Posts Tagged ‘thriller psicologico’

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e proprio allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: L’ex moglie di Jess Ryder (Newton compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2019
L’ex moglie di Jess Ryder

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Accostato a La ragazza del treno e L’amore bugiardo, L’ex moglie di Jess Ryder, edito in Italia da Newton Compton e ben tradotto da Mariacristina Cesa, è uno psicothriller di ambientazione inglese che aggiunge alla suspense una spruzzata di critica sociale, un buon approfondimento psicologico dei protagonisti, e un certo sapore di vita vissuta che crea subito nel lettore una forte empatia per i personaggi.
Innanzitutto mi ha spiazzato, leggendo la trama mi aspettavo tutt’altra storia, ma andiamo con ordine. Cercherò anche di non spoilerare troppo, per non svelarvi anche inavvertitamente i molti snodi narrativi e colpi di scena.
Innanzitutto il romanzo narra la storia di Natasha e Nick, una coppia felice, genitori della piccola Emily, una vispa bambina dai riccioli biondi. Un matrimonio come tanti, in cui le dinamiche di coppia sono piuttosto comuni. Si sono incontrati, per un caso fortuito, quando lui era ancora sposato, da più di vent’anni, con Jen, conosciuta al liceo, migliore amica della sorella Hayley.
Hanno iniziato a frequentarsi, e poi quando Natasha resta incinta, Nick è felicissimo, lascia la prima moglie e sposa Natasha. Di colpo la ragazza, molto più giovane di lui, dalle case popolari (è figlia di una donna sola che fa la donna delle pulizie negli uffici), da un modesto lavoro come barista passa all’ upper class: ville, soldi, ristoranti costosi, alberghi di lusso.
Non che la ragazza sia eccessivamente attaccata a questa nuova ricchezza, ma ha bisogno di rassicurazioni, di qualcuno che si prenda cura di lei, e Nick sembra a tutti gli effetti il classico principe azzurro.
Ma qualcosa nel loro matrimonio non va, l’autrice è brava a dare piccoli indizi di questo disagio che si focalizzano nella presenza ingombrante di Jen, mai del tutto dimenticata, e dall’atteggiamento ostile della famiglia di Nick (madre, padre, sorella) che sembra ancora considerare Jen la sua vera moglie, e Natasha solo un incidente di percorso, una rovina famiglie, qualcuno mai del tutto accettato che non si vede l’ora si tolga dai piedi.
Jen infatti telefona di continuo, viene invitata alle feste a posto della moglie attuale, Nick la va a trovare spesso, l’aiuta, non le dice mai chiaramente di stare definitivamente lontano dalle loro vite.
Questa crepa diventa una voragine quando Sam, l’autista di Nick, le confida di averli visti insieme, che sono amanti. Natasha allora sentendosi tradita decide di lasciarlo, prendersi la bambina e allontanarsi da quella vita che ormai le sembra tutta un’impostura, non dubitando e nemmeno chiedendosi se quello che le ha detto Sam sia vero. Ma prima di farlo lei, è Nick a sparire con la bambina.
Natasha di colpo non sa cosa fare, lui cambia la serratura della porta, le annulla le carte di credito, (in realtà non ha mai condiviso le sue ricchezze con lei), la fa passare per violenta e pericolosa con la sorella Hayley che già non la può soffrire. Natasha torna da sua madre, la sola che l’aiuti senza secondi fini, ma si trova ad avere un’alleata inaspettata proprio in Jen, che si schiera subito dalla sua parte e le assicura il suo aiuto nel cercare di riprendersi la figlia. Ma può davvero fidarsi di Jen? Voi lo fareste al suo posto?
Da questo momento in poi, in un vortice di depistaggi, false apparenze e tragiche derive la storia porterà il lettore a dubitare di tutti: di Nick, di Jen, e forse anche di Natasha.
Allora, Jess Ryder utilizza una narrazione alternata, aggiungendo un nuovo personaggio Anna, (si svelerà solo più avanti chi è, perché si nasconde, quali sono le sue paure), tutto in prima persona, solo l’ultimo capitolo ha per protagonista come voce diretta Nick.
Jess Ryder gioca col lettore, lo induce a credere alcune cose, per poi ribaltare tutto specie nel finale. Sicuramente chi desta maggior simpatia è Natasha, sebbene venga fatta passare per una rovina famiglie, un’ avida opportunista, una ragazza violenta o perlomeno una donna che ha annullato se stessa per il suo ruolo di moglie senza ritagliarsi spazi per sé, allontanandosi dalla madre, dalle amiche, dal suo lavoro per Nick. Ingenuità, o puro calcolo? Naturalmente quando leggiamo la storia dal suo punto di vista è lei l’eroina, è lei la madre a cui hanno sottratto la figlia, ma anche questo personaggio non riesce a convincere del tutto.
Questa ambiguità comunque nulla toglie alla piaga sociale che l’autrice vuole portare all’attenzione, al fatto che i ricchi possono ricorrere alla giustizia, mentre i poveri (quasi sempre le donne sono la parte economicamente più fragile), no. L’assistenza legale gratuita in Gran Bretagna è infatti possibile solo in caso di violenza e abusi dimostrati o in presenza di minaccia per la sicurezza del minore coinvolto. E l’eccessiva onerosità delle azioni legali, crea sicuramente delle vere ingiustizie per le donne magari solo ingannate e sfruttate, ma non in pericolo di vita.
Insomma una lettura affatto banale e per alcuni versi anche decisamente inquietante.

Jess Ryder ha lavorato per anni come sceneggiatrice e la sua passione è guardare serie TV investigative. Ha pubblicato numerosi libri di successo, molti dei quali per bambini e adolescenti, ma la sua vera passione sono i thriller.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonella dell’Ufficio stampa Newton compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Viola deve sapere di Stefania Lucci (Alter Ego Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

26 gennaio 2018
viola deve sapere

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Prima opera di Stefania Lucci, ex professore universitario di Medicina. Un esordio dai toni del thriller, che non manca di introspezione.
L’autrice ci porta nel mondo di Viola Gallo, mondo estremamente confuso. Viola si sveglia dopo circa un mese di coma, e non ha ricordi. Lo psichiatra Raniero Ranieri la supporta con sedute personalizzate utili al recupero della memoria. Ma di che memoria si tratta? Cosa le è accaduto prima del periodo di coma? Viola alterna momenti di serenità ad altri di rabbia e frustrazione. Una condizione assolutamente normale, le dicono. Non è così però, quando si mettono di mezzo i sentimenti … Piergiorgio Pichler, funzionario di polizia, dice di amarla e di essere il suo compagno. Deve credergli e fidarsi? Deve imparare a volergli bene o già lo fa inconsciamente? Viola scopre di avere una famiglia, presente al momento del suo risveglio, ma lei non riconosce nessuno. Le parlano tutti di un’inchiesta che la riguarda ma la sua mente è resettata. Non è in grado di capire il dolore e la gioia, fatica a provare empatia. È sempre stata così o quanto le è accaduto l’ha cambiata per sempre? Anche l’appartamento in cui vive le sembra troppo asettico e impersonale. Si deve fidare di chi la circonda o no?
Viola affronta un percorso difficile e doloroso, combattuta fra la curiosità e la paura di sapere. In bilico fra presente e passato, fra momenti di devastante fragilità e piccoli sprazzi di luce. Viola arriva persino a provare vergogna man mano alcuni ricordi riaffiorano in superficie, si sente a disagio anche con lo psichiatra. È convinta che qualcuno stia distruggendo la sua vita, pezzo dopo pezzo …
“Viola deve sapere” affronta la rielaborazione del dolore attraverso una storia semplice ma intensa. La vicenda si svolge principalmente a Roma. I personaggi principali sono protagonisti in ogni paragrafo, dedicato a ciascuno di loro, che si racconta in prima persona. Il dialogo e il ritmo sono scanditi proprio attraverso i diversi punti di vista degli interessati. La scrittura è precisa e coinvolge al punto giusto. Sono presenti alcuni termini medici certamente legati alla professione dell’autrice, utilissimi per capire Viola e la sua perdita di memoria.
Ottimo esordio a mio avviso. Buona lettura.

Stefania Lucci è nata a Roma nel 1951. Professore universitario di Medicina, una volta in pensione si è dedicata alla sua prima passione: la scrittura. Viola deve sapere è il suo esordio nella narrativa.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’inganno delle tenebre di Jean-Christophe Grangé (Garzanti 2017)

19 novembre 2017

Concludiamo oggi il blogtour dedicato a L’inganno delle tenebre come promesso con la pubblicazione delle nostre recensioni. Su ogni blog partecipante troverete infatti la rispettiva recensione (Le parole segrete dei libri, The Mad Otter, Il mondo di sopra, La viaggiatrice pigra, Nali’s Shelter). Spero abbiate apprezzato il nostro lavoro, è stato impegnativo, ma ci ha dato grandi soddisfazioni. Buona lettura! 

l'inganno delle tenebre

Seguito de Il rituale del male, L’inganno delle tenebre (Congo Requiem, 2017) ci riporta nell’ universo noir creato da Jean- Christophe Grangé, un universo parallelo, ma non tanto lontano da quello reale, da quello in cui viviamo ogni giorno, sebbene naturalmente fatti e circostanze non rispecchiano necessariamente comportamenti e accadimenti davvero successi. Ma chi può dirlo? Molto spesso la fantasia è più reale delle realtà.
Questi due romanzi, che andrebbero letti nell’ ordine per una comprensione più completa della trama e per godere dei depistaggi, delle Fatemorgane che l’autore crea facendoti credere una cosa, dandoti false sicurezze, per poi ribaltare anche radicalmente la situazione, è in tutto un’ opera mammut di 1600 pagine, la creazione letteraria più ambiziosa e complessa di Grangé.
Un’ eccellenza nel particolare genere thriller, che coniuga gli eccessi dell’ horror, le sottigliezze del romanzo psicologico, e la fantascienza (perlomeno medica) e la fantapolitica.
Jean- Christophe Grangé non ha paura di osare, di esagerare, di seminare improbabili coincidenze, di frastornarti coi colpi di scena, anche un po’ kitsch, di giocare con la tua credulità e di sedurti con riflessioni anche profonde su considerazioni storiche, sociali o geopolitiche.
L’Africa di Grangé, che in questo romanzo ha un ruolo centrale perlomeno nella prima parte, terra di una bellezza mozzafiato e nello stesso tempo di corruzione, avidità, traffici illeciti, schiavismo, malattie, guerre, superstizioni, riti ancestrali, crudeltà inenarrabili, forse non è l’Africa reale, ma si avvicina alla percezione che un’ occidentale consapevole e informato ha di quel paese, vessato, derubato e martoriato da anni e anni di colonialismo bianco.
Grangé non edulcora la realtà, la rapacità e l’istinto predatorio di un Morvain rispecchiano davvero quello di tante società private, che si spartiscono quelle terre con la complicità più o meno manifesta delle autorità locali. E poi gli scontri etnici, tribali, le guerre devastanti più o meno pilotate, sempre funzionali alla spartizione di materie prime (diamanti, petrolio, uranio, coltan), alla diffusione dei lucrosissimi traffici d’armi, all’ottenimento del potere, sempre funzionale all’ ottenimento di denaro. Il dio moderno che sembra venerato da tutti, qualsiasi sia il credo politico, il colore della pelle, la mentalità, l’ideologia.
E poi c’è la follia, la variabile impazzita, che stravolge tutte le regole, che aggiunge alla violenza predatoria caratteristiche allucinate. Si può uccidere per vendetta, e tutto il romanzo è una grande storia di vendetta, di un folle e impasticcato conte di Montecristo contro una famiglia, un clan i Morvain. Fino alle pagine finali non scopriremo chi muove davvero le fila di tutto ciò, non scopriremo se davvero l’Uomo Chiodo è vivo ed è tornato. Non scopriremo che anche i personaggi più insospettabili sono capaci di uccidere, e nascondono segreti che non possono essere sepolti con loro.
Se amate il genere, una lettura da non perdere, l’horror thriller al suo meglio, di un autore europeo ben poco convenzionale, ben poco politicamente corretto, che fa risolvere il caso (perchè infondo è un’ indagine poliziesca) al personaggio più improbabile, che del clan Morvain fa sopravvivere pochi personaggi, sovvertendo la legge principale e implicita del thriller che prevede che di norma i personaggi principali non dovrebbero morire. Ma Grangè accentua il realismo, esagerandolo, descrivendo minuziosamente i particolari, anche i più sordidi. E lasciando nella mente del lettore l’eco di Gregoire Morvan che nella foresta africana si trova ad avere a che fare con un ragazzo della sua comitiva con la gamba in cancrena, prossimo alla morte. E senza un attimo di esitazione l’uccide, perché non rallenti la sua marcia. E poi si trova gli occhi pieni di lacrime, non per il gesto compiuto, per la pietà umana che non prova, ma per sé stesso. Traduzione dal francese di Paolo Lucca.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: La donna nella pioggia di Marina Visentin (Piemme 2017) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2017

la donna nella pioggiaQuella di Stella Romano, protagonista di “La donna nella pioggia”, edito da Piemme, è una vita monotona, ripetitiva, fatta di una quotidianità a tratti quasi sfiancante. La donna si divide tra i viaggi di lavoro del marito Mattia; le diverse attività che praticano Alice e Sofia, le due figlie; Nina, la domestica ucraina che la aiuta nelle faccende di casa e il proprio amato lavoro di illustratrice di libri per bambini. Tutto assomiglia al ritratto della perfezione assoluta, ma in realtà sotto la superficie di belle apparenze, la vita della protagonista nasconde una serie di eventi e cose che le danno il tormento. Tanto per cominciare si scopre che l’infanzia di Stella è stata minata da un evento drammatico: la morte tragica della madre. Fosse solo questo! Stella non ha mai avuto notizie certe su chi fosse suo padre e il cognome che porta, Romano, è quello di Gabriele, il compagno della mamma che la allevata come una figlia. Questi sono i fantasmi del passato, ma nel presente dove tutto sembra perfetto, la caduta del vaso della madre (unico oggetto che manteneva il legame tra le due) e la sua completa rottura lanciano nel panico la donna. Stella si rende conto che non può più tenersi dentro quello che la tormenta e che la fa soffrire, perché solo affrontato ciò che la assilla potrà, forse, trovare un po’ di pace. La protagonista passa dalla calma apparente in una spirale di crescente ansia che le fa rasentare la pazzia, tanto è vero che ad un certo punto la donna inizia a prendere dei medicinali (ansiolitici), e soffre per il fatto che le due amate figlie sono in vacanza con i parenti del marito e lui, Mattia, ecco non è così fedele come vuole fare credere. Ognuno di questi elementi non farà altro che gravare in modo maggiore sulla stabilità psicofisica di Stella che, oltre a sentirsi sempre più oppressa, prova un senso di minaccia incombente. Marina Visentin porta noi lettori a seguire il cammino nella psiche della protagonista, la quale prende coraggio e decide di indagare il suo passato per capire cosa la tormenta, perché ormai lei ha capito che il suo malessere è legato a qualche evento traumatico accaduto tanto tempo prima. Alla Milano del presente, quella dove Stella di divide tra mondo borghese ed editori di qualità, si innesta ad un certo punto il passato. Un tempo andato dal quel emergono gli aspetti cupi e mai del tutto chiari dei tanti delitti violenti e molto spesso inspiegabili che segnarono l’Italia degli Anni di piombo. Stella fa una viaggio alla ricerca delle proprie radici e per compierlo mette in gioco tutta la sua forza in un cammino di ricerca della verità complesso e pieno di difficoltà che la metteranno a dura prova. Questo non importa a lei, perché sono passi vitali da compiere, per dare un senso al proprio vivere. “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, attraverso la vicenda personale di Stella, ci presenta mondi diversi, fatti di contraddizioni e contrasti che influiscono sul singolo essere umano e che lo destabilizzano a tal punto da trovare il primordiale istinto di coraggio per mettersi in discussione e ricercare la verità sul proprio passato e sulla propria esistenza.

Marina Visentin è nata a Novara, ma da quasi trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copywriter in un’agenzia di pubblicità. Ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema e altro; attualmente si interessa di scrittura autobiografica, organizzando laboratori a Milano e dintorni. Ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e psicologia. Dopo la fiaba noir “Biancaneve” (Todaro Editore, 2010), “La donna nella pioggia” è il suo primo thriller psicologico.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Luigi Scaffidi dell’ ufficio stampa.

:: La donna silenziosa di Debbie Howells (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

13 settembre 2017

la-donna-silenziosaThriller d’esordio per Debbie Howells, autrice britannica. Romanzo dal ritmo equilibrato, con il giusto carico di tensione. L’ambientazione è in un paese della provincia inglese. Il luogo è circoscritto e tutti si conoscono. Ci sono fattorie, campi coltivati, boschi rigogliosi e impenetrabili. Lo sa Kate, sposata, con una figlia in procinto di trasferirsi all’università. Ha una passione empatica con i cavalli, che prende in cura da proprietari in difficoltà. Di questi meravigliosi animali ama la stazza imponente e lo spirito libero. E lo sa Rosie, bellissima diciottenne, che aiuta Kate e adora cavalcare, ed è riuscita a creare con i cavalli uno rapporto davvero speciale. Ma Rosie scompare, di lei non si hanno più notizie. Tra lo sconcerto di sua madre e la preoccupazione dei coetanei, la tranquilla quotidianità del paese viene travolta da uno tsunami di emozioni. Davvero i genitori possono restare tranquilli quando i figli escono? E davvero gli adolescenti si sentono così invincibili? La polizia fa domande, la stampa si accalca attorno alla famiglia di Rosie. Si insinua il sospetto, si cerca la ragazza e un presunto responsabile della sua sparizione …
La donna silenziosa è scritto in prima persona da tre voci femminili. È il percorso fatto attraverso i ricordi dolorosi. È lo strazio della solitudine e l’asfissia provocata dal controllo. È l’inquietudine generata dal pericolo. È il destino avverso che si accanisce e la delusione di promesse mai mantenute. È la voglia di libertà, che viene calpestata con ferocia. La donna silenziosa si nasconde tra sorrisi falsi e cicatrici da cammuffare, tra menzogne e terribili sbalzi d’umore.
In questo thriller emergono egoismi e maschere ben costruite. Emerge una natura selvaggia in grado di farsi amare e odiare allo stesso tempo. Spicca l’amicizia disinteressata e il bisogno primordiale d’amore. E ancora la violenza, la prevaricazione, la fragilità di chi si trasforma in un contenitore vuoto e si lascia vivere. Angosciante, agghiacciante, travolgente.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Debbie Howells in passato ha studiato psicologia, è stata un’istruttrice di volo, la proprietaria di un negozio di fiori, e attualmente scrive a tempo pieno. Il suo thriller d’esordio, La donna silenziosa, è stato un successo di critica e di pubblico e i diritti di traduzione sono stati venduti a cifre molto alte in numerosi Paesi. Debbie vive nel West Sussex con la sua famiglia.

Sito dell’autrice: debbiehowells.com

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Newton Compton.

:: Il gioco del male, Angela Marsons (Newton Compton, 2016)

22 ottobre 2016
il

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Prima di parlare della trama e dei personaggi di Il gioco del male (Evil Games, 2015), secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, di Angela Marsons, (tradotto dall’ inglese da Erica Farsetti e Angela Ricci), con estimatori entusiasti e vagamente insospettabili, come Antonio D’Orrico che dalle pagine della Lettura arriva a definire la Marsons diretta erede di Patricia Cornwell (di cui comunque continua a rimpiangere i tailleur), volevo spendere qualche parola sull’ambientazione, e su quanto incide sul mood di tutto il romanzo. La Black Country, area delle Midlands Occidentali, (che per intenderci va da Birmingham a Wolverhampton) merita qualche riflessione. Innanzitutto partiamo dal nome, erede e vestigia di un tempo in cui la zona era davvero la culla della Rivoluzione industriale, (c’erano concentrate così tante fabbriche, che l’aria aveva una consistenza quasi solida, per i vapori esalati dalle ciminiere, tra il nerofumo e la polvere di carbone). La ricchezza del periodo d’oro finì di colpo alla fine degli anni 70, quando iniziò l’era postindustriale,  e gli scontri vivacissimi (a base di scioperi e rappresaglie) tra Margaret Thatcher (fu leader del Partito conservatore britannico, dal 1975 al 1990) e i sindacati affatto entusiasti della riforma del diritto del lavoro da lei voluta (drammatici gli scontri tra la polizia a cavallo britannica e i minatori). Di queste lotte sociali, danni ambientali e povertà ormai diffusa, la Marsons fa trasparire le conseguenze.

La Black Country era la terza zona del paese con la concentrazione più alta di disoccupazione, non si era mai veramente ripresa dal declino dell’industria del carbone e dell’acciaio che aveva attraversato il suo momento di gloria nel periodo vittoriano. Le fonderie e le acciaierie erano state demolite per fare spazio a grandi complessi industriali e residenziali.

Conseguenze che si riflettono sugli umori della gente, gente dura, povera, abituata a vivere con gli assegni sociali, a entrare e uscire di galera, ad essere assistita da assistenti sociali e poliziotti sottopagati, sempre più oberati di lavoro tra violenze domestiche, violenze sui minori, e veri casi di omicidio. Disoccupazione, povertà, violenza, malattie mentali, sembrano lo scenario perfetto per un thriller e infatti da questo contesto sociale esce il personaggio della detective ispettore Kim Stone, anche lei entrata negli ingranaggi del sistema fin da piccola, separata dalla madre schizofrenica e data in custodia a una serie di famiglie affidatarie, che in fin dei conti non hanno fatto un cattivo lavoro crescendola così com’è. Se il passato e i traumi infantili sono un pesante bagaglio per le spalle della Stone, (anaffettiva, introversa, quasi asociale), non da meno lo sono per il suo esatto opposto la psichiatra Alex Thorne, ricca, bella, affermata, inserita nel contesto sociale come un membro autorevole e rispettato. Angela Marsons rende chiaro fin da subito che lo scontro tra le due sarà il filo conduttore del romanzo. E qui entrano in gioco le sfumature, le sottotracce, la capacità dell’autrice di giocare sull’ambiguità e l’oscurità che entrambi i personaggi si portano dentro. Uno scontro impari, venato di attrazione e di odio, tra un ligio tutore dell’ordine e una sociopatica (del tutto priva di coscienza e di sensi di colpa), di cui la Marsons declina tutte le fasi della sua sociopatologia. Non c’è redenzione per la psichiatra Alex Thorne, che fino all’ultimo userà la sua abilità per manipolare, ferire, distruggere tutte le persone che il suo capriccio le pone davanti. Due casi paralleli percorrono la trama. Il caso di un pedofilo, Leonard Dunn, che abusava delle sue figlie, senza che la moglie si fosse accorta di niente, e il caso di una ragazza, vittima di stupro, che accoltella a morte il suo stupratore. Due casi diversi, separati, che non porteranno a sovrapposizioni come molto spesso accade nei thriller, ma non privi entrambi di colpi di scena e effetti imprevedibili. Il libro inizia infatti con l’irruzione in casa di Leonard Dunn (da parte di Kim Stone della sua squadra) e il suo conseguente arresto. Ma soprattutto una seconda persona sembra essere stata presente agli abusi. Trovarla sarà compito della squadra (e dell’intuizione di Kim Stone). Il secondo caso è invece più corposo, e ricco di implicazioni. E non sarà il primo, ma tutta rientrerà nel piano di una mente manipolativa che vuole dimostrare che la mancanza di coscienza e sensi di colpa è una dimensione naturale dell’essere umano. La Marsons si è ben documentata da un punto di vista psichiatrico, tra sociopatologia, sindromi post-parto e schizofrenia, il tutto venato da una sottile diffidenza verso la reale possibilità di effettuare diagnosi e dispensare cure, quando anche coloro che sono preposti a farlo sono spesso vittime di traumi e debolezze psicologiche. Bello il personaggio di Dougie, l’ospite autistico di Hardwick House, che intuisce quanto Alex Thorne sia pericolosa, prima di tutti gli altri. Buona lettura.

Angela Marsons ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere un milione e mezzo di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.angelamarsons-books.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La donna della cabina numero 10, Ruth Ware (Corbaccio, 2016)

19 ottobre 2016
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Inizia piuttosto in sordina il nuovo claustrofobico thriller di Ruth Ware, (al secondo romanzo dopo L’invito, sempre edito da Corbaccio) dal titolo abbastanza neutro e inoffensivo, La donna della cabina numero 10. Subito la Ware ci presenta una donna, giovane, bella, inglese, single (con un compagno a dire il vero, ma sempre lontano per lavoro), in carriera (è una giornalista di viaggi), vittima di un’ aggressione in casa. Un ladro viola il suo spazio vitale, ferendola leggermente al volto. Più che fisicamente, comunque è l’aggressione psicologica che la destabilizza. Tanto da rimanere così scossa da vagare per Londra sotto la pioggia, sentendosi più al sicuro lì che in casa, e spaccare addirittura una lampada in faccia al fidanzato, scambiandolo per un intruso. Credo che questo preambolo londinese serva all’autrice per avvisarci dello stato dei nervi della protagonista (scopriremo un poco più avanti che fa largo uso di farmaci contro l’ansia, oltre a bere davvero troppo) e ispirarci l’atmosfera di tensione e inquietudine, che poi ci seguirà per tutto il resto del romanzo, ambientato quasi interamente su una nave da crociera, nel bel mezzo del Mare del Nord.
Dicevo claustrofobico, perché in effetti lo spazio chiuso di una nave è sicuramente un luogo, (non luogo) ideale per scatenare l’ansia e l’angoscia che la Ware è così brava a ispirarci. Il mare è di per sé una forza oscura, un ambiente ostile, l’isolamento è completo (specie se internet non funziona), è impossibile scappare, ancora di più quando non si sa di chi fidarsi e un presunto assassino si aggira per corridoi, sontuose suite e sale mensa, invisibile e indisturbato, soprattutto perché solo Lo, la nostra protagonista, crede alla sua esistenza.
Ma andiamo con ordine. Laura (Lo) Blacklock da una decina d’anni giornalista da copia e in colla per Velocity, giornale di viaggi, finalmente sembra ottenere l’occasione che aspettava da una vita, andare al posto del suo capo in crociera su una modernissima nave di lusso, di proprietà di un importante tycoon educato a Eton, Lord Richard, (anche lui ospite della nave, insieme a sua moglie, Anne, lei davvero ricchissima e molto malata). Si sa il modo migliore per entrare in contatto con gente importante, che le potrà essere utile una volta tornata a Londra. La gente si conosce, si scambia numeri di telefono, mail, si possono ricevere anche proposte di lavoro dalla concorrenza. Altre colleghe ucciderebbero per essere al suo posto. Il fatto che abbia i nervi a pezzi, non dorma da giorni, rischi da un momento all’altro crisi di panico (oltre a non essere ben certa se il suo fidanzato l’ha lasciata o meno) non deve influenzare in nessun modo la sua certezza che quel viaggio le sia necessario, un’ occasione che potrebbe insomma non più ripetersi.
La nave, anche se quasi in miniatura, è di per sé una meraviglia, perlomeno i piani alti dove risiedono le suite e gli ambienti degli ospiti (altra questione gli alloggi del personale di bordo, ma anche ai tempi del Titanic era così). Gli ospiti sono viziati in ogni modo, con hostess e steward scandinavi a loro disposizione giorno e notte, per soddisfare ogni loro minimo desiderio, ogni capriccio. Comodità, lusso, tecnologia, cibi sopraffini, spa, massaggi shiatsu, fanghi termali, insomma immaginatevi tutto quello che i soldi possono comprare per un parterre di vip sfaccendati e eccentrici, ben lontano dalle possibilità della gente comune e normale. Il Paradiso, certo cercando di ignorare che basterebbe una falla nello scafo per essere invasi dall’acqua e annegare in quella grigia e immensa massa d’acqua.
Comunque Lo ha da tessere i suoi rapporti sociali, cercando di ignorare la presenza a bordo di un ex fidanzato, Ben, (che in un’altra vita l’ha lasciata), e tanti altri piccoli dettagli fuori fuoco che messi insieme non sono così innocui come sembrano a prima vista. Poi prima della cena di inaugurazione si accorge che ha perso il rimmel, (era nella borsa che il ladro di cui ho parlato prima, le aveva portato via), fatto banale di per sé, ma che invece mette in moto tutta la storia. Bussa alla porta della suite accanto, e chiede alla ragazza che ci abita se glielo presta. La ragazza un po’ sbrigativamente glielo regala e Lo torna ignara di tutto alla sua cena.
Naturalmente è lei la donna misteriosa della cabina 10 del titolo, la donna che poi nella notte Lo si immagina (sente il tonfo in acqua e vede una traccia di sangue che poi scompare) sia uccisa e buttata in acqua. E’ l’inizio dell’incubo. Come in Il mistero della donna scomparsa, romanzo del 36 di Ethel Lina White, (ero quasi convinta fosse di Agatha Christie) portato sullo schermo finanche da Alfred Hitchcock, o più recentemente nel film con Jody Foster Flightplan – Mistero in volo, la ragazza della cabina 10 sembra non essere mai esistita, svanita nel nulla, e tutti gli indizi che portano a lei sembrano scomparire, uno dopo l’altro, come il mascara, la foto che la ritrae o la frase minacciosa scritta sulla condensa di uno specchio che ordina a Lo di farsi gli affaracci suoi.
Lo lo farà? Ma soprattutto perché nessuno sembra aver visto la ragazza? E perché nessuno le crede a partire dal capo della sicurezza della nave, (anche se Lord Richard sembra prenderla molto sul serio)? Lascio a voi naturalmente scoprire cosa succederà dopo. Cuore della suspense con cui è intessuto il libro. A me questo libro ha fatto passare ore piacevoli, forse certo non sarà un capolavoro del genere (diranno i puristi), ma il suo lavoro di tenerti incollata alla pagina chiedendoti dove l’autrice vuole andare a parare, lo fa e bene. Lo stile della Ware è semplice e diretto oltre che scorrevole e perché no piacevole, funzionale insomma a un romanzo di suspense che non necessita di digressioni poetiche. Forse la protagonista non è Miss Simpatia, ma dopo tutto non è strettamente necessario in un thriller, anzi a volte è quel particolare in più che da spessore alla trama. Molto spesso i personaggi antipatici, non so se avete notato, sono i meglio caratterizzati. Cos’altro dire di questo romanzo? Leggetelo e mi raccomando non andate a leggere subito l’ultima pagina. Tanto anche se lo faceste non capireste molto. Traduzione di Valeria Galassi.

Ruth Ware è il «nome de plume» di una scrittrice inglese, nata nel 1977 e cresciuta a Lewes, nel Sussex. Dopo essersi laureata all’Università di Manchester si è trasferita a Parigi, e quindi a Londra, dove attualmente vive con il marito e i suoi due figli. Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnante di inglese e infine nell’ufficio stampa della Vintage Publishing. Dopo una giovinezza trascorsa a leggere Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Josephine Tey, non è sorprendente che abbia deciso di fare la scrittrice di gialli. Oltre alla «Donna della cabina numero 10», Corbaccio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, «L’invito», che è entrato nei bestseller del «Sunday Times» e del «New York Times», e diventerà un film con Reese Witherspoon. Ruth Ware vive a Londra con la famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le sorelle, di Claire Douglas (Editrice Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

25 giugno 2016
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Abi ha perso la sorella gemella Lucy a causa di un incidente in auto. Incidente causato da lei che guidava, fuori il temporale impazzava e in macchina Abi urlava ferocemente contro la sorella Lucy. Non riesce a darsi pace, pur essendo stata assolta dal tribunale, Abi continua ad accusarsi della morte di Lucy.
Per cercare di rifarsi una nuova vita Abi lascia Londra e si trasferisce a Bath. Qui incontra Beatrice Price, una ragazza vivace e fisicamente assomiglia tantissimo a Lucy. Abi si affeziona molto alla ragazza, un sentimento che sembra reciproco, tant’è che Beatrice invita Abi ad andare a vivere a casa sua, casa che divide con altre due ragazze e il fratello gemello, Ben.
Tra Abi e Ben scocca subito il colpo di fulmine, basta solo uno sguardo e il sentimento diventa sempre più forte giorno dopo giorno.
La vita di Abi sembra diventata perfetta, ha un nuovo fidanzato, una nuova amica ma il comportamento di Beatrice cambia, inizia a diventare fredda nei suoi confronti e ad avere atteggiamenti duri ei distaccati. Abi non capisce se è perché Beatrice è gelosa del fratello o se hanno scoperto il suo segreto.
Un romanzo spettacolare che sa conquistare il lettore fin dalle prime pagine.
La narrazione in prima persona, insieme alle descrizioni dettagliate fatte dalla Douglas, aiutano il lettore a immedesimarsi nelle due protagoniste, Abe e Beatrice, che raccontano la loro vita, il loro stato d’animo e le loro sensazioni, capitolo dopo capitolo intervallandosi, permettendo di avere una visione completa degli avvenimenti, quasi come se fossero raccontati da una voce fuori campo onnipresente, ma nello stesso tempo fanno entrare il lettore nelle vicende come se le vivesse lui stesso.
I giochi mentali che vengono effettuati in tutto il romanzo riescono a essere debilitanti anche per il lettore, che si ritrova a non riuscire più a credere a nessuno, come se davvero si trovasse in un mondo di pazzi, fino al colpo di scena finale che lo spiazza, che lo colpisce come un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato e con la voglia di urlare sia ad Abi che a Beatrice di scappare.
Un romanzo che sa davvero come colpire e catturare il lettore come un tornado che lo risucchia dentro di sé.

Claire Douglas da quindici anni lavora come giornalista sia per quotidiani che per riviste femminili. La sua passione per la narrativa risale fin dai tempi della sua infanzia e ha sempre sognato di scrivere libri, Le sorelle è il suo romanzo di debutto con cui si è anche aggiudicata il Marie Claire Debut Novel award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: Scomparsi, Caroline Eriksson (Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

31 Mag 2016
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Agosto. Piccola cittadina sulle sponde del lago Maran, in Svezia.
Mentre Greta prepara la colazione osserva Alex e Smilla che giocano. La complicità tra padre e figlia è fortissima, talmente forte che a volte Greta è quasi gelosa. Nel complesso però sembrano una famiglia felice.
Alex decide di passare la giornata sull’isoletta al centro del lago. Durante il viaggio però Alex spaventa Greta raccontandole le leggende legate al lago e alla scomparsa di persone nel nulla.
Arrivati all’isola Alex e Smilla scendono subito a giocare agli esploratori e ai pirati mentre Greta rimane sulla barca a riprendersi dal mal di mare che l’ha colpita per tutto il tragitto. Cullata dal tepore del sole e dalla calma Greta si addormenta quasi senza accorgersene. Al suo risveglio però qualcosa non torna. Infatti non sente nessun suono e dentro di sé sa che Alex e Smilla sono scomparsi. Greta scende subito a cercarli ma senza risultati. Decide allora di rivolgersi alla polizia e denunciare la scomparsa, ma quando la poliziotta che la riceve fa un controllo di routine su di lei scopre che Greta non è mai stata sposata e nemmeno madre.
Chi sta dicendo la verità? È possibile che i suoi ricordi siano tutti fasulli?
Un romanzo molto particolare, a partire già dalla voce narrante, che appartiene a Greta. Tutto in prima persona la narrazione continua a saltare dal presente al passato ripercorrendo tutti i ricordi di Greta, le sue paure e le sue ansie, descrivendo al lettore una situazione molto pesante ma nello stesso tempo irresistibile. Con questo trucco stilistico la Eriksson riesce anche a inserire nella narrazioni continui controsensi, trasmettendo sia la confusione mentale di Greta che tenere il lettore sempre in apprensione cercando di capire cosa sia successo effettivamente senza riuscirci, perché tutto non è mai quello che sembra.
Un thriller psicologico che è perfetto sia per gli appassionati del genere che per avvicinare nuovi lettori al genere.

Caroline Eriksson è laureata in psicologia sociale.
Per dieci anni ha lavorato come consulente nell’ambito delle risorse umane, ma la sua passione è sempre stata la narrativa.
Vive nei pressi di Stoccolma con il marito e due figli.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’Ufficio stampa Nord.

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:: Incubo, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2016)

26 Mag 2016
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Esce oggi per Corbaccio, nella collana Top Thriller, tradotto da Alessandra Petrelli, Incubo, (Die nacht gehört den wölfen, 2015) il nuovo romanzo di Wulf Dorn. E caso abbastanza eccezionale, grazie anche all’editore che me l’ ha mandato in anteprima (e sapete quanto gli editori siano restii a mandare i libri in anteprima), riesco a farne la recensione il giorno dell’uscita. L’ ho finito diciamo ieri a mezzanotte, e ho già mandato le domande per l’autore, Wulf Dorn sarà infatti a Milano in questi giorni. Voi lettori che seguite il mio blog certo sapete che è dall’esordio con La psichiatra che seguo questo autore e negli anni ho recensito tutti i suoi libri, quindi è un po’ una tradizione del blog.
Detto questo, passiamo al libro. Die nacht gehört den wölfen, pubblicato in Germania per la CBT Verlag, casa editrice per ragazzi referente della Random House, è un thriller con sfumature horror con protagonista un adolescente che soffre di autismo, Simon. Dopo un breve cameo del dottor Frostner, e un’ apparizione della Waldklinik, si dipana la storia di Simon e dei suoi incubi.
Sopravvissuto a un incidente stradale, dove sono morti i suoi genitori, Simon va provvisoriamente a vivere dalla zia, che già medita di metterlo in collegio, poiché il suo lavoro le impedirebbe di seguire il ragazzo come sarebbe giusto. Anche il fratello maggiore Mike, seppur affezionato, sta per mettersi insieme alla sua ragazza e ha la sua vita da vivere, per cui è escluso che possa tenere con sé il fratello. Naturalmente Simon vivrà questo come un duplice abbandono, ma la cosa peggiore sono gli incubi, e le vere e proprie allucinazioni che lo ossessionano specialmente quando sale a bordo di un’ automobile.
Pian piano scopriamo i motivi per cui è stato ricoverato nella clinica psichiatrica pediatrica della Waldklinik, in cura dal dottor Frostner, (che come dicevo fa una breve apparizione nel capitolo iniziale, ma poi la storia è tutta concentrata su Simon) e lentamente iniziamo a distinguere e fare chiarezza tra fantasia e realtà. Su questo binomio infatti si gioca il libro, e pure grazie all’estrema chiarezza dello stile di Dorn, è necessaria una certa attenzione per non farsi depistare durante la lettura. Come tradizione nei romanzi di Dorn nulla è come sembra, e la mente umana è il vero labirinto, dove qualche volta è impossibile uscire.
Sostanzialmente è un thriller per ragazzi, o almeno un adolescente è il protagonista, con i suoi problemi, le sue fragilità, il senso di colpa che prova per la morte dei genitori, (il mostro che lo insegue nei suoi incubi e nelle sue veglie infatti gli dice che avrebbe dovuto morire anche lui) e l’amicizia che prova per Caro, una adolescente sua coetanea diversa come lui. La sparizione di una ragazza sembra indicare che nei boschi ci sia un psicopatico e i ragazzi sembrano trovarne traccia in una albergo abbandonato prossimo alla demolizione.
Ma come dicevo nulla è come sembra, e le sorprese non mancheranno (concentrate comunque nel finale, in cui tutto troverà una spiegazione razionale, e no, non ci sono tocchi soprannaturali). Perché come dice Jessica, un’ altra ospite della Waldklinik, sono tutti lupi travestiti da agnelli.
Wulf Dorn come sempre parla di temi a lui cari di cui non ha una conoscenza superficiale, come l’autismo, la sindrome del sopravvissuto, i sensi di colpa che si materializzano in incubi e allucinazioni, ed è interessante notare la sensibilità con cui Dorn si avvicina a questi temi, in punta di piedi, con rispetto, e in alcuni tratti anche con ironia.
L’autismo di Simon ci viene presentato per gradi, tramite la sua ossessione per le marche dei cibi con cui fa colazione, tramite la sua rabbia quando vengono spostati i mobili o viene cambiato il suo ordine, per lui fonte di stabilità. La sua interazione (o mancanza di interazione) con gli altri denota la grande solitudine in cui vive, e quanto la fantasia prende il sopravvento nella sua vita e minando il suo già fragile equilibrio.
Gli aspetti horror sono solo accennati, ma in effetti le allucinazioni di Simon sono davvero inquietanti, e la paura di addormentarsi può essere un effetto collaterale per alcuni giorni dopo la lettura. Lettore avvisato.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato con grande successo «La psichiatra», che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, «Il superstite», «Follia profonda», «Il mio cuore cattivo» e «Phobia».

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: La gemella silenziosa, S.K. Tremayne (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 Mag 2016
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Dopo un terribile lutto che ha colpito lei e la sua famiglia, Sarah si è trasferita nell’isola di Skye, in Scozia, lontana da chi potrebbe sapere e dire, e spesso si sofferma a guardare la sua bambina sopravvissuta, Kirstie, così simile alla gemellina morta, Lydia.
Ma un giorno, in attesa del marito e isolata sull’isola da una tempesta, Sarah si sente dire da Kirstie che in realtà lei è Lydia e che è Kirstie a essere morta: questo sarà l’inizio di un viaggio alla ricerca di una verità che sconvolgerà e distrugggerà ogni certezza, sopratuttto quando man mano verranno fuori le circostanze della morte della piccola.
Un thriller con qualche eco paranormale, un dramma familiare, una variazione sul tema del doppio: nelle pagine di questo romanzo c’è tutto questo, senza scopiazzature di storie precedenti e costruendo una storia che avvince fin dalla prima pagina, con vari livelli di lettura, coesistenti tra di loro e che si sciolgono solo nel finale, con un nuovo cambio di prospettiva e di voce narrante.
Già sentito ma funzionale alla trama il tema del cambio di luogo come inizio di tutto ma anche come scelta per avere nuove opportunità, e l’Isola di Skye, persa nell’estremo nord della Scozia, è anche lei coprotagonista della vicenda e diventa man mano un essere vivente capace di influenzare la storia. Anche il tema dei gemelli non è nuovo ma è sempre efficace, con la sua dose di inquietudine inevitabile che porta con sé, amplificata da una vicenda con tante piste e colpi di scena, ma comunque con richiami alla realtà della vita con due gemelli o gemelle identici.
Certo, La gemella silenziosa può essere letto come un thriller con una punta di paranormale (spiegato alla fine), visto che alla base c’è una ricerca della verità, verità dietro le parole di una bambina che forse ha solo troppa fantasia e sente comunque un dolore grande, ma anche verità di come si sono svolti davvero i fatti legati ad una morte, verso una conclusione non scontata, non rassicurante e non accomodante, con chi indaga, Sarah, che vedrà confuso alla fine il suo ruolo.
Il dramma familiare ha il suo peso, con tutto quello che si nasconde e non si dice, anche di fronte a tragedie, senza patetismi e tristezze, per la storia di anime ferite e distrutte in una vicenda in cui nessuno uscirà vincitore.
La gemella silenziosa ha quindi diversi elementi interessanti dentro di sé e piacerà a chi a ma i misteri, non solo quelli su cui indagano le forze dell’ordine, ma quelli nascosti nelle vite delle persone, che emergono complici situazioni e luoghi particolari, suggestivi e terribili come la remota Isola di Skye, ancora in Europa nominalmente ma sul confine di un mondo tra realtà e fantasia, dove si può scoprire la verità e non uscirne indenni.

K. Tremayne è nato nel Devon, vive a Londra con le sue due figlie e scrive regolarmente su giornali e riviste internazionali. La gemella silenziosa ha riscosso grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

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