diciannovenne d’alto bordo avvenuto 27 anni prima. Le nuove tecniche di indagine, l’analisi del DNA che allora non si faceva, portano dritto a lui.
Giustizia è fatta dopo così tanto tempo. Un miracolo si potrebbe pensare, se non fosse che Marc Rappaport cercando di ricostruire la vita della vittima per un suo articolo inizia a sentire puzza di bruciato. Qualcosa non torna, troppi elementi sono fuori fuoco. E se Gilles Neuhart fosse innocente e l’avessero incastrato? Così dopo tanto tempo, certo sembra assurdo, ma se le cose fossero proprio andate così?
Per scoprirlo, mettendo a repentaglio la sua fragile vita sentimentale e la sua relazione con Deborah, una donna bellissima con cui non sa bene se sta facendo sul serio o no, Rappaport inizia un’ indagine serrata, più personale che voluta dal suo giornale (anzi per certi versi decisamente ostacolata) e tra interrogatori di vecchi poliziotti amareggiati, prostitute asiatiche senza futuro, giunge a Charfeuil, una piccola cittadina di provincia dove tutto sembra essere iniziato. Se ne è parlato poco di questo romanzo, peccato. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Gila Lustiger è nata a Francoforte, nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca e comparata a Gerusalemme. Dal 1987 vive e scrive a Parigi. Ha scritto diversi romanzi, tra cui So sind wir, finalista al prestigioso Deutscher Buchpreis del 2005.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio stampa Neri Pozza.

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