Posts Tagged ‘letteratura tedesca’

:: L’ossessione di Wulf Dorn (Corbaccio 2021) a cura di Giulietta Iannone – spoiler free

5 giugno 2021

A dieci anni dall’uscita de La psichiatra, e per chi conosce tutta la serie dei libri di Wulf Dorn dopo Phobia, torna il personaggio di Mark Behrendt: ex psichiatra sospeso dalla professione, provato dalla morte della compagna Tanja, recluso in un condominio fatiscente, e sobrio da circa un anno dopo un lungo periodo di buio alcolismo.
Insomma una vita in pezzi, combattuto tra la tentazione di cercare e uccidere l’assassino della sua compagna (che gli appare ancora in sogni inquietanti e dai risvolti horror) e quella di porre fine alla sua vita per trovare la pace.
Proprio quando, arrivato al limite, sta per usare la sua Glock contro di sé, la telefonata di un’amica, Doreen, gli salva letteralmente la vita e gli ricorda di un appuntamento a cena dalla donna anche lei ex alcolista. Dopo alcuni scambi di battute e una dolorosa confessione della donna sul suo doloroso passato qualcuno suona alla porta.
Da questo momento in poi sarà l’inizio di un incubo ancora più oscuro di quanto già non sia la vita di Mark Behrendt: entrambi vengono drogati e la donna rapita proprio dall’assassino di Tanja che dà a Mark uno stretto lasso di tempo per trovare qualcuno senza dare altre indicazioni. Se non esegue il compito, Doreen morirà.
E così da questo momento inizia una vertiginosa lotta contro il tempo per scoprire come fare a liberare la donna.
Non dirò altro della trama per non svelare intrecci e colpi di scena e soprattutto perché come al solito Wulf Dorn ci conduce nei meandri più oscuri della mente umana e alla radice stessa dei meccanismi che generano la paura e l’ossessione e sarebbe sleale anticipare troppo.
L’ossessione è appunto il titolo italiano del romanzo, tradotto da Alessandra Petrelli ed edito da Corbaccio, storico editore italiano di Dorn. Se vogliamo questo romanzo annoda molti fili, e dà compimento a cose lasciate in sospeso nei precedenti romanzi. Lasciando tuttavia aperte alcune porticine per un eventuale seguito.
Ma il mondo narrativo di Dorn è fatto così personaggi ricorrenti, scenari abituali e fintamente rassicuranti, un universo insomma coeso e coerente che dà la sensazione di leggere un unico romanzo in tante puntate, sebbene ogni libro naturalmente sia perfettamente autonomo e autoconclusivo.
Questa volta i temi principali che Dorn analizza sono la vendetta e la colpa, costruendo una storia labirintica e vagamente onirica, con una spruzzatina di horror come ci ha abituati negli anni.
Un buon thriller insomma, ben congegnato, con un colpo di scena più incisivo di tutti gli altri che ribalta davvero la situazione (e che non avevo affatto intuito). E non era facile trovare nuove strade narrative e un finale spiazzante altrettanto di impatto come per La psichiatra.
Naturalmente sono passati dieci anni, il pubblico dei lettori è anche più smaliziato e stiamo uscendo a fatica da una pandemia, molte circostanze sono oggettivamente cambiate dal 2010, ma Dorn resta il migliore in circolazione quando si tratta di sondare gli abissi della mente umana che portano alla perdizione, meccanismo che non tocca solo i villain della situazione ma anche i personaggi positivi per cui facciamo il tifo. Buona lettura!

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivo.  http://www.wulfdorn.net

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Valentina dell’ufficio stampa Corbaccio.

:: Senza colpa di Charlotte Link (Corbaccio 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2021

Come spesso accade la chiave per risolvere il caso si trova nel passato, perché nessun crimine resta mai davvero impunito e molti segreti portano a conseguenze molto spesso imprevedibili, e soprattutto la vendetta forse è uno dei sentimenti più devastanti, è così è anche per questo libro nuova opera di Charlotte Link, la Regina del thriller tedesco che ama ambientare le sue storie in Gran Bretagna. Dopo L’inganno, e La palude, ecco Senza colpa, (Ohne Schuld, 2020), tradotto dal tedesco da Alessandra Pretelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, terza indagine dell’investigatrice inglese Kate Linville che lascia Scotland Yard per prendere servizio al commissariato di Scarborough nello Yorkshire per lavorare assieme a Caleb Hale, l’unico poliziotto che crede davvero nelle sue, pur nascoste, potenzialità. Mite, schiva, per nulla interessata a fare carriera, non ama le luci della ribalta, e lascia ai colleghi prendersi i meriti delle indagini che brillantemente risolve, e così quando gli ex colleghi di Scotland Yard come regalo di addio le regalano qualche giorno in un centro benessere vi si reca con il suo migliore amico in treno, e proprio durante il viaggio una donna viene minacciata da un uomo armato che la insegue per gli scompartimenti, Kate interviene e salva la donna a costo di una ferita di striscio. È l’inizio di un’indagine complessa e difficile che porterà a collegare il caso a quello di un’insegnante che ama fare giri in bici e una mattina viene sbalzata in aria a causa di un cavo teso sulla strada da uno sconosciuto, e anche qui viene esploso un colpo di pistola, che stranamente è la stessa con cui era stata accidentalmente ferita Kate sul treno. Apparentemente non c’è un legame tra le due donne aggredite, non si conoscono, hanno vite molto diverse ma Kate intuisce che la donna del treno non le sta dicendo tutto e inizia caparbiamente a indagare. Per non contare del fatto che Caleb Hale suo futuro diretto superiore viene sospeso dal servizio per essere risultato con un tasso alcolico sopra la media dopo un delicato tentativo di mediazione con un uomo disperato barricato in casa vacanze con la sua famiglia, la moglie e due figlie (che alla fine uccide), così Kate si trova ad avere per nuovo capo Robert Stewart. Chi conosce i libri di Charlotte Link sa già che i suoi punti di forza sono la grande fluidità narrativa e la capacità di fare appassionare ai personaggi che tratteggia con molti particolari e approfondendone il profilo psicologico, mai banale o scontato. La complessità della trama sembra davvero rispecchiare la vita reale, dove molto spesso coincidenze, incontri inaspettati, menzogne e paure costruiscono scenari di pura tensione. Kate Linville è un personaggio interessante, non brilla per simpatia ma ha lati e caratteristiche piuttosto realistiche e umane, e poi è caparbia e determinata nello scoprire la verità e diradare la nebbia di bugie e segreti che avvelenano la vita di quella comunità. Charlotte Link ama proporci fatti apparentemente slegati che poi confluiscono in un’unica trama ben concatenata e questo è forse il segreto della grande suspence che riesce a creare. Un ottimo thriller, come sempre, forse caratterizzato da una maggior lentezza e una più centrale attenzione psicologica, ma sempre di buon livello.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle», «La donna delle rose», «Alla fine del silenzio», «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze»; «L’ultima volta che l’ho vista» e «Giochi d’ombra» (tutti anche in edizione TEA). 

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.     

Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria, Luca De Angelis, Marietti 1820, (2021) A cura di Viviana Filippini

25 marzo 2021

Quello narrato in “Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria” di Luca De Angelis è un viaggio nella letteratura attraverso alcune opere che avrebbero influito sullo sviluppo dell’antisemitismo. Il libro, edito da Marietti 1820, analizza romanzi e testi evidenziando come le forme di odio verso gli ebrei presenti nella Seconda guerra mondiale, affondano in realtà le loro radici in letteratura (e non solo), già ben tempo prima del manifestarsi della tremenda macchina di sterminio messa in atto dal Nazismo. L’autore ripesca quei libri nei quali gli ebrei sono presenti e vengono spesso denigrati. De Angelis si sofferma sulla figura di Shylock, l‘usuraio ebreo de “Il mercante di Venezia” creato da Shakespeare, per passare alle “Melodie ebraiche” di Heinrich Heine dove gli ebrei subiscono una “metamorfosi canina” o ancora in Kafka, in “La metamorfosi”. Qui il protagonista si risveglia con le sembianze di un enorme insetto (scarafaggio). Ciò che colpische è che la parola usata da Kafka per definire il suo personaggio -“Ungeziefer” (parassita)-, venne recuperata poi dai nazisti per riferirsi agli ebrei nei campi di sterminio. Il fatto che gli ebrei venissero paragonati a parassiti non fu rimarcato solo dall’utilizzo della termine omonimo con il quale venivano chiamati, ma anche dal fatto che per sterminarli i nazisti usarono lo Zyklon B, un potente pesticida impiegato di solito per eliminare i pidocchi e le cimici. Il libro di De Angelis è molto interessante, perché evidenzia come l’astio nei confronti degli ebrei fosse ben radicato non solo nelle opere letterarie, ma anche nella società attraverso parole e frasi che hanno rimarcato la netta e chiara volontà di denigrare in modo spregiativo gli ebrei. Il salto dalle parole ai tremendi fatti della realtà riguardanti lo sterminio degli ebrei fu breve. Tra le pagine del volume dello studioso della condizione ebraica emergono una serie di stereotipi, di immagini cementate nella mente e nella cultura alle quali gli ebrei erano associati: animali, insetti, parassiti come cani, pulci, zecche, cimici, topi e pure il camaleonte. Esseri che portavano infezioni e malattie, che cambiavano idea e atteggiamento in modo repentino e per tale ragione erano pericolosi e poco affidabili. Nel corso del tempo questi cliché hanno portato a vedere negli ebrei entità vive, ma non umane, piuttosto disumane, portatrici del male, di una infezione che doveva essere eliminata. Il processo di disumanizzazione completo venne attuato nei campi di sterminio dove agli ebrei fu negato il nome proprio in funzione di un numero, perché essi rappresentavano l’elemento dannoso e pericoloso che secondo i nazisti doveva in qualche modo essere fermato. “Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria” è un libro che far pensare e dove il lettore compie un viaggio in una parte di letteratura e in quelle tappe che nel tempo e nella storia portarono allo sviluppo sempre maggiore dell’antisemitismo, il quale si radicò sempre più nella società fino alla messa in atto di un’ insensata strage di persone innocenti spogliate della loro umanità.

Luca De Angelis, studioso della condizione ebraica e delle sue modalità di espressione letteraria negli scrittori italiani ed europei, ha insegnato in diverse università (Trento, Trieste e Münster) e attualmente collabora con Pagine Ebraiche.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

Una questione di tempo, Alex Capus, (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2020

CapusUna questione di tempo” è il romanzo di Alex Capus uscito in Italia per Keller editore. La storia è particolare, perché comincia con una scena della quale capiremo il senso solo addentrandoci nel romanzo dello scrittore nato in Francia. Fin dalle prime pagine assistiamo a quello che accade a Anton Rüder, in fuga dalla savana, finalmente vicino ai binari, così affamato su un pentolone di pappa di avena di soldati inglesi che gli stanno attorno. Poi scappa, di nuovo, con il malloppo per gustarselo in santa pace. Questo è l’inizio del libro di Capus e dopo questo frangente il lettore viene catapultato nel 1913, nel Mare del Nord, dove ci sono i cantieri navali Meyer. Qui troviamo lo stesso Anton Rüder al lavoro con altri colleghi, mentre sta smontando la nave Götzen in pezzi sempre più piccoli che andranno spediti in Africa, sul Lago Tanganica, dove c’è l’area sotto il controllo dei tedeschi. In realtà anche Rüder si ritroverà in Africa. Nello stesso momento Geoffrey Spicer Simpson, un comandante strambo, anche un po’ sbruffone come si avrà modo di vedere durante la lettura, arriva dal Regno Unito, nella stessa area dove ci stanno i tedeschi (lato opposto) con Mimi e Toutou. Due ragazze? No. Le due sono delle malconce cannoniere spedite sulle acque del Tanganica. È l’epoca del colonialismo e della Prima guerra mondiale che di lì a poco prende il via, tanto che tedeschi e inglesi presenti, da pacifici conviventi si troveranno ad essere all’improvviso nemici. Capus ci porta dentro ad un mondo lontano più di un secolo da noi e lo fa con un romanzo storico dettagliato, nel quale però c’è anche una profonda dimensione umana data dei diversi caratteri dei personaggi presenti nella scena narrativa. Ognuno di loro ha un proprio modo di fare, che li rende unici e inimitabili al mondo. Capus ci narra il senso di spaesamento e destabilizzazione percepito dai militari in guerra, ma lontani dalle trincee europee. Per esempio Rüder, che pensava di dover solo rimontare la nave, ad un certo punto si trova arruolato e lui la guerra nemmeno voleva farla. Ben diverso il tenente colonnello Zimmer, che non è solo la rappresentazione del massimo rigore militare ma, purtroppo, anche l’insensibilità fatta persona. Per quanto riguarda l’inglese Simpson, è un fanfarone e gradasso, però nel momento in cui accetta la missione in Africa, in lui qualcosa cambia, facendo emergere un’immagine che non corrisponde del tutto alla percezione che gli altri hanno di questo comandante. Pagina dopo pagina, ci si accorge che ogni essere umano ha un proprio modo di vedere e interpretare le cose, perché i personaggi creati da Capus non solo hanno una loro veduta sulla guerra, ma hanno anche un personale modo per gestire il rapporto con le popolazioni africane, con le quali ad un certo punto devono convivere. Nel libro non mancano momenti, dove i soldati sfuggono alla rigidità degli ordini militari per relazionarsi alle popolazioni locali, diventando amici dei Masai, andando oltre i pregiudizi e provando a conoscere al meglio la natura africana, poco nota ai protagonisti che hanno sempre vissuto in Europa.  “Una questione di tempo” di Alex Capus è un romanzo storico ispirato a fatti reali (la nave passeggeri Graf von Götzen, è esistita davvero, ed era dedicata ad un politico e esploratore tedesco Gustav Adolf von Götzen) ma, allo stesso tempo, è una narrazione dove ironia e sentimento convivono alla perfezione portando il lettore negli animi e sentimenti di ognuno dei personaggi dove si trovano amore, amicizia, paura e speranza per il futuro. Traduzione dal Tedesco Franco Filice.

Alex Capus è nato nel 1961 in Francia, ha studiato storia, filosofia e antropologia a Basilea e ha lavorato, sia durante che dopo i suoi studi, come giornalista e redattore per diversi giornali. È uno degli autori tedeschi più famosi e amati dal grande pubblico, noto a livello internazionale con il bestseller “Leon e Louise” in Italia edito da Garzanti con il titolo “Ogni istante di te e di me”. Ha pubblicato numerose opere con grande successo di critica e pubblico ed è traduttore, tra gli altri, di John Fante. Tra i numerosi premi che si è aggiudicato: 2013 Publikumspreis des Westschweizer Radio und Fernsehens; 2005 Förderpreis des Kantons Solothurn; 2005 Anerkennungspreis der Stadt Olten; 1998 Werkjahr der Stiftung Pro Helvetia; 1998 Förderpreis des Kulturkreises der deutschen Wirtschaft im BDI; 1996 Werkjahr des Kantons Solothurn; 1995 Literaturpreis Regiobank Solothurn.

Source: libro del recensore.

:: Quel che si vede da qui di Mariana Leky (Keller, 2019) a cura di Eva Dei

28 luglio 2019

quel che si vede da quiQuanti possono dire di sapere cos’è un’okapi? L’ultimo grande mammifero scoperto dall’uomo

un animale assurdo, molto più assurdo della morte, e sembra del tutto sconnesso con le sue zampe da zebra, i fianchi da tapiro, il corpo da giraffa color ruggine, gli occhi da capriolo e le orecchie da topo.

Sembra davvero un animale inverosimile, ancora di più quando si materializza davanti a un’anziana signora del Westerwald, in Germania. Selma lo incontra nei suoi sogni sempre nei prati dell’Uhlheck, quell’insieme di campi e prati dove la conduce la sua passeggiata pomeridiana. I due si stagliano immobili nella piana, fino a quando i loro sguardi si incrociano; solo a quel punto, come tutte le volte, il sogno sfuma, Selma si sveglia e capisce che qualcosa di brutto accadrà a breve. Tre volte ha sognato un okapi e nelle ore successive è sempre morto qualcuno all’interno della sua piccola comunità.
Una nonna che prevede la morte è solo uno degli strani componenti della famiglia di Luise: un padre dottore alla ricerca di una cura per il proprio dolore, una madre cronicamente incapace di essere presente, un ottico, amico di famiglia, segretamente innamorato di sua nonna. Questi sono solo alcuni degli strani personaggi che prendono vita dalla penna di Mariana Leky.
Quel che si vede da qui è un romanzo di formazione, la storia inizia quando Luise ha dieci anni: i giochi, la scuola, l’amicizia con Martin, il mondo filtrato dagli occhi dell’infanzia. Con la seconda parte compiamo un salto temporale e ritroviamo Luise che ha già ventidue anni, alle prese con un apprendistato in libreria e con Frederik, un giovane monaco buddista che vive in Giappone e che dal loro primo incontro le ha “ribaltato la vita”. Fa da spartiacque della storia, un evento tragico, una morte annunciata proprio dall’astruso sogno della nonna Selma.
Ma questo libro è pieno di avvenimenti e personaggi bizzarri, una realtà al limite dell’onirico, pervasa da momenti delicati ma anche divertenti. Nel romanzo ritroviamo tanti temi importanti: la crescita, l’amore, la ricerca di sé, la perdita e la morte, l’amicizia e il senso di comunità; forse, però, ciò che maggiormente lo differenzia da altri libri di questo genere è la componente del “meraviglioso” che la Leky decide di far entrare in scena. Ricorrendo a situazioni assurde e inverosimili, a credenze e personaggi immaginari, l’autrice coglie l’essenza di situazioni e sensazioni più che reali; cosa rievoca meglio il dolore per una perdita se non la sensazione di portare su di noi un peso in ogni momento, per i giorni a venire? E quale è il nostro desiderio più forte dopo un lutto se non quello di cadere in un sonno perpetuo in cui non avvertiamo più nessun dolore ma nemmeno nessun bisogno? E infine l’ansia, l’angoscia non sono tanto simili a quel fastidioso e invisibile folletto Sbranagole che si attacca al collo di Elsbeth?
Quel che si vede da qui è un romanzo lieve, un inno alla vita in tutte le sue sfaccettature:

«(…) e mi accorsi che io fino a quel momento non avevo ancora scelto nulla, che le cose mi erano capitate e basta, mi accorsi che non avevo mai detto davvero “sì” a niente, semplicemente non avevo detto “no”. Pensai che non bisogna lasciarsi intimidire da un borioso addio, che gli si può sfuggire eccome, perché tutti gli addii sono negoziabili finché nessuno muore.»

Mariana Leky ha studiato Giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim, dopo aver svolto un tirocinio in una libreria. Oggi la sua vita si divide tra Berlino e Colonia. Il romanzo Quel che si vede da qui, pubblicato in Germania nel luglio del 2017, è rimasto per diverse settimane nei primi posti dei best seller e da allora a oggi è stabilmente tra i libri più venduti nelle librerie tedesche. È stato tradotto in più di quattordici lingue e al momento è in corso l’adattamento per il grande schermo.

Source: libro del recensore.

:: Il grande amore di mia madre di Urs Widmer (Keller Editore 2019) a cura di Viviana Filippini

17 Maggio 2019

2Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi. Nel catalogo Keller sono presenti anche Il sifone blu e Il libro di mio padre, sempre nella traduzione di Roberta Gado.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

:: Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

24 aprile 2019

Il silenzio dei satellitiClemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

Clemens Meyer è uno scrittore tedesco nato a Halle, in Germania, nel 1977 e residente a Lipsia. Il suo esordio è stato segnato nel 2006 con Eravamo dei grandissimi (Als wir träumten) dal quale, nel 2015, è stato tratto anche il film di Andreas Dresen, presentato alla 65esima Berlinale. In seguito ha pubblicato altri due romanzi e una raccolta di racconti ed è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea tedesca. Tra i premi ricevuti il Premio Salerno Libro d’Europa 2017. Finalista al Premio Gregor Von Rezzori 2017. Longlist Man Booker International Prize 2017. Bremer Literaturpreis 2013. Premio della Leipziger Buchmess 2008 e Clemens – Brentano- Preis der Stadt Heidelberg 2007.

Source: inviato dell’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa e staff Keller.

:: Il ponte e altri racconti di Franz Kafka, curato da Susanna Mati (Via del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

10 gennaio 2019

il ponte - franz kafka“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.

Il ponte”,”La sincope”,”La cicogna”, “Le mani”,”Le lampade”,”La preda”,”L’angelo”,”Il lupo”,”La fuga”,”Il conte”,”Riunione politica”,”Sogni”,”Una fanciulla”,”La lotta”,”La cella”,”Il leone”,”Il maestro”,”Il sepolcreto”: 18 micro-storie di un alieno della letteratura mondiale. In questi racconti, Kafka percorre inesorabile il limite terminale, l’ultimo margine di credibilità della tradizione, dei vecchi saperi, facendosi custode al varco della infernale soglia. Viene rimosso il mistero, il segreto, l’occulto: tutto è lì davanti, aperto come una cella. Se Leonardo da Vinci rifiniva fino allo sfinimento i suoi capolavori, limando le impefezioni, curando ogni minimo dettaglio, lasciando non concluso un dipinto per decenni, portandoselo dietro nei suoi viaggi esistenziali e fisici, sfumando, focalizzando l’attenzione su un dettaglio invisibile, impercettibile, su un’inezia di particolare, partendo da uno schizzo e senza mai smettere di smussarlo, così Franz Kafka ha gettato sul suo capolavoro “La Metamorfosi” lo scandaglio interiore dei suoi lavori meno noti, della sua vita a metà tra concretezza giornaliera e immaginazione astrale. Lo testimoniano questi piccoli simboli letterari, queste metafore di un pensiero rivolto verso un solo, inesorabile cammino, percorso: il viale verso l’accettazione dell’altro dentro se stesso. E la chimera dei sogni si fa materia del contendere dei riti dell’intelletto, laddove una imperizia, un necrologio dei nostri convincimenti muta e si trasforma nell’odio del nostro essere, dell’apparire che lo contrasta (a volte un apparire mostruoso o prodigioso o inverosimilmente reale).

“Sono arrivati dei sogni, risalendo all’indietro il fiume sono arrivati, per una scala salgono su per il muro della banchina. Ci si sofferma, si parla con loro, conoscono molte cose, solo non sanno da dove vengano. E’ davvero tiepida questa serata autunnale. I sogni si voltano al fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?”. – Sogni.

Franz Kafka – scrittore boemo di lingua tedesca – nasce a Praga il 3 luglio del 1883. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: I felici, Kristine Bilkau (Keller, 2018) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2018

I felici

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“I felici” è il romanzo d’esordio di Kristine Bilkau e quella felicità del titolo si scoprirà essere un qualcosa di costantemente ricercato dai due protagonisti. Loro sono Isabell e Georg, una violoncellista e un giornalista. La loro vita è fatta di musica, parole, concerti, articoli di giornale e di una casa che sperano di rendere dolce e calorosa, proprio come le abitazioni dei loro vicini. La situazione per i due cambia in modo improvviso quando diventano genitori del piccolo Matti. Il frutto del loro amore li conforta, ma la pace e l’armonia in famiglia comincia a vacillare in modo irreparabile. A mettere la crisi nella coppia non ci sono amanti o spasimanti, ma arrivano una serie di eventi esistenziali che destabilizzeranno la tranquillità, per altro già fragile, dei due. Isabell ad un certo punto smetterà di suonare perché minata da un tremore che la colpisce ogni volta che prende tra le mani il suo violoncello per fare prove o concerti. La giovane si prenderà del tempo per riposarsi e curarsi dal disturbo, ma esso sembrerà non volerla lasciare. La situazione non va molto meglio a Georg, in quanto il giornale per il quale lavora, con molta probabilità, sarà venduto e per lui, come per i suoi colleghi, il futuro diventerà qualcosa di molto incerto, nel senso che Georg e gli altri non sanno se avranno ancora il posto di lavoro o se saranno obbligati a cercare qualcosa d’altro da fare. Le incertezze relative al lavoro avranno una ricaduta nella vita di coppia e unite anche all’aumento dell’affitto e delle spese di gestione dell’appartamento dove la famiglia vive, porteranno Isabell e Georg a vivere con tormento. Il domani diventerà sempre più incerto e Isabel e Georg si renderanno conto che anche le cose più scontate- bersi un caffè o fare una passeggiata al parco- rischiano di diventare impossibili da fare senza una stabilità economica. Ecco che la coppia si incrina, nel senso che i due giovani vivono sotto lo stesso tetto sviluppando due esistenze dove la solitudine, la paura del domani, il sentirsi incompresi e incapaci lo sperimentano in modo del tutto personale, isolandosi nei loro mondi dove pensano e progettano cosa mettere in atto per trovare la vera felicità. “I felici” della Bilkau sono due giovani-adulti dell’era contemporanea le cui vite incarnano lo specchio di una parte della generazione di oggi chiamata a confrontarsi con precarietà lavorativa, alla quale si collega spesso quella esistenziale. Isabell e Georg sono quindi felici solo in apparenza, nel senso che nella vita che stanno cercando di creare arrivano intoppi vari, i quali allontaneranno sempre più la felicità da loro tanto desiderata. La crisi crea nella coppia incomunicabilità, incomprensioni, profondi stati di malinconia per qualcosa perso per sempre e difficoltà a parlarsi in modo chiaro e deciso per trovare una soluzione. Nonostante tutto questo, non mancano momenti di speranza, durante i quali il rimuginare e il riflettere su cosa fare evidenzia come Isabell e Georg siano pronti a mettersi in gioco per il figlio Matti, per loro stessi, per essere davvero, e forse per la prima volta, felici. Traduzione dal tedesco Fabrizio Cambi.

Kristine Bilkau è nata nel 1974. È stata finalista all’Open Mike nel 2008 e ha ricevuto numerose borse di studio letterarie e premi come la borsa di studio per la letteratura del Colloquium Berlin, l’Hamburger Föderpreis für Literatur, il Franz- Tumler- Prize e il Klaus-Michel- Kühne- Prize. Vive ad Amburgo con la sua famiglia.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe (Mondadori 2001) a cura di Marcello Caccialanza

3 ottobre 2018

GoetheEdoardo, ricco barone nel fiore della sua virilità, e Carlotta, sua moglie, vivono la loro affettuosa liaison a due in una tranquilla tenuta di campagna.
Carlotta da sposa assai devota ha l’oneroso compito di occuparsi della casa, mentre Edoardo passa le sue stancanti giornate nella virtuosa amministrazione delle questioni generali della medesima magione e del parco circostante.
Entrambi hanno quell’insaziabile e fortissimo desiderio di godere a pieno ed indisturbati della loro stessa felicità, felicità che un tempo i due avevano tanto ardentemente desiderato e che ora hanno finalmente raggiunto.
Il loro amore, infatti, pur avendo avuto i loro prodigiosi natali in gioventù, ha dovuto però sobbarcarsi diverse ed impreviste traversie, con conseguente attesa di un lungo periodo, prima di essere appagato completamente.
Edoardo era stato in passato instradato dal suo padre- padrone ad un matrimonio forzato con una donna più anziana di lui, ma decisamente molto più facoltosa e introdotta nella società di prestigio del tempo; allo stesso modo, Carlotta aveva dovuto andare in sposa con un uomo piacente per ricchezza e potere. Col risultato concreto di aver dato alla luce una figlia, Luciana, che ora vive in un collegio, affinché sua madre e il suo nuovo marito Edoardo, ormai liberi dai rispettivi coniugi, possano finalmente vivere soli.
La tranquillità in casa dei due sposi è però destinata a subire una inaspettata battuta d’arresto, quando lo stesso Edoardo comunica a Carlotta di voler ospitare per qualche tempo un suo amico, il Capitano, personaggio ambiguo ed affascinante, in quel frangente disoccupato. L’uomo infatti si trova a dover affrontare suo malgrado un momento difficile e necessita dunque di un luogo stabile ed accogliente.
I molti tentativi con cui il medesimo Edoardo prova a convincere la moglie di accogliere il suo amico forse, più caro, in un primo tempo non vanno a buon fine: Carlotta vede infatti in questa probabile convivenza un grave pericolo per il loro equilibrio relazionale.
Del resto la stessa donna avrebbe potuto decidere anche lei di ospitare tempo prima  Ottilia, sua giovane e amatissima nipote, che con difficoltà vive nello stesso collegio di Luciana.
Ma per il bene stesso della sua liaison con Edoardo ha però scelto di non assecondare i suoi desideri. Tale possibilità avrebbe potuto risultare nefasta per la coppia.
Ma, anziché dissuadere l’uomo nel suo atroce disegno, questa nuova informazione fornita da Carlotta si trasforma in una carta vincente nelle mani di Edoardo, che rassicura la consorte e la convince quindi ad aprire le porte della loro casa sia al Capitano che a Ottilia.
E da qui inizia una sorta di pericoloso gioco psicologico e fisico di coppie vecchie e nuove che si muovono su questa scacchiera di pagine e pagine in un pericoloso valzer senza più possibilità di alcun ritorno!
Un valzer fatto di amori e di tradimenti silenziosi ma inevitabili, di desideri torbidi e sensuali che coinvolgono i nostri pseudo- eroi in un tourbillon di vicende tormentate ed appassionate, corpi esplosivi in un fuoco che arde in pensieri segreti e segregati nella fredda e scostante affettazione di un’epoca bigotta che dell’amore dà una connotazione melensa e melodrammatica, senza però tenere conto delle pulsioni vere o presunte di quattro paladini alla ricerca di quella felicità eterna, che ti fa sfiorare il cielo con un dito, dove il respiro a due si spande come ambrosia in quell’aria complice.
Imperdibile da leggere almeno una volta nella vita!

:: Dentro il bosco di Lukas Erler (Newton compton 2018) a cura di Federica Belleri

17 Maggio 2018

Dentro il boscoEstate 2012. Cornelius, professore di storia dell’arte, deve incontrare Henk, produttore e regista. Non si vedono da qualche anno e in occasione di un importante evento culturale hanno deciso di riallacciare i rapporti. Il loro appuntamento non verrà rispettato. Henk sarà ucciso in maniera brutale. Perché?
Cornelius è affascinante e colto. Ha una bellissima voce e tutti i sensi allertati, perché la sua cecità lo ha costretto ad affinarli in modo particolare. È orgoglioso della sua indipendenza e fatica a sopportare anche le richieste di aiuto mosse dalla sua fidanzata. Lui vuole fare da sé.
Si ritrova coinvolto in una serie di omicidi in apparenza assurdi, ma che hanno un filo logico inattaccabile. Qualcuno è diventato un assassino, qualcuno ha tenuto dentro un odio malato per vent’anni, meditando lentamente una vendetta precisa. Qualcuno, al contrario, non ha indagato come avrebbe dovuto, ha omesso, ha voltato la testa altrove, ha fatto finta di nulla. Perché?
Cornelius racconta il suo handicap attraverso questa storia, un disagio nel disagio. Cornelius ha conoscenze importanti, è in grado di ricattare e di usare i toni giusti, al bisogno… tutto per proteggere se stesso e la donna che ama.
Dentro il bosco è un thriller ben strutturato, che spazia dalla Germania all’Olanda, dal Belgio alla Bosnia. È la storia di una guerra assurda, dove chi è stato a guardare si è assunto una grave colpa. È una storia di sangue e di corpi da calpestare, di sopravvivenza e di terrore. È l’ennesima conferma di quanto i ricordi non sbiadiscano e certi traumi non si riescano mai a superare.
Consigliato. Buona lettura.

Lukas Erler è nato a Bielefeld, in Germania, nel 1953. Lavora come logopedista da più di vent’anni. I suoi romanzi sono stati selezionati per il premio Friedrich Glauser e nel 2015 ha ricevuto la prestigiosa “Piuma di Sageberger” per il suo primo romanzo. Attualmente vive in Nordhessen con sua moglie.

Source: omaggio dell’editore.

:: Il suono della vita di Hans- Josef Ortheil (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2018

1Il suono della vita” di Hans- Josef Ortheil mi ha ricordato un partitura musicale con una melodia in crescendo. Il romanzo, edito da Keller, è la storia di una rinascita vissuta dal protagonista. Johannes adulto narra la sua esistenza trascinandoci in un vortice di eventi, rumori, suoni e vibrazioni che evidenziano come sia possibile superare l’incomunicabilità. Johannes bambino non parla. Il suo non dire parola non è determinato dal fatto che sia muto o affetto da qualche disturbo. Il motivo è che il piccolo è cresciuto con una madre che ha volontariamente smesso di parlare. Causa di tale shock per la donna, la morte dei figli (il protagonista è l’unico sopravvissuto) durante e dopo il Secondo Conflitto Mondiale. La madre non parla, il dolore l’ha portata a rifugiarsi nella lettura e a comunicare scrivendo biglietti che il marito (geodeta di professione) legge ogni volta che torna dal lavoro. Poi, un giorno, nella loro casa arriva un pianoforte e questo non solo smuoverà qualcosa nell’animo della madre, ma stuzzicherà la curiosità del piccolo Johannes. Il padre intuisce questo elemento e architetterà un piano per aiutare il figlio a scoprire la parola e la musica. Il piccolo protagonista affronta il suo cammino di formazione vocale non a Colonia, ma nel villaggio campestre dove il padre è nato e da questo momento per lui sarà una vera e propria meravigliosa scoperta del mondo. Il contatto diretto con la natura, lo studio della musica, il viaggiare tra Colonia e Roma e il cimentarsi con la scrittura sono gli strumenti che permetteranno a Johannes di diventare un giovane uomo e di prendere coscienza di sé e del proprio vissuto. “Il suono della vita” è un romanzo di formazione nel quale il protagonista affronta snodi cruciali nella e per la sua vita. Johannes ha un rapporto molto intenso con la madre. Non importa che loro due non parlino, ma sono i gesti a sottolineare l’intensità del legame madre-figlio, un qualcosa di perenne e indissolubile. Dal punto di vista del padre, l’uomo riesce un po’, ma a fatica, ad accettare il mutismo della moglie, ma quello del figlio no. Non è sopportabile. Il geodeta farà tutto il possibile per far parlare il figlio e lo farà portandolo a contatto diretto con la natura, facendolo disegnare, scrivere e suonare. Johannes ha quindi nei genitori due perni saldi ma, allo stesso tempo, il suo tentare di vivere in società senza parlare troppo gli creerà problemi. Per cominciare il ragazzo sarà spesso la vittima prescelta dei suoi compagni di scuola – a volte anche dei docenti- che lo derideranno e che non comprenderanno mai le cause vere del suo mutismo. Per loro Johannes è il tipo strambo, il debole da sbeffeggiare e prendere di mira. Johannes un po’ si ribella, ma molte volte subisce e vede nella musica una sorta di salvezza, una luce in fondo al tunnel. Una mera illusione perché quando si renderà conto di non avere le qualità per diventare un grande musicista, la delusione per questa presa di coscienza lo farà soffrire molto. Allora comincerà a scrivere (proprio come faceva la madre) e il mettere parole su carta tra Colonia e Roma, permetterà a Johannes non solo di esorcizzare le paure, ma di mettersi a confronto con il suoi io e il suo vissuto personale. “Il suono della vita” di Ortheil è un viaggio nel vissuto di un uomo che fa degli affetti, delle parole e della musica gli strumenti per affrontare l’esistenza quotidiana. Quel vivere pieno di esperienza e di suoni, nel quale però non manca mai il silenzio, poiché esso è per Johannes lo strumento migliore per ampliare i sensi e percepire le note più intime dell’animo umano. Traduzione dal tedesco Scilla Forti.

Hanns-Josef Ortheil è nato a Colonia nel 1951. È scrittore, pianista e professore di scrittura creativa e giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim. Da molti anni è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura tedesca contemporanea. È stato insignito di numerosi premi per le sue opere, tra cui il Thomas-Mann-Preis, il Nicolas-Born-Preis, lo Stefan-Andres-Preis e l’Hannelore-Greve-Literaturpreis. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue.

Source richiesto all’editore.