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:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di Non ti addormentare di S.J. Watson

11 febbraio 2012

Christine Lucas, la protagonista di Non ti addormentare opera prima dell’ esordiente inglese S.J. Watson, titolo originale Before I Go To Sleep, tradotto da Stefano Bortolussi e pubblicato a gennaio da Piemme, è una donna di 47 anni, amnesica. Vent’anni prima a causa di un incidente d’auto ha perso la memoria e ora ogni mattina si sveglia nella sua casa di Londra priva di ricordi, priva di quelle tracce insite nel nostro io più profondo che costituiscono la nostra identità, e la relazione tra memoria e identità, tema centrale di questo libro etichettabile unicamente come thriller psicologico solo dopo una lettura superficiale, si presta a riflessioni interessanti se è anche vero come scrive il Guardian che la memoria è per il romanzo contemporaneo ciò che era la follia in epoca vittoriana. Ogni mattina trova nel suo letto un uomo, Ben, che dice di essere suo marito ma che lei non riconosce, in una casa che non sente sua, fissando allo specchio un’ estranea, molto più anziana di quanto lei si senta. Fino a quando non si riaddormenterà ricorderà tutti gli avvenimenti della giornata e col sonno tutto svanirà. Un medico, il dottor Nash, un neuropsicologo affascinato dal suo caso e che vuole aiutarla, le consiglia di scrivere un diario per avere così una traccia dello scorrere del tempo sulla quale pezzo per pezzo ricostruire la sua vita. Christine si aggrappa a questo diario, arrivando a tenerlo segreto al marito, e così facendo viene a scoprire molte cose: l’esistenza di un’amica di antica data, Claire, che non ha più rivisto,  di un figlio, Adam, che il marito le dice essere morto, e  cosa più strana che era una scrittrice non ostante il marito lo neghi e affermi che non ostante il dottorato in Lettere  si arrangiasse con lavori di segretaria.  Infine Christine  scopre anche che una minaccia misteriosa incombe nella sua vita e, incerta su chi fidarsi, sarà costretta a lottare disperatamente fino al drammatico  colpo di scena finale. Se la buon anima di Sir Alfred Hitchcock fosse ancora tra noi sono certa che si sarebbe messo di impegno per trasformare Non ti addormentare  in un film facendo recitare la parte di Christine a Grace Kelly o magari no alla più dolce e tormentata Tippy Hedren ora mi pare che Ridley Scott abbia scelto di produrre il rifacimento cinematografico con Rowan Joffe come regista. Gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema ci sono tutti: una donna in pericolo, un piano diabolico quasi perfetto, angoscia, ambiguità, suspense, traumi psicologici,  sembra quasi che l’autore abbia giocato con i canoni del genere mettendoceli tutti. Di per sé la storia è semplice, quasi elementare ed è difficile che un lettore un tantino smaliziato non capisca tutto già ben prima della parola fine. Forse Watson avrebbe dovuto giocare più sull’ambiguità per ingannare il lettore fino all’ultimo, mettere meno indizi rivelatori anche se parzialmente assorbiti dall’incertezza tra vero e falso, tra ricordi reali e indotti. Comunque anche così la storia funziona, è quasi geniale se vogliamo, una scatola ad orologeria pronta ad esploderti in faccia all’improvviso. La suspense e l’angoscia crescono dosati come un lento veleno che si insinua nella mente del lettore facendo passare in secondo piano tutto il resto. L’autore è bravo in questo rende reale l’assurdo un po’ come ne La donna che visse due volte. Una curiosità ero dannatamente convinta che l’autore fosse una donna, prendetelo come un complimento per la bravura di un uomo nell’identificarsi in un personaggio femminile.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn

11 Mag 2011

Bentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn

15 settembre 2010

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.