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:: Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

16 maggio 2018

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Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop a Wigtown, un paese nell’estrema provincia scozzese, dove ci sono undici librerie. In questa piccola città il Wigtown Book Festival, di cui Shaun è uno degli organizzatori.
The Book Shop è una libreria indipendente, una di quelle che resiste all’avvento sul mercato delle grandi catene e di Amazon.
Dal febbraio 2014 al febbraio 2015, Shaun Bytell tiene un diario in cui racconta con grande ironia la vita quotidiana che accade tra le quattro mura della sua libreria.
Quel diario è diventato un libro. Una vita da libraio è una lettura piacevole per tutti noi che frequentiamo le librerie e divoriamo ogni giorno pagine infinite di libri.
In presa diretta lo scrittore – libraio ci coinvolge e soprattutto ci fa entrare nel clima stravagante del The Book Shop.
Ci fa conoscere i clienti con le loro richieste assurde. Esilarante i racconti dei battibecchi giornalieri con Nichy, la sua collaboratrice stravagante sempre pronta a pungolare il suo capo.
Shaun, libraio un po’ misantropo, ci dà conto con una leggerezza divertente della varia umanità che frequenta la sua libreria e delle difficoltà che incontra con Amazon per la vendita on line dei libri.
Ogni capitolo inizia con una frase tratta da Ricordi di libreria di George Orwell.
Bythell si fa guidare da lui e ne attualizza l’esperienza.
The Book Shop è una libreria dell’usato.  Secondo Il Guardian è al terzo posto nella classifica delle librerie strane e meravigliose del mondo.
Questo libro ha davvero molti pregi, ma soprattutto è il racconto in prima persona dell’esistenza dolce e amara di un libraio che non si vuole arrendere a Amazon e che non ha nessuno intenzione di mollare.
Con grande ironia Shaun racconta il suo grande amore per i libri. Dal cuore di una piccola città della provincia scozzese questo libraio davvero particolare lancia un importante segnale di resistenza attraverso la sua esperienza quotidiana.
Seduto sullo sgabello della sua libreria combatte come un moderno Don Chisciotte Amazon, prende a fucilate un Kindle. Ma soprattutto resiste, sapendo che l’impresa è faticosa e impossibile. Ma i libri sono per sempre. Vale la pena lottare per loro.

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival.

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, Andrew Nicoll (Sonzogno, 2016)

7 aprile 2016
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Dopo il felice esordio, vincitore del prestigioso premio Saltire per la miglior opera prima, Non sarà mai inverno, recensito per noi qualche anno fa da Viviana Filippini, Andrew Nicoll torna al romanzo con un poliziesco molto particolare, tratto da un caso di cronaca realmente accaduto. L’omicidio molto brutale di un’anziana zitella di Brouhty Ferry, paesino sulla costa scozzese, avvenuto più di un secolo fa. Delitto che non trovò mai un colpevole, almeno nella realtà.
Andrew Nicoll ricostruisce la storia, grazie a un meticoloso lavoro d’archivio, che lo ha spinto a consultare vecchi rapporti di polizia, giornali ingialliti, cronache cittadine e con non poca fantasia e licenza poetica, trova un colpevole. Subdolo, sleale, violento, lucido nella sua feroce follia. Un colpo di genio se vogliamo, che ha spinto Nicoll a cambiare il suo nome, perché nel borgo vivono ancora i suoi discendenti.
Non cercate di scoprire chi sia seguendo gli indizi, che l’autore semina a piene mani, le vere prove sono nella mente umana, nel cupo labirinto di passioni che trasformano un uomo qualunque in un assassino. E Nicoll gioca bene questa carta, il dubbio, le ambiguità, tessendo una tela intricata e fragile, ma implacabile. E soprattutto credibile. Magari i fatti andarono esattamente come lui li descrive, o magari non è l’assassino di Nicoll il colpevole, e nella realtà la povera donna fu uccisa da qualcun altro, ma è nella natura dei romanzi creare una realtà alternativa, un mondo parallelo, e in questo si può dire il romanzo di Nicoll è pienamente riuscito.
Il suo sapore vintage, la sua lentezza, il suo ricostruire la mentalità dell’epoca, tutto concorre a dare al romanzo un gusto del tutto particolare, forse non indicato per chi in un giallo cerca movimento e azione. Ma per chi ama sondare la mente umana è un romanzo che consiglio, nasconde in sé non poche sorprese. Ma veniamo alla storia.
Sembra che nella Scozia del 1912, per una donna, peggio della morte ci sia la perdita della reputazione, ed è questa la leva su cui poggia La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, (The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne, 2015), di Andrew Nicoll edito da Sonzogno e tradotto da Marinella Magrì.
Il romanzo prende l’avvio in una luminosa giornata di novembre, quando un postino si domanda perché la signorina Milne, su a Elmgrove, non ritiri più la posta. Qualcosa deve essere pur successo, così avvisa il sergente Fraser e l’agente Brown (o Broon come dice lui), che recatisi sul posto il mattino dopo fanno la macabra scoperta: per terra, nell’atrio disteso sul tappeto trovano il corpo legato dell’anziana signorina Jean Milne. Uccisa con un attizzatoio. La cima del cranio era schiacciata e deformata, nient’altro che un ammasso di capelli arruffati e sangue annerito , e il viso era livido e gonfio, tra il verdognolo e il giallastro, il colore di un pesce.
Come è ovvio prende l’avvio anche un’ indagine condotta dal commissario capo Sempill e dal sergente Fraser. Ma data l’importanza del caso, (le vecchie signore non possono essere uccise nelle loro linde case)  da Glasgow arriva in soccorso il luogotenente investigatore John Trench, chiamato niente di meno che per telegrafo (quei tempi moderni possono assicurare alla polizia i metodi di indagine più moderni). Trench è una celebrità, un’ investigatore che sa il fatto suo, e così può iniziare il carosello dei testimoni, il rilevamento delle impronte, le fotografie della scena del delitto.
L’assassino non ha scampo, può senz’atro essere un forestiero e un pazzo. E in quel senso vanno le indagini, pronti anche ad arrestare, e mandare sul patibolo, il primo che capita a tiro, (sapete la stampa vuole un colpevole a tutti i costi) se non fosse che il luogotenente Trench non è disposto a questi sotterfugi. L’intero caso è avvolto nel mistero, come dicono i giornali, ma soprattutto il grande mistero è chi sia la povera eccentrica Jean Milne.
I testimoni restii a parlare la descrivono come una donna che si vestiva da ragazzina, che amava i viaggi, e pian piano si scopre anche i giovanotti. Ben lontana dalle leggi di proba rispettabilità vittoriana o dalle ferree leggi di perbenismo dell’epoca. Ma nonostante questo un’ ingenua capace di farsi abbindolare dal primo truffatore. E questo è un delitto maturato nella mentalità del tempo, nelle salde distinzioni di classe, nei segreti che una vecchia signora intesse per consumare le sue passioni e nell’amore non corrisposto. Soprattutto in quello. A voi scoprire il colpevole. (Ma fatemi scommettere che non ci riuscirete).

Andrew Nicoll è nato e vive in un paese vicino a Dundee, in Scozia. Dopo aver fatto, per breve tempo, il taglialegna, ora lavora a tempo pieno come giornalista. Il suo primo romanzo, Non sarà mai inverno (Sonzogno 2012), è stato un bestseller internazionale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: Murder file of Jean Milne

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015)

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, (Feltrinelli, 2014)

24 luglio 2014
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Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.

Glasgow, primi anni Ottanta. Un venerdì sera. Al Royal Infirmary, in Cathedral Street, è una serata tranquilla, se non fosse per un barbone alcolizzato ricoverato in fin di vita che vuole a tutti i costi parlare con Jack Laidlaw.
Fortuna, si fa per dire, vuole che un informatore di Eddie Devlin del “Glasgow Herald” colga i suoi rantoli e avvisi il giornalista, che per senso del dovere telefona a casa Laidlaw. Ora se vi trovaste alla fine di un matrimonio alla deriva, seduti in soggiorno a chiacchierare con gli amici di vostra moglie fingendo di trovarli interessanti, non cogliereste qualsiasi occasione a braccia aperte per fuggire via? Così fa Laidlaw quando riceve la telefonata e si precipita al Royal Infirmary.
Qui trova Eck Adamson ormai morente, ma disperatamente intenzionato a fare capire di essere stato vittima di un avvelenamento, perché il vino che aveva bevuto non era vino. Quest’ultima frase almeno è l’unica che Laidlaw capisce chiaramente. E quando tra gli effetti di Adamson trova un biglietto con un indirizzo di Pollockshields, i nomi Lynsey Farren e Paddy Collins, le parole “The Crib” e il numero 9464946 in penna a sfera nera, è l’inizio per lui di un’ ossessione.
Eck Adamson come previsto muore avvelenato dal paraquat, un diserbante che qualcuno gli aveva aggiunto nel vino, e a chi vuoi che importi, a chi vuoi che importi scoprire l’assassino, quando per giunta solo Laidlaw crede che sia un delitto? Per lui ogni vita è degna di rispetto, e ogni morte merita un’ indagine.
Poi per giunta anche Paddy Collins, una figura di spicco della malavita di Glasgow, sta morendo in un altro ospedale, il Victoria, accoltellato da qualche sconosciuto, probabilmente per un regolamento di conti tra bande rivali. Ma che ci faceva il suo nome nel pezzo di carta appartenuto a Eck Adamson? Questo proprio non se lo sa spiegare, e così inizia a indagare, accompagnato da un Brian Harkness sempre più scettico, che vede il collega già in crisi coniugale, pure intenzionato a dare un calcio a quel che resta della sua carriera.
Le indagini lo portano sulle tracce di uno studente universitario, tale Tony Veitch, improvvisamente scomparso. Ma non è il solo a cercarlo, anche alcuni delinquenti, tra cui Mickey Ballater giunto appositamente da Birmingham per mettere su un affare che vedeva coinvolto pure Paddy Collins e una prostituta. Il cerchio si chiude, tutto torna. E Laidlaw come al solito, lottando contro tutti, avrà la sua verità. Perché dopo tutto c’è sempre una verità, basta a aver voglia di cercarla.
Il caso Tony Veitch (The Papers of Tony Veitch, 1983) di William McIlvanney, edito da Feltrinelli e tradotto da Alfredo Colitto, giunge in libreria dopo Come cerchi nell’acqua a continuare la trilogia di Laidlaw, che si concluderà con Strange Loyalties. Un noir bellissimo, in cui le luci sono puntate sulla Glasgow di trent’anni fa, su i suoi pub, controllati dalla malavita, le sue strade, i suoi parchi, i suoi palazzi.
Personaggi perfettamente caratterizzati con i loro odi, le loro fobie, pure i minori, quelli che appaiono per poche scene per poi scomparire tornare a rivivere solo nelle parole di altri personaggi.
Come lo stesso Tony Veitch che mai consoceremo, ma che colma di sé tutto il romanzo, diventando a tratti simpatico, poi commovente, poi dolorosamente colpevole solo per ingenuità e troppo idealismo.
Come Eck Adamson, della cui morte sembra dolersi solo Laidlaw, per poi scoprire che aveva anche una sorella.
Come Paddy Collins, l’accoltellato in stato “comico”.
Poi ci sono gli altri: la prostituta italiana che parla male inglese e si trova coinvolta in un “affare” in cui non vorrebbe partecipare, la lady innamorata dei bassifondi, che cerca nel pericolo quello che le manca nella sua vita da privilegiata, e i vari delinquenti di piccolo e grande cabotaggio come lo scassinatore Macey, informatore della polizia e sempre terrorizzato dalla paura di venire scoperto, Dave McMaster, Hook Hawkins, John Rhodes, Cam Colvin e naturalmente il malinconico e violento Mickey Ballater, a cui McIlvanney regalerà una degna uscita di scena.
Oh, sia chiaro recensire William McIlvanney è un po’ come scalare una vetrata insaponata a mani nude, ma pur sempre un privilegio. Adoro come scrive, perché McIlvanney scrive in modo meraviglioso, pur se ci metto un po’ a capire le sue trame. Perché lui arriva alle cose non per le vie più facili. Ti presenta personaggi quasi a tradimento, e ci metti un po’ a capire chi sono, cosa fanno, qual è il loro ruolo nell’economia del romanzo. Non ti permette di distrarti, ti colpisce subito sotto la cintura dandoti la sensazione di non essere tanto sveglio. E ben pochi scrittori possono permettersi questo pur continuando a farti pensare che quello che stai leggendo sia davvero bella roba. Ma McIlvanney è unico, oltre che il primo scozzese ad aver inventato il Tartan noir. Prima di lui nessuno, quindi può permettersi ciò che vuole, pure scrivere un noir sporcato di poesia.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: Come cerchi nell’acqua (2013; Ue, 2014) e Il caso Tony Veitch (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013)

12 febbraio 2014
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Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé. McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui. E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori. Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere. Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa. Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti. Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa farse, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre. Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia. In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente. Non questa volta. Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto. McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni. Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge. Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama. Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti. Come andrà  finire? Non è difficile supporlo. McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo. Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70). Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn. Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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