Posts Tagged ‘thriller psicologico’

:: Incubo, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2016)

26 maggio 2016
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Esce oggi per Corbaccio, nella collana Top Thriller, tradotto da Alessandra Petrelli, Incubo, (Die nacht gehört den wölfen, 2015) il nuovo romanzo di Wulf Dorn. E caso abbastanza eccezionale, grazie anche all’editore che me l’ ha mandato in anteprima (e sapete quanto gli editori siano restii a mandare i libri in anteprima), riesco a farne la recensione il giorno dell’uscita. L’ ho finito diciamo ieri a mezzanotte, e ho già mandato le domande per l’autore, Wulf Dorn sarà infatti a Milano in questi giorni. Voi lettori che seguite il mio blog certo sapete che è dall’esordio con La psichiatra che seguo questo autore e negli anni ho recensito tutti i suoi libri, quindi è un po’ una tradizione del blog.
Detto questo, passiamo al libro. Die nacht gehört den wölfen, pubblicato in Germania per la CBT Verlag, casa editrice per ragazzi referente della Random House, è un thriller con sfumature horror con protagonista un adolescente che soffre di autismo, Simon. Dopo un breve cameo del dottor Frostner, e un’ apparizione della Waldklinik, si dipana la storia di Simon e dei suoi incubi.
Sopravvissuto a un incidente stradale, dove sono morti i suoi genitori, Simon va provvisoriamente a vivere dalla zia, che già medita di metterlo in collegio, poiché il suo lavoro le impedirebbe di seguire il ragazzo come sarebbe giusto. Anche il fratello maggiore Mike, seppur affezionato, sta per mettersi insieme alla sua ragazza e ha la sua vita da vivere, per cui è escluso che possa tenere con sé il fratello. Naturalmente Simon vivrà questo come un duplice abbandono, ma la cosa peggiore sono gli incubi, e le vere e proprie allucinazioni che lo ossessionano specialmente quando sale a bordo di un’ automobile.
Pian piano scopriamo i motivi per cui è stato ricoverato nella clinica psichiatrica pediatrica della Waldklinik, in cura dal dottor Frostner, (che come dicevo fa una breve apparizione nel capitolo iniziale, ma poi la storia è tutta concentrata su Simon) e lentamente iniziamo a distinguere e fare chiarezza tra fantasia e realtà. Su questo binomio infatti si gioca il libro, e pure grazie all’estrema chiarezza dello stile di Dorn, è necessaria una certa attenzione per non farsi depistare durante la lettura. Come tradizione nei romanzi di Dorn nulla è come sembra, e la mente umana è il vero labirinto, dove qualche volta è impossibile uscire.
Sostanzialmente è un thriller per ragazzi, o almeno un adolescente è il protagonista, con i suoi problemi, le sue fragilità, il senso di colpa che prova per la morte dei genitori, (il mostro che lo insegue nei suoi incubi e nelle sue veglie infatti gli dice che avrebbe dovuto morire anche lui) e l’amicizia che prova per Caro, una adolescente sua coetanea diversa come lui. La sparizione di una ragazza sembra indicare che nei boschi ci sia un psicopatico e i ragazzi sembrano trovarne traccia in una albergo abbandonato prossimo alla demolizione.
Ma come dicevo nulla è come sembra, e le sorprese non mancheranno (concentrate comunque nel finale, in cui tutto troverà una spiegazione razionale, e no, non ci sono tocchi soprannaturali). Perché come dice Jessica, un’ altra ospite della Waldklinik, sono tutti lupi travestiti da agnelli.
Wulf Dorn come sempre parla di temi a lui cari di cui non ha una conoscenza superficiale, come l’autismo, la sindrome del sopravvissuto, i sensi di colpa che si materializzano in incubi e allucinazioni, ed è interessante notare la sensibilità con cui Dorn si avvicina a questi temi, in punta di piedi, con rispetto, e in alcuni tratti anche con ironia.
L’autismo di Simon ci viene presentato per gradi, tramite la sua ossessione per le marche dei cibi con cui fa colazione, tramite la sua rabbia quando vengono spostati i mobili o viene cambiato il suo ordine, per lui fonte di stabilità. La sua interazione (o mancanza di interazione) con gli altri denota la grande solitudine in cui vive, e quanto la fantasia prende il sopravvento nella sua vita e minando il suo già fragile equilibrio.
Gli aspetti horror sono solo accennati, ma in effetti le allucinazioni di Simon sono davvero inquietanti, e la paura di addormentarsi può essere un effetto collaterale per alcuni giorni dopo la lettura. Lettore avvisato.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato con grande successo «La psichiatra», che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, «Il superstite», «Follia profonda», «Il mio cuore cattivo» e «Phobia».

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La gemella silenziosa, S.K. Tremayne (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 maggio 2016
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Dopo un terribile lutto che ha colpito lei e la sua famiglia, Sarah si è trasferita nell’isola di Skye, in Scozia, lontana da chi potrebbe sapere e dire, e spesso si sofferma a guardare la sua bambina sopravvissuta, Kirstie, così simile alla gemellina morta, Lydia.
Ma un giorno, in attesa del marito e isolata sull’isola da una tempesta, Sarah si sente dire da Kirstie che in realtà lei è Lydia e che è Kirstie a essere morta: questo sarà l’inizio di un viaggio alla ricerca di una verità che sconvolgerà e distrugggerà ogni certezza, sopratuttto quando man mano verranno fuori le circostanze della morte della piccola.
Un thriller con qualche eco paranormale, un dramma familiare, una variazione sul tema del doppio: nelle pagine di questo romanzo c’è tutto questo, senza scopiazzature di storie precedenti e costruendo una storia che avvince fin dalla prima pagina, con vari livelli di lettura, coesistenti tra di loro e che si sciolgono solo nel finale, con un nuovo cambio di prospettiva e di voce narrante.
Già sentito ma funzionale alla trama il tema del cambio di luogo come inizio di tutto ma anche come scelta per avere nuove opportunità, e l’Isola di Skye, persa nell’estremo nord della Scozia, è anche lei coprotagonista della vicenda e diventa man mano un essere vivente capace di influenzare la storia. Anche il tema dei gemelli non è nuovo ma è sempre efficace, con la sua dose di inquietudine inevitabile che porta con sé, amplificata da una vicenda con tante piste e colpi di scena, ma comunque con richiami alla realtà della vita con due gemelli o gemelle identici.
Certo, La gemella silenziosa può essere letto come un thriller con una punta di paranormale (spiegato alla fine), visto che alla base c’è una ricerca della verità, verità dietro le parole di una bambina che forse ha solo troppa fantasia e sente comunque un dolore grande, ma anche verità di come si sono svolti davvero i fatti legati ad una morte, verso una conclusione non scontata, non rassicurante e non accomodante, con chi indaga, Sarah, che vedrà confuso alla fine il suo ruolo.
Il dramma familiare ha il suo peso, con tutto quello che si nasconde e non si dice, anche di fronte a tragedie, senza patetismi e tristezze, per la storia di anime ferite e distrutte in una vicenda in cui nessuno uscirà vincitore.
La gemella silenziosa ha quindi diversi elementi interessanti dentro di sé e piacerà a chi a ma i misteri, non solo quelli su cui indagano le forze dell’ordine, ma quelli nascosti nelle vite delle persone, che emergono complici situazioni e luoghi particolari, suggestivi e terribili come la remota Isola di Skye, ancora in Europa nominalmente ma sul confine di un mondo tra realtà e fantasia, dove si può scoprire la verità e non uscirne indenni.

K. Tremayne è nato nel Devon, vive a Londra con le sue due figlie e scrive regolarmente su giornali e riviste internazionali. La gemella silenziosa ha riscosso grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

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:: Gli occhi neri di Susan, Julia Heaberlin (Newton Compton, 2016)

14 aprile 2016
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Rudbeckia hirta, comunemente chiamata in Americablack-eyed-susan”, è una pianta erbacea, altamente invasiva, simile alle nostre margherite, caratterizzata da petali gialli e un bottoncino nero al centro simile a un occhio, da cui prende il pittoresco nome. Una curiosità: è il fiore dello stato del Maryland.
Se leggerete Gli occhi neri di Susan, (Black-Eyed-Susans, 2015) di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton e tradotto da Marianna Cozzi e Angela Ricci, questo fiore vi risulterà familiare. Lo troverete in copertina, lo troverete nelle pagine del romanzo. Ricopriva infatti la fossa e il prato in cui fu ritrovata negli anni Novanta Tessa Cartwright, un’ adolescente dai fiammanti capelli rossi, assieme a un mucchietto di ossa di ragazze uccise. Da un serial killer. Un serial killer che la credette morta e fece così uno dei suoi tanti, innumerevoli, errori. Per una malformazione cardiaca, la ragazza aveva un cuore i cui battiti erano molto inferiori della media. Facile perciò sbagliarsi. Facile crederla morta.
E soprattutto lo ritroverete sul davanzale della camera da letto di Tessa ormai adulta. Qualcuno ce l’ ha piantato, fuori stagione. Qualcuno che vuole mandarle un chiaro messaggio. Qualcuno che vuole istillarle il dubbio di non essere al sicuro, lei e sua figlia Charlie.
E se il serial killer fosse ancora a piede libero, e l’uomo in carcere, in attesa dell’ iniezione letale (siamo in Texas) fosse innocente? E’ questa la domanda che ormai l’ ossessiona.  Terrell Darcy Goodwin, è un nero, in uno stato razzista come il Texas, è normale che se ne stia nel braccio della morte. Le percentuali sono a suo sfavore. A credere alla sua innocenza solo un’ attivista che combatte la pena di morte, ormai morta, ma che ha instillato il dubbio in Tessa.
Nella sua memoria c’è il volto dell’assassino, ma la sua memoria è un buco nero, una cassaforte di cui nessuno conosce la combinazione. Né lo psichiatra che l’ ha in cura e la prepara al processo nel 1995, né lei stessa. Ma Tessa non vuole che sia giustiziato un innocente, e così inizia una corsa contro il tempo, aiutata da un giovane avvocato e da una dottoressa specializzata nel risalire dal DNA all’identità delle persone scomparse (sulle ceneri delle Torri gemelle, fece miracoli). E il mistero è chiuso nella sua mente, ancora popolata dalle voci senza pace delle povere Susan, alle quali si darà finalmente un nome.
In un alternarsi di passato e presente i capitoli di questo thriller psicologico si susseguono fino al colpo di scena finale, e alla (possibile) risoluzione della storia. Nulla sarà certo comunque, fino alla fine, e anche oltre. La mente umana è un labirinto o meglio è simile alle sabbie mobili, non solo quella dei serial killer.
La scrittura della Heaberlin mi è piaciuta, densa, fantasiosa, insolita. Caratterizzata da descrizioni approfondite di particolari anche quotidiani, consueti, e uno scavo paziente nella mente disturbata di Tessa, che deve affrontare e superare un trauma non comune in cerca della normalità per il bene di sé stessa e di sua figlia.
Lo scollamento tra passato e presente, normalità e malessere, crea un effetto straniante che ci impone di prendere con le molle i dati che si susseguono alla nostra attenzione.
Tra bugie, vere e proprie menzogne, rimozioni, occultamenti più o meno consapevoli, è difficile discernere la verità oggettiva, il reale concatenarsi di causa e effetto, e su questo gioca la penna dell’ autrice, dandoci appunto più verità secondo gli occhi di chi guarda. E proprio questo è contemporaneamente sia il punto di forza del romanzo, che la sua debolezza.
Per apprezzare questo romanzo bisogna fidarsi del proprio intuito, senza lasciarsi ingannare dalla più o meno simpatia che si prova per i vari personaggi. Dallo psichiatra, a Lydia, la migliore amica di Tessa adolescente. Da Terrell Darcy Goodwin, vittima o carnefice, a Tessa stessa.
Grande successo negli Stati Uniti, forse più sensibili a temi per loro strettamente attuali come la pena di morte, lo studio del DNA per risalire a persone di cui non si conosce l’identità, i meandri della giustizia con i giusti risarcimenti agli innocenti incarcerati e condannati ingiustamente e il razzismo che ancora determina molte condanne, alla fiducia che deve legare terapeuta e paziente, in un pese dove la psicanalisi è forse più comune che da noi, Gli occhi neri di Susan è tutto sommato un buon romanzo. Se ne trarrà presto un film. Consigliato soprattutto a chi ama sondare i misteri della mente umana, più che a chi ama inseguimenti, scazzottate, pericoli nascosti in ogni pagina.
La scrittura particolare della Heaberlin è comunque ben superiore della media dei thriller che siamo soliti leggere. E già solo per questo sicuramente una interessante scoperta.

Julia Heaberlin Nata in Texas, è una giornalista pluripremiata, che ha lavorato per varie testate locali («Fort-Worth Star Telegram», «The Detroit News» e «The Dallas Morning News»). Con Gli occhi neri di Susan è arrivata in vetta alle classifiche degli Stati Uniti e presto dal suo romanzo sarà tratto un grande film. Vive a Dallas. Per maggiori informazioni, visitate il sito juliaheaberlin.com.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di Non ti addormentare di S.J. Watson

11 febbraio 2012

Christine Lucas, la protagonista di Non ti addormentare opera prima dell’ esordiente inglese S.J. Watson, titolo originale Before I Go To Sleep, tradotto da Stefano Bortolussi e pubblicato a gennaio da Piemme, è una donna di 47 anni, amnesica. Vent’anni prima a causa di un incidente d’auto ha perso la memoria e ora ogni mattina si sveglia nella sua casa di Londra priva di ricordi, priva di quelle tracce insite nel nostro io più profondo che costituiscono la nostra identità, e la relazione tra memoria e identità, tema centrale di questo libro etichettabile unicamente come thriller psicologico solo dopo una lettura superficiale, si presta a riflessioni interessanti se è anche vero come scrive il Guardian che la memoria è per il romanzo contemporaneo ciò che era la follia in epoca vittoriana. Ogni mattina trova nel suo letto un uomo, Ben, che dice di essere suo marito ma che lei non riconosce, in una casa che non sente sua, fissando allo specchio un’ estranea, molto più anziana di quanto lei si senta. Fino a quando non si riaddormenterà ricorderà tutti gli avvenimenti della giornata e col sonno tutto svanirà. Un medico, il dottor Nash, un neuropsicologo affascinato dal suo caso e che vuole aiutarla, le consiglia di scrivere un diario per avere così una traccia dello scorrere del tempo sulla quale pezzo per pezzo ricostruire la sua vita. Christine si aggrappa a questo diario, arrivando a tenerlo segreto al marito, e così facendo viene a scoprire molte cose: l’esistenza di un’amica di antica data, Claire, che non ha più rivisto,  di un figlio, Adam, che il marito le dice essere morto, e  cosa più strana che era una scrittrice non ostante il marito lo neghi e affermi che non ostante il dottorato in Lettere  si arrangiasse con lavori di segretaria.  Infine Christine  scopre anche che una minaccia misteriosa incombe nella sua vita e, incerta su chi fidarsi, sarà costretta a lottare disperatamente fino al drammatico  colpo di scena finale. Se la buon anima di Sir Alfred Hitchcock fosse ancora tra noi sono certa che si sarebbe messo di impegno per trasformare Non ti addormentare  in un film facendo recitare la parte di Christine a Grace Kelly o magari no alla più dolce e tormentata Tippy Hedren ora mi pare che Ridley Scott abbia scelto di produrre il rifacimento cinematografico con Rowan Joffe come regista. Gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema ci sono tutti: una donna in pericolo, un piano diabolico quasi perfetto, angoscia, ambiguità, suspense, traumi psicologici,  sembra quasi che l’autore abbia giocato con i canoni del genere mettendoceli tutti. Di per sé la storia è semplice, quasi elementare ed è difficile che un lettore un tantino smaliziato non capisca tutto già ben prima della parola fine. Forse Watson avrebbe dovuto giocare più sull’ambiguità per ingannare il lettore fino all’ultimo, mettere meno indizi rivelatori anche se parzialmente assorbiti dall’incertezza tra vero e falso, tra ricordi reali e indotti. Comunque anche così la storia funziona, è quasi geniale se vogliamo, una scatola ad orologeria pronta ad esploderti in faccia all’improvviso. La suspense e l’angoscia crescono dosati come un lento veleno che si insinua nella mente del lettore facendo passare in secondo piano tutto il resto. L’autore è bravo in questo rende reale l’assurdo un po’ come ne La donna che visse due volte. Una curiosità ero dannatamente convinta che l’autore fosse una donna, prendetelo come un complimento per la bravura di un uomo nell’identificarsi in un personaggio femminile.

:: Recensione di Il tribunale delle anime di Donato Carrisi (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2011

Il tribunale delle anime“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a  difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.

In una Roma sferzata dalla pioggia, inquietante e misteriosa, fatta di luci e di ombre come un dipinto di Caravaggio, un enigmatico personaggio si aggira per mausolei e chiese con un compito terribile: seguire le tracce, le anomalie presenti nelle pieghe più nascoste del male.
Marcus è un cacciatore del buio, un iniziato, un uomo che non esiste, e quel che peggio non ricorda niente del suo passato, se non un incubo ricorrente che lo accompagna ogni notte in cui muore e con lui muore la persona più importante della sua vita, il suo mentore, il suo maestro. Solo una cicatrice sulla tempia testimonia quel drammatico interrompersi della vita conosciuta. Un grido, degli spari, uno specchio che si infrange in mille schegge. L’orrore.
Ora è passato un anno da quei tragici fatti, ha una nuova guida, Clemente, un uomo dagli occhi buoni, un uomo che incarna il bene in ogni sua forma e gli presenta un caso da risolvere, gli mostra un dossier in un antico caffè vicino a piazza Navona.
Una ragazza è scomparsa. Allontanamento volontario dicono le autorità lavandosene le mani. Ma una serie di anomalie rendono il caso speciale: la ragazza è scomparsa nel cuore della notte dal suo appartamento. Svanita nel nulla e qualcosa non torna. La porta è chiusa dall’interno, alcuni effetti personali mancano.
A Clemente e Marcus basta un sopralluogo per capire che la ragazza è stata rapita.
Inizia la caccia, è una questione di tempo, solo Marcus può trovarla, solo lui ha il dono di vedere nel buio, di vedere cose che la gente comune, la polizia, non può vedere, che nessuno può vedere.
Poi si inseriscono altri personaggi, un serial killer con tatuato sul petto la parola “uccidimi”, una foto rilevatrice della Scientifica di Milano, Sandra, che indaga sulla morte del marito, caso che presenta mille discrepanze, un agente dell’Interpol sulle tracce di una misteriosa organizzazione che non dovrebbe in realtà più esistere, un poliziotto in pensione cieco, con sulla coscienza una colpa che porterà altra morte, altro buio. In un intricatissimo susseguirsi di eventi tra passato e presente  si dipana una storia al limite dell’incredibile ma che se si fa fede all’autore presenta dati reali, la Penitenzieria esiste, la ragazza nello specchio è veramente esistita, un serial killer trasformista tra Ottocento e Novecento è veramente esistito.
Troppe coincidenze, troppe anomalie direbbe Marcus.
Premetto di non aver letto Il suggeritore, colpa grave lo so ma è un libro che per una ragione per l’altra mi è sempre sfuggito, per me Carrisi è una novità assoluta, mi sono avvicinata al libro senza aspettative, senza chiedermi sarà in grado di mantenere le premesse, di sopravvivere ad un successo che a volte ha il potere di rimanere un termine di paragone ingombrante per le opere successive.
Per me Carrisi nasce con Il tribunale delle anime e se mai leggerà questa recensione avrà l’insolita sensazione di considerare le opinioni di qualcuno che vede in quest’opera il suo debutto.
La prima parola che mi viene in mente è inquietante, Il tribunale delle anime è un libro che mette inquietudine, ci si interroga sì sulla vendetta e sul perdono, sulla colpa e sul meccanismo che ha fatto sì che ogni peccato, ogni crimine, meriti un giudizio, una sentenza già in questo mondo, non delegando tutto solo all’aldilà.
L’inferno è qui, è ora dice un personaggio, e in questa frase credo vada vista la chiave di lettura di questo libro.
E’ un thriller, sì, non ci sono componenti esoteriche, o soprannaturali, ma non ostante, il rigoroso realismo, molti interrogativi prendono vita. La mente umana ha davvero delle capacità e una profondità che sarà difficile sondare. Il caso della ragazza messicana che si “nutre” delle persone che ha intorno e le metabolizza come un fungo parassitario non mancherà di far correre qualche brivido sulla schiena anche dei più razionali.
Poi c’è Roma, la città eterna, con le sue vie, i suoi caffè, le sue chiese millenarie, quasi un personaggio altrettanto importante quanto i protagonisti in carne e sangue, oscura, e insolita, con una maledizione che l’avvolge e rende credibile lo scontro tra bene e male, in cui sfugge molto spesso chi sia dei due a prevalere.
Niente è come appare in questo romanzo e il finale avrà la capacità di ribaltare tutte le vostre certezze.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombreL’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn

11 maggio 2011

Bentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn

15 settembre 2010

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.