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:: Attraversare i muri di Marina Abramović (Giunti Editore 2017) a cura di Elisa Napoli

6 giugno 2018

“DATTRAVERSARE I MURIedico questo libro agli AMICI e ai NEMICI”.

Inizia così la biografia di Marina Abramović, artista rivoluzionaria, pasionaria, instancabile e geniale performer dedita in toto al suo lavoro. Attraversare i muri non è solo il titolo di queste 400 pagine, dalle quali si fatica a staccarsi, ma è il resoconto della straordinaria vita di una donna che ha creduto di farcela e spera che questo libro sia di ispirazione a tutti coloro che hanno un sogno, perché “non esistono ostacoli insuperabili se si ha la forza di volontà e se si ama ciò che si fa”. Di ostacoli Marina ne ha superati tanti: nata nella Jugoslavia postbellica in una famiglia dove il ruolo matriarcale ha profondamente segnato la sua vita, cresce con la nonna Milica fino a 6 anni quando poi, a seguito della nascita del fratello, viene riaccolta dai genitori in un clima litigioso e privo di amore, se non verso il fratello maschio che diventa, da subito, il preferito. Mai un Natale felice, un gesto affettuoso, mai nulla fuori posto per via dell’ossessione materna verso la pulizia e l’ordine; Marina tuttavia cresce in un ambiente intellettuale ricco che la porta a voler essere, fin da bambina, un’artista. La madre, nonostante la mal sopportazione verso quella che sarebbe poi diventata la più grande performer esistente (capace di attirare più di 700.000 persone fuori da un museo), nutre un amore incondizionato per l’arte e la incoraggia, facendole certamente mancare l’affetto ma mai i soldi per i colori, i libri, il teatro. Le ferree regole vissute da bambina hanno forgiato un gigante, una donna incredibilmente forte a livello mentale e fisico, in grado di vivere l’amore e il lavoro, suoi baluardi fondamentali, in modo totalmente appassionato ed estremo: Marina ama e lo fa incondizionatamente, è insaziabile e pretenziosa, passionale e tumultuosa, sempre pronta a spingersi al limite fino al punto di vivere emozioni ed amori burrascosi in grado di farle sanguinare l’anima. Questa autobiografia ci fa entrare nel sodalizio artistico tra Marina e Ulay (suo compagno di lavoro e di vita per oltre 12 anni) e ci incanta, spingendoci a cercare non la metà perfetta della mela ma quella che ci ispira, ci prende per mano e ci conduce verso nuovi orizzonti. Nati nello stesso giorno dello stesso anno, i due artisti hanno creduto di essere, per molto tempo, una cosa sola, un’unica anima e, legati da uno strano filo invisibile, sono stati creatori di diverse performances fino all’ultima, alla muraglia cinese e al loro saluto finale. Tutto inizia dall’arte e lì si conclude. Se la sai accogliere Marina entra nella tua vita e attraversa il tuo di muro, si getta sfrontatamente contro di esso e, in qualche modo, ti cambia. Ti ispira. Perché di persone così, in grado davvero di muovere le masse, ce ne sono pochissime. Ti attrae perché è vita. E, se la riconosci, non puoi fare altro che respirarla, sentire l’energia vulcanica che ti attraversa e iniziare a creare il tuo mondo.

Marina Abramović cresciuta nell’ex Jugoslavia, è una leggendaria performance artist. Oggi vive fra New York e la Husdon Valley.

Source Acquisto personale.

:: Le vite parallele – Un nuovo inizio per il commissario Casabona di Antonio Fusco (Giunti 2017) a cura di Federica Belleri

22 novembre 2017

le vite paralleleQuarto romanzo per Antonio Fusco. Torna l’amato protagonista seriale dei suoi precedenti libri, il commissario Tommaso Casabona. A Valdenza, sulle colline toscane, l’inverno non risparmia temperature rigide e il cielo minaccia neve. Casabona ha una domanda di trasferimento ad altro incarico da inviare. Sua moglie Francesca è malata e lui vuole starle vicino. I figli Alessandro e Chiara stanno crescendo e sono consapevoli di dover dare una mano ai genitori. Il commissario rimane in bilico nella sua decisione di lasciare il lavoro quando Martina scompare. Ha solo tre anni ed è bellissima. La preoccupazione si impossessa di Tommaso e sente di doverla cercare. Il suo letto è rimasto vuoto e i genitori sono angosciati. Questo capitolo della serie ci porta a conoscere i personaggi in modo sfaccettato e complesso. Si fa carico della sofferenza provata quando si è travolti da un destino inaspettato. Scava nel privato portando alla luce i dubbi e le certezze di un’indagine delicata. Nel frattempo della bambina, nessuna traccia. Sembra svanita nel nulla. Valdenza viene travolta da tv e giornalisti, che Casabona cerca di tenere a bada come può. Ci sono sospetti e sospettati, ma tutto appare troppo semplice.
Sullo sfondo l’autore ci parla del mondo della droga, del disagio. Sottolinea l’impegno delle forze dell’ordine nello svolgimento del proprio lavoro, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione e il tempo maledetto che sembra non bastare mai. Affronta la scalata verso la soluzione del caso attraversando spezzoni di vita quotidiana che hanno il sapore dei ricordi e della malinconia. La ricerca di Martina impone una procedura specifica, nel rispetto suo e di chi le vuole bene. Quanto conta la paura di non trovarla? Quanto possono essere utili le voci di paese? Quanto si può dire all’opinione pubblica, evitando di scaraventare una famiglia nella fossa dei leoni?
Coscienza, verità e bugie. Perquisizioni e interrogatori. Esperienza e intuito.
Scrittura precisa, equilibrata e corretta, in grado di seminare indizi al momento giusto. Ma nulla è come sembra …
Buona lettura.

Antonio Fusco, nato nel 1964 a Napoli, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Dal 2000 si occupa di indagini di polizia giudiziaria in Toscana. Nel 2017 Giunti ha raccolto in un volume unico le prime tre indagini della fortunata serie di Casabona.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa “Giunti”.

:: Guest post – Final Girls: Le sopravvissute di Riley Sager (Giunti 2017) di Lucia Patrizi

21 novembre 2017

final girlsSe è vero che quasi ogni genere cinematografico ha un suo omologo letterario da cui discende e di cui, con fare parassitario, si nutre, esistono dei sotto-generi e dei filoni che hanno avuto una propria genesi e vivono in totale autonomia. Uno di essi è di sicuro lo slasher, in cui al massimo si può trovare qualche traccia sparsa di Dieci Piccoli Indiani, ma che è assolutamente cinematografico di nascita. Un po’ come la figura dello zombie moderno, che ha dei debiti contratti con Matheson, ma esiste e prospera in quanto creatura concepita apposta per il grande schermo, anche gli assassini dello slasher sono stati visti per la prima volta in sala e non tra le pagine di un libro.
E tuttavia, mentre di romanzi a tema morti viventi ce ne sono in quantità industriale, la stessa cosa non si può dire di romanzi dichiaratamente slasher. A parte un paio di titoli come L’Isola di Richard Laymon e il thriller young adult I Know What you Did Last Summer di Lois Duncan, che però rientra nel genere più perché ne è stato tratto un film slasher che per le sue intrinseche caratteristiche da slasher, la narrativa di questo tipo è virtualmente inesistente.
La ragione è anche abbastanza semplice: lo slasher è un genere che, per avere una qualche efficacia, deve esprimersi attraverso le immagini. Il suo schematismo, la sua struttura fissa e codificata tramite regole rigidissime da cui è quasi impossibile fuggire e che bisogna essere davvero bravi per aggirare o forzare, funzionano molto bene al cinema, ma hanno meno possibilità in narrativa.
E così arriva Riley Sager (uno pseudonimo dietro cui si nasconde con ogni probabilità un uomo) e usa, sin dal titolo, l’elemento più riconoscibile dello slasher, la final girl, ovvero l’unica superstite di un massacro, colei che ha visto morire tutti i suoi amici ed è uscita viva, trionfante e coperta di sangue dall’incontro con l’assassino di turno.
Di final girl il cinema è pieno. Per comodità e risparmio di spazio, diremo che la capostipite di ogni final girl che si rispetti è la Jamie Lee Curtis di Halloween, fingendo di ignorare i numerosi precedenti. Dal 1978 in poi, innumerevoli ragazze hanno sconfitto altrettanti innumerevoli killer, cosa che di solito coincideva con la fine del film.
Sager ha invece l’ambizione di rispondere alla domanda che tutti gli appassionati di slasher si sono posti dopo i titoli di coda dei loro filmacci preferiti: cosa succede alla final girl una volta tornata a casa?
In realtà, la risposta a questa domanda l’aveva già data lo scrittore horror Stephen Graham Jones nel 2012, con il bellissimo The Last Final Girl, ma purtroppo il suo romanzo in Italia non è mai arrivato e non fa parte della narrativa mainstream.
Final Girls, al contrario, è un best seller tempestivamente tradotto in italiano e pronto per un adattamento cinematografico che la Universal ha programmato per l’anno prossimo.
Un successo, di pubblico e persino di critica.
Solo che non è uno slasher, non è un (se mi passate il termine applicato alla narrativa) un B-movie; per continuare con i paragoni cinematografici, Final Girls è il corrispettivo di quei thriller con un grande cast di star un po’ bollite, un regista da discount al servizio della produzione e degli alti valori produttivi. Roba da serie A, insomma. Roba da scaffale del supermercato. Roba da ombrellone. L’esatto opposto rispetto alla natura scalcinata e un po’ miserabile dello slasher. Non esistono slasher di serie A, lo slasher è serie B per definizione.

Appurato che Final Girls non è uno slasher quanto non lo è un qualsiasi romanzo sui serial killer, andiamo a vedere che relazione ha con lo slasher, perché è il genere cui fa riferimento fin dal titolo e da cui prende di peso situazioni e cliché, per poi andare in tutt’altra direzione.
La protagonista del romanzo è Quincy Carpenter (il cognome non è casuale), unica sopravvissuta al brutale assassinio di tutti i suoi amici: durante un fine settimana in una classica “cabin in the woods” all’insegna di festeggiamenti, alcol e sesso promiscuo, un paziente evaso da un manicomio nei dintorni ha ucciso, uno dopo l’altro, i ragazzi, mentre Quincy è riuscita a fuggire e ha avuto la fortuna di incontrare un poliziotto che ha sparato al killer poco prima che facesse fuori anche lei.
Sono passati dieci anni e Quincy ancora non ricorda nulla di quella notte: dal momento in cui la sua migliore amica le è morta tra le braccia a quello in cui l’agente l’ha salvata, nella sua memoria c’è un buco nero.
Quincy, nel frattempo, è diventata una blogger di cucina con un discreto seguito e, grazie al risarcimento ottenuto dalla direzione dell’istituto che si era lasciato scappare l’assassino, vive da benestante in un lussuoso appartamento a New York, con un compagno che la adora e il poliziotto responsabile di averle salvato la vita che forse è innamorato di lei e accorre ogni volta che ne ha bisogno.
Quincy non è l’unica final girl che incontreremo nel corso del romanzo. Altre due donne infatti condividono un destino simile: Lisa, sopravvissuta al massacro di tutte le sue consorelle negli anni ’90, e Sam, che è riuscita ad avere la meglio su un assassino introdottosi nell’hotel dove faceva la cameriera durante il turno di notte.
La notizia del suicidio di Lisa dà il via alla narrazione vera e propria, alternata alla frammentaria ricostruzione della notte in cui Quincy è diventata una final girl.
La struttura è quindi quella del thriller investigativo più che dello slasher: cosa è successo davvero a Quincy dieci anni fa? Perché Lisa si è uccisa? Si è veramente uccisa? E cosa vuole da Quincy l’altra final girl rimasta, Sam, che un bel giorno si presenta a casa sua con lo scopo apparente di aiutarla a ricordare?
Ovvio che la parte di maggiore interesse sia quella relativa al passato, perché è lì che Sager gioca davvero con il materiale da slasher. Il resto del romanzo è una fiacca serie di indagini condotte da una protagonista ai limiti del sostenibile e da personaggi di contorno privi di qualunque spessore o interesse.

Si dice che lo slasher sia un sotto-genere fortemente reazionario e misogino: un assassino, il più delle volte mascherato, si accanisce su giovani che vogliono solo divertirsi, colpendo con più ferocia le donne ed eliminando quelle che si danno con gioia al sesso promiscuo, mentre la final girl sopravvive in virtù della sua purezza.
Questo è uno schema valido, difficile negarlo. Eppure il paradosso dello slasher, nonché gran parte del fascino che ancora esercita sul pubblico, sta proprio nel fatto di aver regalato al cinema una galleria di personaggi femminili difficili da dimenticare. Le varie final girl cinematografiche (e non soltanto loro: tutti ricordano con affetto Wendy di Prom Night e Lynda e Annie di Halloween, tanto per nominare le prime che mi vengono in mente) hanno tutte un tratto distintivo che le accomuna, e che avrebbe sintetizzato magnificamente Sidney Prescott nel secondo Scream: sono delle guerriere, sono delle combattenti; non si limitano a stare nascoste o a scappare mentre attorno a loro muoiono tutti malissimo, no. Loro contrattaccano, mettono in difficoltà l’Uomo Nero di turno, lo superano in astuzia, riescono, pagando un prezzo altissimo, a neutralizzarlo. Almeno fino al capitolo successivo.
Quincy non è una final girl e non si merita questo status: lei non si è salvata da sola, è stata tirata fuori dai guai da un cavaliere maschio in scintillante armatura e distintivo.
È qui che un romanzo mediocre, tuttavia, piazza il suo colpo di genio: Final Girls non risponde alla domanda su che cosa accada a una final girl dopo essere sopravvissuta; al contrario racconta la formazione di una final girl. Nel momento in cui le due linee temporali si incontrano, nelle pagine conclusive del romanzo, Quincy, l’insopportabile, passiva, autoindulgente Quincy, si trasforma nella final girl che avrebbe dovuto essere dieci anni prima. È lì che il libro diventa il B movie che tutti volevamo che fosse.
Purtroppo questa bella svolta narrativa arriva tardissimo e, per vederla concretizzarsi sulle pagine, tocca aspettare un po’ troppo.
Final Girls è un ibrido citazionista costruito con una certa maestria, pieno di riferimenti cinematografici che dimostrano che almeno Sager ha studiato e sa di cosa sta parlando. Ma annega in un mare di ovvietà e in un colpo di scena finale telefonato sin dalle prime pagine. È comunque interessante per chi ama il genere di riferimento vedere come la materia perda un po’ in efficacia quando passa dal grande schermo alla pagina scritta.
Non tutti sono Richard Laymon e non tutti hanno la volontà di far narrativa marginale per definizione e scelta.
In fin dei conti, Final Girls è un romanzo adatto a chi non guarderebbe mai film come Terror Train o Sleepaway Camp senza sentirsi un po’ sporco, ma che vuole comunque provare qualche brivido da serie B standosene tranquillo nei ranghi della narrativa generalista.

Riley Sager vive a Princeton, New Jersey. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura ha lavorato come editor e graphic designer. Final Girls è in corso di traduzione in 14 Paesi.

Lucia Patrizi è l’autrice del blog Il giorno degli zombi- cinema horror e velleità culturali.

:: Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Giunti Editore 2017) a cura di Nicola Vacca

24 ottobre 2017

Tempo da elfiLa coppia formata da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli compie venti anni e gode ottima salute. Per festeggiare questo binomio indissolubile esce da Giunti Tempo da Elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri.
Torna Marco Gherardini, l’ispettore della forestale detto Poiana. Siamo a Casedisopra, nel cuore dell’Appennino – tosco emiliano.
A turbare la tranquillità del posto due spari nel bosco e viene rinvenuto un cadavere, quello di un elfo. Ormai gli elfi si sono insediati in quei luoghi e hanno costruito insediamenti, integrandosi nella vita sociale della comunità.
Il giovane e bello ispettore della forestale si troverà nel cuore di una vicenda torbida e densa di misteri e quell’elfo trovato morto nel dirupo, forse spinto gli procurerà un mare di guai.
Gli elfi si stanno preparando alla festa dell’Arcobaleno. Casedisopra sarà invasa dall’arrivo di elfi da tutte le parti del mondo.
Poiana si trova a condurre l’indagine più difficile della sua vita e dietro la morte del Ramingo, così viene soprannominato l’elfo senza fissa dimora trovato morto nel dirupo, si nascondono traffici e crimini internazionali.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli anche questa volta scrivono un libro avvincente. La storia di un mistero inquietante nel cuore di un ecosistema che custodisce segreti.
Nel labirinto dei boschi popolati da elfi in carne e ossa, l’ispettore non avrà il tempo di rilassarsi. Sarà completamente travolto da una serie infinita di colpi di scena che con molte difficoltà lo porteranno alla soluzione del caso.
Tempo da elfi è un romanzo dove l’intrattenimento si fa davvero intelligente: i due narratori, come accade sempre nelle loro storie, all’invenzione letteraria alternano – tra le righe – riflessioni e contesti che richiamano l’attenzione sulle vicende attuali del nostro Paese.
Ancora una volta dalla coppia Guccini – Macchiavelli un romanzo avvincente e corale che si legge tutto d’un fiato.
Pagine in cui la realtà incontra la fantasia e in cui la fantasia è popolata da personaggi credibili che sembrano reali.
Il libro è un perfetto noir tosco – emiliano. Il ritmo narrativo è incalzante e mai banale. Insomma, una libro bello e coinvolgente che ci concilia con il piacere della lettura.

Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

Francesco Guccini è nato a Mo­dena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epafániche per pubblicare poi: Vacca d’un cane (1993), Racconti d’inverno (1993; con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014), e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Giunti.

:: Un luogo a cui tornare, Fioly Bocca (Giunti, 2017)

28 luglio 2017
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E’ vero: innamorarsi è desiderare per qualcuno cose che non si ha il coraggio di desiderare per sé.

Alla parola “bosgnacco” ho fatto ricerche (anche un veloce giro su Wikipedia può aiutare) e ho scoperto che i Bosgnacchi o Bosniaci musulmani (in bosniaco bošnjaci) assieme ai croato-bosniaci e ai serbo-bosniaci costituiscono i tre maggiori gruppi etnici che popolano la Bosnia ed Erzegovina. Di fede sunnita, vittime di pulizia etnica, furono cacciati dalle zone che prima delle guerre jugoslave occupavano nella Bosnia orientale. Da allora molti profughi, con alle spalle storie più o meno drammatiche, giunsero anche in Italia. Tra questi c’è Zeligo, uno dei protagonisti principali del terzo romanzo di Fioly Bocca, Un luogo a cui tornare, edito da Giunti.
Di questa autrice, piemontese, giovane mamma, scrittrice sensibile, molto attenta alle tematiche sociali, abbiamo sia recensito Ovunque tu sarai, suo libro d’esordio, e L’emozione in ogni passo, e già prima di leggere questo suo nuovo libro sapevo che sarebbe stata un’ esperienza positiva, che mi avrebbe arricchito in un modo o nell’altro.
Fioly Bocca è esattamente la persona che traspare dai suoi libri, solare, umana, una persona che si pone delle domande e cerca di aiutare gli altri. Come Argea, voce narrante di questo delicato e poetico libro, ambientato a Torino, che parla di amicizia, amore, accoglienza, immigrazione e fraternità. Sì, quella strana parola che ci rende tutti uguali, simili, e dolorosamente uniti, anche nei momenti più tristi e difficili delle nostre vite. Parla molto di sé l’autrice in questo libro, pur se non credo sia spiccatamente autobiografico (anche se potrei sbagliarmi). Ci sono parti che mi hanno fatto piangere (non mi vergogno di dirlo), altre sorridere, altre arrabbiare. Perché l’autrice parla ai sentimenti del lettore più che al suo cervello o alla sua ragione. E lo fa in modo autentico e garbato, con uno stile poetico e emozionante. La sua lingua è molto poetica, e tra i regali che mi ha fatto questo libro c’è sicuramente quello diavermi fatto conoscere un poeta, Izet Sarajlic, di cui cita una poesia, che vi trascrivo:

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gotthlieben,
potevamo essere noi due.
Ma noi non passeggeremo mai più
Su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

Dicevo, Argea e Zeligo sono i protagonisti di questo romanzo, in cui l’amicizia e la diversità (sociale, economica, etnica) giocano un ruolo chiave. Tutto ha inizio sotto la pioggia, sotto una pioggia torrenziale in cui Argea guida la sua auto. Per un attimo di distrazione, la radio, le sigarette, il telefono, i fazzoletti, il burrocacao, sbanda e investe Zeligo, profugo bosniaco, senza tetto, lavoro, forse ubriaco. Si risveglia in ospedale, e sebbene il fidanzato, giornalista come lei, gli consiglia di dimenticare tutto e di non farsi domande, il senso di colpa, la coscienza la spingono ad avvicinare Zeligo.
Da questo momento in poi nasce un’amicizia che cambierà, in meglio, la vita di entrambi. Dire di più della trama sarebbe un vero peccato, starà a voi scoprirla se deciderete di leggere questo libro e farvi avvolgere dal calore delle sue parole. Quello che posso dirvi è che si parla di sentimenti, di desideri (il desiderio di maternità della protagonista, prima dolorosamente negato, è forse la parte più toccante, più ancora del finale), di giustizia, e di uguaglianza, di cose quotidiane in cui ogni donna si può riconoscere.
E’ quasi un romanzo motivazionale. Ti spinge a agire, a fare qualcosa per migliorare le cose. Argea sceglierà l’impegno, sceglierà di lasciare alcune certezze, per qualcosa di migliore, più vicino alla felicità. E ci vuole coraggio per farlo. Tanto coraggio.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato con il compagno e i due figli. È laureata in Lettere all’Università degli Studi di Torino e si è specializzata con un corso in redazione editoriale. “Ovunque tu sarai“, il suo romanzo d’esordio, è stato un grande successo del passaparola, tradotto in cinque Paesi. Nel 2016 è uscito, sempre per Giunti, “L’emozione in ogni passo“.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta e l’editore Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, (Giunti, 2016)

12 ottobre 2016
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Non sono mai stata negli Stati Uniti. Due o tre volte ho rischiato di partire, una volta più seriamente delle altre, avevo già tutto organizzato per un corso di inglese estivo in un’ università della costa occidentale, ma l’aereo transoceanico non l’ho mai preso. Per me l’America è quella dei film noir, in bianco e nero, degli anni ’50, per lo più, o di alcuni film più recenti, di molti libri, documentari, telefilm, fumetti. Un’ America per lo più inventata, filtrata dall’estro artistico di qualcuno che presumibilmente la conosce bene e forse la ama. Non sono antiamericana di partito preso, sebbene sia molto critica con molte sue derive, e detesti quella sorta di egocentrismo muscolare che a volte l’affligge. Detto questo mi piacciono i motel sull’autostrada di notte, accesi da mille neon colorati, i Pancakes allo sciroppo d’acero, la auto anni 50 che ancora circolano, i ranch del Texas o della California, specie dove allevano cavalli, e potrei continuare per pagine e pagine a elencare cosa amo, con la memoria selettiva di chi omette cosa detesta. Amo anche i libri di viaggio, (come potrebbe essere diverso?), e ho amato (e molto) il libro reportage I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, una delle più apprezzate traduttrici dall’inglese, di autori che vanno da DeLillo a Cormac McCarthy, da Jonathan Franzen a Zadie Smith. Per un traduttore scrivere un libro suo non è un passaggio obbligato, certo alcuni lo fanno, ma per certi versi può anche essere un rischio. Il rischio di non trovare una propria voce, dopo aver filtrato la voce di altri scrittori, di cui si è ricostruito e ricreato i testi in un’altra lingua. I testi tradotti sono altri libri, come discutevo con un amico, in cui è imprigionata l’anima del traduttore. Dunque la Pareschi si è messa in gioco, e ha cercato la sua voce, che diventa veicolo letterario se riesce a entrare in comunione con il lettore. Vale per tutti i libri, i più riusciti, come i meno, tutto passando naturalmente attraverso i propri personali gusti letterari. A chi consiglierei questo libro? Innanzitutto a chi ama viaggiare sulla carta, è curioso di sapere e conoscere lati dell’America non consueti, ruspanti, come si potrebbe dire, apprezza l’ironia e l’umorismo e una patina di cinismo, ma mai cattivo, mai velenoso. La scrittura è spezzata in racconti, anche brevi, con buffi titoli, e vari punti di vista, alcuni sono in prima persona (dove è più immediata la voce dell’autrice, c’è solo una minima percentuale di fiction), altri sono in terza persona (un sé stesso mediato e visto dal di fuori, filtrato da come lo vedono gli altri). E non aspettatevi niente di agiografico (non ci risparmia povertà e sporcizia o perché no la puzza di una discarica), non aspettatevi dunque una celebrativa marcia trionfale, per intenderci, troverete capitoli capaci di sconcertarvi, (pensate solo a Il Palazzo del Porno), il più se vogliamo fuori dagli schemi, (il materasso infetto su cui gli attori facevano i provini, mi seguirà per un po’), capitoli capaci di commuovervi, di farvi riflettere, di farvi arrabbiare (il divario tra povertà e ricchezza sta diventando una voragine). Insomma la Pareschi ha talento, un talento coltivato da anni di buone frequentazioni, e una propria personalità capace di non fare diventare la sua scrittura la brutta copia, o per lo meno la copia annacquata di quella di un altro. Apre la raccolta di testi (che io mi ostino a chiamare racconti) Puma, raccontato in prima persona, (bellissima la descrizione della natura tra boschi e nebbia) con al centro l’ombra intravista di un puma, o per lo meno la sua coda. Lavanderia a gettoni, con il suo sogno ad occhi aperti a base di lanciafiamme dal sapore di solitudine, mi ha subito portato alla mente La lavanderia a gettoni di Angel, di Lucia Berlin, che apre la serie di racconti La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto per Bollati Boringhieri). Che come sottotitolo ha il piuttosto evocativo Storie vere, ma inventate. Come quelle di Alice Munro. Poi troviamo La scelta della religione, prima e seconda parte, dalla East Coast alla West Coast, spezzato in tanti sottoracconti. E poi Ganjia Yoga, con il suo surreale giro in autobus e un quartiere brutto e desolato, fatto di edifici industriali e stradini larghi e trafficati. E giusto a metà libro, Katrina, racconto di amici, realmente vissuto (tra buste paga e assegni non ancora versati) e filtrato dal ricordo e dal passare di voce in voce, dalla Pareschi portato sulla carta con sentita partecipazione. L’uragano Katrina e la sua distruzione di New Orleans (alla fine l’ 80% della città sarebbe finita sott’acqua), è ancora nell’immaginario americano una ferita aperta, una storia ancora da raccontare. Racconto spartiacque che ci porta alla seconda parte con Dimmi come mangi, Misofonia, e Il Dentista a i tempi del Super Bowl. E se volete saperne di più dei jeans del titolo, dovrete correre all’ultimo, che chiude la raccolta, dove tutto sarà spiegato, sebbene il mistero temo sia destinato a continuare. Non credo di aver trovato un racconto più bello degli altri, ogni volta che ne leggevo uno mi dicevo che era quello, (un po’ come al liceo mi capitava con la filosofia, l’ultimo autore studiato era sempre quello che aveva ragione). E non è detto che dobbiate seguire l’ordine voluto dall’autrice, potete aprire una pagina a caso e leggere dall’inizio quello. Tenere il libro sul comodino e centellinarlo, lasciando che vi tenga compagnia per giorni. Io ne ho fatto una lettura bulimica, ma solo per uso recensione (si sa i sacrifici di noi recensori sono tanti) ma mi riservo di tenerlo da parte, e rileggerlo per puro consumo privato ancora in futuro.

Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vita a rovescio, Simona Baldelli (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

11 luglio 2016
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Un paio d’anni fa lo storico Marzio Barbagli ha scritto un interessante e scorrevole saggio, Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo, che raccontava la vita di Caterina Vizzani, vissuta nel Settecento in Italia centrale, ragazza travestitasi da uomo per poter esercitare un mestiere che le permettesse di vivere ma anche per poter assecondare il suo amore per le altre donne, cosa allora messa sullo stesso piano della stregoneria.
Tra le persone rimaste colpite dal libro di Barbagli c’è Simona Baldelli, che ha scelto nel romanzo La vita a rovescio di raccontare la storia di Caterina come in un romanzo: del resto, di materia ce ne era, in questa epopea tragica e picaresca, da un’infanzia segnata dal vaiolo e dal desiderio di essere diversa fino alla prematura morte in un duello per seduzione, tra luci, abbastanza poche, e tante ombre del Secolo dei Lumi, un mondo comunque dominato dai maschi e dove le donne, ancora più di oggi, erano viste solo in funzione del potere patriarcale.
La vita a rovescio è quindi un romanzo storico, che racconta la vita materiale, anche nei dettagli più allucinanti come le abitudini igieniche, di chi per secoli non è comparso nei libri di scuola, sia perché appartenente ad una classe sociale non agiata, sia perché donna e per lo più lesbica, qualcosa di cui per secoli si è negata la stessa esistenza. Una vita materiale descritta con vivacità e spietatezza, scavando anche nell’intimità di donne oppresse da regole arcaiche ma capaci di cercare, sia pure di nascosto, una sorta di felicità.
C’è anche molto femminismo nella storia di Caterina, deturpata dal vaiolo, da sempre attratta da ruoli non certo consoni ai pochi offerti alle donne, che fa i conti anche con la condizione subordinata delle sue amanti, prostitute, cameriere, ragazze di buona famiglia, nobildonne, monache, ereditiere, tutte alle prese con i limiti del loro sesso che lei riesce a evitare grazie al suo travestimento. Poi ovviamente c’è anche la tematica omosessuale, e fa piacere vedere come anche in Italia, in un momento cruciale per i diritti, stiano uscendo tanti romanzi in tema, mentre in fondo si capisce come ancora oggi, in tempi di riproposta di ruoli di sottomissione per la donna e di stereotipi eterosessisti, certi discorsi siano attualissimi.
Caterina del resto è modernissima, un’eroina di romanzo storico non stupida e sottomessa al desiderio maschile come è stato per decenni, ma una ragazza in cerca di amore, desiderio, libertà e felicità, con il suo lavoro, con la sua intelligenza e il suo desiderio di amare chi incontra. E la cosa importante è che è esistita davvero.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito con Evelina e le fate, finalista al Premio Calvino e vincitore del premio John Fante opera prima. A questo hanno fatto seguito Il tempo bambino e La vita a rovescio, tutti e due per Giunti.

Source: inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015)

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

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