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:: Le ragazze dello studio di Munari di Alessandro Baronciani (Bao Publishing 2017) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2017
Le ragazze dello studio Munari

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Fabio è un giovane libraio collezionista di libri usati e di antiquariato. Lui è il protagonista de “Le ragazze dello studio di Munari”, di Alessandro Baronciani, uscito a settembre per Bao publishing. Il giovane è profondamente sofferente per essere stato lasciato dalla fidanzata e come consolazione si rifugia nel mondo di segni e di parole di Munari. Questo lo porta, in modo progressivo, alla ricerca di quello che potrebbe essere il vero amore della vita. Quello che ti ama, ti dona gioia e ti consola. Il problema è che Fabio intreccerà contemporaneamente, relazioni con diverse ragazze cadendo in un giochi di equivoci e scambi di persona. Scelta di vita che gli complicherà non poco le cose. Il libro di Baronciani torna sugli scaffali dopo un periodo di lunga assenza e lo fa con una veste del tutto nuova, nella quale quasi metà delle pagine sono state ridisegnate, con l’aggiunta di una copertina creata ex novo per la nuova edizione e, come nella prima stampa, non mancano geniali trovate cartotecniche (replicate dal pensiero creativo di Bruno Munari) come le pagine con un buco o le sovrapposizioni in trasparenza. “Le ragazze dello studio di Munari” è la storia di un giovane uomo alla ricerca di se stesso, un cammino spinto dal principio motore in cui il protagonista crede, quello che lo farà stare bene: sedurre e lasciarsi sedurre. La narrazione per immagini scorre veloce con in un film, portandoci dentro ai tormenti esistenziali di un ragazzo quasi uomo che deve sperimentare il più possibile per comprendere cosa gli dona davvero pace e conforto. “Le ragazze nello studio di Munari” di Alessandro Baronciani, edito da Bao, è un piccolo capolavoro letterario per immagini che scandaglia i tormenti di un animo ancora acerbo, alla ricerca di un giusto equilibro esistenziale ed emotivo.

Alessandro Baronciani è un autore tra i più amati della scena del fumetto e dell’illustrazione italiana. A cavallo tra due generazioni, il grande narratore pesarese fruga nei cassetti, tra le vecchie storie dei tempi delle autoproduzioni, e assembla una concatenazione di ricordi potentissimi, inanellati come tracce di un greatest hits, ma spesso rari come B-side.

Scheda libro:

Prezzo: € 21,00 (su Libreria Universitaria € 17, 85)
Ebook: non disponibile
Pagine: 256
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Daniela Mazza dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

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:: Attraverso i miei piccoli occhi di Emilio Ortiz (Salani 2017) a cura di Micol Borzatta

13 ottobre 2017
Attraverso-i-miei-piccoli-occhi-cover

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Cross è un Golden Retriever addestrato per l’assistenza ai non vedenti.
Un giorno Cross, al compimento dei suoi diciotto mesi, viene portato nella struttura dove anche lui ha fatto scuola fino a quel momento, ma invece che essere portato nella zona adibita ai cani si ritrova nel lungo corridoio dove ci sono le stanza degli alunni umani. Sarà proprio qui che incontrerà Mario, un ragazzo cieco con cui condividerà il resto della sua vita.
Romanzo davvero spettacolare che riesce a far vivere al lettore la quotidianità vissute da una persona diversa da noi in maniera molto intensa e profonda e il tutto visto dal punto di vista del cane.
Infatti la voce narrante di tutta la vicenda è proprio Cross, che descriverà le sue emozioni, e di conseguenza quelle di Mario, dal momento in cui lo vide per la prima volta sulla porta della sua stanza.
Il lettore può sentire dentro di sé l’amore che un cane arriva a provare per il proprio padrone, la fedeltà e la complicità che si instaura fra i due, sentimenti puri che si espandono nell’animo del lettore scaldandolo fin nel profondo.
Un romanzo toccante ma anche ironico, intenso ma anche leggero, una lettura che riempie di emozioni forti e che chiunque ami gli animali non può farsi scappare, ma anche chi non li ami per imparare ad amarli.

Emilio Ortiz nasce nel 1974 a Baracaldo, nei Paesi Baschi, e vive ad Albacete.
Laureato in Storia, ha avuto da sempre la passione per la lettura e la scrittura, che gli ha richiesto grandissimi sforzi in quanto ipovedente, e ora completamente cieco.
Il Braille e altri sistemi e software specifici gli hanno permesso di coltivare il suo talento e arrivare a questo libro, ispirato dal legame con il suo cane guida, Spock.

Scheda libro:

Prezzo: € 14,90 (su Libreria Universitaria € 12, 66)
Ebook: disponibile
Pagine: 272
Formato: rilegato
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Matteo dell’ Ufficio stampa.

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:: Demoni mostri e prodigi – L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico di Giorgio Ieranò (Sonzogno 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

10 ottobre 2017
demoni mostri prodigi

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Demoni mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico è un libro che unisce saggistica e narrativa in una forma testuale ibrida che ha lo scopo di raggiungere un pubblico più vasto attraverso una prosa accessibile, sebbene ricca di contenuti. Il lettore si ritrova a viaggiare in un mondo antico in balìa degli umori degli dèi e abitato da creature mostruose, affascinanti e quasi sempre mortifere, ma è accompagnato da un vate moderno, Giorgio Ieranò, professore di Letteratura Greca all’Università di Trento. Lo stile narrativo, scorrevole ed intrigante, è imbevuto di riferimenti letterari che aiutano chi legge a diventare più consapevole anche del presente: oggi gli scaffali delle librerie, i film al cinema e le serie tv coinvolgono il soprannaturale in ogni modo. Il fantasy costituito da vampiri, licantropi, fantasmi e streghe non è che l’adattamento del mito antico, delle tradizioni e delle leggende che non muoiono mai perché di generazione in generazione, di secolo in secolo, passano da un uomo all’altro cambiando forma e a volte nome, ma mantenendo la propria essenza.

Se ritroviamo gli stessi rituali e le stesse credenze in uomini che vivono in luoghi e in tempi lontani tra loro è forse perché tutti sentiamo il bisogno di quei rituali e di quelle credenze. Non perché “ereditiamo” qualcosa dagli antichi ma perché siamo pur sempre antichi anche noi, perché c’è una radice primaria dell’umano che ci porta, anche in contesti storici differenti, a cercare le stesse cose e a rappresentarci il mondo con le stesse immagini. (pag.149)

Demoni mostri e prodigi, dunque, affrontando l’irrazionale e il fantastico promuove, in realtà, un’indagine antropologica che ha radici nel mondo antico ma dà ancora frutti abbondanti nel nostro quotidiano. Figlio di Ieranò, sembra quasi che questo libro sia stato immerso da Teti nel fiume Stige con l’unico tallone d’Achille di essere troppo breve.

Giorgio Ieranò, docente di Letteratura Greca all’università di Trento, si occupa in particolare di mitologia e di teatro antico. Tra i suoi libri: Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storie, rinascite (2010). Per Sonzogno ha pubblicato la serie di narrazioni mitologiche composta da Olympos (2011), Eroi (2013) e Gli eroi della guerra di Troia (2015). Collabora con Panorama, La Stampa e Radio2.

Scheda libro:

Prezzo: € 15,00 (su Libreria Universitaria € 12, 57)
Ebook: disponibile
Pagine: 158
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

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:: Il corso dell’ amore – Alain De Botton (Guanda, 2016) a cura di Nicola Vacca

2 ottobre 2017
il corso dell'amore

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Alain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.
Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.
Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento? Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.
L’amore romantico è la tomba dell’amore, sembra suggerirci De Botton e penso abbia perfettamente ragione.
La storia di Rabih e Kirsten è soprattutto immersa nelle vicende quotidiane. Il corso del loro amore si sporca di realtà e soprattutto ha a che fare con tutto ciò che di non romantico c’è in una relazione matrimoniale.
Le piccole cose di tutti i giorni, essere genitori, le delusioni, i traguardi mancati, le aspettative non corrisposte e anche le incomprensioni che sfociano nell’adulterio.
Alain De Botton smaschera senza alcuna finzione l’amore romantico e paradossalmente ci dice che sarà proprio l’amore non romantico con la sua lucida visione della realtà (non esiste l’anima gemella, la coppia perfetta e altri luoghi comuni del genere) a insegnare al genere umano un nuovo modo di amarsi.
De Botton analizza con una spietata freddezza tutte le fasi dell’amore dei due protagonisti raccontando la terra di mezzo, che è quella che comincia dove le belle storie finiscono.
Lo scrittore del corso dell’amore racconta il normale e non l’eccezionale, che è una fantasia sublime dietro la quale si è sempre nascosto l’inganno dell’amore romantico.

«Dobbiamo avvicinarci all’amore con più intelligenza e psicologia, e sposarci con più consapevolezza e saggezza. Anzi, diciamo che dobbiamo far sposare il matrimonio alla conoscenza».

Questo è uno dei motivi per cui Alain De Botton è tornato a scrivere sull’amore consigliano ai lettori di tenere sempre i piedi per terra e di allontanarsi una volta per tutta dall’idea romantica del’amore.
La durezza del quotidiano ci dice che non si potrà mai essere felici trovando la persona perfetta, perché in amore non esiste una idea saggia del giusto e nessuno di noi è perfetto.
Dobbiamo imparare ad amare tenendo conto delle nostre imperfezioni, perché per essere felici non abbiamo bisogno di essere perfetti, ma di persone che siano capaci di vivere con le nostre imperfezioni.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Alain De Botton con Il corso dell’amore racconta la storia di tutti i giorni di due persone che viaggiano insieme per imparare ad amare e ad amarsi affrontando tutto quello che a loro chiederà la vita.
È questa sarà la loro storia d’amore, vera. Perché troppo sappiamo di come comincia l’amore, ma sciaguratamente poco di come potrebbe continuare.

«È un romanzo contro il romanticismo. Contro l’ideale di perfezione. E contro una sorta di ingenuità sull’amore. Volevo andare oltre, raccontare la storia di due persone che si innamorano, si sposano e, con gli anni, imparano ad amarsi. È un viaggio per imparare ad amare, alla fine del quale scoprono che l’amore è una abilità, un talento».

Alain De Botton ha scritto il romanzo più convincente e sorprendente dell’amore non romantico.

Alain de Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. I suoi libri, Esercizi d’amore, Il piacere di soffrire, Cos’è una ragazza, Come Proust può cambiarvi la vita, Le consolazioni della filosofia, L’arte di viaggiare, L’importanza di essere amati, Architettura e felicità, Lavorare piace, Una settimana all’aeroporto, Del buon uso della religione, Come pensare (di più) il sesso, L’arte come terapia (insieme a John Armstrong) e News. Le notizie: istruzioni per l’uso, sono pubblicati in Italia da Guanda. Il suo sito internet è: http://www.alaindebotton.com

Scheda libro:

Prezzo: € 18,00 (su Libreria Universitaria € 15, 30)
Ebook: disponibile
Pagine: 251
Formato: rilegato
Scheda editore: qui

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

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:: La sua signora di Leo Longanesi (Longanesi, 2017) a cura di Nicola Vacca

29 settembre 2017
leo longanesi

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Leo Longanesi è stato uno dei protagonisti più poliedrici e geniali del panorama letterario italiano.
Giornalista, editore e scrittore, sempre eccentrico e irreverente nei suoi scritti con sarcasmo e ironia pungente ha raccontato gli anni cinquanta con il loro conformismo e la loro retorica schierandosi sempre dalla parte di chi non tollera mai le parate della menzogna e dell’ipocrisia.
Longanesi ci ha lasciato una serie di libri in cui, tramite la scrittura breve, l’aforisma e l’epigramma, da osservatore arguto del costume e della cultura della nostra società con la sua penna come un bisturi avvelenato ha fornito un ritratto amaro e disperato di un’Italia piccola piccola che profeticamente somiglia a quella dei nostri giorni.
Ci salveranno le vecchie zie? Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Una vita, questi sono alcuni dei titoli pubblicati da Longanesi.
Adesso torna in libreria dopo quarantadue anni La mia signora, il taccuino di Leo Longanesi che contiene le sue intuizioni fulminanti e soprattutto raccoglie i suoi scritti che vanno dal 1947 al 1957.
Il librò uscì immediatamente dopo la morte del giornalista e in seguito non venne più pubblicato. La sua signora torna con la storica introduzione di Indro Montanelli e una postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

«Ora che è morto, – scrive Montanelli – possiamo dirlo, senza timore delle sue diaboliche e scottanti rivalse: era un grane Maestro, Insopportabile, cattivo, ingiusto ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo».

Longanesi aveva nel suo dna le grandi intuizioni dei moralisti francesi e intingeva la penna nel veleno per affondare – senza pensarci due volte – la retorica e il conformismo del suo tempo.
La cosa straordinaria è che se si leggono alcuni passi sferzanti della sua opera ritroviamo il caos e l’omologazione dei giorni che stiamo vivendo.
La sua signora, per esempio, inizia con questo frammento datato 5 febbraio 1947:

« Una letteratura senza contorni, la nostra, come certi dipinti di Monet, di cui non si sentono che gli sbalzi di temperatura».

Con un malinconico sarcasmo Longanesi bastona l’impersonale freddezza di comodo della letteratura del proprio tempo. Ma questo suo pensiero scritto nel lontano 1947 ha pieno diritto di cittadinanza nel nostro di tempo in cui la nostra cultura è alle prese, oggi più di ieri, con una letteratura incolore e pallida completamente prostituita a un mercato in cui gli scrittori sono numeri da fatturato.
Questo suo taccuino contiene i suoi aforismi più famosi e le sue intuizioni più irriverenti che tanto fastidio hanno dato ai benpensanti di allora.

«Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma coi piedi scalzi»;

«Mentivo, ma il personaggio che rappresentavo era sincero»;

«Libertà di opinione in un paese senza opinioni»;

«L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolica a letto, comunista in fabbrica».

Leo Longanesi un uomo in disarmonia con la propria epoca, un intellettuale dissidente che non amava la banalità e il conformismo e nei suoi scritti smascherava tutti i luoghi comuni e difetti di un’Italia in cui non è la libertà che manca ma gli uomini liberi.

Leo Longanesi (1905-1957), giornalista, scrittore, pittore, disegnatore e caricaturista, ha fondato alcuni periodici che ebbero un’importante funzione nella vita politico-culturale italiana: nel 1926 il quindicinale L’Italiano, nel 1937 il settimanale a rotocalco Omnibus (primo nel suo genere), nel 1946 il mensile Il Libraio, nel 1950 il settimanale Il Borghese. Nel 1946 creò la casa editrice che porta ancor oggi il suo nome e presso la quale pubblicò Parliamo dell’elefante (1947), In piedi e seduti (1948), Una vita (1950), Il destino ha cambiato cavallo (1951), Un morto fra noi (1952), Ci salveranno le vecchie zie? (1953); postumi apparvero Me ne vado (1957), Il meglio di Leo Longanesi (1958), L’italiano in guerra (1965), la raccolta di articoli Fa lo stesso (1996) e Il generale Stivalone (2007). Presso altri editori sono usciti Il mondo cambia (1949), Lettera alla figlia del tipografo (1957), I borghesi stanchi (1973). Nel 2016 è uscita un’antologia di suoi scritti, Il mio Leo Longanesi, a cura di Pietrangelo Buttafuoco.

Scheda libro:

Prezzo: € 20,00 (su Libreria Universitaria € 17, 00)
Ebook: disponibile
Pagine: 222
Formato: rilegato
Scheda editore: qui

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

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:: Propizio è avere ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

27 settembre 2017
propizio è avere ove recarsi

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Emmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa letteratura. E che letteratura.
È appena uscito da Adelphi Propizio è avere ove recarsi (il titolo viene da I Ching, esagramma 57).
Un tassello importante nella produzione dello scrittore francese: quattrocentoventotto pagine in cui Carrère racconta tutto il suo mondo, e lo fa attraverso una serie di testi (reportage, articoli, interventi pubblicate su riviste e quotidiani recensioni, elzeviri) nei quali è contenuto l’embrione dei libri che ha scritto, ma anche le esperienze di un vissuto intenso e significativo che scaturisce dagli incontri che ha fatto andando in giro per il mondo.
Fatti di cronaca nera che rimandano a La settimana bianca e a L’avversario, interviste, progetti di film, resoconti, questo è il materiale che esce dalla penna fertile e intraprendente di Carrère, scrittore che in ogni rigo soprattutto racconta una parte essenziale di sé, in cui è sempre aperto un duello con il mondo.
Propizio è avere ove recarsi è il libro in cui lo scrittore francese mette tutto il suo mondo e lo consegna ai suoi lettori, racconta come dalla sua vita sono nati tutti i suoi libri, avendo cura di non omettere nulla del suo infinito viaggiare.
Un libro – autoritratto in cui Carrère non rinuncia mai alla prima persona. Il giornalismo si fa letteratura e viceversa in una tensione narrativa in cui viene fuori un’unica opera ininterrotta: il modo di stare al mondo di uno scrittore che ha deciso di fare della sua esistenza la meravigliosa non – fiction da raccontare.
Entrare nelle vite di grandi personaggi (Alan Turing e Limonov), raccontare gli scrittori che ha letto e amato (Capote, Leo Perutz, Balzac, Philip K.Dick), rivelare al lettore le sue pagine segrete di amori e incontri con le donne che ha amato e con la donna che ama ( nelle Nove cronache per una rivista italiana senza alcuna inibizione lo scrittore mette insieme i pezzi dei suoi personali e intimi frammenti di un discorso amoroso).
Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre giornalismo e letteratura.

«Tutto ciò costituisce una cronaca, una galleria di ritratti, di bozzetti, non ancora una storia. Perché ci sia una storia, ci vorrebbe una crisi che metta a rischio quell’equilibrio…».

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.
Propizio è avere ove recarsi è il punto di vista di uno scrittore sulle cose come le vede e alle pagine dei suoi libri si rimane aggrappati perché l’immanente immersione nella realtà diventa la nostra.
Emmanuel Carrère quando scrive non gioca a nascondino con la sua vita e con quella degli altri.
Questo fa di lui un grande e unico scrittore sempre pronto a giocarsi la partita dell’esistenza con una verità da raccontare e da testimoniare.

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. È scrittore, sceneggiatore e regista. Nel 2011 ha pubblicato Vite che non sono la mia, che in Francia ha conquistato classifiche e premi (edito in Italia da Einaudi). Nel catalogo Einaudi è disponibile anche La vita come un romanzo russo. Presso Adelphi ha pubblicato Limonov e L’avversario.

Scheda libro:

Prezzo: € 22,00 (su Libreria Universitaria € 18, 70)
Ebook: disponibile
Pagine: 429
Formato: brossura
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Source: inviato dalla casa editrice al recensore.

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:: La donna nella pioggia di Marina Visentin (Piemme 2017) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2017
la donna nella pioggia

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Quella di Stella Romano, protagonista di “La donna nella pioggia”, edito da Piemme, è una vita monotona, ripetitiva, fatta di una quotidianità a tratti quasi sfiancante. La donna si divide tra i viaggi di lavoro del marito Mattia; le diverse attività che praticano Alice e Sofia, le due figlie; Nina, la domestica ucraina che la aiuta nelle faccende di casa e il proprio amato lavoro di illustratrice di libri per bambini. Tutto assomiglia al ritratto della perfezione assoluta, ma in realtà sotto la superficie di belle apparenze, la vita della protagonista nasconde una serie di eventi e cose che le danno il tormento. Tanto per cominciare si scopre che l’infanzia di Stella è stata minata da un evento drammatico: la morte tragica della madre. Fosse solo questo! Stella non ha mai avuto notizie certe su chi fosse suo padre e il cognome che porta, Romano, è quello di Gabriele, il compagno della mamma che la allevata come una figlia. Questi sono i fantasmi del passato, ma nel presente dove tutto sembra perfetto, la caduta del vaso della madre (unico oggetto che manteneva il legame tra le due) e la sua completa rottura lanciano nel panico la donna. Stella si rende conto che non può più tenersi dentro quello che la tormenta e che la fa soffrire, perché solo affrontato ciò che la assilla potrà, forse, trovare un po’ di pace. La protagonista passa dalla calma apparente in una spirale di crescente ansia che le fa rasentare la pazzia, tanto è vero che ad un certo punto la donna inizia a prendere dei medicinali (ansiolitici), e soffre per il fatto che le due amate figlie sono in vacanza con i parenti del marito e lui, Mattia, ecco non è così fedele come vuole fare credere. Ognuno di questi elementi non farà altro che gravare in modo maggiore sulla stabilità psicofisica di Stella che, oltre a sentirsi sempre più oppressa, prova un senso di minaccia incombente. Marina Visentin porta noi lettori a seguire il cammino nella psiche della protagonista, la quale prende coraggio e decide di indagare il suo passato per capire cosa la tormenta, perché ormai lei ha capito che il suo malessere è legato a qualche evento traumatico accaduto tanto tempo prima. Alla Milano del presente, quella dove Stella di divide tra mondo borghese ed editori di qualità, si innesta ad un certo punto il passato. Un tempo andato dal quel emergono gli aspetti cupi e mai del tutto chiari dei tanti delitti violenti e molto spesso inspiegabili che segnarono l’Italia degli Anni di piombo. Stella fa una viaggio alla ricerca delle proprie radici e per compierlo mette in gioco tutta la sua forza in un cammino di ricerca della verità complesso e pieno di difficoltà che la metteranno a dura prova. Questo non importa a lei, perché sono passi vitali da compiere, per dare un senso al proprio vivere. “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, attraverso la vicenda personale di Stella, ci presenta mondi diversi, fatti di contraddizioni e contrasti che influiscono sul singolo essere umano e che lo destabilizzano a tal punto da trovare il primordiale istinto di coraggio per mettersi in discussione e ricercare la verità sul proprio passato e sulla propria esistenza.

Marina Visentin è nata a Novara, ma da quasi trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copywriter in un’agenzia di pubblicità. Ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema e altro; attualmente si interessa di scrittura autobiografica, organizzando laboratori a Milano e dintorni. Ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e psicologia. Dopo la fiaba noir “Biancaneve” (Todaro Editore, 2010), “La donna nella pioggia” è il suo primo thriller psicologico.

Scheda libro:

Prezzo: € 17,50 (su Libreria Universitaria € 14, 87)
Ebook: disponibile
Pagine: 420
Formato: rilegato
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Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Luigi Scaffidi dell’ ufficio stampa.

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:: L’isola di Sachalin – Anton Čechov (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 settembre 2017
isola

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Dall’ aprile al dicembre del 1890 Čechov viaggia per le terre estreme della Siberia.
Ha intenzione soprattutto di raccontare quella terribile periferia dell’impero zarista e soprattutto scrivere quello che nessun intellettuale aveva ancora visto: le condizioni di vita nella colonia penale sull’isola di Sachalin.
Egli tornò da quel viaggio con un libro che fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1895.
L’ isola di Sachalin esce adesso per Adelphi ( curato da Valentina Parisi)
Lo scrittore sbarcherà ai confini del mondo e sulla sua strada troverà numerosi impedimenti. Ma non si lascia intimidire dai boicottaggi indigeni e in quei mesi porta a termine la sua impresa e scrive pagine dettagliate e precise in cui racconta l’inferno siberiano che si è trovato davanti.
Racconta della terra che si gela e delle strade coperte di fango. Annota ogni cosa della sua avventura siberiana, con precisione descrive le condizioni di vita dei deportati, gli incontri con le anime morte del posto e il tessuto economico e sociale del territorio.
L’isola di Sachalin è un lavoro meticoloso che il suo autore aveva da tempo intenzione di scrivere. Valentina Paraisi nella postfazione scrive che Sachalin aveva fatto la sua comparsa nell’opera di Čechov un paio di anni prima, esattamente nel 1888 nel racconto Fuochi.
Con questo libro il grande scrittore russo riuscirà in maniera convincente a penetrare con una denuncia efficacia nell’orrore concetrazionario del regime zarista, a raccontare la crudeltà dell’uomo che infligge umiliazione e violenza agli altri uomini ponendo soprattutto l’accento sul fallimento di un sistema interessato soprattutto dalla corruzione.
Il resoconto di Anton Čechov è spietato nel raccontare l’inferno nei suoi dettagli più amari. Lui è consapevole di affrontare un’esperienza unica e devastante. Immagina cosa troverà in Siberia e la sua penna è pronta a fare il suo dovere.
«Ho come l’impressione di andare in guerra» aveva confidato una settimana prima di partire a Suvorin.
L’isola di Sachalin occupa un posto a parte nella produzione letteraria di Anton Čechov.
L’avventura siberiana lo segnerà. E lui è riuscito in queste pagine a dare conto di tutto l’inferno che ha dentro di sé l’essere umano.
Queste sue memorie arrivano, come fu per Dostoevskij, da una casa di morti in cui il giovane Čechov abiterà per otto mesi. Lo scrittore confesserà che dall’inferno di quella casa di morti tornerà annichilito e provato. Tra le mani il racconto e la testimonianza di tutto l’orrore che aveva visto e la consapevolezza di non avere una soluzione da offrire al lettore.

Anton Čechov nacque a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba. Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 Čechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all’attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L’isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Čechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni

Scheda libro:

Prezzo: € 22, 00 (su Libreria Universitaria € 18, 70)
Ebook: disponibile
Pagine: 464
Formato: brossura 9 tav. fotografiche in b/n
Scheda editore: qui

Source: libro inviato all’editore al recensore.

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:: Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jón R. Hjálmarsson (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2017
strade d' Islanda

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L’Islanda sta lassù verso il Polo nord. L’Islanda è sì una terra lontana e ancora un po’ troppo sconosciuta, ma molto affascinante. Per saperne di più vi consiglio la lettura de “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson, edito da Iperborea. Il curatore, esperto in cultura e storia islandese, ci porta a compiere un viaggio fisico e mentale lungo la statale n. 1, una delle principali vie di comunicazione della terra nordica dislocata nell’oceano Atlantico. Lungo la via ci sono una serie di località nelle quali il lettore potrà conoscere le diverse e tante storie popolari che animano la cultura e la tradizione del popolo islandese. Questo libro è la testimonianza di quanto siano numerose le leggende e i miti che la popolazione dell’isola si è tramandata nel corso dei secoli e che, ancora oggi, tali narrazioni sono molto vive nell’immaginario popolare. Non a caso addentrandoci nelle pagine di storie narrate (ideali da leggere davanti al camino con copertina di lana e un tè caldo) si scoprono storie di creature più o meno mostruose dalle quali, in molti casi, hanno preso i nomi alcune delle cittadine presenti nell’isola. Per rendere ancora più coinvolgente la scoperte di queste storie, il testo è corredato da apposite mappe e illustrazioni di Felix Petruska con raffigurate – a seconda della zona dell’isola dove ci si sposta- le misteriose creature che in quei posti presero forma. Ed ecco allora la storia di Testarossa, la crudele balena del Havlafiördur, o ancora le vicende sul serpente del lago Lagarfljótm, sullo spettro marino di Hvammnsnúpur, alternate alla leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi o a quella del contadino di Grímsey e l’orsa polare. Il volumetto curato da Hjalmarsson è un vero e proprio muoversi tra elfi, troll, stregoni, spettri, banditi ed eroi che, nel corso dei secoli, sono andati a formare il background tradizionale, popolare e folcloristico islandese. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è un libro interessante, una sorta di guida di viaggio alternativa e innovativa, perché permette a chi legge di muoversi nell’immaginazione popolare islandese alla scoperta di una cultura diversa dalla nostra. Allo stesso tempo, il testo pubblicato da Iperborea, aiuta il lettore a scoprire le caratteristiche dell’ambiente, degli usi e dei costumi diffusi in Islanda. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è caratterizzato da un’atmosfera di magia, nella quale il sacro e il profano si mescolano alla perfezione, dimostrando lo stato di impotenza e mancanza di spiegazioni del genere umano davanti ai misteri della vita e della grandiosa forza della natura. Traduzione Silvia Cosimini.

Jón R. Hjálmarsson, nato nel 1922, dopo gli studi in Storia all’Università di Oslo, è stato preside nelle scuole di Skógar e Selfoss e direttore didattico della circoscrizione dell’Islanda meridionale. Nel 1983 è stato insignito della croce dell’Ordine del Falcone islandese. Dall’approfondimento della storia e della cultura del proprio paese è nato il progetto di questo libro.

Scheda libro:

Prezzo: € 16, 00 (su Libreria Universitaria € 13, 60)
Ebook: non disponibile
Pagine: 225
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: libro inviato all’editore al recensore. Grazie a Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa.

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:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017
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Guido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Scheda libro:

Prezzo: € 12, 00 (su Libreria Universitaria € 10, 20)
Ebook: disponibile
Pagine: 115
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

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:: Il carattere antropologico della scrittura di Wanda Marasco in La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 settembre 2017
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Nel romanzo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza, candidato al LXXI Premio Strega, Wanda Marasco racconta Napoli.
Quella di metà secolo scorso. Tra la fine della guerra e l’inizio della miseria. Tra la sporcizia e le malattie. Tra l’amore e la prostituzione. Tra i debiti e gli strozzini. Tra la morale e l’omosessualità. Tra la follia e il pianto. Tra la rabbia e gli schiaffi. Tra il dialetto e i gesti. Tra le parole e gli sguardi. Tra la realtà e il sogno.
Una Napoli che nasce e muore nel ventre di una madre. Una madre che, all’inizio del romanzo, respira gli ultimi minuti di esistenza su questa terra. Una madre che torna, nelle parole della figlia, a ripercorrere tutta una vita. E in questa vita ci sono tutte quelle anime, anime finte, attrici nel palcoscenico della realtà, che la scrittrice incontra dall’infanzia fino all’età adulta.
Ogni personaggio che abita la pagina viene caratterizzato attraverso un particolare fisico, che ne diventa l’elemento fondante della personalità. E ogni personaggio altro non è che una parte di Napoli, unica grande protagonista del narrare. La bellezza della madre Vincenzina, la malattia del padre Rafele, l’omosessualità dell’amico Mariomaria, lo stupro dell’amica Emilia, le bocche spaventosamente grandi delle pettegole vicine di casa, i denti gialli dell’usuraio, la risata pazza della zia Iolanda, lo sguardo freddo della nonna Lisa Campanini, altro non sono che uno spaccato della città partenopea.
Il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno di uno di quei film di Tornatore che indaga, dietro la macchina da presa, quei segreti silenziosi che abitano le vie delle città del Sud. Segreti ben nascosti agli occhi stranieri che guardano. Quei misteri che solo chi ci nasce dentro conosce, ma anche non riesce a spiegarsene la motivazione. Come Rosa, la scrittrice/narratrice che ha origine nel ventre della madre ma non riesce a comprendere i misteri della donna, neanche sul finire dei suoi giorni. Ecco che il finale del romanzo è un sogno. Una narrazione sfumata e leggera nella quale Rosa si ritrova a percorrere le vie della sua infanzia e, occhiata dopo occhiata, incontra nuovamente tutte le anime finte.
Un profondo sentimento di attaccamento viscerale alla terra materna è tradotto in una scrittura focosa e tragica. Confusa a tratti. Che quasi si perde nel racconto del ricordo. Una scrittura dalla forte valenza antropologica che mira a raccontare il vivere quotidiano, ponendo sotto una lente di ingrandimento tutti quei gesti ripetuti che caratterizzano l’Italia del dopoguerra.

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Diplomata in Regia e Recitazione all’Accademia d’arte drammatica «Silvio D’Amico» di Roma, è autrice di romanzi e di raccolte poetiche. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003), prefato da Giovanni Raboni, e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). Ha lavorato in teatro come regista e autrice; in questo doppio ruolo ha messo in scena l’Asino d’oro di Apuleio e, con Quei fantasmi del presepe, una rivisitazione del teatro di Eduardo, oltre al poemetto Tre donne di Sylvia Plath e a Tutti quelli che cadono e Giorni felici di Samuel Beckett. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza.

Scheda libro:

Prezzo: € 16,50 (su Libreria Universitaria € 14, 02)
Ebook: disponibile
Pagine: 238
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: acquisto del recensore.

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:: Memoria di ragazza di Annie Ernaux (L’orma 2017) a cura di Nicola Vacca

14 settembre 2017
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Annie Ernaux sa fare della scrittura un’impresa insostenibile. Tra tutti i suoi libri Memoria di ragazza è quello in cui la scrittrice francese reinventa se stessa seguendo la lezione di Proust.
Anche in queste pagine (tradotte magnificamente da Lorenzo Flabbi) Annie va alla ricerca del tempo perduto e di un futuro che ancora non è stato scritto.
L’autobiografia si fa materia di questa sua scrittura, diventa strumento di una narrazione che diventa romanzo e non solo.
La scrittrice racconta da sempre la propria vita, non rinuncia mai al distacco che impone una memoria da coltivare come un’impresa collettiva che parla di noie a noi.
Memoria di ragazza è il libro che l’autrice ha inseguito per tutta la vita. Proprio per questo è il suo romanzo più bello.
La ragazza del 1958, che tanto le somiglia, va alla ricerca di se stessa come educatrice in una colonia di vacanze.
Annie trova una fototessera che la ritrae diciottenne. Così parte l’indagine intorno a se stessa e con un tuffo nel passato torna a quel 1958 dove tutto ebbe inizio.
Con una rinuncia all’io, la scrittrice inizia a scavare nell’inquietudine della sua scrittura per restituire all’oggi il suo modo di affacciarsi al mondo, la sua formazione, le sue vecchie amicizie, forse nel tentativo disperato di trovare un baricentro tra il passato e il presente.
Ernaux racconta, di lacerazione in lacerazione, la sua giovanile immanenza che si affaccia al mondo.
Per fare questo ha bisogno di riflettere sulla scrittura, di esternare (durante il racconto della sua formazione) riflessioni universali sul suo modo di fare letteratura: «Bisogno di scrivere su qualcosa di vivente, con il rischio di metterlo a repentaglio, e non nella tranquillità conferita dalla morte delle persone, restituite all’immaterialità delle creature di finzione. Fare della scrittura un ‘impresa insostenibile. Espiare il potere di scrivere – non la facilità, nessuno ne ha meno di me – tramite la paura immaginaria delle conseguenze».
Annie Duchesne/Ernaux è consapevole che la memoria è una forma di conoscenza. Tornare indietro di oltre mezzo secolo e andare alla ricerca di una diciottenne che in una colonia inizia il suo cammino nella vita per la scrittrice significa una sola cosa. Capire se tra la ragazza del 1958 e Annie di oggi ci sia una somiglianza.
«E quale desiderio c’è oltre a quello di capire, in questo accanirsi a cercare, tra le migliaia di nomi, verbi e aggettivi, quelli che diano la certezza – l’illusione – di aver raggiunto il più alto grado possibile di realtà?»
Annie Ernaux va alla ricerca del suo tempo perduto seguendo sempre una corrispondenza tra vita e scrittura. Scrivere della ragazza che è stata è un esercizio per diseppellire cose, ma soprattutto scrivere significa sopportare ciò che accade e ciò che facciamo.
Annie Ernaux scrive questo libro per cogliere la vita e comprendere il tempo, ma soprattutto godere di esso.
«Ho iniziato a fare di me stessa un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte».
Questo ha pensato la ragazza quando una domenica pomeriggio di fine agosto o inizio settembre 1960 seduta su una panchina dei giardini accanto alla stazione di Woodside Park deicide di scrivere un romanzo.
Alla fine è arrivato Memoria di ragazza, che la stessa Ernaux definisce il racconto di una perigliosa traversata verso il porto della scrittura.
Quello che per lei conta non è ciò che succede, è ciò si fa di quel succede.
Anche qui la grande scrittrice francese ha saputo reinventare l’autobiografia senza mai tradire il legame tra la vita e la scrittura e allo stesso tempo è riuscita a esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.
La ragazza del ’58, grazie a Annie Ernaux, ha un posto nella letteratura. Adesso la scrittrice con lei ha fatto i conti entrando magistralmente nell’abisso dell’essere della memoria. Il risultato è questo libro straordinario, materia immanente di un vivente che ci coinvolge e appartiene.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.
Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato nel 2016 L’altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile.

Lorenzo Flabbi è critico letterario e editore. Ha insegnato letterature comparate nelle università di Paris III e Limoges dedicandosi in particolare agli aspetti teorici della traduzione. Ha tradotto, tra gli altri, Apollinaire, Rushdie, Valéry, Rimbaud, Stendhal e, di Ernaux, Il posto, Gli anni e L’altra figlia.

Scheda libro:

Prezzo: € 18,00 (su Libreria Universitaria € 15, 30)
Ebook: non disponibile
Pagine: 256
Formato: brossura
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Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio stampa.

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