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:: Giovanni Paolo II privato – Il grande papa visto da vicino di Caroline Pigozzi (Sonzogno 2011) a cura di Marcello Caccialanza

13 dicembre 2017

papa privatoUn libro privato, una biografia appassionante ed appassionata di un pontefice visto nella sua intimità più vera ed avvolgente.
L’autrice, Caroline Pigozzi, affianca Giovanni Paolo II per lunghi periodi e ne “ ruba” i momenti più autentici, regalando a noi lettori l’immagine di un Uomo meravigliosamente complesso nelle sue certezze e nelle sue debolezze.
Ci mostra quindi un Papa nella sua quotidianità, lontano dai riflettori e dal bon ton dell’ufficialità dell’evento in sé; dall’alba al tramonto, senza veli ed ipocrisie. Possiamo toccare con mano i suoi incontri meno pubblicizzati, conoscere gli amici a lui più cari.
Caroline Pigozzi gli è accanto dunque quando compie i gesti più semplici, nei momenti di preghiera, a qualche incontro privato; ma anche nella solennità più ridondante di udienze e di celebrazioni.
L’ha seguito all’Avana o ancora al Muro del Pianto di Gerusalemme, quando lo stesso Papa ha fatto scivolare tra le millenarie pietre color ocra una lettera di scuse e di pentimento per le umiliazioni e le sofferenze inferte al Popolo Ebraico.
Nulla si può dire sia sfuggito alla capace penna dell’autrice che ha perfino conosciuto la cosiddetta “cerchia polacca” di Wojtyla; ovvero quelle persone care e fidate di cui lui amava circondarsi per colmare l’enorme vuoto lasciato dalla morte dei suoi parenti.
Interessante all’interno di questo testo, la breve ma intensa intervista che la Pigozzi sottopone ai membri dell’equipe medica che aveva in cura il Pontefice. Una serie di domande e di risposte che evidenziano la precarietà e la voglia di vivere di una figura che senz’altro ha segnato due epoche!

Caroline Pigozzi, di origine italiana , ha compiuto gli studi presso l’istituto San Domenico di Roma e ha frequentato per breve tempo la facoltà di giurisprudenza .
Ha studiato alla New York University. Ha lavorato per Le Figaro Magazine e da ben 13 anni è a Paris Match, per il quale in qualità di grand reporter ha avvicinato personalità internazionali come Juan Carlos di Spagna, Elisabetta II e il sultano del Brunei.
A partire dal 1996 ha ripetutamente trascorso lunghi periodi in Vaticano a diretto contatto con il Papa. Per i suoi reportage su Wojtyla ha ricevuto nel 1997 il Prix Mumm e il suo primo libro, Le Pape en privé, bestseller in Francia e in Polonia, è stato tradotto persino in arabo.

Source: libro del recensore.

:: Demoni mostri e prodigi – L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico di Giorgio Ieranò (Sonzogno 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

10 ottobre 2017

demoni mostri prodigiDemoni mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico è un libro che unisce saggistica e narrativa in una forma testuale ibrida che ha lo scopo di raggiungere un pubblico più vasto attraverso una prosa accessibile, sebbene ricca di contenuti. Il lettore si ritrova a viaggiare in un mondo antico in balìa degli umori degli dèi e abitato da creature mostruose, affascinanti e quasi sempre mortifere, ma è accompagnato da un vate moderno, Giorgio Ieranò, professore di Letteratura Greca all’Università di Trento. Lo stile narrativo, scorrevole ed intrigante, è imbevuto di riferimenti letterari che aiutano chi legge a diventare più consapevole anche del presente: oggi gli scaffali delle librerie, i film al cinema e le serie tv coinvolgono il soprannaturale in ogni modo. Il fantasy costituito da vampiri, licantropi, fantasmi e streghe non è che l’adattamento del mito antico, delle tradizioni e delle leggende che non muoiono mai perché di generazione in generazione, di secolo in secolo, passano da un uomo all’altro cambiando forma e a volte nome, ma mantenendo la propria essenza.

Se ritroviamo gli stessi rituali e le stesse credenze in uomini che vivono in luoghi e in tempi lontani tra loro è forse perché tutti sentiamo il bisogno di quei rituali e di quelle credenze. Non perché “ereditiamo” qualcosa dagli antichi ma perché siamo pur sempre antichi anche noi, perché c’è una radice primaria dell’umano che ci porta, anche in contesti storici differenti, a cercare le stesse cose e a rappresentarci il mondo con le stesse immagini. (pag.149)

Demoni mostri e prodigi, dunque, affrontando l’irrazionale e il fantastico promuove, in realtà, un’indagine antropologica che ha radici nel mondo antico ma dà ancora frutti abbondanti nel nostro quotidiano. Figlio di Ieranò, sembra quasi che questo libro sia stato immerso da Teti nel fiume Stige con l’unico tallone d’Achille di essere troppo breve.

Giorgio Ieranò, docente di Letteratura Greca all’università di Trento, si occupa in particolare di mitologia e di teatro antico. Tra i suoi libri: Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storie, rinascite (2010). Per Sonzogno ha pubblicato la serie di narrazioni mitologiche composta da Olympos (2011), Eroi (2013) e Gli eroi della guerra di Troia (2015). Collabora con Panorama, La Stampa e Radio2.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La valle delle bambole, Jacqueline Susann (Sonzogno, 2016)

19 luglio 2016
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Be careful what you wish for sembra una verità fondamentale a cui attenersi specie quando si è una giovane e bella ragazza della provincia che si reca a New York (alla fine della Seconda Guerra Mondiale) in cerca di fama, amore, soldi e successo. Nessuna delle tre protagoniste di La valle delle bambole (Valley of the Dolls, 1966) di Jacqueline Susann, Anne, Jennifer e Neely, la seguì e con tragiche conseguenze, vedendo gli esiti delle loro vite. Raggiungere i loro sogni le portò solitudine, infelicità, dipendenza da alcool e droga, addirittura una delle tre arrivò al suicidio. Insomma assistiamo alla desacralizzazione del sogno americano, compiuta certo con gli strumenti e la verve che la simpatica Susann disponeva.
Se vogliamo la lettura di questo libro e il suo valore sono più necessari per il suo essere un documento di un’ epoca, che per il valore e le qualità letterarie (oltre all’indubbio coraggio) della Susann. Gore Vidal, Truman Copote insomma non si sbagliarono di tanto, e non devono essere considerati come dei meschini e invidiosi rosiconi, anche se esternarono i loro pareri con la loro consueta insolenza. Tuttavia la sua prosa la si legge con estrema facilità e i temi seri che tratta, quasi incappandoci per sbaglio, dall’emancipazione femminile, al maschilismo e al materialismo presenti nella società americana, all’aborto, al suicidio, alle malattie mentali, sono il ritratto fedele di un’ epoca che preferiva nascondere la polvere sotto il tappeto, in favore di un certo entusiasmo simulato e un allegria pop, da boom economico. La Susann ne tratteggia le ombre con vivace arguzia, e la sua forte personalità e il suo umorismo anche amaro, sono un collante sicuramente efficace, padroneggiato con indubbia abilità.
A cinquant’anni dalla pubblicazione l’effetto destabilizzante è senz’altro smorzato. Ormai si parla di sesso molto liberamente, anche nei romanzi, forse meno di cancro, malattie mentali e suicidio. Per cui se vogliamo il suo romanzo non appare così datato come appaiono opere di quel periodo lette oggi. Il suo linguaggio pepato, la sua mancanza di inibizioni quando si parla di sesso (evidenziando come lo percepivano le ragazze degli anni ’60), sono senz’altro parte del fascino di questo libro, che anche oggi, in un’ epoca di post-femminismo come la nostra, conserva le sue peculiarità.
Non fu facile pubblicare questo libro negli anni ’60, numerosi editori lo rifiutarono e solo Bernard Geis Associates lo pubblicò nel 1966. Che Jacqueline Susann parlasse di sé e vi fossero molti elementi autobiografici è indubbio, come è indubbio che molte storie e aneddoti furono tratti dalle vite (travagliate) di molte star di quei tempi, a partire da Judy Garland.
Non ostante l’aura di scandalo, da alcuni questo libro fu tranquillamente definito un soft porno, La valle delle bambole fu un successo immediato e travolgente. Restò per ben 65 settimane nella lista dei best seller del New York Times, grazie anche alla grandissima campagna promozione che organizzò il marito della Susann, il produttore Irving Mansfield.
Per togliere un’ equivoco, le “bambole” del titolo non sono le protagoniste, ma le magic candy, gli psicofarmaci di cui le stelle del cinema facevano abbondante uso, sonniferi, stimolanti, antidepressivi, anfetamine.
Ne fecero un film, diretto da Mark Robson, con Sharon Tate nella parte di Jennifer North, e Susan Hayward in quella di Helen Lawson, in cui in un cameo apparve la stessa Susann (che tuttavia usò termini molto dispregiativi per definirlo). Da anni si parla di un remake con protagoniste Madonna (Helen Lawson), Jennifer Lawrence, (Jennifer North) Anne Hathaway (Anne Welles) e Emmy Rossum (Neely O’Hara). Chissà, vediamo, certo molto dipenderà dal regista, ma non è difficile predire un indiscusso successo. Come il libro, tradotto in questa edizione da Mariapola Dettore. Postfazione di Irene Bignardi.

Jacqueline Susann (1918-1974) era originaria di Philadelphia. A diciott’anni si trasferì a New York, dove lavorò come attrice e, per ben quattro volte, fu premiata come la “Donna più elegante della televisione”. Ma fu il successo dei suoi tre romanzi, tutti bestseller mondiali – La valle delle bambole (1966), La macchina dell’amore (1969) e Una volta non basta (1973) -, a trasformarla nella leggenda che ancora oggi si ricorda. Sposò il produttore Irving Mansfield. Da La valle delle bambole, il suo libro più famoso, ristampato diverse volte anche in Italia, sono stati tratti un film e una serie televisiva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, Andrew Nicoll (Sonzogno, 2016)

7 aprile 2016
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Dopo il felice esordio, vincitore del prestigioso premio Saltire per la miglior opera prima, Non sarà mai inverno, recensito per noi qualche anno fa da Viviana Filippini, Andrew Nicoll torna al romanzo con un poliziesco molto particolare, tratto da un caso di cronaca realmente accaduto. L’omicidio molto brutale di un’anziana zitella di Brouhty Ferry, paesino sulla costa scozzese, avvenuto più di un secolo fa. Delitto che non trovò mai un colpevole, almeno nella realtà.
Andrew Nicoll ricostruisce la storia, grazie a un meticoloso lavoro d’archivio, che lo ha spinto a consultare vecchi rapporti di polizia, giornali ingialliti, cronache cittadine e con non poca fantasia e licenza poetica, trova un colpevole. Subdolo, sleale, violento, lucido nella sua feroce follia. Un colpo di genio se vogliamo, che ha spinto Nicoll a cambiare il suo nome, perché nel borgo vivono ancora i suoi discendenti.
Non cercate di scoprire chi sia seguendo gli indizi, che l’autore semina a piene mani, le vere prove sono nella mente umana, nel cupo labirinto di passioni che trasformano un uomo qualunque in un assassino. E Nicoll gioca bene questa carta, il dubbio, le ambiguità, tessendo una tela intricata e fragile, ma implacabile. E soprattutto credibile. Magari i fatti andarono esattamente come lui li descrive, o magari non è l’assassino di Nicoll il colpevole, e nella realtà la povera donna fu uccisa da qualcun altro, ma è nella natura dei romanzi creare una realtà alternativa, un mondo parallelo, e in questo si può dire il romanzo di Nicoll è pienamente riuscito.
Il suo sapore vintage, la sua lentezza, il suo ricostruire la mentalità dell’epoca, tutto concorre a dare al romanzo un gusto del tutto particolare, forse non indicato per chi in un giallo cerca movimento e azione. Ma per chi ama sondare la mente umana è un romanzo che consiglio, nasconde in sé non poche sorprese. Ma veniamo alla storia.
Sembra che nella Scozia del 1912, per una donna, peggio della morte ci sia la perdita della reputazione, ed è questa la leva su cui poggia La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, (The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne, 2015), di Andrew Nicoll edito da Sonzogno e tradotto da Marinella Magrì.
Il romanzo prende l’avvio in una luminosa giornata di novembre, quando un postino si domanda perché la signorina Milne, su a Elmgrove, non ritiri più la posta. Qualcosa deve essere pur successo, così avvisa il sergente Fraser e l’agente Brown (o Broon come dice lui), che recatisi sul posto il mattino dopo fanno la macabra scoperta: per terra, nell’atrio disteso sul tappeto trovano il corpo legato dell’anziana signorina Jean Milne. Uccisa con un attizzatoio. La cima del cranio era schiacciata e deformata, nient’altro che un ammasso di capelli arruffati e sangue annerito , e il viso era livido e gonfio, tra il verdognolo e il giallastro, il colore di un pesce.
Come è ovvio prende l’avvio anche un’ indagine condotta dal commissario capo Sempill e dal sergente Fraser. Ma data l’importanza del caso, (le vecchie signore non possono essere uccise nelle loro linde case)  da Glasgow arriva in soccorso il luogotenente investigatore John Trench, chiamato niente di meno che per telegrafo (quei tempi moderni possono assicurare alla polizia i metodi di indagine più moderni). Trench è una celebrità, un’ investigatore che sa il fatto suo, e così può iniziare il carosello dei testimoni, il rilevamento delle impronte, le fotografie della scena del delitto.
L’assassino non ha scampo, può senz’atro essere un forestiero e un pazzo. E in quel senso vanno le indagini, pronti anche ad arrestare, e mandare sul patibolo, il primo che capita a tiro, (sapete la stampa vuole un colpevole a tutti i costi) se non fosse che il luogotenente Trench non è disposto a questi sotterfugi. L’intero caso è avvolto nel mistero, come dicono i giornali, ma soprattutto il grande mistero è chi sia la povera eccentrica Jean Milne.
I testimoni restii a parlare la descrivono come una donna che si vestiva da ragazzina, che amava i viaggi, e pian piano si scopre anche i giovanotti. Ben lontana dalle leggi di proba rispettabilità vittoriana o dalle ferree leggi di perbenismo dell’epoca. Ma nonostante questo un’ ingenua capace di farsi abbindolare dal primo truffatore. E questo è un delitto maturato nella mentalità del tempo, nelle salde distinzioni di classe, nei segreti che una vecchia signora intesse per consumare le sue passioni e nell’amore non corrisposto. Soprattutto in quello. A voi scoprire il colpevole. (Ma fatemi scommettere che non ci riuscirete).

Andrew Nicoll è nato e vive in un paese vicino a Dundee, in Scozia. Dopo aver fatto, per breve tempo, il taglialegna, ora lavora a tempo pieno come giornalista. Il suo primo romanzo, Non sarà mai inverno (Sonzogno 2012), è stato un bestseller internazionale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: Murder file of Jean Milne

:: Recensione di Lick di Lulu Berton a cura di Giovanni Choukhadarian

22 giugno 2010

Lulu Berton, Lick, Venezia, Sonzogno, 2010, 188 pagg., 16 euro

Il sottotitolo di questo esordio narrativo non mente: “commedia erotica in 6 atti”, si annuncia, e giusto quello si legge. Lulu Berton, che sembra un nome finto ma pare non sia, è una giovanotta mezzo italiana e mezzo americana. Qui racconta le paradossali vicende di una ragazzotta di Venezia, trasferita a Londra per scoprire la vita, il mondo e, come pare, soprattutto i fatti dell’amore carnale. Se qualcuno sta pensando a una Melissa P. in salsa leghista, no, non è quello. Berton, di mestiere giornalista chic, è troppo scaltra per un prodotto del genere. No, qui prevale la dimensione umoristica, quando non propriamente comica. La protagonista, che si chiama senza gran fantasia Lola,  fa la spogliarellista nei pub meno consigliabili, poi cambia e diventa richiestissima telefonista erotica, fin che non s’innamora di un chitarrista rock piuttosto sfasciato. Il basso continuo della narrazione è però il vecchio padrone di casa di Lola, fanatico cultore del suo giardinetto, in apparenza burbero come un Mr. Rochester 150 anni dopo, in realtà di un’ingenuità quasi dolce. Lulu Berton lo inserisce ogni tanto, a segnare i cambi di vita di Lola, come fosse lui il faro di una vita così scombiccherata. Le storie di Lola e compagnia sono raccontate con partecipe disincanto e il desiderio anche troppo esplicito di far ridere il lettore. Berton detiene una lingua letteraria disinvolta, adopera a volte similitudini meno che dantesche ma ha buoni tempi comici e usa con discrezione il paradosso, strumento retorico affatto maschile. Siccome l’estate comincia in questi giorni, Lick sembra un buon libro per accompagnare le giornate in spiaggia. Il mare, un lettino e l’ombrellone e un buon libro: non è questa l’estate dei lettori forti?